16 ottobre 2018

"L’affare Vivaldi" di Federico Maria Sardelli


di Maddalena Ferrari

E’ un romanzo, ma anche una documentata ricostruzione storica, che incuriosisce, avvince, conquista. Fa penetrare il lettore in una narrazione – rappresentazione, che spazia, alternando i diversi momenti, tra il ‘700, l’’800 e il  ‘900. Racconta le vicissitudini della folta collezione di spartiti, autografi di Vivaldi, ma anche di altri grandi musicisti del ‘700, originali e non.

Il titolo lascia presagire un giallo ed in effetti  ci sono elementi di mistero e di suspense; ma si può anche leggere come un’allusione ai proventi che alcuni individui avidi e furbi ebbero modo di ricavare da questo immenso patrimonio.

Il racconto fa agire quasi esclusivamente personaggi storici, che vivono immersi nella loro realtà, dove tutto, ambienti, oggetti, perfino le condizioni atmosferiche, si tocca con mano; i dialoghi, i movimenti, frutto di fantasia, si attagliano perfettamente all’iconografia e alle situazioni rappresentate.

Nei passaggi dei secoli o dei decenni c’è una costante: l’arroganza e la vacuità morale e intellettuale del potere politico e sociale, sottolineate con ironia e sarcasmo, negli aneddoti, incontri, conversazioni.

Spicca il cameo di Mussolini, vuoto, vanesio ed egocentrico; ed esilarante è la costruzione del personaggio Ezra Pound, entrante, arrogante e presuntuoso, con il suo italiano inglesizzato,  di un’antipatia sottilmente respingente.

A tutto questo si contrappongono la serietà, il rigore di pochi eletti, in particolare Luigi Torri, direttore della Biblioteca Nazionale di Torino, e Alberto Gentili, musicologo dell’università della stessa città, ai quali si deve riconoscere il merito della riscoperta di Vivaldi, dopo più di un secolo di abbandono.

L’autore poi con amore, acribia, intelligenza comunicativa, ci dà ragguagli dettagliati, sempre interessanti, con ricchezza di citazioni, della vasta, articolata mole dell’eredità del grande musicista

Federico Maria Sardelli. L’affare Vivaldi. Sellerio.Euro 14,00

 

07 ottobre 2018

Un ciclista: Alberto Contador



di Gianni Quilici

Se c’è un ciclista che mi ha colpito, dopo Pantani, è stato Alberto Contador.
Dice in un’ intervista pubblicata su “la Lettura” (domenica 7 ottobre 2018):
“Ma io con la bicicletta ci ho giocato, perché la passione che ci ho messo è stata sempre quella del primo giorno, quando da bambino ho scoperto la salita: una sensazione unica, di forza, di potenza e di libertà che non mi ha mai veramente abbandonato.”

Queste sensazioni, credo che anche altri ciclisti le abbiano vissute. Contador, tuttavia, è andato  oltre, aggiungendo un elemento in più: uno stile unico,  immediatamente riconoscibile.
Lo stile di chi si alza, alto e sottile, dondolandosi sui pedali,  e dando alla potenza, di chi riesce a fare il vuoto dietro di sé, un senso di leggerezza.

Questo stile colpisce l’immaginario, perché contiene una bellezza, in cui si intrecciano forza  leggerezza e coraggio. La forza conquista perché si impone; la leggerezza intriga perché è bella a vedersi, il coraggio perché si è gettato in imprese che sembravano impossibili. In questo senso la sua “immagine”, come per pochi altri campioni, è  rimasta scolpita, andando oltre il realismo, è diventata mitica.  



26 settembre 2018

"Versi che aprono spazi di libertà" di Glay Ghammuori

                                                    

                              Versi che aprono spazi di libertà


È già accaduto – e più di una volta – che uomini e donne, privati della libertà per pagare un loro debito alla giustizia, abbiano affidato alle parole della poesia sentimenti, speranze, rimpianti, sogni…
Si è già verificato. Più raramente, però, è capitato che di quei versi, magari ingenui, magari zoppicanti ma sinceri, si innamorasse Lo Scrittore di Successo: un innamoramento tale da decidere di tenere a battesimo un esordio letterario altrimenti destinato alla maledizione del silenzio.

Stiamo parlando di Marco Malvaldi, autore di punta della casa editrice Sellerio, uomo generoso e inventore dei letterari, perspicaci vecchini del celeberrimo BarLume, assunti a fama imperitura perché protagonisti di una fortunata fiction televisiva. Meno noto, invece, è Glay Ghammouri, tunisino, quarant’anni, attualmente ristretto nella Casa di reclusione di Volterra, da anni affascinato dalla forza di comunicazione della poesia
I suoi versi, inizialmente scritti su foglietti stropicciati, suscitarono l’attenzione degli insegnanti dei corsi tenuti nel carcere di Pisa.

Così lo ricorda la sua professoressa di italiano, Giovanna Baldini: “Gli dissi di continuare, di pensare, di provare a dare forma scritta alle sensazioni, qualunque esse fossero. Perché conoscere meglio se stessi attraverso le parole versate sulla pagina fa sempre bene. I soliti consigli che i professori danno agli studenti”. Però, questa volta lo studente ha dato retta alla sua insegnante  e Glay ha scelto di continuare a scrivere. Fino all’incontro con Marco Malvaldi, in carcere per un suo percorso di ricerca nelle zone più oscure della società.

Nasce così questa breve antologia poetica, Vengo dal sud oltre l’orizzonte, da poco pubblicata dalla casa editrice pisana ETS. Pagine emozionanti, struggenti in cui si intrecciano memorie personali, sentimenti di protesta esistenziale, di rabbia storico politica… Una robusta vena poetica, quella di Glay, intensa, diretta, incapace di diplomatismi e mediazioni, che non dimentica l’amore per la compagna, la famiglia, la propria terra bella e disperata.

Una vita in versi, che, proprio perché fatti di poesia, non possono essere chiusi tra le sbarre e sono capaci di regalare insperati spazi di libertà al cuore e alla testa dell’Autore.

Associazione Controluce Pisa

Glay Ghammuori, Vengo dal sud oltre l'orizzonte, con un intervento di Marco Malvaldi, copertina di Tiziano Semeraro, edizioni ETS Pisa, luglio 2018, pp. 46, Euro 10,00

12 settembre 2018

"Gli anni forti" di Paola Martini

di Giuseppe Muraca

"Gli anni forti" di Paola Martini è un romanzo autobiografico che rievoca la storia di una donna, dagli anni dell'adolescenza fino al delitto Moro, dall'esordio scolastico fino all'università, alla conquista della propria indipendenza e della propria libertà. 

Le vicende personali s'intrecciano con gli avvenimenti collettivi della storia italiana: il dopoguerra, gli anni cinquanta, il boom economico, il 68 e gli anni settanta dei gruppi extraparlamentari, del femminismo e del terrorismo. 

Paola Martini. Gli anni forti. Piero Manni, 2017. 14,00 euro

Il racconto scorre in maniera lineare, con leggerezza, spontaneità e semplicità, con passi molto intensi e dal ritmo quasi poetico.

04 settembre 2018

‘Gli anni forti’ di Paola Martini




di Giuseppe Perez

Ci sono periodi storici talmente cruciali che sembrano caratterizzati da una cesura netta che li rende fortemente distinti rispetto a ciò che viene prima e a quello che segue.
Questo romanzo ha il suo centro proprio in uno di questi periodi: le vicende personali che vengono narrate sono inserite nel vortice del decennio tra il ‘68 e il ‘78, anni frenetici e ricchi di fermenti nuovi, entusiasmo e partecipazione, concludendosi con la deriva degli anni di piombo, prima dell’avvento dell’arida stagione del cosiddetto riflusso. Ma quella è un’altra storia.
 

La protagonista, nata in una famiglia della media borghesia agiata, giunta all’età cruciale dell’adolescenza si ritrova coinvolta nel periodo della contestazione giovanile, di cui fa sue le istanze di cambiamento e modernizzazione della società, della lotta per dare maggiori opportunità alle classi sociali più svantaggiate, del rifiuto della gretta e limitata visione dei rapporti sociali, specialmente nella provincia.
Si trova così a dover conciliare il meglio della sua cultura di provenienza, impartita dalla famiglia e gli ideali della contestazione giovanile, col suo anelito per la libertà dagli schemi imposti fino a quel momento e lo spirito egualitario, la messa in discussione delle basi della società, oltre al tentativo di realizzare un autentico cambiamento nel potere politico, fino ad allora blindato dalle logiche della geopolitica dei blocchi Est-Ovest contrapposti.
 

Nel corso del romanzo si alternano, dunque, descrizioni di episodi e momenti di vita più personali a quelli collettivi, comuni a molta della gioventù impegnata degli anni’60/’70, trattati con uno stile attento ai dettagli e alla accurata descrizione di persone e luoghi tale da farne quasi la sceneggiatura di un ipotetico film, un affresco su quegli anni cruciali, il tutto con una vena di sottile ironia e qualche toscanismo che non fa che rendere più viva e vera la narrazione.
 

Un dettaglio che si può scorgere tra le righe, anche se mai esplicitamente citato durante la narrazione, è che c’è sempre la ricerca di un 'noi' nella descrizione delle vicende che si susseguono nel tempo. Che si tratti della famiglia, negli anni dell’infanzia, degli amici dell’adolescenza, dei gruppi di varia estrazione religiosa o politica della prima giovinezza o della persona con cui formare una famiglia, c’è sempre la ricerca dell’appartenenza, dell’essere elemento attivo in una comunità, piccola o grande che sia. Un 'noi' in cui l’individuo non si annulli ma di cui faccia parte per realizzarsi. 
Questo, si intuisce, è la maggiore eredità di quegli anni, in seguito cancellata dall’imposizione dell’individualismo, dell’egoismo che la società consumistica ha interesse a coltivare.
 

“Parlavamo tra noi con l’intensità e la passione di chi condivide un progetto importante. Ci sembrava che il mondo fosse in attesa proprio del nostro impegno, che contasse sulla nostra energia, sul nostro coraggio, per liberarsi dalle catene del passato.”
Questo potrebbe essere il messaggio che questo romanzo lascia al lettore che non ha vissuto quegli anni: partecipare, mettere tutto in discussione insieme agli altri, non lasciarsi rinchiudere da soli in un recinto ma coltivare insieme lo spirito critico: come direbbe Giorgio Gaber, “Libertà è partecipazione.”


Paola Martini. Gli anni forti. Manni 2017.

03 settembre 2018

“Volti metropolitani” foto di William Klein



di Gianni Quilici

Guardo la foto e mi colpisce. Però  soltanto con uno sguardo attento  mi conquista e si scolpisce.
Perché se si dà un’occhiata veloce la forza e la varietà dei volti  può essere “distratta” da uno squilibrio compositivo: il profilo in primissimo piano della ragazza che invade quasi metà dell’inquadratura. E l’occhiata sarebbe  comunque corretta se la foto non avesse quella complessità di segni difficili da cogliersi senza un’osservazione più meditata.

Mi colpiscono, infatti, in questa foto di William Klein, due elementi che, per comodità espositiva, separo, ma che inevitabilmente si fondono.

Primo elemento: l’intensità di alcuni volti e l’anonimato di altri, tutti ( o quasi)  tagliati e scolpiti nella loro inconsapevolezza, persi nei loro pensieri fatui o concentrati che siano. Su questi spicca con singolare evidenza il profilo della ragazza, per l’energia espressiva e l’incisione dello scatto.

Secondo: la profondità ritmico-musicale della composizione, nella quale i visi si scandiscono dai primissimi piani fino al campo medio nello sfondo più impersonale dell’obiettivo fotografico armeggiato da una mano.

E’ una delle numerose foto in cui William Klein, dentro una folla o un gruppo, rappresenta felicemente l’anima della metropoli, attraverso immagini ravvicinate degli attori che la vivono. Foto più o meno “rubate”,  corpo a corpo coi corpi, ripresi con grandangoli potenti, adatti a ritrarre molteplici varietà di stati d’animo e di espressioni in poco spazio, moltiplicando il rapporto tra di essi e gli sfondi.  Da qui la necessità di superare l’inquadratura perfetta in tutti i suoi molteplici canoni, in favore dell’attimo nel suo movimento, casualità, possibile deformazione, caos.   

14 agosto 2018

"Il legionario" di Hleb Papou



di Silvia Chessa
 
Un corto pieno di corto circuiti e di occasioni per riflettere. Che sonda le problematiche sociali della seconda generazione di italiani, però viste dalla seconda generazione, da dentro, finalmente, e non dall’esterno, che mette in campo un conflitto, ma con schemi e finale aperti, senza cedere a conformismi, senza dare soluzioni precostituite o voci codificate.

Il regista, Hleb Papou, e l’attore protagonista Germano Gentile, il primo bielorusso ma cresciuto sin da piccolo e residente a Lecco, il secondo brasiliano ma venuto a venti giorni in Italia, sono italianissimi, come cultura, look, istruzione e nella loro lingua non vi è quasi alcuna traccia delle rispettive origini.
Eppure le radici ci sono, esistono, ed altrettanto i problemi, i muri, le diffidenze e le differenze..
Pensiamo solo a quando si va in municipio a rinnovare un documento o si dettano il proprio nome e cognome ad un a call center ..
Le facciamo noi, le vivono loro… ma noi, loro chi?
Chi sono gli stranieri, gli occupanti..chi occupa cosa?E da quando?
Cosa vuol dire famiglia?
Dopo molte ed oneste indagini sul campo, fra caserme e case occupate, questo giovane e promettente talento sfornato dal Centro Sperimentale di Cinematografia ci tira fuori, insieme ad una bravissima squadra anch’essa talentuosa e promettente, una piccola perla dove le domande sono di una attualità sconcertante e le risposte, non chiuse, lo sono altrettanto…

Innanzitutto partirei dal titolo: Il legionario. Ovviamente, storicamente, ci richiama la figura, nella Legione Romana Antica, di colui che, poteva essere slavo, gallo, nordafricano, era dunque arruolato per una causa non sua, un professionista della guerra, diremmo oggi.
Ma magari possiamo immaginare che fosse anche più efficace e forte di un soldato che partiva in difesa della propria patria, della propria famiglia.
Potremmo, altresì, pensare all’Europa odierna, al melting pot che viviamo nelle nostre realtà, di europei, quotidiane, e a quella scissione fra radici e ideali, in una guerra che, anche se non dichiarata, si traduce in una serie di conflitti e tensioni continui..schieramenti ed opposte fazioni, micro e infiniti interessi che ci coinvolgono e ci interpellano domandandoci di prendere posizione.
La scelta.
Quella che dovrà fare Daniel, poliziotto con l’ordine di sgomberare la palazzina occupata anche dalla sua famiglia, scegliendo fra cuore e ragione, fra famiglia di origine e famiglia aziendale, fra sentimento e dovere.

La novità e l'originalità del film non è tanto nel portare sulle scene un problema sociale (che può essere quello delle case occupate, dell’immigrazione, del diritto alla casa in relazione alla legalità) ma è la complessità della situazione, costituita di sfumature varie e dal fatto che il conflitto si genera già all'interno della stessa famiglia.
La presentazione strutturata del problema non sfocia in soluzioni schematiche o facili e infatti l’esito della vicenda lambisce come un rivo vari approdi, e l’assalto del celerino è quasi abbraccio fra il militare e il fratello, perché Daniel e Jamal, nelle loro inconciliabili divergenze ed interessi, sono rappresentativi non solo dei loro opposti schieramenti, ma anche e soprattutto di se stessi.
Esiste un problema identitario ed individuale all’interno di ogni singolo, a sua volta protetto e schiacciato dentro ogni fazione, gruppo, o famiglia.

Questo ci dice il cortometraggio. Che merita di essere visto, discusso, interrogato, sgomberandoci da tutte quelle stereotipate idee, preconcette e abusive, che ci impediscono di fare spazio a nuove realtà.
 Indimenticabili le sequenze fotografiche del muso contro muso fra Daniel e Jamal, con i loro lineamenti e sentimenti diversi (e scissi al loro interno), ma simili per fierezza e tensione, e la sfida stigmatizzata nei volti; nonché il viso virgineo, attonito, che passa dal felice al deluso, della giovane Miranda Angeli, (Caterina, nel corto) che si fa testimone della difficoltà della scelta, appunto, di Daniel, e del tradimento possibile dietro ogni presa di posizione, e che sottolinea benissimo, rimarcandolo con la sua innocenza e con l’audacia di due occhi sgranati (a me hanno ricordato il dipinto “La Verità esce dal pozzo” di Édouard Debat-Ponsan), l’importanza e l’eco della responsabilità, di ciascuno di noi, quando, posti ad un bivio, decidiamo dove andare e a chi voltare le spalle.


Il legionario
Regia: Hleb Papou
Sceneggiatura: Giuseppe Brigante, Emanuele Mochi, Hleb Papou
Fotografia: Félix Burnier
Editing: Fabrizio Paterniti Martello
Musica: Boris R. D’Agostino, Letizia Lamartire
Suoni: Giandomenico Petillo, Valerio Tedone
Cast: Germano Gentile, Federico Lima Roque, Francesco Acquaroli, Miranda Angeli, Hope Chiaka Ayozie
Produzione: CSC Production – Elisabetta Bruscolini
Formato: Colori
Durata: 13 minuti

08 agosto 2018

“La corsa de l'ora" di Antonio Bellia.


                                  
di Mimmo Mastrangelo

Almeno dal titolo della prima pagina doveva  essere solo un "Arrivederci". Invece quell' 8 maggio del 1992  "L'ora" di Palermo uscì per l'ultima volta in edicola, archiviando  quasi un secolo di vita.  In Sicilia  si accorsero delle rotative ferme del battagliero quotidiano del pomeriggio solo due settimane dopo, quando la mafia fece saltare in aria il giudice Falcone e la sua scorta. Tutti i cronisti, specie i più giovani che hanno deciso di intraprendere un mestiere difficile e sempre più screditato, dovrebbero conoscere la storia di quel giornale regionale che riuscì a conquistarsi un prestigio nazionale perché nella sua redazione si praticava  un giornalismo indipendente,  insofferente alle interferenze dei  poteri  e  sufficientemente insensibile  ai richiami dell'opportunismo. Non a caso le inchieste contro la mafia e i poteri collusi costarono un duro prezzo e tanto dolore. Nell'ottobre del 1958 ci fu un attentato contro la redazione, poi arrivarono le morti di tre cronisti: nel 1960 venne ammazzato il corrispondente  Cosimo Cristina, dieci anni dopo, mentre indagava anche sul caso Mattei, scomparve nel nulla Mauro De Mauro e nel 1972  il giovanissimo Giovanni Spampinato fu ucciso per mano del figlio del presidente del tribunale di Ragusa.

Per la testata che faceva  capo alla sinistra istituzionale, gli anni più fulgidi furono indiscutibilmente quelli sotto la direzione di Vittorio Nisticò che il regista catanese Antonio Bellia ha voluto "evocare" nel documentario "La corsa de L'ora"(2017).

Premiato dal sindacato nazionale dei critici cinematografici  col Nastro d'argento 2018, il lavoro di Bellia è particolare in quanto impiantato su tre registri: le immagini  di repertorio in bianco e nero, le testimonianze di ex-cronisti del giornale (Antonio Calabrò, Letizia Battaglia,  Marcello Sorgi, Piero Violante, Francesco La Licata...) e l' immenso Pippo Del Bono che in un teatro richiama vicende e ricordi mettendosi nei panni di  Nisticò, il quale da condirettore di  "Paese Sera" fu mandato sul finire del 1954 a Palermo. 
Alla guida de "L'ora" Nisticò vi rimase per  un ventennio,  con lui  quel foglio - dal formato lenzuolo (ma somigliante ad un tabloid  inglese per il  ricco  racconto in immagini) e dove vi lavoravano a gomito a gomito tre generazioni di cronisti -  divenne "l'unica testata democratica presente nel sud dell'Italia". E, seppur piccolo e perennemente attanagliato dai bilanci,  si  impose con le sue inchieste come se fosse un  "settimanale quotidiano", segnando  così una  vera e propria rivoluzione nell'informazione del Paese. 
Dai ricordi di Del Bono-Nisticò, inoltre,  "L'ora" fu  giornale di cultura, le collaborazioni di  intellettuali come Leonardo Sciascia, Danilo Dolci ed altri nomi illustri  determinarono una ulteriore svolta, per cui si andò costruendo popolarità e reputazione  anche su un certo modo di commentare politicamente e socialmente le arti. 

 

Prodotto da Marvin Film e Demetra Produzioni, il  docu-film di Bellia si presenta solo apparentemente  frammentario, ma i suoi diversi registri si incastrano compiutamente come in un puzzle, riuscendo così a regalare   allo spettatore tutta la bellezza, il racconto, lo spirito libertario, il coraggio che si respirò nella redazione di quella  testata palermitana che stata alta scuola di  giornalismo. "L'ora" - secondo il giudizio di uno dei suoi cronisti  -  fu la comunicazione della notizia, ma pure dell'emozione.  

LA CORSA DE L'ORA
Regia: Antonio Bellia
Anno di produzione: 2017
Durata: 64'
Paese: Italia

04 agosto 2018

"Io sono Tempesta" di Daniele Luchetti


di Silvia Chessa

Una storia tragicomica nella quale, parafrasando Flaiano, la situazione è grave ma non è seria, e che ha in sé la giusta dose di leggerezza e di sofferenza, e si fa specchio di una difficile contemporaneità sociale pervasa dal grottesco ed affetta in modo patologico dalla povertà, intesa non solo come materiale ma anche come solitudine. 

E le solitudini nascono spesso da una carenza iniziale: il padre che ha sempre dato del "coglione" al figlio Numa Tempesta (interpretato dal bravo Marco Giallini) lo ha ammalato di depressione e solitudine.  Mentre Numa, ricostruitosi un minimo di codazzo amicale ed umano intorno a sé (sebbene anch’esso a pagamento). raccomanda al suo amico Bruno (nel film, l’eclettico Elio Germano) – ex povero (arricchito grazie a lui) -  di dire sempre al figlio parole d'amore e di incoraggiamento. Mai dirgli che è un "coglione". 

Una lezione di vita e accudimento. Fra le tante risate, amenità, riferimenti e allacci a personaggi, imprenditori e poi politici, che ben abbiamo conosciuto negli ultimi anni, in Italia (paese qui dipinto come libero e cinico mercato dove tutti sono comprabili, professori, medici, senatori e leggi, le cattive come quelle buone), presenti del film, ed un finale non troppo lieto dove, comunque, la logica del denaro finisce per avere la supremazia..sebbene, forse, per una volta, nel suo uso migliore, ripianando un divario finanziario e sociale che sembrava incolmabile…ma lasciandoci interdetti sulla possibilità di distinguere un principio di innocenza che non sia contaminato, almeno in parte, da avidità ed interesse personale.

Forse si salva solo il personaggio, strampalato, cattolicissimo, ma in fondo appassionato e sincero nelle sue battaglie sociali, di Eleonora Danco, teatrale, enfatica, favolosa nel ruolo di Angela, Direttrice del Centro Poveri dove Numa è obbligato, per un anno,  ai servizi sociali per scontare la sua condanna per reati finanziari. Ma la vera sfida, per Numa, è riscoprire in se stesso un senso di empatia.
 Sfida impossibile, come capta al volo e a suo favore Bruno (“opportunità di nascita diversa, ma stessa pasta”, come lo stesso personaggio dice di se stesso parlando con Numa e a lui comparandosi).
E’ Angela, col suo candore epico e viscerale, lo spirito sessantottino intriso con cattolicesimo quasi oltranzista, a rappresentare l’unico opposizione e controparte possibile alla aridità iperattivo-malinconica di Numa e del suo eterno oscillare fra vittimismo e fanfaronate da uomo dal potere illimitato e dai vizi incontenibili. A parte Angela, però, la sola luce di speranza è affidata al senso di squadra che Bruno rispetta e suscita in modo spontaneo e furfantesco, sebbene poi la squadra sia più un banda che una squadra corretta e sportiva.
Un po’ come dopo un film di Ken Loach, si esce senza certezze, ma forse è proprio questo il bello.

IO SONO TEMPESTA
DISTRIBUZIONE: 01 Distribution

06 giugno 2018

“Principessa sull’handicap” di Cosima Di Tommaso


di Gianni Quilici
                             E’ un romanzo, non un libro di racconti. Un romanzo che riferisce schegge di vita ad un amico, Thomas, curioso e empatico durante una vacanza in un albergo.
Ed è romanzo, perché l’insieme di queste schegge ha una continuità, delineano un’esistenza. Un’esistenza difficile, dura, a volte, sconfortante.

E’ l’esistenza di Bianca, alter ego della scrittrice Cosima Di Tommaso, che rappresenta il rapporto di una “principessa sull’handicap” con la materialità del mondo circostante: non solo con le persone, ma anche e forse soprattutto  con gli oggetti.  Gli oggetti primari, i più (apparentemente) banali: il gabinetto, il letto, gli scalini, gli interruttori e così via.

E Cosima Di Tommaso lo fa, questo è il punto, da scrittrice vera.
Creando una distanza, guardando, cioè, i fatti (quasi) al di fuori, con un umorismo al tempo stesso divertito, pungente e amaro.
Con una scrittura raffinata, precisa nei dettagli, fluida e visiva nella narrazione.
Ne viene fuori  un romanzo quasi picaresco, del tipo “le avventure tragicomiche di Bianca”, in cui la protagonista emerge come personalità complessa ironica fino  alla risata, ma anche determinata e tenace fino all’invettiva.

Proprio per questo  è un romanzo utile (anche) pedagogicamente, in quanto ti fa entrare dentro l’esistenza di una donna che da un lato – per ragioni oggettive- non ha l’autonomia del proprio corpo; dall’altro trasmette una ricchezza di umanità, di cultura, di qualità comunicativa che richiama non pietà, ne’ tantomeno la commiserazione, ma attenzione,  confronto,  riconoscimento.


Cosima Di Tommaso. Principessa sull'handicap. Edizioni Lilit Books. 2018.

05 giugno 2018

"Una questione privata" di Beppe Fenoglio


nota di Silvia Chessa

Una pagina che ho molto amato. Di una musicalità e di un ritmo serrato e preciso al millimetro. Al contempo tesa densa..asciutta. Storicamente e privatamente profonda. E di opposizione ai dettami che, a quel tempo, quasi imponevano di non scivolare nel privato.
Come se impoverisse, mentre invece avvalorava. Anche Gaber scrisse canzoni dove, ironicamente, chiedeva perdono se parlava dei fatti suoi, propri e personali. Ma tutto lo è, ogni battaglia lo deve essere, personale, oppure è falso e ipocrita opportunismo, o becera rabbia senza direzione. Soprattutto la politica. E Beppe Fenoglio lo sapeva. Di politica, di impegno civile, e sociale, si vive, combattendo e partecipando, o si muore, sempre combattendo e schierandosi, ma anche di indifferenza, non illudiamoci..poco per volta, giorno dopo giorno. In una mesta ignavia della mente e del corpo. Per le questioni pubbliche come per quelle private. In corsa per i seggi, per una poltrona, per una carriera.. Per sfuggire a un dolore, per inseguire un amore.
Corriamo da sempre...
A un metro dal traguardo, Milton è caduto.
Ma quel metro era prima, o dopo averlo afferrato?
E qui, mi dico, è questione di ottimismo.. la risposta è Sì o No a giorni ed ore alterne.
Ma serve sapere i retroscena, a spettacolo in atto ?
A me basta aver metabolizzato il ritmo.
La musicalità e la bellezza di una prosa geniale.
Mi godo la scena. Applaudo.
(Un giorno, forse, imparerò a scrivere anch'io).



Correva, sempre più veloce, più sciolto, col cuore che bussava, ma dall’esterno verso l’interno, come se smaniasse di riconquistare la sua sede. Correva come non aveva mai corso, come nessuno aveva mai corso, e le creste delle colline dirimpetto, annerite e sbavate dal diluvio, balenavano come vivo acciaio ai suoi occhi sgranati e semiciechi.
Correva, e gli spari e gli urli scemavano, annegavano in un immenso, invalicabile stagno fra lui e i nemici.
Correva ancora, ma senza contatto con la terra, corpo, movimenti, respiro, fatica vanificati. Poi, mentre ancora correva, in posti nuovi o irriconoscibili dalla sua vista svanita, la mente riprese a funzionargli. Ma i pensieri venivano dal di fuori, lo colpivano in fronte come ciottoli scagliati da una fionda. “Sono vivo. Fulvia. Sono solo. Fulvia, a momenti mi ammazzi!”
Non finiva di correre. La terra saliva sensibilmente, ma a lui sembrava di correre in piano, un piano asciutto, elastico, invitante.
Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò diritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò.

Beppe Fenoglio, Una questione privata. Einaudi.

04 giugno 2018

"Laura Morante, in punta di piedi" di Stefano Iachetti


di Gordiano Lupi (www.infol.it/lupi )

Stefano Iachetti è autore che conosco bene per aver apprezzato un suo pregevole testo su Asia Argento e soprattutto in libro di interviste alle protagoniste del cinema thriller italiano degli anni Settanta (La paura cammina con i tacchi alti, Il Foglio). 
Non delude neppure in questa agile ricostruzione della carriera cinematografica di Laura Morante, attrice in punta di piedi perché i suoi primi passi - è proprio il caso di dirlo! - li ha mossi come ballerina. Il libro analizza la vita artistica di un’attrice raffinata, a me cara sia per aver avuto i natali a Bagnore di Santa Fiora (luogo proustiano della mia infanzia), sia per averla apprezzata per la prima volta - in tutta la sua selvaggia bellezza - in Bianca di Nanni Moretti. 

Iachetti parla dei primi anni sulle tavole del palcoscenico teatrale con Carmelo Bene, delle frequentazioni cinematografiche con Giuseppe Bertolucci (Oggetti smarriti, La tragedia di un uomo ridicolo) e Nanni Moretti (Sogni d’oro, Bianca, La stanza del figlio...) - che la trasforma in attrice simbolo - ma anche dei film con Pupi Avati (Il nascondiglio, Il figlio più piccolo...), Carlo Virzì, Gabriele Salvatores... Non mancano note critiche e ricordi sulle due prove da regista di Ciliegine e Assolo, film risolti e convincenti, che hanno avuto poco pubblico ma molta critica entusiasta. 

Laura è attrice che piace a Nanni Moretti perché non ruba i primi piani e sa gestire il suo ruolo senza essere invadente, mentre Pupi Avati le contesta un eccesso di partecipazione alla scrittura, che non ritiene compito di un attore. 

Attrice sui generis, vocazione da scrittrice per il momento repressa, ma allevata come nipote prediletta di Elsa Morante (La storia, Il mondo salvato dai ragazzini...), quindi dobbiamo attenderci opere da autrice, come già fa notare la sua ambizione a diventare regista. Laura Morante ama affrontare nuove sfide, perché ogni volta che ricomincia da capo le sembra di ritornare adolescente e di dedicarsi a un mondo nuovo e inesplorato, lo dimostra la sua carriera: danza, teatro, cinema, regia, senza soluzione di continuità. 

Il libro di Iachetti è corredato di molte foto a colori e in bianco e nero tratte dai film di Laura Morante e dal suo album privato, stampato benissimo su carta fotografica, di grande ed elegante formato, come i classici libri di cinema curati dal Centro Sperimentale. 

Molte interviste, tra le quali spicca per la sua assenza (inspiegabile) Nanni Moretti, il regista che ha lanciato Laura, forse - come fa notare Iachetti con spirito citazionista - avrà pensato che non partecipando si sarebbe notato di più. Ma ci sono Pupi Avati, Carlo Verdone, Michele Pacido, Gianni Amelio e molti altri che hanno guidato Laura Morante, così come la protagonista commenta la sua carriera con arguzia e intelligenza, ricordando la famiglia e gli anni giovanili. 
Un libro imperdibile per i fan della Morante e per gli amanti del cinema italiano. Costa solo 22 euro (edizione di pregio) e li vale tutti.

 Stefano Iachetti.Laura Morante, in punta di piedi. 
Edizioni Sabinae - CSC Cineteca Nazionale

Pag. 170 - Euro 22. Grande formato - Illustrato - carta patinata

25 maggio 2018

"Il Tempo" di Gianni Quilici


Noi siamo nel Tempo.
Il tempo invisibile
che ci consuma.
Il Tempo
più forte di noi.
Enormemente
diabolicamente.

Noi possiamo soltanto
sfidarlo
nel tempo che esso infine
ci concede.

La sfida siamo Noi
nella nostra possibile grandezza
nella nostra ineluttabile fragilità.

La grandezza di creare crearci
di scolpirci nel tempo.
Per noi innanzitutto
per altri forse.

La fragilità invece
di sparire
nel Nulla.

Un pensiero in forma di versi o viceversa.  Perché i pensieri sono faticosi e a volte astrusi. Troppo strutturati, troppo articolati. Il verso cerca, invece, essenzialità,  fluidità.   

05 maggio 2018

“Il vaccino antipolio” foto di Shah Marai


nota di Gianni Quilici

Sapere che Shah Marai,
il fotografo di questa  straordinaria foto,
 è morto ucciso straziato  per un attentato a Kabul,
da chi si è ucciso,  sbriciolato
 per  cieca,  atroce, alienata follia,
insieme al altri (innocenti),           
fa piangere dalla rabbia dolore.

Perché in questa foto c’è futuro e bellezza,
quella bellezza che sottende dolore,
che diventa arte.
La bellezza di un profilo armonioso di bimba afghana,
bocca aperta, occhi socchiusi,
raccolta totalmente in attesa,
una mano gentile che  la sorregge,
la goccia nell’aria sospesa,
d’una evidenza cristallina.
Una foto essenziale,
niente vi è di superfluo,
e di una semplicità immediata,
che richiama la storia di un popolo
da tempo in balia della guerra,
una guerra che non risparmia nessuno,
anche coloro che sono indifesi e innocenti.
E questa foto dove non c’è violenza,
ma cura, prevenzione,
ne è uno dei possibili grandi simboli.

Shah Marai (41 anni) aveva cominciato a lavorare per la agenzi France Presse come autista, oltre vent'anni fa, nel 1996, l'anno in cui i talibani presero il potere e poi cominciò a fotografare lui stesso le vite (e le morti) del suo paese.
Testimoniò per l'agenzia anche l'invasione Usa nel 2001. Nel 2002 è diventato reporter a tempo pieno fino a diventare il responsabile della sede Afp a Kabul.
 Lascia una moglie e sei figli, tra cui una bimba appena nata.

 

02 maggio 2018

“Viaggio a Canino” di Gianni Quilici


                                                          foto Gianni Quilici
domenica 29 aprile 2018
                                       partenza col rischio di file. Infatti appena infilata l’autostrada a Lucca l’avviso fiammeggiante recita: rallentamenti - Pisa Nord 18’, quando bastano 5 o 6 minuti circa. “Se questo è l’inizio!” penso. Non sarà così. Nessuna fila, nessun rallentamento. Traffico solo a tratti intenso, e “cielo grigio nell’orizzonte di una Italia senza futuro” scrivo, mentre sfoglio distrattamente Il manifesto

13. 10.
Pinetina con parcheggio in una spiaggia lungo la strada della Giannella, che conduce a Porto Stefano. Poca gente, cielo aperto, luce calda. Decido di tuffarmi. Sarà il primo bagno  2018. Disteso, poi, sulla sabbia scrivo:
Entro falsamente spavaldo
nell’orizzonte azzurrino
dell’acqua che si insinua
fredda su per il corpo
ma combatto
con il piacere di essere
oltre la contingenza
e quando mi tuffo e sbraccio
sono  in un altro senso
e mi piaccio

                                                          foto di Gianni Quilici

16. 30
L’agriturismo dell’Oliveto dei Prischi è un’oasi di pace. Arrivi ed è tutto aperto, senza cancelli, si sale si scende si sale, mentre due cani, una bianca, piccola, pancia a terra, l’altro marrone chiaro, di taglia media,  ti corrono incontro abbaiando, e Michela, che tutto questo ha creato da sola, ti abbraccia; e poi ci raccontiamo ciò che è e  come sarebbe possibile fosse. Dalla terrazza solo olivi in distesa e verde, neppure un’abitazione all’orizzonte, due cani e cinque gatti in sonnacchiosa armonia.

18.30
Vulci. “Dio mio che bellezza” scribacchio al presente “questo ponte a schiena di asino fiancheggiato da due alti parapetti con lo sguardo a picco sul fiume Fiora che gorgoglia tra alte rocce, col selciato di pietra grigia illuminato dalla luce serale, mentre se alzi lo sguardo ecco il castello con la torre più grande semiellittica … ” Verrebbe voglia di accovacciarsi per terra per prendere interamente l’immaginario che l’insieme evoca. Lontano un battito di tamburo monotono e continuo come una preghiera laica.

20.00
Su una collinetta il ristorante con i bagliori del sole al tramonto, quattro amici che parlano di film e della Juventus, pizze bianche in tante possibili combinazioni e all’uscita la luna piena  tra i cipressi.

                                             foto di Gianni Quilici
21. 50
Che dolore attraversare la via centrale di Canino! Non è rimasto quasi nulla di ciò che era vivo, in fermento. Solo un macellaio e un ristorante e  cartelli “Affittasi”  in ogni dove. Sbuca da un terrazzo un gattino che ci guarda.

Lunedì 30 aprile
                                                              foto di Gianni Quilici

11.20
Capodimonte. Disteso sul lago (di Bolsena) leggendo un testo teatrale, che mi intriga, che Jean-Paul Sartre, il grande filosofo-scrittore non avrebbe voluto pubblicare, scrivo tra una distrazione e l’altra:
Sul lago col fresco di luce
d’un celeste turchino
che  appena ondeggiando sciaborda
con nuvole bianche e scure e grigie
coi pensieri che vagano  senza fermarsi
decido che è ora
e mi alzo

                             foto di Gianni Quilici
13.15
San Lorenzo Nuovo. Sulla vasta piazza ottagonale con la parrocchiale, bar e negozi, con la linea di fuga della strada nel lago, incontro Vittorio.
“Lei è un paparazzo” “No un fotografo ambulante”, rispondo, mentre “per chi mi ha preso”, penso. “Allora mi faccia una foto. Io sono Vittorio. Sono  grande scrittore, grande giornalista, grande esperto di calcio. E’ un onore per lei fotografarmi. Io sono il migliore d’Italia. Mi fotografi pure là davanti alla Chiesa”

                                                               foto di Gianni Quilici

13.30
E poi via, via, con brevi soste a Acquapendente e a San Quirico d’Orcia e  lungo il magnifico paesaggio della Cassia senese, che tanto sa di medioevo e sul quale ci sono strade e sentieri in cui il desiderio di inoltrarsi e perdersi è forte.