24 agosto 2019

"I sogni del vecchio marinaio" di Beppe Calabretta


di  Luciano Mirarchi

Sembra certo che la Saggezza abbia come mamma l’Esperienza. Un po’ incerta invece è l’identità del padre, anche perché le migliori virtù portano quasi sempre un nome da donna (sarà un caso…?).

Ma parcheggiamo pure la biologia in divieto di sosta e, finché non verrà un vigile a svegliarci, lavoriamo un po’ d’immaginazione. Pensiamo, perché ci piace pensarlo, che Saggezza sia nata da uno dei tanti amplessi consumati da Esperienza e Conoscenza (due donne) in una lunghissima notte d’amore. Ora che ci siamo, immaginiamo pure che Saggezza sia nata già di età avanzata (45 forse 50, o giù di lì). Forse abbiamo esagerato con l’immaginazione ma sembra questo il nesso che tiene insieme la prima parte di questa raccolta di racconti.

L’armonia che accompagna le parole e i gesti delle persone anziane è un patrimonio inestimabile per chi gli sta (o dovrebbe stargli) vicino.

I genitori di Francesca sono “splendide persone” e “amorevoli genitori”. Al di fuori di loro non riesce a trovare molto altro se non il calore del sole che la sveglia al mattino. Gli uomini? Che delusione…

Luciana invece ha una mamma non autosufficiente, bisognosa di cure e attenzioni che lei, alle prese con le difficoltà del suo tempo, non riesce ad assicurarle. Ma alla fine comprende che la mamma ha bisogno di avere accanto una figlia non un’infermiera.

Anche la mamma di Alfredo vorrebbe che suo figlio fosse più presente e meno frettoloso nelle sue sporadiche visite, ma la metafora della ricetta, per quanto eloquente, non riesce a scalfirlo: il giovane avvocato in carriera resterà il tipo da pentola a pressione, uno da “cinque minuti e via!”.

Il topolino nella tana no. Fosse per lui rimarrebbe sempre accanto alla sua mamma. Ma la mamma la perderà a brevissimo, per legge di natura. Non prima però di avere appreso da lei gli insegnamenti indispensabili per la sua sopravvivenza.
Sono anziani anche Marco e Chiara che, dopo 40 anni di vita in comune, temono di perdersi come se fosse il loro secondo giorno d’amore.

E anche Dongo, con la sua voce soave e la faccia da cane, non dovrebbe essere giovanissimo. Viene “dal mondo” e va “in giro per il mondo”, un po’ come il quarto cane di De Gregori, che “non sa dove andare, ma comunque ci va”. È brutto come il bandito di “Una storia americana”, che si chiamava proprio così: Faccia di Cane! Dongo non vive bene il suo aspetto fisico ma… nemmeno più di tanto. In fondo ai suoi occhi, sempre nascosti dagli occhiali, chi li ha visti ha saputo notare “serenità” e “pace con il mondo”.

La storia di Alberta è un dramma vero. Il dramma di una donna che ha il coraggio di dire un NO senza girarci troppo attorno. Dice NO all’amore, quando questo conduce alla morte; dice NO al Cielo, quando il cielo ha le sembianze di un prete. Troverà conforto solo nell’abbracciare una sua “vecchia amica”: la Morte.

La morte dovrebbe essere il pensiero fisso anche per il vecchio marinaio, che ha già superato i 90. Pure lui starebbe bene sulla collina di Lee Master con i suoi calli e le sue rughe che racchiudono i suoi ricordi, belli o brutti che siano. Non ha rimpianti, se non la frustrazione di non poter accarezzare la pelle della giovane donna apparsa in sogno. Ma anche il sogno, semplicemente sognare, che grande privilegio…

È un privilegio anche per noi, che non leggiamo la rivista “Meno Tre”, scoprire questi 8 racconti di Beppe Calabretta, opportunamente raccolti in un libro che ne contiene altri già letti.
Fiumi d’inchiostro si sono riversati negli anni sul mondo giovanile e sulle sue pulsioni. Scrivere dei vecchi, delle loro necessità, delle loro passioni, dei loro drammi, ma anche del loro equilibrio interiore, raramente ha portato benefici alle casse degli editori. Questo libro offre una panoramica molto interessante per chi ama scavare nel profondo e scoprire che l’esperienza e la conoscenza fanno la saggezza, ma quasi sempre il solo vissuto è bastevole alla costruzione di un’etica personale magari non codificata, spesso disordinata, ma non per questo meno efficace di un intero volume di precetti pronti all’uso.

I personaggi di questi racconti non sono eroi hollywoodiani, sono persone vere, è la gente della porta accanto, quella che incontri per strada, sul tram di una città distratta. Sono le storie personali che non si ha la possibilità di raccontare o quelle che non si sanno leggere negli occhi degli altri. Però esistono e concorrono a formare un variegato universo di valori ed emozioni per certi versi sorprendenti.

Beppe Calabretta ha rappresentato queste storie al meglio, complice la sua penna scarna, ipotattica, ben rodata in decine di lavori che abbracciano storie lunghe e brevi con escursioni sul giallo. La grande assente nella sua produzione è la poesia. Forse non fa per lui?

Prendiamoci un po’ di pausa e riponiamoci la domanda dopo aver letto la “Filastrocca per chi se ne va”, che apre la raccolta. Ognuno ha un buon motivo per andarsene: il lavoro, un amore, la guerra, l’assenza di libertà. È una struggente ballata da raccomandare a tutti, specie a chi non ha cuore, voglia, forza, umiltà di offrire un approdo alla speranza.

Beppe Calabretta
I sogni del vecchio marinaio
e altri racconti
Tra le righe libri 
pag. 94
14,00 euro


23 agosto 2019

"Passato al presente Giochi fai da te" di Antonio e Jacopo Tolomei

                         Giochi di una volta versus videogames: chi vincerà?

di Luciano Luciani

Tu dici videogames - quei giochi elettronici così vivaci, rumorosi e colorati ormai  diffusissimi  tra bambini e adolescenti - e pediatri, pedagogisti e psicologi scuotono la testa e storcono la bocca. Perché esistono dei rischi concreti nell'uso, e soprattutto nell'abuso, di questi nuovi media che, a quanto pare, diminuiscono le inibizioni, aumentano l'aggressività, incrementano i livelli di ansia con conseguenze gravi nella vita di tanti ragazzi: una  chiusura solipsistica all'interno di un mondo fittizio e una perdita di contatto con la vita vera; un acutizzarsi dei comportamenti violenti e ostili per non parlare delle difficoltà nel sonno e di uno stato diffuso di iritabilità e affaticamento. Sono i regali avvelenati della contemporaneità, così come l'abbiamo voluta e costruita per i nostri figli: abbiamo donato loro realtà che non esistono, virtuali, che nascondono e allontanano dalla loro esperienza quelle vere, reali, concrete... E forse è giunto il tempo di cominciare a elaborare antidoti capaci, se non di contrastare, almeno di affiancare positivamente l' "irrealismo" dei videogames e le conseguenze negative che tanti fatti di cronaca ci consegnano quasi quotidianamente in tutta la loro gravità: crisi isteriche e atti di violenza nei confronti degli adulti che tentano con fatica di interrompere la spirale di dipendenza indotta dall'uso di strumenti apparentemente ludici, ma in realtà stranianti e pervasivi.

È il problema che probabilmente si sono posti i lucchesi doc Antonio e Jacopo Tolomei, rispettivamente padre e figlio, in questa loro bella e utile pubblicazione, Passato al presente. Giochi fai da te, che mira a ritrovare alcuni dei giochi con cui una volta si divertivano - e non poco - i bambini. Quelli che i ragazzini di due generazioni fa - più o meno - costruivano con le proprie mani, impegnandosi tanto nella progettazione, quanto nella loro realizzazione, utilizzando materiali poveri, di uso quotidiano, "di riporto", recuperati una volta esaurita la loro funzione primaria: vecchi giornali, filo  di ferro, cassette per la frutta, scatole di cartone, chiodi, spaghi, elastici, manici di scopa... E poi colla, forbici, olio di gomito, pazienza e tanta, tanta fantasia. Prendevano vita così i trampoli e gli aquiloni, le trottole e i caleidoscopi, il carrettino e la pentolaccia: divertenti in sé e capaci di svolgere una funzione importante nel complessivo sviluppo della sfera cognitiva e della personalità del bambino.

La solita lode del buon tempo andato, potrebbe obiettare qualcuno... E se anche fosse? Non tutto quello che ci giunge dal passato è da respingere. Anzi. Il mondo di appena ieri è pieno di tante e tante buone pratiche che potrebbero essere  rispolverate con non poco vantaggio pubblico e privato. E questo piccolo libro che si rivolge non solo ai ragazzi di oggi, ma anche a quelli di qualche anno or sono, oggi genitori e nonni, insegna piacevolmente "come si fa": non solo a costruire semplici giocattoli, ma anche a restituire un'anima alle cose. E poi, come è noto, saper rivivere con attenzione e rispetto il passato è vivere due volte.

Antonio & Jacopo Tolomei, Passato al presente Giochi fai da te, pp. 32, s.i.p. Per richiedere copie: a.tolomei@yahoo.it

“Sotto l'ombrellone” di Pier Luigi Ghilarducci






di Laura Menesini

Il nuovo romanzo di Pier Luigi Ghilarducci ci porta sulla sua amata spiaggia di Torre del Lago in mezzo alle persone che anno dopo anno la vivono per periodi più o meno lunghi, tra bambini che crescono, amori che nascono e muoiono, ma soprattutto tra “amici” che aspettano l'estate per ritrovarsi, per raccontarsi quello che è successo durante l'anno trascorso separati e per conoscere quello che gli altri hanno vissuto in quei mesi di lontananza che devono essere colmati in un batter d'occhio. Sì, perché queste sono le vacanze e quindi sono questi i giorni che contano, gli altri sono routine. E di tutto questo i testimoni sono proprio gli ombrelloni, che ascoltano tutto quello che si dice alla loro ombra e, nei bui mesi invernali, rinchiusi in magazzini più o meno maleodoranti, si raccontano le novità che hanno ascoltato e gli aneddoti più simpatici. Noi riteniamo di essere gli unici a comunicare solo perché siamo ignoranti e ci crediamo il centro dell'universo, mentre tutto e tutti comunicano, dagli ombrelloni appunto ai gabbiani che urlano al cielo e ai propri simili il dolore per un ambiente che è cambiato e che li ha costretti a migrare dai mari alle discariche; al libeccio che soffia impetuoso alzando nuvole di sabbia e impedendo ai ragazzini di avvicinarsi al mare e rovinando gli incassi al gestore del “bagno”. Per l'autore che ama così profondamente la sua spiaggia e il suo mare, tutto e tutti sono dotati di vita e di sentimenti e il caleidoscopio di persone che descrive con rapide e colorite pennellate ci appare come le comparse di un film che ha per protagonista l'autore stesso e il suo immenso amore per i nipotini ( in particolare per il più grande, cui lo lega un'intesa profonda) nonché la sua gioia di poterli crescere “sotto l'ombrellone”.

Le “comparse” sono tante e tutte ben caratterizzate ma ovviamente qualcuna risalta sugli altri, in particolare l'Alvise che, fermo nella sua postazione, scruta tutto quello che accade intorno perché per lui fondamentale è farsi gli affari degli altri.

Per chi ama l'estate e la spiaggia è un libro da non perdere perché tutti ci ritroveranno i personaggi a loro vicini e nelle fredde giornate invernali potranno consolarsi pensando che presto il caldo e l'afa torneranno e tutti saranno ancora lì con un anno in più sulle spalle ma con tanta voglia di rincontrarsi e di abbracciarsi.
Il romanzo è scritto con uno stile classico, con una scelta di termini appropriati ma soprattutto con tanto amore.

Pier Luigi Ghilarducci  “Sotto l'ombrellone”. Giovane Holden Edizioni. Pag. 144.


09 agosto 2019

“Incontri stradali” di Stefania Cardone






Nella statale, quasi deserta, per arrivare a casa, è d'obbligo per me,  con i finestrini abbassati in auto, la musica. I brani sono scelti appositamente per guidare meglio, quelli, se sono in ritardo, dal ritmo più serrato.
Should I Stay or Should I go è il mio cavallo di battaglia. Per dire.
Tutto questo lontano dai centri abitati ovvio. 

Insomma, in tutta questa mia tamarraggine terapeutica e liberatoria, scendendo a valle "allegramente" (non vado piano n.d.r), e presa dalla mia personale interpretazione musicale ad alta voce, in una curva stretta vedo un camion un pochino grande. Non ci passiamo in due. Conoscendo la strada a memoria, mi fermo un po' prima e lascio a lui il diritto di precedenza, senza abbassare il volume di ATOMIC , BLONDIE, dai non può essere cosí alto, mi dico.
E' un attimo! Il veicolo ingombrante di MONDO CONVENIENZA mi incrocia ed il ragazzo alla guida provato dal caldo infernale, con la maglietta a chiazze, mi guarda dall'alto muovendo la testa a ritmo e cantando "Oooooh, your hair is beautiful, Oooooooh tonight... ATOMIC!!! taaa daaaa daaaaam, ATOMIC!!"

07 agosto 2019

"Svisceratissimi e sens'esempio" di Lino Dini

Quando arte e amore s'intrecciano

di Luciano Luciani
Si muove tra puntuale documentazione storico-artistica e fresca  invenzione narrativa questo Svisceratissimi sens'esempio, romanzo dell'architetto Lino Dini al suo esordio narrativo: il racconto di un singolare e tenacissimo sodalizio artistico e umano nell'Italia della seconda metà del XVII secolo. Un tempo per il nostro Paese di irreversibile decadenza - politica ed economica, di idee e di valori - lungo il quale due adolescenti lucchesi, Giovanni Coli, il maggiore, e Filippo Gherardi, di sette anni più giovane, realizzano sia un difficile e impegnativo apprendistato alla professione di decoratori e pittori, sia un complesso tirocinio alle complicatezze delle vita e del sentimento amoroso che li unisce. Per acquisire, in virtù della vocazione, tenacia e solidarietà che li lega, le abilità e le competenze necessarie ad affrontare l'ostico mercato dell'arte e delle committenze nelle due più importanti città del periodo, Roma e Venezia. Senza dimenticare mai la loro toscana piccola patria d'origine, a cui torneranno per terminare la le loro esistenze, dopo aver lasciato significative tracce di sé in importanti edifici civili e religiosi.
 

Ne fanno di strada Giovanni, campagnolo, e Filippo, cittadino, da quando - corre l'anno 1655 - hanno modo di incontrarsi nella bottega di Pietro Paolini, pittore lucchese postcaravaggesco. Quattro anni da garzoni, in cui i lavori più grossolani si alternano agli esercizi di grafica, allo studio delle tecniche atte alla rappresentazione, alle lezioni sui materiali necessari alla costituzione dei colori... 
Poi, un alito di fortuna, da raccogliere con coraggio: la possibilità di trasferirsi a Roma per mettersi alla prova con un grande dell'arte del tempo, il  celeberrimo pittore e architetto, Pietro Berrettini da Cortona, e conoscere e sperimentare le tecniche e le forme in uso nella Roma barocca. 
Tre anni d'altissima scuola, poi i Nostri spiccano il volo verso l'altra  capitale dell'arte e della cultura, Venezia, attratti dalla fama e dalle novità della ricerca artistica di pittori che si chiamano Tiziano, Tintoretto, Veronese e dove il costume diffuso è tale da prevedere anche l'amore tra due uomini. Nella città lagunare accanto ai riconoscimenti professionali e ai primi cospicui guadagni non mancano le invidie e le gelosie, talmente esasperate che Giovanni e Filippo sono fatti segno di un subdolo attentato. 
Rischiano  di morire e lo scampato pericolo consiglia i due amici a dirigersi di nuovo verso Roma, dove larga era la schiera degli estimatori e più numerose le possibilità di committenze importanti: per esempio, l'affresco della cupola di San Nicola da Tolentino; tre tele inserite nella volta della chiesa della Santa Croce dei Lucchesi, l'edificio religioso in cui erano soliti ritrovarsi quanti, originari del minuscolo Stato toscano, si trovassero a risiedere o a passare per la città dei papi; un importante affresco in palazzo Colonna per celebrare il centenario della vittoriosa battaglia navale  di Lepanto. 
Lucca, nel frattempo, non perde di vista questi suoi figli che si facevano onore per l'Italia, in contatto coi potenti e producendo per loro lavori artistici non caduchi, e li richiama con una proposta che Giovanni e Filippo non possono rifiutare: la decorazione del catino absidale della cattedrale di San Martino, incarico che, dopo qualche incertezza, viene loro affidato per la conveniente cifra di 1200 scudi d'argento. 
Tema: san Paolino e san Pietro raffigurati mentre offrono la Città delle Mura alla Trinità per intercessione della Vergine. Un lavoro impegnativo, delicato, di grande responsabilità in cui si consumeranno le residue energie di Giovanni, che morirà nel 1681 nel pieno della realizzazione dell'opera, lasciando il suo sodale per la prima volta solo a intraprendere “un altro cammino che avrebbe avuto due intenti: lasciare imperitura testimonianza del legame che li aveva uniti, e proseguire in autonomia nell'esercizio di un percorso artistico iniziato insieme” (p. 114). 

Riuscirà Filippo a mantenere tali propositi? È il tema delle ultime pagine del libro, le più intense, le più problematiche, le più belle: la narrazione di come  il senso di vuoto e il dolore, i silenzi e il tormento di un uomo privato dell'amore possano trasformarsi in una ancora più acuta sensibilità  artistica - volumi, forme, colori - e umana in un tenace, imperterrito, esercizio della memoria.
Lino Dini, Svisceratissimi e sens'esempio La storia d'arte e d'amore tra Giovanni Coli e Filippo Gherardi pittori lucchesi nell'Italia del Seicento, Faust Edizioni, Ferrara 2019, pp. 150, Euro 12,00
 

20 luglio 2019

"Aprire il fuoco" di Luciano Bianciardi

Luciano Bianciardi, l'intellettuale anarchico solo contro tutti
di Luciano Luciani


Usciva cinquant’anni fa per Rizzoli Aprire il fuoco, l’opera più  amara e delusa di Luciano Bianciardi (Grosseto, 1922 – Milano, 1971), scrittore che ama muoversi tra il racconto satirico del proprio tempo e scatti di anarchica ribellione contro gli assetti politici e sociali posti a salvaguardia di una società percepita come ingiusta e disumanizzante. L’io narrante, che per tutte le pagine rimane senza nome, mescola sapientemente due tempi storici; l’Italia clericale e democristiana del 1959 e l’atmosfera di Milano prima, durante e dopo le gloriose cinque giornate quarantottesche. Ne deriva uno straordinario e irresistibile pastiche in cui l’allora recente ascesa al soglio pontificio di Giovanni XXIII viene assimilata a quella di Pio IX alla vigilia del nostro Risorgimento; sulle barricate milanesi si alternano con funzioni di comando Cesare Correnti e il cantante Enzo Jannacci alla testa degli “insorti di Linate”, Carlo Cattaneo e Camilla Cederna, il conte Porro e Luigi Nono, mentre Paolo Grassi distribuisce al popolo le armi di scena del Piccolo Teatro. Ma, come insegnano i manuali scolastici, la rivoluzione del ’48 fallisce. E il terribile maresciallo asburgico Radeztky rientra a Milano in jeep, mentre le personalità più compromesse  con i moti fuggono in Svizzera. Solo lo scrittore toscano dal suo esilio di Nesci, ovvero Rapallo, rimane pronto a battersi e ad aprire il fuoco con le armi dell’ironia, del sarcasmo, dell’invettiva.
 

Romanzo della nevrosi interiorizzata in autoemarginazione, Aprire il fuoco si alimenta dell’assimilazione tra il governo austriaco che precede la grande stagione della rivoluzione risorgimentale e quello italiano a guida democristiana prima degli anni del boom economico: l’uno e l’altro moderati assai, politicamente conservatori, socialmente ingiusti. L’ex azionista Bianciardi, trasformato in anarchico da una Storia che tradisce e inganna gli uomini che ripetono, però, sempre gli stessi errori, come il Robert Jordan ormai morente di Per chi suona la campana attende impaziente un segnale che l’avverta che il nemico sta arrivando  e che, quindi, è di nuovo giunto il momento di battersi: “il vecchio  Muaser che mi fu compagno nelle cinque giornate l’ho con me, nascosto. Se mandano qua un altro loro aguzzino, io sono pronto ad aprire il fuoco”.
 


In calce al libro una data: marzo 1968, Sono i giorni della rivolta studentesca: in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Italia, dalla Francia alla Cina, a ovest come a est, la ribellione delle giovani generazioni sembra scuotere regimi e ordini consolidati. Bianciardi, anche se stanco e malato, si dimostra più attento di tanti altri intellettuali a la page nel cogliere le formidabili novità di quei tempi. Ma i giovani in rivolta, tranne poche eccezioni, non si accorsero di questo scrittore “esule in patria” appartenente alla generazione dei loro padri, non ne apprezzarono la straordinaria vis polemica, non seppero utilizzarne l’esperienza e la rabbia.
 

Lui morì solo e disperato di lì a poco, loro ci misero ancora qualche anno prima di finire malamente sconfitti.

Luciano Bianciardi. Aprire il fuoco. Rizzoli.

05 luglio 2019

"Tesori di fantasia sui Monti Pisani" di Paolo Fantozzi

di Luciano Luciani

Se per John R. R. Tolkien - il celeberrimo autore del Signore degli anelli e creatore del mondo degli hobbit, uno che di tradizioni popolari e di immaginario collettivo se ne intendeva - "la più grande ricchezza di un popolo sono le sue fiabe e le sue leggende " allora bisogna dire che gli abitanti della Toscana nord occidentale  godono di un patrimonio davvero straordinario. 

Eremiti destinati a diventare santi che vivono in assoluta solitudine nelle foreste, fate che si trasformano in farfalle dai mille colori, acque miracolose... E castelli diroccati che custodiscono favolosi tesori, sassi magici che si impregnano del sangue versato nelle furibonde lotte fra lucchesi, pisani e fiorentini, fantasmi di soldati ancora vigili e all'erta, boschi misteriosi. E poi, ancora, gallerie buie e profonde nel cuore della montagna, pietre che nascondono corpi, folletti e animali fantastici, diavoli, asceti e pellegrini giunti in questo lembo di Toscana da molto, molto lontano. 

Storie favolose, ma ancora reali nella percezione di molti, anziani e non solo. Ce le racconta, in maniera fruibile e competente, Paolo Fantozzi, docente di lingua e letteratura inglese a Lucca, che da sempre si occupa di folklore e storia locale. Le pagine di questo apprezzato autore della tradizione popolare lucchese, versiliese e apuana, ci dimostrano che anche sui Monti Pisani – un sistema montuoso subappenninico di mediocri dimensioni che separa Pisa da Lucca - le favole mitiche sono ancora vive nella coscienza e nella memoria dei suoi abitanti: basta grattare solo un po' la vernice di una contemporaneità spesso posticcia ed ecco che emergono narrazioni che testimoniano di un passato tumultuoso, insieme popolare ed eroico, dal quale prendono forma eroi semplici pronti a difendere i loro valori con coraggio e tenacia. 

Il tempo è quello remotissimo del "c'era una volta...", ma la morale di questi racconti e dei personaggi che li animano - soprattutto ai nostri giorni -  dovrebbe risultare valida ancora oggi, intrisa com'è di fedeltà alla parola data, amicizia, aiuto reciproco, incorruttibilità... Valori umanissimi e non contrattabili mai, segnatamente in questi nostri tempi di grama onestà.
 

Si tratta, poi, di un territorio di grande interesse, recentemente toccato dalla catastrofe degli incendi dolosi, che merita di essere riscoperto e valorizzato, tanto negli aspetti naturalistici quanto nelle tradizioni popolari che a essi inevitabilmente si legano. In particolare le leggende che rimandano a un un immaginario popolare che si fonde con la storia e ne offre il senso, la direzione, il significato.

Paolo Fantozzi, Storie e leggende dei Monti Pisani, collana Tuscania, Apice libri, 2018, pp. 186, Euro 12,00
Paolo Fantozzi, insegnante di lingua e letteratura inglese presso il Liceo Scientifico “A. Vallisneri” di Lucca, studioso del folklore e della storia locale, ha pubblicato nel 1994, Paure e Spaure, le leggende della provincia di Lucca, Baroni, Viareggio; nel 1999, Le leggende delle Alpi Apuane, Le Lettere, Fi; nel 2001, Storie e leggende della montagna lucchese, Le Lettere, Fi; nel 2003, Storie e leggende delle colline lucchesi, Le Lettere, Fi; nel 2005, Storie e leggende della Versilia, Le Lettere, Fi; nel 2007, Storie e leggende lungo il Serchio, Le Lettere, Fi; nel 2013,  Racconti e Tradizioni Popolari delle Alpi Apuane, Le Lettere, Fi; nel 2016, Rupi e boschi incantati – Le fiabe delle Alpi Apuane, Apice.

25 giugno 2019

"Le mie stanze" di Maurizio Guccione

di Luciano Luciani
 

Io lo so quello che accade intus in animo a Maurizio. Quanto avviene dentro di lui, in interiore homine, quando le parole, quelle della vita quotidiana, della normale comunicazione, quelle che usiamo tutti i giorni per le relazioni necessarie con gli altri, sembrano acquisire un nuovo status in termini di forma, colore, spessore, significato, intensità, senso... 
Quando le parole sembrano farsi più affiatate, equilibrate, armoniose. Con la musica dentro. Allora si organizzano tra loro in piena autonomia, quelle parole, si  affollano dentro - la testa, il cuore, la pancia - e spingono, pressano, premono per voler uscire... 

È la poesia, bellezza! Non succede a tutti e neanche sempre, e neppure troppo spesso: ma solo ad alcuni, ogni tanto, ed è uno stato di grazia di particolare dolcezza e rara intensità che sortisce effetti che di solito i fortunati riportano sulla carta e li chiamano versi, testi poetici, liriche, componimenti... Nessuno - sostiene il grande Borges - comprende davvero sino in fondo ciò che gli è stato concesso di scrivere.  E forse proprio per questo elemento di mistero, scriviamo e scriviamo e - tutto o in parte - quello che mettiamo sulla carta, nero su bianco, lo conserviamo. Per noi stessi, ma non solo; amiamo anche parteciparlo agli Altri, a quanti, almeno a nostro parere, diano prova di essere in grado di cogliere il particolare stato d'animo che ci ha portato al verso, alla carta, alla costruzione poetica.
 

Maurizio Guccione appartiene alla schiera, meno numerosa di quanto comunemente si pensi, dei creatori di versi, un uomo di penna larga, convinto, a ragione secondo me, che che niente possa essere inutile a un poeta; che la poesia sia per ogni dove, e che - come un minerale pregiato, un metallo prezioso -  la si possa estrarre da per tutto per aiutarci a che "che la gioia sia aggraziata e il dolore augusto, che l’infinito abbia forma" (Forster). Per questo poeticamente e in maniera del tutto personale Guccione può reinterpretare, con tanta illuminata finezza, luoghi e amori, memorie e interrogativi ancora aperti, scherzi e passioni, civili ed erotiche.
 

Forte della sue esperienza e maturità di uomo e di poeta Maurizio può affrontare con sottile distacco perfino il tema eterno della rosa, sacro ai poeti di tutti i tempi, oppure permettersi, di quando in quando, l'elaborazione in versi di temi più forti di storia e di memoria, temi civili. Senza pesantezze, però, perchè in tutta la silloge, anche quando gli argomenti si fanno impegnativi, non manca mai un velo d'ironia o di autoironia segnalato dalla ricerca di una rima o di un'assonanza interessate ad un'azione scherzosa, a un gioco poetico, a un intelligente divertissement. L'uso dell'ironia come filtro perla comprensione del mondo è un'operazione ben presente all'Autore della raccolta che, da provato funanbolo della parola e del testo, sa sempre come riportare "in più spirabil aere" tensioni eccessive, sofferenze altrimenti lancinanti, atmosfere fin troppo rarefatte al punto da sfuggire al governo anche del migliore inventore di versi. 

Tanto migliori e più graditi agli occhi di noi Lettori, se essi  sapranno offrirci una poesia semplice, fruibile, capace di comunicare ancor prima di essere capita. Come quella di Maurizio, appunto, "ragione cantata", che non rinuncia mai ad affermare le fondamentali verità umane che devono servire di pietra di paragone al nostro giudizio e a quello degli uomini del nostro tempo.
Maurizio Guccione, Le mie stanze – Poesie, collana Nodino/ Poesia che salva la vita, La Grafica Pisana, 2019

14 giugno 2019

“Le distrazioni del viaggio” di Annalisa Ciampalini



di Gabriella Pison

La magia del titolo “Le distrazioni del viaggio” mi trasporta immediatamente in un viaggio esistenziale e introspettivo dell’Autrice, dove si sente l’eco dello spirito dei nostri tempi, quel desiderio di interrealtà, di essere e non essere nel tempo e nello spazio, essere offline e al contempo online, per mutuare dei termini molto adoperati oggi. Non per irresponsabilità, ma proprio per il bisogno di entrare nella propria anima, metterla a nudo, sentire quello che sta dentro di sé e fuori di sé:  ciò che mette in luce la poetica della Ciampalini è il suo mondo lirico di emozioni e suggestioni, in un iter dello spirito  che ha il sapore della purificazione.
Nei suoi versi c’è il suo respiro, il suo spirito, frutto della sua esperienza, del suo vissuto, della sua riflessione metafisica, che esige di comprendere l’universalità dell’anima, attraverso la spinta interiore della coscienza e di intuirne i meccanismi, le regole in un messaggio che non esiterei a definire ontologico

…Il sussulto prima della frammentazione
tornerà nella terra e negli organi di tutti.
  
Si tratta di una scrittura epistemica, intesa come scrittura intenzionale perseguita attraverso l’abitudine a porsi domande significative, un viaggio nella conoscenza,  nelle nostre radici più profonde, uno scavo in cui ci possiamo riconoscere, in cui diventa possibile intuire le dinamiche del nostro essere e del nostro divenire e che suscita emozioni, sconvolge convenzioni ed aspettative,  enfatizzando sempre le  interazione tra i binomi indissociabili parole-suono e spazio-scrittura, atta ad assicurare una sua dialettica al testo nel suo insieme, capace di far sì che ognuno di noi, leggendo la sua poesia, possa  comprenderne il significato valoriale e farlo proprio. L’esistenza umana è un grande viaggio nel mare della conoscenza, per Annalisa conoscere è una sfida sul destino ultimo delle cose, una ricerca di risposta alla sua solitudine metafisica, anche se le è concesso, grazie alla sua poesia,  di trasferirsi in un altro mondo, parallelo e ricchissimo di musicalità e tensione verso l’assoluto, dove diventa possibile comunicare in liberi orizzonti, senza timore di venir scoperti, senza una maschera e dove il dolore si metabolizza: il suo è un viaggio di libertà nelle radici più profonde del Sé in una polifonia dì immagini di grande vivezza espressiva, che ci tengo a riportare:

Se l’infinito è qui, se pensiamo
sia qui, nello spazio del finito,
sono morti i viaggi in treno  
quelli che portavano verso amori lontani.

E se inevitabilmente il mio pensiero va a “viaggiatori temporali” di Godel ,  a quella  macchina del tempo che è "Universo rotante", dove un ipotetico viaggiatore spaziale potrebbe compiere viaggi nel proprio passato, Annalisa, quasi sulle sue tracce, proprio per la sua conoscenza matematica, cerca di chiarirsi e illuminare,  anche col metallico linguaggio della logica formale, febbrili spiragli sui misteri che circondano uomo e universo,  tanto da apparire talora  come giunta da un' altra dimensione e bene lo si sente in questi versi:
Tornerà l’aritmia dell’inconcepibile
e il momento vuoto, come scordarsi d’esistere.
Il sussulto prima della frammentazione
tornerà nella terra e negli organi di tutti.
Continueremo a non vedere lo spazio
che s’incurva …

Dimensione che avverte gli echi di Chomsky, a lei – amante delle strutture del linguaggio- tanto vicino per studi, che le suggerisce, con la  sua sesta regola , offlabel in questo caso forse, che l’aspetto emotivo vale molto più della riflessione, con  l’intento di sfruttare l’emozione per provocare un corto circuito su un’analisi razionale: il tessuto linguistico delle sue composizioni, icastico e luminoso, ne risente, contraddistinguendo le sue liriche di una tensione spirituale, cui si ha la sensazione che l’Autrice non voglia abbandonarsi, forse lacerata dal timore  di perdersi in soste e divagazioni, che l’allontanino dalla realtà. L’uso del registro emotivo, permette invece di aprire la porta di accesso all’inconscio, liberare idee, desideri, paure e sogni, inducendo anche ad una crescente spinta escatologica della scrittrice, con versi limpidi e densi, verso il sublime della Poesia, strumento di perenne resurrezione:

Poi la luce irrompe nelle fronde
e ci alziamo del tutto ricomposti
come se fragilità non fosse ogni nostra vena
e l’intero disegno del giorno.

Leibniz si chiedeva:  “Perché esiste qualcosa anziché niente?” e la Ciampalini tiene il lettore in sospeso tra moduli personali e coinvolgimenti oggettivi, partoriti da un’anima cosciente del fatto di esistere. Sappiamo che pensiero e linguaggio sono composti di elementi semplici come infine è semplice l’uomo stesso, la natura e senza timore di apparire blasfema, anche la divinità. E se ciò significa che il semplice è alla base della complessità, secondo un principio elementare della fisica matematica, proprio su questo principio si è sviluppato il concetto di monade  leibniziana, che esprime sia l’unità dell’ente che  la sua unicità e differenza, caratterizzata da  un cambiamento continuo, una sorta di interna creazione perpetua che la rende una e mutevole, una e irripetibile, a testimoniare la continua instabilità della condizione umana, come nei versi della Poetessa:

Cercano il potere del sonno, un’immensa
 garza bianca che curi la memoria,
una quinta tra gli occhi e il cielo nudo.
Una migrazione dolce, impercettibile
spostamento del baricentro.
 
                                                                  Annalisa Ciampalini

La nostra Autrice sa bene, sul filo di una precisa coerenza, di destreggiarsi tra il buio di un orizzonte lontano sfumato e per questo ignoto, e la vivezza, la lucidità dei suoi versi, sottraendosi all’omologazione di qualsiasi appartenenza a correnti letterarie contemporanee, fa sua un’ amalgama narrante, una poetica intensa e coinvolgente, di squisita sensibilità nella sua ossimorica complessità, che non si accontenta della semplice parola, ma cerca di  coglierne le significanze ctonie  e le infinite accezioni dell’essere.

….Conteremo soltanto le ore di luce, nel buio

… L’aria si posa sulle nostre teste chine/ ci battezza tutte con lo stesso nome

Sì, perché il metamessaggio che si avverte, il non detto, risuona della filosofia di  Ricoeur: “Siamo un ipse” e dunque “non un idem”: Annalisa è un ipse, un soggetto che oscilla perennemente tra la tendenza all’uscire fuori di sé aprendosi all’altro e il bisogno di una chiusura stabilizzante, rassicurante. In realtà è immersa in un’esistenza di cambiamenti, di inquietudini e il filosofo  offre una chiave di lettura del suo percorso, del suo viaggio, delle sue fermate, della sua interiorità di valori profondi. Proprio perché la sua solitudine l’ aiuta a osservare i minimi mutamenti del mondo, senza mai ripiegarsi su se stessa, e la stimola a raggiungere le radici più profonde dell’essere: tenendo insieme interpretazioni contrastanti, facendole dialogare tra loro, vera fonte di ricchezza per la libera creatività del pensiero, muovendosi agilmente nell’anima mundi dell’universo:

Sarebbe altro a voler esistere
in una cecità senza fine.
Altri i momenti, nulle le direzioni.
Impossibile starne fuori.       

“Il simbolo dà a pensare”: con questa celebre espressione Ricoeur sottolinea il carattere fecondo e donativo del simbolo, che- costituendo un senso immediato- si dà come stimolo al pensiero: così nella silloge della Ciampalini, questa continua riflessione tra visibile e invisibile, tra metafora e realtà, tra evocazioni asciutte delle cose, si coglie la necessità emotiva di far parlare un alter ego, la poetessa stessa, che ricorrendo però alla forza dei sintagmi e delle immagini epifaniche, libera il suo pensiero e lo rende fluido, quasi che le forme fenomeniche della scrittura la preservassero da mostrarsi nella sua nudità.
Dai misteriosi anfratti dell’essere, in una sorta di riserbo pudico, nella preoccupazione magari di apparire stonati, di essere fraintesi, oltrepassando i confini dell’esperienza individuale, percorre i sentieri di ricerca della Luce, del superamento dell’Io, per avvicinarsi alla Verità, a ciò che ci fa essenziali: riconosco nei suoi versi la donna che ha fatto i conti con le illusioni, sue e degli altri, e che ha visto l’insostenibile fatuità della materia, rifuggendola quando possibile, tanto da ricordarmi il Malte di  Rilke – autore a lei caro- nella  ricerca incessante del significato della vita in un’efflorescenza di immagini di sottile psichismo, dove mette arte e cuore :

Il lamento
del lupo alle finestre quando rincasare
è solo un nocciolo di legno e i gesti
si fanno bruni, e stanno tutti tra le mura.

Leggere le liriche di Annalisa significa entrare nel suo mondo complesso e variegato, studiarne gli elementi portanti uno ad uno senza perdere il filo sottile che li unisce: la logica e il simbolo dunque, il cogito e l’espressività del cosmo, il desiderio, l’immaginario, la chiave di accesso verso il sacro, verso la vera poesia.

Per Popper nel  Contesto della scoperta non è più sufficiente l’uso univoco del linguaggio e la sua cristallizzazione in definizioni e assiomi immutabili, così la Ciampalini nella sua ricerca poetica, esistenziale, linguistica, non elude la  spontaneità, ma la arricchisce di valenze, in limite tra metafora, utopie, allegorie e suggestioni, lontana da ogni sperimentalismo verbale e  fa percepire un equilibrio del Creato, dove tutto è in divenire, atomi in flusso eracliteo, un legame tra le cose nel tempo e il nostro pensiero, tra le immagini e i gesti, tra il paesaggio dell’anima e quello della terra, della sua immobilità. E se il filosofo austriaco ritiene che  la realtà sia che  “noi siamo attivi, noi esploriamo di continuo, lavoriamo costantemente con il metodo del tentativo e dell’errore”, l’Autrice prende forza da un substrato di rigore e logica, che le è congeniale, ma verifica nel suo paesaggio poetico una sorta di turbamento, che deriva dalla dialettica tra le istanze cerebrali e il mondo dei sentimenti, degli affetti , le emozioni vere, il colorismo magico della Natura, regalandoci pagine innervate di enfasi lirica.

… Anche il paesaggio partecipa e muta

… Se ne andranno le albe disadorne / se ne andranno in una finzione remota

La scrittura diventa catartica per la nostra Autrice, una modalità forse per lenire dolori e sofferenze, i disagi irrisolti della nostra vicenda umana e con armonie di forme e contenuti ci consegna, alla fine del viaggio, non sempre in linea retta, la molteplicità del reale, le profondità della sua visione, della sua analisi interiore, senza falsi sentimentalismi, in una ermeneutica della conoscenza che ci induce ad approfondire la sua scrittura.

Annalisa Ciampalini. Le distrazioni del viaggio . Samuele Editore, 2018. Prefazione di Monica Guerra
Gabriella Pison
Warmbad, 9/VI/2019

















12 giugno 2019

"Danze e Volo d'uccelli? " foto di Gianni Quilici


                               foto Gianni Quilici

Dialogo con l’autore

 di Silvia Chessa

Questa foto è davvero fantastica !

G. Q. Perché fugge nella sua indeterminatezza? 
 S. C. No, forse perché, grazie alla sua indeterminatezza, si auto qualifica benissimo e si distingue da tutte le altre.

Cioè, spiegami.  
Per farti capire dovrei partire da un concetto riletto due giorni fa, è di Roberto Cotroneo: " quasi mai l'autore ha un'idea precisa di quello che andrà a raccontare. Spesso ne sa poco. Ancora più spesso non ne sa quasi nulla. Come è possibile questo ? È possibile perché la scrittura è una forma di svelamento di se stessi (da un lato) e a se stessi (dall'altro)".

Quindi mi stai dicendo che questa foto svela me in quanto fotografo, da un lato, e dall'altro svela me a me stesso?   
Sì e no; voglio dire questo ma anche altro .. Voglio dire che siamo sovraccarichi di primati tecnologici e macchinette fotografiche super potenti dalle capacità di definizione strabilianti e qualità tecniche - sia degli strumenti che dei fotografi - elevatissime, ma tutto ciò è spesso esibito, direi quasi in modo sfacciato e invadente.Qui invece la qualità del mezzo fotografico e la perizia di chi lo utilizza è piegata, messa al servizio di un sentimento.

E quale sarebbe questo sentimento, per te?  
Quel sentimento è la cultura della vita, di una energia universale dove tutti siamo chiamati ad immedesimarci, a farci trascinare ... è un gesto che richiama nella sua iconografica e sfocata potenzialità mille altri gesti e mille altri momenti, ma è al contempo unico e speciale.

Perché speciale?    
Perché trascina e suscita suggestioni, ricordi, connessioni, da fare, o disfare. Insomma è qualcosa che semina emozioni, rimesta  nel fondo dei ricordi. Il dove, il chi, il quando potrebbero spostarsi a piacimento, non si cattura il dettaglio, non si consentono coordinate. Eppure ..

Eppure?  
 Eppure mi sono venute in mente una serie precise di cose
foto di Gianni Quilici
 Tipo?  
Tipo il quadro della danza di Matisse, oppure Silvana Mangano che balla il Mambo nella indimenticabile scena di "Anna" ( citata anche da Nanni Moretti), e gli uccelli -per i quali sarebbe banale citare Hitchcock - mi hanno trasmesso inquietudine ma anche attrazione, e senso di libertà. Insomma credo tu abbia catturato l'energia vitale di un momento unico ed irripetibile e, come un pompiere chiamato a spegnere un incendio dove bello e orribile si fondono (e qui  il pensiero va alle terribili scene di Notre Dame che va a fuoco), tu abbia sentito in quell'istante di non volere agire direttamente sull'elemento fuoco, di non poterlo, o volerlo, mettere a fuoco ma semplicemente farti parte di quel tutto in perenne movimento, subirne l'impressione dandone testimonianza, per impressioni.

Gianni Quilici. Danza. Festa dei Popoli a  San Concordio, Lucca.  giugno 2019

Gianni Quilici. Volo d’uccelli? Lanzarote, gennaio 2019

07 giugno 2019

"Qualcuno la chiamava Mistinguett" di Luciano Luciani


Nell’estate del 1950 i gestori del “Colle Oppio”, allora il massimo teatro romano all’aperto, annunciarono l’apertura della stagione con un numero eccezionale: Mistinguett. Grandi cartelloni a colori tappezzarono Roma per informare dell’evento. Ma la sera del debutto nello spazioso giardino c’erano, sì e no, trentacinque persone: quindici paganti e venti imbucati.
La modestissima troupe, composta di qualche ballerina, un paio di cantanti, un presentatore e un fantasista, dichiarò fallimento lo stesso giorno. Nessun altro impresario teatrale volle firmare il minimo impegno per un giro in qualche altra città d’Italia, anche nella più abbandonata delle province. L'ambasciata di Francia rifiutava qualsiasi contributo e quindi quattrini per ritornare a Parigi non ce n’erano. Nè per rimanere: gli alberghi minacciavano di sequestrare i bagagli personali e nessun ristorante era disposto a far credito.
Mistinguett, seduta su una sedia al centro del palcoscenico vuoto, piangeva a dirotto e nessuno le si avvicinava per consolarla. La quasi ottantenne “Regina del music-hall” chiudeva la sua carriera abbandonata dal pubblico e dagli impresari.


Qualche ora dopo, il maestro Mario Ruccione (1908 - 1968), il musicista di Luciano Tajoli e Claudio Villa - oltre che sino a pochi anni prima fortunato canzonettiere del regime fascista - invitava i componenti della piccola formazione a mangiare in una trattoria lì vicino e si faceva promotore fra gli artisti romani di una colletta che permettesse il ritorno in Francia di “Miss” e di tutti i suoi compagni di lavoro.
Quella di Roma fu l’ultima comparsa in scena della famosa cantante e danzatrice francese, nata circa 75 anni prima a Montmorency, nei pressi di Parigi, da un modesto tappezziere di provincia e da una sarta a giornata; la disastrosa tournée romana chiudeva una carriera di trionfi e una vita movimentatissima.

Venuta al mondo  nell'Ile de France, a Enghien-les-Bains, come Jeanne Bourgeois, nome comunissimo in Francia, da ragazzina, la piccola Jeanne a dodici anni vendeva fiori davanti al Casino, alla pari di un'eroina pucciniana o chapliniana: non sapeva ancora cantare, ballare o recitare, ma il teatro l'attirava con una forza irresitibile.
In famiglia fu deciso allora di farle impartire qualche lezione di canto a Parigi. E fu un certo Boussagnol che s’incaricò di educare la vocetta di quell’allieva turbolenta e niente affatto malleabile. La ragazzina aveva tredici anni quando iniziò i primi vocalizzi; a quattordici debuttava nel coro della chiesa di Montmorencey come solista in mezzo a una folla di suoi coetanei.


Seguitò nello stesso tempo a frequentare le lezioni, perché cantare le piaceva. Andava tutti i giorni avanti e indietro dal suo paese a Parigi, portandosi sottobraccio le musiche e la colazione. Era bionda, stopposa di capelli e aveva i denti leggermente in fuori. Un operaio, suo compagno di viaggio ogni mattina, disse che somigliava in tutto a un’inglese e cominciò a chiamarla “Miss Tinguett”. Quel soprannome doveva diventare il suo nome d’arte ed era destinato, in futuro, a brillare a lettere cubitali al di qua e al di là dell'Atlantico.


Il debutto avvenne al “Trianon” di Place d’Anvers quando aveva appena sedici anni. Uscì sul palcoscenico vestita da contadinella e cantò una canzone patetica. A dir la verità non riportò un grande successo; anzi, la maggior parte del pubblico non la notò nemmeno. Ma la piccola Jeanne, ormai già Mistinguett, era caparbia e voleva arrivare a tutti i costi. Così quando seppe che all’”Eldorado” avevano bisogno di una “gommeuse excentrique”, si presentò con la sua tradizionale faccia tosta. Fu accettata e un paio di sere dopo debuttò. Fu in quel teatro che conobbe Maurice Chevalier, poco più che  adolescente: lo stesso che doveva diventare un giorno il suo più grande amore e, più tardi, il “Maurice national”.

Rimasta senza ingaggio, mentre si recava a cercare lavoro al “Moulin Rouge”, grazie a un formidabile paio di gambe – lunghe e dritte che terminavano in due caviglie seducenti valorizzate da tacchi vertiginosi e scarpette con laccetto charleston - fu notata da Max Dearly che necessitava  di una partner per il suo “valse chaloupée”, una danza apache, su musica di Hoffenbach, che aveva in mente da tempo.
Fu il primo successo. Quella sua aria leggermente dolorosa, quel suo aspetto di donna ingenua e perfida, torturatrice e vittima, brillante e maliziosa, si addiceva perfettamente al ballo che i due eseguivano e piacquero al pubblico che applaudì entusiasticamente.



Con Dearly, Mistinguett rimase parecchi anni; poi passò alle “Folies Bergère”. E qui ritrovò Chevalier ed ebbe inizio il grande amore della sua vita. Una love story che iniziò con una rissa: in una viuzza vicina alle “Folies”, Maurice fece a pugni con l’attore Jean Dax che finì a terra col volto tumefatto. Chevalier si era azzuffato per difenderla dalla corte dell’altro, e anche il suo volto, dopo la lotta, era pieno di ecchimosi. Mistinguett lo ringraziò, gli curò le ferite e s'innamorò di lui.

Era il 1913. Già la minaccia della guerra si profilava all’orizzonte. Chevalier  è richiamato alle armi e inviato in una guarnigione del sud. Mistinguett non sopporta la separzione e si adopera con tutti i mezzi per far trasferire il suo uomo a Fontainebleau. Ci riesce, ma la gioia fu di breve durata. Al primo colpo di cannone, l’attore dove partire per il fronte, dove, ferito, è fatto prigioniero. Un' angoscia terribile per la soubrette. Ma era una donna volitiva, e la sua brillante carriera l’aveva portata a servirsi di di una larga rete di potenti relazioni. A Parigi, qualche anno prima, aveva conosciuto personalmente Alfonso XIII, il re di Spagna, e pensò subito di rivolgersi a lui per un aiuto. Ci vollero due anni di insistenze e di lotte; un tempo durante i quali “Miss”, pur continuando a lavorare in coppia con altri partner,  non cessò mai di pensare al suo uomo; due anni di lettere, di suppliche, di viaggi, di implorazioni, di peregrinazioni perché Chevalier, ammalato e malridotto, potesse ritornare, nonostante la guerra ancora in corso, alla sua Parigi e alle tavole del palcoscenico. È così che i due, prima della fine del 1917, possono debuttare, in coppia al “Casino de Paris”, nella rivista Laissez-les tomber. Il titolo com’è evidente si riferisce alle bombe che cadevano frequenti sulla capitale francese. Anche la sera del debutto, proprio al momento dell’uscita della coppia in scena, il sibilo delle sirene annunciò l’allarme aereo. Ma nessuno degli spettatori si mosse dalla sala e lo spettacolo continuò, nonostante gli aeroplani tedeschi stessero volteggiando in alto, i sibili delle bombe e il mitragliamento dei caccia francesi.

Mistinguett aveva un carattere difficile; passava con rapidità dall’ira alla gioia e non permetteva a nessuno di contraddirla. Era autoritaria e prendeva il proprio mestiere maledettamente sul serio.
Maurice lo aveva creato lei; era stata lei a farne un artista completo; era merito suo se egli aveva abbandonato il costume da apache in scena per il frack. Lei lo aveva costretto a indossarlo per mesi, tutte le sere e a camminarle davanti, in strada, perché potesse correggere la sua andatura dinoccolata e imparare a muoversi con disinvoltura: voleva farne un grande ballerino e un attore, non un cantante.
La separazione definitiva tra i due avvenne per un banale diverbio tra artisti di teatro, allorché in occasione dell'esordio di una nuova rivista, si trattò di mettersi d’accordo sulle misure dei due nomi in cartellone. Ambedue avevano il teatro nel sangue, erano immensamente orgogliosi e anelavano troppo al successo per accettare qualsiasi forma di subordinazione. Chevalier si staccò da quel sodalizio artistico e amoroso e accettò un altro contratto.


Mistinguett lo attese ancora e ancora, ma ormai per l’uomo l'amore era ormai finito.  Anche a differenza d’età - quasi 15 anni d'età separavano l'una dall'altro -  cominciava ad avere il suo peso e, mentre l’una era soltanto un’istintiva, che non aveva mai tenuto a migliorare la propria cultura, l’altro si era andato affinando giorno per giorno, in una continua ricerca di miglioramento.  Quando “Miss” capì che ogni tentativo di riavvicinamento sarebbe stato inutile, dopo aver assicurato le proprie gambe per un milione di dollari  partì per gli Stati Uniti. I suoi trionfi americani sono del 1922, con  Mon homme, una canzone che sarebbe in breve divenuta celebre in tutto il mondo, e con lo spettacolo Innocent Eyes che fece sognare mezzi States. Intanto faceva la sua comparsa il secondo grande amore della sua vita: Earl Leslie, un ballerino americano già partner delle Dolly Sisters, un duo di ballerine americane, Rosy e Jenny, gemelle di origine ungherese, che ebbe uno straordinario successo di pubblico sulle scene di Londra e Parigi nel primo dopoguerra: un magnifico giovane di venticinque anni sul quale la vivacità e il temperamento della soubrette incisero profondamente. I due si erano conosciuti qualche tempo prima al “Casino de Paris”, dove lavoravano insieme; il viaggio negli Stati Uniti segnò la fase più bella della loro relazione. 


Doveva essere un’altra futura grande stella del cinema, Viviane Romance, allora soltanto una comparsa, a rubarle l’ultimo uomo della sua vita. Mistinguett, quando s’accorse che tra i due c’era del tenero, volle far pesare la propria autorità sulla ragazza affibbiandole una forte multa al primo futile motivo che le si presentò. L’altra, il cui carattere non era da meno, invece di subire in silenzio, scattò come una vipera e chiamò “vecchio cammello” la rivale.  Da qui all’avventarsi l’una contro l’altra e a graffiarsi a sangue fu un attimo
 – Verrò un giorno a ballare sulla tua tomba!– le urlò la giovane rivale nell’andarsene.  Comunque anche il suo Leslie se ne andò con un'altra, una ballerina tedesca, una certa Fia e un paio d’anni dopo ritornò in America conducendo con sé una ragazza sposata a Vienna. 


Il nuovo partner di Mistinguett, Lino Carenzio, fu soltanto un compagno di lavoro. Una tournée nel Sud America ebbe uno scarso successo e segnò una non lieve passività finanziaria per il suo impresario. Tornata in Francia, “la Regina del Music Hall” ricominciò a esibirsi al “Moulin Rouge”, ma il suo nome in cartellone non costituiva più il richiamo di un tempo, né bastava la sua straordinaria vitalità - più che settantenne ballava il boogie-woogie in scena - a renderla l’idolo di una volta agli occhi del pubblico.


Il nome di Mistinguett era definitivamente tramontato. L’ultimo atto doveva vederla piangente, a Roma, accasciata su un baule, sul palcoscenico del “Colle Oppio”.

31 maggio 2019

"Nessun dorma... Fuori" di Pasquale Sgrò

                                  
                                                  La seconda indagine 
                          dell'ispettore Carlo Felicino

di Luciano Luciani
 
L'ispettore Carlo Felicino, alla sua seconda indagine, si trova alle prese con due decessi misteriosi che scuotono la calda, pigra, sensuale e sempre uguale a se stessa estate versiliese. Morti che, in apparenza casuali e prive di nesso, lasciano, poi però, intravedere un inquietante filo conduttore che le lega. Un teatrino d'avanguardia e uno splendido yacht sono i luoghi in cui si consumano due feroci delitti travestiti da incidenti sul lavoro: solo la pazienza, l'intelligenza e la tenacia del nostro protagonista e dei suoi collaboratori riusciranno a fare piena luce su una trama tanto complessa quanto cupa e avvincente. Viareggio, la sua Darsena e il canale Burlamacca fanno da sfondo a una vicenda efferata, ricca di colpi di scena e percorsa dalle ragioni di una dolente umanità. Pagine, ancora una volta, capaci di esprimere la complessa politicità della vita quotidiana ai tempi della contemporaneità, il diffuso incanaglirsi delle relazioni sociali anche nella civile Toscana, il caos affettivo ed esistenziale dei giorni nostri. 

Nessun dorma … fuori, 2018, conferma, una volta di più, come il romanzo poliziesco in buone mani rappresenti oggi il modo migliore per raccontare la realtà ed  esprimere il generalizzato senso di malesere che ci tocca tutti da vicino: forse, il vero colpevole lo si può trovare, oltre che negli egoismi individuali, soprattutto nella globalizzazione e nella crisi finanziaria, nella disuguaglianza generalizzata e nello Stato sociale che non funziona.
 

Consulente alla sicurezza sui luoghi dove si svolgono le attività produttive, l'Autore, Pasquale Sgrò, calabrese d'origine e toscano di mare di adozione, ha dato vita alla figura dell' ispettore del lavoro Carlo Felicino: burbero ma giusto, questo "eroe indagatore"   di tipo nuovo - come già dimostrato nel suo primo romanzo, Corpo morto a paratia, 2017 - difende strenuamente la legge e la legalità, senza accettare pressioni e condizionamenti da qualunque parte provengano: siano i ricchi e i potenti della comunità di appartenenza o i propri superiori gerarchici. 

La sua vocazione? Quella degli sbirri di razza: cogliere il senso di fatti indecifrabili e nascosti in base a elementi poco apprezzati o trascurati dalla osservazione dei più. Le stesse qualità di Pepe Carvalho, l'indimenticato protagonista dei romanzi di Vazquez Montalban - di cui Felicino condivide anche il piacere per la buona cucina – o del testardo Kostas Charitos, il commissario ateniese inventato dal greco Petros Markarīs. Instancabile come loro nella sua ricerca investigativa, scrupoloso e metodico, lo “sceriffo” viareggino non molla la presa sino a quando verità e giustizia non siano ristabilite e il colpevole finalmente consegnato alla giustizia.

Pasquale Sgrò, Nessun dorma... Fuori, Collana Giallo e Nero, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2018, pp. 158, Euro 13,00

21 maggio 2019

"Il Fauno scomparso" di Cristiana Vettori

                                                             Il mistero di Poppi
di Luciano Luciani

Se dovessimo identificare "cromaticamente" questo romanzo di Cristiana Vettori diremmo tra il giallo - inteso come romanzo d'indagine - e il rosa shocking, perché vicenda raccontata con gli occhi di una giovane donna. Quelli di Emma, giovane scrittrice di guide turistiche, casentinese di nascita e pisana d'adozione, che nel corso di una permanenza a Poppi, sua  terra d'origine, - per una, come si suol dire, pausa di riflessione da un compagno che è insieme "troppo" e "troppo poco" - si imbatte nel mistero del Fauno: ovvero, la scultura di un  giovanissimo Michelangelo, svanita nel nulla nella tragica estate del '44, durante la ritirata dei tedeschi dalla Toscana, incalzati dalle truppe Alleate.
 
A distogliere Emma dal suo lavoro di competente compilatrice e dai pensieri di una storia d'amore problematica per non dire traballante, interviene una strana presenza: un uomo affascinante, di mezza età e dall'accento tedesco, che da qualche settimana, sistematicamente e in grande solitudine, batte il paese dei conti Guidi, frequentandone la biblioteca, il castello, le chiese, i palazzi... È Peter, nipote di un ufficiale della Wehrmacht di stanza nel Casentino durante gli anni della guerra innamoratosi di una bella casentinese figlia di un partigiano, poi ritrovata fortunosamente e sposata negli anni immediatamente successivi al conflitto. Ma sono solo le memorie familiari a riportare Peter in quell'area della Toscana interna e in quel borgo unanimemente reputato tra i più belli d'Italia? O ci sono altre ragioni, recondite e meno confessabili? Certo è che in quel terribile agosto di 75 anni prima, numerosissime opere d'arte di eccezionale valore - Botticelli, Raffaello, Tiziano, Michelangelo, Beato Angelico... -  provenienti dai musei fiorentini e incassate per sottrarle alle violenze della guerra furono sistemate nel castello che aveva ospitato Dante, nelle ville e nei monasteri dei dintorni per poi prendere la via della Germania nazista. Tutti tornati poi in Italia quei capolavori, tranne la maschera di Fauno, opera di un Michelangelo ancora adolescente, di cui sembra non essere rimasta  nessuna traccia. E Peter è un volgare avventuriero o un uomo sinceramente preoccupato delle ferite lasciate ancora aperte dalla guerra e impegnato in una lodevole opera di risarcimento? 
 
Tra le perplessità dei compaesani e qualche chiacchiera - si sa il paese è piccolo e la gente mormora -, la protagonista e il suo nuovo accompagnatore tentano di mettere insieme lacerti di informazioni, ricordi di chi c'era, memorie di memorie e molti "sentito dire"... Per poi ripiegare, malinconicamente, sulla constatazione della impossibilità di ritrovare, almeno al momento, il Fauno michelangiolesco. Condividono, però, i due un impegno: fare il possibile per impedire che si rinnovi il clima di odii e di inimicizie che appena ieri aveva sfigurato il volto del Novecento. Mai più guerre tra i popoli d'Europa, mai più violenze, frutti velenosi di ideologie intolleranti e totalitarie. E, come avviene nei migliori romanzi di formazione, la protagonista, l'Emma che ritorna a Pisa, non è più la stessa che ne era partita. È una donna cresciuta: più consapevole del suo ruolo nel mondo, meno vincolata da obblighi sentimentali, più capace di scegliere, volta per volta, le tappe e i modi della propria esistenza. Più forte e più libera.

L'Autrice, Cristiana Vettori, docente, psicologa, curatrice di antologie di poesie e narrativa, racconta bene e ci partecipa con utile leggerezza una storia di stringente attualità, collocata tra un passato recente e la contemporaneità, densa di moniti per un futuro che tutti noi percepiamo procedere in direzione di un abisso, le cui forme non riusciamo neppure a immaginare.

Cristiana Vettori, Il fauno scomparso, Edizioni Helicon, Arezzo 2018, pp. 198. Euro 14,00


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