01 dicembre 2009

"Una foto di Paris" di André Kertész


di Gianni Quilici

L'orologio. Non ci fosse l'orologio, la foto avrebbe un'importanza documentaria: Paris nel 1929 dal vecchio orologio de l'Institut con il ponte sulla Seine e lo sfondo monumentale del Louvre.
L'orologio con la lancetta e i numeri romani dà invece alla foto il “tocco” d'autore.

Provo a dire perché.

Primo: crea una distanza tra il primissimo piano del dettaglio dell'orologio e il campo medio-lungo dello sfondo ed un contrasto cromatico tra la nettezza aggressiva del nero ed il chiarore-grigiore del resto.

Secondo: perché l'insieme di questi elementi forma una contaminazione: a un quadro placidamente naturalistico si sovrappone violentemente una sorta di incisione variamente grafica, che destruttura la compostezza della foto, sorprende l'occhio.

Terzo: perché quella statua che guarda, quella gente che passeggia, scura su sfondo grigiastro, è scolpita, doppiamente, nell'attimo del Tempo che fugge: dall'orologio e dallo scatto fotografico.

Infine: l'insieme di questi elementi ha la forza di colpire immediatamente, al di là di ogni ragionamento. E tuttavia osservare affina sguardo, percezioni, vocabolario, idee.

André Kertész (Budapest, 2 luglio 1894 – New York, 28 settembre 1985) è stato un fotografo ungherese che ha però svolto la maggior parte della propria carriera artistica tra la Francia e gli Stati Uniti.
Prendo da Wilkipedia:
Tra i maggiori fotografi del XX secolo, il suo lavoro ricevette notevoli riconoscimenti e fu di inspirazione per importanti artisti e fotografi suoi contemporanei. Dimostrò come qualsiasi aspetto del mondo, dal più banale al più importante, meriti di essere fotografato. Di carattere introverso, guidato principalmente dall'intuito, la sua opera è difficilmente classificabile. Nonostante la strada sia stata il soggetto principale e più stimolante delle sue fotografie, non era interessato alla cronaca o agli importanti eventi mondani, quanto alla possibilità di mostrare attraverso i grafismi delle moderne metropoli la felicità silenziosa di un istante”.

"Americani a Roma nella prima metà del XIX secolo"


di Luciano Luciani


Per tutto il Settecento e buona parte dell’Ottocento il Viaggio in Italia ha costituito un momento centrale nella formazione culturale ed umana di ogni letterato europeo degno di questo nome. E se, a questo riguardo, restano giustamente celebri i libri delle peregrinazioni e delle esperienze lungo l’intero arco della penisola di Goethe e di Stendhal, meno indagato risulta invece il fascino che il nostro Paese ha esercitato in questo periodo sui gruppi intellettuali degli allora giovanissimi Stati Uniti.

I primi a muoversi da oltre Atlantico, attratti dal “sogno d’Arcadia”, come lo ha definito Van Wick Brooks in un suo famoso saggio, furono i pittori: Benjamin West, autore di quadri allora assai celebrati negli Stati Uniti – il Wolfe’s death, per esempio, e il William Penn’s Traty with the Indiano – e Washington Allston, poeta e pittore, autore di ritratti e tele di soggetto biblico.

Poi vennero gli scultori: e furono soprattutto loro ad eleggere Roma a luogo privilegiato per l’ispirazione artistica. La città dei papi offriva, infatti, oltre agli insuperati modelli di stile del passato e a quelli di una scuola di scultura, la neoclassica, rinomata ed imitata in tutta Europa, anche le migliori condizioni materiali possibili di vita e lavoro: affitti modesti; maestranze specializzate competenti e poco costose e facilmente reperibili; modelle e modelli di grande bellezza e largamente disponibili… E poi soprattutto l’opportunità di lavorare accanto al famoso Bertel Thornvaldsen, illustre scultore, danese d’origine ma romano d’adozione, rigoroso continuatore ed interprete della dominante sensibilità neoclassica e della lezione del Canova.

Presso questo maestro, che aveva scelto Roma come sua patria “estetica”, si formarono due importanti scultori statunitensi. Horatio Greenough e Thomas Crawford: il primo, sostenitore della funzionalità nell’arte e nell’architettura, frequentò gli ambienti artistici romani e fiorentini e non nascose mai la simpatia e il rispetto con cui guardava al processo nazionale unitario dell’Italia; il secondo, dai suoi studi a Roma ricavò scelte formali nettamente indirizzate in senso neoclassico, che trasfuse in un apprezzato Orfeo; nel monumento equestre a George Washington e nella famosa Armed Liberty.

Crawford fu più che un simpatizzante per la causa italiana: a Roma nei mesi inquieti che precedettero la Repubblica romana si arruolò nella Guardia civica e - racconta la giornalista e scrittrice Margaret Fuller - per partecipare alle esercitazioni di questo corpo militare volontario e popolare non esitava a trascurare la disciplina artistica, i cui studi lo avevano portato in Italia.

Assieme a loro meritano di essere ricordati altri scultori americani presenti a Roma nella prima metà del secolo: Hiram Power, divenuto molto noto negli ambienti artistici europei per un’opera, La schiava greca (1843), in cui fu vista la Grecia sottomessa al dispotismo turco e William Wetmore Story, oltre che scultore anche poeta e studioso del folklore romano.

Il primo scrittore americano di fama internazionale a visitare l’Italia fu Washington Irving, anche se nei suoi Tales of a traveller non riuscirà quasi mai ad andare oltre una serie di immagini piuttosto convenzionali.

Toccherà a James Fenimore Cooper, il creatore delle saghe dei pellirossa del settentrione del nuovo continente, fissare sulla carta, in un organico e completo libro di viaggio, le impressioni, vivacissime e complete di una lunga permanenza nel nostro Paese. Infatti, all’interno di un soggiorno in Europa durato ben sette anni (1826-1833) che lo portò in Inghilterra, Francia, Paesi Bassi, Germania e Svizzera, Fenimore Cooper trascorse quasi due anni in Italia, percorrendola in lungo e in largo, tra l’ottobre del 1828 e la primavera inoltrata del 1830.
Visitò e soggiornò anche per lunghi periodi a Firenze, Pisa, Livorno, Genova, Napoli, Roma, Venezia, colpito dal paesaggio italiano, meglio di altri seppe apprezzarne la bellezza, la luminosità, i modi della sua umanizzazione, il rapporto, allora ancora armonioso tra uomo e ambiente naturale. E’ proprio in virtù di questa disposizione d’animo che riuscì ad abbandonarsi con pienezza al godimento estetico offertogli sia dagli scenari naturali,sia da musei e gallerie d’arte, interessandosi anche all’urbanistica delle città, alle opere d’ingegneria civile, ponti, strade, piazze, mura che gli suscitarono rispetto ed ammirazione.
Programmaticamente alieno da interessi politici, il suo diario di viaggio non spende molte parole intorno alle tensioni politico-nazionalistiche che agitavano allora il nostro Paese. Eppure, lo scrittore della frontiera, da vigoroso assertore qual era della democrazia americana, non poteva non aver percepito, non aver colto il disagio, le sofferenze della parte più consapevole e avanzata del nostro popolo. Su queste questioni il suo silenzio ci appare strano, eccessivo… fino all’ultima lettera del suo viaggio in Italia, quando con grande lucidità scrive: “La natura sembra aver destinato l’Italia ad essere una sola nazione. La gente che parla la stessa lingua, un territorio circondato quasi tutto dall’acqua, o separato dal resto d’Europa da una barriera di grandi montagne, l’estensione, la storia antica, la posizione geografica, e gli interessi, sembrerebbero tutti direttamente tendere a questo unico fine… Prima o poi, inevitabilmente l’Italia diventerà un solo Stato: è un risultato che ritengo inevitabile, anche se non si sa ancora bene come potrà avvenire…Se non ci fossero grandi eventi politici per indebolire l’autorità dei governi attuali, l’educazione sarebbe il processo più sicuro, anche se lento. Ad ogni modo, nessun popolo dovrebbe fidarsi degli stranieri per raggiungere i propri fini politici… e se io fossi un italiano che vuole l’unità, non guarderei al di là delle Alpi in cerca d’aiuto”. L’uomo della frontiera aveva la vista lunga.

Tra questi “passionate pilgrims”, appassionati pellegrini dell’Italia, “paese solare e insieme romantico” (A. Lombardo) merita di essere ricordata Margaret Fuller, giornalista, intellettuale insieme raffinata e combattiva, scrittrice provocatoria e di successo.
Nata a Boston nel 1810, dopo aver ricevuto un’eccellente educazione – conosceva, infatti, il latino, il greco, il tedesco, il francese e l’italiano – era entrata in contatto prima con la cultura di Harvard, poi con gli ambienti del Trascendentalismo di Ralph Waldo Emerson, Henry D. Thoreau e Nathaniel Hawthorne, un movimento filosofico-letterario-estetico che, richiamandosi soprattutto a Schelling ed Hegel, sosteneva un idealismo panteistico e romantico che considerava l’uomo e la sua divinità al centro dell’universo. Direttrice dal 1840 al 1842 del periodico “The Dial”, rivista che si faceva interprete e propagandista di questa nuova sensibilità, aveva fatto parlare di sé pubblicando nel 1844 Un’estate sui laghi, disincantato reportage di un lungo viaggio all’ovest, luogo di trasformazioni formidabili e non sempre positive, e soprattutto La donna nel XIX secolo, uno dei testi più importanti nella storia del femminismo americano dell’Ottocento. Nel 1846 Margaret Fuller partiva per l’Europa per un “grand tour” estetico-politico-culturale. Tocca prima l’Inghilterra e la Scozia dove conosce Carlyle, Wordsworth e l’esule Giuseppe Mazzini. Visita poi la Francia e qui incontra George Sand – “ Donne come la Sand parlano ora, né si lasceranno zittire” – e Adam Mickiewicz, poeta e patriota polacco che da allora le sarà amico e confidente. Nel febbraio del 1847 è in Italia, che visita in lungo e in largo: Genova, Livorno, Napoli. Poi Roma, Firenze, Ravenna, Bologna, Venezia, Milano… Di nuovo Firenze, di nuovo Roma, per fermarsi.

Puntuali e sempre capaci di cogliere con grande perspicacia i processi collettivi in atto tanto nel senso comune, quanto nelle coscienze individuali, in quel tormentato periodo della storia d’Italia, dall’ottobre 1847 a luglio 1849 Margaret Fuller spedisce al “Tribune” di New York diciassette corrispondenze esemplari, “inviata per caso” in uno dei fronti più drammatici della rivoluzione europea del ‘48-’49: quello della Repubblica romana assediata e piegata dallo strapotere delle armi francesi.
Commosse e partecipi le parole della sua ultima lettera (luglio1849) : “Sì, il 4 luglio, il giorno festeggiato con tanta gioia nel nostro paese, è il giorno dell’entrata dei francesi in Roma…! Ieri ho visitato i luoghi delle battaglie. Era terribile anche soltanto vedere le rovine del Casino dei Quattro Venti e del Vascello, dove francesi e romani erano stati per tanto tempo così vicini; frammenti di preziosi stucchi e di affreschi erano ancora appesi alle travi tra gli squarci fatti dai cannoni, ed era terribile pensare che vi erano rimasti dentro e vi avevano combattuto degli uomini, quando già erano una massa di rovine…
Più che mai mi ha colpito l’eroico valore del nostro popolo – lasciate che lo chiami così ora e sempre; poiché, dovunque io vada in futuro, un’ampia parte del mio cuore rimarrà per sempre in Italia. Spero che i figli di questo popolo sempre riconosceranno in me una sorella, anche se non sono nata qui”.
Poi, rivolgendosi ai lettori americani del “Tribune”, il cui editore Horace Greeley si era spesso mostrato solidale con la causa italiana: “Mandate soldi, mandate incoraggiamento, riconoscete come capi e governanti legittimi gli uomini che rappresentano il popolo, che comprendono le loro necessità, che sono pronti a morire o a vivere per il loro bene… Mazzini lo conosco, conosco l’uomo e le sue azioni, grandi, pure, costanti, un uomo a cui soltanto l’epoca futura potrà rendere giustizia, quando mieterà il raccolto del seme che egli in quest’epoca ha seminato. Amici, compatrioti, e voi amanti della virtù, amanti della libertà, amanti della verità state all’erta; non riposate ignavi nella vostra vita così facile, ma ricordate che “L’umanità è una sola e pulsa con un grande, unico cuore.”

Appena un anno più tardi, nel luglio 1850, in un terribile naufragio, davanti a Fire Island, l’oceano doveva sommergere la Fuller, il marito Giovanni Ossoli, conosciuto a Roma, e il figlio Angelino di neppure due anni. Un tragico destino in cui doveva andare smarrito e per sempre anche il manoscritto di quella Storia della Repubblica Romana a cui Margaret intendeva affidare il compito di continuare negli Stati Uniti la battaglia per la libertà del popolo italiano.



Per Roma e l’Italia “lette” con occhi americani nei primi decenni del diciannovesimo secolo rimandiamo a due bei lavori:
James Fenimore Cooper, Viaggio in Italia 1828-1830, Nistri-Lischi, Pisa 1989, introduzione, traduzione e note a cura di Angelina Neri, da cui abbiamo tratto il passo di J.F.Cooper; Margaret Fuller, Un’americana a Roma 1847-1849, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1986, a cura di Rossella Mamoli Zorzi, a cui dobbiamo la traduzione del brano conclusivo di Margaret Fuller.

27 novembre 2009

"Una carezza un po’ ruvida" di Odino Raffaelli


di Luciano Luciani


Sono sempre più numerosi i nostri concittadini che negli anni della loro più piena maturità decidono, talora per la prima volta nella loro esistenza, di prendere in mano carta e penna per raccontarsi. Per scrivere di sé, della propria storia, delle proprie esperienze ripercorse lungo il filo sottile e fragile della memoria personale. Perché siamo solo ciò che siamo stati, ciò che ricordiamo di essere stati, in un rapporto col passato sempre ambiguo, sempre in bilico tra memoria e oblio… Di una cosa, però, siamo ben consapevoli: nel momento in cui lo ripensiamo, il passato non è più tale. E’ di nuovo presente con la forza delle sue emozioni, dei suoi turbamenti, addirittura delle stesse sensazioni – tattili, olfattive, acustiche, visive – di allora.

Sarà forse, allora, per questo inganno, per questa forma di resistenza, l’unica che ci è consentita, alla morte che ogni anno fanno la loro apparizione centinaia, migliaia di scritti autobiografici, nati dal vissuto di persone comuni, non necessariamente colte o letterate, talora appena sopra la soglia dell’alfabetizzazione. Una consuetudine con la scrittura in via di larga diffusione che ha addirittura dato vita a un nuovo genere letterario, le “storie di vita” che si posizionano felicemente in una particolarissima, originale, feconda “terra di nessuno” tra storia e antropologia, documento umano e letteratura… Storia vivente, storia degli umili: l’unica possibile per quanti sono stati sconfitti dal potere, emarginati da rapporti sociali ineguali e ingiusti, tenuti lontano dalla scrittura e dall’espressività da un’idea dominante di cultura, astratta, bellettristica ed elitaria.

Per questo, a nostro parere, le “storie di vita”, sensibili al quotidiano, agli atti minori degli uomini e al loro spessore concreto, vanno conquistando uno spazio sempre maggiore tra chi scrive e chi legge, mentre gli stessi studiosi tendono a utilizzarle sempre più di frequente nel loro sforzo di organizzare e interpretare il nostro passato, in modo particolare quello prossimo. E’ ormai diffusa la consapevolezza che è lecito e legittimo interpretare una società attraverso la biografia di un solo uomo che “non è mai un individuo, sarebbe meglio chiamarlo un universo singolare: ‘totalizzato’ e allo stesso tempo universalizzato dalla sua epoca, egli la ‘ritotalizza’ riproducendosi in essa come singolarità” (Ferrarotti).

Sollecita queste riflessioni la lettura di Una carezza sui ricordi, bella e densa “storia di vita” di Odino Raffaelli, classe 1931, originario di Vaglie, piccola frazione del Comune di Ligonchio. L’Autore, alla sua prima prova di scrittura autobiografica, nelle sue pagine ha inteso recuperare le memorie dell’Appennino reggiano prima delle trasformazioni indotte dall’industrializzazione e dal boom economico dei primi anni Sessanta, riservando una particolare attenzione al ricordo di antichi mestieri, alle consuetudini dimenticate, ad antiche credenze le cui origini affondano in un tempo ancora più remoto. Senza trascurare il racconto degli anni tormentati dell’occupazione tedesca e della lotta partigiana, rievocati senza enfasi né retorica da un particolarissimo punto di vista: gli occhi curiosi e stupiti di un bambino che, quasi sulle soglie dell’adolescenza, si trova a dover fare i conti con le vicende formidabili e terribili della storia degli uomini, quella con la S maiuscola.
E poi il periodo della ricostruzione e la faticosa conquista di una professione che lo porterà, con compiti di pesante responsabilità, a navigare lungo tutti i mari del mondo…

Tra le intenzioni di Odino Raffaelli, quella di “lasciare ai propri nipoti, e in genere a tutti i giovani, un piccolo cenno di memoria per far conoscere come era la vita nel mondo in cui vissero i loro nonni” (dalla bandella di copertina). Un tempo che a un giovane lettore dei nostri giorni potrà apparire lontano, addirittura remoto, ma che è soltanto ‘l’appena ieri’ di tutti quanti noi.



Odino Raffaelli, Un carezza sui ricordi, Collana “cartacarbone” 10, Daris - Libri e stampe, Lucca 2009, pp. 222, Euro 10,00


21 novembre 2009

Alla tavola di Mariù e Zvanì" di Laura Di Simo


di Liliana di Ponte

Un Giovanni Pascoli in versione più intima e domestica emerge da un libro fresco di stampa, Alla tavola di Mariù e Zvanì. I cibi pascoliani, di Laura Di Simo, che si presenta come una gradevolissima incursione nel mondo raccolto, ma non per questo chiuso, del poeta, negli anni di Castelvecchio di Barga, dove si ritirò a vivere con la sorella Mariù nel 1895, per rimanervi fino alla fine.

Di Giovanni Pascoli è nota la passione per la buona tavola, che per lui era tutt’uno con l’amore per la campagna, per i sapori semplici dell’orto, per i cibi genuini, che gli ricordavano le sue origini e l’infanzia.

Ma uno dei pregi di quest’opera è nell’amalgama, fatta con mano leggera e competenza (come sanno i veri cuochi), tra le diverse anime che in Pascoli convivevano: il letterato colto e raffinato, la persona riservata che sapeva però coltivare lunghe e fedeli amicizie, l’amante della natura, cantata in tanti versi.

Una vita un po’ appartata nella bella casa (ora Casa/Museo) che chiamava “la bicocca”, da cui Pascoli usciva però volentieri, non per incontri mondani ma per mescolarsi con la gente semplice del luogo, per mangiare nella locale osteria “Zì Meo” o per frequentare gli amici lucchesi, con cui s’incontrava al Caffè “Carluccio” in via Fillungo, ritrovo di intellettuali e artisti, di proprietà di Alfredo Caselli. L’amicizia con quest’ultimo fu duratura, coltivata anche tramite un fitto epistolario, in cui spesso si parlava di vino buono, di biscotti e caramelle (Caselli era artista e droghiere), delle pietanze cucinate da Mariù.

Un altro caro amico fu Gabriele Briganti, direttore della Biblioteca Governativa di Lucca, anche lui frequentatore del Caffè Caselli e di molti incontri conviviali, per il quale scrisse una delle più belle liriche, “Il gelsomino notturno”, come imeneo per le sue nozze.

Il cibo, dunque, è una presenza discreta ma costante sia nella quotidianità del poeta che nella sua produzione letteraria, tanto che dai suoi versi spesso si possono ricavare vere e proprie ricette.

Al riguardo, Laura Di Simo rileva, da un’analisi più approfondita dei testi, uno stretto legame tra il gusto della cucina e la ricerca linguistica. Pascoli infatti adotta con naturalezza, nei suoi scritti, i vocaboli contadini – cruschello, cavolo cappuccio, buzzo, gallinelle – e gli attrezzi domestici – stacci, testi, coli, testi, laveggi – di uso comune in cucina. Di conseguenza, dice Di Simo, “Risulta evidente quindi che sia i piatti tipici che gli attrezzi, testimonianze della civiltà contadina di fine ottocento rientrano a pieno titolo in quella poetica delle piccole cose che percorre l’intera produzione pascoliana”.

A conferma di questo intreccio, nel libro compaiono sia le liriche e i testi in cui il poeta parla di pietanze e di prodotti dell’orto, sia vere e proprie ricette dei piatti della tradizione locale, in uso tuttora, ricavate dalle sue stesse pagine o tratte da manuali di cucina, di alto profilo come l’Artusi, o di impianto più domestico.

Alcune immagini d’epoca dei personaggi e dei luoghi citati completano l’opera, che si offre dunque come una bella passeggiata (non a caso è inserita nella collana Appunti di viaggio) tra temi letterari, poesie, ambienti rurali e cittadini, curiosità storiche e, non da ultimo, ricette da mettere subito in pratica, magari per evocare, in casa propria, un po’ di atmosfera pascoliana.



Laura Di Simo, Alla tavola di Mariù e Zvanì. I cibi pascoliani, Lucca, Pacini Fazzi, 2009, pp. 79, € 7,00.


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"Pietre dure a colazione" di Rossana Giorgi Consorti


di Luciano Luciani

Certo, come scrive Charles Dickens, uno che di storie e storiacce se n’intendeva e non poco, “capitano incidenti anche nelle migliori famiglie”. Certo… Però, quello che accade ai Farinelli in quella calda, maledetta estate del 2006 nella loro bella villa, la “Casa inglese”, amenamente posizionata nella Piana lucchese, sembra davvero superare qualsiasi immaginazione: episodi delittuosi, infatti, si susseguono, uno dopo l’altro carico ognuno di una sua crudele efferatezza, di una propria atroce e teatrale barocca malvagità. Né può essere diversamente perché quel clan familiare, tre generazioni di Farinelli concentrati nell’area di un’antica dimora dalle eleganti linee architettoniche, appare percorso da remote rivalità e antichi disamori, odi malcelati e laceranti questioni d’interesse. Non sono i vincoli di sangue a tenere uniti i componenti della famiglia, quanto piuttosto una strana alchimia emotiva fatta di oscure avversioni e indecifrabili livori: una diffusa malevolenza che intride perfino le mura, le fondamenta stesse della residenza signorile.

Su tutto e tutti incombe l’ombra del misterioso zio Orazio ( è vivo? E’ morto? Era un santo o un personaggio totalmente negativo?), vero protagonista dei crudeli delitti che sconvolgono la routine estiva di una famiglia magari male assortita ma di sicuro appartenente al rango privilegiato della buona borghesia provinciale. E’, forse, il caso più difficile da sbrogliare nella lunga carriera del commissario della Questura di Lucca Antonio Spaino che, fresco sposo, non ha proprio nessuna voglia di cimentarsi con le zone buie dell’animo umano in generale e con le complicatezze, passate e presenti, dei Farinelli in particolare. E sarà dura, davvero dura per il povero commissario affetto per la prima volta nella sua vita, proprio lui scapolo convinto, dal terribile bacillus maritalis che tante e illustri vittime ha sempre seminato in giro… Toccherà a lui, ancora una volta, di fronte agli impazzimenti del cuore umano ricondurre a ragione il magma delle pulsioni che agita gli abitanti della bella villa in stile inglese. Lo aiuterà nel suo difficile compito il solito mix: un po’ di fortuna, eccellenti doti di intuizione, un’acutezza psicologica non comune nel condurre gli interrogatori ricavandone informazioni importanti tanto dalle parole dette quanto da quelle taciute. Insomma, ancora una volta, il metodo induttivo/deduttivo inaugurato un po’ più di un secolo fa dal caro, vecchio Sherlock Holmes… E, come si conviene, al termine delle pagine che seguono, ristabilito l’ordine violato dal crimine, rassicurati e consolati i lettori, l’ormai semisecolare Spaino potrà tornarsene al calore dell’alcova, alla sposa e a trepidare in attesa di un erede.

Dopo aver incrociato le sue armi (pacifiche, per carità, quelle della fantasia narrativa, ma comunque affilate e taglienti lo stesso) con la Nobiltà e il Clero lucchesi, senza trascurare il racconto delle complesse dinamiche dell’odio all’interno del prestigioso liceo classico “N. Machiavelli”, una delle strutture portanti del senso di sé della comunità che vive dentro e a ridosso della Mura, al suo quarto romanzo poliziesco Rossana Giorgi Consorti ci svela gli anfratti del ‘cuore nero’ di una famiglia ‘bene’ della città toscana e dei suoi dintorni. A districarsi nel complicato viluppo dei pericolosi legami familiari l’aiuta una scrittura limpida e venata d’ironia quanto basta a riscattare l’altrimenti cupa e torbida atmosfera fitta di violenze e di morte. Senza trascurare lo sguardo lucido e disincantato dimostrato dall’Autrice nell’evidenziare al giusto grado di visibilità le angustie morali e le miserie umane di un vissuto provinciale intossicato da ogni genere di grettezza e ottusità.

Sono queste - sembra dirci la scrittrice lucchese - sono ancora queste le vere responsabili dello smarrimento diffuso e dello sgomento che attanaglia, anche ai nostri giorni, le menti e i cuori. Unico antidoto non tanto la riaffermazione del valore di un’istituzione, quella familiare, ormai ridotta a un guscio vuoto o quasi, quanto piuttosto l’educazione a una consapevole pratica dei sentimenti. Per esempio, l’amore. Anche quello coniugale, come accade tra Spaino e Isa e con cui delicatamente, teneramente si chiude il romanzo.



Rossana Giorgi Consorti. Pietre dure a colazione. Collana Via lattea MPF 2009.

Pietre dure a colazione, , l’ultimo romanzo di Rossana Giorgi Consorti sarà presentato a Lucca, domenica 6 dicembre, alle ore 16,00, presso la Sala Tobino di Palazzo Ducale.
Interventi di Stefano Baccelli, Giorgio Marchetti e Luciano Luciani.
Sarà presente l’Autrice.

13 novembre 2009

"La Manifattura Tabacchi di Lucca: una fabbrica, una storia" di Paolo Folcarelli


di Luciano Luciani

Questo lavoro di Paolo Folcarelli, La Manifattura Tabacchi di Lucca: una fabbrica, una storia, si raccomanda per almeno quattro motivi:

perché è il lavoro più organico e completo esistente sulla secolare vicenda della Manifattura lucchese;

per il metodo scientifico che sovraintende a quest’opera, fondato su documenti la cui ricerca ha portato l’Autore tra le filze dell’Archivio di Stato di Lucca, tra i cataloghi delle Biblioteca Statale di Lucca e della Marucelliana di Firenze e quelli del Ministero dell’Agricoltura a Roma. Lavoro d’archivio, dunque, dietro questa pubblicazione, tanta pazienza, passione e ‘olio di gomito’ da storico vecchia maniera;

l’Autore non ha poi trascurato le fonti orali, almeno come indicazione di lavoro nelle ultime pagine del suo libro; per esempio, le belle, umanissime testimonianze di due anziane sigaraie del Compitese, che all’oggettività un po’ fredda dei documenti hanno aggiunto il calore e il colore delle ‘storie di vita’, il sentimento proprio di una lunga vicenda personale oltre che professionale

e qui si introduce il quarto dato che fa di questa pubblicazione un unicum: il forte senso di appartenenza che trapela da gran parte delle pagine del libro. Questa caratteristica la indico per ultima, ma non è tale per l’importanza e il peso che acquista nella narrazione l’attenzione riservata all’aspetto umano e sociale della secolare vicenda della Manifattura Tabacchi di Lucca e a ciò che questa azienda ha significato e ancora significa per la città, nel senso comune e nella plurisecolare percezione dei suoi abitanti.

L’originale, denso lavoro di Folcarelli si dipana lungo tre direttrici distinte ma complementari: la storia del tabacco; la storia degli immobili, degli ambienti in cui a Lucca fu lavorato; le vicende umane, sociali, sindacali dei lavoratori delle maestranze della Manifattura.

Di grande interesse le pagine relative alle prime testimonianze sul tabacco, i suoi usi e i significati antropologico/religiosi ad esso connessi. La pianta, come è noto, era usata sia nelle cerimonie religiose dei popoli indigeni americani, sia come droga medicinale per stimolare il sonno o come impiastro per curare infiammazioni e contusioni. L’uso di fumare il tabacco si trasferì dalla sfera esclusivamente religiosa allo stadio di occupazione fine a se stessa. Naturalmente i primi a contrarre questa abitudine furono proprio i sacerdoti, così che il nuovo “vizio” rimase per un certo periodo un piacere riservato alla loro casta, anche perché il tabacco era considerato un’erba sacra. Gradualmente, però, tale usanza finì per estendersi a persone estranee alla cerchia religiosa, si ‘laicizzò’, passando ai rappresentanti di rango e censo più elevati tra la popolazione, e poi, piano piano, a tutti.

Cortez vide usare la Nicotiana tabacum nell’isola di Tabasco e già nel 1518 il feroce conquistatore la inviava all’imperatore Carlo V: alla metà del XVI secolo Fernandez de Toledo ne introdusse la coltivazione in Spagna e Portogallo e l’ambasciatore francese in Portogallo, Giovanni Nicot, faceva dono di alcuni campioni della pianta a Caterina de’ Medici, regina di Francia che ne divenne un’entusiasta consumatrice e propagandista. La regina, infatti, soggetta a violente e frequenti emicranie trovava un immediato sollievo nel fiutare tabacco e la corte, ovviamente, la imitò: un comportamento che divenne segno di distinzione per cui il tabacco fu denominato l’Erba della Regina.

In Italia la introdusse a Roma il cardinale Santa Croce, legato papale e Lisbona; a Firenze Niccolò Tornabuoni nel 1570, per cui il tabacco assunse ancora un altro nome: erba tornabuona.

Ecco, dunque, che il tabacco si avvicina a Lucca, città con cui avrebbe dovuto stringere una secolare alleanza che, tra alti e bassi, dura proficuamente ancora oggi. Anche se, come scrive nella seconda metà dell’Ottocento Salvatore Bongi, direttore e illustre archivista dell’Archivio di Stato lucchese, “sarebbe impossibile ritrovare notizie precise del tempo e del modo con cui l’uso di fiutare e fumare il tabacco dell’America… si introdusse nel territorio che già fu dell’Antica Repubblica Lucchese”. E risale al 5 gennaio 1649 una relazione dell’Ufficio delle Entrate con cui si indicava la possibilità di ‘fare provento’ dei nuovi generi di consumo, in particolare del tabacco. Il compratore di ‘esso provento’ (che per la prima volta si concedette senza incanto) fu il milanese Silvestro di Bernardo Marselli, il quale si impegnò a pagare 140 scudi lucchesi a patto di “poter, lui solo, nella città e Stato di Lucca vender tabacco o farlo vendere a chi più gli piaccia. Obbligandosi però a dare sempre tabacco vero, buono e mercantile, senza inganno o frode al prezzo di bolognini 15 la libbra.”

Sono anni difficili quelli centrali del secolo XVII, anni di fame e disperazione in molte parti d’Europa e d’Italia. E’ appena terminata la Guerra dei Trent’anni e Lucca non fa eccezione: la repubblica si trova a vivere uno dei periodi più difficili della sua storia e anche la peraltro modesta entrata rappresentata da questa prima “privatizzazione” tornò probabilmente di grande utilità. Insomma, la storia di una relazione forte e duratura, quella tra la città e l’industria del tabacco, uno dei regali della prima globalizzazione della storia dell’umanità, prese l’avvio in tempi di grave crisi economica e sociale, riuscì a superarla e forse proprio per questo tale rapporto si consolidò e rafforzò. E mentre le industrie tradizionali declinavano, per esempio quella della seta, la manifattura e la commercializzazione del tabacco resistettero e si ampliarono: al punto che alla fine del ‘700 la Repubblica la avocò a sé, scegliendo la gestione pubblica affidata a un organismo, la ‘Deputazione sul tabacco’ la cui direzione fu affidata a 9 cittadini, 6 estratti a sorte e tre eletti in base alle proprie capacità: obiettivo assicurare al governo un rientro economico di almeno 8000 scudi.

Mentre l’autore continua a dipanare le trasformazioni che avvengono nell’assetto proprietario dell’azienda (la II e la III privatizzazione che precedono il Monopolio del 1869 affidato a una società anonima e la gestione diretta del Monopolio ripresa dal Governo nel 1883), le pagine più interessanti del libro, quelle capaci di illuminare di una luce nuova la storia della città, sono quelle che raccontano i diversi siti della fabbrica, le condizioni e l’ubicazione dei locali, le loro modifiche nel tempo: avvenimenti spesso complicati come sono sempre le cose degli uomini.

Folcarelli ci descrive puntualmente i vecchi metodi e l’organizzazione del lavoro, arricchiti da precise osservazioni demografiche e sociali sul lavoro a Lucca nel XIX secolo. Un periodo in cui cresce l’importanza della Manifattura Tabacchi nel contesto dell’economia lucchese dell’Ottocento, e peggiorano invece le condizioni materiali, salariali, di lavoro e di vita dei suoi addetti, in grande maggioranza donne.

Si creano così le condizioni per uno scontro sociale che caratterizzerà tutto il primo quindicennio del XX secolo. E’ nel 1909 che giungono al pettine i nodi e le contraddizioni accumulatisi negli anni precedenti e mai risolti. Il casus belli fu rappresentato dall’imposizione da parte della direzione di un’ora di straordinario a tutte le “sigariste”, e così per tutto il mese di marzo di quell’anno gli scioperi si susseguirono alle serrate. Uno scontro duro, per la cui composizione intervennero il prefetto e il sindaco. Uno stato di sofferenza, di disagio nel sistema delle relazioni interne alla manifattura che doveva culminare nell’episodio più acuto dello scontro sociale: lo sciopero generale della tarda primavera 1914, concluso con una netta sconfitta dei lavoratori che non riuscirono a creare la necessaria simpatia e la solidarietà dell’opinione pubblica lucchese attorno alle loro rivendicazioni.

Poi la Grande Guerra, gli anni del fascismo, la liberazione della città nel settembre 1944 che trova “la Manifattura, unico stabilimento della zona intatta nei suoi edifici, nelle sue macchine, nei suoi impianti, nelle sue attrezzature con scorte di tabacchi, con quasi intatte le scorte di materiali e articoli vari, in grado di riprendere immediatamente il lavoro normale”. Un merito non piccolo della direzione e delle maestranze.

Il resto è storia recente: la discussione sulla ubicazione della fabbrica fuori o dentro le Mura; l’individuazione della nuova sede a Mugnano, alla periferia di Lucca, l’inizio dei lavori, la loro conclusione. Contemporaneamente avviene l’ennesima privatizzazione, con il passaggio delle attività produttive e commerciali all’ETI (Ente Tabacchi Italiani) e, alla fine del 2000, l’acquisto dell’ETI da parte della multinazionale angloamericana, la BAT (British American Tabacco) Italia. Ancora più recente la dismissione della ‘Divisione sigari’, affidata dal 2006 al gruppo Maccaferri – Eridania che attualmente opera negli stabilimenti di Lucca, Cava de’ Tirreni (Sa) e Foiano della Chiana (Ar).

Paolo Folcarelli, La manifattura Tabacchi di Lucca; una fabbrica, una storia, pp. 128, Euro 15,00


Il libro di Paolo Folcarelli, La Manifattura Tabacchi di Lucca: una fabbrica, una storia, si può richiedere al “Club Amici del Toscano”, telefonando al numero verde 800 853 335

11 novembre 2009

"Una poesia di Virginio Bertini" di Gianni Quilici


















Istigazione al suicidio

Brevi in cronaca:
ventisei anni
identificato
l'immigrato
morto.
Un mattino d'inverno
freddo
come il marmo bianco di S. Michele
profumato di caffè e croissant
appena sfornati
il cliente della caffetteria centrale
allarga le braccia
leggendo il giornale
" vanno fuori di testa
non è colpa nostra nostra non è ".
Caffè e croissant
silenzio compresso
passione nessuna
sole nascosto
residuo di luna
indifferenza sofferenza
estraneità male sociale
caffè e croissant …….
Due volte schiacciato
sull'asfalto cercato
come ultima dimora
Ahmed Echchari
giovane clandestino
sfruttato
al nero
il tempo consumato
che gli era stato dato
istigato
al suicidio
Caffè e croissant
silenzio compresso
passione nessuna
sole nascosto
residuo di luna……
A ridosso delle antiche mura
nelle celle basse senza finestre
dove la notte fa paura
nel capannone abbandonato
giovane marocchino asfissiato …..
" si ubriacano non è colpa nostra nostra non è "…….
Tecnico informatico
permesso di soggiorno regolare
un futuro da inventare
Adil cittadino del nostro mare
con grave colpa terribile dolo
essere solo.
Caffè e croissant
silenzio compresso
passione nessuna
sole nascosto
residuo di luna….


E' un articolo, è una poesia, è una canzone.

Da leggere, da recitare, da musicare, da cantare, da meditare.

Si pensa a Ungaretti e a Garcia Lorca, al rap e a Brecht forse anche a Primo Levi.

Ci sono tre protagonisti: lo sfruttamento, il dolore, la solitudine dell'immigrato; l'indifferenza e l'autoindulgenza dell'uomo da bar; la voce altra, il poeta, che, semplicemente rappresentando, giudica e nello stesso tempo suggerisce un mondo (presente) possibile (“sole nascosto/residuo di luna”).

C'è un ritmo nei versi brevissimi che diventa narrazione, storia, musica, palpitazione, senso dell'esistenza... correndo lungo un contrasto: due mondi (il capannone abbandonato e il profumo dei caffè e dei croissant appena sfornati caldi e profumati), l'indifferenza e il grido, la responsabilità e l'accusa. Bellissima poesia civile.

Chi è Virginio Bertini?
E' stato leader degli studenti nel 68, sindacalista della FIOM a Mirafiori, ricercatore presso l'Ires Toscana, oggi dirigente della Cgil lucchese.
Ha pubblicato un libro di poesie, introdotto da Marco Revelli, Fraternità, edizioni ETS, ed è uno degli autori de “Il corpo e l'anima”, edizioni ETS, con un bellissimo diario, che racconta una lotta dura, lunga, che assume la forma originale del digiuno contro il provvedimento, assolutamente ingiustificato, di espulsione di un marocchino, da decenni presente nella nostra città.
Ed è un diario, che servirebbe leggere per capire cosa vuol dire “essere di sinistra oggi”.

da "Arcipelago" periodo dell'Arci di Lucca

"Igor Stravinskij dall’Uccello di fuoco all’Histoire du soldat"


di Luciano Luciani

Pietroburgo, 1908: Sergej Diaghilev, collezionista d’arte e organizzatore di concerti di risonanza europea, ha modo di ascoltare le composizioni di un allievo di Rimskij-Korsakov, autorevole interprete musicale dell’anima profonda del popolo russo. Il giovane musicista, appena ventisettenne, si chiama Igor Stravinskij e impressiona a tal punto Diaghilev che gli commissiona un lavoro di grande impegno e a cui tiene molto: la partitura dell’Uccello di fuoco.

Due anni più tardi, nel 1910, la compagnia dei Balletti russi lo rappresenterà a Parigi, ottenendo un successo tale che il nome di Stravinskij diventa immediatamente celebre in Francia e in Europa. Raramente nella storia della musica del nostro tempo, un capolavoro tanto compiuto, tanto perfetto era nato dalla fantasia creatrice di un autore così giovane.

Nell’Uccello di fuoco, musica danza, libretto e scenografia si fondono in maniera esemplare in un racconto coreografico che è uno “spettacolo totale”, merito tanto di Stravinskij quanto di Diaghilev che riuscirono a trasmettere ad un pubblico ampio, assai più largo dei soliti addetti ai lavori, le forme d’arte più avanzate del loro tempo.

Dietro questa straordinaria rappresentazione e il suo successo, anche popolare, ci sono tutte le trasformazioni intervenute da almeno mezzo secolo nella società, nella cultura, nella mentalità dell’uomo europeo. Sono quelli gli anni formidabili e contraddittori della cosiddetta “belle epoque”: se progressi tecnici impensabili fino a pochi anni prima (il telegrafo senza fili, l’automobile, l’aereo, il cinema…) stanno avvicinando gli uomini, le sempre più acute tensioni politico/diplomatiche mettono i popoli gli uni contro gli altri armati, fino a sfociare nell’immane macello della Grande Guerra; se eccezionali progressi scientifici sembrano offrire a vaste masse la speranza di una vita più degna, le ingiustizie sociali, mai così diffuse e percepite come tali, con il loro corollario di scioperi, violenze, rivolte, rendono fragile, incero, precario il senso dell’esistenza.

Tradizione e novità, conservazione e avanguardia si scontrano con inusitata durezza in tutti i campi dello scibile e dell’esperienza umana: dalla politica alla letteratura, dalle arti figurative alla musica.

In questa fase della propria vita artistica Stravinskij – un piccolo musicista russo triste, freddo, diligente che affascinava il mondo musicale, “un giovane selvaggio che porta cravatte chiassose, bacia la mano alle signore pestando loro i piedi (Debussy) – si muove sulla lunghezza d’onda della novità e dell’avanguardia che avevano fatto di Parigi, la capitale culturale del pianeta.

Dopo L’uccello di fuoco, i balletti Petrouschka, Parigi, 1911 e ancor più La sagra della primavera, Parigi, 1913 sottolineano lo “scandalo” costituito allora dalla musica di Stravinskij, che, continuando a mantenere legami forti con l’esperienza etnica propria del folklore musicale russo si apriva decisamente alle novità: il ritmo scatenato e l’incisività della frase musicale si intrecciano con i blocchi sonori ripetuti in maniera ossessiva; la violenza politonale, ovvero l’impiego simultaneo o di melodie o di armonie che appartengono a tonalità diverse, e lo spiegamento dei mezzi orchestrali colpirono quasi brutalmente pubblico e critica, francesi ed europei e sancirono la fama e il successo internazionale del compositore russo.

Una musica rivoluzionaria, la sua. Pochi anni più tardi, nel 1918, con l’Histoire du soldat, su testo dello scrittore Charles-Ferdinand Ramuz, ancora una provocazione. Abbandonata la grande orchestra, ridotto all’essenziale l’organico strumentale, ai caratteri propri dell’esperienza maturata fino a quel momento Stravinskij aggiunge un’ulteriore sfida: la contaminazione con la musica da cabaret; col tango, appena arrivato in Europa dall’Argentina e considerato un ballo equivoco e immorale; col ragtime, musica popolare pianistica, anello di congiunzione tra canti popolari e blues da una parte e jazz dall’altra, allora ancora per molti “musica da negri” e quindi inferiore e primitiva; con l’operetta, nei cui confronti non pochi critici conservatori storcevano il naso considerandola nient’altro che musica triviale.
Rappresentata a Losanna pochi mesi dopo la fine della prima guerra mondiale e mentre sulla coscienza europea pesa ancora quel terribile carico di lutti e distruzioni, l’Histoire du soldat, fin dalla sua ispirazione, ribadisce i diritti della fantasia e dell’immaginazione sulla desolazione indotta dal più terribile conflitto di tutti i tempi.

“La musica” scrive Stravinskij mi si è qualche volta presentata in sogno (…) Fu durante la composizione dell’Histoire du soldat, e fui sorpreso e felice del risultato. Non solo la musica mi apparve, ma anche la persona che la suonava era presente nel sogno. Una giovane zingara seduta sul ciglio della strada. Aveva in grembo un bambino e per intrattenerlo suonava il violino (…). Il bambino era molto entusiasta di quella musica e l’applaudiva con le manine”.

Riaffermazione dei diritti del sogno e della fantasia come spazio assolutamente umano in quest’opera, ma non certo speranze in una liberazione definitiva: nella storia fiabesca di un soldato che, tornando dalla guerra in un luogo sconosciuto e in tempo indefinito, scambia col diavolo il suo vecchio, malandato e amatissimo violino per un libro magico e onnipotente che non gli darà la felicità ma lo condurrà alla rovina, precipitandolo nel regno delle tenebre, c’è già il presagio delle tragedie a venire, ancor più immense e terribili di quelle appena trascorse.
Forse mai, come nell’Histoire du soldat, Stravinskij è riuscito a rivelare la sua urgenza poetica con tanta sapienza e lucidità: infatti, se l’uso di materiali contaminati (ragtime, tango, marcia, valzer…) e la tecnica della parodia anticipano di almeno un secolo quella che sarà la cifra evolutiva non solo della musica ma di tutti i linguaggi di comunicazione, le sue esigenze esistenziali lo collocano, insieme a tutti noi, sul fragile balcone del nostro XXI secolo.

"La prima “Miss” veniva da Trastevere" di Luciano Luciani




Calda l’estate romana del 1911 e non solo per motivi metereologici. Le manifestazioni per il cinquantenario dell’unità d’Italia affaticavano non poco i cittadini della capitale: dalla primavera era stato tutto un susseguirsi di visite, cerimonie, celebrazioni discorsi nei quali si vantavano le glorie passate e future dell’Italia unita e di Roma capitale.
Il comitato che sovrintendeva ai festeggiamenti aveva preparato iniziative piuttosto impegnative: una mostra d’arte moderna a Valle Giulia con decine di stand d’arte internazionale e di folklore regionale; l’ apertura del museo del medioevo a Castel Sant’Angelo e quello romano alle Terme di Diocleziano. Il 27 marzo il sovrano Vittorio Emanuele III aveva presieduto una solenne riunione in Campidoglio e il 4 giugno, alla presenza di tutti i sindaci italiani, era stato inaugurato l’Altare della Patria, l’imponente monumento a Vittorio Emanuele II dell’architetto Giuseppe Sacconi che tante polemiche aveva suscitato nel corso della sua lunghissima realizzazione, durata oltre un quarto di secolo. A settembre, sul Gianicolo, si accendeva per la prima volta il Faro, offerto a Roma dagli italiani residenti in Argentina. Il sindaco di Roma, Nathan, il primo ad essere sostenuto da una maggioranza laica e di sinistra, nei suoi discorsi sottolineava ottimisticamente l’avvento dell’”Italia del popolo” e della “terza Roma”. C’era un forte, ribadito richiamo alle idealità mazziniane, ma per lo storico Alberto Caracciolo tutto quel fervore stava a significare “solo la rassegna orgogliosa e forse un po’ pacchiana di un’Italia liberale che sta vivendo gli ultimi tempi del suo progresso e del suo vigore”.

Intanto, sullo sfondo si affrettavano i preparativi per la spedizione di Libia, sostenuta da un forte sforzo propagandistico della stampa favorevole al governo Giolitti che era riuscito anche ad ottenere l’appoggio dei socialisti. L’attenzione dell’opinione pubblica della capitale, però, sembrava essere in altre faccende affaccendata…faccende un po’ frivole, se si vuole, ma capaci di infiammare gli uomini e le donne, i genitori e i figli, i giovani e i meno giovani: come succede spesso per le questioni di costume, quando vengono chiamati in causa il pubblico e il privato, il decoro e la bellezza, le piccole e le grandi vanità e gli interessi di bottega.

Ma cosa era successo per turbare nel profondo le sonnolente, canicolari giornate agostane dei romani?
Robetta, a leggerla con gli occhiali dell’oggi. L’esplosione di una bomba nell’Italietta di novant’anni fa.

Il Sindacato Cronisti aveva indetto il primo concorso per la proclamazione della “Regina di Roma”, invitando tutte le più avvenenti ragazze romane a prendervi parte.
Il risultato più immediato fu che nel giro di nemmeno ventiquattrore un brivido di indignazione e di sdegno percorse la città. Partiva dai settori conservatori della capitale, inorriditi per un simile scandalo, ed arrivava a lambire anche altre, impensate aree politico-culturali.
I parroci furono i primi a schierarsi contro l’iniziativa. Dai pulpiti di tutte le chiese romane si tuonò contro l’iniziativa: alle fedeli venne addirittura vietato di leggere il regolamento del concorso! Poi insorsero le varie associazioni per la tutela della morale e dei buoni costumi delle fanciulle. Anche le femministe dalle colonne del loro “Giornale della donna” non mancarono di scagliarsi contro la manifestazione, pubblicando un violentissimo editoriale dovuto alla penna della direttrice Teresa Salvatori. Problemi pure a sinistra: l’Unione socialista romana e i repubblicani proibirono ai propri iscritti, pena l’espulsione, di partecipare al concorso sia in veste di giurati, sia come componenti del comitato d’onore: anzi, li impegnarono ad impedire la partecipazione delle loro congiunte in qualità di concorrenti.. I consiglieri comunali socialisti e repubblicani, che in un primo tempo avevano aderito in blocco all’iniziativa si divisero in due gruppi: quelli che continuarono ad esprimere un giudizio favorevole e quanti, per disciplina di partito, divennero contrari. Paglierini, Susi, il socialista riformista Romolo Sabatini, il radicale Ettore Ferrari, Campolonghi e molti altri furono costretti a dimettersi. Una vera e propria tempesta politica!
Il comunicato dei socialisti parlava chiaro: “L’Unione socialista romana considera che i socialisti devono tutelare non solo gli interessi economici, ma anche gli interessi morali delle classi popolari. Devono opporsi all’uso di bevande alcoliche ed all’affollamento nelle osterie, all’analfabetismo, all’irascibilità di certi operai i quali maltrattano le proprie mogli, le madri e battono i figli. Agli occhi dei socialisti la proclamazione della “regina di Roma” e delle “principesse dei rioni” è una manifestazione che turba le ragazze concorrenti e desta il sentimento di vanità”.
Non pochi criticarono con asprezza che la fotografia di una donna onesta potesse apparire sulle pagine di un giornale e per tale motivo molte concorrenti subordinarono la propria partecipazione all’ impegno da parte del comitato organizzatore di non pubblicare alcuna fotografia. Molte ragazze che lavoravano negli uffici, nei negozi, nelle fabbriche temettero che la loro adesione al concorso potesse costare loro il posto e non vollero accettare di prendervi parte. Numerosissimi fidanzati, preoccupati per la tutela della dignità delle future spose, negarono in maniera drastica il loro consenso.

Il primo concorso di bellezza nella storia dell’Italia unita rischiava di fallire appena alle prime battute.
Ma i commercianti romani avevano fiutato l’affare e iniziarono una poderosa controffensiva: capillarmente costituirono in ogni rione un comitato organizzatore e si sforzarono di trovare alleati importanti. Così ai commercianti si unirono ben presto artisti di fama quali Trilussa, Pardo, Sartorio, Ballester, Cozza, Pizzirani, molti deputati e quasi tutto il patriziato romano, cui non pareva vero di schierarsi in favore del concorso dopo che socialisti e repubblicani si erano dichiarati contrari.

Dappertutto si ebbero iniziative pro e contro il concorso di bellezza. Il comitato organizzatore stabilì un premio di trecento lire per ogni Principessa rionale e di altre cinquecento per quelle tra le elette che si fossero sposate entro l’anno. La rivista “Gran Mondo” pubblicò un numero monografico per celebrare l’avvenimento. L’Associazione studenti universitari mise a disposizione la propria sede. Il pittore Attilio Invernizzi mandò da Milano un suo quadro con la promessa di eseguire il ritratto alla più bella. Anche la resistenza alla manifestazione però segnava dei punti in suo favore: nel rione Monti-Esquilino nascevano comitati “antiregina di Roma” e le femministe dal loro giornale continuavano a ribadire che “ le donne debbono provvedere a se stesse col loro lavoro e non col ridicolo fasto di un’effimera regalità”.
Ormai però la macchina organizzativa si era messa in moto e i comitati lavoravano con grande impegno sostenuti da un sempre maggiore consenso popolare. Dai primi giorni di settembre iniziarono le nomine rionali accompagnate, come sempre succede in questi casi, da polemiche e contestazioni.

Il regolamento stabiliva che l’età delle ragazze dovesse essere compresa tra i diciassette e i venticinque anni e, cosa particolarmente interessante, escludeva senza possibilità di appello tutte quelle concorrenti che “potessero impressionare per lo sguardo civettuolo e per il corpo dai movimenti di flessuosità esagerate”.
Elvira Speranzani fu esclusa dal concorso perché di professione canzonettista, mentre Lidia Durante “Principessa” dell’Esquilino fu costretta a dimettersi perché risultò essere nata a Castelgandolfo. Il giorno della premiazione Amalia Gasperelli di Testaccio, appartenente quindi al rione Ripa, appena eletta “Principessa” si dimise perché “figlia del popolo” in ossequio alle disposizioni impartite dal partito repubblicano, cui la famiglia delle bella Amalia apparteneva.

La prima “Principessa” eletta fu Cesira Fanella di Borgo Prati, a cui seguirono Palmira Ceccani, entusiasticamente acclamata a Trastevere al termine di un banchetto di oltre duemila persone, Idia Bastianelli che rappresentava le bellezze femminili del rione Monti, Fernanda Battiferri cui toccò l’onore di difendere il rione Colonna, Italia Bacchetti per Campo Marzio, Giovannina Bucciarelli di Parione, Giulia Benni di Ponte, Giovanna Refiser del rione Regola, Aurelia Repetti di Sant’Eustachio, Ida Bruni di Pigna, Irene Bisonti per Campitelli, Silvia Jechert per il rione Sant’Angelo, Adelina Mercuri, “Principessa” di Trevi... Tra loro si contavano sei casalinghe, cinque sarte, una magazziniera, una supplente postale, una studentessa…

Feste a non finire accompagnarono le nomination: illuminazioni speciali di vetrine e negozi, fuochi d’artificio, concertini, fiaccolate, serate letterarie, saggi ginnici, addobbi di balconi: una grande novità fu rappresentata dagli spettacoli cinematografici.
Sui giornali apparvero timidamente le prime fotografie: i volti sorridenti delle ragazze, la serietà e l’impegno con cui la manifestazione si svolgeva, le personalità che vi avevano aderito, la ricchezza dei premi in palio avevano molto contribuito a diradare le preoccupazioni iniziali e a ridimensionare la severità dei giudizi e dei veti che avevano accompagnato la fase aurorale della manifestazione.

Non mancò, però, la tragedia che offuscò per alcuni giorni quel clima di festa e di entusiasmo collettivi. Bianca Monti, damigella d’onore della “Principessa di Castro Pretorio”, rimproverata duramente dal fratello ufficiale dei bersaglieri si tolse la vita poche ore dopo la sua affermazione perché non sopportava, come scrisse il “Giornale d’Italia” del 14 settembre, “le acerbe censure della famiglia”.
Il lutto non arrestò il corso dei festeggiamenti. Tutte le “Principesse” erano ormai state elette e lo spettacolo doveva andare avanti. Gli “ambasciatori” delle “Principesse”, riuniti al teatro Costanzi avevano ufficializzato le nomine: era tra queste campionesse della bellezza che bisognava individuare una “Regina”, la cui elezione ebbe luogo, in pompa magna, il giorno 20 settembre al termine di un corteo trionfale in cui il cattivo gusto si mescolava ad improprie memorie storiche.
Apriva la sfilata il “Senatore di Roma” che indossava il tradizionale costume color porpora. Lo circondavano tredici “Caporioni cittadini”, vestiti con ricchi abiti secenteschi. Quindi i lancieri che precedevano diciotto berline di gala infiorate in cui prendevano posto le diciotto “Principesse”, ognuna fiancheggiata da due damigelle d’onore. Le scortavano i “Gentiluomini” della loro corte armati di spada e di alabarda e chiudeva il corteo il gruppo dei “Fedeli” in abiti di panno giallo e vermiglio, mantello rosso e tocco. Trombettieri in alta uniforme fiancheggiavano il corteo.
Tutte le concorrenti indossavano una tunica romana per mettere popolane e signore sullo stesso piano.
Furono necessari parecchi giorni per fare lo spoglio delle schede e la proclamazione ufficiale avvenne nel corso di una gran kermesse, che ebbe luogo il 1 ottobre all’albergo Excelsior, dopo la ratifica delle elezioni stesse da parte di una commissione formata dai più noti artisti presenti nella capitale.
“Regina di Roma” venne eletta Palmira Ceccani di Trastevere con 4326 voti, seguita nell’ordine da Cesira Fanella di Borgo Prati con 2398 e Ida Battistelli dei Monti con 2326.

La Ceccani aveva 17 anni e qualche mese dopo, convolando intelligentemente a giuste nozze, vinceva anche il premio di cinquecento lire del Sindacato Cronisti.
Pochi giorni prima, il 27 settembre, il governo italiano aveva inviato un ultimatum alla Turchia, intimandole di cedere la Tripolitania e la Cirenaica. Il 29, senza neppure attendere la risposta, dichiara la guerra. Lo sciopero proclamato dalla Confederazione Generale del Lavoro contro questa involuzione imperialistica della politica italiana, male organizzato, ottenne adesioni significative solo in alcune zone del Paese, minori o nulle in altre: troppo poco per bloccare la macchina bellica.
Anche in questo caso lo spettacolo doveva andare avanti.

08 novembre 2009

"L’arte di correre" di Haruki Murakami


di Gianni Quilici

“L'arte di correre” è, negli infiniti modi che un libro può essere, una narrazione autobiografica, che si concentra su una passione ( e parzialmente su due) così vorace da divenire un tratto imprevedibile per chi conosce i suoi romanzi, ma profonda dell'identità dello scrittore stesso, il giapponese Haruki Murakami.

La passione è, come lascia presagire il titolo, la corsa, ma questo libro è da consigliare, oltre a chi ama correre, a chi ama qualsiasi sport o anche a chi ha semplicemente delle passioni.

E' un libro che contiene una spiccata valenza etico-didattica, tanto più evidente e significativa oggi, nella società della frammentazione e delle apparenze, del sovraccarico di immagini e del frastuono.

“L'arte di correre” rappresenta, infatti, in modo analitico, il processo attraverso cui si progettano le proprie intenzioni, le proprie passioni. E quindi la fatica della concentrazione, la pazienza della costanza, l'irriducibilità verso l'obiettivo proposto.
Non attraverso il saggio, ma in una narrazione che questa passione scolpisce, ti fa vivere, te la comunica.

E' quindi soprattutto letteratura, a volte grande letteratura, laddove Murakami semplicemente racconta: per esempio l'ultramaratona di 100 km, percorsa in 11 ore, e la maratona classica, che, da solo, lo scrittore corre, da Atene a Maratona tra il traffico prima ed il calore devastante poi dell'estate. Qui la scrittura tocca le corde dell'esaurimento fisico: una lotta non solo fisica, ma anche e soprattutto psichica. Quando il corpo è stremato, spossessato l'unica risorsa diventa quella mentale, una volontà prodigiosa, che accumula tutte le risorse rimaste. Nella maratona dei cento Km Murakami, infatti, tiene duro con un unico pensiero in testa: “Non sono una persona, sono una pura e semplice macchina. E visto che sono una macchina, non ho bisogno di sentire proprio nulla. Devo solo andare avanti”.
Sulla corsa, invece, verso Maratona scrive:” Per quanto beva, dopo un attimo ho di nuovo sete. Ah, quanto vorrei una bella birra ghiacciata! Basta, basta pensare alla birra. E farei anche meglio a evitare di pensare al sole. E al vento. E all'articolo che devo scrivere. Mi devo concentrare soltanto sull'azione di mettere un piede davanti all'altro. In questo momento l'unico problema urgente è questo”.

Il limite del romanzo è nell'urgenza di trasmettere l'esperienza anche nei suoi aspetti pratici più minimalisti. Necessità che diventa a volte ripetitiva; a volte più sua (dello scrittore) che nostra (dei lettori).

Solo per chi aderisce a questa passione, come il sottoscritto, anche questi dettagli possono acquistare senso e valore, perché fanno (o possono far) parte di uno stesso percorso.

Alcune frasi esemplificative di questa “arte”:

* Ciò che piuttosto mi interessa è se riesco più o meno a raggiungere gli obiettivi che io stesso mi sono prefisso.
* Ciò che penso, semplicemente, è che, una volta usciti dalla prima giovinezza, nella vita è necessario stabilire delle priorità. Una sorta di graduatoria che permetta di distribuire al meglio tempo e energia.
* Vincere o perdere contro me stesso: esistono soltanto queste due possibilità
* ..la qualità del vivere non si trova in valori misurabili in voti, numeri e gradi, ma è insita nell'azione stessa, vi scorre dentro.
* Il titolo giapponese di questo libro riprende quello di una raccolta di racconti di Raymond Carver, lo scrittore che io amo tanto: Di cosa parlo quando parlo di amore.

Murakami Haruki.L'arte di correre. Traduzione: Antonietta Pastore. Pagine 157 . Einaudi. Euro 18,00

"Henry Dunant e le origini della Croce Rossa" di Luciano Luciani




Il primo premio Nobel per la pace
Dicembre, 1901: il comitato per il Nobel del Parlamento norvegese assegna il primo dei premi Nobel per la pace a Henry Dunant, un ultrasettantenne ormai stanco e malato che da anni vive nella camera numero 12 dell’ospizio di Heiden sul lago di Costanza. Fino a trent’anni prima, quell’uomo ora infermo e sofferente era stato il brillante protagonista di anni di febbrile attività in favore dell’arbitrato internazionale e del disarmo, tempra d’organizzatore capace sempre di pensieri grandi e lunghi; poi era intervenuto un lungo periodo di isolamento e oscuramento delle sue idee a cui erano seguiti, di nuovo, anni di ammirazione e di riconoscimenti per gli indubbi meriti conquistati sul campo dell’azione umanitaria e pacifista. Poco prima del prestigioso riconoscimento, in Germania era stata organizzata una sottoscrizione in suo favore; in Russia, mille medici riuniti in congresso gli avevano assegnato il premio Mosca per i servigi resi in favore dell’umanità sofferente. La zarina gli assegnava un vitalizio; la Svizzera decideva di soccorrerlo; il Pontefice gli scriveva di suo pugno e innumerevoli istituzioni benefiche ed organismi della Croce Rossa lo nominavano loro membro o presidente onorario…

Insofferente alla fama che tornava a bussare alla porta del suo rifugio, Henry si negava ai visitatori illustri e si barricava in casa contro gli intrusi, con una testardaggine pari solo all’entusiasmo giovanile con cui rilancia il proprio impegno nella lotta per la pace. Scrive pagine premonitrici sull’avvenire di sangue che attende il mondo del XX secolo, riceve alcuni rari amici e muore il 30 ottobre 1910 nello stesso anno in cui vengono a mancare due grandi figure per cui Dunant aveva sempre espresso grande ammirazione: Leone Tolstoi e Florence Nightingale.

Borghese e protestante

Henry Dunant nasce a Ginevra nel 1828, da famiglia borghese e protestante. Fin dall’adolescenza è solito utilizzare il proprio tempo libero per portare soccorso e conforto ai poveri, agli ammalati, ai carcerati. Come è stato scritto Henry aveva cominciato a prendersi cura dei “feriti” del tempo di pace già parecchi anni prima di occuparsi dei feriti di guerra. Uscito dal collegio, dopo un tirocinio in banca, come si conviene a uno svizzero ginevrino e protestante, mosso dallo spirito del Risveglio nel 1849 entra a far parte di un gruppo di giovani animati da una fede intensa e appassionata: per Henry il nucleo originario di un movimento internazionale ed ecumenico che viene fondato a Parigi nel 1855 in occasione dell’Esposizione Universale. Nasce così l’Alleanza Universale delle Unioni Cristiane, più nota sotto il nome di YMCA e a tutt’oggi assai diffusa. Ginevra ormai gli sta stretta: si trasferisce in Algeria, conquistata un quarto di secolo prima dalle armi francesi. Studia l’arabo e l’Islam e, contrariamente alla maggior parte dei cristiani del suo tempo ancora fermi ad un atteggiamento negativo e conflittuale nei confronti dell’Islam, matura per questa religione ammirazione e rispetto. Si lega alle popolazioni indigene e un suo generoso progetto di trasformazione in senso moderno di una grande proprietà agricola algerina fallisce per il disinteresse delle istituzioni. Deluso ma non sconfitto, decide allora di recarsi da Napoleone III in persona per perorare la causa dei contadini algerini: il fatto che l’imperatore francese in quel momento si trovi in Italia, in Lombardia, alla testa dell’esercito francese impegnato a fianco del piccolo Regno di Sardegna contro le truppe austriache guidate dal giovane imperatore Francesco Giuseppe non arresta il tenace zelo del giovane svizzero.

L’orrore e la pietà

Quando Dunant raggiunge la Lombardia devastata dalla guerra, le operazioni militari sono a un punto di svolta: le battaglie di Montebello, Palestro, Magenta avevano segnato senz’altro dei punti in favore dell’alleanza franco-piemontese ed incombeva lo scontro decisivo. Questa battaglia, quella di Solferino, la più sanguinosa che l’Europa abbia conosciuto dopo Waterloo, deflagra il 24 giugno 1859 e impegna l’intera armata francese e la più gran parte di quella austriaca. Più di 300.000 uomini e 25.000 cavalli si scontrano per oltre 14 ore, bombardati dal fuoco di oltre 1000 cannoni. Dunant è lì vicino: sta percorrendo quei luoghi in una carrozza privata, irreprensibilmente vestito di bianco per difendersi dal caldo, alla ricerca di un abboccamento con l’imperatore. Ode distintamente il rombo dell’artiglieria, ma non si spaventa; inorridisce, invece, quando nel vicino borgo di Castiglione cominciano ad affluire, sempre più numerose fino a diventare un fiume in piena incontenibile, le vittime di quella vicenda bellica: migliaia di feriti che arrivano dal vicino campo di battaglia e sono ammucchiati in disordine senza la minima assistenza nella Chiesa Maggiore e tutt’attorno. Dunant quel giorno non proseguì oltre perché lo fermarono la pietà e l’orrore. Lenti convogli raggiungevano il paesetto carichi di ogni sofferenza umana. Feriti a migliaia, sfiniti, istupiditi dalle sofferenze: per loro non c’era assistenza, né un ricovero e nemmeno un sorso d’acqua. Migliaia di giovani uomini giacevano sulla nuda terra trapassati dalle pallottole, mutilati dalle schegge, schiacciati dalle ruote dei pezzi d’artiglieria e dei carriaggi, le piaghe infettate, tormentati dal caldo e dalla sete. Le intendenze avevano attrezzature assolutamente inadeguate per curare quei disgraziati che per i loro commilitoni erano diventati soltanto un peso da affidare alla pietà dei civili o alla solidarietà, quando era possibile, dei compagni d’arme.
Il ricordo di quella tragica giornata rimase incancellabile nella memoria del ginevrino e iniziò ad agire nel profondo della sua coscienza. Per due anni si sforzò, senza riuscirci, di tornare ai suoi affari. Nel 1861 si ritira nella sua città natale con l’intenzione di rivelare all’opinione pubblica europea “ l’atroce verità del campo di battaglia “. Alla fine del 1862 pubblica Un ricordo di Solferino che, inviato a politici, uomini di stato, sovrani, intellettuali, suscita un forte sentimento di commozione testimoniato da quanto i fratelli de Goncourt annotano nel loro Diario: “ Si lascia questo libro maledicendo la guerra “. Dunant denuncia soprattutto la vergognosa assenza di soccorsi sanitari sugli scenari bellici e l’Europa democratica rimane profondamente turbata nel leggere le sue pagine. “Il problema sollevato da Dunant divenne per gli stati, se non un rimorso, certo un’inquietudine della coscienza e una questione all’ordine del giorno”. (L.Firpo)

Nel 1863 l’uomo d’affari ginevrino poneva all’ordine del giorno della Società ginevrina di Pubblica Utilità il problema “dell’aggregazione agli eserciti belligeranti di un corpo d’infermieri volontari”: ne derivò una commissione di cinque membri formata da Henry Dofour, capo militare dell’esercito della Confederazione svizzera; i medici Louis Appia e Théodore Maunoir; un giurista, Gustave Moynier e Dunant stesso.
La Commissione dei Cinque, forte del consenso delle famiglie regnanti d’Olanda, Prussia, Assia, Baden e del giovane regno d’Italia, tentò la strada della convocazione a Ginevra di una Conferenza internazionale per dibattere del suo progetto filantropico. Dunant viaggia attraverso l’Europa per raccogliere l’interesse e il consenso di principi e di capi militari, forte di un appello in tre punti: 1) ogni governo si doveva impegnare ad assicurare appoggio e protezione al proprio Comitato nazionale di soccorso ai feriti da crearsi in ciascuno degli stati europei; 2) a riconoscere la neutralità del personale medico militare e di tutti i soccorritori volontari; 3) a favorire durante le ostilità i trasporti del personale e dei materiali sanitari nelle zone di guerra.

Nasce la Croce Rossa Internazionale
Nell’ottobre del 1864 viene finalmente inaugurata l’assise voluta con tanta testarda fermezza dal finanziere ginevrino. Vi partecipano i delegati di 16 Paesi: l’Italia non aderisce ufficialmente, ma invia come uditore il proprio console in Svizzera; l’Inghilterra sceglie di non partecipare. Una defezione importante che non arresta, però, il processo in corso. Dopo quattro giornate di discussioni viene adottata una risoluzione in dieci punti che prevede la costituzione di un Comitato nazionale di soccorso in ognuno dei Paesi aderenti; la predisposizione in tempo di pace di attrezzature, materiali e la formazione di un corpo di infermieri volontari; la neutralizzazione delle ambulanze, degli ospedali e del personale sanitario agli ordini delle autorità militari. Unico per tutti i Paesi il segno distintivo della nuova organizzazione: una croce rossa in campo bianco, ovvero la bandiera svizzera a colori invertiti, oppure la bandiera bianca, tradizionale segno di tregua, fregiata del simbolo cristiano. Era nata la Croce Rossa Internazionale.

Dunant pagò un prezzo personale molto alto perché la sua creatura vedesse la luce. Le fatiche organizzative per trasformare in pratica concreta la sua idea lo portarono a trascurare i propri affari e lo avviarono verso un pesante dissesto finanziario. Nel 1867 la banca ginevrina di cui era amministratore lo dichiarò fallito per oltre un milione di franchi, costringendolo alle dimissioni dalla Commissione dei Cinque di cui era segretario. Quando nel 1873 si celebrarono i primi dieci anni dell’organizzazione il presidente Gustave Moynier si guardò bene dal menzionare il suo nome. Seguirono circa vent’anni di estrema povertà a cui fanno da contrappunto progetti sempre più grandi e talora velleitari sollecitati da una passione umanitaria che sembra divorare il compassato uomo d’affari di una volta. Dunant soffre la fame, dorme nelle sale d’aspetto delle stazioni ferroviarie e sulle panchine dei parchi fino a ridursi nella piccola pensione ‘Paradiso’, a Heiden nel cantone di Appenzell sul lago di Costanza dove dimora per cinque anni per essere poi accolto nella cameretta numero 12 del locale ospizio per anziani. Qui scrive le sue memorie: pagine e pagine tormentate in cui ricordi, digressioni, citazioni, polemiche per le ingiustizie sofferte si mescolano a pagine intense e profetiche sui futuri disastri della guerra in Europa e sulla società militarista e ipocrita che non potrà fare a meno di generarli.

Quando ormai tutti lo credono morto, un giovane giornalista, George Baumberger lo scopre in quell’angolo sperduto d’Europa e racconta al mondo la sua storia, le sue sofferenze, il suo ingiusto destino. Paragonabile a quella che aveva accolto Un ricordo di Solferino una nuova ondata di emozione percorre ora tutto il mondo e “l’avventuriero della carità” torna a occupare il posto che meritava nella coscienza planetaria: quello dovuto a chi, per primo, aveva intuito e tentato, tra scetticismi e boicottaggi di ogni genere, di mettere in pratica l’idea semplice e feconda di neutralizzare su tutti i teatri di guerra i sofferenti e i loro soccorritori.

04 novembre 2009

"Lilì Marlen..." di Luciano Luciani


La ragazza sotto il fanale

Il secondo conflitto mondiale durava ormai da quasi due anni e l’Europa si presentava come un unico, sanguinoso campo di battaglia. Lo scontro non risparmiava niente e nessuno: obbiettivi e popolazioni civili erano, anzi, diventati i bersagli privilegiati delle operazioni militari di un conflitto che non conosceva ostacoli combattuto sulla terra, nel cielo, sopra e sotto il mare… Che il 14 agosto di quell’anno terribile Churchill e Roosevelt si siano incontrati nell’isola di Terranova per elaborare ed enunciare i principi della ‘Carta Atlantica’ forse lo ricordano in pochi. Tutti, però, conoscono le note, severe e struggenti insieme, che vennero irradiate da Radio Belgrado alle 21.56 del 18 agosto: Lilì Marlen, un motivo che nel giro di poche settimane avrebbe oltrepassato ogni frontiera geografica e ideologica e ogni barriera linguistica, trasformandosi nell’inno non ufficiale dei soldati di entrambe gli schieramenti che lo cantarono, sempre e da per tutto, dal fronte russo all’Atlantico, dai Balcani al Baltico, con commozione e partecipazione.

Quale il tema di questa canzone che riuscì nel difficilissimo compito di affratellare uomini in divisa ‘l’un contro l’altro armati’? L’amore: o meglio l’amore, la guerra e il senso di perdita connesso a tutte le vicende belliche. Una canzone le cui parole provenivano dal precedente conflitto mondiale, dalla Grande Guerra. Le aveva scritte nel 1915 Hans Leip (Amburgo, 1893 – Fruthwilen, 1983), un giovane soldato tedesco poco prima di partire per il fronte russo e facevano parte di un testo poetico intitolato La canzone di una giovane sentinella: Lilì era il nome della fidanzata dell’autore e Marlen quello di una giovane infermiera che, prima di sparire per sempre, aveva regalato un gesto affettuoso al giovane Leip impegnato nei suoi doveri di guardia di fronte alla caserma dov’era acquartierato.

A Goebbels non piace, a Rommel sì

La canzone di una giovane sentinella era stato pubblicata più di vent’anni più tardi, nel 1937 all’interno di una raccolta più ampia ed era piaciuta a Norbert Schultze (Braunschweig, 1911 – Monaco, 2002), un musicista di successo ligio al regime nazista, autore di motivi popolari e di colonne sonore per il cinema. Nel 1938 Schultze musicò i versi di Leip e nacque Lilì Marlen, che però dovette scontare l’ostilità di Joseph Goebbels, l’onnipotente ministro hitleriano della propaganda e dell’informazione a cui non piaceva il tono dolente e la tristezza che caratterizzavano quelle parole e quella musica: ben altri, a suo parere, sarebbero dovuti essere i motivi per accompagnare la marcia inarrestabile dei soldati tedeschi. Lilì Marlen fu comunque registrata per la voce della cantante Lale Andersen, nome d’arte di Eulalia Bunnenberg (Lehe/Bremerhaven, 1905 – Vienna, 1972), a sua volta poco convinta di quell’operazione… Tant’è che il disco, inizialmente, si rivelò il classico buco nell’acqua e vendette solo 700 copie, finendo sugli scaffali della Radio Tedesca per le Forze Armate.

Relegata a una diffusione periferica tra le truppe dell’Afrika Korps, il corpo di spedizione tedesco che dal febbraio 1941 alla primavera 1943 operava in appoggio alle truppe italiane, la canzone attrasse l’attenzione di Erwin Rommel, il brillante ufficiale al comando delle forze dell’Asse. Questi, tra un’offensiva e una ritirata tra le sabbie dei deserti della Libia e dell’Egitto, trovò anche il tempo per segnalare le sue preferenze musicali al tenente Karl-Heinz Reintgen, responsabile delle trasmissioni di Radio Belgrado nella Iugoslavia ormai occupata dai tedeschi, che, non potendo rifiutare un favore alla già celebre ‘volpe del deserto’, inserì Lilì Marlen nella propria programmazione come sigla di chiusura delle trasmissioni.

Fu da subito un successo straordinario. In tutta Europa, in tutto il mondo in guerra da un fronte all’altro rimbalzarono le note di Lilì Marlen e tutti gli uomini in divisa si sentirono accomunati dalla patetica histoire du soldat che “tutte le sere/sotto quel fanal,/presso la caserma/” attendeva la sua bionda Lilì Marlen insieme alla quale dimenticare il mondo; e col mondo la guerra e i suoi orrori… Oddio, magari quest’ultimo concetto nel testo non c’era, ma derivava come diretta conseguenza da versi semplici al limite della banalità che favorirono la larghissima diffusione della canzonetta:
Tutte le sere sotto quel fanal
presso la caserma ti stavo ad aspettar.
Anche stasera aspetterò
e tutto il mondo scorderò,
con te, Lilì Marlen, con te!
Con te, Lilì Marlen


Larga quanto? Paragonabile, forse, a quella degli attuali successi della hit parade planetaria: un risultato formidabile, considerato che allora il mondo era consumato dalle fiamme del secondo conflitto mondiale e la televisione come mezzo di comunicazione di massa non esisteva ancora. L’immensa popolarità della versione tedesca impose ben presto una versione inglese. Si racconta che un editore musicale inglese, J. J. Phillips, dopo aver ascoltato le critiche di un gruppo di compatrioti in divisa, arrabbiati perché costretti a cantare la canzone del momento in tedesco, affidò al paroliere Tommie Connor la versione che, cantata da Anne Shelton, decretò il trionfo di Lilì Marlen tra i militari alleati: un successo reiterato dall’esecuzione di Vera Lynn per la BBC e consacrato dallo spettacolo per le truppe La ragazza sotto il fanale che Marlene Dietrich, la famosa attrice cinematografica di origine tedesca ma naturalizzata americana dal 1939, portò in tournee dal Nordafrica alla Sicilia, dall’Alaska alla Groenlandia, dall’Islanda all’Inghilterra. E, a partire dal 1943, non mancò neppure una parodia di Lilì Marlen in chiave antihitleriana interpretata da Lucy Mannheim.
L’VIII Armata inglese la adottò come proprio inno nonostante l’origine ‘nazista’.

Tradotta in 48 lingue, amata dal leader iugoslavo Tito, è senz’altro la più famosa canzone di guerra di tutti i tempi: forse proprio perché non parla di guerra, ma di un sogno d’amore infranto dalla spietata legge delle armi. Richiesta di spiegare l’enorme successo della canzonetta che aveva avuto la ventura di interpretare per prima, Lale Andersen rispose: “Come fa il vento a spiegare perché è diventato tempesta?”

La versione italiana, dovuta a Nino Rastelli, fu portata al successo da Carla Mignone, in arte Milly, da Meme Bianchi e soprattutto da Lina Termini a partire dal 1942. E anche in Italia non mancarono le parodie della più famosa canzone del momento che divenne così il mezzo più immediato per veicolare stati d’animo di rabbia e di una prima, ancora non del tutto consapevole opposizione al regime fascista. Ecco una strofa ‘contro’ in un comprensibilissimo dialetto piemontese:
Tutte le sere ‘nda lett sensa mangiar
e la matina a un’ora andà a lavorar,
dopu mezz dì, patati e ris,
el noster “dus” el fa on sorris…
Evviva l’italian c’on ettu e mezz de pan!

"Aspettando Tullio" di Maura Fatarella


di Laura Di Simo

E’ un romanzo completo questo di Maura Fatarella, autrice alla sua prima pubblicazione, che racconta la storia di una famiglia, focalizzata e incentrata su di una vicenda sconvolgente, per tutti i suoi componenti: la morte in un incidente del figlio maschio. Tullio è un bel giovane, un po’ bullo e sfaccendato, un vitellone di paese; gira su una vespa e tutte le donne sono sue, ma una sera d’agosto lo trovano morto, catapultato in mezzo alla campagna, nei pressi di una curva pericolosa.

Tutto si consuma nelle prime venti pagine, ma Tullio non esce di scena, bensì continua a vivere e ad agire dentro l’anima delle persone che lo hanno amato. Il romanzo, dunque, ruota attorno alla sua assenza, su cui, nonostante il passare degli anni, si infittisce il dubbio angoscioso che il giovane sia stato ucciso e l’incidente sia solo una simulazione.

Intanto la vita continua e intreccia, sotto gli occhi del lettore, le vicende dei personaggi. La madre Isolina, figura tragica, non si riprenderà più dal dolore per la morte del figlio prediletto; la sorella Vanda, ragazza ribelle in perenne conflitto con la madre prima, donna forte e coraggiosa poi; i suoi tre figli, Colomba, Palma e Lulo; il nipote Alessandro. Ale è un ragazzo problematico, affetto dai mali tipici dell’adolescenza, come la bulimia, la crisi d’identità, la mancanza di valori familiari.Con lui Vanda torna al paese ad occuparsi della vecchia madre, per accompagnarla alla morte.

Qui, nella casa della sua infanzia, tra quelle mura domestiche, la protagonista si trova a far fronte ai problemi attuali (ognuno dei tre figli gliene pone uno) e a quelli del passato: ma alla fine riuscirà a trovare una spiegazione ai grandi interrogativi che l’hanno accompagnata per tutta la vita, accettando le scelte dei figli, ricomponendo gli affetti e i sentimenti, attraverso una comunicazione istintiva, fatta di sguardi, di carezze, di abbracci e di una continua disponibilità.

La prosa di Maura Fatarella, fluida e scorrevole, sa dosare sapientemente ora il dialogo a più voci movimentato e con sfumature da commedia, ora i lunghi squarci lirici di un passato che riemerge dalla coscienza inquieta di Vanda. Sullo sfondo il paesino tra la bassa Maremma e l’alto Lazio, con le sue viuzze strette, la chiesa, la piazzetta di origine medievale: un posto splendido, lontano dal traffico cittadino, ma anche dalle comodità della vita moderna. Ritornare lì, dunque, significa riacquistare un ritmo di vita ormai dimenticato, ripercorrere la mentalità paesana spesso condizionata da gelosie e ripicche. Vanda si lascia andare intimamente a rivivere gli anni del passato con un unico obiettivo: quello di far tornare i conti e ricostruire come in un puzzle, tessera per tessera, la propria esistenza.



Maura Fatarella, Aspettando Tullio, Giulio Perrone editore Roma, euro 18,50

02 novembre 2009

“Giorni d'afa” di Eduard von Keyserling


di Gianni Quilici

Leggendolo ho provato nostalgia. Nostalgia dell'estate. Ingenuamente forse. Perché l'estate vi è rappresentata con una sensualità rara a leggersi tanto da chiedersi se non sia idealizzata.
Questa sensualità nasce dal calore avvolgente di quel microcosmo molto dettagliato di profumi, mutevolezza di colori, ronzio di insetti, mormorio di acque, fatiche dei campi, viali di tigli, sospensioni del tempo, notti magiche che l'autore riesce a far vibrare all'unisono con le psicologie dei protagonisti.

Il protagonista, infatti, è un adolescente di nobile famiglia, che vive la scoperta dell'emozione sessuale e dei dolori della passione amorosa. Ha in più un padre autoritario e distante, ancora giovane ed affascinante, da essere vissuto anche come rivale, e due cugine di una bellezza sottile e lontana, perse pure loro da mancate corrispondenze.

Potrebbe essere un piccolo capolavoro se Eduard von Keyserling non arrivasse alla tragedia del suicidio, il suicidio dell'uomo più forte, quello che forse ha in mano le redini di queste storie, di questi personaggi.
“Tutto è possibile” si potrebbe obiettare. Certamente. Ma nella scelta di far morire il padre affascinante ed esperto di esperienze di vita ci trovo una semplificazione, che ha forse un'origine romantica, ancora prima che decadente, che appartiene più all'autore che alla personalità del personaggio. E' come se padre e figlio si fossero confusi in un finale la cui tragedia rimane individuale, non appartiene né a un'età, né a un'epoca.


Eduard von Keyserling. Giorni d'afa.( “Schwule Tage”). Traduzione di Luisa Coeta. Pagina 85. Sugarco edizioni. (non ristampata).
Eduard von Keyserling. Afa. Traduttore Azzone Zweifel . Pa. 104. Collana Piccola biblioteca Adelphi. Euro 6.20.



Eduard von Keyserling (Hasenpoth, 15 maggio 1855 – Monaco di Baviera, 28 settembre 1918) è stato uno scrittore tedesco dell'epoca dell'Impressionismo.
Appartenente ad un'antica famiglia di nobiltà baltica, nacque a Schloss-Paddern, a quel tempo sotto l'impero russo e oggi parte della Lituania. Studiò dapprima nelle locali scuole tedesche, quindi all'Università di Vienna. Si stabilì nel 1895 a Monaco di Baviera, dove visse fino alla morte. Gran parte della sua produzione letteraria (romanzi, racconti e drammi) fu composta qui. Negli ultimi vent'anni di vita fu tormentato da una grave forma di sifilide, che lo costrinse a lunghi periodi di immobilità e da ultimo lo rese cieco.
Le opere di Keyserling sono state spesso definite "le novelle del castello", perché gran parte di esse sono ambientate nelle tenute della nobiltà baltica da cui proveniva. Questo sfondo è caratteristico per l'isolamento che contraddistingueva i suoi personaggi: sudditi dell'impero russo, ma di lingua e cultura tedesca, signori di vaste tenute dove lavoravano contadini di differente etnia. Traspare il senso di crisi e di esaurimento di queste casate, ritratte alla vigilia della Prima guerra mondiale e della Rivoluzione russa, che ne avrebbero decretato la fine.

29 ottobre 2009

“Fuga senza fine” di Joseph Roth


di Gianni Quilici


“Nelle pagine seguenti racconterò la storia del mio amico, compagno d'armi e di idee, Franz Tunda”
così scrive nella premessa Joseph Roth.
In realtà questo stratagemma consente allo scrittore di distanziarsi dalla materia trattata, di dialogare con il suo personaggio e con la sua storia. Personaggio e storia che lo stesso Roth avrebbe riconosciuto riflettere “in gran parte” la sua stessa esistenza di nomade e l'implacabile destino del “disperso”, che sintetizza nel bellissimo titolo “Fuga senza fine”.

Franz Tunda, infatti, percorre la vita senza mai arrestarsi, in una fuga continua. Tenente dell'esercito austriaco nella grande guerra, fatto prigioniero dai russi nell'agosto del 1916, riesce a fuggire e si rifugia in un solitario, triste casolare in Siberia, ai margini di una foresta, fino al 1919. Quando scopre che la guerra è finita, parte, attraversa la Siberia, arriva in Ucraina, nei pressi di Kiev, viene preso dapprima come spia bolscevica, diventa poi rivoluzionario, crede di innamorarsi, finisce sul Mar Nero a Baku, fino a ritornare nell'impero che non c'è più, in una città sul Reno, poi a Berlino e infine a Parigi...

E' un romanzo veloce, che attraversa un'epoca turbinosa come un fulmine: dalla rivoluzione russa, vista con gli occhi della lontananza, alla crisi non solo dell'impero asburgico, ma dell'antica cultura europea. Nel dialogo con il fratello, direttore d'orchestra di successo, sacerdote dell'arte, come egli lo definisce, Tunda mostra i mille buchi che sostituiscono nella vita quotidiana una cultura borghese ammuffita: i Buddha, i cuscini, i larghi e profondi divani, i tappetti orientali, le danze negre...

Joseph Roth ha una scrittura sintetica e asciutta, riflessiva e, a volte, potentemente satirica. I personaggi preferisce generalmente descriverli, non farli nascere attraverso i fatti. Si veda il bellissimo ritratto fisico-psicologico della rivoluzionaria ucraina, Natasa. La descrizione dettagliata che Roth fa del volto della ragazza rivela pure l'ideologia, di cui è, incosapevolmente, imbevuta: ella nega, infatti, la sua bellezza, sfida i maschi con il suo coraggio, deride i valori borghesi, ma sceglie Tunda, perché borghese, senza accorgersi neppure dell'amore degli altri uomini che, invece, la venerano: marinai, operai, contadini senza istruzione e innocenti come animali.

E' un romanzo intenso. Un'intensità tenuta a distanza e quasi nascosta dal succedersi vorticoso dei fatti, che poi, delusione dopo delusione, si fa intima, disperata “in una storia”, come scrive Alfredo Giuliani, “di una progressiva spoliazione”. Franz Tunda vive, infatti, senza mai scegliere, lasciandosi trasportare dai fatti e dagli incontri: la fidanzata, la guerra, la fuga e la perdita di identità, la rivoluzione che diventa prassi burocratica, “disciplina senza sentimento”, le donne con le quali non scatta mai una scintilla vera e profonda, l'alta borghesia intellettuale e aristocratica reazionaria, senza sapere di esserlo, piena di pregiudizi e di certezze, che vive senza sapere di essere morta. “A volte apparivano a Tunda come dei vermi, il mondo era la loro bara, ma nella bara non c'era nessuno”.

E' qui, nel finale, che “Fuga senza fine” diventa affascinante, il fascino di una indifesa, dolente nudità. Franz Tunda, uomo libero e dalle esperienze estreme (le notti rosse, il bianco intenso infinito del ghiaccio siberiano, il silenzio minaccioso delle foreste, la fame lancinante) viene trovato da Joseph Roth “sano e vivace, un uomo giovane e forte, dai molti talenti, nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo, e non sapeva cosa dovesse fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c'era nessuno al mondo”.
Non ci sono speranze, non c'è accettazione. Rimane solo la nudità dell'essere tuttavia libero, non gregario di qualcuno.


Joseph Roth. Fuga senza fine. (Die Flucht ohne Ende). Traduzione di Maria Grazia Manucci. Pag. 151. gli Adelphi. Euro 6.50.

"Racconti col fiato corto" di Giuliano Parenti


di Luciano Luciani


La nostra editoria non ama il racconto e lo considera quasi un genere minore, al più un esercizio di apprendistato letterario rispetto al ‘padre nobile’ della narrativa, il romanzo. Non c’è direttore di collana che non storca la bocca davanti a una raccolta di racconti, che non aggrotti pensosamente la fronte quando l’Autore, chiunque sia, alle prime armi o già famoso, gli propone un’antologia di narrazioni più o meno lunghe.

Eppure, il racconto, legato strettamente alle tradizioni orali, ai miti e alle leggende, ha radici antichissime che affondano in profondità nella notte dei tempi delle letterature e del genere umano. Esso costituisce quasi un organo vitale del nostro essere biologico: il narrare è strettamente connaturato all’esistenza stessa dell’uomo.

Una tesi dimostrata in base a un’ampia facoltà di prova da questi trentuno Racconti col fiato corto di Giuliano Parenti, valido rappresentante di quella creatività diffusa che, tra pagina scritta e mostre d’arte, teatro e poesia, microeditoria di qualità e laboratori di scrittura, in maniera tanto discreta quanto tenace, contribuisce, da quasi mezzo secolo, a umanizzare una Storia altrimenti spigolosa e tagliente.

Estrose le sue storie, talora stravaganti, non di rado bizzarre, sempre comunque orientate nella direzione di una critica lucida e corrosiva nei confronti delle manie dell’uomo nostro contemporaneo, insieme vittima e carnefice delle proprie fissazioni, delle complicatezze di un quotidiano di cui sembra aver smarrito il senso e la chiave. E in questa opera di demolizione dei miti di una modernità supinamente accettata, lo aiuta una scrittura essenziale, incisiva, graffiante, capace di ottenere il massimo di effetti narrativi coll’apparente minimo sforzo.
Uno stile sapiente quello di Parenti, di impianto teatrale per la sintassi secca, scabra, il gusto della battuta fulminante, l’originale invenzione delle situazioni al tempo stesso realistiche e paradossali.

Ora (Okay dall’alto dei cieli) una famiglia benestante in viaggio di piacere verso New York rammenta all’improvviso di aver lasciato solo e chiuso in casa un anziano genitore. Come soccorrerlo dall’altro capo dell’oceano? Ed è poi così importante aiutarlo?

Di aiuto, che non arriva, avrebbe poi urgente bisogno anche il protagonista di Bagliori di cenere, la cui storia, tragica e comica insieme, risolta brillantemente nel giro di tre pagine, vale più di un saggio sociologico sui devastanti effetti della dipendenza dalla ‘telecrazia’.

Oppure un Babbo Natale scambiato per un rapinatore dagli utenti in fila dell’ufficio postale di San Lazzaro Resuscitato (Babbo letale)…

E non manca una delicata, struggente storia d’amore tra un vedovo di mezza età e una postina belloccia e incerta, stroncata sul nascere (la storia d’amore, non la postina!) da legami familiari eccessivi e ingombranti (Frutti di bosco).

Per avere un saggio significativo delle qualità narrative dell’Autore si legga, poi, Un uomo dietro la porta: qui, un sans papier, ovvero un ‘barbone’ per di più nero di pelle, ricorre a tutte le proprie abilità dialettiche per farsi assumere come cane da guardia nella villa in Val d’Orcia della matura, bella, ricca e francese Brigitte Decauville…

Giuliano Parenti, deformandolo appena appena un po’, ci racconta un mondo privo di pietas, frustrato, deprimente: il nostro, senza possibilità d’errore.


Giuliano Parenti, Racconti col fiato corto, prefazione di Mario Artioli, Tre Lune Edizioni, Mantova, pp. 230, Euro 22,00

L'adottato" di Mario Del Plato


di Luciano Luciani


Raccontare storie. Ovvero intraprendere un cammino verso un territorio suggestivo e condiviso, dove si incontrano le conoscenze, le emozioni, i valori, che forniscono senso all’esistenza tanto di chi racconta quanto di chi ascolta. Fin dalla notte dei tempi è narrando che gli uomini sono sempre entrati in comunicazione tra loro e hanno imparato a conoscere più e meglio se stessi e il mondo circostante.

Concetti, immaginiamo, ben presenti alla coscienza di Mario Del Plato, che ha già felicemente praticato tale antica, umanissima modalità con il suo sorprendente L’ultimo treno per Kyoto (Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2005), un vivace reportage dai luoghi esotici dell’Oriente estremo e, insieme, dagli anfratti riposti della memoria privata.

E il ritorno col pensiero all’interno di sé, tramite la ’tenerezza feroce del ricordo’, è il canone che sovrintende anche a questo L’adottato, un’antologia di racconti proposta all’attenzione del pubblico solo nel momento in cui l’Autore si è reso pienamente consapevole e padrone dei propri mezzi espressivi.

Così, alla narrazione iniziale che dà il titolo alla raccolta, proposta in prima persona e da un originale punto di vista ‘dal basso’ che non potrà non spiazzare e stupire più di un lettore, si alterna una storia in terza persona, intrisa di autobiografismo, La soffitta. Il racconto di un tempo apparentemente remoto, ma che, se ci pensiamo bene, corrisponde al nostro comune sentire di appena ieri: quel mondo contadino fatto di famiglie allargate, di povertà materiali, di affetti forti e di grande pudore dei sentimenti, di un rapporto intenso e profondo col mondo della natura, le sue manifestazioni e i suoi più antichi abitatori, gli animali.

Alla esposizione della propria vicenda personale Mario Del Plato ritorna senza mediazioni narrative, in forma diretta, esplicita nei Frammenti di memoria: in questa terza e ultima parte della raccolta, nella maniera disordinata tipica dell’incalzare delle reminiscenze più personali, si affollano sulla pagina memorie recenti, meno recenti, oppure lontane nel tempo, familiari, professionali, private e privatissime, senza trascurare neppure l’esperienza dolorosa della propria progressiva disabilità. Ora il ricordo, ancora vivido nella memoria e nella penna, di un innocente scherzo tra colleghi, ora una notizia di cronaca che riporta alla coscienza l’encomio solenne ricevuto per aver salvato una giovane donna che stava per essere travolta da un convoglio ferroviario. Privo di costrizioni il pensiero torna ad accarezzare gli anni giovanili: figure e personaggi disegnate con veloce abilità in punta di lapis, ma anche odori, colori, sapori della propria infanzia e adolescenza in quel di Eboli, luogo paradigmatico del nostro e di tutti i Sud del mondo. Oppure, parentesi di svago con gli amici, con la famiglia, senza mai dimenticare l’imprescindibile macchina fotografica che tante soddisfazioni ha regalato all’Autore di questo libro. Momenti felici complicati, amareggiati da altri ricordi: quelli relativi alla malattia, raccontata sempre con grande discrezione, quasi sottovoce.

Emblematico in questo senso Canarini, non più di mezza pagina, venti righe intensissime: nella triste vicenda dell’uccellino in gabbia irrimediabilmente malato e confortato dalla istintiva vicinanza della compagna alata, l’Autore racconta se stesso e la sua attuale condizione di fragilità. Ma anche la solidarietà, calda, affettuosa che gli è nata spontaneamente tutt’attorno a partire dalla moglie e dalla famiglia.



Mario Del Plato, L’adottato, Maria Pacini Fazzi editore Lucca 2008, pp. 98, Euro 10,00


Mario Del Plato è nato a Eboli (Sa) nel 1943. Ha compiuto gli studi presso l’Istituto Magistrale di Campagna (Sa). Assunto a Milano nelle Ferrovie dello Stato nel 1968, è rimasto per quattro anni nel capoluogo lombardo per trasferirsi definitivamente a Lucca nel 1972 dove vive tuttora. Per molti anni in qualità di Presidente del Circolo Fotografico del Dopolavoro Ferroviario di Lucca si è interessato di fotografia, ottenendo anche importanti riconoscimenti. Ha realizzato due mostre fotografiche e ha partecipato ad alcune collettive.
Nel 2005, sempre per la Collana Via Lattea della Maria Pacini Fazzi editore, ha pubblicato L’ultimo treno per Kyoto Un sogno nato a Eboli.

27 ottobre 2009

“Il quaderno” di José Saramago


di Gianni Quilici

Scrive sull'Unità Francesco Piccolo, scrittore interessante anche sociologicamente, che la raccolta di testi dell'ultimo libro di Saramago “Il quaderno” “è irrazionale, sciatta, superficiale”, contrariamente al solito, essendo Saramago “uno scrittore raffinato e di grande qualità”

Non so se la parola “sciatta” sia giusta, ma certamente Saramago non sempre è qui raffinato. Questo, tuttavia, non l'ho avvertito come un limite. Perché?
Questo libro, come è noto, è il prodotto di articoli scritti sul blog. Ora che cos'è un blog? Uno strumento che richiede o perlomeno consente una scrittura immediata, in cui l'umoralità dei sentimenti può esprimersi nel suo presente, senza il distacco del tempo. Saramago ha scelto di pubblicare la zona di se stesso più istintiva, più vibrante, più semplificatrice forse, ma anche per questo forse più comprensibile, forse più vicina alla fervida passione delle viscere.

Per esempio i giudizi netti e taglienti su Bush e Berlusconi, su Ratzinger e su Guantànamo, su crisi finanziaria e su Israele hanno la forza dell'indignazione e della moralità e, oltre all'acutezza delle osservazioni, non sono propaganda, né contengono punte di irrazionalità. Semmai se c'è un limite nel Quaderno è un certo quotidiano legato alla sua vita pratica, che può assumere in Saramago, nell'immediatezza di quel presente, una necessità espressiva, ma che dice poco al comune lettore.

Tuttavia il modo di leggerlo che a me è parso più utile è sottolineare a futura memoria quei passaggi in cui la descrizione e la riflessione mi sono parsi utili da tesaurizzare o eventualmente da articolare e approfondire.

Ne evidenzio soltanto alcuni nella loro più estrema concisione.
* Se fosse già esistito il cinema, se le mille e una trasformazione che la città subì lungo questo otto secoli fossero registrate, potremmo vedere Lisbona crescere e muoversi come un essere vivente (...) Gli eredi di questa città sono figli di cristiani e di mori, di neri e di giudei, di indi e di gialli, di tutte le razze e fedi che sono definite buone e cattive, un magnifico meticciato non solo di sangue, ma di culture...

* Bush sa di mentire, sa che noi sappiamo che sta mentendo, ma, appartenendo al tipo di bugiardo compulsivo, continuerà a mentire anche se avrà negli occhi la più nuda della verità, continuerà a mentire anche dopo che la verità gli sarà esplosa in faccia...

* A ben poco potrà servirci una democrazia se non sarà costituita come radice di una effettiva e concreta democrazia economica e di una non meno concreta ed effettiva democrazia culturale...

* In una conferenza stampa lancio lì la prima parola, e la seconda, e la terza, come uccelli ai quali sia stato aperto lo sportellino della gabbia, senza sapere bene, o non sapendo affatto, dove mi porteranno. Parlare allora diventa un'avventura, comunicare si trasforma di una ricerca metodica di un cammino che porti verso chi sta ascoltando ...

* Marcos parlò, nominò tutte le etnie del Chapas, e per ciascuna fu come se le ceneri di milioni di indios si fossero liberate dai tumoli e di nuovo reincarnate. Non sto facendo della facile letteratura, tento, maldestramente, di mettere in parole ciò che nessuna parola può esprimere: l'istante in cui l'umano diviene sovrumano e, allo stesso passo, torna alla sua più genuina umanità.

* Ratzinger non ha mai riscossole mie simpatie intellettuali. Lo vedo come uno che si sforza di mascherare e occultare ciò che effettivamente pensa.

* Il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei.

* La sinistra non pensa, non agisce, non arrischia un passo (...) Per questo, non stupisca l'insolente domanda del titolo: “Dove sta la sinistra?” Non faccio sconti, ho già pagato troppo care le mie illusioni.

* Lo potessi, chiuderei tutti i giardini zoologici del mondo. Lo potessi, proibirei l'uso di animali negli spettacoli del circo.

José Saramago. Il Quaderno. Prefazione di Umberto Eco. Traduzione di Giulia Lanciani. Pag. 171. Bollati Boringhieri. Euro 15.00.

"Bertha von Suttner, la strega della pace" di Luciano Luciani



Quando Bertha filava le trame della pace

Negli ultimi decenni dell’Ottocento l’idea di una pace diffusa e generalizzata sembrò acquistare particolare vigore; l’interprete più appassionata di questa antichissima speranza, che si faceva tanto più forte quanto più si esasperavano i contrasti tra le potenze imperialiste del tempo, in Europa e fuori d’Europa, unica donna in un mondo di uomini sempre più impegnati ad odiarsi, fu Bertha von Suttner.
Nata a Praga nel 1843, si chiamava Berta Sophia Felicita Grafin Kinsky von Chinik und Tattau; figlia – ironia della sorte – di un feldmaresciallo, appartenente a una famiglia della grande nobiltà austriaca, come scrive Friedrich Herr, “cresce viziata, vanitosa, superficiale. Le guerre del 1859, 1866, e 1870 non le fanno alcuna impressione, non la toccano. Il grande cambiamento si verifica quando deve lottare per sposare il barone Arthur Gundaccar von Suttner, di sette anni più giovane di lei e in questa unione ideale elle sente “il matrimonio come educazione all’obbligo della solidarietà umana…”

Giornalista e scrittrice, autrice di alcuni libri di successo (Es Lowos,1883; Inventario di un’anima, 1883; Una cattiva persona, 1885) raggiunse una più ampia notorietà con due romanzi che suscitarono vivaci discussioni negli ambienti politico – culturali europei: il primo, L’era delle macchine, per le sue aspre critiche contro gli eccessi del militarismo e la sfrenata corsa gli armamenti determinò polemiche così roventi da essere addirittura oggetto di una discussione al Parlamento austriaco; il secondo, Giù le armi!, si ispirava alle vicende dei recenti conflitti europei e raccontava come la protagonista finisse per conoscere di persona e subire tutti gli orrori della guerra.

Fin dal suo apparire questo libro ottenne un successo straordinario: solo in Germania ebbe trentuno edizioni e fu tradotto in molte lingue arrivando persino nella retriva Russia zarista e nel militarista Giappone. E pensare che il manoscritto di Giù le armi! era stato respinto da più di una casa editrice, preoccupata per le reazioni che un testo del genere poteva provocare nei circoli politici e militari. Il trionfo del romanzo fu anche sancito dai lusinghieri giudizi di illustri personaggi del tempo come Alfred Nobel, Peter Rosegger, Bjornstjerne Bjorson, Friedrich von Bodenstedt, Leone Tolstoj che così espresse a Berta tutto il suo entusiasmo per le sue pagine: “La pubblicazione del vostro libro è per me un buon segno. Il libro La capanna dello zio Tom ha contribuito all’abolizione della schiavitù. Dio faccia sì che il vostro libro serva allo stesso scopo per l’abolizione della guerra”. L’accoglienza entusiastica che l’opinione pubblica internazionale riservò a Giù le armi! conferì nuovo slancio al movimento pacifista europeo e segnò una svolta nella vita di Berta: “il mondo ed io ci apparteniamo l’un l’altro e questo mondo ha bisogno di me e del mio amore”.

Sull’altro fronte, invece, quello degli ambienti bellicisti e sciovinisti e del sistema militare – industriale si moltiplicano gli insulti, gli attacchi, i tentativi di delegittimare la coraggiosa scrittrice. Per i commentatori più benevoli le conclusioni tratte dalla von Suttner nel suo libro “possono essere solo considerate con un sorriso da qualsiasi serio uomo politico”. Per il professor Felix Dahn, i veri uomini vogliono battersi; combattere è intanto un lavoro, poi un dovere. Tutte questioni che le donne non possono capire, quindi non debbono occuparsene e lasciare agli uomini le responsabilità della guerra e della pace. Con avversari ed argomenti siffatti, Bertha ha buon gioco a rispondere: “ Le donne non staranno zitte, professor Dahn. Noi scriveremo, terremo discorsi, lavoreremo, agiremo. Le donne cambieranno la società e loro stesse”. Un impegno destinato a diventare una scelta di vita: nel 1891, infatti, Bertha fonda la Società austriaca per la Pace, di cui resterà presidente fino alla morte. Sempre nello stesso anno interviene alla Conferenza per la Pace svoltasi a Roma, in Campidoglio: era la prima volta che una donna parlava in quel luogo così carico di storia e la prima volta che Bertha interveniva in un’occasione ufficiale di fronte a un pubblico vasto ed esigente. Se la cavò benissimo, al punto che l’attività di conferenziere sostituì a poco a poco quella di scrittrice: anche i malevoli giornalisti romani, che non avevano risparmiato velenose ironie alla donna che osava parlare a una platea di uomini in una sede tanto solenne, furono costretti ad ammettere la fondatezza dei suoi argomenti e la passione che li sosteneva.

Un impegno imperterrito e indefesso

A partire dal 1892 Bertha lavora al mensile “Giù le armi!”, che riprende il titolo e lo spirito del suo libro più famoso. La aiuta in questa impresa giornalistica un giovane editore, Alfred Hermann Fried, futuro premio Nobel per la pace nel 1911. Su questa testata - e su “La vedetta della pace” che dal 1899 la sostituirà – la von Suttner pubblica le sue famose “glosse alla storia del tempo”, una polemica rubrica, che aveva il potere di mandare in bestia gli ambienti nazionalisti e imperialisti di tutta Europa. Attaccata e derisa dai signori della guerra, che sono ormai abituati e definirla “la strega della pace”, imperterrita, insieme al suo collaboratore A. H. Fried, fonda a Berlino la Società tedesca per la pace (1892).

Già segretaria e poi amica di Alfred Nobel, ricchissimo industriale che doveva la sua fortuna economica all’invenzione della dinamite. lo convince a donare una cospicua parte del suo patrimonio per istituire un premio per la pace da assegnare a quanti operino per il disarmo e la fratellanza tra gli uomini. Nel corso di venti anni cruciali e durissimi interviene in migliaia di assemblee pubbliche, conferenze, congressi iniziative di segno pacifista.

Scrive e parla con accenti non di rado profetici: al quarto Congresso mondiale della Pace tenutosi a Berna nel 1892 la von Suttner, unico delegato donna, presenta una relazione per tanti versi anticipatrice intorno a un progetto di Confederazione degli Stati d’Europa; nella Conferenza per la Pace tenutasi all’Aja nel 1899, la prima a cui partecipavano finalmente uomini di stato e di governo di diversi paesi del mondo, afferma che “il ventesimo secolo non finirà senza che la società abbia abolito come istituzione legale il più grande dei flagelli, la guerra”.
La sua fama si allarga anche oltre Atlantico: nel 1904, nonostante avesse subito due anni prima la perdita dell’amatissimo consorte, tiene oltre cento conferenze negli Stati Uniti e viene ricevuta dal presidente Theodore Roosvelt, persuadendolo a promuovere la II Conferenza per la Pace dell’Aja (1907), da cui nasce la Corte permanente di arbitrato. Premio Nobel per la pace nel 1905, infaticabile convince A. Carnegie, uno degli esponenti di punta del capitalismo illuminato nordamericano, a istituire una fondazione per la pace. Ma il suo è un impegno disperato: l’opinione pubblica di tutti i paesi europei è percorsa da una volontà bellicista sempre più decisa e in tutto il mondo sembra dilagare una voglia diffusa di morte e sangue.
Questa donna dallo sguardo lucidamente utopico in un suo saggio, L’imbarbarimento dell’aria (1912), intuisce e denuncia con largo anticipo quelli che saranno i modi radicalmente nuovi e atroci di intendere e praticare la guerra. E, purtroppo, i terribili bombardamenti di trent’anni dopo daranno ragione ai cupi presagi di Bertha, a cui la sorte riserverà di non assistere agli orrori del primo conflitto mondiale. La von Suttner, infatti, muore, sfinita dalla sua dedizione totale alla causa della pace, una settimana prima che l’attentato di Sarajevo fornisca la scintilla adeguata a far esplodere la polveriera europea e mentre fervevano i preparativi per il Congresso mondiale per la Pace da tenersi a Vienna, l’ennesima iniziativa pacifista ispirata da questa donna indomabile.

Una personalità eccezionale ingiustamente dimenticata

L’eccezionale personalità di Bertha von Suttner segnò di sé e della propria attività gran parte della vita letteraria, culturale, politica tra i due secoli: il limite più evidente della generosa iniziativa che questa straordinaria figura riuscì a dispiegare sulle due sponde dell’Atlantico fu di fermarsi a un pacifismo democratico e “giuridico” che riponeva tutta la sua fiducia nell’opera illuminata dei governi e degli uomini “grandi”, piuttosto che nella lotta delle masse e dei popoli. Così, per esempio, la sua opera veniva percepita dal più agguerrito gruppo disarmista e pacifista italiano, quello di Ezio Bartalini e del giornale “La Pace”: nel 1906, in occasione del quindicesimo Congresso universale della Pace tenutosi a Milano, un editoriale della rivista rimproverava ironicamente a Bertha un eccesso di “cortesia femminile” e alla sua azione veniva contrapposta “la bussola della lotta di classe” e “la guerra di partito antagonistico”.

Basta una critica del genere a giustificare l’oblio e la smemoratezza che hanno avvolto la figura e l’opera di questa donna fuori dal comune? Ursula Jorfeld, la sua principale biografa, racconta che a Oslo, all’Istituto Nobel, fanno bella mostra di sé tre busti, tutti di uomini. Manca proprio quello di Bertha, che del premio Nobel fu ideatrice, sostenitrice, vera e propria “madre spirituale”.
Eppure, oggi, istituzioni come l’Organizzazione delle Nazioni Unite, la prassi degli accordi e dei trattati per il disarmo, la polemica contro la cultura delle violenza e della guerra e l’idea di una educazione alla pace sembrano confermare la bontà di molte sue intuizioni. Al punto da renderla meritevole di attenzione, riconsiderazione e rispetto da parte delle donne e degli uomini affacciati sul precario balcone di questo nostro terzo millennio.

25 ottobre 2009

"Il basilisco" di Renzia D'Incà


di Gianni Quilici

Renzia D'Incà ha pubblicato quattro raccolte di poesia e due saggi di teatro, ha vinto nel 1995 il Premio Poesia inedita Montepulciano ed il premio Fabbri nel 1997. Nata a Belluno nel 1966, risiede a Pisa dove lavora nella formazione e ricerca teatrale e universitaria.

Ho tra le mani il suo ultimo libro “Il Basilisco”. Leggo l'inizio, la prima strofa.
Ho incontrato il tuo occhio
sulla soglia e sono morta
morta di paura morta di voglia.

Si colgono già in questi primi versi alcune peculiarità della raccolta.
La prima: la musicalità travolgente di chi si lascia andare, sentendosi libera in un duplice senso: libera (meglio: non condizionata) dalle regole codificate del linguaggio poetico; libera di trasmettere tumultuosamente ciò che si potrebbe chiamare pre-conscio, ossia quei pensieri, impulsi, di cui si ha una conoscenza spuria, perché compressi da una resistenza interna e che richiedono uno slancio creativo, che è anche sofferenza, per essere liberati e riportati alla luce.
Ne nasce una sorta di danza (poetica) con una struttura strofica fluente, senza alcuna punteggiatura e mobilissima, dove a danzare è solo l'io (poetico) della protagonista, mentre l'Altro rimane sullo sfondo, immobile e silenzioso, ma continuamente cangiante.

La seconda peculiarità: il desiderio e la paura, due sentimenti che incontrandosi-scontrandosi producono un lungo martellante grido d'amore insaziabile, inappagato, vorace, deriso e derisorio eccetera, eccetera. Questo grido è flusso della coscienza che nella pagina diventa flusso della poesia (viene in mente Patrizia Valduga di Medicamenta o certi versi dialogici della Achmatova), che ha, nel continuo andirivieni, il suo codice più segreto e sottile. Perchè in questo flusso, che, apparentemente almeno, è incoerente e irrazionale, c'è lo zampillare, devastante e disarticolato, onirico e regressivo, mutevole e teatrale, della creazione continua. L'interlocutore, a cui l'io protagonista si rivolge, può essere tutto: Dio-Padre-Mito-Poveraccio; in ultima analisi, può essere la proiezione dello stesso io nella sua voracità di ricerca della simbiosi.

Per questo è indovinata la scelta della strofa-frammento, perché è come un ricominciare sempre da capo, perché inesauribile è la forza delle pulsioni, che vengono da lontano.
Ed anche efficace lo scorrere fluido dei versi, che si fanno ora invocazione ora maledizione, ora adorazione ora fuga.
La poesia è spesso diretta, chiara; colpisce frontalmente con il suo erotismo incensurato, ma spesso è anche simbolica, metaforica. Metafore o similitudini ardite, colte, originali.
“Il basilisco” è inoltre una storia, meglio frammenti di storia, che si offrono -se si vuole- ad una interpretazione psicoanalitica, che sia però libera e aperta al mistero.

Da ultimo (riporto) una strofa tra le tante, che dia il senso dello spessore poetico di Renzia D'Incà:
di te m'accingo a scrivere ancora
di te mi nutro mio pasto crudo
Prima ti lecco ti mordo ti rosicchio
ai bordi, dopo ti ingoio intero
infine ti sputo, oh mio rifiuto.
Quanto ci sarebbe da dire sullo spessore psicologico ed esistenziale di questi versi nel loro incontro con un linguaggio poetico ricchissimo di implicazioni formali!

da Arcipelago, periodico dell'Arci di Lucca

Renzia D'Incà. Il basilisco. Edizioni del Leone, 2006. Pag. 45. € 7,00.
Arcipelago 2008

24 ottobre 2009

"Aldo Capitini e la colonna sonora della prima marcia per la pace Perugia - Assisi" di Luciano Luciani


VERSI POLEMICI, MA PIENI DI PASSIONE CIVILE

La prima Marcia per la pace da Perugia ad Assisi
La bandiera della pace, quella con i colori dell’arcobaleno, ebbe il suo battesimo italiano in occasione della prima marcia Perugia – Assisi per la pace e la fratellanza tra i popoli. Era il 24 settembre 1961 e la promuoveva Aldo Capitini (Perugia, 1899 – ivi, 1968), straordinaria figura di filosofo, studioso di San Francesco, Gesù Cristo, Buddha, Gandhi, educatore, teorico della non violenza. L’iniziativa cadeva in un momento in cui la politica internazionale sembrava avvitarsi nella spirale della ennesima, preoccupante crisi: la guerra fredda, infatti, ovvero il contrasto globale sviluppatosi dopo la II guerra mondiale tra mondo comunista e mondo liberaldemocratico, dopo le speranze legate alla destalinizzazione e alla conseguente politica di distensione, conosceva, ancora una volta, inquietanti ritorni alla tensione degli anni precedenti. Si cronicizzavano le guerre locali nel Medio Oriente e in Africa, iniziava la guerra del Vietnam e non venivano meno politiche di riarmo e la corsa agli armamenti sia convenzionali sia nucleari. C’era ancora di che essere preoccupati per le sorti del mondo e l’iniziativa di Capitini intendeva dare voce a questo turbamento diffuso delle coscienze.

“Quando, nella primavera del ‘60”, ricorda Capitini in Opposizione e liberazione, “feci a Perugia un bilancio delle iniziative prese e di quelle possibili, vidi che l’idea della marcia, soprattutto popolare e regionale, piacque. Ma solo nell’estate essa prese un corpo preciso in riunioni apposite, che portarono alla fondazione di un comitato d’iniziativa… Come avrei potuto diffondere la notizia che la pace è in pericolo, come avrei potuto destare la consapevolezza della gente più periferica, se non ricorrendo all’aiuto di altri e impostando una manifestazione elementare come è una marcia?”

Camminare e cantare
Marciare, ovvero camminare in gruppo e nella stessa direzione: un atto semplice, elementare, eppure carico di fortissime valenze simboliche. Perché compiuto nella terra che fu di San Francesco, culla di una proposta cristiana sostanziata di povertà, mitezza e rifiuto di ogni logica di potere; perché non si rimane inattivi di fronte all’ingiustizia, non si sta fermi, ma si cammina. E soprattutto, non da soli, ma insieme, credenti e non credenti, affratellati dai colori dell’iride della bandiera della pace, rappresentazione di perdono e riconciliazione unanimemente accettata presso tutte le culture. Così come, fin dagli anni di Aristotele, è acquisita l’idea che camminare in compagnia, favorisca lo scambio delle idee, la discussione… e il canto, assecondato proprio dalla cadenza propria del passo della marcia. Ed è in questo contesto che nasce quella che è generalmente conosciuta come la più bella, combattiva, beffarda canzone di protesta antimilitarista del movimento per la pace, ancora oggi conosciuta e intonata in occasione di meeting e iniziative pacifiste. Si tratta di un breve testo con due padre nobili, che, si racconta improvvisassero, appunto camminando, lungo tutti i 24 chilometri del percorso: Franco Fortini (Firenze 1917 – Milano 1994), poeta, letterato, critico militante per le parole e per la musica Fausto Amodei (Torino,1934), cantautore civilmente impegnato, fondatore del “Cantacronache” e autore con Per i morti di Reggio Emilia della più bella canzone politica di quegli anni.

Canzone della marcia della pace.

E se Berlino chiama
ditele che s’impicchi
crepare per i ricchi
no! non ci garba più.


E se la Nato chiama
ditele che ripassi
lo sanno pure i sassi
non ci si crede più.

Se la ragazza chiama
non fatela aspettare
servizio militare
solo con lei farò.

E se la patria chiama
lasciatela chiamare:
oltre le Alpi e il mare
un’altra patria c’è.

E se la patria chiede
di offrirgli la tua vita
rispondi che la vita
per ora serve a te.

La canzone piacque
La canzone piacque e circolò, circolò, circolò… fino a raggiungere le sensibili orecchie del dott. Pasquale Carcasio, magistrato in servizio presso la procura della Repubblica di Milano che il 29 dicembre 1965 “Esaminato il disco in questione e constatato che nelle parole della canzone ‘La marcia della pace’ è insita una pubblica istigazione rivolta ai militari per disobbedire alle leggi;…ordina il sequestro, ovunque si trovi in deposito, in distribuzione, in vendita del disco…”
Si noti che appena pochi mesi prima la Canzone della marcia della pace aveva ricevuto attenzioni che erano arrivate sino ai più alti vertici istituzionali: un senatore del Movimento sociale italiano, infatti, aveva pensato bene di rivolgere un’interrogazione al Ministro della Difesa del tempo, Giulio Andreotti “per sapere se conosca che è in libera vendita un microsolco di cinico incitamento a disprezzare in pace e in guerra il dovere militare; se non intende stroncare con il sequestro tale propaganda”. Detto, fatto.
Sì, proprio questo è il buio che abbiamo attraversato!

Aldo Capitini, un intellettuale solitario

Ilare e irriverente, la Canzone della marcia della pace esprime bene l’entusiasmo che caratterizzò questa prima edizione di una manifestazione che ebbe, allora, un grande successo (oltre 30.000 presenze) e che era destinata a un futuro che arriva sino ai giorni nostri. Non mancarono, però, dubbi e distinguo anche tra le stesse fila della sinistra che pure aveva aderito all’iniziativa. Il pacifismo del Partito comunista, per esempio, non andava oltre la concezione togliattiana di un equilibrio tra potenze e il mantenimento dello status quo: e Capitini, che “parlava di nonviolenza quando la lotta armata sembrava essere l’unica via di ribellione, evidenziava i contrasti fra il nord e il sud del mondo quando tutti si fermavano alla contrapposizione fra i blocchi dell’est e dell’ovest e lottava contemporaneamente contro l’assoluto del potere (l’Unione Sovietica) e l’assoluto del benessere (gli Stati Uniti d’America) quando ognuno cercava di assimilarsi ai feticci proposti dalle ideologie dello Stato o del consumo” (Albesano), rimane, come confesserà dalla pagine dell’”Unità” a quasi vent’anni dalla sua morte il filosofo marxista Aldo Zanardo, “un uomo che non sapemmo capire abbastanza”.

Sopportato e/o utilizzato tatticamente dalla sinistra marxista, Capitini non trovò interlocutori neppure tra i laici di sinistra, pochi e per di più “arroccati al loro perbenismo piuttosto classista” (Fofi). Né maggior conforto poteva venirgli dalla Chiesa e dal mondo cattolico ufficiale e istituzionale: nel 1955 la Sacra Congregazione del Santo Uffizio aveva condannato “in indicem librorum prohibitorum” il testo più noto di Capitini, Religione aperta, e la Democrazia cristiana, saldamente al potere in Italia dal ’48 in poi, non perdonava al filosofo perugino la sua contiguità alla sinistra. Rimanevano i cattolici irregolari, quelli ‘di periferia’, ma capaci di intuizioni ed esperienze profetiche: La Pira, don Mazzolari, Nomadelfia, don Milani, le cui Esperienze pastorali, uscite nel 1958, furono definite da Capitini “il più bel libro che un cattolico italiano ci abbia dato in questo secolo”. Ammirazione, rispetto, qualche lotta in comune anche con questi interlocutori contro lo strapotere clericale della chiesa di Pio XII, ma Capitini rimase un pensatore isolato: uno spirito religioso senza chiesa, un organizzatore senza organizzazioni di partito, un profeta disarmato. Gli si attaglia alla perfezione l’epigrafe, dettata da Walter Binni, perugino come lui, storico e critico della letteratura, che compare sulla lapide della sua tomba nel cimitero di Perugia.”Libero religioso e rivoluzionario non violento”.

"O Gorizia, tu sei maledetta: versi semplici e terribili contro la Grande Guerra" di Luciano Luciani




Estate 1916
Lo scenario è quello della Grande Guerra: estate del 1916, settore orientale. L’esercito italiano è schierato davanti a Gorizia presidiata dagli austriaci saldamente insediati lungo un sistema difensivo che fa perno sulla città e sul fiume Isonzo, articolandosi sulla destra verso il Sabotino e il Podgora e appoggiandosi sulla sinistra alle alture del Monte Santo, del San Gabriele, del San Daniele e San Michele. Posizioni militarmente forti, su cui, nei primi 16 mesi di guerra, si sono infrante ben quattro offensive italiane che sono costate perdite gravi e già migliaia di fanti sono caduti in reiterati attacchi frontali. Inferiori ai sacrifici di vite umane i risultati ottenuti: appena un po’ di terreno davanti alla città e qualche lembo di terra sul margine occidentale del Carso.

Assai più determinata l’offensiva condotta nello stesso settore di fronte nell’agosto 1916. Affidato alla III Armata il compito di conquistare la testa di ponte austriaca sulla destra dell’Isonzo davanti a Gorizia, l’attacco italiano, preceduto da una sistematica, battente azione di artiglierie iniziò il 6 agosto 1916 ed ebbe il suo momento culminante nella conquista del monte Sabotino. Nello stesso giorno è conquistato il Podgora, mentre gli austriaci resistono nella zona di Oslavia. L’8 agosto abbandonano la testa di ponte e, a questo punto, il gen. Capello, comandante del VI Corpo d’armata, decise di passare il fiume e di conquistare di slancio Gorizia e le ben difese posizioni del San Gabriele e del San Michele a est della città. A Gorizia gli italiani entrano il 9 agosto e iniziano l’attacco alle restanti linee di difesa austriache che resistono strenuamente. “17 agosto: dopo quattro giorni di sforzi vani e sanguinosi contro la nuova linea di difesa austriaca, l’offensiva italiana è sospesa.”(A. Tosti, Cronologia della guerra mondiale 1914 – 1918). Il gen. Cadorna ordina la fine dell’offensiva: era terminata la sesta battaglia dell’Isonzo.

Raccontata così, col linguaggio degli storici, la guerra presenta solo il lucido nitore geometrico di una partita a scacchi, ma la sua vera natura è un’ altra. E’ fatica, sudore, paura, sofferenza, lutti. E’ il fango delle trincee e il sangue dei feriti e dei caduti che impasta la terra… Sono i poveri corpi falciati a migliaia sui fili spinati, fatti a pezzi dalle schegge dell’artiglieria, abbandonati insepolti al caldo impietoso di quella estate.

All’esaltazione nazionalistica per una tanto faticata vittoria subentrò in breve un sentimento di orrore per i tragici costi umani di quella vicenda bellica: circa 50.000 soldati e 1759 ufficiali caduti di parte italiana, 40.000 e 862 ufficiali per gli austriaci. Una carneficina, che favorì la nascita e la circolazione di un largo e condiviso stato d’animo di ripugnanza per la guerra, testimoniato da alcuni canti di protesta. Tra i più belli, diffusi e significativi dell’intero conflitto 1915 – 18 il testo che segue, intitolato O Gorizia, tu sei maledetta, nelle cui strofe, come osserva Sergio Boldini, apprezzato studioso della espressività popolare, si ritrovano “ la violenza, l’inutilità e il dolore della guerra, gli affetti che si perdono, la discriminazione di classe fra soldati e ufficiali, i morti che non ritornano”.

1
La mattina del cinque di agosto
si muovevano le truppe italiane
per Gorizia e le terre lontane
e dolente ognun si partì.

2
Sotto l’acqua che cadeva a rovesci
grandinavano le palle nemiche;
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:

3
“O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza!”
Dolorosa ci fu la partenza
che ritorno per molti non fu.

4
O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letti di lana,
schernitori di noi carne umana
questa guerra ci insegna a punir.


5
Voi chiamate il campo d’onore
questa terra di là dei confini;
qui si muore gridando “Assassini!”
maledetti sarete un dì.

6
Cara moglie, che tu non mi senti,
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio col tuo nome nel cuor.

Versi semplici, come si può leggere, ma dolenti e terribili nella loro capacità di dare anche espressione estetica a una dolorosa consapevolezza antimilitarista e di classe. Un canto di protesta che avrebbe inquietato ancora per almeno mezzo secolo la cattiva coscienza di graduati e Stati maggiori. Infatti, riproposto quasi mezzo secolo più tardi, nel 1964, al teatro Caio Melisso di Spoleto in occasione del Festival dei Due Mondi da un agguerrito gruppo di musicologi e folksingers ( Roberto Leydi, Giovanna Daffini, Giovanna Marini, Caterina Bueno, Sandra Mantovani, Michele L. Straniero) innescò una vivace polemica: alcuni ufficiali presenti in sala si ritennero offesi dai duri giudizi presenti nel testo, si alzarono rumorosamente e uscirono al grido di ‘viva gli ufficiali!’ Applausi, fischi, brusio in sala: lo spettacolo viene interrotto e le repliche dei giorni successivi vedranno addirittura un tentativo di ‘marcia su Spoleto’ da parte di un gruppo di estremisti di destra autoproclamatisi difensori del buon nome dell’esercito e delle sue tradizioni. “Qualche sera dopo gli spettatori dovevano subire una seconda chiassata di giovinastri, venuti con appositi camion da tutte le province vicine. Ma questa era una cosa che non interessava i poliziotti in servizio. Vietato cantare Gorizia, ma non Giovinezza, le cui lugubri note hanno riecheggiato per le strade della cittadina umbra” (“Vie nuove”, n. 27, luglio 1964). E siccome siamo in Italia, patria del diritto e dei contenziosi giudiziari, non mancò la solita denuncia alla magistratura contro gli organizzatori e l’intero cast dello spettacolo per oltraggio alle forze armate. Ma “L’episodio di Spoleto” scrive Stefano Pivato, storico del costume dell’Italia contemporanea “è, senza dubbio, quello che con più scalpore mette in rilievo i legami ormai profondi tra il mondo della musica popolare e la realtà della protesta pacifista che, in quella metà degli anni Sessanta, monta negli ambienti studenteschi, anche in Italia” (S. Pivato, Bella ciao Canto e politica nella storia d’Italia, 2005).

20 ottobre 2009

"L'esperienza di 'Fuori binario' " di Luciano Luciani


SENZA DIMORA, MA COL GIORNALE

A Parigi una volta li chiamavano clochard, oggi sans papiers, a New York homeless; a Managua sono i cartoneros, a Rio de Janeiros e a San Paolo del Brasile sufridores de rua, che in Italia, nella nostra lingua, diventano i senza fissa dimora… Sono il popolo dei poveri tra i poveri, coloro per i quali non sono più sufficienti le definizioni sociologico/burocratiche di “povertà relativa” o “povertà assoluta”.

Sono quelli che non hanno nulla: nessun lavoro, nessuna risorsa, casa niente e scarsa salute… Vivono in mezzo a noi nelle città, ma sempre e solo sulla strada. Di giorno dimorano in certe piazze malfamate e ad orari fissi abitano le sale d’aspetto delle stazioni ferroviarie.

Cacciati, trovano rifugio nei rari centri d’accoglienza e assistenza. Di notte la loro vita è tutta dentro una scatola di cartone. Figure erratiche, quando li incontriamo, cambiamo strada, li scansiamo, li scavalchiamo. Rappresentano il lato oscuro del nostro modello sociale in cui pochi vincenti arricchiscono senza misura; molti sono duramente impegnati a garantirsi almeno decorosi livelli di vita, continuamente erosi e insidiati; alcuni non ce la fanno.

Loro, i senza fissa dimora sono questi alcuni: uomini e donne che nel corso della loro esistenza hanno dovuto fare i conti con ogni tipo di dipendenza, dall’alcol alla droga; ex detenuti, immigrati, disadattati dalle storie più diverse, rappresentano la prova vivente, in carne e sangue, che, come scrive il poeta e saggista statunitense Paul Auster nell’Arte della fame, qui e ora “ è un momento difficile per i poveri. Siamo entrati in un periodo di grandissima prosperità. Ma mentre scorrazziamo su una superstrada di profitti sempre più vertiginosi, ci scordiamo che un numero inaudito di esseri umani precipita lungo la carreggiata. La ricchezza produce povertà. E’ l’equazione occulta dell’economia di mercato. Non amiamo parlarne ma, a mano a mano che i ricchi diventano più ricchi e si trovano somme più ingenti da spendere, aumentano anche i prezzi… Per molti altri gli aumenti hanno segnato la differenza tra avere un posto dove vivere e non averlo. Per alcuni hanno segnato la differenza fra la vita e la morte”.

A Firenze, questi “poveri invisibili” hanno una “voce” che ne esprime problemi e difficoltà, rabbie ed entusiasmi, aspirazioni e progetti. Un periodico mensile tutto loro, autogestito e autofinanziato che esce a Firenze da oltre dieci anni: si chiama Fuori binario, dodici pagine, formato 30 per 45 centimetri, piene di disegni, poesie, pensieri, racconti, argomentate polemiche contro quelle istituzioni che non fanno fino in fondo il proprio dovere nei confronti dei più deboli.

Lo promuove, con testarda sensibilità, la fiorentina Associazione Periferie al Centro. Intelligente la formula: i “senza dimora” non sono solo redattori di “Fuori binario”, ma anche distributori. Può capitare, infatti, a chi tra un treno e l’altro si trovi a trascorrere mezz’ora negli ambienti della Stazione di Firenze Santa Maria Novella di sentirsi interpellare con timidezza da uomini e donne non più giovanissimi, vestiti modestamente ma decorosamente, sul viso i segni profondi lasciati da esistenze difficili: “Vuoi acquistare “Fuori binario?” Se non sai di cosa si tratta, te lo spiegano con garbo. “Quanto costa?” Offerta libera: una parte va a coprire le spese del giornale, il resto rimane al nostro diffusore, che, mentre guadagna dignitosamente, pubblicizza la “sua” testata.

Vuoi diventare anche tu un “fuori binario”?
L’abbonamento costa 25 euro, sostenitore 50, da versare sul c.c. bancario n. 9691/00 Cassa di Risparmio di Firenze Agenzia 40; oppure c.c.p. n. 20267506 intestato a “Periferie al Centro onlus”, via del Leone, 76 50124 Firenze, telefono e fax 055/2286348; email: redazione@fuoribinario.org; sito www.fuoribinario.org
Direttore responsabile Roberto Pelozzi. Il coordinamento e la responsabilità editoriale sono di Maria Pia Passigli, la grafica e l’impaginazione di Sondra Latini.

18 ottobre 2009

“La metà di una vita” di V. S. Naipaul



di Gianni Quilici

Leggendo questo romanzo una sensazione:
veder emergere il protagonista Willie come da una nebulosa: senza corpo e con poca psicologia all'inizio; e lentamente formarsi, diventare corpo e psicologicamente a noi più chiaro nelle sue incertezze e contrasti.
Scelta di Naipaul, che corrisponde ad una condizione di Willie, che attraverso esperienze di luoghi e culture molto diverse trova, in qualche misura, se stesso.

Una delle forze del romanzo sono, infatti, gli ambienti che il protagonista esplora:
dapprima l'India delle caste, vista soprattutto attraverso il racconto del padre, asceta che ha fatto voto di silenzio per ribellarsi ai privilegi della propria casta, compromettendosi con una donna appartenente al gruppo sociale degli “sfavoriti”, la mamma, appunto, di Willie;
poi Londra, dove il ragazzo si trasferisce: la Londra universitaria e un po' bohémienne, la Londra dei primi tumulti razziali e dei primi (suoi) incontri letterari e femminili;
infine l'Africa colonizzata dalla dominazione portoghese feroce e paternalistica ed in cui si allarga la guerriglia anticolonialista sempre più cruda, spietata, manovrata.

Nel romanzo ci sono parti in prima persona: all'inizio quando il padre racconta al figlio ed alla fine quando Willie raggiungerà la sorella in Germania e le racconterà buona parte dell'esperienza africana.

Ed è appunto il protagonista, Willie, l'altro elemento rilevante del romanzo, che attraversa esistenze e tradizioni quasi opposte tra loro, senza trovare un approdo, una condivisione profonda, una patria. Non è l'India, che lo soffoca con le sue gerarchie ancestrali, con la repressione (ai più) inconscia della libido; non è Londra, con la sua dispersione e solitudine; non è l'Africa, con la sua istintualità liberatoria e l'introiezione della dominazione. Il romanzo finisce senza finire: sospeso con un bilancio per il protagonista assolutamente negativo. Dice: “Ma la parte migliore della vita è ormai alle mie spalle e io non ho fatto niente”.

E' anche questa dolente spietatezza antinarcisistica insieme all'apertura all'esperienza del mondo una delle ragioni del fascino del romanzo e dello stesso autore.

V. S. Naipaul. La metà di una vita. (“Half a Life”). Traduzione di Franca Cavagnoli. Pag. 232. Adelphi edizioni.

17 ottobre 2009

"Il fegato di Cristo" di Salvatore Nino Gallo


di Luciano Luciani

Un romanzo storico racconta i giorni di ‘Mani pulite’

Secondo gli storici, gli anni Ottanta terminarono due anni più tardi, tra l’estate e l’autunno 1992, quando, grazie ad un ‘Paese reale’ che testardamente continuava a difendere e praticare moralità e legalità, prese il via quella inchiesta giudiziaria passata alle cronache e alla storia col nome di ‘Mani pulite’. Nel giro di poche settimane, un intero ceto politico- affaristico - malavitoso fu costretto, ignominiosamente, alla rotta. I protagonisti di quella stagione, ricordata ancora oggi col nome di ‘Tangentopoli’, finirono in galera oppure all’estero e chi evitò l’una e l’altro fu astiosamente segnato a dito per strada. Molti si occultarono nell’ombra, in attesa di tempi migliori tra le infinite pieghe delle amministrazioni pubbliche, dei giornali, delle televisioni impegnati in faticose opere di imbellettamento trasformistico. Su parecchi calò l’oblio della damnatio memoriae e, forse, questa è stata davvero per loro la punizione più severa.

Quella vicenda, che ben merita l’aggettivo di epocale, ce la racconta Salvatore Nino Gallo, originario di Salerno e per oltre trent’anni giornalista del “Tirreno” di Lucca e Livorno, buone frequentazioni letterarie e una grande passione per il teatro che trapela dai dialoghi intensi, sostenuti, brillanti che punteggiano il suo primo romanzo, Il fegato di Cristo.

Un romanzo storico di grande impegno narrativo, popolato da decine di personaggi, che rivisita un periodo cruciale della nostra storia nazionale recente, ripercorrendolo da un originale punto di vista: non quello degli eroi positivi, i magistrati; neppure quello degli eroi negativi; invece quello, particolarissimo, delle loro famiglie e, soprattutto, dei figli. Gemma, Roberto, Franca, Christian, Nadia, rampolli dell’Italia potente, figli degli italiani che contavano (ministri, sottosegretari, diplomatici, faccendieri di rango…) e che in maniera del tutto inusuale, repentinamente, furono costretti dagli eventi a fare i conti con una situazione affatto nuova e per tanti versi incomprensibile: la stima, il consenso, il rispetto che sempre avevano circondato le loro famiglie si rovesciarono nel loro opposto. E questi giovani, tra rabbia e stupore, si trovarono a essere oggetto degli umori e dei malumori della piazza mentre assistevano ai convulsi, un po’ ridicoli e un po’ patetici, tentativi dei genitori di limitare i danni politici, giudiziari e salvare le apparenze.

Le complesse dinamiche del romanzo si sviluppano e si complicano attorno al sentimento che lega due ragazzi, Marco, povero, meridionale, laureato ma costretto per vivere a lavorare come bagnino in uno stabilimento balneare e Gemma figlia di un onnipotente ministro della Prima Repubblica. E non sarà la condizione sociale a perderli, come spesso accade in tanta narrativa al sapore d’appendice; piuttosto un acutissimo senso di colpa, personale e sociale, che troverà soluzione soltanto in un estremo, radicale atto di redenzione individuale e collettivo insieme. I giovani, ancora una volta, sono chiamati a pagare il prezzo degli errori dei padri, gli adulti, tutti, nel romanzo di Gallo, presentati come complici tra loro, moralmente e umanamente inadeguati.

E, sullo sfondo, sempre serena e imperturbabile quella vetrina dell’Occidente benestante e benpensante che è Forte dei Marmi, i suoi stabilimenti balneari, le piazzette, i celebri caffé dove continuano, imperterriti, a consumarsi i riti tipici delle vacanze estive. Ed è su questo scenario, sempre luminoso e misurato quasi per statuto, che si realizza il disvelamento della natura vera del potere di tanti ospiti illustri, che, uno dopo l’altro, quasi per un ‘effetto domino’, precipitano rovinosamente dagli altari alla polvere.

Salvatore Nino Gallo, Il fegato di Cristo, Edizioni dell’Erba, Fucecchio, pp. 316, E. 13,00

14 ottobre 2009

“Il pazzo di Bergerac” di Georges Simenon



di Gianni Quilici

Ho letto soltanto una decina di romanzi dei centinaia scritti da Georges Simenon e leggendoli ho pensato: “Sarebbe bello scrivere di ognuno di questi una nota-recensione senza tanti fronzoli, che andasse al cuore di ogni scrittura per valutarla, al di là della storia e del piacere che (essa) può procurare. Perchè ho pensato che Simenon ha scritto moltissimo e, a libri pieni e densi (“Il treno", "I Pitard" tra quelli da me letti), si alternano altri che ho l'impressione che nascano dal mestiere e da una inesauribile osservazione e immaginazione.

Questo, “Il mostro di Bergerac”, è, per buona parte, “attraente”.
Nel primo capitolo si potrebbe pensare ad un film con Harrison Ford nei panni di Maigret. Un treno, le cuccette, l'aria calda e soffocante, un uomo che non sta fermo un momento, che respira in modo irregolare, Maigret che non riesce a dormire e si innervosisce, l'uomo che scende dalla cuccetta, si lancia nel corridoio, apre uno sportello... il treno che rallenta, l'uomo che salta giù, poi, un attimo di riflessione ed anche Maigret, il treno ha rallentato ancora, si getta nel vuoto...
Ferito gravemente ad una spalla lo troviamo poi disteso in un albergo di Bergerac nel Perigord e lì diventa un po' il James Stewart della “Finestra sul cortile”, perché, anche dalla finestra che dà sulla piazza principale, osserva protagonisti e non dei fatti terribili, che stanno accadendo a Bergerac: un pazzo ha ucciso due ragazze: una bella donna di 30 anni e una ragazzina di 16 anni, strangolandole; una terza è riuscita a scappare.

E' forse questo l'aspetto più originale del “giallo”: non il movimento (di Maigret), ma la stasi. Una stasi in cui a muoversi è l'occhio, una sorta di campo lungo sulla piazza, che crea, per un verso, uno sfondo, una comunità della provincia francese impaurita ed eccitata; per un altro, la possibilità per il commissario di immaginare oltre. Una stasi, che mette naturalmente in moto, anche, la riflessione su quella concatenazione di indizi attraverso cui Maigret risolverà il caso.

Qui c'è forse il limite del romanzo. Alla fine tutto deve tornare, tutto deve essere capito e risolto. Non si vivono dei processi psicologici, si assiste soprattutto ad una spiegazione. Certamente ci sono situazioni esistenziali: solitudini e ambizioni, amori e orrori, ma rappresentati più dall'esterno che dall'interno; come pure ci sono personaggi caratterizzati, ma in figure già incontrate nei romanzi.

Georges Simenon. Il pazzo di Bergerac (Le fou de Bergerac). Traduzione di Laura Frausin Guarino. Adelphi. Pag. 142. Euro 7,00.

04 ottobre 2009

"Harriet Beecher-Stowe" di Luciano Luciani





Uno strano destino
Strano destino quello toccato ad Harriet Beecher-Stowe e al suo romanzo più famoso, La capanna dello zio Tom: poco più di un secolo e mezzo fa godettero di un’immensa popolarità che travalicò i confini degli Stati Uniti e oggi, invece quel libro e la sua autrice sono dimenticati dai lettori e irrisi dai critici. Addirittura la cultura afroamericana ha assunto il protagonista di quelle pagine come la figura emblematica del nero integrato e imbelle, incapace di concepire e praticare qualsiasi progetto di effettiva liberazione. Eppure, un presidente degli Stati Uniti severo come Abramo Lincoln riconobbe la funzione storica di quel libro nel promuovere la causa dell’ abolizione della schiavitù…

Infanzia, giovinezza e prime esperienze giornalistiche
Harriet Beecher-Stowe nacque il 14 giugno 1811 a Litchfield nel Connecticut. Suo padre Lyman era un religioso, pastore della Chiesa Congregazionalista: un rigido calvinista, piuttosto arcigno in famiglia ma di convinzioni antischiaviste e, in palese contraddizione con tutti i propri modelli di vita, fervente ammiratore del dissoluto lord Byron. La madre Roxana Foote avrebbe forse potuto compensare l’anaffettività paterna, ma disgraziatamente morì quando Harriet, che era la sesta figlia, non aveva ancora quattro anni.
Tutto preso dalle cure del suo ufficio, Lyman non trovava il tempo per dedicarsi all’educazione dei figlioli e così, dopo due anni di vedovanza, tornò a sposarsi: fortunatamente la giovane matrigna si rivelò un’ottima madre per Harriet, dimostrandosi capace dell’affetto e del calore richiesti dalla straordinaria sensibilità della bambina.
Delicata e impressionabile, Harriet trovò nella lettura un formidabile moltiplicatore alle proprie fantasie. Leggeva di tutto: testi religiosi, biografie, racconti storici. Le erano vietati i romanzi, considerati secondo la rigida morale del tempo non adatti a una fanciulla. Gli unici consentiti dall’intransigente genitore erano i romanzi storici di Walter Scott, mentre la futura autrice di best seller si entusiasmava di nascosto alla lettura delle Mille e una notte, scoperto per caso in una soffitta.
Frequentò le scuole di Litchfield, distinguendosi per i rapidi progressi. La stessa Harriet racconta che seduta ben composta nel proprio banco fingeva di svolgere i compiti: invece seguiva interessata le lezioni di storia e retorica che gli insegnanti rivolgevano ai ragazzi più grandi. A soli dodici anni ottenne un riconoscimento pubblico per aver scritto una relazione su un tema indicativo di una grande precocità intellettuale: Si possono ricavare dalla natura le prove dell’immortalità dell’anima?
Incoraggiata da questo primo successo, la ragazza si buttò nello studio. Appena un anno più tardi traduceva Ovidio in versi inglesi e sempre in versi scrisse un dramma, il Cleone del quale abbiamo scarsissime notizie perché non è stato conservato. Sappiamo che doveva trattarsi della storia di un nobile greco alla corte di Nerone, Cleone appunto, che, tra continui scrupoli morali e contraddizioni religiose, finiva naturalmente per convertirsi al cristianesimo.
Ne 1832 Lyman Beecher fu chiamato a Cincinnati per dirigere un seminario e la famiglia lo seguì. In questa città di frontiera Harriet realizzò le sue prime esperienze giornalistiche e letterarie collaborando al “Western Monthly Magazine” e al “Mayflower”.

Un matrimonio senza amore e la scoperta della vocazione letteraria
Nel 1836 Harriet sposò Calvin Ellis Stowe che insegnava letteratura biblica al Lane Theological Seminary, fondato e diretto da Lyman Beecher. Il marito era senz’altro un uomo molto colto e preparato ma a giudicare da quanto Harriet scriveva a un’amica solo poche ore prima delle nozze non può proprio dirsi che si trattasse di un matrimonio d’amore: “Dapprima provai un’apprensione indicibile, e la settimana scorsa non sono mai riuscita a chiudere occhio; non sapevo come avrei subìto questa enorme trasformazione della mia vita. Ora che il momento è giunto, non provo più nulla…” Si può supporre che Harriet acconsentisse a quel matrimonio per non pesare più sulla propria famiglia, numerosa e continuamente alle prese con non facili problemi economici.
I primi anni di matrimonio furono tutt’altro che tranquilli ed Harriet e il marito conobbero povertà e malattie. Fragile, poi, lo stato psicologico di Calvin Stowe.
Ci furono dei giorni in cui i due giovani coniugi non sapevano cosa avrebbero mangiato l’indomani. In frangenti così duri, Harriet dette prova di grandi capacità umane e, mentre la famiglia cresceva fino ad annoverare ben sette figli, seppe anche compiere quelle scelte che decideranno della sua vocazione di scrittrice.
Da tempo era alla ricerca di un modo per accrescere le magre rendite familiari e spesso aveva pensato di utilizzare a questo scopo quella attitudine alla scrittura che tutti le riconoscevano. Così, spinta, dalla necessità e su sollecitazione di alcuni editori amici di famiglia, cominciò a scrivere novelle che ebbero una buona accoglienza. Nonostante le continue preoccupazioni e il poco tempo disponibile, riuscì a produrre anche articoli di costume e racconti che le permisero di guadagnare discretamente e raggiungere una modesta fama letteraria.
Questa fase della vita di Herriet Beecher-Stowe si chiuse tragicamente nel 1849 a causa della morte di un figlio avvenuta nel corso di un’epidemia di colera. Un evento doloroso che venne compensato dal miglioramento della situazione economica della famiglia: infatti, nel 1850 il prof. Stowe fi chiamato a ricoprire la cattedra di teologia presso il Bowdoin College a Brunswick nel Maine.
La raggiunta tranquillità permise ad Harriet una più piena partecipazione alla vita politico-culturale della società americana del suo tempo divisa sulla questione della schiavitù tra abolizionisti e antiabolizionisti.

“Sì, se Dio mi dà vita scriverò un libro”
Proprio alla fine del 1850 il problema si era riacceso a causa della famigerata Fugitive slaw law: nessuno schiavo fuggiasco poteva trovare asilo negli Stati dell’Unione e tutti i cittadini americani erano obbligati a restituire al proprietario ogni schiavo nero fuggito al Nord. Per rendere più malleabili gli eventuali scrupoli morali degli ufficiali pubblici cui competeva la decisione circa il destino dello schiavo era previsto un premio in denaro. Ma, soprattutto negli Stati settentrionali erano in molti a fare obiezione, rifiutandosi non solo di catturare gli schiavi fuggiaschi, ma aiutandoli a raggiungere la libertà in Canada, appoggiandosi alla underground railroad, la “ferrovia sotterranea”, un’organizzazione semiclandestina che favoriva concretamente gli schiavi in fuga.
La Fugitive slave road era una disposizione odiosa che rappresentò un segnale delle persecuzioni crudeli in atto contro la popolazione di colore e commosse fortemente l’opinione pubblica americana… Segnatamente Harriet che già nel 1836 era stata costretta ad assistere a scene che l’avevano turbata e indignata: per esempio, quando la plebaglia eccitata da alcuni ricchi proprietari di schiavi aveva saccheggiato gli uffici e la redazione del “Philantrope”, giornale abolizionista diretto da un amico della famiglia Stowe.
L’appoggio prestato di nascosto dal sindaco della città ai teppisti aveva sollevato la sua indignazione espressa pubblicamente ed energicamente. Quando poi si rese conto che alcuni esponenti del clero non avevano remore a dichiararsi a favore della schiavitù, allora Harriet non esitò e si schierò apertamente dalla parte del partito abolizionista.
La famiglia condivideva e sosteneva le sue idee: Lyman Beecher era un “conduttore” della underground railroad e aveva già messo a repentaglio lapropria vita per favorire la fuga di una donna di colore, vecchia e malata. Poco tempo dopo Harriet riceveva una lettera da sua cognata: “Se avessi una penna eloquente come la tua, scriverei un libro per mostrare alla nazione quale abominio sia la schiavitù”. Raccontano che a questa lettura la giovane donna si alzasse inpiedi ed esclamasse con accento ispirato: “Sì! Se Dio mi dà vita, scriverò un libro”.

La capanna dello zio Tom, un best seller mondiale
Si mise immediatamente al lavoro, raccogliendo informazioni dai documenti e testimonianze orali,inviando ai suoi corrispondenti negli Stati del sud questionari con cui raccolse in breve tempo tutte le notizie occorrenti. Le mancava ancora la scena madre del racconto, la morte di Tom. L’ispirazione le venne una domenica nella chiesa di Brunswick: la vide svolgersi nella sua mente fin nei più minuti particolari e a quella visione fu presa da un’emozione così intensa che represse a stento i singhiozzi. Tornata a casa si mise immediatamente a tavolino e quando ebbe terminato di scrivere quel brano chiamò i suoi e lo lesse loro ad alta voce. L’effetto di quella lettura furono l’evidente dolore e il pianto delle due figlie minori, una di dodici, l’altra di dieci anni.
E non poteva essere diversamente perché, pur con tutti i suoi difetti anche vistosi – un eccessivo sentimentalismo, troppi elementi melodrammatici non sempre ben risolti, personaggi, compreso il protagonista, a volte ridotti a macchiette – La capanna dello zio Tom funziona ancora e rimane un grande romanzo popolare capace di parlare al cuore e alla ragione: “il libro giusto al momento giusto… tutto iscritto nella temperie politica e morale, nella tensione acutissima e nelle lacerazioni profonde che scossero gli Stati Uniti prima e dopo lo scoppio della guerra civile… uno dei capisaldi di tutta la storia letteraria americana… un passaggio obbligato, in ogni ricostruzione che non avvenga meramente per vertici estetici” (Vito Amoroso).
La capanna dello zio Tom è il primo lavoro di una certa mole scritto dalla Beecher- Stowe ed è anche il primo volume in cui la scrittrice abbia fatto insieme opera di romanziere e polemista. Il romanzo uscì a puntate, secondo le abitudini editoriali di allora, tra il giugno 1851 e l’aprile 1852 sulle pagine della rivista abolizionista “National Era”, che si pubblicava a Washington. In origine doveva svilupparsi nell’arco di dodici puntate, ma, strada facendo l’autrice trovava continuamente nuovi spunti in favore della sua causa e così la stesura definitiva superò ampiamente i limiti fissati.
Prima ancora che la pubblicazione fosse pronta la scrittrice aveva ricevuto offerte da parecchi editori che desideravano pubblicare il romanzo in volume. Finì per impegnarsi con John P. Jewet di Boston che le garantì il 10% sul ricavato delle vendite.
20 marzo 1852: furono più di tremila le copie vendute il primo giorno in cui La capanna dello zio Tom apparve nelle librerie e si arrivò subito a esaurire le diecimila previste per la prima edizione. il 1 aprile si cominciava già a tirare la seconda edizione. I torchi tipografici lavorarono ininterrottamente e alla fine dell’anno le copie stampate erano oltre 300.000. Il successo del libro non si arrestò agli Stati Uniti, ma valicò l’Atlantico: nel 1852 erano 40 le edizioni pubblicate in vari formati in Inghilterra e traduzioni apparvero in Francia e Prussia. Ancora pochi mesi e il romanzo veniva tradotto in oltre venti lingue tra cui l’araba, l’armena, la cinese, la malese… Intanto, all’insaputa dell’autrice, dal romanzo veniva tratta una piece teatrale rappresentata con successo negli Stati Uniti e nelle principali città d’Europa.

Non si era mai visto un tale evento editoriale, letterario, culturale e il nome di Harriet Beecher-Stowe era ormai celebre in tutto il mondo.
Anche la critica, pur sollevando alcune riserve sullo stile, accolse il libro con simpatia e attenzione. Tutti negativi, ovviamente i giudizi sul romanzo negli stati del sud. Il partito contrario all’abolizione della schiavitù avviò una campagna di diffamazione e di ingiurie nei confronti della scrittrice., “un sudista dichiarò che Uncle Tom’s cabin non dimostrava alcuna conoscenza dei negri, non più di quanta se ne potesse trovare nell’almanacco nautico” (M. Cunliffe).
Una certa signora Eastmann volle contrapporre addirittura romanzo a romanzo e pubblicò un libro intitolato La capanna della zia Philis, ovvero la vita nel Sud com’è realmente riuscendo solo a coprirsi di ridicolo. Ma anche a New York il più diffuso giornale religioso della città non esitò a definire anticristian le pagine della Beecher-Stowe.
Imperterrita la scrittrice continuava a ricevere lodi e complimenti dai più importanti letterati e uomini politici d’Europa e d’America. Lord Carlisle in una lettera si felicitava con lei per aver scritto “la vera epopea del mondo moderno”; Gladstone si commosse fino alle lagrime sulle sue pagine e Palmerston affermò di aver letto La capanna dello zio Tom almeno tre volte. Osannata Harriet, ma anche criticata. Infatti, a parere di non pochi lettori e recensori la romanziera aveva esagerato gli orrori della schiavitù per portare acqua al mulino della causa abolizionista. La scrittrice rispose allora con un altro libro, La chiave della capanna dello zio Tom, assai documentato, in cui rispondeva punto per punto alle critiche che le erano state rivolte, provando con la forza dei dati l’esattezza delle proprie asserzioni e reclamando con ancora maggior forza una riforma nella condizione degli schiavi.

La piccola signora che ha fatto scoppiare una grande guerra
Intanto l’agitazione antischiavista suscitata e tenuta desta da Harriet e dai suoi compagni di fede stava per dare i suoi frutti: la guerra tra gli stati del nord e quelli del sud scoppiò nel 1860 per durare ben cinque anni. La Stowe accolse con soddisfazione la dichiarazione di guerra, un conflitto che ai suoi occhi assumeva i connotati di una lotta tra Bene e Male.
I suoi convincimenti in favore della guerra non le facevano dimenticare gli orrori che rappresentano il necessario corollario di ogni evento bellico, ma Harriet interpretava il sangue americano che stava per essere versato in quella circostanza come la doverosa espiazione del sangue africano fatto scorrere per secoli dagli schiavisti nel suo paese.
Al termine del conflitto Abramo Lincoln volle conoscerla e la definì “la piccola signora che ha vinto la guerra”. Intensa ed ininterrotta, nel frattempo, al ritmo di un libro l’anno la sua produzione letteraria: nel 1862 pubblicò The Pearl of Orr’s Island; nel 1869 Oldtown Folks, nel 1878 Poganuc People; romanzi e storie legate alla propria infanzia e alla giovinezza rivissute con acuta e intima partecipazione.
Altri problemi diversi da quelli squisitamente letterari videro in prima fila Harriet. La Stowe, infatti, non rimase indifferente alle grandi miserie materiali e morali che la guerra civile aveva lasciato dietro di sé. Decise, allora, di dedicare il resto della sua vita a istruire ed educare quel popolo nero al cui affrancamento aveva così potentemente contribuito. A questo scopo acquistò a Mandarin in Florida una magnifica tenuta e i momenti più sereni della sua vita furono quelli trascorsi sotto la veranda della sua villa impegnata a rispondere alle innumerevoli lettere che continuavano ad arrivarle da ogni parte del mondo.
In occasione del suo settantesimo compleanno i suoi editori organizzarono una grande festa: quel giorno più di duecento tra scrittori e giornalisti americani le indirizzarono un saluto augurale espresso intermini entusiastici. Ma ad Harriet queste manifestazioni di stima e affetto non davano – sono le sue parole - tanta gioia quanto il sorriso di felicità di un negro liberato che finalmente era nelle condizioni di poter affermare “Ho venti capi di bestiame, quattro cavalli, quaranta polli e dieci figli. E tutto ciò e mio, proprio mio!”.
Morì a Mandarin il 1 luglio 1896

30 settembre 2009

“Mele dal deserto” di Savyon Liebrecht


di Gianni Quilici

Avevo letto di Savyon Liebrecht “Prove d'amore” (edizioni e/o), una bellissima storia d'amore ambientata a Tel Aviv in uno scenario di ricordi atroci e di segreti imbarazzanti o mostruosi, e questo libro composto di sette racconti conferma il talento e la grandezza di questa scrittrice, nata in Germania nel 1948, ma vissuta già da bambina in Israele.

Sono tutti racconti necessari, che rappresentano lo stato delle cose in Israele con il dramma dell'Olocausto sempre presente, anche quando c'è la volontà disperata di liberarsene, e con la presenza del conflitto con gli arabi, che come un'ombra si disegna nelle minuzie della vita quotidiana.

Il primo di questi racconti “Una stanza sul tetto” è forse il più bello, perché è il più compiuto, quello che forse meglio raffigura cosa significhi vivere in Israele oggi. La protagonista è un bellissimo ritratto di donna, perché ha l'efficienza e la determinazione ed anche una considerevole autonomia per decidere di far costruire una stanza sulla terrazza di casa a dei lavoratori arabi, in un periodo in cui si trova senza la presenza del marito.
Il racconto ti fa vivere i pregiudizi e la diffidenza, il disagio e la paura, l'incertezza e la durezza della donna fino ad una superiorità, che porta al disprezzo; ma nel fluire di questo rapporto anche la sorpresa e la disponibilità, perfino l'attrazione quando troverà in uno di loro cultura, attenzione, delicatezza che, per esempio, non ha mai visto nel marito. Non ci sarà giustamente un lieto fine, tutt'altro; c'è però un interagire che lascia spazio ad una simpatia, ad un intenerimento, ad un avvicinarsi verso. E tuttavia il finale amaro lascia capire come sia difficile oggi un ascolto reciproco, quanto le paure, i torti, le differenze di status, i pregiudizi siano pesanti e radicati.

Luminoso è il racconto che dà il titolo alla raccolta “Mele dal deserto”. La madre ebrea ortodossa va nel deserto per riprendere e “liberarare la figlia dal peccato”. La ragazza, infatti, è scappata in un kibbutz laico e ora qui vive con un ragazzo “come marito e moglie”. La Liebrecht accompagna la donna lungo il viaggio in autobus, ne rappresenta i risentimenti verso la figlia, ma anche i timori: la paura di essere scacciata dalla ragazza, picchiata dal suo ragazzo, di non sapere dove pernottare in una zona a lei sconosciuta. Invece scopre un calore e una disponibilità immediata e sincera ed è costretta, discutendo con la figlia, a rivedere la sua vita, il rapporto mancato con un marito freddo, chiuso ed egoista. Un racconto di trasformazione veritiero e palpabile che conquista per la precisione dei (sottili) dettagli.

Nei due racconti “Il taglio dei capelli” e “La bambina delle fragole” Savyon Liebrecht riesce a trasmettere del nazismo (il primo nella memoria, il secondo nel presente storico) un quotidiano al tempo stesso reale e allucinatorio.

Savyon Liebrecht. Mele dal deserto. Traduzione dall'ebraico di Carlo Guandalini. Pag. 153. edizioni e/o. Euro 13,42.

25 settembre 2009

“Etiopia 1984” di Sebastiao Salgado


di Gianni Quilici

E' una di quelle foto quasi stupefacenti che ogni tanto è dato vedere.

E' stupefacente, perché sembra così perfetta da sembrare studiata e composta come in un film, in cui provi e ri-provi una scena fino a trovare l'attimo in cui cogli quella perfezione, che avevi immaginato, nell'inquadratura, nell'espressione dei volti, nella composizione del quadro.

Qui siamo nel Sahel, esattamente in Etiopia, in un mattino del 1984 ed è una delle tante foto che Salgado ha dedicato a questa zona del mondo martoriata dalla siccità. Questi sono profughi nel campo di Korem. Siccità, vento e freddo.

Ciò che (mi) colpisce è innanzitutto un contrasto interno (e molto sottile) alla foto: da una parte povertà, fatica, forse sofferenza, forse solitudine; dall'altra, e insieme, dignità e nobiltà dei corpi e dei volti, perfino una nuda eleganza.

Infatti la foto ha una sua bellezza scultorea con i tre corpi ripresi in primo piano, avvolti da pesanti coperte a formare un unico corpo, collocati in perfetta scansione nello scenario grigio e grandioso del deserto e delle montagne con nello sfondo la presenza di una donna esile e scalza a disegnare un'altra storia, forse un altro percorso.

E però questa bellezza non è soltanto scultorea è esistenziale. Sono gli sguardi e le espressioni, che non chiedono pietà, semmai, nella loro oggettività, comprensione. In particolare il volto del bimbo, quello, a noi, più vicino, quello che meglio individuiamo. Quegli occhi chinati, quella coperta su cui poggia, quei lineamenti armonici, quel pensiero lontano e raccolto diventano poesia, esprimono senza definire: forse una ritrosia, forse una fatica, forse un dolore. Mistero.

Qualcuno ha parlato di estetismo. Come se povertà e sofferenza non potessero avere una loro bellezza estetica, certamente quella bellezza sinonimo di espressività, che nasce da un'umanità per un verso più vicina alla radice del sentire; e per un altro dignitosa, lontana dal chiedere l'elemosina della pietà. Che non si sente, nella foto almeno, altra o inferiore, se non per chi ha una scala di valori classista e giudica secondo pericolosi e gretti pregiudizi.

Sebastiao Salgado è uno dei grandi testimoni del nostro tempo. Con le sue immagini ha rappresentato e continua a rappresentare i grandi eventi che plasmano e trasformano il mondo in cui viviamo: la vita nelle campagne e nelle miniere in America Latina, la tragedia della siccità nei paesi africani, i lavori dimenticati, il movimento incessante di grandi masse che per guerre, necessità, desiderio di vita migliore sono costrette a spostarsi. Da otto anni sta lavorando ad un progetto per ritrarre ciò che resta della natura incontaminata. “Ho chiamato questo lavoro Genesi” dice Salgado “perché il mio obiettivo è tornare alle origini del pianeta: all'aria, all'acqua, al fuoco da cui è scaturita la vita, alle specie animali che hanno resistito all'addomesticamento”. (Ian Parker da “ D, la Repubblica delle Donne, 22 ottobre 2005).

24 settembre 2009

"Face Book: rischi e piaceri" di Gianni Quilici



Quanti tra chi legge “Libere Recensioni” sono inseriti in Facebook?
E quanti sanno che cosa sia precisamente?
Brevemente lo spiego.
FB sono più pagine, di cui uno può gratuitamente disporre sul web, sulle quali può scrivere pensieri, elaborare note, inserire foto e video, scrivere e ricevere posta pubblica o privata, chattare, interagendo con altri (gli amici), da cui devi essere accettato e che deve accettare.
E' uno strumento formidabile per chi vuole conoscere persone ed anche per chi vuole informare delle sue attività sia singoli che associazioni, forze politiche, imprese culturali-commerciali ecc, ecc.

Detto questo è evidente che molto dipende da come uno lo usa o meglio ancora se ha idee, immagini, desideri, capacità di interagire a livelli non banali.
La maggioranza di ciò che intravedo indossa la maschera delle battutine, del commentino o della diffusione di materiali diversi (video, quiz, foto, giochini ecc, ecc).
C'è una minoranza, tuttavia, che ha motivati interessi (politici o letterari), che pone confronti, può consentire conoscenze profonde, scambi proficui.

Però, come in ogni fenomeno, quali sono i tratti dominanti?
Partiamo da un fatto. Leggo che il prof. Jonathan Zimmerman, della New York University, sostiene che tre adolescenti americani su quattro trascorrono ogni possibile istante incollati a facebook o MySpace... Le chat, sostiene Zimmerman, sono la nuova possente droga da cui questi giovani sono ormai dipendenti.
Se allarghiamo lo spazio virtuale ai giochini elettronici e ai video da un lato; e dall'altro ai cellulari e agli sms questo dato appare più o meno possibile anche per gli adolescenti italiani ed, in ogni modo, questo è il profilo dominante dei nostri Tempi. Viviamo in un'epoca in cui alla televisione si sta progressivamente sostituendo il computer. Perché questo consente non solo di vedere e sentire, ma anche di connettersi nel mondo. Non essendo soltanto spettatore, ma sentendosi protagonista in prima persona: attraverso scambi o facendosi conoscere (video, foto, blog....)

La domanda è: quale bisogno soddisfa?
Il bisogno di riempire un vuoto. Il vuoto, sempre difficoltoso, del rapporto di sé con sé.
Anche un libro, un film, una partita a carte, un incontro riempiono un vuoto. Qui però c'è molto di più. Puoi dialogare con altri, con molti altri, anche con chi non conoscevi, puoi dialogare senza fatica, troncando, con un pretesto, facilmente e passando ad altro, senza dover uscire, dover ascoltare, incontrare i soliti visi. C'è infine l'attrazione del mistero: la possibilità di trovare l'ideale immaginativo.

I rischi sono enormi.
Immaginiamo di togliere l'accesso ad internet e di sequestrare il cellulare a milioni di individui (non solo adolescenti), che vivono in simbiosi con questi. Potrebbero continuare tranquillamente a vivere?

Il primo rischio è noto: alla vita reale, alla fatica di costruire rapporti dinamici con chi ti sta d'intorno, si sostituisce una vita virtuale, che senti più appagante, perché più facile, più imprevedibile.

Il secondo: si rinuncia alla solitudine. Ossia a quella condizione che ti consente di concentrarti, percepire il tuo io, raccogliere intuizioni, elaborarle, creare, che solo può dare senso alla comunicazione.

Il terzo rischio: si vive frammentariamente, pensieri brevi, desideri brevi, memoria breve inseguendo stimoli, non elaborandoli, continuamente insoddisfatti, perché nulla o poco diventa davvero nostro.

E tutto questo non riguarda soltanto gli adolescenti, ma tutti coloro che vivono la modernità. Si può utilizzarla da padroni, si può utilizzarla da schiavi. Il problema non è soltanto individuale è pure sociale, cioè politico.

da Arcipelago, rivista dell'Arci di Lucca

"Con una ninna nanna Trilussa si schierò contro la guerra" di Luciano Luciani




Ottobre 1914
A partire dalla scintilla di Sarajevo, il primo conflitto mondiale si era già rovinosamente allargato a quasi tutto il continente europeo. Fa eccezione l’Italia, che pur facendo parte della Triplice Alleanza, aveva dichiarato di volersi mantenere neutrale, non essendosi verificato il casus foederis, esclusivamente difensivo, previsto dal trattato. Dietro questa posizione c’era non solo l’eredità risorgimentale di un sentimento antiaustriaco condiviso dalla maggioranza dell’opinione pubblica italiana, ma le generalizzate e diffuse convinzioni pacifiste e neutraliste delle masse socialiste e cattoliche del nostro Paese. Lo stesso papa Benedetto XV, salito al soglio pontificio nell’estate 1914, proprio nei giorni più drammatici dell’accelerazione in senso bellicista della crisi europea, non faceva mistero delle sue idealità orientate in senso ostile alla guerra. Le rendevano ancora più nette le notizie degli orrori che già si consumavano sui vari fronti teatro delle operazioni militari: il Belgio, il nord-est della Francia, la Marna, la Prussia orientale erano gli scenari di una carneficina mai vista prima nella pur lunga storia delle guerre che avevano opposto, l’un contro l’altro armati, i popoli europei. Nei soli primi quattro mesi di guerra sul fronte occidentale si erano contati 400mila morti e quasi un milione di feriti.
Nonostante questi terribili esempi, l’iniziale opzione neutralista dell’Italia entra ben presto in crisi. Liberal–conservatori, e socialriformisti, associazioni irridentiste e sindacalisti rivoluzionari, repubblicani e radicali, in minoranza nel Paese e nel Parlamento, cominciano rumorosamente ad agitarsi in favore di un intervento contro l’Austria per portare a conclusione il processo di unità nazionale iniziato nel Risorgimento. Non manca neppure il clamoroso voltafaccia di Benito Mussolini, allora direttore dell’”Avanti”, che dalle colonne del quotidiano socialista forza la situazione del suo partito e del Paese perché si passi dalla “neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante”. Pochissimi lo seguono, il Partito socialista lo sconfessa e Mussolini abbandona la direzione del giornale per finire espulso dal partito.
In termini di forza parlamentare e di peso nella società i neutralisti erano in netta prevalenza, ma gli interventisti esprimevano una notevole capacità di mobilitazione nelle piazze, sui giornali, nelle università tentando di far passare l’immagine di un “paese reale” voglioso di guerra che si contrapponeva a quello legale con alla testa il parlamento giolittiano debole, screditato e corrotto.
Decisiva ai fini dell’entrata in guerra fu la mobilitazione degli intellettuali da Luigi Albertini a Giuseppe Prezzolini, da Giovanni Gentile a Gaetano Salvemini, a Luigi Einaudi.
Gabriele D’Annunzio non esita a mettere al servizio della causa interventista tutto il suo carisma di letterato, poeta, uomo di teatro, improvvisandosi capopopolo, demagogo, agitatore di masse e piazze secondo modalità più tardi apprezzate e riprese dal fascismo.

In questo scontro pace-guerra che divise l’Italia e che vide gli intellettuali giocare un ruolo determinante, non va dimenticata una voce pacifista, certo più mite e sommessa di quella dell’eclettico e sonoro poeta pescarese, nutrita però di valori di pace e tolleranza e di un’angosciosa umanità di fronte agli indicibili orrori del conflitto: quella di Trilussa.

Nel 1914 il poeta romano, poco più che trentenne, era all’apice della sua fama. Quasi un’istituzione, amato e apprezzato tanto dal popolo quanto dalla borghesia e dall’aristocrazia della capitale, blandito – e temuto – dai politici, benvoluto dagli intellettuali. Moderno Esopo, la sua arguzia, la sua ironia, la sua popolaresca sincerità, corrispondevano agli umori profondi del senso comune romano e nazionale: alla sua vena moraleggiante e priva di particolari audacie ideologiche attingevano a piene mani comici, intrattenitori, artisti di varietà da Ettore Petrolini a Nicola Maldacea. Insomma, Trilussa apprezzato cantore di un buon senso vernacolo lontano da ogni sdegno e furore, faceva opinione. E a lui si deve una poco nota ma durissima testimonianza contro la guerra:

1
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vo’ la zinna,
dormi dormi, cocco bello,
se no chiamo Farfarello,
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Cecco Peppe
che s’aregge co’ le zeppe…

2
…co’ le zeppe de un impero
mezzo giallo e mezzo nero;
ninna nanna, pija sonno
che se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedono ner monno,
fra le spade e li fucili
de li popoli civili.

3
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che comanda,
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio de una fede
per un Dio che nun se vede…

4
…ma che serve da riparo
ar sovrano macellaro:
che quer covo d’assassini
che c’insanguina la tera
sa benone che la guera
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe’ li ladri de le Borse.

5
Fa la ninna, cocco bello,
finché dura ‘sto macello,
fa la ninna, che domani
rivedremo li sovrani
che se scambiano la stima,
boni amichi come prima;
so’ cuggini, e fra parenti
nun se fanno complimenti!

6
Torneranno più cordiali
li rapporti personali
e, riuniti infra de loro,
senza l’ombra de un rimorso
ce faranno un ber discorso
sulla pace e sur lavoro
per quer popolo cojone
risparmiato dar cannone.

Questo testo conobbe una larga diffusione che secondo alcuni storici sarebbe arrivata fino alle trincee, resa ancor più ampia e penetrante dalla partitura di un musicista rimasto anonimo.
E non fu l’unica presa di posizione in favore della pace del poeta romano. Trilussa tornava sulla questione ancora nel Natale del 1915 scrivendo:

…Fa’ in maniera Gesù bello,
che una scheggia de mitraja
spacchi er core a la canaja
ch’ha voluto ‘sto macello!
Fa’ ch’armeno l’impresario
der teatro de la guera
possa vede sotto tera
la calata der sipario.
Fai ch’appena liberato
dalli barbari tiranni
ogni popolo commanni
ne’ la Patria dov’è nato.

Certo, non si poteva pretendere da Trilussa rigore politico e coerenza ideologica. La stessa popolarità che lo rendeva caro a tutti lo spingeva poi ad aderire sentimentalmente ai grandi movimenti d’opinione più o meno spontanei: così nel febbraio 1917 lo troviamo non da solo a magnificare in versi vernacoli le sorti del Prestito Nazionale lanciato per finanziare quella stessa guerra che con sentimento tanto doloroso il poeta aveva contribuito a criticare.

23 settembre 2009

"Socialismo e pace in Herbert George Wells" di Luciano Luciani




Inquietudini europee e romanzo utopistico

L’Europa di un secolo fa: inquieta, agitata, invelenita. Da una parte la percorrono formidabili movimenti sociali che dal basso rivendicano uguaglianza, giustizia, una vita degna di essere vissuta per milioni e milioni di uomini e donne da sempre mantenuti negli abissi della storia; dall’altra elites egoiste e gelose dei propri privilegi orientano verso i miti irrazionalistici della razza, del sangue, della potenza settori sempre più ampi delle classi medie. In un continente che conosceva già le asprezze della lotta di classe e la perenne tensione indotta dai nazionalismi e dagli sciovinismi, si consuma la rottura con il razionale e ordinato mondo del XIX secolo, mentre il XX si preannuncia cupo, ansioso, denso di motivi di allarme e preoccupazione: quella della Belle Epoque fu una società che visse inconsapevolmente su un campo minato” (P. Morand). L’Europa, rivelatasi capace di estendere il proprio dominio su tutto il pianeta forte di un modello politico e culturale senza precedenti, culla della rivoluzione industriale e di straordinarie innovazioni tecnologiche, era la stessa che preparava in maniera sotterranea la grande carneficina della guerra. In questo inizio secolo così angosciato non furono pochi gli scrittori che tentarono di definire in direzione del futuro alcune possibili vie d’uscita dalle angustie del presente. Forse è in questa chiave che si può spiegare la straordinaria fioritura che il romanzo utopistico, ovvero la uno straordinario mix di invenzioni letterarie tra fantasy, satira politica e allegoria sociale, conobbe lungo tutto il trentennio precedente lo scoppio del primo, grande conflitto mondiale.
Jules Verne e Theodor Hertzke, T. R. Stockton e F.A. Fawkes, Paolo Mantegazza e George Gissing non si stancarono in questi anni di battere i sentieri dell’avvenire, cercando, sia pure in chiave romanzesca, di diradarne le nebbie e individuare i lineamenti di un domani possibile e umano, oppure mettere in guardia contro una sua possibile disumanità.

Wells e il socialismo

Tra tutti coloro che si cimentarono con le tematiche avveniristiche, per consapevolezza filosofica, per passione argomentativa, per forza di stile e capacità d’evocazione spicca l’inglese Herbert George Wells, il celeberrimo autore della Macchina del tempo, 1895, dell’Uomo invisibile, 1897, della Guerra dei mondi, 1898, solo per citare i suoi libri più letti e famosi…
Ma Wells non fu solo uno scrittore amato e popolare: perennemente scontento del mondo in cui viveva, per quasi mezzo secolo, tanto si prolungò la sua produzione, cercò sempre di incitare gli uomini a cambiare, mostrando loro il male sociale e individuale e suggerendo sempre le soluzioni, anche pratiche, per una ricostruzione ragionevole del consorzio umano.
Operando in tale direzione Wells non poteva che riconoscersi e incontrarsi con le ragioni della pace e del socialismo, nella profonda convinzione che fosse assolutamente necessario rifare il mondo del suo tempo in termini di giustizia sociale e solidarietà tra gli uomini.
Dunque, Wells fu pacifista e socialista in quanto scrittore di fantascienza e romanziere della storia futura proprio in quanto socialista e pacifista. Lettore in gioventù dei Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift , dell’Utopia di Tommaso Moro e delle teorie di Robert Owen, ancora studente era un assiduo frequentatore dei circoli della Fabian Society, ovvero quel movimento politico - culturale di orientamento socialista che era stato fondato nel 1883 da E. Pease; e dove si potevano ascoltare e incontrare economisti come Sidney e Beatrice Webb, il drammaturgo George Bernard Shaw, il poeta e pittore preraffaellita, William Morris, tra i primi a porre il problema del rapporto tra arte e industria. A sua volta autore di un romanzo utopistico, Notizie da nessun luogo, Morris criticava la prima grande globalizzazione nel segno dell’Impero britannico, il mercato mondiale e ipotizzava una Nuova Era postindustriale nei modi di un’Utopia sostanziata di lavoro onesto, buoni propositi e libero amore.
Insofferente nei confronti della monarchia, della chiesa e della morale corrente, socialista premarxista, ma non per questo meno appassionato e convinto della necessità di un profondo e radicale mutamento sociale, Wells si iscrisse alla Fabian Society nel 1903, ma, ben presto con l’ardore che sempre caratterizza i neofiti, assunse da subito un atteggiamento critico e polemico nei confronti dei vertici dell’organizzazione. Il romanziere, infatti, avrebbe voluto che i fabiani si dessero una struttura più solida, promuovendo vita a un’ampia campagna di reclutamento e aprendo sezioni in tutto il Paese: per Wells, uno scienziato prestato alla letteratura e alla politica, la Fabian Society avrebbe dovuto farsi promotrice di un socialismo di tipo nuovo, fondato sull’assimilazione delle scienze moderne e della loro applicazione alla soluzione dei problemi sociali.
Nel 1905 appare Una moderna utopia, pagine in cui Wells suppone la creazione di un ordine tra il guerresco e il religioso, i cui componenti, a metà strada tra i samurai giapponesi e sacerdoti zelantissimi, erano dediti al compito esclusivo di riorganizzare il consorzio umano e a vigilare sui suoi destini: per alcuni anni Wells tentò di ristrutturare la Fabian Society in questo senso. Le sue idee, in fondo, non erano dissimili a quelle di George Bernard Shaw e dei coniugi Webb, ma, come dichiarerà più tardi, lo scrittore si sentiva oppresso dall’idea fabiana di “socialismo amministrativo”: ovvero evitare ogni mutamento politico e, come causticamente affermava il romanziere, accostarsi furtivamente al socialismo. Contro questa prospettiva di un “socialismo che ha dimenticato cos’è il socialismo” mosse l’iniziativa di Wells contro la “vecchia cricca fabiana”, come lui la definiva, che, a suo parere, andava sostituita con nuovi dirigenti più aggressivi, più determinati. Di qui violenti contrasti, anche personali, con i “padri fondatori” della Fabian Society che favorirono il progressivo allontanamento di Wells da quella organizzazione, anche se per lui il socialismo rimase sempre il sistema sociale più giusto e razionale, la più moderna forma di umanesimo, la sola veramente conforme alle migliori qualità dell’uomo.

Wells e la pace

Altrettanto complesso e contraddittorio il rapporto dello scrittore inglese con la grande questione della pace e/o della guerra che si pose drammaticamente all’opinione pubblica europea nella terribile estate di Sarajevo. La guerra che metterà fine alla guerra, 1914, è il titolo del saggio wellsiano che verrà adottato come formula riassuntiva delle posizioni dell’interventismo democratico europeo, conferendo al conflitto un carattere antimilitarista ed emancipatorio. Ma Wells era troppo esperto della vita e delle cose per non rendersi conto che anche quella guerra, pur se combattuta con intenzioni di libertà, finiva per incoraggiare i peggiori istinti dell’uomo; ed era artista troppo sensibile per non cogliere le voci degli uomini che si levavano da entrambe gli schieramenti auspicando la cessazione di quello spaventoso massacro.
Così, nel 1915, dichiarandosi pacifista e insofferente nei confronti del militarismo, rifiutò di visitare il fronte di guerra europeo. Cosa che fece invece l’anno successivo, ricavandone un libro di impressioni e ricordi, Italia, Francia, Inghilterra durante la guerra, pubblicato nel 1917. Ma la fase del ripensamento intorno alle ragioni del conflitto è ormai avviata: nel 1916 appare Il signor Britling ci va a fondo, “il libro migliore, più coraggioso, veritiero e umano, scritto in Europa durante questa maledetta guerra” (M. Gorkij). La storia di un piccolo borghese inglese di mezza età che non lesina discorsi intrisi di patriottismo, scrive in favore delle guerra, si impegna sul ‘fronte interno’, convinto fino in fondo degli ideali che avevano portato centinaia di migliaia di giovani inglesi nel fango delle trincee di mezza Europa… Tutto questo sino a quando Hugh, il figlio del signor Britling, è richiamato, parte per il fronte e muore. Il lutto del protagonista si va così ad aggiungere a quello sempre più largo di un intero popolo, di tutti i popoli europei. Allora, le parole della propaganda si trasformano in vite umane, carne e sangue: un rilevante esempio di letteratura antimilitarista, “un libro forte, pieno di verità, commovente. Non solo il miglior libro di Wells, ma anche il miglior libro sulla guerra in generale” lo definì a caldo il “Chicago Tribune”.

Wells e la rivoluzione bolscevica

Quando nel 1917 scoppiò la rivoluzione russa, Wells l’accolse come un minaccioso brontolio di avvertimento alla classe dirigente inglese, incapace di avviare una seria politica di riforme sociali. “E’ necessario trasformare il nostro mondo prima che qualcuno possa distruggerlo”, questa la convinzione dello scrittore inglese, che, con grande onestà intellettuale, scelse di conoscere e confrontarsi col formidabile avvenimento della prima rivoluzione proletaria realizzata. Così, nel 1920 visitò l’URSS, ricavandone come al solito un saggio La Russia nelle tenebre, la cui morale era che solo il potere sovietico, prodotto da concrete ragioni storiche, poteva restituire la Russia alla civiltà. Wells non è certo un sostenitore dell’URSS, ma nelle sue pagine si ritrovano affermazioni come queste: “Quali sciocchezze non si dicono sui comunisti in Inghilterra ! Eppure sono persone uguali a noi e io, per natura ed esperienza personale, sono portato a provare nei loro confronti la più affettuosa simpatia”. Lo sguardo del romanziere inglese è sufficientemente lucido per comprendere che se gli uomini si incontrano col comunismo è perché “soffrono le ingiustizie sociali, l’ottusa insensibilità e la smisurata insolenza del nostro sistema, comprendono di essere umiliati e sacrificati e quindi cercano di abbatterlo e di liberarsi dalle sue morse. Non serve alcuna propaganda sovvertitrice per farli insorgere. Sono gli stessi vizi del sistema sociale, che li priva dell’istruzione e li rende schiavi, a generare il movimento comunista dappertutto dove sorgono fabbriche e officine”.

Poi gli anni della vecchiaia segnati dalla sempre più marcata convinzione che solo uno Stato mondiale, capace di prescindere dai confini nazionali sarebbe stato capace di unificare l’umanità contro le sfide della Natura. Visioni che sanno quasi di profezia e immaginazioni apocalittiche si alternano negli ultimi scritti di questo “libero cittadino del mondo nuovo”, che si spegne nel 1946 alla vigilia del suo ottantesimo compleanno.

21 settembre 2009

"Pianura" poesia di Letizia Pantani


di Gianni Quilici


Da due anni Letizia Pantani ci ha lasciato.
Difficilmente chi l'ha conosciuto potrà dimenticare il suo volto, combattivo e insieme ferito.
Su Arcipelago ha scritto un anno fa, in occasione dell'uscita del libro “Sei tamburo che rulla”, una penetrante recensione Igor Vazzaz
Vorrei ritornarci però “toccando” una sola poesia, perché il libro di Letizia è denso e complesso e, alle poesie soprattutto, si può finire per non dare lo spessore e l'attenzione, che esse meritano.
Scelgo “pianura”, dalla raccolta At/tese e (vi) suggerisco di leggerla a voce alta, verso per verso, lentamente, perché è una poesia in cui la voce prende suono, forza.

At/tese.14
Avevo ereditato un corpo sconfinato
in cui non esisteva barriera
ed i ponti si rincorrevano
e le finestre si affacciavano
su mari senza limite
invasione di corpi e di voci
immaginari colmi temuti
odori potenti che penetrano
untuosità che avvolgono
legami che stringono
in un'alba continua di segni
pianura

E' infatti senza segni di punteggiatura, una successione travolgente di immagini, di movimenti, di spazi, di contatti, di desideri.

Se fossi insegnante in una scuola, e dovessi con gli alunni interpretarla, chiederei: “In quanti parti la dividereste questa poesia?”.
Avrei già una mia risposta: (io) la dividerei in tre sequenze, che nel profondo corrispondono ad un solo unico soggetto.
Questo è un io-corpo sconfinato ed ereditato.
Due parole che si presterebbero ad una di quelle conversazioni che partendo dall'ovvio finiscono per allargarsi oltre l'io, oltre la poesia stessa.
“Sconfinato” senza confini, è, infatti, un aggettivo denso nel suo dirsi-sentirsi, oltre che nel suo senso; ed “ereditato”? Per “ereditato” porrei una domanda la cui risposta non può che dilatarsi oltre misura. Può essere ereditato da padre-madre-famiglia, dall'ambiente, ma anche dai sotterranei della Storia e, perché no?, dalla Specie. Già ci si inoltrerebbe, oltre il quotidiano, in spazi ed in tempi grandiosi.

Però questo io-corpo attraversa, nella “pianura” tre successioni di momenti.
Il primo (momento): è uno spazio in un movimento senza limiti prefissati (ed i ponti si rincorrevano/ e la finestre si affacciavano/ su mari senza limite...”).
Il secondo: è il rapporto-contatto che diventa osmosi (penetrano, avvolgono, stringono), anche contrastato (“untuosità”) o ambiguo (“legami che stringono”).
Il terzo, infine: tutta quanta questa successione travolgente di sguardi e di sentimenti in un continuo ri-sorgere (“in un'alba continua di segni”).

Però la poesia è linguaggio ed allora:
la forza di alcune parole prese singolarmente e soprattutto nel loro contesto: da “sconfinato” a “untuosità”, dalla scansione di “che penetrano” “che avvolgono”“che stringono”;
la forza di una musicalità che cresce verso per verso attraverso la successione martellante di visioni che si accumulano;
la forza di un senso o, se volete, di un messaggio che aspira a non avere limiti, che si dibatte tra finito-infinito desiderando una simbiosi non individualistica, collettiva.

E' una poesia, quindi, che si presta alla declamazione passionale, che si allarga nello spazio, corre nel tempo, abbraccia nella continua mutazione del tutto.

da ARCIPELAGO, bimestrale dell'Arcidi Lucca.

"Minima immoralia" diarietto di Emilio Michelotti




4 marzo 2009
Oggi mi hanno regalato questo quadernino in carta di riso e, proprio oggi, alla lezione a S.Micheletto, ho scoperto dell’erotismo nei tagli di Fontana. Potrebbe essere che l’emozione derivi dal gesto stesso che percorre la lama sulla tela (gesto che potrebbe smuovere una pulsione molto profonda, legata a un mai evidenziato sadismo?) O sono le curve che, sfumando dal bianco al nero, prospettano un mistero quasi “carnale”, un sottopelle di umori e desideri inappagati, sottaciuti, sotto una veste candida e irreprensibile? Coincidenze fortuite?

5 marzo
Riguardo con più attenzione “I cavatori” di Enzo Cei; credo di scoprirvi altri segni. Lo sforzo umano di dominio sulla “natura” è, nella sua grandiosità, ridicolo, per l’aspetto del potere. Uno sguardo attento può però cogliere le armonie che si celano nei rapporti fra uomo e cose e fra le persone. Estetica che è lezione etica. Prospettive eliocentriche, cosmocentriche. Non è inutile né vano il lavoro: unisce, re-lige, dà senso.

7 marzo
Dal convegno su Darwin (radio): contingenza (Gould) contro convergenza evolutiva. E’ proprio vero che, arrotolando il film della vita e facendolo scorrere di nuovo, l’uomo non ci sarebbe? O, invece, la vita si può sviluppare in infinite forme, però il risultato finisce per convergere in un punto unico? (esempio: l’occhio umano e l’occhio della seppia sono simili, ma la loro evoluzione è ben diversa).

14 marzo
“I migliori anni” sono sempre quelli creduti tali con la memoria. Ebbene, no! Questi, lo sono, questi che vivo ora (sembra blasfemo, con tutto quel che è successo). Ci vuole di essere molto vecchi, per capirlo.

Ancora sul darwinismo: la convergenza evolutiva è forse una trappola, un escamotage per restare aggrappati all’ultimo mito. Eppure il “determinismo necessitante” esercita su me un fascino immenso, come il comunismo (miti, appunto?)

16 marzo
Strano mondo, quello della scienza. Pieno di ideologismi, dogmi, metafisica. A una proposizione come “la materia potrebbe essere dotata di slancio vitale” il biologo reagisce così: “è finalismo”, come se un tassello di ragionamento, estrapolato dall’insieme, potesse contenere, per deduzioni a catena, tutta una weltanshaung. La più aggiornata cosmologia, invece, non trova metafisiche “teorie” come “le stringhe”, “le membrane”, gli “universi paralleli”, né la domanda “che c’era prima del big-bang?” (interrogazione forse priva di senso, se non ha una risposta). Accettare tutte le “ipotesi”, senza costruire loro intorno castelli ideologici, non sarebbe il metodo migliore?

29 marzo
Grande concerto, commozione al pezzo di Cesar Frank. Ho sentito che, se potessi ricreare un brano così, non reggerei all’emozione. Ho pensato che la violinista(1), per questa ragione, fosse così concentrata sui tecnicismi: ecco perché, mi son detto, non piange né urla. “Se vuoi vedere, chiudi gli occhi” (Joyce, Ulisse, III). Ad occhi chiusi non c’è più un’anziana signora col violino: c’è armonia, colore, immagine, suono, un mondo nuovo) - (1) la violinista era Chistiane Edinger

4 aprile
E’ tardi, è tardi, è tardi. Non ricordo per che cosa, ma è tardi. Poco fa ho incontrato persone che non vedevo da tanti anni, vecchi amici e compagni. Forse mi sono troppo trattenuto. Sono in auto, prendo il cellulare ma mi accorgo che non è il mio: penso sia quello di G. E’ un aggeggio strano, grande il triplo del normale e con modalità di funzionamento a me ignote, raggruppate per “funzioni”. Una di queste porta la scritta “meditazioni e preghiere”. Guardo l’orologio, sono le sette passate, ormai è inutile correre, da almeno un’ora è tutto cominciato. Mi prenderò un giorno di svago, dico fra me, ma mi sento un po’ colpevole. C’è molta gente in giro. Ho lasciato evidentemente la macchina, perché sto camminando. Sole, allegria. Mi accorgo che molte donne hanno una foggia strana; penso: sarà la moda del momento. Hanno il volto coperto da grandi cappelli calati fin sulle labbra. Indossano una blusa corta e un gonnellino che è “mini” verso l’alto: in pratica lascia scoperto il pube. Una di loro mi si avvicina e quando mi passa accanto si scosta con diligenza verso il basso la gonna per mostrarmi il sesso. La tocco. Intorno c’è aria di festa, gioia, sento gli sguardi addosso ma non m’imbarazzano, perché non ne traspare né disapprovazione né complicità. Si sorride, si scherza, ci si saluta cordialmente. Mi sveglio, eccitatissimo.

6 aprile
Luogo lugubre, il parco di Monte Sole, a Marzabotto. Non un fiore, alberi scheletriti. Un fango mentale si appiccica dappertutto, colla, materiale organico decomposto. Migliaia i morti, vittime delle stragi. Quanti fra i carnefici?

12 aprile. Pasqua
Enzo Bianchi alla radio (Uomini e profeti): Gesù è morto senza Dio, in solidarietà con gli atei; Gesù è morto ateo. Dio è accanto a noi come assente, nascosto, in silenzio.

17 aprile
sms: “elettricità nell’aria, voglia di cortocircuito”

Devo indagare sul perché di questa felicità euforica: c’è un nesso col benessere fisico, ma non può essere tutto lì

21 aprile
In margine a “Disputa su Dio” di Augias- Mancuso. Di solito si stabilisce un legame fra materia autocreatrice e progressismo, finalismo. E’ inevitabile, lecito? Mancuso spiega la presenza dell’essere, dell’armonia e del bene (e della libertà di compiere il male) con l’esistenza – a me pare di stampo bruniano – di un Principio ordinatore universale impersonale. Le varie forme dell’essere (mi pare di aver capito) non sarebbero che epifanie, emergenze, singolarità in cui il Principio (che è al tempo stesso origine e fine) si presenta. Egli definisce tale teoria emergentismo, ossia sintesi, visione d’insieme, convinzione che la somma delle singole particolarità sia inferiore al tutto. L’emergentismo si oppone al riduzionismo e, coerentemente, contiene un surplus di valenza
Se eliminiamo la spinta iniziale cosciente, tutto non sta in piedi lo stesso, anzi meglio? Basterebbe un aggiustamento “tecnico”: via teleologia e teodicee varie, dentro Parmenide fuori Eraclito, e ancora Hegel (dal basso verso l’alto, tutto dentro la Storia), ma condito con un vago panteismo spinoziano e la materia, non più l’idea, come madre di tutto (mater=materia), spirito compreso.

24 aprile
Citazione: “Ci sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l’opposto è a sua volta una profonda verità” (Niels Bohr)

Citazione: “La libertà di cui godiamo è una singolare condizione della nostra esistenza, che ci fa emergere, e come distanziarci, dal mondo. Al cessare della libertà, nel momento della morte, il mondo tornerà a prendere completamente possesso di noi, e noi saremo solo mondo (Vito Mancuso)

25 aprile
Bela Bartok attrae e turba. Lo sgomento è il sentimento che prevale. Lego questa musica ai personaggi di Roth o Musil, coscienti della loro inadeguatezza o superfluità. Armonie di un silenzio di fondo nichilista, aperte a potenzialità ambivalenti, weimariane, inquietanti.


VERSO SERA (sciogli-erre)

D’argento trottole
sui rami rosa,
spinte da borea
che mai riposa.

Nel Serchio rantola
mercurio nero
danzando rotola
il mondo intero


27 aprile
Domenico Maselli a “Uomini e Profeti/radio tre” di Gabriella Caramore, stabilisce delle ardite identità, per un credente: fede=libertà, religioni=assolutismo. Secondo me, l’esercizio delle libertà non può condurre che a ritenere i propri principi come credenze, mai come verità universali. Con Levinas: la mia libertà non finisce dove comincia la tua, come ritengono i liberali, comincia dove comincia la tua. La tua libertà di credere vero l’opposto della mia verità è il vero esercizio della mia libertà.

Si può eliminare ogni teodicea? Forse si deve, per consentire di pensare (giustificare) l’esistenza del male. Hans Jonas suggerì di ritenere una balla l’onnipotenza di Dio. Mi permetto di concordare con chi crede a una coscienza del bene e del male evoluta “spontaneamente”e di aggiungere che tale coscienza sia stata – e sia – la vera forza degli umani, il coagulo della loro socialità. Può darsi che un surplus di “neuroni specchio” ci abbia avvantaggiato sugli ominidi concorrenti. Se così fosse non sarebbe il branco a salvare dall’estinzione, ma compassione e compartecipazione.

30 aprile
“Questo ventaccio dà fastidio”. Una bestemmia. Non sarò io a dar fastidio al vento, con questa enorme casa che lo devia e lo trattiene? Su questo cambio di paradigma – indispensabile – nessuna parola di Paolo Rossi alla conferenza di ieri al Gabinetto Viesseux. Giustificare il consumismo sulla base dei progressi materiali ottenuti, irridere al “catastrofismo”, mi è parsa una prosecuzione acritica di quel soggettivismo (razionalista) dal quale Rossi stesso talvolta prende le distanze. A me non basta il buon senso! (Echi majakoskiani: sputavamo furibondi sul loro buonsenso).

6 maggio
Chi pensa davvero che siamo noi a dar fastidio al vento, è ancora troppo heideggeriano. Mi sto accorgendo che spesso non sono d’accordo con la maggior parte dei miei amici
a)- Non sono convinto che il pensiero logico “debba” tendere all’etica, almeno come apertura a corrette scelte personali ; b)- credo vi siano altri metodi che, più dello storicismo, sono in grado di superare l’illusione delle acquisizioni progressive e dello sviluppo senza limite; c)- penso che tutti i temi, compresi quelli etici, della posizione dell’uomo nel mondo e nei confronti del sacro, della tecnica come scambio fra essere ed ente, siano da sempre presenti, in forme diverse, nel pensiero umano; d)- andrei adagio ad elogiare ordine, simmetria e armonie cosmiche. Potremmo essere noi a immettere nelle cose geometrizzazione e matematizzazione, e poi esaltarci ravvisandocele; e)- non riesco a considerare “ordine” il baroccume affastellato di tipo dannunziano, che porta il segno, piuttosto, della reazione antifuturista e di un’ agarofobia mortifera.

Secondo me anche i filosofi sono narratori, producono letteratura con un diverso linguaggio - al pari degli storici, dei matematici, dei fisici, eccetera – ognuno col suo frammento di verità (sempre fondamentalmente autoreferente). La prova: tutto è confutabile, e l’aporia è nascosta dietro ogni parola. Ed è perciò che ogni filosofia segna, in qualche modo, da sempre, un nuovo inizio.

7 maggio
Passare il tempo”? Si connette al “si dice, si fa”! Espressione odiosa: ognuno ha il compito di fare della propria vita il suo capolavoro (anche quando si rinunci all’idea dell’obbligo di cambiare il mondo…)

Citazione cubo-futurista: “L’italiano è la più dadaista delle lingue romanze: infantile, labiale, fuori dai denti.. b, bacio, babbo, come dotati di proboscidi. Suoni danteschi quasi da balbuzienti” (Osip Mandel-Stam, Conversazione su Dante)

20 settembre 2009

“Nemici pubblici” di Michel Houellebecq e Bernard-Henri Levy


di Gianni Quilici

Appunti veloci su un libro, che meriterebbe un approfondimento ed una conoscenza degli autori e di ciò che sta intorno alle questioni trattate che il sottoscritto non sempre possiede.

Sono lettere che si scambiano per farne deliberatamente un libro due figure di primissimo piano dell'intelligentia francese: lo scrittore Michel Houellebecq, autore di romanzi che gli hanno dato una notorietà internazionale (Le particelle elementari, Estensione del dominio, Piattaforma, La possibilità di un'isola) e il filosofo, romanziere, saggista Bernard-Henri Lévy, altrettanto noto come “Noveaux philosoph” che per i suoi libri su Baudelaire, Sartre ecc.

“Tutto come dicono, ci separa” scrive nella prima lettera il 26 gennaio 2008 Houellebecq “ad eccezione di un punto fondamentale: siamo entrambi individui piuttosto disprezzabili”.
Non è così, non tutto li separa ed il libro è interessante, in certi momenti, travolgente, anche per questo.

Primo: è un confronto vero. Un confronto che non nasconde le divergenze, che le evidenzia, senza il desiderio ostinato, dell'uno o dell'altro, di avere ragione, ma lasciandole perdere, cioè aperte alla riflessione del lettore. Soprattutto è la visione politica del mondo ed il modo di approcciarsi ad esso che è molto diverso. Houellebecq ha desiderato e desidera isolarsi dal mondo, non considerarsi affatto un cittadino. Ha scelto di vivere in Irlanda, dove paga pochissime tasse ed in cui il governo locale mai gli ha dato impressione che dovesse partecipare. Gli piace la Russia di Putin. Levy ha orrore, invece, della Russia di Putin, che considera peggiore perfino del comunismo di Breznev, ma soprattutto a lui non è indifferente la sorte del genere umano e si sente un po' responsabile delle guerre dimenticate in Africa e dei massacri di Sarajevo, delle madrase pakistane, in cui si insegna la jihad, della Cecenia devastata. Per questo -dice- gira “per il vasto mondo alla ricerca di torti da raddrizzare e da cause da difendere, invece di scrivere i miei romanzi e veri trattati di filosofia”.

Secondo: è un confronto che non si nasconde, che non nasconde l'autobiografia, che racconta-confessa in modo qualche volta spietato, andando oltre la maschera, che nella vita pubblica i due autori vogliono o sono costretti ad utilizzare. Autobiografia, che serve per far capire, in molti casi, le loro idee politiche o estetiche o i comportamenti pubblici o semplicemente il loro io profondo. Qui ci sono pagine splendide: il ritratto dei rispettivi padri, l'incontro inaspettato di Lévy giovane e sconosciuto con Louis Aragon in una Parigi oggi scomparsa

Terzo: è un confronto in cui scatta tra i due affetto, complicità. Houellebecq è fragile, pessimista, rassegnato, sente il peso della “muta”, ossia di tutti quei critici e giornalisti che l'hanno preso come bersaglio, che non gli risparmiano accuse pesanti, cattiverie gratuite. C'è soprattutto un momento di cupa tristezza: quando, tramite i giornali, gli giunge “una carrettata di insulti e di minacce” dalla madre stessa, una donna che in vita sua ha “visto di rado, una quindicina di volte al massimo”. La risposta di Levy è notevole per lucidità e intensità. La muta ha paura... La muta è debole... La muta è stupida... scrive Levy e motiva ognuna di queste affermazioni con notevole capacità di penetrazione analitica.

Quarto: è un confronto che rivela lo stile. Negli attacchi e nei tagli-montaggi. Nella scelta di un vocabolario preciso e tagliente. Soprattutto Bernard-Henri Lévy ha uno stile al tempo stesso matematico e martellante, sorretto dalla forza delle argomentazioni e da una cultura letteraria-filosofica considerevole e da un'arte retorica, che varrebbe la pena analizzare nei dettagli.

Quinto ed infine: ci sono idee, spunti di vario genere da assorbire e con cui confrontarsi.
Ecco alcune “pillole” di questi “spunti”:
1)“...c'è in me una forma di sincerità perversa: ricerco con ostinazione, con accanimento ciò che di peggio può esserci in me per deporlo, tutto scodinzolante ai piedi del pubblico (...) Non desidero essere amato malgrado ciò che ho di peggio, ma in considerazione di ciò che ho di peggio, arrivando persino a desiderare che ciò che ho di peggio sia ciò che preferiscono in me” (M.H.)
2) “Ho il gusto di viaggiare, di muovermi, di spostarmi in sistemi di riferimento che hanno parametri diversi rispetto a quelli della mia vita comune. Mi piace sentire il mio motore vitale che gira secondo un altro regime, con sensazioni diverse, emozioni diverse, una diversa forma di rapporto con gli altri e con se stesso, unarealazione diversa con la morte dunque con la vita, con la paura quindi con la coscienza di esistere”. (B.H.L.)

Michel Houellebecq, Bernard-Henri Lévy. Nemici pubblici (Ennemis publics). Traduzione di Fabrizio Ascari. Pag. 314. Bompiani. Euro 19,00.

18 settembre 2009

“La coscienza di Zeno” di Italo Svevo


di Gianni Quilici

Ha senso parlare de “La coscienza di Zeno”, considerato, secondo una non recente indagine demoscopica, il maggior romanzo italiano del Novecento, su cui i più noti e grandi tra i critici italiani ( e non solo) hanno speso intelligenza, fatica ed acume?

La risposta istintiva sarebbe “non ha senso”, se non ci fossero “due spinte propulsive”, che mi fanno pensare che forse lo ha.

La prima: un classico, come è divenuto Svevo, rimane quasi sempre “imbalsamato” dal suo essere o tale. C'è sì un valore dato, ma questo, ogni volta, deve essere, dal lettore, conquistato.

Tanto più questo accade, seconda ragione, con quei classici che assurgono anche a pietre miliari scolastiche. La scuola spesso fa odiare i classici con il contributo di insegnanti che non li sanno trasmettere e, in certi casi, dei classici stessi, che hanno una vitalità troppo complessa o nascosta o datata.

Soprattutto molti autori vengono “insegnati” attraverso la critica della loro opera e letti, comprensibilmente, molto parzialmente. Svevo probabilmente è uno di questi. Quanti studenti hanno letto interamente “La coscienza di Zeno” ed, in ogni caso, qual è in quel momento la loro capacità di afferrarne i molteplici sensi?

Lo confesso: a me era successo di leggere, da auodidatta, a poco più di 20anni tutta (o quasi) l'opera di Svevo: i romanzi e i racconti, tranne “La coscienza di Zeno”, che avevo lasciato perdere, non mi ricordo le ragioni, nel momento in cui Zeno, respinto da Ada e da Alberta, decide di sposare Augusta.
L'ho ripreso con qualche scetticismo: “Ce la farò ad arrivare in fondo a queste 400 pagine con i tempi che corrono?”

Il primo aspetto che mi ha colpito: la felicità narrativa.
Contrariamente a ciò che pensavo, “La coscienza di Zeno” mi ha portato con sé, mi ha tolto il sonno, mi ha divertito, elettrizzato, mettendomi in corpo la voglia di continuare.
Mi sono chiesto perché. Mi sono dato due risposte: mobilità ed introspezione, che rimuginandoci sono diventate una sola. Una mobilità introspettiva.
Infatti i fatti sono una mescolanza tra i comportamenti e i pensieri di Zeno. Mobili, creativi, sorprendenti, divertenti. La sorpresa nasce dalla qualità dei pensieri di Zeno, che spesso smaschera il comportamento, sdoppiandosi.

Ecco che nasce una secondo aspetto, una parola: il teatro. La vita come teatro. Un teatro a due dimensioni. Quello che si recita all'aperto, che si vede; quello che si vive dentro, che non si vede, ma di cui Zeno è, almeno in parte, consapevole. Non un teatro ideologizzato come quello di Pirandello, dove il protagonista spesso incarna una filosofia dell'esistere: uno nessuno e centomila, così è se vi pare, il gioco delle parti. Un teatro che nasce di per sé, dal flusso della narrazione, senza volontarismi.

Ci sarebbe qui un terzo aspetto, un concetto abusato fin troppo per insisterci più di tanto: una sottile ironia, che spesso fa sorridere, ma anche fa ridere sonoramente. Ed è l'ironia che consente a Svevo di prendere le distanze da Zeno, di sorridere con lui e oltre lui. Di essere, cioè, più vasto del personaggio (memorabile), che ha creato.

Ci sarebbero poi altri temi, che da tempo circolano nella critica sveviana e di cui i testi scolastici sono pieni: Svevo come interprete della crisi della borghesia ( ma, nota Luigi Baldacci, rimane “un borghese che si libera”) come distruttore del romanzo tradizionale (e, senza essere un avanguardista, è certamente vero, perché è gioiosamente libero dalle strutture formali del romanzo ottocentesco).

Ciò che fa di Svevo un grande narratore è però forse un'altra parola: personaggi. La profondità, l'articolazione, la padronanza che dimostra nel trattare i personaggi. Sia quelli più significativi nell'economia del romanzo, sia i marginali e marginalissimi. Pensate a Guido: dolce, buono, talentuoso, infantile, sprovveduto, egocentrico, irresponsabile, vittimista, donnaiolo, compagnone; ed anche a come questa immagine di Guido cambi, agli occhi di Zeno, con il succedersi dei fatti. Oppure, del tutto marginale, il ritratto vivissimo della zia Rosina, con il suo faccione grinzoso di vecchia signora, che prende per affronto, riscaldandosi subito, quello che per Zeno voleva essere un complimento.

C'è infine un'ultimo aspetto, riassunta da un a parola utilizzata da quel critico-scrittore vorace che è Franco Cordelli: fraternità. Svevo è uno scrittore fraterno, perché ha compreso chi siamo noi uomini e donne su questa terra, ne ha rappresentato la precarietà-malattia e l'irriducibilità ad una possibile ed interminabile comprensione-guarigione. In più con una geniale conclusione ha aperto una panoramica sul male più grande che gli uomini associati potevano temere ieri, e possono temere oggi di più, sempre di più: la guerra. Con dolore, ma senza moralismi, perché Zeno dalla guerra in corso ci sta guadagnando. Con una geniale conclusione, infatti, Zeno diventa Svevo ed è nella statura del personaggio che lo può diventare. Lo diventa con una diagnosi-profezia delle più amare, lucide e devastanti. Ed è ciò che la scienza e la politica, quella che ha a cuore l'umanità, oggi ti dicono: inquinamento, sovraffollamento, impossibilità di controllare gli ordigni di distruzione di massa, catastrofe inaudita di questo Pianeta, la Terra ritornata una nebulosa priva di parassiti e di malattie.
Esattamente questo oggi è all'ordine del giorno. Zeno-Svevo come uomo tra gli uomini lancia il suo grido all'umanità, un'umanità che vede lucidamente lanciata verso l'autodistruzione. Per amore, per fraternità.

Italo Svevo. La coscienza di Zeno. "I corvi", Dall'Oglio.

13 settembre 2009

"Lucca che vive" di Gianni Quilici


di Maila Grazzini

“Lucca che vive” è un libro in cui 50 fotografie che ritraggono scorci della città di Lucca vengono interpretate da 50 donne e uomini che vivono, in genere, nella città e di cui anch’essi sono e si sentono parte, come gli animali, le persone, gli oggetti che le fotografie fissano in un attimo della loro esistenza.
Gianni Quilici è l’autore delle foto, coloro che le interpretano vengono definiti, nell’indice biografico, “i suggestionati”, perché a ciascuno di loro si chiede di esprimere la suggestione che scaturisce dall’osservare l’immagine fissata dallo scatto.

Quasi sempre le foto colgono corpi che si muovono senza la consapevolezza di essere ritratti, dandoci il senso del fluire quotidiano del tempo e delle sue esistenze, e quei corpi si stagliano sui selciati e tra le viuzze e gli angoli di pietra di questa città, o ne inseguono le stagioni e il decomporsi dei colori: pedine e attori della sua storia, testimoni involontari ma autentici del suo divenire, documenti interni ad un'immagine dinamica e narrativa.

Trattandosi di un libro, prima di tutto, fotografico, va anche sottolineata la capacità di indagare, attraverso le tecniche proprie del mezzo, gli spazi e gli elementi della rappresentazione. Una mutevolezza di prospettive, di tagli e toni cromatici, nel susseguirsi mai statico dei riquadri, rende con proprietà e bellezza il significato di quel connubio, che è anche del libro: il senso del vivere che storicamente si determina nell'incontro tra i corpi e i luoghi che li accolgono.

L’autore delle foto è anche colui che ha concepito l’idea del libro, e che ci propone di guardare lo spazio urbano lucchese, nelle sue diverse presenze e manifestazioni, filtrandolo con i suoi strumenti visivi, anzi proprio a partire dai suoi personali e non sempre consueti punti di osservazione.

Gli autori dei commenti sono stati al gioco e hanno trasformato il proprio sguardo in una pausa lenta di visione, quella solo con cui le cose ci parlano, acquistano un’aggiunta di senso, inducono al ricordo, producono echi sensoriali che si possono ascoltare, decifrare, traslitterare. E la gamma delle reazioni possibili, di fronte allo stimolo di un’immagine, è ampia ed eterogenea.

Come dimostra la pluralità degli scritti che affiancano le fotografie, uno per ciascuna di esse, alcuni in prosa, altri in forma poetica, alcuni più attinenti all’immagine cui si riferiscono, molti per i quali gli elementi fotografici sono la materia che innesca il ricordo che si allarga o che guida a recuperare momenti sfuocati della propria vita, magari scoprendola frettolosa e distratta.

Si sente sempre un’attenzione all’immagine e a ciò che essa è capace di proiettare dentro, ma ciascun autore si fa rapire da qualche elemento in particolare, a testimoniare un'inevitabile implicazione soggettiva nel guardare quello che apparentemente rappresenta un angolo di realtà con sue evidenti connotazioni.

L'operazione interessante, in questo libro a prima vista semplice, lineare nella sua ordinata duplicità di piani, è proprio il saper sottolineare quanto l'emozione visiva si presti ad attivare la verbalità del proprio vissuto, e come da una codificazione tutta soggettiva si possa arrivare ad una lettura plurale in cui si sovrappongono e si alternano gli aspetti compositi di una stesso spazio di reale.

Sono pagine da sfogliare, lasciandosi sorprendere dalla circolarità del taglio iconico, che introduce peraltro ai diversi capitoli in cui il libro si articola – campo lungo, corpi, quotidiano, lavorare, fare, utopie – e insieme un assemblaggio di testi da meditare, immedesimandosi nelle proiezioni interiori di ciascun autore, trovandovi spunti per confrontarsi o riconoscersi.

Insomma, tanti modi per leggere una città attraverso gli occhi e le menti di tante persone che la osservano e la pensano e diversamente la riflettono, altrettanti momenti per riflettersi negli spazi che esternamente ci accolgono e intimamente ci trasformano, o ci deformano.

Gianni Quilici. Lucca che vive. maria pacini fazzi editore. Pag. 120. Euro 9.00.

"Poveri di parole e perciò sconfitti" di Luciano Luciani


FIGLI DELLA PERIFERIA DELL’IMPERO

Sempre meno numerosi, sempre più silenziosi.
Un futuro da disoccupati davanti, un immaginario da figli della periferia dell’impero dentro, ampiamente colonizzato dalle sensibilità, dalle tendenze, dai gusti che nascono oltreoceano.
Se oggi la maggioranza silenziosa degli adolescenti impazzisce per i palestrati decerebrati dei reality show, le minoranze arrabbiate, alternative e creative non trovano di meglio che rifarsi all’Hip-Hop (musica rap, break dance e graffiti metropolitani), un movimento nato in altre latitudini, in contesti diversi dal nostro, sotto altri soli: in un caso e nell’altro un’estrema povertà culturale, un provincialismo angusto, carente di idee originali, bassamente imitativo.
Cresciuti ad overdose di televisione, sala giochi e football, carne da discoteca o da curva sud, gli adolescenti ci appaiono ristretti in una sofferenza e solitudine quali non si erano mai date.

“Oggi il ragazzo è sempre più solo – ha scritto Ernesto Caffo, neuropsichiatra, responsabile del Telefono Azzurro, uno dei pochi esperti del misterioso pianeta adolescenziale – ha tanti aiuti e vantaggi economici, ma resta comunque solo. L’unica possibilità che ha di comunicare è con il gruppo attraverso la musica e la TV. E così facendo viene regolarmente sfruttato in maniera competente e strutturata”. E quando se ne rende conto – perché presto o tardi accade – il suo disinganno verso la famiglia sociale, che l’ha prima illuso e poi deluso, è imprevedibile e devastante.
Appena raggiunta la maggiore età, se vota lo fa a destra; non si scandalizza a tingere i propri comportamenti di razzismo; pratica spesso e volentieri la violenza. Contro tutti e, sempre più di frequente, contro se stesso, tragicamente, quando si accorge che il suo faticoso processo di formazione non coincide con nessuno dei futuri promessi o fatti intuire.
Gli adolescenti non si indignano più, non protestano come i loro padri. Accettano la disillusione e si parcheggiano ai margini del mondo produttivo. Non si rivoltano, ma la società dovrà pagare caro in seguito, nei tempi medio-lunghi, l’inverno del loro scontento e non potrà mai più chiedere a queste generazioni un impegno alto, una scelta forte, un sacrificio, la partecipazione ad un progetto collettivo.

PERDITA DI SENSO E MALE DI VIVERE

Perdita di senso e male di vivere sembrano costituire oggi – sia pure con corpose eccezioni – la ‘cifra’ per interpretare la condizione comune diffusa tra gli “under venti”.
Eppure, non di rado, in questi ultimi due secoli, proprio i giovani hanno contribuito in maniera significativa e a volte decisiva alla storia e al progresso della società civile e politica di questo nostro Paese.
Si pensi alla generazione giacobina e napoleonica, a quella risorgimentale, ai “ragazzi del ‘99’ ”, alla partecipazione dei giovani alla Resistenza. Non si smemori neppure il ’68’ e i suoi dintorni, quel ‘bagliore di democrazia’ che ha fornito e continua a dare significato alla vita di tanti oggi appartenenti alla generazione dei padri maturi.
Poi, da allora, un silenzio compatto, livido proprio mentre si accentuavano, si perfezionavano e si facevano totalizzanti le forme del dominio e dello sfruttamento.
Non è questa la sede per un’analisi storica, politica, sociologica, antropologica intorno alla caduta delle tensioni ideali e morali degli ’under venti’ e circa il grave deficit di buone ragioni, di ragioni giuste – solidarietà, socialità, impegno – che segnano i giovani di questo cupo inizio secolo e millennio: degni figli, voluti e pianificati, di quel ‘nuovo Rinascimento’ vantato fino a pochissimi anni or sono da alcuni fin troppo noti tuttologi. Rampolli ‘replicanti’ di uno sviluppo distorto che è riuscito a perdere per strada perfino l’alfabeto, la scrittura, la parola, umiliando la scuola di massa – una delle conquiste sociali più importanti degli anni ’70 – e riducendola a luogo della sola riproduzione di un semianalfabetismo generalizzato.
Per loro, per gli adolescenti di questa società si può al più prevedere un futuro di poco “panem”, molti “circenses”, nessun potere.

POCHE O PUNTE PAROLE PER DIRLO
Crediamo di non essere troppo lontano dalla verità quando affermiamo che la marginalità, il disagio, la esclusione, la droga, la disoccupazione, che contraddistinguono tanta parte della condizione giovanile contemporanea trovano alimento anche nella mancanza dell’alfabeto, della scrittura, delle ‘parole per dirlo’, intese come strumento della relazione, dello scambio, della crescita civile e culturale, della partecipazione.
Non sono solo le cifre e i riscontri di ricerche ancora parziali, ma comunque tali da prefigurare inquietanti scenari possibili, a preoccupare: sono piuttosto le storie di ordinaria violenza metropolitana che punteggiano le nostre cronache, i segnali di una nuova barbarie diffusa e ‘normale’ che trovano sempre nella deprivazione culturale il loro ‘brodo di coltura’.
Non riusciamo ancora a quantificarlo in dati precisi. Eppure sentiamo, sappiamo che quando viene meno la capacità di leggere, di scrivere, la straordinaria carica liberatrice ed emancipatrice del libro, del giornale, dell’alfabeto, della scrittura, della parola allora si preparano davvero tempi bui.

Sempre meno numerosi – abbiamo scritto all’inizio di queste riflessioni – sempre più silenziosi. Sempre più sconfitti perché progressivamente più poveri di alfabeto e di parole. E le parole sono importanti, addirittura decisive nell’inedita temperie storico/culturale di questo inizio di millennio.
L’aveva capito un autore come Stefano Benni, uno dei pochi ancora in grado di entrare in sintonia con settori importanti delle giovani generazioni quando nel suo romanzo più bello, Comici spaventati guerrieri, scriveva: “ Nostro compito Lucia è impedire che ci rubino le parole e magari nutrire le nuove. A nessuno verrà mai rubato il tesoro delle parole, della scrittura. Una delle poche libertà, si ricordi”.

E, ALLORA, CHE FARE?

Che fare, allora, per restituire le parole agli adolescenti e gli adolescenti alla parole? Come recuperare i giovani e giovanissimi, oggi più che mai a rischio di un vero e proprio genocidio culturale, a un vero protagonismo e a una sensata partecipazione alla vita della loro comunità? Come contrastare il potere pervasivo della videocrazia imperante, della cultura consumistica o di quella sedicente alternativa? Quali le possibili buone pratiche in decisa controtendenza rispetto all’attuale idoleggiamento massivo della televisione? Quali le iniziative ‘virtuose’ che istituzioni e soggetti della società civile, scuola e associazionismo culturale potrebbero ragionevolmente proporre a questi cittadini in formazione?
Ampio il terreno della riflessione e, soprattutto, quello del fare. Un compito educativo importante spetterebbe naturalmente alla scuola, se questa istituzione, ancora oggi la più importante agenzia formativa presente nella nostra società, non apparisse ormai estenuata dalle disquisizioni cervellotiche di psicologi e pedagogisti, sfinita dalle chiacchiere teoriche e presuntuose di tanti sperimentatori improvvisati, appesantita dalla presenza di tanti, troppi docenti privi di qualsivoglia passione educativa.
Intanto, si potrebbe tornare a leggere e soprattutto a scrivere. Proprio a partire dalla scuola, ma non solo, favorire la moltiplicazione delle occasioni di scrittura. In prosa e/o in poesia; riflessioni esistenziali e racconti; versi e recensioni di libri, film, dischi e proposte sulla scuola, la famiglia, la città, il mondo che i giovani vorrebbero e come fare per realizzarli… Mettere i giovani nelle condizioni di imparare a raccontare e raccontarsi: la narrazione, infatti, partecipa sempre agli altri qualcosa di proprio, stabilisce una relazione di scambio importante tra chi espone e chi legge. Nel raccontare si realizza continuamente una condivisione piccola o grande di sentimenti, emozioni, storie, un coinvolgimento reciproco. Ed è proprio nel narrare che si vince la solitudine e l’incomprensione, i grandi mali di chi oggi non arriva a vent’anni.
Non si può rimanere neutrali davanti a una storia ed è inevitabile un’identificazione con un personaggio o un evento. Un atteggiamento che si esprime di frequente in decisioni di vita, in accettazione o rifiuto di un certo ruolo, di un certo modello di comportamento: un atto che contrasta proprio quella passività che rappresenta un altro grande disagio diffuso tra i giovani dei nostri anni. A loro sarà poi necessario offrire la possibilità di divulgare i propri lavori, pubblicarli, confrontarli, discuterli in sedi adeguate, attente e critiche. In questo senso esistono già tante esperienze importanti e significative a livello locale e nazionale: iniziative talora modeste ma intelligenti e spesso capaci di realizzare l’ importante obbiettivo di inserire il cuneo della contraddizione rappresentato dalla scrittura, dal verso, dalla ‘parola giovane’ tra spot e sport.
Nel caotico, colorato, rumoroso scenario, metà mercato e metà azienda, cui i nuovi padroni vogliono oggi costringere il nostro Paese, il moltiplicarsi delle ‘penne under venti’ potrebbe rappresentare un motivo di speranza in più.

12 settembre 2009

"I delitti dell'angelo" di Filippo Gemignani


di Luciano Luciani

Cosa lega un maestro zen giapponese con la passione per il vetro fuso, il buffo gestore di un sexy shop aspirante cronista di ‘nera’ e un homeless, padrone di un’enigmatica scacchiera capace di profetare il futuro?

Solo il fatto che tutti vivono in una sonnacchiosa cittadina della provincia toscana, che, d’improvviso, si anima tragicamente, trasformandosi nello scenario di una sconvolgente catena di delitti, uno più inspiegabile ed efferato del precedente.
Come da copione, la polizia brancola nel buio, l’opinione pubblica è impaurita, i media locali e nazionali pretendono un colpevole a tutti i costi… E il modesto, ma tenace commissario Tamburi non sa più dove sbattere la testa per assicurare alla giustizia un killer seriale che sembra agire con un’assoluta, inquietante, granguignolesca licenza di uccidere… Fino all’ultima notte, quando i personaggi di questa storia estrema si ritroveranno, fatalmente, in una chiesa diroccata di fronte al Responsabile di ciò che ha sconvolto le loro vite.

Un romanzo nerissimo questo I delitti dell’angelo, specchio solo appena appena deformante del male e dell’orrore ormai così diffusi nel nostro presente. Con una scrittura sempre in bilico tra ironia e terrore, tra suggestioni misteriose e descrizioni realistiche di un quotidiano grigio e mediocre, Filippo Gemignani conferma tutte le positive impressioni suscitate a suo tempo dal primo romanzo. Di rara terribilità il suo Giustiziere della Notte che con i suoi orrendi crimini svela doppiezze, porta alla luce i vizi privati ben nascosti dietro le pubbliche virtù, fa emergere l’ipocrisia di chi non ti aspetteresti mai; umanissimi, simpatici e ciancicati quel tanto che non guasta i suoi investigatori; location assai più plausibile di tante e tante megametropoli statunitensi l’immaginaria città toscana di Focenza, summa di tutte le convenzioni, i conformismi, i vezzi della vita provinciale contro cui l’Autore sa ben appuntare non pochi acuminati strali polemici.

Morale finale? Forse questa: “Non è necessario credere in una fonte soprannaturale del male: gli uomini da soli sono perfettamente capaci di qualsiasi malvagità.” (Joseph Conrad)

Filippo Gemignani, I delitti dell'angelo, collana Il buio fuori, edizioni Quarup, Pescara 2009, pp. 302, Euro 16,00

Filippo Gemignani, lucchese, medico chirurgo con la passione per la scrittura, cultore appassionato di filosofia esoterica e di fenomenologia paranormale, oltre che lettore accanito di noir, continua con I delitti dell’angelo la saga dei misteriosi delitti a Focenza, inaugurata dal suo precedente e fortunato Delitti rituali" (“Premio Città di Fucecchio” 2005 per il miglior inedito). Persuaso che anche nella troppo spesso idealizzata ‘provincia’ la realtà quotidiana sia, appena sotto la superficie, percorsa da paure e cattiverie molto più numerose e insondabili di quanto siamo disposti razionalmente ad ammettere.

09 settembre 2009

"La musica sveglia il tempo" di Daniel Barenboim


di Maddalena Ferrari

Il libro contiene il saggio che gli dà il titolo, più un'appendice con scritti su Bach, Mozart, Furtwaengler, Boulez, un ricordo dell'intellettuale palestinese Edward Said, amico e collaboratore di Barenboim, morto nel 2003, un testo dal titolo “ I have a dream” e il discorso pronunciato dall'autore alla Knesset in occasione del conferimento del Wolf Prize nel magio 2004. Le ultime pagine del volume contengono gli spartiti dei pezzi più significativi citati.

Barenboim parla di musica, nella convinzione che sia impossibile farlo, ma affermando che l'impossibile lo “ha sempre attratto più del difficile”, in quanto “tentare l'impossibile è, per definizione, un'avventura” e gli trasmette una piacevole sensazione di energia. Ma parlare di musica equivale a parlare della vita, non in termini generali, ma nei suoi addentellati con la realtà storica, politica e sociale. Proprio per questo il libro, che non si rivolge a un pubblico di specialisti, ma a tutti, è particolarmente coinvolgente: la passione per la musica si intreccia continuamente con gli ideali e le aspirazioni dell'esistenza.

Il titolo è una frase bellissima, luminosa, ripresa da una riflessione del filosofo Settembrini ne “La montagna incantata” di Thomas Mann; solo che, mentre il personaggio del romanzo, nel prosieguo del discorso, attribuisce alla musica, oltre a un significato positivo, “morale”, anche un valore negativo, collocandola nella categoria dell'ambiguità, Barenboim sposta l'accento sull'uso che se ne fa, sul modo con cui se ne fruisce: fare esperienza musicale non è ascolto passivo, non è distrarsi “sentendo” musica; è “sentire” accompagnato dal pensiero. Naturalmente questo presuppone l'educazione musicale, che a sua volta presuppone dare rilevanza, nella crescita e formazione di un individuo, alle sensazioni uditive. Il piacere, la felicità che procura la musica sono insieme emotività e intelletto; creano una libertà che è consapevolezza dei propri desideri, un pensiero liberato.

Barenboim si confronta con il pensiero sull'essenza della musica di diversi filosofi e musicisti, da Aristotele a Locke, da Wagner a Busoni, ed è nell' “Etica” di Spinoza che trova i fondamenti di una radicale libertà di pensiero, su cui basa la sua idea esistenziale ed estetica della musica. Libertà contro dogmatismi e fondamentalismi, ma anche contro le infinite opporunità che la moderna civiltà occidentale mette a disposizione dell'individuo, impossibilitato a far fronte alle proprie idee e ai propri atti. E la musica, ragione di vita, è in questa dimensione etica, oltre che estetica. Il suo linguaggio universale e metafisico esige equilibrio fra intelletto ed emozione e sempre un atteggiamento appassionato.

Esaminando la fenomenologia del suono, Barenboim pone la musica in relazione con il tempo. In primo luogo con la sua durata nel tempo. L'inizio e la fine. Ed ecco, fondamentale, il rapporto con il silenzio, che, iniziando, la musica può interrompere ( ad es. l'attacco della Patetica di Beethoven ), o da cui può svilupparsi ( come il preludio di “Tristan und Isolde” di Wagner, o l'inizio della sonata op. 109 di Beethoven, dove si ha l'impressione che la musica sia già cominciata ), oppure che, alla fine, può essere preparato dopo che si è raggiunto il massimo di intensità e volume, o avvicinato con la graduale diminuzione del suono.

In secondo luogo, la musica è messa in rapporto con il suo muoversi nel tempo e qui soprattutto si evidenziano i parallelismi con la vita, la storia, la politica. Nella musica, come nella vita, “c'è un collegamento fra velocità e sostanza”, fra tempo e contenuto; se questo collegamento è sbagliato, salta tutto. Barenboim è dell'opinione che, per es., proprio per questo rapporto sbagliato non abbia funzionato il processo di pace di Oslo.

Il grande direttore argentino-israeliano individua altre affinità fra la musica e la politica: il fatto che l'interprete di un pezzo musicale debba avere una strategia ( “una personale realizzazione fisica dello spartito”, come lui la chiama ), in cui la spontaneità e la flessibilità non equivalgano appunto a mancanza di pensiero strategico ( ma ciò si può applicare anche al lavoro del compositore ) è come l'attività del politico, che deve anch'egli ricorrere alla strategia per modificare lo stato delle cose, senza rinunciare a spontaneità e flessibilità. Inoltre, come in un 'orchestra o in un gruppo musicale ognuno deve esprimersi, ma anche ascoltare, così dovrebbe essere, e sembra banale, ma è tremendamente difficile, tra individui, popoli e nazioni.

Barenboim è un sincero democratico, che vive la musica come scuola di democrazia e di pace. E' assillato dal conflitto israeliano-palestinese. Il suo sogno, di cui parla nel libro, sono due Stati, con addirittura una capitale comune, Gerusalemme. Nel suo ideale utopico di fratellanza tra i due popoli, ha fondato con Edward Said l'orchestra West-Eastern Divan, nata nel 1999 come progetto di work-shop, con l'intento di unire musicisti provenienti da Israele, dalla Palestina e da diversi Paesi arabi. Il libro, dedicato ai musicisti di questa orchestra, racconta in gran parte questa esperienza, con le sue contraddittorie vicissitudini, come la difficile scelta di realizzare un concerto a Ramallah nel 2005.

E racconta la storia di due musicisti palestinesi, Ramzi Aburedwan e Saleem Abboud Ashkar, l'uno nato a Betlemme e cresciuto a Ramallah, in un campo profughi, e l'altro nato a Nazareth, in una famiglia che decise di non andarsene, quando, nel '48, la città diventò parte dello Stato d'Israele. A entrambi, esponenti di una minoranza oppressa, è stata negata, dice Barenboim, la continuazione di una storia propria. L'autore segue il loro percorso di avvicinamento alla musica, per cui arrivano a scoprire quella occidentale, per approdare infine alla West-Eastern Divan Orchestra. Per entrambi l'esperienza musicale è stata fondamentale, non solo, come è ovvio, dal lato strettamente individuale, culturale e sociale, ma anche per la maturazione di una coscienza politica, intesa nel senso che Barenboim attribuisce a questa espressione: la comprensione che va oltre l'interesse personale e il contingente, che è capace di ascoltare e di prefigurare il futuro.

La musica è quindi intesa come stile, ritmo e metodo di vita. E poiché essa si esprime solo attraverso il suono e si svolge in un tempo preciso, è per sua stessa natura effimera.Le registrazioni discografiche preservano artificialmente l'effimero, riproducono intuizioni avute in passato. Ma il dovere del musicista è quello di trovare in un'opera sempre nuove verità. L'uomo deve sempre rileggere le esperienze, farne tesoro, ripercorrerle. E per questo vive, è nel tempo. La musica sveglia il tempo.

Daniel Barenboim. La musica sveglia il tempo. Acura di Elena Cheah. Traduzione di Laura Noulian. Pagg. 185. Feltrinelli. Euro 15.00.



03 settembre 2009

"Tour Eiffel" foto di Marc Riboud


di Gianni Quilici



Mi ha sempre colpito questa foto di Marc Riboud, scattata nel 1953, tanto che ho fatto in modo di averla sempre sotto occhio. Per una serie di ragioni, che sottilmente convergono.

Innanzitutto l'aspetto plastico, con naturalezza, estetico. Il protagonista, infatti, si presenta, così sospeso, quasi come angelo terrestre, un danzatore più che un imbianchino, una mano che dipinge, l'altra che si appoggia e si tende, un piede rialzato, il volto imperturbabile con la sigaretta in bocca “non chalance”e il cappello elegante, a metà tra un Humphrey Bogart (l'atteggiamento) e un Buster Keaton (il corpo).

C'è poi il contesto geometrico che lo rinchiude: il triangolo della struttura di ferro della Tour, a sua volta formata da tanti triangolini e, a voler essere pignoli, perfino i triangoli dei bordi della foto ed anche, bellissimo, per la leggerezza che dà alla composizione, il triangolo che si forma con il piede rialzato all'indietro.

C'è infine la profondità vertiginosa: l'essere cioè l'uomo sospeso sul campo lunghissimo della metropoli nel contrasto vibrante tra il nero scuro-vicino ed il bianco sfumato lontano-lontanissimo dell'immagine.

Ecco che vengono a convergere straordinariamente incontrandosi imperturbabilità e vertigine, lavoro manuale ed estetica, leggerezza e solidità, geometria e profondità in una delle foto più indimenticabili di questo trascorso '900.

Marc Riboud. Painter Tour Eiffel, 1973.

“Incidenti” di Roland Barthes .


di Gianni Quilici

“Incidenti”, tre testi di Roland Barthes, che hanno in comune una scrittura immediata: non teorica ma narrativa; non (per certi versi) oggettiva, ma (per certi versi) soggettiva, autobiografica. C'è un corpo dietro le parole che percepiamo, che sentiamo. A volte, leggero, soltanto gli occhi; altre invece l'intera presenza con il suo carico.

E' l'ultimo Barthes, quello per intenderci dei “Frammenti di un discorso amoroso”, di “Barthes di Roland Barthes”, de “La camera chiara”. Quello su cui lo stesso Barthes impareggiabilmente ragiona in alcune delle bellissime interviste “La grana della voce”, tutte edite da Einaudi.

Il primo testo è poco più di un articolo La luce del Sud-Ovest.
L'inizio: “Oggi, 17 luglio, il tempo è splendido. Seduto su una panchina, strizzando l'occhio, per gioco,come fanno i bambini, vedo una margherita del giardino, sovvertita ogni proporzione, appiattirsi sul prato di fronte, dall'altro lato della strada.”. C'è il tempo presente, c'è l'io dello scrittore, il suo sguardo dettagliato-ironico-affettuoso, che poi si allarga alla strada-paese per diventare una riflessione storico-geografica-ambientale sul (suo) Sud-Ovest francese con al centro un elemento che diventa poetico: la luce.
Per dare soltanto un'idea, scrive Barthes: “Inizia allora la gran luce del Sud-Ovest, tutt'insieme nobile e sottile; mai grigia, mai bassa, è una luce-spazio definita non tanto dai colori di cui riveste le cose quanto dalla qualità eminentemente abitabile che conferisce alla terra. (...) Occorre vederla, quella luce (direi quasi: ascoltarla, tanto è musicale)...”

Ad un certo momento Barthes immagina l'obiezione possibile: “Lei parla sotanto del tempo che fa, d'impressioni vagamente estetiche, comunque puramente soggettive. E gli uomini, i rapporti, le industrie, i commerci, i problemi?”
La risposta è, per così dire, politica, anche se non ne ha l'apparenza ed è, a mio parere, un'intuizione, da approfondire e ampliare. Risponde Barthes: “ Poiché “leggere” una terra, è anzitutto percepirla secondo il corpo e la memoria, secondo la memoria del corpo”.
C'è qui un segno “saltato” dalla politica ed anche dall'analisi sociologica: la percezione del corpo e della memoria del corpo, che richiama parole come “la storia e la cultura di un territorio”, “i sentimenti visibili ed invisibili” “il rapporto tra gli uomini e la Terra”.
Leggo questi giorni, su l'Unità, un'intervista di Pietro Spataro al poeta Andrea Zanzotto, che attualizza queste riflessioni sul territorio italiano oggi. Dice Zanzotto: “Il tragico scempio della natura commesso in quest'ultimo quarantennio costituisce un vero e proprio monumento ad una più generale tendenza autodistruttiva della psiche umana. Che non viene più percepita come tale ma avvertita invece come benessere”.
In altri termini non si è più percepita la terra secondo la memoria del corpo, ma secondo il presente dei consumi. Alla bellezza dell'antichissima realtà naturale dipinta da Giorgione e Tiziano si è sostituito un paesaggio ibrido, anonimo, artificiale, sentito però come moderno.

Nel secondo testo Incidenti Barthes fotografa istantanee in Marocco.
Ritratti fulminei (“Un ragazzino dal sorriso, dagli occhi smaglianti, imperiosi, dotati di assoluta amichevolezza, manifesta nella sua gloria, al di là di qualsiasi cultura, l'essenza stessa della carità(....).
L'inizio di possibili storie (“Dal treno da cui era sceso ad una stazione deserta, lo vivi correre sullostradone, solo, sotto la pioggia, stringendo la scatola di sigari vuota che mi aveva chiesto 'per metterci i documenti' ”);
sottolineature sociologiche (“Due autostoppisti hippies. Ideologia: uno mi parla del “flusso di coscienza”. Economia: vanno a comprare a Marrakech delle camicie indiane che rivenderanno carissime in Olanda. Rito: appena accomodati in fondo alla macchina si fanno una sigaretta, si tuffano nell'assenza come a volontà, meccanicamente (da cui si risvegliano appena gli viene offerto un caffè”)) ed altre descrittive, cioè che non hanno risonanza.

Leggendo questi “incidenti” si può immaginare un romanzo fatto di immagini, dove la narrazione non vive nella concatenazione di una qualsiasi storia, ma nella qualità di queste immagini ed in un loro raccordo introspettivo.

Il terzo testo Serate di Parigi sono una trentina di pagine, scritte in una ventina di giorni dal 24 agosto al 17 settembre 1979.
E' (per intenderci) un diario sulle serate parigine di Barthes ed è il più completo e intenso dei testi qui presenti, perché rappresenta bene due cose: un personaggio ed una situazione. Il personaggio è lui, Roland Barthes, o meglio e inevitabilmente, una approssimazione: lo sguardo preciso e selettivo, la noia e la distanza, i piccoli piaceri e sopratutto la solitudine, un corpo stanco, che si percepisce non più desiderabile. La situazione è l'atmosfera parigina: i giovani e le marchette, il metro e i taxi, i pranzi e le cene, i vestiti e le donne, i caffè e il conversare, le passeggiate e le serate, la radio e i libri della notte.

Roland Barthes. Incidenti. (Incidents). Pag. 92. Traduzione di Carlo Cignetti. Einaudi

"Nino Costa e la passione del vero" di Luciano Luciani




Si intitola “Da Corot ai Macchiaioli al Simbolismo. Nino Costa e il paesaggio dell’anima” la mostra aperta al pubblico nelle sale di Castello Pasquini a Castiglioncello e visitabile fino al 1 novembre di quest’anno. Tesa a indagare il ruolo svolto dalla Toscana del secondo Ottocento come crocevia culturale di respiro europeo, la mostra, curata da Francesca Dini e Stefania Frezzotti, s’incentra sul ruolo ‘strategico’ svolto dal pittore romano Nino Costa, all’origine delle più vivaci esperienze artistiche – e non solo – del complicato periodo compreso tra il Risorgimento politico e la belle époque.
Già, ma chi era Nino Costa e perché si torna a parlare di lui?

Tra fucile, cospirazione e pennello

Uomo appassionato alle vicende storico-politiche dei suoi tempi complicati e difficili e coerente protagonista e testimone degli anni del riscatto nazionale; pittore originale, raffinato ed apprezzato in Italia e ancor più all’estero; penna tra le più robuste ed incisive tra le numerose della memorialistica garibaldina, Nino Costa, “dopo avere offerto tutto il proprio magistero di stilista all’arte, tutta la propria virtù di cittadino alla patria” (F. Sapori) muore a Marina di Pisa il 31 gennaio del 1903, concludendo un’esistenza mossa, ricca, intensa che, ancora oggi, in occasione dell’anno centenario, merita di essere ricordata e studiata.

Romano, trasteverino di San Francesco a Ripa, Giovanni (Nino) Costa nasce nell’ottobre del 1826 da una famiglia di umili origini ma agiata e fedele al governo pontificio: il padre da modestissimo cordaio era diventato un rispettato industriale della lana e a Nino, quattordicesimo di sedici figli, è possibile studiare. La sua formazione avviene prima in collegio a Montefiascone, poi a Roma nel Collegio Bandinelli a San Giovanni dei Fiorentini, una delle più rispettabili istituzioni educative romane. Solo al termine degli studi regolari può finalmente dedicarsi alla pittura, per la quale sentiva una vivissima vocazione, frequentando, senza particolare soddisfazione per la verità, gli studi dei più apprezzati pittori romani del tempo: il barone Vincenzo Camuccini (1771-1844), esponente del neoclassicismo romano e Filippo Agricola (1795-1857), uno dei più noti esponenti del ritratto neoclassico di gusto raffaellesco. Ma la Storia con la S maiuscola irrompe ben presto nella vita privata del giovane Costa e lo distoglie da una sicura crescita artistica. Nel 1847 si iscrive alla “Giovane Italia” e l’anno seguente si arruola volontario nella Legione Romana: partecipa alla difesa di Vicenza e rimane nel Veneto anche dopo l’allocuzione papale del 29 aprile 1848, che sancisce l’inizio dell’involuzione politica del moto italiano. Rientrato a Roma, si fa notare per aver strappato, insieme a Gaspare Finali, le insegne austriache da Palazzo Venezia:democratico è prima accanto a Ciceruacchio, poi a fianco di Mazzini. Durante la Repubblica Romana, membro della Municipalità, si occupa di sanità, di ospedali, di approvvigionamenti, responsabilità che non gli impediscono di battersi valorosamente agli ordini di Garibaldi, che lo chiama a far parte del suo Stato maggiore. Nino è in prima fila a Villa Pamphili, al Casino dei Quattro Venti, al Vascello…

Moderato in politica, rivoluzionario in pittura

“Tornata Roma sotto al dominio dei preti, dovetti nascondermi perché compromesso politicamente ed allora mi dedicai alle arti belle sotto la direzione di un certo Massabò scolaro di Coghetti, quindi passai da Podesti né questo essendo ancora di mia soddisfazione entrai nello studio di Chierici, ma anche questo non mi appagava ed allora lasciava l’aria dello studio, e della stufa, gettandomi alla campagna onde studiare il vero all’aria aperta…”: così scriverà qualche anno più tardi il Costa a Diego Martelli, critico d’arte, amico e sostenitore dei Macchiaioli, esprimendo con semplicità e vigore le sue convinzioni sia politiche sia artistiche. Certo, il magistero dell’ anconetano Francesco Podesti (1800-1895), celebre ed affermato illustratore di soggetti storici, sacri e mitologici non poteva soddisfare l’ansia di verità del giovane artista romano. Così nel 1857 Nino Costa lascia Roma e si trasferisce ad Ariccia nei Castelli romani: qui, con maggiore pienezza gli è possibile essere immerso nelle luce e nei colori di quella Campagna romana, le cui rappresentazioni qualche anno più tardi lo avrebbero reso celebre in Italia e fuori d’Italia. Stabilisce vincoli d’amicizia e d’arte con importanti pittori inglesi quali Federico Leighton e George Mason che a Roma vivono e lavorano.
In questi anni partecipa anche alla generale evoluzione politica di molti rivoluzionari del ‘48/’49: si stacca da Mazzini, si avvicina alla monarchia sabauda, si fa moderato perché “per vincere cannoni e soldati occorrono cannoni e soldati, occorrono buone armi: buone armi e non ciancie. Il Piemonte ha soldati e cannoni: dunque io sono piemontese. Il Piemonte, per antica consuetudine, per educazione, per genio e dovere, oggidì è monarchico: io dunque non sono repubblicano”: uno stato d’animo diffuso tra l’opinione pubblica nazionalista della penisola negli anni Cinquanta del XIX secolo e ben espresso dalle parole, appena riportate, di una lettera di Aurelio Bianchi-Giovini all’ “Unione” di Torino.
Nella primavera del 1857, dopo una visita di Pio IX alle Legazioni, nel corso della quale il pontefice è accolto con freddezza se non con astio, Costa dà prova della sua intelligenza politica: sottoscrive un documento indirizzato al municipio romano in cui, con equilibrio ma con fermezza, si rivendicano amnistia e riforme.

Nino Costa e Giovanni Fattori

Due anni più tardi, alla vigilia della seconda guerra d’indipendenza, interrompe di nuovo l’attività artistica per arruolarsi nell’esercito piemontese nel reggimento cavalleggeri Aosta: un atto con una forte valenza simbolica che sta ad indicare la volontà dei romani di partecipare con pienezza di responsabilità alle vicende della causa nazionale. Subito dopo Villafranca torna alla tavolozza e ai pennelli: è prima a Milano, poi a Firenze dove frequenta l’ambiente degli artisti che che si ritrovano presso il Caffè Michelangelo. Sono i cosiddetti Macchiaioli, propugnano una pittura non di scuola, intesa, come ebbe a dire il più illustre tra loro, Giovanni Fattori, a riprodurre “l’impressione del vero”. Loro intenzione è quella di “rompere col passato accademico ed anche con la moda del momento, e riformare l’arte con la ricerca del vero, fatta nel modo più franco semplice e coscienzioso…”
L’incontro con Nino Costa è determinante per la maturazione artistica di Giovanni Fattori: durante lunghe passeggiate in campagna, occasioni che per il pittore toscano sono delle vere e proprie “lezioni” en plein air, Costa era solito spiegare la sua visione artistica e l’interesse per una rappresentazione sintetica e vera del paesaggio. E’ proprio Costa, mentre un giorno osserva Fattori impegnato nel suo studio nella realizzazione di una grande composizione avente per argomento un episodio della storia medicea medievale, a stimolarlo invece verso una pittura capace di rappresentare la realtà contemporanea: si racconta che Fattori, allora, abbia imbiancato la scena fiorentina e girata la tela per dipingervi sopra la straordinaria immagine di una battaglia tanto recente quanto decisiva per le sorti dell’unità nazionale. Nasce così la Carica di cavalleria a Montebello (1862) ed è uno dei quadri più celebri del Fattori, il primo di una serie di memorabili dipinti ispirati alle campagne risorgimentali che preceduti da infiniti studi dal vero rappresenteranno al meglio il suo essere artista e garibaldino.

Nino a Porta Pia

Nel 1862 Costa è a Parigi dove espone il quadro Donne che portano la legna a Porto d’Anzio, già presentato a Roma nel ’56 e a Firenze nel ’61. Il quadro è accolto senza difficoltà dalla giuria del “Salon” e contemporaneamente al “Salon des refusés” presenta uno Studio di alberi di olivo. Incoraggiato dal successo di questi due lavori, il pittore romano presenta ai colleghi francesi la sua raccolta di studi dal vero condotti sui luoghi e i personaggi della campagna romana e della costa toscana: li apprezza soprattutto Corot, l’anticipatore della rivoluzione degli impressionisti, un artista da sempre ammaliato dalla luce mediterranea. Da Parigi Nino Costa si trasferisce a Londra dove la sua ricerca artistica era già ampiamente conosciuta; quindi nel 1864 torna di nuovo a Roma, secondo la sua schietta ammissione “per cospirare”: un’attività non nuova per lui e che lo impegna per un triennio. Nel marzo del 1867, infatti, anche per impedire ai mazziniani di conquistare l’egemonia del movimento nazionale fonda un “Centro di insurrezione” e lo sostiene con i propri mezzi economici. Fedele alle indicazioni di Garibaldi lascia che l’organizzazione da lui promossa e sostenuta confluisca nella “Giunta Nazionale Romana” alla quale sola sarebbe spettato il compito di promuovere e guidare un moto insurrezionale che collegato con gruppi di insorti in azione nell’Agro romano avrebbe dovuto provocare l’intervento dell’esercito italiano. Nino esce da Roma, raggiunge Garibaldi a Monterotondo ed entra a far parte dello Stato maggiore del Generale. Si batte a Mentana e accompagna l’Eroe dei due Mondi fino a Figline, alle porte di Firenze dove Garibaldi è arrestato. E’ tra i firmatari della protesta per la sua detenzione. Poi ancora Firenze, ancora tavolozze e pennelli e si arriva al 1870. Nino è’ tra i primi ad entrare a Roma; in ottobre collabora all’organizzazione del plebiscito che restituisce Roma all’Italia. In novembre è eletto consigliere comunale, carica che ricoprirà per sette anni: esauriti gli incarichi amministrativi per oltre un quarto di secolo la sua esistenza riguarderà solo gli impegni dell’arte.

Trent’anni di indefessa attività artistica

Di quel 1870, così decisivo per la storia del nostro Paese, è La Seminatrice, una tela in cui Nino Costa testimonia una nuova, più consapevole maturità artistica esprimendo la sua predilezione per una natura incontaminata che entra in comunione con la presenza umana solo attraverso la ritualità antica del gesto proprio di un mestiere tanto semplice quanto remoto nel tempo.
A partire da quell’anno e per oltre un trentennio Costa riproporrà tenacemente la sua poetica: cioè, riprodurre la natura dal vero, riflettendola nella sua pittura con la stessa vivacità con cui l’artista la coglie, la percepisce, fissandone la prima, decisiva impressione in un rapido studio. E doveva assolutamente essere rapido “perché mutevoli e di breve durata sono gli effetti pittorici, e raramente, anzi mai, ritornano nell’identica maniera” (Giuseppe Cellini). Si tratta di un modo nuovo di intendere e praticare la pittura di paesaggio: la fonda sullo studio diretto del vero, la passa – come il pittore romano ebbe modo di affermare - al filtro del “sentimento del pensiero” attraverso il quale supera la pura e semplice “veduta”. Insomma, la sua è un’interpretazione nuova, spiritualizzata della natura: un dato luogo, in un momento dato quale riflesso del nuovo modo di sentire dell’uomo moderno: “L’artista al cospetto della natura sceglie tra la molteplicità delle apparenze quella che suscita un’eco nel suo pensiero e nel suo sentimento (Angelo Conti).
Fonda l’associazione “In Arte Libertas” intorno alla quale si stringono artisti come Enrico Coleman, Norberto Pazzini, Napoleone Parisani, Edoardo Gioia, Giuseppe Cellini, Aristide Sartorio, Adolfo De Carolis e molte altre personalità della scena artistica italiana tra Ottocento e Novecento. Le mostre organizzate dall’associazione che lo ebbe come maestro e decisivo punto di riferimento - in particolare quelle tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta - costituirono una decisa frattura con l’ambiente accademico ufficiale: la pittura di paesaggio e la ritrattistica proposte da questi artisti si muovevano, infatti, nel senso di favorire ogni esperienza di superamento del verismo, scaduto ormai ad anedottica bozzettistica, in favore di una nuova relazione, psicologica e simbolica, con la realtà. Luogo privilegiato di questi pittori la campagna romana e le paludi pontine di cui vengono colti dal vero la serenità, la pace, il senso di quiete, i giochi dei riflessi di luce e le loro variazioni, le suggestioni di luoghi in cui natura e storia si incontrano. La poesia dal vero porta questi artisti a privilegiare l’uso della tempera, dell’acquarello e del pastello in dipinti di piccolo formato come avviene nel caso di Sartorio, forse il personaggio più illustre di questa cultura pittorica che si va orientando nel senso di un simbolismo intimista, acuto, di una freschezza virgiliana.
Il valore della pittura di Nino Costa ebbe consacrazione in Inghilterra dove era già stato apprezzato dal Leighton, dall’Howard, da William Blake Richmond, autori con i quali il pittore romano aveva lavorato in Italia e cospirato al tempo degli “eroici furori”: a Londra nel 1882 espone con grande successo oltre sessanta tele in cui risaltano “la minutezza del miniaturista nel profilare le cime dei monti lontani, nello sciogliere l’acqua tra l’erbe…la leggerezza degli steli, la vaporosità di certe spighe sospese nell’aria” (Francesco Sapori). Allo stesso 1882, un anno particolarmente fecondo, risalgone tre lavori straordinari per i colori personalissimi e la capacità di racchiudere estesi orizzonti in un piccolo spazio : Ritratto d’una figlia, Castello di Normandia, Una sera a Lerici.
Nel 1896 una sua tela, Il risveglio è accolta, ancora vivente l’autore, alla National Gallery.
Una sua Leda realizzata nel 1900 influenzerà il giovane Amedeo Modigliani che nella primavera del 1901, di ritorno da Capri, aveva avuto modo di frequentare il suo studio a Roma e ne era rimasto talmente impressionato da riproporne atmosfere e tematiche in un’opera poco conosciuta e dimenticata dai più, Il canto del cigno.

Quel che vidi e quel che intesi

A partire dal 1892-93 Costa iniziò a dettare alla figlia Giorgia le proprie memorie. La narrazione si interruppe nel 1896 e l’artista romano la riprese negli ultimi anni della sua vita, quando Olivia Rossetti Agresti ottenne le informazioni necessarie ad una biografia del pittore. Le pagine dettate alla figlia e quelle raccolte dalla Rossetti in Giovanni Costa, His life, work and times, edito a Londra nel 1904, un anno dopo la scomparsa di Nino, costituirono Quel che vidi e quel che intesi, uscito solo nel 1927, a cura di Giorgia Guerrazzi Costa in occasione del centenario della sua nascita. Di questo testo, considerato tra i migliori della vasta letteratura garibaldina offriamo alcuni giudizi critici:
“Vibrante, senza compiacimenti retorici, con un felice gusto del racconto, la pagina del Costa è come dominata dall’immagine di Roma che fu la cara suggestione della sua vita di cospiratore e di combattente, un’immagine che egli vagheggia come creatura viva, dolcemente amata” (Gaetano Mariani);
“Sono, le sue, note rapide, nervose, incisive, che pur nel loro stile dimesso e spoglio di ogni artifizio rettorico, rivelano pienamente la fede e la nobiltà d’animo dello scrittore” (Bianchi-Pazzaglia).

"Maigret, uno di noi" di Luciano Luciani





Nella storia del romanzo poliziesco la Grande Svolta avviene a ridosso degli anni Trenta, grazie alle opere di Georges Simenon che riescono a compiere una duplice operazione: riscattare il romanzo poliziesco dalle critiche, tanto facili quanto diffuse, di imbecillità stilistica; emanciparlo dalla fama di essere una letteratura dai contenuti solo volgari e violenti. Il lascito più importante del letterato francese è stato, infatti, quello di avere ottenuto di far leggere il poliziesco anche a quel pubblico colto che si è sempre vantato di non aver mai letto una pagina di letteratura ‘di genere’ e di opere “paraletterarie”

Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989) è stato uno scrittore destinato ad influenzare il romanzo poliziesco per oltre un cinquantennio e a esercitare sulla sua trasformazione un peso pari, se non maggiore, a quello di Conan Doyle e di Dashiell Hammet. Anch’egli è un “forzato della penna” come i grandi scrittori d’appendice, Balzac, Zola e, si parva licet, Maurice Leblanc e la coppia Allain /Souvestre rispettivamente inventori di Arsenio Lupin e Fantomas. Autore di non meno di cinquecento romanzi, solo settantasei dei quali appartenenti alla serie di Maigret, il letterato belga è conosciuto quasi universalmente per essere il creatore del celeberrimo commissario parigino della Prima Brigata Mobile, uno dei più noti personaggi della narrativa gialla.

Gran parte del fascino di Maigret non risiede solo nella malinconia di cui è intriso il personaggio, ma soprattutto nel suo metodo d’indagine: quel suo calarsi nell’atmosfera del delitto, quell’immedesimarsi nei pensieri e nei sentimenti della vittima e del colpevole anche quando quest’ultimo non ha ancora un’identità, fino ad appropriarsene in virtù di uno specialissimo di rapporto empatico che il commissario parigino stabilisce sempre tra lui, imperterrito cacciatore della verità, e la sua preda, l’autore del crimine.

Simenon si fa apprezzare più nel definire le ambientazioni che nello strutturare le trame. I suoi interni piccolo borghesi, le sue atmosfere familiari, i suoi bozzetti di vita urbana e rurale sempre improntati ad un tranquillo naturalismo tendono a permanere nella memoria più a lungo di tante cervellotiche architetture delittuose propriamente dette. “Io non penso mai”, dice talvolta Maigret. “Io non tiro conclusioni”. O anche “Io non ho idee”. Talvolta, la consegna del colpevole alla giustizia è del tutto secondaria e Maigret sembra quasi rassegnarsi al suo ruolo di poliziotto proprio perché non ne può fare a meno.

Dalle sue prime inchieste Pietr Le Letton, 1930, e L’affaire Saint – Fiacre, 1932, Le testament Donadieu, 1937, Maigret è rimasto immutato come la sua Parigi, anche se nel corso dei decenni si è fatto sempre più maturo e amaro: la miseria morale lo turba nel profondo come un elemento che mortifica la dignità dell’uomo. Se nel corso di oltre mezzo secolo di onesta attività investigativa si è via via diffuso l’uso del telefono, si è affermata l’automobile, la radio e la televisione hanno cambiato nel profondo la vita dell’uomo occidentale e si sono fatti sempre più sofisticati i sistemi scientifici per portare avanti le indagini, la natura umana è rimasta sempre la stessa, sfregiata dai soliti vizi: disamore, avidità, ipocrisia, prevaricazione dei più forti sui più deboli… I tempi recenti hanno aggiunto in più l’indifferenza, la mancanza di calore umano, l’assenza di qualsivoglia solidarietà, il cinismo… Ricorrenti nelle migliori pagine di Simenon i temi della solitudine esistenziale e il senso, amaro, di una suprema stanchezza di fronte al male che incombe e permea di sé ogni aspetto della vita e della condizione umana. Vano ogni tentativo di raggiungere la libertà o la redenzione

A leggere bene le pagine di Simenon appaiono forti e frequenti i suoi legami con l’hard boiled: privo di ogni carattere di “maledettismo”, più congeniale a un Sam Spade o a un Philip Marlowe, Maigret, di corporatura robusta e quasi pingue, di mezza età, è per stile di vita, convinzioni e comportamenti un piccolo borghese, un modesto funzionario parigino dell’ordine pubblico perfettamente inserito nella società del suo tempo. Dei contemporanei eroi d’oltreoceano vive, però, sia la stessa ossessione per la verità e la conseguente giustizia, sia i disincanti nei confronti della Storia e della Società. Investigatore abituato ad usare la pazienza e le gambe nelle sue investigazioni (quanto cammina Maigret per le strade di Parigi!), pragmatico e per niente cerebrale non è granché interessato agli indizi o alle deduzioni logiche: il “metodo” di Maigret parte sempre dal presupposto che “in ogni malfattore, in ogni bandito c’è un uomo”. Basta allora saper aspettare e spiare “soprattutto la fessura… il momento in cui… appare l’uomo”. Nel frattempo bisogna marcarlo quanto più possibile da vicino, imparare a conoscerne virtù e debolezze: insomma, coinvolgersi fino in fondo nella vicenda criminale, condividere il caso dall’interno, viverlo con pienezza di umanità, di ragione e sentimento sia dal punto di vista delle vittime, sia da quello dei carnefici che spesso tali non sono. Maigret infatti è persuaso che “su dieci delitti, ce ne sono almeno otto nei quali la vittima è partecipe in larga misura della responsabilità dell’assassino”: l’esperienza professionale e di vita gli ha insegnato che esiste “una sorta di vocazione di vittima”.

A detta della critica più recente e aggiornata la chiave dello straordinario successo del “canone Maigret” – settantasei romanzi e ventisette novelle in circa mezzo secolo di scrittura – consiste proprio in questa straordinaria capacità del suo Autore di disegnare ambienti riconoscibili abitati dalla piccola e piccolissima borghesia urbana, oppure le atmosfere grigie e stagnanti della provincia francese. I lettori del secolo scorso, il Novecento, hanno sempre percepito Simenon non tanto come un autore di gialli, ma come uno scrittore “serio”, capace di fare della letteratura rispettabile, lontana dalla sensazionalità di tanta produzione propria del genere. Una lettura ‘buona’ da poter esibire pubblicamente: e non è un caso se le opere di Simenon - sia il “canone Maigret”, sia gli altri suoi prodotti di una torrentizia attività di romanziere - in Italia e fuori sono sempre state ospitate in collane diverse, separate e più “alte” di quelle “basse” destinate ad ospitare il poliziesco.

Postilla dai "Dialoghi con Leucò" di Cesare Pavese


di Emilio Michelotti

LA CATENA DEL TEMPO SCARDINATA DALLA MORTE

Nessuno sapeva la bellezza della barbarie.
Una bellezza incomprensibile, insopportabile,
inaccettabile, scandalosa. Se non si percorre questo scandalo
fino in fondo, non si capirà granché dell’uomo.
Ciò che egli mise in essere fu un ritratto apollineo
dell’estasi dionisiaca
(Milan Kundera – Improvvisazione in omaggio a Stravinskij
da I testamenti traditi )


Dal dialogo XIV – L’ospite

Il corpo che noi laceriamo deve prima sudare, schiumare nel sole.
Quello è il momento di aprire una gola. Il sangue che Madre ci ha dato
glielo rendiamo in carne e escrementi. I brani van sparsi nei campi,
la testa va avvolta fra tralci di fiori e di spighe.
Il grano germoglia se è in terra viva, nutrita.
Perché non uccidere un’ultima volta qualcun che per sempre
fecondasse la terra e le nubi e la forza del sole?
Tu contadino non sei, e lo vedo. Nemmeno sai che ogni volta
tutto comincia al solstizio e che il giro dell’anno esaurisce ogni cosa.
Tranquillo, Litierse, risalendo ai suoi padri, nutrito qualcuno
abbastanza sarà dei succhi in stagioni passate, di sangue
così generoso, da bastare alle zolle una volta per tutte.

da "Dialoghi con Leucò" di Cesare Pavese


di Emilio Michelotti

UN GIOCO FRA L’ESSERE E IL NULLA

Emilio Michelotti ha liberamente tratto questa sorta di poemetto
dai Dialoghi con Leucò di Pavese, un capolavoro del ‘900,
una rivisitazione, un rovesciamento di alcuni miti greci.
L’autore dello scempio è cosciente del sacrilegio compiuto
ma, paveseanamente, ha tirato dritto con caparbietà.




PROEMIO

Sulla terra ormai fatta pietosa si dovrebbe invecchiare tranquilli,
di storie senza giustizia e pietà, dei vecchi destini, nulla rimane.
Rimane il torrente, la rupe, la nuvola, l’orrore. Rimangono i sogni. Ogni cosa ha un destino.
Ma allora gli dèi che ci fanno? Vennero tardi, il mondo è più vecchio di loro.
Già riempiva lo spazio di sangue e godeva, prima che il tempo nascesse.
La bestia e il pantano eran terra d’incontro di uomini e dèi.
Che cos’era bestiale se la bestia era in noi come il dio?

La sorte dell’uomo è mutata. Altre mani ora tengono il mondo.
Non puoi più mischiarti alle ninfe delle polle e dei monti,
alle figlie del vento, alle dee della terra. E’ mutato il destino.
Faranno di te come un’ombra, ma un’ombra che rivuole la vita e non muore mai più.
Tutti distrusse la smania di potere ogni cosa. Che per nascere occorre morire,
lo sanno anche gli uomini. Non lo sanno gli Olimpici, perché non esistono: sono.

NE’ L’UNO NE’ L’ALTRO

E’ un mattino d’estate. Un ragazzo si bagna, si tuffa e rituffa.
Male gli prende ed annega. Dovrà attribuire agli dèi la sua fine,
oppure il piacere goduto? Né l’uno né l’altro. E’ accaduto qualcosa,
cui daranno poi un nome gli dèi. Così ogni volta che il caos trabocca alla luce.
Dove finisca sgomento e cominci la fede è difficile dire.
Non sarà meglio, ai mortali, finire così, che nella bestia incappare,
o nell’albero, o bue divenire che mugge, serpente che striscia, fontana che piange?

ARTEMIDE: IL SELVAGGIO E IL DIVINO

Tu sai cos’è l’orrore del bosco quando s’apre una radura notturna?
Quando le cose escon dal buio, selvagge, intoccabili, un fiore è come una belva,
non ha nome, è divino, terribile.
Non c’è dio sopra il sesso. C’è la bacca, c’è l’urlo, la morte, la terra vorace,
la solitudine, l’acqua. Il selvaggio e il divino cancellano l’uomo.
Puoi dire che Artemide abbia dietro di sé, nel pantano, lasciato la voglia bestiale,
l’informe furore sanguigno che l’ha generata? La selvaggia ha un riso breve,
un comando che annienta. E nessuno le ha mai toccato il ginocchio.

UN EGEO TUTTO INTRISO DI SPERMA E DI LACRIME

Oh, Saffo, sorridere è vivere come un’onda o una foglia, accettando la sorte.
E’ morire a una forma e rinascere a un’altra. E’ accettare, accettare, se stesse e il destino.
Ma non senti il tedio, l’inquietudine del mare? Qui tutto macera e ribolle senza posa.
Ricorda chi nacque quaggiù, quella che non ha nome, l’angosciosa,
che sorride da sola: il mare è sua sostanza e suo respiro.

PREDESTINATI ALLA SCELTA

Vale la pena fare una cosa ch’era già fatta quando ancora non c’eri?
Vorrei essere il più sozzo e il più vile degli uomini, purché
avessi voluto quello che ho fatto. Non subìto così. Non compiuto volendo far altro.
E’ febbre che si chiama destino, il timore, l’orrore.
Nulla eravamo: anche le voglie del cuore, il sangue, i risvegli
sono usciti dal nulla. Il desio di scampare al destino
è destino esso stesso, o Edipo.

GLI UCCISORI DEI MOSTRI VERSARONO SANGUE FRATERNO?

Ma gli dèi sono giovani, quasi come te, uomo. Quello
fu un mondo di mostri e del caos, Prometeo? Dei Titani e degli uomini,
delle belve e dei boschi. E’ il mondo di lotta e di sangue che ha fatto chi sei.
Dio è sempre chi vince. Finché l’uomo-titano combatte e tien duro
può ridere e piangere. Se pietà si fa gesto, questa è vittoria:
salvare gli altri a sue spese. Tu sei tutto nel gesto che compi.
Voi sarete i Titani, tra poco, voi mortali, o immortali, non conta.

SBRANARE IL DIO, FARSI DIO

Ciò che è stato sarà, ma Orfeo non sa della morte che farsi.
Cercava un passato che Euridice non ha. Su ogni foglia intravide
un barlume di cielo. Più nulla importò di colei che seguiva. Cercava piangendo
non lei ma se stesso. Si ascoltava. Non ebbrezza travolge la vita, né morte
ci rende più umani. Si scende nell’Ade a strappare qualcosa, a violare
un destino. Però non si vince la notte, si perde la luce.
Purché le donne di Tracia non sbranino il dio

LA VIOLENZA E IL SACRO

Se l’Uomo-lupo fosse tuo simile, non mancherebbe che l’urlo
e rintanarsi nei boschi. Avremmo dei giorni che, se il dio ci toccasse,
saremmo alla gola di chi ci resiste. Sole, a salvarci, le mani e la voce.
Ma non avremmo timore del sacro, né d’altro che uguaglia ai signori del cielo,
speranze e rimorsi svaniti. Quello che prima era scelta, era voglia,
ti si scopre destino. D’un tocco leggero t’inchioda laddove sei giunto.

Il sacrificio: fanno bene i padroni a mangiarci il midollo

Bagna e spruzza, ragazzo. Basta il vitello ucciso dai ricchi. Se piove, piove per tutti.
Se una volta bastava un falò per far piovere, un vagabondo bruciato
per salvare un raccolto, quante case e padroni bisogna incendiare, quanti
per strade e per piazze ammazzarne, prima che torni giustizia e per dire la nostra?
I padroni e gli dèi son fatti così, bisognava ammazzare ogni tanto qualcuno per farli godere.
Ora non ne han più bisogno. Siamo in tanti a star male che gli basta guardarci.
Fanno bene gli dèi a lasciarci patire.

L’ORIZZONTE DELLA CADUCITA’

Immortale è chi accetta l’istante, chi non teme la morte, chi non spera di vivere.
Lo sono i vecchi dèi che il mondo ignora, sprofondati nel tempo come pietre nella terra.
L’immortale Calipso di morire non spera, né spera di vivere. Quasi non resta
di lei che la voce del mare e del vento. L’isola vibra di rimbombi marini
e di stridi d’uccelli. C’è nell’aria un arresto, un’antica tensione, una presenza scomparsa.
Ma Odisseo non sfugge al rimpianto, ha portato un’altra isola in sé, mutata,
perduta, in silenzio, e racchiusa nel fondo.

Oltre il tempo, si vive. Senza ricordi come la lepre,
il lupo, il cervo. E si fugge, s’insegue, sempre.
E’ il vivo crepuscolo di un mattino perenne, una luce
che vien dall’interno, un vigore non intaccato dai giorni. Che cosa
può far solitudine in questo inumano silenzio? Delle prugne fra il verde
più azzurra è quest’acqua. Ti sciogli in stille e brusii, nella voce
del lago, nei ringhi del bosco. Rinato, il fuggiasco guarda la quercia
e nemmeno sa se esiste, né l’oggi aggiunge qualcosa al suo ieri.
Sente il bisogno di stringere a sé un sangue caldo e fraterno.
O Diana selvaggia, concedigli questo!

INFANTICIDA PER TROPPO AMORE

C’è una verginità delle cose che più del rischio spaventa: le vette dei monti, il mare profondo.
Era giovane il mondo, giorni come chiare mattine, notti
di tenebra spessa. Di volta in volta, i prodigi eran mostri, erano fonti,
erano uomini o rupi. Violarono i monti, varcarono il mare,
distrussero mostri. Ed uno vide i suoi figli sacrificati da madre furente.
Medea non piangeva. E sorrise soltanto quel giorno. Giasone
pretese giacere con lei, la maga. S’accorse poi che aveva a che fare
con carne mortale e allora, altrove cercò di essere dio.

IL DIO UCCIDE PER GIOCO

A Tebe nacque, il più giovane di tutti gli dèi. E’ un dio di gioia.
Chiunque lo segue lo acclama. Uccide ridendo. Lo accompagnano
i tori e le tigri. La sua vita è una festa crudele. Chi gli resiste s’annienta.
S’incontra nei vigneti a costa lungo il mare, nell’ora lenta
che la terra dà il suo odore. Un odore rasposo e tenace, tra il fico e il pino.
Quando matura l’uva, e l’aria pesa di mosto, saltano capre
tra il bosco e la vigna. Sulle cime, di notte, compaion le stelle.

LA CADUTA DEGLI IDOLI

Questo figlio del monte che comanda col cenno, non è più
come i vecchi signori – la Notte, la Terra, il Cielo o il Caos. C’è una legge e una mente.
A te piace che lasci le vette e vada a farsi uomo tra gli uomini? Che si compiaccia
di vigne, donne e città? Non sarebbe signore se la legge che ha fatto non potesse interromperla
Dimentichi forse che visse nei tempi fuggiasco su un’isola a mare, lì morì e fu sepolto.
Prima l’uomo, la belva e anche il sasso erano dio. Ci voleva la fuga, la grossa empietà
del confino fra gli uomini, quando ancora era bimbo e poppava alla capra; lo star
fra le belve, le parole e le leggi dei popoli, il dolore la morte e il rimpianto.
Il bambino rinato divenne signore vivendo tra gli uomini.
Non essendo più il mondo divino, la parola di chi sa di patire
e si affanna e possiede la terra, rivela le sue meraviglie, ama violare i silenzi.
Non sono che poveri vermi, costoro, ma tutto fra loro è imprevisto e scoperta.
Si conosce la bestia, si conosce l’iddio, ma nessuno sa mai il fondo dei cuori.

L’ETERNO CICLO DEL GRANO E DEL VINO

Senza i mortali che cosa sarebbero i giorni. Ciò che da loro è toccato
tempo diventa. Diventa azione. Attesa e speranza. Anche il loro morire è qualcosa,
come i vigneti che han saputo piantare su questa collina. Di brutti
pendii sassosi han fatto un dolce paese. Dove spendono fatiche e parole,
lì nasce un ritmo, un senso, un riposo. Chi direbbe che nella loro miseria
abbiano tanta ricchezza? Per loro io sono Demetra, un monte selvoso e feroce,
sono nuvola e grotta, signora son dei leoni, di biade e di tori. di rocche murate,
la culla e la tomba, la madre di Core. Dovremmo aiutarli di più, essergli accanto
nella breve giornata che godono. Io non so come, ma i nostri doni
diventano ambigui. E anche tu, Dioniso, fai scorrere del sangue innocente.
Tutta la loro ricchezza è la morte, e il sangue è come il frumento
e il vino con cui li nutriamo, esaltiamo. Icario questo ha pensato: il vino è il mio sangue.
Vendemmiava, pigiava e svinava come un folle. Per primi, su un’aia,
vedono schiumare del mosto. Ne spruzzan le siepi, i muri, le vanghe, poi
sbranano Icario al posto di un capro, sotterra lo mettono
perché nasca altro vino. Lui stesso lo vuole, e la figlia
s’impicca nel sole come grappolo d’uva.

Dobbiamo insegnare agli uomini questo racconto, insegnargli
un destino che intrecci col nostro. Così moriranno e avranno vinta la morte,
come il grano e la vite discendon nell’Ade per nascere.

IL DILUVIO

Nessuno, come le bestie selvatiche, sa capire che muore e guardare la morte.
Ci diremo che non tutti potremo sparire, se no che senso l’essere nati avrebbe?
Ed anche diremo che se violata fosse la vita, bastato sarebbe quello a punirci.
Ma è proprio questo il diluvio: morire e sapere che non resta nessuno a saperlo.


NEL TEDIO, A UN PASSO DALLA FELICITA’

Se penso a una cosa passata, mi pare di esserlo stato, contento.
Eppure raramente lo sono: esistenza, noia vuol dire e fastidio.
Sola ricchezza è dar nome alle cose che le fanno diverse, eppur familiari
come una voce che da tempo taceva. E’ solo un istante, simile
a tanti del passato ma inedito, a farmi d’un tratto felice. Potrò mai fermarlo?

Guardo lo stesso ulivo degli anni, ed è come amico che dice d’attesa parole.
A volte di un passante lo sguardo, la pioggia che insiste da giorni, d’uccello
uno stido, o nube di certo già vista. Quell’attimo rende la cosa un modello.

Ma gl’istanti non sono la vita. Volessi ripeterli perderebbero il fiore.
Stanno a due passi da noi la noia e le cose immortali Il sacro e il divino
sono nel letto, sul campo, davanti alla fiamma, insieme con noi.

EPILOGO

Chi dice il vero s’accontenta. Siamo noi a mentire
ché non abbiamo mai visto del Centauro il mantello
o sull’aia il colore del sangue d’Icario.
Io, per me, credo l’albero e il sasso profilati nel cielo
fossero dèi fin dall’inizio. E che furon prima
le voci di terra, fonti, radici, le serpi.
Se il demone congiunge la terra col cielo,
deve uscire alla luce dal buio del suolo.
Se mentirono quelli che videro cose tremende
e nemmeno stupivano, anche tu, quando dici
“è mattino” o “vuol piovere”, hai perduto la testa.
Non chiedo se furono prima le parole o le cose.
E se credo ai corpi imbestiati, ai sassi viventi,
ai sorrisi divini, a parole che annientano,
credo in ciò che ogni uomo ha sperato e patito.


Cesare Pavese – Dialoghi con Leucò ( 1947)– Introduzione di Sergio Givone- 1999 - Einaudi

02 settembre 2009

"Per amore o per finta" di Giuliano Parenti


di Alessandro Trasciatti

Questo di Giuliano Parenti è un romanzo satirico sulla televisione, sulla realtà parallela creata dalla finzione televisiva e che poi tanto parallela non è perché finisce per interferire con la vita reale. E’ un romanzo ironico, divertente, rocambolesco, pieno di colpi di scena, di ribaltamenti tra virtuale e reale, televisivo e vissuto quotidiano.

Il protagonista, Other Berlina, è un attore che ha la caratteristica saliente di essere un attore negato, con una faccia inespressiva, sempre uguale, ferma. Paradossalmente è questo che gli permette di essere notato ad un provino ed è questo che diventerà il suo cavallo di battaglia. Un incrocio, dice il regista Hans Cristian Coltellas – altro personaggio fondamentale del romanzo – fra l’inespressività di Unprhey Bogart e il dinamismo forsennato del primo Sean Connery. Quindi: gran movimento, grande atletismo, azioni mozzafiato e una faccia che non dice nulla, che non esprime nulla, neanche la noia o la fatica.

E’ questa la fortuna di Other (da notare il nome) e del personaggio televisivo che interpreta, il commissario Quapur. Other si ritrova così a fare una vita da star, guadagna montagne di soldi, è costretto a camuffarsi per sfuggire ai fans, è lusingato dalle ammiratrici.

Qui entra in gioco un altro personaggio chiave del libro, Mery Effy, che diventa la sua amante. Donna eccentrica e ricca, dirige una linea di profumi, ama i travestimenti e le parrucche (poi si scoprirà perché) e trascina Other in una avventura extraconiugale lussuosa, romantica, dispendiosissima e basata sul patto di non chiedere mai nulla all’altro che riguardi le rispettive famiglie, le rispettive vite private. In sostanza una relazione che cerca di escludere rigidamente le intrusioni della vita reale, della banalità quotidiana e si confina in un piccolo “grande” albergo e all’interno di questo si sigilla nella stanza più ricercata, più ambita.

Ma qui, nella stanza d’albergo, cominciano – o forse meglio dire che si fanno ancora più eclatanti – i paradossi. Perché Mery Effy comincia ad arredare la camera come se fosse di sua proprietà e a un certo punto della storia rientra in camera con un sacchetto della spesa dopo essere stata al supermercato. Cioè tradisce un desiderio di autenticità che è insopprimibile. E tuttavia continua ostinata nella finzione, nell’artificio di questo amore tagliato fuori dal resto del mondo, dal contingente, un amore assoluto ma fragilissimo.

Simbolo di questo modo di stare insieme, di questo amore sui generis, è il rituale di accoppiamento di Other e di Mery, che prevede preliminari lunghissimi, ore e ore di preliminari e poi una congiunzione che è soltanto un dolcissimo vibrare di organi, non un movimento vero e proprio, solo un vibrare che produce una musica: la passacaglia in do di Bach (e qui si sconfina un poco verso il realismo magico). Per Mery l’atto sessuale come tutti lo concepiscono è triviale, basso, le ricorda i martelli pneumatici degli stradini, è puzzo di catrame.
Comunque la realtà è destinata ad invadere anche questa gabbia dorata: l’unica volta che fanno l’amore in maniera tradizionale-animalesca, rimangono dolorosamente incastrati e lei oltretutto concepisce un bambino.

Il tema ironico-sentimentale si alterna così alle vicissitudini televisive, ma quando Other si accorge di comportarsi nella vita reale come il personaggio che interpreta nella finzione entra in crisi, è un inizio di nevrosi. Il fatto è che la pressione del pubblico è enorme, la legge dell’auditel macina tutto, determina le mosse del regista, le sue strategie, lo induce a pianificare un certo andamento delle avventure invece che un altro e incide profondamente anche sulla psiche dell’attore che, per la apparente facilità di “lasciarsi vivere” (frase che ritorna spesso) finisce al contrario per perdersi.

Al termine della storia Other si riscatta, riesce ad imprimere una svolta alla sua vita e riesce anche a dare una coloritura etica alle finzioni che interpreta, cioè riesce a fare sì che le indagini del commissario Quapur si concludano con l’arresto di veri criminali. Quindi c’è anche il lieto fine, un non-eroe, un personaggio non cattivo ma un po’ inerte, passivo, riesce ad assumersi delle responsabilità e a svolgere un ruolo attivo sia nella vita privata che in quella pubblica. Resta però la grande girandola di avvenimenti contraddittori che è stata la sua vita: la sua doppia esistenza di uomo senza qualità e eroe televisivo; di uomo sposato con figlie che però conduce una vita sentimentale parallela.

E soprattutto viene da chiedersi quale sia diventata la funzione della televisione, dove finisca l’intrattenimento e inizi il gioco sugli appetiti più bassi del pubblico; se sia lo spettatore da considerarsi un fine o un mezzo; se gli si voglia comunicare qualcosa di buono (o anche solo decente) o andare incontro ai suoi desideri.

Anche la struttura formale del libro corre su due piani: quello della storia narrata e quello dei capitoletti con il testo incolonnato; non sono versi, diciamo che è una prosa di carattere diverso, non narrativo ma piuttosto riflessivo-argomentativo, in cui il protagonista cerca di fissare le propri coordinate nel mondo, specula sui massimi sistemi e in cui – mi permetto di dire – l’autore fa coincidere la propria voce con quella del personaggio.

Giuliano Parenti, Per amore o per finta, pp.196, euro 12, Mauro Pagliai editore - www.mauropagliai.it.

"Vidocq, l’oscuro" di Luciano Luciani




Non pochi critici fanno risalire la nascita del moderno romanzo poliziesco alle memorie del francese Eugène-Francois Vidocq (Arras 1775–1857). Personaggio storico, fu prima giovanissimo delinquente, poi volontario nell’esercito borbonico, quindi, dopo due anni, di nuovo malavitoso specializzato nella difficile arte dell’evasione tutte le volte che veniva ristretto in cella. Divenne allora prima collaboratore di giustizia, informatore e spia, quindi poliziotto infiltrato in quegli ambienti criminali che conosceva alla perfezione. Furono decine e decine i malviventi mandati sul patibolo o al bagno penale da questo spietato ed efficientissimo poliziotto di nuovo tipo. Si deve a lui la nascita della celeberrima Sureté Nationale, la prima grande polizia del mondo moderno che anticipava Scotland Yard e il Federal Bureau of Investigation e i loro metodi. Tra il 1811 e il 1812 di fronte a una criminalità sempre più aggressiva e a una polizia inadeguata a combattere il crimine, l’allora prefetto di Parigi, Pasquier non esitò ad affidargli l’incarico di riorganizzare la polizia parigina.

E Vidocq operò, al solito, con grande spregiudicatezza arruolando nel nuovo corpo i suoi ex compagni di ribalderie, realizzando oltre ottocento arresti nel solo primo anno di attività con sistemi mutuati direttamente dal mondo criminale, facendo inorridire i cultori del diritto e i garantisti del tempo. Allontanato da questo incarico nel 1827, forse per rigettare le accuse di corruzione che gli venivano mosse da più parti, forse per denaro, iniziò a scrivere le sue Memorie, pubblicate in quattro libri negli anni 1828-1829: riottenuta la direzione della Sureté nel 1832, rimase alla testa della polizia parigina solo un anno a causa di uno scandalo che toccò un suo funzionario e che lo coinvolse.

Sensazionale fin da subito il successo delle Memorie di Vidocq. Più volte ristampate e tradotte in inglese ebbero come attento lettore anche Edgar Allan Poe che di lui scrisse:
“Vidocq era uomo di buon intuito, e grande perseveranza. Ma sprovvisto di un’intelligenza allenata, sbagliava continuamente, proprio a causa della eccessiva concentrazione con cui conduceva le indagini. Tenendo l’oggetto troppo accosto non riusciva a vedere con chiarezza. Magari riusciva a scorgere uno o due punti con chiarezza, ma inevitabilmente perdeva di vista l’insieme”.
Fitte di elementi romanzeschi le sue Memorie ispirarono Victor Hugo, che probabilmente modellò sullo avventuriero di Arras due celeberrimi personaggi dei Miserabili, Jean Valjean e l’ispettore Javert. Anche Vautrin, uno dei più famosi protagonisti della Commedia umana di Balzac, venne plasmato sugli esempi offerti dalla complicata esistenza di Vidocq.

Le sue pagine appartengono alla fase aurorale del romanzo poliziesco. Ancora oggi è difficile stabilire in quale misura le Memorie siano da attribuirsi al fondatore della Sureté e non invece a due gosth-writer, identificati in Emile Morice e Louis-Francois l’Héritier: non ancora romanzo poliziesco e controverso il suo valore come documento storico, le Memorie si possono definire un’ ”autobiografia romanzata” che illustra con ricchezza di particolari un metodo investigativo semplice ma di indubbia efficacia.

In occasione di un’indagine Vidocq mobilitava i suoi uomini, di solito ex criminali come lui e i suoi informatori. Lui stesso si travestiva da delinquente e si aggirava nei locali malfamati, dove conquistava le simpatie di ladri e assassini e li induceva a fidarsi di lui e a rivelargli indizi, che poi utilizzava nel corso delle sue inchieste.

L’attività investigativa di Vidocq si può ricondurre a due ruoli, quello dell’informatore e quello del detective, che sa mettere a frutto la sua profonda conoscenza del mondo criminale maturata nel corso della sua precedente “carriera”: per esempio, conosce l’argot, la lingua utilizzata sin dal secolo XVII da accattoni, imbroglioni, prostitute, assassini, costretti a nascondere alle orecchie indiscrete il senso dei loro discorsi. L’argot rappresenta un registro linguistico di natura criptica, decodificato dalla polizia francese nei primi anni dell’Ottocento e ammesso nella letteratura alta proprio attraverso le Memorie.

Ma questo particolarissimo poliziotto non è solo abile ed astuto e sa ricorrere in caso di necessità ad una vasta gamma di procedure non ortodosse. Egli, per esempio, provvedendo a schedare tutti gli arrestati per ritrovarli più facilmente in caso d’evasione, dimostra di apprezzare la sistematicità propria dei procedimenti scientifici: nel quarto volume delle Memorie, basandosi sulla propria esperienza, Vidocq realizza un’ampia ed articolata tassonomia, dividendo i criminali in tre categorie, ladri di professione, d’occasione e per necessità, ognuna dotata di classi e sottoclassi, ognuna identificabile attraverso particolari caratteristiche o comportamenti ricorrenti.

Nonostante le dimissioni, offerte al ministro dell’epoca, nel 1832, non fu facile per Vidocq liberarsi della sua storia e della sua fama. L’agenzia privata di investigazioni di da lui fondata suscitò le gelosie dei nuovi responsabili delle polizia parigina e, considerato il suo passato, non fu davvero difficile ai suoi avversari trascinarlo, ancora una volta, in tribunale. Condannato a cinque anni ricorse in appello e superò legalmente l’ultima difficile prova della sua vita, mentre i giornali dell’epoca ricevevano centinaia di lettere in favore di questo personaggio, tanto oscuro quanto popolare tra i suoi contemporanei.

Terminò la sua vita nel 1857, a più di ottant’anni, come piccolo imprenditore, gestendo una piccola azienda che produceva carta, un’altra attività in cui Vidocq amò circondarsi dei suoi compagni di un tempo: quegli ex carcerati che conosceva così bene per essere stato prima uno di loro, poi il loro più accanito persecutore.

26 agosto 2009

"Il canto del diavolo" di Walter Siti


di Emilio Michelotti


Dalla pubblica autoflagellazione alla custodia in teca dell’istinto trasgressivo, dall’esibizione oscena di una sessualità mortifera alla pacificazione col proprio daimon.
Walter Siti, non è inutile ricordarlo, è lo scrittore che suggerì la connessione sottile fra una notte d’orgia vissuta personalmente e la strage di Bologna, fra una vita senza regole e una società senza etica. La sua non era, in fondo, che l’estrema deriva di una “disperata vitalità”- con l’accento ormai posto sull’aggettivo -, mutuata dall’ultimo Pasolini, quello, per intenderci, della rivisitazione dell’inferno dantesco e, soprattutto, di Petrolio.

Folgorati da una metamorfosi mefistotelica ci si può così, in vecchiaia, scoprire “parte di una forza” costretta a “volere sempre il male” ma ad “operare sempre il bene”.
I Sette Emirati sono la via di damasco ideale per questa conversione: Dubai dal caos nutriente, assurda, demenziale nel suo sfarzo alla Disneyland, città digitale programmata da pazzi; Abu Dhabi più kitch ancora, torre di Babele di etnie che non si comprendono, magnete che attira gli affari del mondo.

Non manca nulla del fenotipo pasoliniano, rintracciabile sotto i monumenti alla Rolex e a Paperino: varie apocalissi culturali hanno lasciato il posto allo sbigottimento, a una gioventù finta, liberata di anima nonché di modelli positivi. Nessuno ha coscienza del risultato finale di quel che sta facendo. Perfino i cammelli sono inselvatichiti. La tradizione è un “rimasuglio puzzolente” e il viaggiatore è facile preda del mito orientale secondo cui tutto si può comprare, tutto è lecito. E inoltre della convinzione che ciò che sopravvive del passato non abbia più niente di pittoresco, ma sia invece riducibile a una pelle che sventola nel nulla, come se una bomba al neutrone l’avesse spazzato via.

Prove tecniche di solitudine. Disintossicamento dall’indifferenza. La felicità come depressione vista al contrario. Paesi intagliati nella stessa materia delle nostre paure. Senti che il mondo, per credere di sperimentare la felicità, deve ridursi alla parodia di se stesso.

Egocentrico e maniacale, questo racconto è un’ossessione camuffata da reportage di viaggio. L’abbrutimento, lo scivolare continuo sulla soglia del disumano, va di pari passo con una sempre più marcata ipocondria, e questa con la nostalgia, riscattante, di un amore omoerotico squinternato e fuori controllo, dal quale trabocca però una sublimazione perennemente in agguato, disarmante, castissima, indomabile. “Chi l’ha detto che la bellezza deve essere armonia, coerenza, originalità? Se fosse vero che è, invece, aumento di vitalità, non potrebbe annidarsi in uno shock disarmonico?

Una lingua innovativa, una grande capacità di affabulazione, una narrazione nella quale ti sorprendi a scoprire che fra l’infimo e il sublime non vi sono distanze, ma semmai identità. Che solo gli amori folli, disperati e perversi avvicinino davvero a Dio, come sfacciatamente sostiene Siti?

Walter Siti – Il canto del diavolo,247 pag.Rizzoli 2009. Euro 16.50.

17 agosto 2009

“Viola” di Elisabetta Salvatori


di Gianni Quilici

Dino Campana è il poeta dell'eccesso: esistenziale e immaginativo.
In lui la poesia non è soltanto vita, ma è anche e soprattutto vita.
Vita come sperimentazione del corpo, degli occhi, dei paesaggi.
Rappresentarla non è facile. Si rischia l'estetismo (l'idealizzazione in nome della Poesia) o la banalità della superficialità.

Non è casuale che ci abbia provato Elisabetta Salvatori. Non è casuale perché i suoi spettacoli hanno spesso come protagonisti i diversi. Diversi, perché portatori di una vocazione, di un destino, di un Daimon. Alcuni noti come Ligabue e Campana, altri semplicemente personaggi del popolo.

Di Campana Elisabetta Salvatori ricostruisce la tragedia. Dei genitori che non lo amano, lo osteggiano, che forse, soprattutto la madre, hanno quasi bisogno che lui sia pazzo.
Questo sicuramente è la causa essenziale della vita tragica di Campana, costretto a dubitare fin da piccolo di sé, rimasto sempre ai margini e finito, come sappiamo, nel manicomio di Castel Pulci.
Vita tragica, ma anche esaltante. L'esaltazione è nella libertà selvaggia, che lo fa viaggiare vagabondo per il mondo. L'esaltazione è nella poesia che vive e che rappresenta, poesia misconosciuta, ma che costituisce la sua unica, vera, grande carta d'identità. Quella che lo ha fattto ri-conoscere.

Questi due elementi di fondo, la tragedia e la poesia, percorrono “Viola” in tutto lo spettacolo.
E' questo è il primo merito della Salvatori-scrittrice, presente in tutta la sua opera. Dare voce a dei personaggi, che hanno una storia con radici familiari e ambientali. Rappresentare le cause non solo gli effetti; l'individualità, ma anche il mondo che l'ha segnata.

C'è poi la recitazione. In “Viola” la Salvatori interpreta tre voci-volti: la narratrice partecipe, che racconta, a volte commenta la vicenda; l'attrice, che diventa personaggio nei ragazzi che prendono in giro il poeta, nella ragazza del popolo che ammira le poesie da lui recitate, in Campana stesso; ed infine, sia all'inizio, quando spiega, perché questo titolo “Viola” che, alla fine, quando racconta la visita alla tomba del poeta, è lei stessa direttamente ad entrare in scena. Forse a sottolineare una adesione emotiva non soltanto intellettuale.

Avrei trovato forse ancora più efficace dare più spazio all'attrice, perché Campana, diversamente da Ligabue, ci ha lasciato l'eredità delle parole: oltre alle poesie, lettere, brani prosaici o di poesia in prosa.

Elisabetta Salvatori, invece, non recita Campana. Per scelta. Anche se non avrebbe avuto, credo, difficoltà ad inserire scorrevolmente suoi testi nella storia del poeta.
Ha fatto un'altra scelta. Canta “La speranza” “La chimera”... Canta, accompagnata da Matteo Ceramelli al violino e Fabrizio Calabresi al violoncello, le poesie di Campana, perché esse (alcune di esse) sono canti (orfici), che hanno una musica: ora languida, ora lampeggiante, ora allucinata...

Le musiche sottolineano alcuni passaggi. Calibrate. Trasportano verso l'alto e in profondità, fluide ma con un rapporto a volte aspro tra violino e violoncello.

Gli applausi convinti del pubblico sottolineano che Elisabetta Salvatori ha assolto il suo proposito: raccontare una vita, raccontare un poeta.


Viola. La vita di Dino Campana raccontata da Elisabetta Salvatori con Matteo Ceramelli al violino e Fabrizio Calabrese al violoncello. Ex Marmi, Pietrasanta. 13 agosto 2009.

"Storia naturale dei giganti" di Ermanno Cavazzoni


di Alessandro Trasciatti

Non è un libro per tutti (nessun libro è per tutti) Storia naturale dei giganti di Ermanno Cavazzoni, ma ha qualcosa di geniale.

Non si presenta come un romanzo né come una raccolta di racconti, ma come l'abbozzo, il manoscritto di un vero e proprio trattato di storia. Quella dei giganti, appunto, i giganti dei poemi cavallereschi quattro-cinquecenteschi, e ai poemi viene attribuita da Cavazzoni la stessa attendibilità di una cronaca o di un documento d'archivio. La finzione letteraria del passato assurge al rango di "verità" storica. Siamo di fronte, quindi, a un raffinatissimo e ponderoso divertissement, che ha qualcosa sia dell'etnologia fantastica sia della rigorosa antologia di letteratura. Sì, perché di tutti i giganti citati viene puntigliosamente ricordato il luogo letterario della loro apparizione, la fonte insomma, così che la letteratura cavalleresca si srotola di fronte al lettore fin nelle sue pieghe più recondite, nei suoi autori e nelle sue opere meno conosciute, tenendo sempre lo sguardo puntato sulla presenza dei giganti, figure che appaiono marginali e a cui, invece, nessun autore di poemi sembra saper rinunciare.

Di tanto in tanto, si fa sentire la voce dell'autore-ricercatore, sotto forma di notazioni diaristiche poetiche e desolanti intorno alla fatica dello studioso e ai suoi mali d'amore, incarnati dalla sfuggente signorina Guastavillani. La sfera intima del narratore si alterna al rigore della sua ricerca impervia e coscienziosa, una trama di ragno sul nulla, su quel mondo di nulla che è la letteratura.

Quando la passione amorosa prende il sopravvento sulla ricerca scientifica, la scrittura cambia passo, la voce si fa risentita e irresistibilmente comica, come nelle lunghe tirate contro Barbieri, l'inetto fidanzato della signorina Guastavillani. Altrove la voce rallenta, e il paragrafo si chiude con qualche sconsolata considerazione sull'esistenza, sulla solitudine.

L'inizio stesso del libro è desolato, poeticissimo e esilarante, è una Dedica futura che merita di essere riportata, almeno in parte: "Questo scritto, quando sarà perfezionato e pulito dalle note mie personali, voglio che sia dedicato a Monica Guastavillani, anche se da lei per la verità non ho avuto un aiuto, anzi, da lei ho sempre avuto un implicito ivito a lasciare perdere. I giganti non l'hanno mai interessata. Eppure sono stati una cosa gloriosa, a quanto dicono i poemi di cavalleria; una popolazione gloriosa di cui oggi poco si sa, purtroppo, dei loro usi, costumi, caratteri fisici, tendenze sessuali, sistemi riproduttivi, manie, sociologia; e poi decadenza e scomparsa; perché a questo mondo tutto finisce, Monica Guastavillani ad esempio con lei è finita, alla data attuale, e anche i giganti sono ad un certo punto finiti, poveretti, come sono finiti i mammuth, o come fra poco saranno finiti i gorilla del Kilimangiaro, i panda, la balenottera azzurra, la tigre della Tasmania. I giganti sono finiti per via della caccia spietata che hanno subito; e per via, io dico, del loro sistema riproduttivo male orientato, della attività sessuale sgonfia, imprecisa."

In questo inizio c'è tutto Cavazzoni, la sua voce, la sua tristezza impastata di euforia, la sua frase molle in cui si scivola dal rigore pseudo-scientifico all'imprecisione lirica del tema in classe, del pensiero a voce alta, e il discorso così va su e giù, tra massimi sistemi ("a questo mondo tutto finisce") e minimi collassi ("Monica Guastavillani ad esempio con lei è finita, alla data attuale") che ne sono la poco calzante dimostrazione, per poi infilzare come salsicce le parole, una dietro l'altra, perché Cavazzoni conosce bene il comico degli elenchi, il riso che nasce dagli accumuli, dalla sproporzione. E questo sui giganti è un libro sulla sproporzione.

Mi ricordo - vagamente devo dire - che qualcuno criticava il suo primo libro, Il poema del lunatici (1987), perché era bello, sì, ma troppo lungo. Ora, anche questa Storia naturale dei giganti non è che sia corto, sono 250 pagine molto fitte, e a un tratto mi sono chiesto anch'io se ci volessero davvero tutte. Poi mi è venuta in mente una scena del film Amadeus: qualcuno critica Mozart dopo un concerto perché nella sua sinfonia c'è qualcosa di...come dire..."Troppe note!". Al che Mozart, tagliente, chiede che gli vengano indicate quelle da togliere. Il critico ovviamente non sa che dire. Ovviamente neanch'io saprei che dire a proposito del libro di Cavazzoni, è un'impressione buttata lì senza pensarci troppo. Una certa dismisura è implicita nella sua scrittura e, del resto, proprio la letteratura cavalleresca trova nella sovrabbondanza inesauribile dei suoi episodi una delle sue ragioni di fascino. E forse è anche il retaggio di un certo sperimentalismo, di una certa poetica dell'oltranza (mi vengono in mente Queneau e soprattutto Perec). Cavazzoni non è certo estraneo a questi ambienti, anzi, è membro dell'Opificio di Letteratura Potenziale.

Ma poi davvero cosa depennare, l'Indice dei giganti citati, strepitosa parodia degli indici ragionati della saggistica? ("Amoroldo: non pensa niente e scalcia", "Antena: simile a un martello pneumatico", "Arcifanfano: scorreggia molto prima di essere castrato" ...e così via). O l'altro indice, quello delle opere citate, prezioso di indicazioni e di commenti autoriali? ("Ludovico Ariosto, Orlando furioso, 1516-1532; libro da venerare e tener sempre in tasca in edizione mignon - ad esempio Hoepli - perché mai fu scritto al mondo libro più eccelso ed aereo"; Cesare Lombroso, L'uomo delinquente, 1876; questo è un libro che può riuscir comico e fantasioso, quando si è di buon umore; altrimenti è il libro di un povero citrullo"...). Ovviamente no. Resta solo un'impressione vaga di ridondanza. Nient'altro. Nient'altro che un libro bello e singolare.


Ermanno Cavazzoni. Storia naturale dei giganti. Guanda 2007. Pag. 252. Euro 14.50.

14 agosto 2009

"Philo Vance, investigatore e superuomo" di Luciano Luciani



Il romanzo poliziesco made in Usa delle origini si ispirò più ai grandi modelli inglesi che all’americano Edgar Allan Poe. Nemo propheta in patria e, infatti, l’inventore del Cavalier Dupin era stato apprezzato più in Europa che negli Stati Uniti: gli americani non lo avevano percepito come un loro autore e i pionieri del genere l’avevano ben presto dimenticato per preferirgli i miti, i moduli, le convenzioni di Wilkie Collins, Conan Doyle, Richard Austin Freeman.

Una perdita di memoria e un complesso di inferiorità che pesarono per oltre mezzo secolo sulla produzione americana: lo conferma la scrittrice americana Anna Katharine Green (1846 – 1935) con il suo decoroso The Leavenworth Case: A Lawyer’s story, 1878, conosciuto in Italia, dove venne pubblicato agli esordi della mondadoriana collana dei “gialli” con il titolo Il mistero delle due cugine, 1929. Diligente ma prolissa descrittrice della psicologia dei personaggi, attenta ma convenzionale osservatrice degli ambienti e del costume della borghesia puritana, la Green ottenne negli Stati Uniti un grande successo di pubblico. Oggi, ce lo spieghiamo solo con la novità rappresentata dal suo poliziesco plasmato sui modelli dickensiani di moda in quegli anni in Gran Bretagna grazie ai lavori di Wilkie Collins, più “serio” e formalmente più curato, rispetto al melting pot costituito dalla letteratura popolare dei dime novel: opuscoli scritti in maniera sciatta, che contenevano una storia compiuta, a metà strada tra il racconto lungo e il romanzo breve, in vendita al contenutissimo prezzo di dieci centesimi, un dime, appunto e che proponevano tanto avventure western che celebravano i miti fondativi degli States banalizzando i temi della tradizione cooperiana, quanto racconti giudiziari e storie criminali. A Mistery Novel è il sottotitolo che la Green assegna a questo suo romanzo d’esordio, il cui successo sarà replicato cinque anni più tardi da un altro romanzo X.Y.Z. A detective story, 1883: due dizioni che saranno adottate d’ora in poi nei paesi di lingua inglese per definire un genere che sembra aver acquisito ormai una sempre più sicura coscienza della propria esistenza in quanto tale.

Pochi anni più tardi, fu tutta americana la fortuna di Arthur Conan Doyle: infatti, nel 1887 apparve sul “Beeton’s Christmas Annual for 1887” A study in scarlet, Uno studio in rosso, che l’anno dopo fu pubblicato in un volume autonomo. Scarsa l’attenzione del pubblico inglese, contraddetta di lì a un paio d’anni dai meno esigenti lettori americani che sancirono entusiasticamente il successo di The Sign of the Four, (Il segno dei quattro): una popolarità che tornò di nuovo in Inghilterra per poi dilagare nel resto d’Europa, in tutto il mondo e durare fino ai nostri giorni…

E dall’una all’altra sponda dell’Atlantico continuava a rimbalzare, acquisendo via via sempre nuove sfaccettature, particolari, tonalità la figura di un nuovo protagonista aristocratico per sangue o per denaro, snob, esteta e nietzschiano. Intorno all’ultimo prodotto di questa convenzione letteraria dura a morire, leggiamo quanto scrive Corrado Augias, lettore, scrittore e buon divulgatore delle problematiche relative al genere poliziesco:
“Nel 1923, quando aveva 35 anni Willard Huntington Wright (1888 – 1939) si ammalò di tubercolosi. Fino a quel momento era stato un brillante intellettuale nuovaiorchese, nativo di Charlottesville in Virginia e quindi ingentilito da un’aristocratica vena meridionale. Noto giornalista e critico d’arte, il giovane Wright aveva scritto per le migliori testate dell’Est e pubblicato, a 28 anni, un romanzo sperimentale (The man of promise) giudicato, almeno dalla critica, con grande favore.
Poi venne la Tbc e con la malattia la lettura, su ordine dei medici, solo romanzi “ameni”, vale a dire polizieschi. L’argomento lo appassionò al punto che Wright decise di scrivere una “storia” del giallo. Fortunatamente invece di un saggio scrisse un romanzo, La strana morte del signor Benson, che pubblicato nel 1926, segnò la prima uscita del detective Philo Vance e dello pseudonimo di S.S. Van Dine”.

Se Philo Vance non è il più originale dei protagonisti del genere - né il più simpatico, Raymond Chandler, non senza qualche ragione, lo definì “il personaggio più pomposo e balordo dell’intera narrativa poliziesca” - certo è il più colto: è un’autorità in materia di stampe cinesi e giapponesi, esperto di arazzi e ceramiche; collezionista di quadri e objets d’art che vanno da oriente a occidente, dall’antico al moderno, dai primitivi italiani a Cezanne e Matisse… Le sue raccolte avrebbero suscitato l’invidia di un eroe dannunziano. E’ anche straordinariamente colto: i corsi da lui frequentati comprendevano la storia delle religioni, la letteratura greca classica, biologia, educazione civica, e ancora economia politica, filosofia, antropologia, letteratura, psicologia teorica e sperimentale e lingue antiche e moderne… Scrive giustamente Augias che, al confronto della cultura di Vance, il mitico Sherlock Holmes fa la figura di uno studente di provincia. Elegante, insolitamente attraente, alto un metro e ottanta, aggraziato, capitano della squadra universitaria di scherma, eccellente giocatore di golf, nazionale di polo, gran viaggiatore, è il primo detective completamente americano nella storia del genere, anche se si ricollega alla ormai consolidata tradizione del detective-superuomo inaugurato da Poe con Dupin, riproposto da Matthew Shiel con il principe Zalesky e ribadito dallo scrittore Henry Cristopher Bailey con il suo Reggie Fortune, erudito, raffinato gourmet e gran conoscitore di vini francesi. Insomma, Philo Vance sembra tutto interno alle convenzioni ormai ben definite del genere: forse, però, come nota con grande acutezza Giuseppe Petronio nel suo fondamentale Sulle tracce del giallo, “dentro quella impalcatura da secondo Ottocento si muovono tante cose nuove e moderne, da Novecento”.

Lasciamo ancora la parola al grande critico italiano: “Il più innovatore, un rivoluzionario addirittura, è proprio quel Van Dine che in apparenza è il più legato al modello. Il suo Philo Vance è, se fosse possibile, più dandy di Sherlock Holmes; la sua spalla è più Watson dello stesso Watson; i suoi omicidi hanno luogo tutti in ambienti aristocratici o del bel mondo, i suoi assassini sono tutti colti e intelligenti; la sua concezione del delitto è ancora ottocentesca: intorno a lui infuria già il gangsterismo, a Chicago imperversa Al Capone, e lui sentenzia, sprezzante e nicciano che ‘il crimine non è un istinto di massa se non in tempo di guerra, quando diventa uno sport osceno. Il crimine… è un fatto personale, individuale’ ”.
Contrariamente all’apparenza, dunque, per Petronio i romanzi di Van Dine non rappresentano un’esperienza statica nella storia del poliziesco, un consolidamento un po’ ripetitivo di situazioni e personaggi, ma dinamica. I suoi libri costituiscono “una specie di manifesto… di una poetica e di una epistemologia antipositivistiche, di un rifiuto ragionato e sprezzante della detection fondata sulle certezze scientiste”. Il dandy newiorchese non ha nessuna fiducia, infatti, nella criminologia o nell’antropologia criminale; per lui le prove indiziarie - impronte digitali, informazioni sulle ceneri di tabacco lasciate sul luogo del delitto, conoscenza delle diverse qualità di fango rimaste attacate sulla suola delle scarpe, i materiali consueti di ogni buon detective da Sherlock Holmes in poi - sono del tutto inadeguate ed inaffidabili e ad esse vanno di gran lunga preferite le teorie psicologiche e le ipotesi, per così dire, estetiche. La natura umana non può essere ridotta ad una formula e “la verità è che l’uomo, come la vita, è infinitamente complesso. E’ astuto e ingannatore, allenato da secoli ai tiri più diabolici. E’ una creatura scaltra e meschina che, perfino nel normale corso della sua vana e idiota lotta per l’esistenza, mente istintivamente e deliberatamente novantanove volte su cento”. Per Philo Vance, in perenne polemica con il procuratore distrettuale John Markham e con tutti i poliziotti che lavorano diligentemente sulle prove indiziarie, “nessun criminale intelligente lascerà le sue impronte per i vostri compassi e nastri misuratori”. Il disprezzo per il valore conoscitivo dei fatti non potrebbe essere più totale: ad esso va sostituito la conoscenza dell’uomo perché ribadisce Vance “… ogni atto umano, grande o piccolo, è l’espressione diretta della personalità dell’uomo e porta l’inevitabile impronta della sua natura”: la stessa svalutazione del dato di fatto che proprio in quegli anni si poteva ritrovare in tutta la produzione del decadente Pirandello e che un quarto di secolo più tardi, all’indomani del secondo conflitto mondiale, diventerà la cifra dei polizieschi di Friedrich Durrenmatt.

Philo Vance avrebbe risolto casi misteriosi fino al 1939, anno della scomparsa del suo creatore: oggi, lo scrittore americano è ancora letto e ripubblicato, anche se nessuno scrittore di romanzi polizieschi si attiene più al suo doppio decalogo, ovvero Le 20 regole per il delitto d’autore (Twenty Rules for Writing Detective Stories) spiritosamente suggerite da S.S. Van Dine in un articolo apparso nel settembre 1928 su “American Magazine”. Ne riportiamo le prime sette in quanto hanno costituito e costituiscono ancora i confini e i criteri a cui si attengono i cultori - scrittori e lettori, ancora peraltro molto numerosi - del cosiddetto “poliziesco classico” :

1.Il lettore deve avere le stesse possibilità di risolvere il mistero che ha l’investigatore. Ogni indizio e ogni traccia debbono essere accuratamente descritti ed annotati.
2.Il lettore non deve essere oggetto di trucchi e raggiri diversi da quelli che il criminale usa legittimamente nei riguardi dell’investigatore.
3.Le storie d’amore non devono essere troppo appassionanti: lo scopo è quello di condurre un criminale davanti ai giudici, non due innamorati davanti a un prete.
4.Il colpevole non deve mai essere né l’investigatore né uno dei poliziotti ufficiali…
5.Bisogna arrivare a smascherare il colpevole attraverso deduzioni logiche, non per coincidenze o per caso, o per una confessione non motivata…
6.In ogni romanzo poliziesco deve esserci un poliziotto e un poliziotto è tale in quanto indaga e deduce. Suo compito è di raccogliere indizi che permettano la cattura del criminale colpevole…
7.In ogni romanzo poliziesco deve esserci almeno un morto che più è morto, meglio è…

E così via… investigando.

10 agosto 2009

"Vite di corsa" di Zygmunt Bauman


di Gianni Quilici

Ho scoperto tardi e casualmente in un dibattito pubblico la “società liquida” di Bauman.
Merito di Rina Gagliardi, allora senatrice di Rifondazione Comunista, che lo citò.
Mi colpì, perchè “società liquida” è una metafora che si adatta bene ai tempi che corriamo.
Così ho iniziato a comprare e a leggiucchiare i libri e gli articoli (su Repubblica delle donne) di Bauman.

Il primo libro che ho letto interamente è questo, Vite di corsa, una lezione magistrale tenuta, da Bauman, a Bologna.

La prima impressione: difficoltà ad appassionarmi, nonostante il tono discorsivo, per un linguaggio specialista, da studioso, in questo caso, sociologico. Non sarà sempre e con tutti così. Ma le esemplificazioni, le citazioni, quel particolare tipo di citazioni con definizioni o statistiche, allentano forse la tensione speculativa, la consequenzialità del ragionamento, a volte forse la perdono, facilitano la ripetizione dei concetti.

Quindi: se per un verso ho trovato osservazioni giuste, condivisibili, penetranti; per un altro la lettura non mi ha appassionato, tendeva ad annoiarmi. Diversamente da un altro studioso come Hillman [mi sono trovato, più o meno, contemporaneamente a leggere “Cent'anni di psicoanalisi”, lettere e incontri del filosofo-psicoanalista con lo scrittore e giornalista Michael Ventura], in cui, pur nella vastità di riferimenti culturali, si avverte che le argomentazioni puntano dritte “all'anima”. C'è quello, per fare un'associazione ardita, che Roland Barthes chiama “punctum”.

Detto questo, la più profonda impressione è che Bauman sia un sociologo assolutamente da leggere, per chi, oggi, voglia capire e, eventualmente, trasformare questa società agonizzante che ci ospita.

Tuttavia non è facile, anzi impossibile, raccogliere in sintesi il suo ragionamento.
Il tema centrale di questa lezione è forse la velocità non a caso presente nel titolo stesso del libro.

La velocità in un processo produttivo, che sforna continuamente nuovi oggetti, li rende desiderabili, richiedendo quindi al consumatore, se vuole “essere” all'altezza dei tempi, un continuo adeguatamento al loro mutare.
La velocità altrettanto rapida nel consumo (comprare-consumare-gettare).
Una strumentazione pubblicitaria che mira al consenso (approvazione ed inclusione come status symbol, ogni volta da rinnovare), agendo sui processi più intimi dell'identità.

Le conseguenze sulle strutture psicologiche sono “sottilmente” devastanti: cultura del presente-tirannia dell'istante, cancellazione del passato. Il tempo non è più né ciclico, né lineare, come accadeva nella società contadina e industriale, ma diventa puntillistico, frammentato, cioè, in una moltitudine di particelle separate con la facile conseguenza che i frammenti prendano il sopravvento e che diventi sempre più difficile creare narrazioni, ordini, gerarchie e sequenze evolutive.

E' questo il punto più interessante: il rapporto tra consumo, desideri e psicologie, perché è questo che ha prodotto e produce un mutamento radicale delle classi sociali, anche delle più povere.
Perché è mutata e muta la disposizione psicologica ( percezione, concentrazione), l'utilizzo del pensiero (assimilazione, elaborazione, sistemazione) in una struttura complessiva dell'esistenza, in cui compiti, responsabilità, ritmi per la loro frammentazione, forza, pesantezza, precarietà, seduzione si fanno sempre più difficili da seguire, controllare, scegliere.
Bauman, e non è il solo, ci avverte con un'analisi puntigliosa: la nostra identità di persone è pesantemente a rischio, perchè può essere, dall'alto, “assembleata e disassembleata in modo intermittente e sempre nuovo”.

Per questo, conclude Bauman “abbiamo bisogno dell'educazione permanente per avere la possibilità di scegliere. Ma ne abbiamo ancora più bisogno per salvaguardare le condizioni che rendono le scelte accessibili e alla nostra portata”.

Ma quale educazione permanente oggi è possibile che non sia anche lotta politica? E quale lotta politica oggi può avere successo se non recupera creativamente le analisi che Bauman ed altri (la scuola di Francoforte, Eriksen, Jameson, Lyotard, Sartre, Hillman, il Pasolini luterano, nonché scrittori e registi) dedicano alla società postmoderna e al mutamento corpo-anima dell'essere contemporaneo?

Zygmunt Bauman. Vite di corsa. Traduzione di Daniele Francesconi. Il Mulino. Pag. 102. Euro 10.

09 agosto 2009

"Finalmente ti scrivo" di Carmen Llera Moravia


di Gianni Quilici

C'è una ragione “forte” per leggere questa esile “testimonianza”. La ragione è Alberto Moravia: per le sue lettere, ma anche per il modo con cui Carmen Llera Moravia le ha inserito nel libro.

Finalmente ti scrivo è un colloquio tra Carmen Llera, la giovane moglie, e il romanziere, che prende spunto da un centinaio di lettere che Moravia le ha scritto “lettere d'amore tenere o disperate lucide intelligenti vitali generose comiche” che lei distruggerà, perché sono solo per lei, “il pubblico ne farà a meno”. Con parti di queste lettere Carmen Llera dialoga nel corso del libro; sette, autografe, che inserisce una all'inizio, le altre alla fine.

Prendiamo la prima:
“Cara Carmen
Tutto sarebbe semplice se
io non ti amassi. Siccome
ti amo e l'amore è già
di per se stesso complicato,
tutto è invece orribilmente
complesso e angoscioso.”

Queste lettere hanno insieme la lucidità “estrema” di Moravia e il dolore, spesso, di non “raggiungerla”, di non trovare non dico amore, ma “incontro” con la determinazione di lasciarla comunque libera, di non ricattarla in ogni modo con stati d'animo. C'è qui la grandezza dell'intellettuale ed anche dell'uomo, che si mette accanto, né davanti, né dietro.

L'altro aspetto di interesse del libro è la figura di Carmen Llera, che sembra vivere in un vuoto continuo di noia, di disperazione, di inutile fuga da risultare infine misteriosa e indecifrabile, più coatta forse che libera.
Memorabile la lettera in cui Moravia, un po', la tratteggia.

“Cara Carmen
non so quello che ti succede né voglio saperlo tanto più che tu stessa non sembri saperlo.
Ma da qualche tempo hai preso la strada del nulla, come ti ho detto oggi per telefono. Da un nulla crei un nulla che però purtroppo ha effetti tutt'altro che inconsistenti.
Sono convinto che in questo nulla che vai creando, io non c'entro, è il caso proprio di dirlo, proprio nulla. Non sarebbe la prima volta che fatti a me estranei e soltanto tuoi intervengono nella nostra vita e nei nostri rapporti (....)”
In un'altra lettera scrive:
“Purtroppo tu continuerai a fare quello che hai sempre fatto: distruggere quello che c'è per correre dietro a quello che non c'è...”

Ed anche nel suo raccontare-raccontarsi Carmen Llera tale rimane. La sua scrittura asciutta a mo' di poesia in prosa è orizzontale e lapidaria. La differenza con Moravia è netta. In Alberto Moravia il fatto diventa subito “perché” e la risposta spesso un altro “perché” ancora, come una trivella, che ad ogni scavo trova nuove profondità. In Carmen Llera i fatti si susseguono ad altri fatti a rappresentare non sviluppo, interazione, sorprese, ma immobilità, noia, non senso, assurdo, perché non c'è altro, così è.

Carmen Llera Moravia. Finalmente ti scrivo. Romanzo Bompiani. Pag. 88. Euro 10.33.

07 agosto 2009

"Grigio" poesia di Michela Ladu


di Gianni Quilici

Grigio
Seguo con gli occhi voltati
i rintocchi d'un pendolo morto.
Sbottono la scarlatta vestaglia
floreale, ma il seno s'è diradato
aprendo alla luce d'un eden tagliente,
alla massima saturazione.
La testa mi cade come da burattino
e rotola e morta
si rifugia nella penombra che all'angolo freddo
regala il fantasma del pendolo grigio.
Michela Ladu


E' una poesia narrativa.
Leggiamola senza bisogno di comprenderla subito.
Colpisce la sua inusuale narratività: una donna e i rintocchi di un pendolo; una vestaglia che si apre e il seno che si dirada in una luce limpidissima; la testa che cade, rotola e si rifugia in un angolo freddo.

Poesia non realistica. Una sorta di incubo ad occhi aperti. Visionaria. Onirica. Allucinata. Edgar Allan Poe?

Ri-leggiamola. Tre attimi. Il tempo percepito come morto. La luce e la disintegrazione del corpo. La testa che si separa dal resto in una sorta di schizofrenia: muoio, ma mi vedo, contemplo la mia morte.

La domanda più radicale potrebbe essere. Dolore vero o dolore falso, cioè estetico?
La risposta la dà la poesia stessa.

Primo: nella sua “fattura”. “Grigio” è percorsa infatti da continui contrasti, da (improvvisi) ossimori: eden e tagliente, vestaglia scarlatta e floreale e seno diradato, massima saturazione della luce e angolo freddo in penombra.

Secondo: ha un montaggio musicale. Seguo (con gli occhi), sbottono (la scarlatta vestaglia) e poi bellissimo come stacco per la sua naturalezza radicale “La testa mi cade ...” con una similitudine visionaria molto efficace (“ come da burattino”)....

Infine e soprattutto questa poesia di disperazione e solitudine è scritta senza compiacimenti, in una specie di distaccato dolore come se la protagonista fosse al tempo stesso attrice e spettatrice. Non c'è quel compiacimento di chi vuole suggerirti “quanto soffro, come sono brava!”

Ma chi è Michela Ladu?
Michela Ladu non è lucchese, è sarda, è nata a Oristano e lì risiede. Non ha mai pubblicato poesie. Questa è una delle tante inedite. Le ho chiesto: “Presentati”. Ecco la sua risposta.

“Vorrei cominciare con una citazione, ma evito.
Ho 28 anni e non ho ancora un lavoro che mi permetta di mantenermi.
Sono laureata come la maggior parte degli ignoranti del Paese.
Amo la pittura ed Egon Schiele in particolare.
Sono lunatica, intransigente e vanitosa, ma i complessi di inferiorità complicano i miei tratti caratteriali.
Sono innamorata.
La poesia? E' soltanto una terapia.
Non vedo il mio futuro e odio tutto ciò che ha a che fare col consumismo.
Mi piace la lattuga dell'orto della mia migliore amica.
Amo viaggiare ma non me lo posso permettere.
Vorrei essere Tim Burton.
E questo è quanto.
Michela”

da "Arcipelago" n. 44

03 agosto 2009

"La lentezza" di Milan Kundera


di Emilio Michelotti

Vincent si porta le dita al naso, l’odore di femmina dopo l’amplesso gli fa scordare per un attimo la sua insaziabile sete di velocità.
Fermarsi, rimandare, ritardare, tenere sospesa più a lungo possibile l’eccitazione. C’è un ineffabile alone di sensualità che le donne custodiscono e riescono a calibrare con astuzia. Oltre questo nelle nostre vite non c’è che banalità, se le si guarda da un punto appena eccentrico; tale angolo prospettico ci può consentire di irridere loro e trattarle con i più esilaranti degli sberleffi. In fondo non meritano altro.

Alle due storie, lontanissime nel tempo ma non nello spazio, che Kundera sa intrecciare con il solito sarcasmo, al lettore salta subito agli occhi che se ne può aggiungere una terza. E’ quella che l’autore sperimenta con la moglie Vera, autentico campione di perspicace lentezza, accomunata alle altre donne del racconto da un’incrollabile fiducia nella necessità di assaporare con calma l’esistenza. Non così Immacolata, avida telecronista d’assalto, che ha più fretta e più palle di un uomo.

Accadde che, oltre duecento anni fa, uno scrittore noto come Vivant Denon dette vita al personaggio di Madame de T: gli intrighi di questa maschera di fine Settecento sembrano essere il modello, o forse meglio l’archetipo, dell’universale permanenza della capacità avvolgente della seduzione e dei tranelli femminili.

Come macchiette, marionette, pupi, ci affolliamo sul palcoscenico di una grottesca rappresentazione, ognuno occupato a scalzare l’altro, a ridicolizzarlo, a creare intorno a se stesso un’aura di esecranda sacralità. Si finisce così per prendere sul serio perfino i più buffoni di noi, coloro che riescono a vendere come intrigante e poetica l’immagine di una luna “buco di culo spalancato sull’universo”. Il disprezzo per gli altri è vissuto soggettivamente con la convinzione teologica di appartenere a una classe di eletti.

Nel tratto autoironico che sta dietro la caricatura di un intellettuale ceko, eroizzato senza meriti dalla stupidità del vecchio regime, Kundera cela il sospetto che tale tipologia sia da estendere erga omnes. Nel teatro dell’assurdo nel quale ci accalchiamo non c’è posto che per la corsa frenetica dell’esibizione. Eppure un odore ci può rimandare in modo del tutto involontario ad una inconsapevole appartenenza alla natura selvaggia, e quindi a una remota libertà. Può, come le nuvole in un famoso corto di Pasolini, riconnettere le tracce di umano che sono in noi al fluire impalpabile del respiro cosmico.

Milan Kundera – La lentezza – traduzione di Ena Marchi - Adelphi edizioni, 1999 e 2002

31 luglio 2009

"Immagini e parole" di Henri Cartier-Bresson


di Gianni Quilici

48 foto di Cartier-Bresson, ognuna commentata, a vario modo, da intellettuali siano essi scrittori, saggisti, pittori, registi, poeti, fotografi, storici... Alcuni nomi? Arthur Miller, Milan Kundera, Jim Jarmush, Ernst Gombrich, Robert Doisneau, Pierre Boulez, Leonardo Sciascia...

Da un libro di questo genere è possibile ricavare, oltre che la forza indimenticabile di certe foto cartier-bressoniane divenute parte dell'immaginario novecentesco, almeno due aspetti.

Il primo: i giudizi-impressioni su Cartier-Bresson.
Eccone una carrellata, una sorta di blog:
“...sono come una finestra aperta sul tempo... grande potere di penetrazione...” (Kobo Age) “...ogni immagine fotografata è rigorosamente definita nelle sue proporzioni, nella dinamica... (Avigdor Arikha) ...che lo vogliamo o no, diventiamo parte della fotografia. Siamo nella foto” (Eduardo Arroyo) “...concisione, economia e suggestione... grande compostezza ma un'efficacia che porta ad un fremito trattenuto ed altero” (Jean Daniel) “C'è la folgorazione dei predatori. Cartier-Bresson è l'argento vivo della coscienza” (Robert Delpire) “Rigore della composizione. Infallibilità dell'inquadratura” (RobertDeisneau) “Una immagineunica, statica, diventa un frammento rivelatore di una storia” (Jim Jarmush) “Henri è storico, moralista, poeta; insieme pittore e fotografo” (Lincoln Kirstein) “...il senso surrealista della sorpresa e il rigore plastico di derivazione cubista” (Jean Leymarie) “...è un 'mitoscopio' della vita quotidiana” (MATTA) “...ma tu non imponi l'immagine, la inviti a venire alla mente” (Jean-Pierre Montier) “...è un grafico, più esattamente un foto-grafico..” (Paul Virilio)

Il secondo, più difficile, da cogliere: il tipo di “sguardo” (anche di scrittura) che ogni “commentatore” posa sulle foto di Cartier-Bresson.
C'è l'impressione generale sull'opera, c'è una descrizione analitica della foto scelta, ci sono ragioni personali in cui i due sguardi (oggettivo e soggettivo) si confondono, ci sono le suggestioni pittoriche, fotografiche, cinematografiche; c'è uno sguardo di tipo filosofico, c'è la memoria storica...

E' un libro di lettura fotografica, di interpretazione, di confronti, di piacere visivo.

Il limite: la sua dimensione, che sacrifica la grandezza della foto ed un rapporto più contiguo tra parole e immagini.

Henri Cartier-Bresson. Immagini e parole". Contrasto. Pag. 141. Euro 28,00.

30 luglio 2009

"La stanza di Haar" di Luciano Fusi



di Luciano Luciani

Contorte, piegate secondo angoli inusuali, inarcate e tese al limite della indicibilità le parole dell’ultima raccolta poetica di Luciano Fusi, La stanza di Haar. A sancire un’esperienza emotiva e spirituale che, nel corso degli anni, non si è rasserenata in una quale che sia accettazione dell’esistente ma continua ad alimentarsi di un marcato senso di disagio esistenziale. Lo stesso provato, bruciante, sulla propria pelle dai personaggi che da sempre costituiscono i riferimenti umani, morali, artistici del poeta toscano: Dino Campana, Caravaggio, Vincent Van Gogh, Arthur Rimbaud, Carmelo Bene… Ognuno, a suo modo, estremo, folle, visionario e misteriosamente vocato a cogliere lo stato di grazia innocente e incontaminata di un’illuminazione originaria vibrante e sospesa.

La stessa che nasce dalle arcane alchimie della parola e/o del segno una volta che, liberate dalle loro specificità culturali e dai tratti intellettuali e storici, vengono finalmente colte per quello che sono: musica, forma, colore… E’ la stessa lunghezza d’onda dell’Autore che, esplicitando la propria poetica nell’ultima di copertina dichiara che “ogni parola usata nel volume è carica di un’emozione che non ha fine perché è inconsumabile come il mistero dell’arte e della vita in essa contenuta”.

Un programma perseguito con coerenza e assoluto rigore testo dopo testo, nei versi e nelle prose poetiche, tappe di un sofferto recupero memoriale dei tempi e degli eventi di un’infanzia tanto lontana nel passato quanto ricca dei prodigi naturali e delle scoperte sentimentali di un’epoca irripetibile, ingenua e insieme disincantata, tenera e feroce: “Le giornate crescevano sane nel tozzo del pane intinto e la somma dei beni di ognuno era feconda e sonante posizione degli occhi rotondi e lenti, fissi nell’attimo che non passava mai… Tutto si muoveva senza storia come una foto un po’ bruciata e miracolosamente conservata nel pigro delirio del tempo” (pp. 28/29): su questo scenario agisce e interagisce il Poeta nella sua prima giovinezza facendosi a fatica uomo “che adulto era chiamato a scegliere una direzione, una destinazione o tacita ammissione di non colpa davanti alla fine del sogno o più sogni cristallini nell’ottica deformata nella visione della vita.” (p.29)

Costante nei versi di Luciano Fusi la tensione verso la rappresentazione di una realtà, di una materia del mondo degradata o in via di corruzione: a questo mirano ora le improvvise, ricorrenti accensioni cromatiche di derivazione quasi espressionistica, ora la tenace ricerca di una marcata incisività dell’elemento lessicale, ora il vasto repertorio dei dati sensoriali profusi in abbondanza a ribadire e ricordare al Lettore che in fondo la poesia è pur sempre sangue e carne, vita fisica colta nella sua concreta tangibilità.

L’intera raccolta, a tutt’oggi, almeno secondo chi scrive, la prova più matura e convincente di questo poeta della Toscana interna, appare segnata da un senso diffuso di perdita e di scacco. Come scrive acutamente Fiorenza Ceragioli nella sua bella Introduzione, il mondo è “dolorosamente sentito come squallore in paesaggi degradati, velato dalla tristezza e segnato dal pianto degli umili”, quelli che nella lirica che significativamente chiude la silloge “feriti da un sogno che non è stato fecondato / ulcerato nella fame delle scurate sere / che svanite nella voce di gole anonime / attendono ancora il sole ed il seme di un dio minore.” (p. 43)

Uno stato d’animo che non si risolve, però, in un atteggiamento di resa o di ripiegamento interiore, di abbandono o revisione del proprio sistema d’idee. Lo slancio vitalistico che pervadeva la poesia di Fusi fin dagli esordi e ne costituiva, anzi, la novità e la forza non è venuto meno: sta solo facendo i conti con una più matura coscienza delle proprie e altrui opacità, delle proprie e altrui finitezze, delle complicatezze della storia.


Luciano Fusi, La stanza di Haar 1996 – 2004, Introduzione critica di Fiorenza Ceragioli, Felici editore, Pisa 2008, pp. 44, Euro 8,00

27 luglio 2009

"Il piacere di pensare" di James Hillman


di Gianni Quilici

Un libro da consigliare a chi si vuole avvicinare “più gradevolmente” ad un pensiero complesso e molto intrigante come quello di James Hillman.

Perché è un colloquio con una filologa e antichista: Silvia Ronckey, che interagisce davvero con Hillman, rilanciando le questioni.
Perché il libro è ben fatturato: dalla scelta dei caratteri al tipo di carta, dalla copertina alla disposizione delle note...
Perché, e sopratutto, per i temi che affronta, che ti costringono a metterti in discussione, in quanto Hillman ha un pensiero al tempo stesso concreto, profondo, dinamico, aperto.

I contenuti trattati sono diversi e qui non si può che richiamarli, schematizzandoli.
Proviamo a raccoglierne alcuni.

Primo: l'anima non è solo dentro di noi, ma anche fuori di noi. La psiche è tutt'intorno a noi. E ci parla attraverso metafore. Il giardino, per esempio, ci suggerisce metafore della nostra vita: la caduta delle foglie, lo schiudersi dei germogli, il movimento dell'acqua tra le rocce.

Secondo: l'anima parla anzitutto per immagini. I nostri sogni non dicono “paura” e “sesso”. Nei sogni incontriamo eventi ed immagini.. La psicologia deve essere prima di tutto uno studio dell'immaginazione. L'immaginazione è la base della psicologia.

Terzo: una teoria dell'educazione passa attraverso i piaceri del pensiero, la passione delle idee, l'erotismo della mente. Il pensiero è però anche duro lavoro. Piacere del rigore. Cercare di farsi strada sul pensiero della chiarezza. Correggersi. Cercare riferimenti, controllare, leggere anche libri difficili. Spesso invece l'educazione è basata sul divertimento, anziché sul piacere.

Quarto: l'origine dell'anima è misteriosa. Noi abbiamo dalla Storia dei miti. Tutte le nostre storie sono anche loro dei miti. Da qui la necessità di imparare il valore dei miti e di pensare miticamente. Di avvertire il senso di pressione che ci fa sentire spinti o chiamati ad andare oltre, a fare più di quanto il nostro sé umano vorrebbe.

Quinto: vivere nel tempo significa vivere dentro il presente, non l'istante segnato dall'orologio, ma l'interferire di molte possibilità in una scelta. Accogliere l'abbraccio del molteplice. Non dimenticare il passato, ma non nascondersi dietro di esso. Ci sono orrori commessi dai nostri governi, dalle nostre forze dell'ordine, dagli affaristi e dai banchieri, dagli scienziati nelle nostre società. Sono queste le nostre sfide etiche.

Sesto: occorre portare il fuoco dei nostri obiettivi sui principi della Bellezza e della Giustizia, perché altrimenti l'azione politica diventa povera, nichilista, cattiva e perfino diabolica.

Questi sono alcuni dei temi che attraversano la conversazione, ma ce ne sono altri: gli incontri, la sofferenza, la reminiscenza, il destino, la scrittura, la salute psichica, la depressione, la globalizzazione, la vecchiaia, Genova e l'11 settembre.

Ciò che emerge è un pensiero, in ultima analisi, politico, che serve oggi ad una Politica che voglia essere all'altezza dei Tempi. Un pensiero che vuole superare l'economicismo (sentire le finalità dell'esistenza in termini sopratutto economici), ponendo due valori, che attraversano l'economia, ma indirizzandola verso un orizzonte universale: la Giustizia e la Bellezza.


Ci sono (stati) nella politica italiana forze politiche e uomini politici, che tengono conto di queste tematiche? Sì ci sono (stati). Da Gramsci all'ingraismo, dal manifesto a Nichi Vendola. Il fatto che nessuno di questi sia riuscito a diventare maggioranza, ma quasi sempre una minoranza (esigua) della stessa sinistra è forse il punto non ineludibile a cui sarebbe necessario rispondere.

James Hillman. Il piacere di pensare. Conversazione con Silvia Ronchey. BUR Rizzoli. Pagine 171. Euro 7,00.

26 luglio 2009

“Satori a Parigi” di Jack Kerouac


di Gianni Quilici

Libro autobiografico di un viaggio di Jack Kerouac alla ricerca delle proprie radici: in Bretagna “per conoscere il suo vero nome vecchio di 3000 anni e rimasto immutato in tutto questo tempo”.
Un viaggio che inizia a Parigi per raggiungere poi Brest, in Bretagna.
Un viaggio scritto retroattivamente, quando lo scrittore si troverà di nuovo negli Stati Uniti.
Un viaggio, infine, che per Kerouac si trasforma in un “satori” ossia in un'illuminazione improvvisa che gli dà “una nuova immaginazione di sé per sette anni a venire”.

Illuminazione? Per la verità non mi pare di cogliere nel libro qualcosa che sia definibile “illuminazione” come “trasformazione”; ci colgo, invece “illuminazione” come fatti incancellabili, che si scolpiscono.
Un romanzo trasformativo dovrebbe contagiare anche il lettore, interagire con esso, “farlo muovere”; “Satori a Parigi” rappresenta una situazione, più o meno, statica. Nel viaggio si percepisce “solitudine”, in certi casi “isolamento”, che diventa “paura”; ed anche una certa atmosfera allucinata di chi, pur essendo uno scrittore con qualche notorietà, si muove come un individuo qualsiasi, in ambienti che spesso non conosce e non padroneggia. Ed è questo l'aspetto più vero e comunicativo del libro.

Ciò che tuttavia colpisce è lo stile.
Inizialmente nella libertà di non curare non solo la forma, ma neppure la storia, di non voler essere, in una parola, un letterato, che ha orrore di quella che potrebbe formalmente sembrare “sciatteria”. Lo scopo, scrive Kerouac, è raccontare una storia”per il gusto di un po' di compagnia, per comunicare il senso di religioso, del timore-amore reverenziale, sulla vita vera”.

C'è lo scrittore, ma lo scrittore in viaggio con il gusto di un picaresco in tempo di crisi, che rompe con le convenzioni della vita stessa e nel modo di trasmetterla, perché conserva (ora che scrive), lo stesso stile umorale con cui ha vissuto, cioè in stato di ebrezza alcolica, “fuori giro” e per questo adopera naturalmente vari registri espressivi: ironico e grottesco, sincero (fino alla spietatezza) e riflessivo, digressivo e forse inutilmente erudito, colloquiale e invettivo, asciutto e farraginoso, veloce e surreale.

Jack Keruoac. Satori a Parigi (Satori in Paris). Traduzione di Silvia Stefani. Oscar Mondadori.

25 luglio 2009

" Che cos'è la filosofica antica? " di Pierre Hadot


di Emilio Michelotti

Coerenza fra il dire e il fare, fra pensiero e azione, fra discorso e modo di vivere.
Alle origini della visione filosofica è ipotizzabile una scelta esistenziale, una “conversione” implicante una particolare rappresentazione di mondo, che il pensiero razionale ebbe il compito di giustificare.

E’ accaduto però che, dal Medioevo in poi, la filosofia è stata spesso considerata un’attività puramente teorica, una realtà esistente in sé e per sé. Per Hadot, imputabile di questo esito è il cristianesimo, che agì in maniera duplice.

Da un lato, già alla fine del I secolo e grazie all’ambiguità del termine Logos, Giovanni Evangelista presenta la parola col significato di Ragione-che-crea-il-mondo e, quindi, il cristianesimo come filosofia rivelata.

Le pratiche delle antiche scuole passano alla nuova religione: l’ascetismo, l’esame di coscienza come emersione della parte più elevata e profonda del sé, la meditazione di brevi sentenze sullo stile dei filosofi profani, in modo che “la ragione trionfi sulle passioni”, il distacco dalle cose inutili, fino a “desiderare che ciò che accade accada così come deve accadere”, secondo il detto di Epitteto.

L’ascesi è concepita spesso in modo platonico, come separazione dell’anima dal corpo. Philo-sophia continua a indicare un modo di vita, una trasformazione integrale, in un certo modo una separazione dal mondo. Come il seguace di Epicuro, il cristiano confesserà le sue colpe, talvolta seguirà la dieta vegetariana dei pitagorici, ricercando l’unione mistica con il Tutto.

Mi pare evidente – e molto interessante – il rovesciamento da parte di Hadot di tutta una tradizione che, da Origene a Simone Weil, legge il pensiero greco come collocabile nella categoria delle intuizioni precristiane, come anticipazione di un modello di vita (per Agostino, Platone e Cristo coincidono).

Al contrario, in Hadot, il cristianesimo originario sembra sì visto in continuità con il comportamento dei filosofi profani, ma come prosecuzione dell’ascetismo e misticismo pagani.

Per altro verso e fin dall’alto Medioevo, com’è universalmente noto, vasti settori del cristianesimo secolarizzato s’incaricarono di ridurre la filosofia al rango di ancella, o meglio schiava, della teologia, segnando il divorzio millenario fra vita e discorso.

Separati dai modi di vita che li ispiravano, l’aristotelismo ed anche il platonismo furono ridotti a semplice materiale concettuale, utilizzabile per le dispute teologiche “dai professori seduti in cattedra”.

E’ ciò che intende Hadot per “uso della filosofia come astrazione”.
Può essere di nuovo proponibile la concezione antica della filosofia – una pratica, una ascesi, una trasformazione di sé? Egli è convinto che “questi modelli corrispondano ad atteggiamenti permanenti, a una sorta di stoicismo universale”

Si può ancora “vedere l’universo con occhi nuovi, contemplare il mistero del nascere del mondo come lo si vedesse per la prima e l’ultima volta, prendere coscienza di noi stessi, reimparare il nostro essere e il nostro essere-insieme-all’altro. Spiccare il volo ogni giorno. Almeno per un attimo anche se breve, purché sia intenso”


Pierre Hadot – Che cos’è la filosofia antica? – traduz. Elena Giovanelli- Einaudi 1998

24 luglio 2009

"L’apparire dell'armonia" recensioni di Emilio Michelotti




Può una lettura coerente tenere assieme testi diversissimi per ispirazione e disciplina di riferimento? Forse sì, se chi legge va cercando la risposta a un quesito che sotterraneamente e in modo trasversale li percorre: l’esistente è il regno del caos o dell’armonia?

Si può, con una certa convinzione, sostenere che siamo all’inizio di uno dei grandi mutamenti nella percezione del mondo: non più la visione di un cosmo concepito come una macchina composta di mattoni elementari, ma un’idea di Universo come rete di rapporti impossibili da separare, come sistema vivente che si autoregola, dotato in ogni sua parte di capacità cognitiva. La mente, l’attività mentale, potrebbe essere immanente nella materia a tutti i livelli della vita.
Vista da questa nuova – ma antichissima – prospettiva “la cognizione non richiede necessariamente un cervello e un sistema nervoso” (1).

Mi pare, per grandi linee, l’ulteriore riproposizione, dopo quella rinascimentale e quella junghiana, della concezione pitagorica dell’anima mundi (comprensiva, unificante, nella quale tutte le componenti si incatenano). La matematizzazione e la geometrizzazione dell’Universo si connettono, come nel VI sec.ac, alla simbologia magica dei numeri e delle figure spaziali: triangolo, sfera, espressioni, equazioni, sono belli perché etici; l’omogeneo (come dichiara Platone nel Timeo) è da reputarsi infinitamente più bello del diseguale. “La storia del pensiero non offre maggior esempio di perseveranza altrettanto testarda della maledizione del cerchio, della quale si nutrì la mitologia sia della Scolastica che della scientia nova – Galileo compreso - il dogma del movimento dei pianeti circolare e stabile”.

La perfezione dei numeri fu però già nell’antichità incrinata dalla “scoperta dell’incommensurabilità”: l’ipotenusa di un triangolo rettangolo, avente i cateti uguali, non può essere rappresentata da nessun numero reale. La soluzione del teorema sarà un numero irrazionale, pari e dispari contemporaneamente, con una infinita serie di cifre dopo la virgola (2).

Già Aristotele cacciò irridendo “l’armonia celeste” dal palazzo della scienza, relegando Parmenide e la sua eternità increata nelle soffitte, e stabilendo il principio, rivelatosi disastroso, per cui ogni cosa ha il suo posto naturale nella gerarchia universale, perfezione immutabile nell’alto, dominio dell’effimero quaggiù.

Eppure, dopo un’immmensa deviazione, alla fine del XVI sec., un certo Keplero s’invaghì del sogno di Pitagora in modo per certi versi antitetico a quello fino allora dominante (il vero e il bello sono custoditi dal linguaggio dei numeri) e, “su quel fondamento di fantasia costruì il solido edificio della modernità”.

Si tratta forse “di uno dei più strani episodi della storia del pensiero, ed è un rimedio per coloro che nutrono la pia convinzione che la scienza sia governata più dalla logica che da follia, ossessioni irrazionali, fecondissimi errori”. Al punto che “è innegabile una fonte unica per il modo d’esperienza mistico e per quello scientifico”(3).

Keplero: “La geometria esisteva prima della Creazione, è co-eterna allo spirito di Dio” (Harmonices Mundi); “Le idee di quantità sono Dio stesso” (Mysterium Cosmographicum).

Gravitazione universale, Campi elettromagnetici, Big bang, Meccanica quantistica, teorie delle Stringhe del Tutto del Caos, Multiversi, materia ed energia oscure. Nella rassicurazione e nell’ipnosi di queste parole si nasconderanno per caso antichi concetti metafisici?

1)- Fritjof Capra – La scienza universale- Rizzoli BUR 2009
2)- Kitty Ferguson – La musica di Pitagora- Longanesi 2009
3)- Arthur Koestler – Sonnambuli- Jaca Book 1982

08 luglio 2009

“Il responsabile delle risorse umane” di Abraham B. Yehoshua


di Gianni Quilici

Ci sono romanzi che sono grandi avventure.
Pensi: chi l'ha scritto non ha semplicemente scritto, ma ha immaginato, sofferto, gioito, desiderato, viaggiato fuori e dentro di sé, un sé multiplo di tanti e tante.
Ed allora senti che il libro ha un peso ed una dilatazione nel tempo e nello spazio, che chi l'ha scritto ha vissuto almeno due volte: una, in qualche modo, vivendo; l'altra scrivendolo, perché nello scrivere ci può essere addirittura una espansione fantastica ed intellettuale più grande della vita quotidiana stessa.

Questa è la sensazione che mi ha lasciato “Il responsabile delle risorse umane” di Abraham B. Yehoshua.
La storia?
Un attentato nel cuore di Gerusalemme.
Tra le vittime una donna senza documenti.
Il cadavere resta nell'obitorio per una settimana.
Chi era Julia Regajev? Cosa era venuta a cercare da un paese lontano a Gerusalemme?
L'azienda per cui lavorava, che non si era accorta della sua assenza, viene accusata di “crudele mancanza di umanità” da un settimanale locale.
Il vecchio direttore dell'azienda vuole riparare, nel migliore modo possibile, questo torto. Tocca al “responsabile delle risorse umane”, divorziato da poco da una donna acidissima, a torto o a ragione, con in più una figlia che soffre questa situazione, mettersi in gioco più volte fino ad un finale sorprendente.

Nel romanzo ci sono tanti temi: la colpa e il desiderio di espiazione, la fatica ad uscire da sé e la fascinazione verso una donna sconosciuta, il viaggio come progressiva scoperta di una terra lontana e totalmente diversa e una serie di scelte sempre più radicali fino a quella finale imprevedibile e sovversiva, perché pone al centro un'altra logica, un modo diverso di guardare il mondo.

Yehoshua è un grande narratore di tipo analitico, moderno ed insieme antico.
Antico, perché interessato a costruire una storia con dei personaggi, a svilupparla con tutti gli ingredienti: narrazione in soggettiva e in oggettiva, spazi, tempi, dialoghi ecc.
Moderno, perché tutto è essenziale, niente è decorativo o semplicemente descrittivo; e perché introduce, in corsivo, altri sguardi, che, in certi casi, assumono una funzione “poetica” o quasi dichiaratamente “lirica”.

L'aspetto che a me pare notevole del romanzo è fornire ai personaggi una caratura psicologica così profonda, articolata e, alla fine, “alternativa” da far sortire da essi grandi temi, che diventano metafore morali e insieme anche politiche.

Prendiamo due personaggi.
Il responsabile delle risorse umane. Lo troviamo all'inizio scrupoloso, ma anche distratto; sensibile, ma anche insofferente; disponibile ma anche incattivito... in una parola “solo” e “chiuso”, separato a se stesso e al mondo. Ecco che quasi impercettibilmente si trasforma: incontra, scopre, è costretto, si domanda... fino a scelte improvvise, nette e radicali che cambiano il sé ed il suo punto di vista sul mondo.
E, come contraltare, un altro personaggio, Julia Regajev, la donna delle pulizie. All'inizio una delle tante vittime del terrorismo, acquista un ruolo via via sempre più centrale agli occhi del “responsabile”, perchè la scopre singolarmente bella e buona, colta e disponibile, coraggiosa e, suo malgrado, seducente. Eccola diventare sempre più una sorta di simbolo misterioso (si rifiuta di vederla) e irraggiungibile di estetica e di moralità, che ha una continuità sopratutto nel figlio, ma anche nella vecchia madre e, per certi versi, nel suo popolo.

La grandezza di Yehoshua è di riuscire a procedere su due binari interconnessi, che alla fine si incontrano: un estremo realismo attento ai dettagli, che, per sua forza e quindi dall'interno, diventa metafora.
Metafora universale: la necessità di andare fino in fondo nell'assumersi le proprie responsabilità; la scoperta, l'apertura, la fraternità come conseguenza.
Metafora più immediatamente storico-politica: la responsabilità che dovrebbero assumersi Israele e, più in generale, i paesi ricchi e potenti nei confronti dei paesi più deboli. Una responsabilità che è trasformazione completa dei ruoli.

Abraham Yehoshua. Il responsabile delle risorse umane. Passione in tre atti. Traduzione di Alessandra Shomroni. Einaudi. Pag. 258. Euro 17,00.


"Una poesia di Philip Larkin" di Emilio Michelotti














E dopo che hai percorso la tua mente intera,
Ciò che domini è chiaro come una bolla di carico
Nient’altro deve essere da te pensato
Esistente.
E con quale vantaggio?
Solo questo: per tempo
Individuare in parte l’impronta cieca
Che tutti i nostri atti recano, poterla ricondurre all’origine.
Ma confessare,
Nella verde sera in cui comincia la nostra morte,
Cosa essa era, è poca soddisfazione,
Giacché si applicò a un sol uomo una volta,
E quell’uomo muore.


Nei versi di Philip Larkin, citati da Richard Rorty (Contingency, irony and solidarity – trad. it: La filosofia dopo la filosofia, 1989), “morte” non è termine lugubre o consolatorio, non “significa” né “rappresenta”, evidenzia la contingenza senza aggettivi del mondo e dell’io, una finitezza chiara come una bolla di carico.

E’ paradossale: continuiamo a credere che le cause – le “verità” – siano scoperte e non inventate o costruite e rifiutiamo di leggere i salti rivoluzionari come ridescrizioni metaforiche. Solo i poeti (non gli scienziati, non i filosofi) possono rendersi conto fino in fondo di questo, perché provano a raccontare la loro origine con parole mai usate prima oppure con l’uso inconsueto di vecchie parole. Nuove forme linguistiche di vita eliminano le vecchie, individuando l’impronta cieca e la temporaneità di ogni visione.

L’idea che il mondo e l’io abbiano una “natura” già inscritta dentro di noi è una delle possibili narrazioni che, insieme alla credenza in una sempre maggior comprensione di come stanno le cose, è un residuo della concezione del cosmo come creazione finalizzata.

Abbandonare il feticismo dei fatti, ridefinire noi stessi percorrendo la mente intera per ricondurre tutto all’origine forse si può, partendo dalla convinzione che la poesia non possiede né crea: la sua presenza è una promessa che il pathos della provvisorietà non si interrompa – completarlo non si può, nessuno lo può – per fare in modo che ognuno di noi possa ridescriversi con parole che siano, almeno in parte, sue.

"L'infelicità perfetta" di Marco Ciaurro


Liliana Di Ponte

Che cos’hanno da spartire un intellettuale suicida perché non riesce più a scrivere e tre amici che si rivedono dopo anni e scoprono di non avere nulla da dirsi? E un uomo che assiste impotente ad un annegamento e una carpa asiatica che, disturbata dal rumore, salta fin sui battelli per mordere i viaggiatori? Che cosa accomuna la felicità di una bambina che finalmente può avere tutta per sé, in carcere, la madre prostituta e la delusione di un uomo che attraversa mezzo mondo per un appuntamento a cui l’amata non si presenta? Questi, e tanti altri personaggi, affollano la raccolta di racconti/flash di Marco Ciaurro, appena pubblicata.

Sono microstorie, apparentemente slegate tra loro, che fissano, con la velocità di uno scatto fotografico, frammenti di una realtà multiforme e in continuo movimento, osservata con uno sguardo disincantato e descritta con una scrittura asciutta ed incisiva. Storie di gente comune e di personaggi borderline, colti in quella sottile linea di confine tra ciò che è ormai passato e quanto ancora può succedere, ognuno perso in un sogno o in una disperazione, tutti in qualche modo consapevoli dell’”infelicità perfetta” della condizione umana.

Marco Ciaurro. L’infelicità perfetta, Società Editrice Fiorentina. Euro 10

05 luglio 2009

"Ricordi e commenti" di Igor' Stravinskij e Robert Craft


di Maddalena Ferrari

E' una serie di conversazioni tra Stravinskij e Robert Craft, direttore d'orchestra statunitense, che è stato amico e collaboratore del compositore e ha diretto spesso le sue opere. Tali conversazioni abbracciano tutta la vita di Stravinskij, dai ricordi russi alle “Prospettive di un ottuagenario”, come s'intitola l'ultimo capitolo,

Robert Craft fa domande precise e stringate, ma dà agio al suo interlocutore di rispondere a lungo e con libertà; quasi non interloquisce con lui, limitandosi a precisare in alcune note ciò a cui Stravinskij accenna; in certi casi, cultore dell'esattezza storica, ai limiti della pignoleria, corregge i dati forniti erroneamente all'artista; inoltre interviene personalmente come narratore per il periodo per il quale non dispone di “conversazioni”e lo fa con secchezza e precisione, in modo assolutamente anonimo.

Stravinskij si diffonde nelle sue risposte, collegando elementi narrativi con riflessioni sui personaggi che ha conosciuto (musicisti, scrittori, pittori, artisti e intellettuali in genere), sulle culture e sulle opere e naturalmente sulle composizioni musicali, sue e altrui.
E' singolare il fatto che parli poco di sé, dei fatti che riguardano la sua esistenza. Fanno eccezione gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza: i rapporti difficili con i familiari, genitori e fratelli; e poi Pietroburgo: le immagini, gli odori e soprattutto i rumori. E poi il periodo della morte della figlia, seguita, a breve distanza, da quella della prima moglie e poi anche da quella della madre: Stravinskij nota che davvero fu in grado di andare avanti solo componendo (la sinfonia in do, in cui peraltro afferma non esserci espressione dei suoi sentimenti di angoscia di quel periodo). Infine la vecchiaia, tempo di umiliazioni (“come la mia infanzia”) e di limitazioni, fisiche e mentali.

E singolare appare altresì che le grandi tragedie del “secolo breve” gli scivolino addosso, sembra, senza coinvolgerlo, anche se è costretto a farvi riferimento: le guerre, lo stalinismo, il nazismo, il fascismo (ha conosciuto di sfuggita Mussolini).

Ciò di cui a Stravinskij piace parlare sono soprattutto, come già accennato, gli intellettuali, gli artisti, non solo musicisti, che egli ha conosciuto nella sua lunga vita, e, al massimo grado, della musica, sua e degli altri compositori, del presente e del passato.
Dagli anni di Pietroburgo a quelli in Svizzera e in Francia, dal breve soggiorno in Italia a quello lunghissimo negli Stati Uniti, tutta o quasi l'intellighenzia tra fine '800 e buona parte del '900 ha avuto qualche rapporto con lui: e scorrono così i nomi di Proust, D'Annunzio, Cocteau, Céline, Majakovskij; Kandinskij, Giacometti, Rodin, Picasso; Rimskij-Korsakov, Debussy, Ravel, Satie, Puccini, Bartòk, Schönberg ...

Tra gli artisti, un ruolo di rilievo lo svolge l'impresario Djaghilev, il creatore dei “Ballet russes” e realizzatore di numerose messe in scena di opere di Stravinskij, il quale ne parla con ammirazione, ma anche con ironico distacco, in riferimento alle sue eccentricità e l'esibita omosessualità.

L' intellettuale più ammirato è Aldous Huxley, di cui il musicista ammira il “punto di vista” più vicino all'universalismo di chiunque altro egli conosca e tratteggia un ritratto affettuoso, altamente elogiativo, senza però rinunciare alla sua vena scherzosa

Tra i musicisti del suo tempo, Rimskij-Korsakov è il padre iniziatico, amato, ma a cui ci si ribella.

E Schönberg , nonostante le differenze teoriche ed estetiche, il genio riconosciuto.

Alla domanda di Craft se il xx secolo sia stato musicalmente fiorente, Stravinskij risponde con semplicità che “i voli più alti” e cioè la sua “Sagra della Primavera” (a proposito della quale tuttavia afferma di non essere tuttora soddisfatto di ogni sua parte) e “Pierrot lunaire” e “Gurre- Lieder” di Schönberg pensa che “reggano il confronto con grandi opere del passato”. E aggiunge: “ ...ma da nessun compositore del periodo moderno è sgorgato un fiume di musica paragonabile ai fiumi di Bach, Mozart e Beethoven.”

Degli autori del passato, “Monteverdi è il primo grande musicista a cui possiamo sentirci vicini”. Di Mozart, ama ascoltare più spesso di ogni altra creazione il “Flauto magico”, anzi, precisa, solo la musica dell'opera, che “accede a un'importanza indescrivibile nella coscienza umana”, per il suo significare il trionfo della Vita sulla Morte.

Ma il prediletto, sopratutto negli ultimi tempi, è Beethoven, meno perfetto di Bach e di Mozart, ma dal talento “più umano e comprensibile”. E di Beethoven l'artista analizza pezzi di partiture, esprimendo preferenze ed anche disamori, con energia, acutezza e fluidità.

Come fluido, semplice e leggero è il suo discorso sulla propria musica, di cui egli individua ascendenze e richiami, senza infingimenti, e pure difetti.
Craft gli rivolge domande precise sulle modalità di composizione delle sue opere e lui risponde con rigore e pazienza, fornendo una gran quantità di dati storico-autobiografici.

Riguardo al vero e proprio processo creativo, se il genio dell'arte rimane in fondo un mistero, come anche il rapporto tra commissione e invenzione, il compositore sa di dover seguire la logica del suo orecchio e mettersi a lavorare al piano per poter pensare, esplorando le possibilità, stabilendo rapporti melodici, armonici o ritmici. Non conosce il valore di ciò che compone, mentre lo compone. Ama tutte le sue creazionie e, come un padre, favorisce quelle più arretrate e mal formate; ma lo eccita soprattutto ciò che sta per comporre.

Stravinskij ha attraversato tutte le culture e le “mode” del '900, senza legarsi a nessuna, né fondandone di nuove; ha fagocitato tutto, rielaborandolo personalmente e originalmente, esplorando, le novità e ripercorrendo itinerari classici, con potenti invenzioni armoniche, timbriche e ritmiche spesso stupefacenti. Il testo ci dona un ritratto, che fa intravedere questa grandezza, ma che soprattutto ci permette di avvicinarci all'uomo, al suo ragionare di musica libero, senza schemi preordinati e purtuttavia con la perizia e la naturalezza di chi dalla musica è compenetrato profondamente.



Igor' Stravinskij e Robert Craft. Ricordi e commenti (Memories and Commentaries”). Traduzione di Franco Salvatorelli. Adelphi Edizioni. Pag. 414. Euro 36,00.

“Canto alla durata” di Peter Handke


di Gianni Quilici

Assolutamente da leggere per chi ama parole che, senza parere, ti entrano dentro.

Canto alla durata è infatti un libro inconsueto, che avviluppa in sé prosa-filosofia-poesia in una comunicazione che in ultima analisi è “poetica”.

Della prosa ha la colloquialità che non cerca la misura del verso in tutte le sue innumerevoli peculiarità, ma la trova semmai nella intensità e visionarietà della sua scansione.

Della filosofia ha la ricerca