02 gennaio 2026

"Quello che possiamo sapere" di Ian McEwan

 


di Marigabri

Parte sottotono Ian McEwan affidando la prima parte del suo romanzo alla narrazione di Thomas Metcalfe, studioso ed esperto della letteratura compresa tra il 1990 e il 2030. L’apocalisse da più parti annunciata in quegli anni si è infine compiuta. Anzi, si tratta di svariate apocalissi, che non hanno impedito però all’essere umano di ricominciare da capo, cioè a partire dalle rovine.

Rivoluzione climatica, scioglimento dei ghiacciai, inquinamento radicale, innalzamento dei mari, esiti disastrosi delle ultime scellerate guerre. E chi più ne ha più ne metta.

Siamo nel 2119 e la celebre biblioteca Bodleiana ha dovuto traslocare da una Oxford ormai fatiscente fin sulla cima delle imperturbabili montagne del Galles.

Ed è là che ci accompagna Metcalfe, ossessionato, insieme alla sua collega e compagna Rose, dalla “Corona per Vivien”, un sonetto dalla struttura classica che il celebre poeta Francis Blundy aveva dedicato all’amata moglie e di cui si sono irrimediabilmente perse le tracce. I due analizzano pedissequamente tutti i documenti reperibili, a cominciare dai dodici volumi del diario di Vivien, per finire con la disamina del materiale digitale ancora disponibile.

Entrambi insegnano letteratura all’università e vorrebbero sensibilizzare i loro studenti, non solo allo studio delle opere letterarie come documenti testimoniali, ma anche alla critica consapevole dell’era del Grande Disastro (ovvero la nostra).

E qui abbiamo il primo dato interessante e sconfortante: a quei giovani dei loro predecessori idioti non importa nulla.

Anzi: tendono a liquidarli proprio definendoli tali e a occuparsi esclusivamente del futuro. Al punto che anche l’insegnamento di Thomas e Rose è destinato al naufragio.

Ma tant’è. Le ricerche dei due, le citazioni dei poeti fondamentali dell’Ottocento e Novecento inglese, il riassunto della vita di Vivien e Francis e i frammenti narrativi della famosa cena di compleanno in cui Blundy declamò la -ahimè- ora scomparsa “Corona” alla presenza di pochi eletti amici, occupano tutta la prima parte del libro, strappando più di un plausibile sbadiglio.

McEwan semisaggista un po’ annoia, bisogna ammetterlo, eppure qualcosa di forte, lucido e incisivo nella sua prosa impedisce di riporre il volume. Infatti il capitolo si chiude con una ardimentosa ed eclettica caccia al tesoro che stimola il desiderio di proseguire la lettura.

E arriviamo così alla seconda parte, dove si cambia completamente registro, perché la narrazione è affidata alla stessa Vivien, dalla cui voce scopriamo una versione ben diversa e, per dirla con un eufemismo, molto meno idilliaca di come appare nei diari.

Qui lettrici e lettori avidi di trama se la godono, e tuttavia l’aplomb di McEwan scrittore regna imperturbato, concedendosi uno spazio thriller pur senza cadere nel cliché del genere. Tanto che, una volta conclusa la seconda parte si vorrebbe tornare alla prima per osservarla meglio, alla luce delle rivelazioni di Vivien.

Per concludere: quello che possiamo sapere è poco, rimane sempre un po’ discosto dalla verità, eppure che mondo spaventoso è quello in cui si azzera il passato per sprofondare nell’oblio del puro presente! Che mondo temibile è quello in cui la letteratura è poco più che un balocco per vecchi barbogi!

Che la storia non insegni nulla ormai è chiaro (forse proprio perché non vogliamo saperne?); che la letteratura non cambi il mondo, pure.

Ma a noi piace ripetere con Dostoevskij che è la bellezza, è solo la bellezza che lo salverà.

"Quello che possiamo sapere" di Ian McEwan. Einaudi 

 

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