21 maggio 2013

"L'inviato della rete" di Alessandro Ticozzi



di Gordiano Lupi  
 www.infol.it/lupi


Un appassionato di cinema non resta indifferente di fronte alla quantità di materiale che Alessandro Ticozzi riesce a raccogliere nel suo ultimo libro. Piatto ricco mi ci ficco! Verrebbe da esclamare. 

E infatti si comincia con un’intervista inedita a Leonardo Celi e ad Andrea Pergolari che ha per tema l’attività brasiliana di Adolfo Celi e Luciano Salce, di certo non troppo nota. 

Tra le chicche del libro apprezziamo una rivalutazione del Jerry Calà regista, cineasta non molto considerato dalla critica alta, ma che resta un autore in grado di stupire. 

E poi ci sono i mostri della commedia all’italiana (e non solo): Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, Vittorio Caprioli, Gabriele Ferzetti, Antonio Pietrangeli (nei ricordi del figlio), Luigi Zampa, Ugo Tognazzi, Ettore Scola, Vittorio Gassmann (intervista alla figlia Paola) Bud Spencer, Steno (visto dal figlio Enrico Vanzina), Renato Pozzetto… 

Un elenco quasi interminabile. Una miniera di notizie, raccolte con passione e amore cinefilo, sistemate con cura certosina nello spazio di interviste ai protagonisti e – in mancanza del diretto interessato - a chi li ha conosciuti da vicino.

 Il libro parla anche di musica, molte interviste riguardano Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Mina e il Festivalbar. Ugo Gregoretti, Giuliano Montaldo, Milo Manara, Folco Quilici, Giovanni Spagnoletti (che riflette su Fassbinder), sono altre perle di un volume che farà la felicità degli appassionati.
 Se dobbiamo trovare un difetto a questo bel volume, sta nella mancanza di uniformità e nella estemporaneità della collazione dei singoli pezzi, disposti in sequenza senza un filo conduttore. 

Ma forse la raccolta vuol soltanto seguire il corso delle passioni di un autore che si dimostra grande esperto di cinema italiano, soprattutto commedia e pellicole d’autore, ma anche di musica popolare.
Il materiale raccolto da Ticozzi nel volume è stato tutto pubblicato in rete su riviste e media come Dedalus, News Candiani, Quarto Potere, Radiophonica, Spettacoli News e Associazione Unis@und. L’autore è laureato al Dams di Padova e va ricordato per un brillante saggio cinematografico intitolato L’Italia di Alberto Sordi (2009). Ha pubblicato anche il romanzo breve Diario di un cinemaniaco di provincia (2010). Il suo sito ufficiale è www.alessandroticozzi.it.

Alessandro Ticozzi. L’inviato dalla rete
Senso Inverso Edizioni – Euro 17 – Pag. 320

"Naturalmente" rivista culturale



di Ninuccio Aiulla

Bella e difficile 
l’avventura  di “Naturalmente”


Nonostante i corposi aumenti del prezzo della carta e dei costi tipografici, non cedono. Malgrado i consistenti, a dir poco, rincari delle tariffe postali, tengono duro. Raro esempio, insieme, di solida tempra e tenacia, testardaggine e lucida follia, le Riviste culturali, una particolarissima biodiversità intellettuale in questo Paese sempre più ignorante, illetterato e omologato, resistono. Sia pure a fatica, magari con non poche sofferenze (economiche, organizzative, di distribuzione…), non mollano, coscienti dell’importanza del proprio ruolo: essere delle vere e proprie “cassette degli attrezzi” per capire quanto ci accade intorno, posizionarci, trovare autonomamente direzione e significato. Insomma, senso.
Certo, sono sempre meno numerose. Tra le sopravvissute, spicca l’esperienza di “Naturalmente” sottotestata “Fatti e trame della scienza”: un unicum, tanto per il suo particolare campo d’interesse, una divulgazione scientifica ‘alta’, quanto per la su longevità, oltre un quarto di secolo di vita..

Appena oltrepassato l’anno canonico delle nozze d’argento con una significativa base di lettori affezionati e fidelizzati distribuiti lungo tutto l’arco della Penisola, la rivista pisana continua, con l’imperterrito coraggio della ragione, a riproporre le sue tradizionali tematiche:
la formazione e la promozione della cultura scientifica nella scuola e nella società con una particolare sensibilità per le questioni ambientali ed ecocompatibili;
un impegno intelligente contro la sua marginalità storica;
la valorizzazione dei legami tra le scienze e gli altri campi del sapere da scoprire, riscoprire e rendere visibili;
la conseguente attenzione per la didattica delle scienze e per tutto quanto possa contribuire a renderne fruibili, senza banalizzarli, i contenuti.
Obbiettivi troppo ambiziosi?
Noi pensiamo di no! E, per favorire l’ampliamento dei Lettori e degli estimatori di questa bella avventura intellettuale, forniamo il sommario del nuovo numero di “Naturalmente”, il primo del 2013, anno XXVI.

Stefania Consigliere, La costruzione di un umano. Le teorie implicite e l’ordine del mondo.
Stefania Consigliere, L’immagine della fisica. Una risposta a Elio Fabri.
Luciano Luciani, Alice Hallgarten Franchetti. La piccola Signora delle grandi cause.
Elio Fabri, La candela.
Fabrizia Gianni. Gazebo. Le mangrovie, gli anfibi del regno vegetale.
Simone Farina, I fossili, la chiave del presente per conoscere il passato: La storia recente del Monte Pisano.
Brunella Danesi, Charles Darwin razzista? Note a margine del saggio La Sacra causa di Darwin, lotta alla schiavitù e difesa dell’evoluzione.
Gianluca Gilardoni, Oli essenziali ed aromaterapia: un approccio scientifico.

15 maggio 2013

“Leggere è un rischio” di Alfonso Berardinelli



di Gianni Quilici

Alfonso Berardinelli è un critico che non si nasconde, che ha il gusto delle parole “vive” e dei concetti “sorprendenti”, che colpiscono intellettualmente e che, talvolta, illuminano per la limpidezza e finezza.

Un “vero critico”  scrive Berardinelli in un passo, “è un “lettore, uno studioso, un filosofo, uno scrittore”. Definizione che può definirlo
Berardinelli, infatti, è’ un lettore, perché si percepisce in lui il piacere della lettura; uno studioso, perché contestualizza culturalmente; è un filosofo, perché sottende una visione del mondo; uno scrittore, perché la sua critica può essere letta come una narrazione.

Si avvicina al “critico militante”, senza volerlo forse essere fino in fondo; ed è sicuramente un “critico fraterno”, riprendo una categoria adoperata da Franco Cordelli per gli scrittori, perché partecipe, vicino al lettore.

Ed è tutto questo, perché assume come metodologia critica quella apertura intellettuale, che viene da una libertà di pensiero e di sguardo. Infatti dopo aver “ripassato” criticamente le varie modalità di lettura, dal progetto strutturalistico e semiologico al modello ermeneutico e alla teoria della ricezione, Berardinelli, individuando in Montaigne uno dei primi lettori “senza metodo”, “l’inventore del saggio moderno, informale e personale”, conclude con una osservazione molto penetrante e insieme di naturale buon senso.
Per essere un iperlettore, il critico deve anche restare semplice lettore, lettore senza difese, senza pinze, forbici e bisturi, lettore ricettivo che accetta i rischi della lettura, sospende l’incredulità e crede, almeno finché legge, a quello che legge”.
Approccio verso un materiale (il libro), che vale non solo per qualsiasi altro critico di altra disciplina, ma anche per uno psicoanalista, per un educatore, per un politico, per una qualsiasi persona nel suo approccio con il pianeta.  

“Leggere è un rischio” è un libro di piccole dimensioni, che raccoglie una serie di articoli-saggi, che hanno il merito di proporre una serie di spunti innumerevoli, senza che siano (tutti) tra loro organicamente legati.
Questi spunti sono: 1) il rischio della lettura e della critica 2) il critico e fare critica; 3) la morte della poesia; 3) Giorgio Caproni.

E’ un libro; potrà diventare possibili altri libri. Un libro di “lavori in progress”. Oltre alle qualità dette, anche questo è un suo pregio: essere raccolto e aperto. Questo se vogliamo può essere anche il suo limite provvisorio.

Alfonso Berardinelli. Leggere è un rischio, Pag 66. gransasso nottetempo. Euro 6.00- 

09 maggio 2013

"A proposito del Fare l'amore e dell'Amore" conversazione su Face Book



foto di Cartier-Bresson

Da un post di Gianni Quilici, una discussione su Face Book, da cui abbiamo estrapolato alcuni interventi, lasciando la forma inalterata,che dà anche il senso dello strumento, in cui si scrive, in genere, velocemente e  curando sbrigativamente gli aspetti formali.  




  
Gianni Quilici
Mi scrisse un'amica:
"Fare l'amore è una struttura di architetture mentali"
Mi piacque "architetture mentali",
perché dà un ordine a ciò che può apparire
molto disordinato.
Aggiunsi a questo il puro desiderio fisico,
che pure presenta architetture mentali,
ma che, in un certo senso, le travolge
elucubrando su due direzioni:
l'animalesco...il desiderio più fisico che mentale;
il perverso...l'ideologia applicata al sesso...

Patrizia Manganaro
...l'animalesco e il perverso convergono nello stesso elemento, in un tutt'uno desiderio fisico e ideologia applicata al sesso...è un'alchimia complicata da scindere..sarebbe come voler decodificare un geroglifico, ma questa ultima operazione è più semplice che scavare nell'istinto umano...fare l'amore non è come costruire una palazzina...è attrazione indomita,difficile da controllare,è istinto animale, non si decide come farlo,viene da sé,mentre lo si fa,viene naturalmente, avviene nell'impeto, nella violenza, nella dolcezza della passione, nel trasporto verso l'infinito piacere,nella follia dell'abbandono più totale, non si può comandare, non si può costruire, è involontario il desiderio sessuale...non mi piacciono le architetture mentali,quantomeno voglio credere che si tratti di strutture involontarie...voglio credere che fare l'amore sia qualcosa legato all'essere animalesco e puro istinto, piuttosto che regolamentato da codici artificiosi...a meno che non lo si faccia l'amore,per necessità, per opportunismo, per lavoro, per compromesso...perché se anche si facesse per puro sfizio,come può partire il motore del desiderio se non c'è un'attrazione irrefrenabile per l'altro/a? ...non ci posso credere che ci sia una costruzione alla base del fare l'amore..questo pensiero mi atterrisce...

Isabella Eugenia Monti
...definire l'amore...è di per se restrittivo...esula dal suo senso compiuto...che fugge dalla realtà nel voler trovargli una seppur banale e logica menzione...io direi che l'amore è come una bolla di sapone...appena la sfiori scoppia...ma ti rimane l'illusione di averla vista volare...e il desiderio di rincorrerla...

Anna Comparini
Vedi comunque i commenti? Tutti di donne...sarà un caso???:-)

Isabella Eugenia Monti 
..è solo perché a gli uomini non piace parlare d'amore..loro preferiscono semplicemente ...farlo..

Patrizia Manganaro 
...su su...via tutti i codici...se ne parla, si fa eccome se si fa, è diabolico perché ci piace metterci anche l'ingegno, basta che si faccia...pensiamo da uomini...

Davide Pugnana
Isabella Eugenia Monti Patrizia Manganaro mi trovo a dover spezzare una lancia a favore del coté maschile, ridotto a mera pulsionalità elementare. Nella storia della cultura occidentale, i più grandi trattati sull'amore - parlo di contributi tali da farsi affondi svisceranti di questo complesso sentimento umano - sono stati elaborati da penne 'maschili': il "Fedro" di Platone; l' "Ars amatoria" di Ovidio; il carteggio tra Abelardo ed Eloisa; gli "Asolani" di Bembo; fino a quel capolavoro assoluto, che prefigura tutta la psicoanalisi novecentesca, che è il "De l'amour" di Stendhal, un classico del pensiero mai pienamente conosciuto, e poi certamente Freud, anticipato da alcune pagine di romanzo di Proust.
Anche a livello di finzione narrativa, tra poesia e romanzo, gli esempi di comprensione dell'amore non mancano. Faccio solo l'esempio di psicologie femminili del romanzo tra Sette e Ottocento, messe davanti all'amore (ad un amore tutt'altro che oleografico), rese memorabili da scrittori di sesso maschile: Emma Bovary di Flaubert; Anna Karenina di Tolstoj; Moll Flanders di Defoe; la stessa Nastasia Filippovna dell'Idiota di Dostoevskij; la Pamela e Clarissa di Richardson.
E sono esempi narrativi che trascelgo dimenticando il mio gusto personale; per mostrare come in ognuno di essi, in modi diversi, la polarità maschile figura come anello debole, ma non per femminismo o sadismo.
Per un'altra ragione più semplice. E' vero che l'amore è una condizione umana ribelle a qualsiasi definizione; che per nostra fortuna ne genera alcune che nutrono da secoli, dai lirici greci a Neruda, metafore poetiche di straordinario fascino; ma la vera radice dell'indefinibilità dell'amore è che l'amore non ha "genere" - non è declinabile né al maschile né al femminile. Uomini e donne si misurano con questa dimensione in egual maniera; tutt'al più a fare la differenza è la codificazione storico-sociale, che di età in età ha riscritto un 'galateo' di norme, di ruoli, di leggi, di divieti e proibizioni. Freud dirà che l'amore è un portato di civiltà, un codice che impariamo stando al mondo, mentre il primo tempo dell'amore, ciò che lo precede, è l'odio.
Ma qui non vogliamo fare dell'antropologia o della psicoanalisi in pillole. Più semplicemente. se andiamo all'etimologia della parola 'amore' possiamo coglierne il senso: amore significa "allontanamento dalla morte". La natura ci ha attrezzati anche a questo. Mi viene in mente il poeta Auden e quel suo un grido che, ancora oggi, non ha trovato risposta: la verità, vi prego, sull'amore.

Patrizia Manganaro
caro Davide Pugnana,
è sempre un gran piacere seguire le tue disquisizioni, le tue erudite argomentazioni, e ne resto sempre ammirata, quindi non vorrei mai dissentire ,ma, c'è una radice profonda di maschilismo in quel che documenti, apprezzabile peraltro poiché per fortuna gli uomini hanno scritto sull'amore...ma in epoche lontane,l'epoca di Ovidio e di Platone, quando appunto la donna non aveva la facoltà della scrittura come in tempi più recenti...quindi grazie al cavolo che hanno scritto gli uomini, di amore e di qualsiasi altro argomento...e non tutti si chiamavano Stendhal o Freud,Ovidio o Platone...c'erano,come ci sono sempre stati, in ogni epoca,uomini il cui coté maschile è sì, dobbiamo dirlo, ridotto a mera pulsionalità elementare, proprio come dici tu...perché caro, e di questo son convinta, nessuno può essere, più di una donna, sessualmente demoniaco, e se ai tempi di Ovidio avessero liberato gli strumenti nelle mani delle donne, altro che ''Ars amatoria'' e molto altro avremmo avuto da leggere, ammirare e magnificare ai giorni nostri, di scritti femminili e demoniaci del passato..solo che le donne soltanto in tempi più recenti si sono potute esprimere, e nella piena libertà, e ne hanno scritti di saggi in materia,che nulla hanno da invidiare a Ovidio e a Platone...ritornando sempre poi all'origine del post di Gianni Quilici, che tratta del fare l'amore, non dell'amore inteso nella sua espressione più platonica...e chi è più demonio di una donna,in tal caso,nel sapere fare l'amore?...se solo avessero potuto scriverne anche loro dall'antichità....pensa che tesori letterari ci saremmo potuti godere,e avresti potuto citare, ai giorni nostri...

Cristina Cri Caturegli
Se fare l'amore è una struttura di architetture mentali non è fare l'amore ma fare ginnastica o chissà cos'altro.....fare l'amore è fluire.....o non è amore.

Fortunata Romeo
Fare l'amore è aspirazione a destrutturare... noi stessi, le nostre idee, i nostri confini.. poi spesso ci ritroviamo vincolati da strutture e schemi rassicuranti.. ma si può con coraggio entrare nel caos..per un tempo breve, attraverso fluire e dividere..

Davide Pugnana
 Cara Patrizia Manganaro,
ti ringrazio per l'attenzione rivolta al mio scritto e per la risposta ampia e articolata, il cui tono increspato e quasi in falsetto mi riescono particolarmente graditi. Speravo, infatti, in un controcanto dialettico che, attraverso lo sguardo critico dell'altro, mi desse la possibilità di recuperare alcuni nodi concettuali rimasti interrati nel mio discorso. Provo a definirli meglio.
La linea degli esempi letterari canonici - la linea dei "maschioni" - è parte di una scelta che ho cercato di rendere mirata e stringente al tema della discussione, partita dalle parole di Gianni. Le "architetture mentali" dell'amore, in questo caso, sono seguite come cattedrali verbali. E' solo una possibile angolazione tra le molte possibili, che non ha la pretesa di esaurire la vastità del tema. Né voglio qui discutere circa le ragioni storico-sociali che hanno declinato questa tradizione di scrittori tutta sotto il segno maschile. Lo ha spiegato perfettamente e su tutti i livelli Simone de Beauvoir nel "Secondo sesso".
Il mio ragionamento partiva da un altro assunto: la capacità della scrittura e della speculazione sull'amore di spogliarsi dalle restrizioni di "genere"; di uscire dal circuito maschile/femminile per farsi universale meditazione. Gli scrittori che ho portato a campione - Platone, Ovidio, Orazio, Stendhal, Tolstoj, Proust ecc - sono esempi massimi di come la riflessione sull'amore si sia svolta senza discriminazioni, perché orientata a considerare una condizione in sé, che riguarda tutti - ed è quella che sa farsi meditazione profonda e viscerale, opposta a quella, parallela e bidimensionale, che associa all'uomo il ruolo di machista seduttore, schiavo della propria fisiologia, e alla donna quella di vittima, di agnello sacrificale, di femme fatale o di 'demoniaca', di biblica Eva punita nei secoli. Nulla di tutto questo passa nei libri citati e li ho scelti proprio per questa ragione.
La questione è, invece, quella di un superamento di queste 'maschere', fabbricate dalle società ad assetto maschilista (De Beauvoir docet), a opera di questi scrittori, per una comprensione più larga e profonda dei meccanismi interni dell'amore. E questo avviene a partire da uomini che hanno saputo uscire dal loro 'genere' (fatto di gusti, miti, mentalità, proiezioni ecc) per sposare entrambi gli sguardi.
 Ecco il cuore del mio discorso. Non due sguardi (sul mondo, sull'amore) l'uno contro l'altro armato; ma la loro sintesi. Nel momento in cui Stendhal scrisse il De l'amour, o Flaubert entrava nella mente di Emma, non pensavano come 'uomini', come 'maschi', ma come esseri umani, menti, denudati dalle categorie e messi davanti al fenomeno 'amore'. E se andiamo a leggere le lettere di Eloisa o ascoltiamo la parola delle poetesse del Novecento, pensi che potremo riconoscerne davvero la cifra di genere? Se togliessimo dalle copertine i nomi degli autori, credi che saremo in grado di stabilire se ciò che abbiamo sotto gli occhi sia di tono maschile o femminile? Io faccio fatica, sia per i temi che per lo stile. Nella cattiva letteratura senz'altro la scissione è più marcata e mediocre. Ci sono testi di Alda Merini, o di Amelia Rosselli, o di Antonia Pozzi che hanno un midollo virile di straordinaria forza; e all'opposto , ci sono testi di Leopardi, di Petrarca, di Garcia Lorca che hanno una visione delle cose dal palpito muliebre; ci sono composizioni e pennellate e chiaroscuri di Artemisia Gentileschi che si fatica ad attribuire a mano femminile. Forse che il tratto, lo stile, di queste donne dovrebbe essere svenevole, languido, demoniaco? E quello degli uomini saldo, falllico, aspro? Ma davvero siamo ancora a questa frattura? Ma è' questa dualità che va superata con il suo corollario di aggettivi e gradazioni (femminile, femminuccia, femminista, maschilista ecc). In quell' "interno paese straniero" che chiamiamo inconscio tutto questo salta, non esiste.
Il mio discorso era dall'interno, non dall'esterno delle costruzioni. Un amore 'al maschile' e un amore 'al femminile' è ormai una mentalità da medioevo globalizzato. E' proprio rifiutando in toto questa eredità pre-fabbricata, abolendo gli -ismi, che il pensiero può attualizzare e rinnovare una questione come l'amore.
La lancia che spezzo, quindi, non è in direzione di una celebrazione del coté maschile, ma dell'assenza di qualsiasi coté sessuale, della loro frantumazione in testi che hanno saputo far breccia nelle "architetture mentali" per aggiungere livelli di comprensioni sempre più profondi. Ogni gerarchia tra mano maschile e mano femminile non ha più ragione d'essere, in questa prospettiva di pensiero. Ogni libro - saggio, trattato, romanzo, canzoniere - sono il portato di una tradizione, maschile certo, ma che ha saputo farsi 'non-maschile' bensì a-sessuata e con la quale, volente o nolente, dobbiamo misurarci, perché sono assimilati alla nostra civiltà; sono strutture dell'immaginario che dobbiamo conoscere per distruggere in noi cliché come il demoniaco femminile e il gallismo maschile. L'errore è considerare un bacino libresco quello che invece è un patrimonio profondamente impastato con la vita.

"La clandestina" di Lars Gustafsson

di Gianni Quilici
 
Un pubblicitario di successo 59enne
si innamora della sua domestica,
una clandestina colombiana, magra e non bella,
riceve la notizia della morte della madre,
si incontra con i rappresentanti
di una repubblica  separatista...

Protagonista un cittadino del mondo,
un mondo fatto più di reti che di corpi:
aeroporti, computer, email, cellulari, powerbook
in cui le storie e i legami
hanno il pensiero dell'attimo,
ma poco fanno storia e corpo. 
 
Romanzo in cui il minimalismo delle storie
è minimalismo dei sentimenti
è fugacità e dissolvenza.
Tutto esiste, tutto sparisce.
Per il protagonista "il suo posto era lì, in quell'attimo.
In una vita non esistono altri luoghi che gli attimi"
 
Lars Gustafsson. La clandestina. Iperborea-

07 maggio 2013

"Lo sguardo di Michelangelo Antonioni e le arti" a cura di Dominique Païni.



di Gianni Quilici
La mostra di Ferrara su Michelangelo Antonioni suscita il desiderio di ri-vedere  i suoi film. Perché Antonioni è un regista dallo stile inconfondibile, che ha  contagiato, influenzato  non solo i registi italiani, ma internazionalmente. Si pensi a registi come Wenders, Jarmush, Wong Kar-wai, Tsai Ming-liang. Perché Antonioni può apparire, anche a chi lo ha studiato a lungo e a fondo, un soggetto ancora misterioso o, comunque, una miniera da cui attingere visioni, linguaggi, idee cinematografiche.
La mostra di Palazzo Diamanti queste suggestioni le può provocare sia allo studioso (anche per i materiali inediti) che al neofita. 

Innanzitutto è ben strutturata. Sono una decina di sale aperte che si susseguono una dopo l’altra, stanze raccolte con una discreta illuminazione, che favoriscono la concentrazione e una visione confortevole. Con una sorpresa: la mostra continua uscendo su un prato, dove è stato allestito un campo da tennis simile a quello di Blow up, da cui si accede alle ultime due sale, dove è esposto l’ultimo Antonioni, forse le uniche un po’ sbrigative.
La mostra è articolata in 11 percorsi: Nebbie, Deserti, Realtà, Lucia Bosè, Scomparse, Monica Vitti, I colori del mondo e dei sentimenti,  Simulazioni, La montagna incantata, Altrove, Identificazione di un Maestro, che abbracciano l’intera opera di Antonioni: da Gente del Po a Lo sguardo di Michelangelo, sottolineandone gli intrecci, le svolte linguistiche, ambientali, tematiche.

Proviamo a percorrerla come se fosse un blog di immagini. Ecco dunque l’esistenza dura e poverissima, ma autentica, di pescatori-contadini, che vivono sulle sponde del Po e la noia, gli amori, il nichilismo della borghesia del dopoguerra; la nebbia metaforica della nativa Val Padana e la condizione di estraneità all’ombra dei grattacieli della stagione del boom; la bellezza conturbante di Lucia Bosè e la bellezza solare e sfuggente di Monica Vitti; i parchi londinesi verdeggianti e sospesi da un fremito di mistero e il fascino silenzioso dei rilievi delle Montagne Incantate; la nudità polverosa e soffocante dei deserti africani e quella avventurosa e aperta all’utopia dei deserti americani; la bellezza adolescenziale e selvaggia di Maria Schneider e quella matura e enigmatica di Vanessa Redgrave; l’urlo di impotenza di Jack Nicholson e lo sguardo febbrile di David Hemmings; la pallina da tennis che si vede-non si vede come ambiguità del reale e la villa che salta in aria, ancora e ancora in un’orgia di esplosioni come rifiuto e rivolta.

Ma tutto quanto lo vediamo attraverso diversi strumenti e molteplici linguaggi, che si integrano con una loro specificità.
Materiale centrale, naturalmente, le video-sequenze dei film, che colgono gli snodi essenziali e utili, si siano viste o meno le pellicole, per calarci nelle atmosfere antonioniane.
Ecco allora le sceneggiature originali, battute a macchina, cancellate con correzioni a mano;  ecco libri e oggetti personali del regista (la Nikon, la cinepresa, album di musica), ecco i  ritagli di articoli di riviste o di quotidiani dell’epoca, con passaggi, a volte, evidenziati a penna, premi ai film e alla carriera.
                                                       
Ecco le lettere e cartoline di amici, tutte interessanti, di Fellini e Visconti, di Sciascia e Calvino, di  Tarkovskij e Barthes, di Mastroianni e Delon, di Flaiano e Fortini. Per esempio Federico Fellini, dopo aver visto Professione reporter, scrive ad Antonioni: «Dopo aver passato due ore in tua compagnia ed aver vissuto come in sogno le tue angosce voglio dirti, anche rozzamente magari, che dei tuoi film che ho visto, questo mi sembra, il più compiuto, il più puro, il più essenziale. Sincero fino a farmi provare imbarazzo»
E Roland Barthes. “Vorrei, caro Antonioni, che tu mi prestassi per un attimo qualche tratto della tua opera per permettermi di fissare le tre forze, o, se preferisci, le tre virtù che ai miei occhi costituiscono l’artista. Le dico subito: la vigilanza, la saggezza e la più paradossale di tutte, la fragilità”  O Umberto Eco, a proposito della mancata trasposizione di In nome della rosa  da parte del regista ferrarese, mette “subito in chiaro” che “io non sento risentimento ma al contrario molta gratitudine per l’entusiasmo con cui ti eri buttato sul mio libro. So benissimo che se non ce l’hai fatta non è stato per colpa tua e sarei stato felice se la cosa fosse andata in porto”. Oppure la lettera affettuosamente e sottilmente critica di Franco Fortini a proposito sia del personaggio di Giuliana in “Deserto Rosso”,  non definito dal punto di vista sociologico, sia del filo narrativo, che trova inconsistente.

Ecco i quadri esposti nella Mostra, che hanno tutti una relazione precisa  con immagini di film: dalle scenografie metafisiche di De Chirico, al quadro “Tutti morti, dello stesso anno” di Mario Schifano, che Antonioni capovolge da “tutti morti” in una immaginaria copulazione collettiva in Zabriskie Point; dal vitalismo caotico di Pollock alle nature morte di Morandi; dall’astrattismo colorato di Rothko alle visioni disumanizzate di Mario Sironi.
Ecco le numerosissime foto di scena compresi gli scatti di Bruce Davidson, della agenzia Magnum, la video installazione dell’artista francese Alain Fleischer, montaggio di fotografie su Lucia Bosè del Fondo Antonioni, scattate durante le riprese di Cronaca di un amore e La signora senza camelie;  i provini realizzati a Monica Vitti per Il deserto rosso, durante i quali il regista  guida l’attrice attraverso innumerevoli metamorfosi, giocando con abiti e acconciature diverse.

C’i sono comunque dei fili comuni, che percorrono l’intera mostra: l’inquietudine espressiva che porta il regista ferrarese a sperimentare continuamente. Abbiamo così la ricerca cromatica-narrativa sul bianco e nero prima e sul colore dopo, con lo scopo, sempre, di sottolineare con forza la nettezza dei contrasti. Abbiamo con Il mistero di Oberwald   un regista cinematografico che realizza, per la prima volta, un film usando  le tecnologie video della televisione. Infine abbiamo  l’Antonioni pittore che da piccolissime opere ad acquarello realizza enormi ingrandimenti fotografici, che diventano paesaggi del sentimento.
E c’è, infine, l’inquietudine esistenziale, che non è soltanto l’Antonioni maestro riconosciuto unanimemente come sottile esploratore dell’animo umano, che fa di lui  un regista moderno e internazionale; c’è pure l’Antonioni interessato ad altre terre e culture: dalla cultura pop nella Londra di metà degli anni ’60 alla rivolta politico-esistenziale negli USA fine anni ’60; dalla Cina della rivoluzione culturale cinese all’India del suo affascinante misticismo religioso.  

da Loschermo.it 




"Lo sguardo di Michelangelo Antonioni e le arti"
Palazzo dei Diamanti a Ferrara fino al 9 giugno 2013
a cura di Dominique Païni
Evento organizzato dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara-Museo Michelangelo Antonioni, in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna.



05 maggio 2013

“L’ultima trovata. Trent’anni di cinema senza Elio Petri” a cura di Diego Mondella


2012-foglio 70100 novembre2:Layout 1di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Diego Mondella raduna un gruppo di autori (Della Casa, Giusti, Zagarrio, Spagnoletti, D’Agostini, Zanello, Chiesi, Cotroneo, Caldiron, Rossi, Monetti, Marelli, Savatteri, Dottorini, Cairola, bajani,Abbate) per realizzare un’antologia di scritti finalizzati a ricordare Elio Petri, cineasta impegnato ingiustamente sottovalutato dalla critica.
Ne viene fuori un buon testo, con tutti i limiti dei lavori antologici, poco uniformi e frammentari, ma che ha il suo punto di forza in un interessante apparato di interviste agli amici e in una stupenda conversazione tra Elio Petri e Dacia Maraini. Degni di nota il capitolo Eliopensiero e una completa filmografia. Il libro ci fornisce lo spunto per parlare di un regista da noi sempre amato e sul quale abbiamo scritto qualcosa a proposito di Un tranquillo posto di campagna, Il maestro di Vigevano e Todo modo.
Elio Petri (Roma, 1929 – 1982), cinefilo sin da giovane, appassionato frequentatore di cineclub, comincia a occuparsi di politica seguendo le convinzioni della sinistra parlamentare. Unisce le due passioni quando assume l’incarico di critico cinematografico per L’Unità e subito dopo inizia una fruttuosa attività di sceneggiatore e aiuto regista a fianco di Giuseppe De Santis. Il soggetto di Roma ore 11 (1952) deriva da un’inchiesta giornalistica del futuro regista, convinto sostenitore del neorealismo nel periodo 1940 – 1960, poi transfuga verso un cinema meno sovietico e più attento alle esigenze del pubblico. Ricordiamo Elio Petri sceneggiatore di lavori popolari come L’impiegato (1959) di Gianni Puccini e I mostri (1963) di Dino Risi. La prima prova dietro la macchina da presa è L’assassino (1961), un thriller anomalo che racconta l’omicidio dell’amante di un antiquario e la relativa indagine poliziesca, ma il vero scopo del regista è quello di analizzare la mediocrità umana e l’ambiente in cui viviamo.
Il debutto di Elio Petri mostra un cineasta padrone del mezzo espressivo dopo un apprendistato fatto di documentari, critica, sceneggiatura e aiuto regia. Regista impegnato ma votato ad accettare le regole produttive, consapevole che si possa far trapelare messaggio e ideologia anche attraverso la struttura di un giallo. Il suo tema portante sarà quello dell’alienazione dell’uomo contemporaneo all’interno di una società che uniforma e banalizza.
I giorni contati (1962) è ancora più esplicito nel narrare la voglia di fuga dall’omologazione, da un quotidiano sempre uguale che annichilisce e distrugge la creatività. Il protagonista scopre sin dalla prima sequenza di avere i giorni contati perché vede un morto in autobus. Elio Petri subisce l’influenza della nouvelle vague, ama raccontare i problemi che affliggono la società contemporanea, gira anche cinema di genere ma solo per trasmettere un messaggio politico. Da questo film Petri comincia a fare uso del piano sequenza secondo la lezione di Antonioni, modificando il montaggio e inserendo nuovi elementi visivi e sonori che rappresentano la sua cifra stilistica. I tempi cominciano a essere dilatati, i gesti quotidiani del protagonista sono ripresi con attenzione. Il maestro di Vigevano (1963), interpretato da Alberto Sordi, tratto da un romanzo di Mastronardi, è un buon lavoro commerciale, come Peccato nel pomeriggio, episodio di Alta infedeltà (1964), girato con Salce, Monicelli e Rossi. La decima vittima (1965) è cinema fantastico allo stato puro, sceneggiato da Flaiano, Guerra e Salvioni sulla base del racconto di Robert Sheckley, girato all’Eur e interpretato da un ottimo Marcello Mastroianni. L’alienazione è sempre in primo piano in una società del futuro dove il potere mediatico mette in scena squallidi giochi al massacro. Petri comincia a collaborare con Gian Maria Volontè, che diventa il suo attore di riferimento a partire da A ciascuno il suo (1967), una pellicola contro la mafia tratta dal romanzo di Leonardo Sciascia. Ugo Pirro diventa il suo sceneggiatore di fiducia e ne condizionerà la poetica futura. In questo periodo Elio Petri studia la condizione dell’uomo nella società contemporanea, anche se nella pellicola Un tranquillo posto di campagna (1968) la riflessione è limitata alla figura dell’artista che non trova tranquillità nel mondo circostante. Altri temi prediletti da Petri sono il rapporto tra uomo e autorità, configurata nel datore di lavoro che aliena l’operaio e lo conduce verso la follia, ma anche nella giustizia che assolve sempre se stessa. La vita politica italiana diventa il nodo centrale del suo cinema e una visione critica del sistema accompagna uno stile che diventa sempre più ermetico.
Petri gira pellicole importanti come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) – Oscar per il miglior film straniero – e La classe operaia va in Paradiso (1971) – Palma d’Oro a Cannes. Le pellicole del registra romano sono raffinate, colte, ridondanti e fin troppo intellettuali, ma riescono a mantenere un equilibrio grazie alla valida denuncia sociale e alla recitazione di Gian Maria Volontè. La denuncia antigovernativa di Elio Petri perde forza con gli ultimi lavori, a partire da La proprietà non è più un furto (1973), film molto politico, confuso e di complessa interpretazione, sia per lo stile con cui è girato che per una recitazione teatrale molto sopra le righe. Todo modo (1976) è la trasposizione di un altro romanzo di Sciascia, ma è girato secondo un registro grottesco che ne stempera la forza polemica di denuncia nei confronti del potere. Ricordiamo Ciccio Ingrassia in un’intensa parte drammatica e Gian Maria Volontè nei panni di un uomo politico molto simile ad Aldo Moro. Gli ultimi lavori di Petri sono il televisivo Le mani sporche (1979), tratto da un lavoro di Sartre, e Buone notizie (1979), un atto di accusa intriso di pessimismo contro il potere dei media.
Il cinema di Elio Petri è stato spesso accusato di eccessivo intellettualismo, di ermetismo e di scarsa concessione allo spettacolo per inseguire un discorso politico. Resta comunque un cinema importante in un panorama di scarso impegno che caratterizza i nostri anni Settanta cinematografici, perché ha saputo mettere il dito nella piaga e denunciare i mali di un Paese ostaggio della mafia e di una classe politica corrotta. Non solo. Si tratta di un cinema ispirato da molti autori del teatro dell’assurdo, gente come Ionesco, Beckett, Borges e Sartre, caratterizzato dal suo essere antirealista, se non addirittura iperrealista e surreale.
L’ultima trovata. Trent’anni di cinema senza Elio Petri. A cura di Diego Mondella. Pendragon – Euro 16 – pag. 280
Ed

29 aprile 2013

“Documenti e Studi”, rivista dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Lucca.



di Luciano Luciani

Leggi razziali, Deportazioni e Resistenze in Lucchesia; Paesaggi di guerra; Antifascismi e Resistenze; I conti con il passato: questi gli argomenti che costituiscono la struttura del numero 34 di “Documenti e Studi”, semestrale dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in Provincia di Lucca.

La prima sezione (Leggi razziali, Deportazioni e Resistenze in Lucchesia) comprende interventi di Silvia Q. Angelini, Gli ebrei in provincia di Lucca tra deportazione e salvezza 1943-1944 e Nicola del Chiaro, Nessuno al sicuro. Le conseguenze delle leggi razziali nelle carte dell’Archivio storico del Comune di Lucca (1938-1944), mentre, per gentile concessione dello studioso tedesco K. Voigt, sono riproposte le parole da lui pronunciate a Lucca il 4 aprile 2012, quando fu presentato il libro di L. Greve, Un amico a Lucca: il racconto della vicenda vissuta dall’Autore, ebreo berlinese appena ventenne, che, esule in Italia durante la Seconda guerra mondiale, fu nascosto a Lucca e salvato grazie alla rete degli Oblati del Volto Santo di Arturo Paoli e all’ebreo pisano Giorgio Nissim.

Nella sezione Paesaggi di guerra compare un’altra vicenda, ancora in gran parte sconosciuta, di accoglienza e solidarietà nei confronti di cittadini italiani di religione ebraica perseguitati per la loro fede nei durissimi anni ’43-’44 in Garfagnana: la racconta Feliciano Bechelli in Il paese di Sillico e il suo priore negli anni della guerra, una storia esemplare di “banalità del bene” praticato, senza eroismi e, fino a oggi, senza memoria, da una piccola comunità di montagna e dal suo prete. Accanto al saggio di Bechelli, Lorenzo Maffei, con Il rastrellamento di Montefegatesi. Le sorelle Blakenburg e il partigiano Barba, torna a esaminare un evento noto, il rastrellamento tedesco di Montefegatesi del 14 luglio ’44, cercando, nelle rilettura delle carte processuali e d’archivio, di illuminare di nuova luce il ruolo giocato in quella occasione da alcuni personaggi, uomini e donne, civili e partigiani, ancora immersi in una ambigua zona d’ombra.

In Antifascismi e Resistenze, Alessandra Celi con Antonio Fellini, una storia anarchica, saggia la forza di penetrazione nelle istituzioni e nella società del fascismo versiliese nella prima metà degli anni venti; in Manara Valgimigli, un socialista fuori dagli schemi, Luciano Luciani illustra i caratteri del socialismo risorgimentale che alimenta la radicata avversione al fascismo dell’illustre letterato, filologo ed educatore; Roberto Pizzi in Il fascismo e la massoneria analizza il complesso rapporto tra il fascismo-movimento prima, il fascismo-regime poi e le diverse articolazioni dell’associazione segreta.

Per I conti con il passato si segnalano: Francesca Gori, Storia,memoria, giustizia, politica internazionale: il caso della Commissione storica italo-tedesca; l’intervento pronunciato da Stefano Bucciarelli, presidente dell’Istituto, al Consiglio provinciale riunito in seduta congiunta col Consiglio comunale di Lucca in occasione del Giorno del Ricordo, quindi La sentenza di Stoccarda sulla strage di Sant’Anna di Stazzema  di Paolo Pezzino: una serie di considerazioni relative alla motivazione con cui la Procura di Stato di Stoccarda nel settembre 2012 ha archiviato il procedimento contro 17 appartenenti alle Waffen-SS, indagati per quella tragica pagina di storia.
Un nutrito gruppo di recensioni chiude l’interessante fascicolo.

“Documenti e Studi”,  rivista semestrale dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea in Provincia di Lucca.  n. 34


21 aprile 2013

"Zorro" di Margaret Mazzantini


di Gianni Quilici
a volte una recensione
può essere sintetizzata,
in quattro righe.

Quando leggo spesso sottolineo.
Desiderio di trattenere. Di riempirmi
ed in fondo anche di trasfigurarmi.
Zorro l'ho abbastanza sottolineato.
Ma non sono stato conquistato dall'insieme.
Solo i giri di frase, la forza di similitudini,
la scrittura insomma, mi hanno interessato.
Ma non mi ha convinto la struttura,
che mi è sembrata abile,
ma artificiale.
L'abilità nel sublimare una vicenda,
dove all'io narrante, Zorro,
che ha scelto per disperazione la deriva sociale,
si sostituisce la scrittrice.
Abilità narrativa e buone intenzioni... false.
marzo 2005

da Zorro

"Le azzurrone sono tutte suorine giovani,

svolazzanti, straniere.
 Io poi c'ho un debole per la donna poco lavorata,
e un paio di queste azzurrone,
 almeno una, Bernadette,
scusate la bestemmia,
 me la slurperei da cima a fondo,
dalla scuffia al sandalo francescano".
                             Margaret Mazzantini

Margaret Mazzantini. Zorro. Mondadori

20 aprile 2013

"Lorenzo Lotto" di Anna Banti



di Davide Pugnana

Fingiamo, per un momento, che intorno alla vita e all’arte di Lorenzo Lotto non sia stato scritto niente. Bene. In quest’atmosfera di volontaria sospensione, lasciamo che il senso di novità della lettura ci investa in tutta la sua forza e purezza, come accade per la prima volta ai lettori del 1953: anno in cui si ebbe finalmente cognizione della personalità e dell’opera di Lorenzo Lotto. Il primo merito di Anna Banti fu quello di aver portato Lotto fuori dalle mura inaccessibili della cerchia specialistica, ripulito di tutti in luoghi comuni depositati sulla sua figura da secoli di avversità e di oscuramento. L’idea di tornare ad immergere questo pittore veneziano del Cinquecento in una fittizia “sfortuna” critica diventa, per noi lettori di oggi, fortificati da una storiografia artistica munita di raffinati strumenti, più che un gioco di straniamento quasi la necessaria disposizione mentale per cogliere, in profondità, quell’effetto di riscoperta e di battesimo che rendono il saggio di Anna Banti tra i contributi più belli mai scritti su Lorenzo Lotto.

Siamo, quindi, nel 1953. A questa data, nell’immaginario collettivo italiano, Lotto figura quale malinconico e bizzarro pittore veneziano del XVI secolo, che, inquieto e ramingo per un dramma a metà interiore per l’altra storico-sociale, vive e lavora ritirato in varie provincie: dalla prova giovanile a Recanati alle Marche e a Treviso; a Bergamo, toccando Roma per un momento poi Jesi, Venezia per un periodo e, infine, Ancona. Da quest’angolazione periferica, Lotto pareva guardare quel fermento di maestri la cui dirompente “maniera moderna”, per usare un’espressione del Vasari, sentiva irraggiungibile e quasi temeva. Ma era, soprattutto, un’ombra d’infinita lunghezza quella che tallonava il pittore in ogni sua fuga: il fantasma psichico che non gli concedeva tregua, che lo visitava ogni notte, tenendolo come animale braccato: Tiziano. Venezia, al tempo di Lotto, era sotto l’egemonia del genio di Tiziano. Tutte le committenze più illustri si raccoglievano nelle sue mani. È vero, Lotto si è trovato a cadere in un secolo di vasi di ferro e a lui la storiografia – eccezion fatta per alcuni nomi -  fino al Novecento ha guardato come ad un fragile vaso di terracotta. Da qui muove la monografia di Anna Banti: riportando alla sua giusta luce storica, e dandole stabile quanto sfaccettato baricentro, questa dimensione di subordinazione e quasi rassegnazione, che riduceva Lotto a vittima funestata da destino avverso, incrudito da una natura aggrondata e malinconica da ‘nato sotto Saturno’: quello, insomma, di un pittore dall’operato eccentrico rispetto alle grandi fucine artistiche dell’epoca - Firenze, Roma, Venezia.   

Non era la prima volta che la penna della Banti dava corpo biografico-critico a vite di artisti dimenticati, obliati, segnati da nascita e destino saturnini, oppure tenuti fuori dal canone degli spiriti maggiori. Nel 1947, sei anni prima del saggio dedicato a Lorenzo Lotto, la scrittrice aveva già pubblicato il capolavoro per il quale è conosciuta: Artemisia, romanzo-saggio incentrato sulla biografia e l’opera di Artemisia Gentileschi, la pittrice che, proprio in questi ultimi anni, con sistematico rigore alcune mostre (ricordiamo, soprattutto, quelle di Milano e Parigi nel 2012 e quella pisana, a Palazzo Blu, tutt’ora in corso) vanno riscoprendo e valorizzando in tutta la sua complessa fisionomia umana e di poetica. Come per Artemisia così per Lotto: l’intento di fondo della ricerca di Anna Banti ha la stessa radice morale, ossia dare un contributo organico capace di sollevare la figura dell’artista dall’intermittenza delle “mezze parole”. Ossia: meglio sarebbe per un artista di genio l’essere dimenticato che inserito con reticenza, dalla storia e dalla critica, in una classifica di ‘primi’ e ‘ultimi’, di ‘maggiori’ e ‘minori’. L’immaginazione e la lingua pittorica di un artista del calibro di Lotto mal sopportano le “mezze parole”, i tentennamenti e il disorientamento degli studiosi, incerti se misurarne la tenuta avvicinandolo al fuoco di Tiziano o a quello di Raffaello e Michelangelo. Quando la Banti decise di scrivere su Lotto si trovò, prima di tutto, a dover fare i conti con questo clima di sospensione. Le sue armi in campo furono il talento narrativo, accordato su una prosa tersa, intessuta di sofisticata bellezza e cadenzata musicalità, intrecciato ad acume filologico certamente perfezionato e alimentato dal quotidiano confronto con Roberto Longhi. Il risultato è un saggio monografico contraddistinto da un serrato respiro esegetico; costruito unitariamente su una trama di fatti biografici e di analisi dei testi pittorici senza crepe né smagliature erudite, sempre tenuta sul filo di pagine improntate a un puro esercizio di scavo dell’occhio, portato ora sulle pale d’altare ora sui ritratti, e trasformato, infine, in cristallina pagina scritta. Ed è in questa culla di decifrazione visiva che rivive, oggi e tanto più ai lettori del 1953, l’intera produzione di Lorenzo Lotto.

Se nessun libro dedicato alle arti visive può esser letto senza l’equivalente di un catalogo delle opere, tenuto aperto di lato, sorta di sponda figurativa utile per un’immediata verifica di quanto gli occhiali dello studioso ci vanno ricostruendo, la monografia di Anna Banti fa di quest’assenza (il libro è privo di immagini) un punto di forza. Il suo testo si regge da sé; i dipinti di Lotto sono come assimilati e ricreati in virtù di una scrittura potentemente evocativa, mimetica, lirica, a tratti persino visionaria, tipica della linea degli scrittori d’arte italiani, a partire proprio da Roberto Longhi. In forza di questo, ai dipinti il lettore può andare in un secondo tempo, a libro chiuso, con l’occhio educato a cogliere gli elementi portanti della “lingua” espressiva lottiana, e quasi fatto esperto nel riconoscere le composizioni, i guizzi di tocco, il campionario di santi, adolescenti, angeli, sposi e brani di paesaggio, come cose familiari viste da sempre.
 
In questo attraversamento, il lettore è guidato lungo una linea di ricostruzione biografica imbastita su un asse cronologico lineare, scandito per “periodi” creativi, dove le date rispecchiano geografie mutevoli, provincie, città, casate, committenze; e su questo tronco principale spiccano affondi analitici, resi in forma di ekphrasis:  vertiginose digressioni filologico-descrittive nelle quali la percezione di sguardo raggiunge strati profondi  e inediti dell’opera.   

Questo saggio ci restituisce un ritratto in piedi di Lorenzo Lotto: conosciamo le pieghe nascoste della sua vita, dagli esordi alla vecchiaia; e, in esse, saggiamo i moventi del suo ritiro ai margini della provincia e la radice del suo “esilio volontario”, ben oltre lo spaventato appartarsi dai grandi maestri; dall’interno del suo processo creativo, ripercorriamo le tappe evolutive della sua lingua pittorica, opera dopo opera, secondo una biforcazione di “generi” che la Banti articola in pale d’altare e in ritrattistica.  Ma, al contempo, su un versante non meno importante, impariamo un metodo di lettura delle opere: quel modo di saper ricreare, quasi trasformare, linee, colori, spazi prospettici, in testo verbale.

Due esempi possono chiarire alcuni meccanismi portanti del ‘metodo’ di Anna Banti. Il suo approccio visivo alle opere di Lotto segue spesso un percorso narrativo nel quale l’occhio procede dall’esterno all’interno, dal margine dove, generalmente, l’osservatore non indugia: dalla parte alta della tela lo sguardo procede, palmo a palmo, in un progressivo avvicinamento al centro, dove è collocato il fuoco compositivo della scena. In questa ottica dell’opera, fatta racconto dell’immagine, i primi elementi ad essere registrati sono gli sfondi, i dati paesistici, tutto quanto il pittore scrive sull’orizzonte lontano che traspare dietro le sue scene: il paese. Il paese profondo, “ricchissimo di rocce, di alberi, di valli, di forre […] con fronde giganti e minute, rovinosi palinsesti  di rupi desertiche, un arido torrente sassoso, ogni cosa imbalsamata di eloquente silenzio”, del San Gerolamo penitente; oppure quello che si apre oltre la loggia dell’Annunciazione, dove “fiammeggia la luce adriatica di un parco che adriatico non è, ma piuttosto romano: col suo pino a ombrello, il suo cipresso non troppo acuto, la sua pergola: la stessa che gioca e scintilla in modo diverso sui ogni tondino vitreo della finestrella: un ricordo nordico”; o, ancora, un brano di natura percorso di “correnti luminose, leggero, alitante di contrasti delicati, di consonanze rapide” o “avvampato da un brivido di tramonto” che la sintassi della pennellate rapida e larga rende ora più corsivo ora più pausato.

Un ultimo appunto significativo riguarda quella dote che Italo Calvino definiva “esattezza” e che tanto più sentiva imprescindibile nell’uso del linguaggio critico. Accanto a questa capacità di registrazione lirica del paesaggio lottesco, Anna Banti ci consegna pagine caratterizzate da un registro di scrittura di così esatta intonazione lessicale da toccare gradi altissimi di trascrizione verbale del dato pittorico. Il caso più esemplare del saggio è la nominazione lenticolare, aderente, quasi scientifica, dei dettagli della Pala di Santo Spirito.

Vale la pena isolare la citazione; leggerla come un campione testuale assoluto e paradigmatico della scrittura d’arte di Anna Banti. Poi dobbiamo alzarci e metterci davanti al quadro per diversi minuti. Poi tornare a sedersi e questa volta ad occhi chiusi farci leggere nuovamente la pagina: “Come si dipingerà, fra un secolo, un foglio di musica scartocciato e mantenuto fermo sotto una luce e un vento di temporale; o lo sciorinarsi pericolante di un inquarto affidato a un sostegno troppo fragile; la innumerevole disparità nei pèneri battuti dalla stesse luce; l’incider dell’ombra di un gomito su un’anca, di una canna sul terreno; un sole di maggio frizzante in rosa e perla sulle carni a boccio di un fantolino: ecco indicazioni da raccogliersi a una prima occhiata sulla Pala di Santo Spirito.”

Anna Banti, Lorenzo Lotto, Skira, 2011, euro 9,00