22 settembre 2020

“Natalia” di Olivo Ghilarducci

 


di Marisa Cecchetti

                 E un romanzo d’amore e di dolore, Natalia, di Olivo Ghilarducci, sullo sfondo di una società che cambia sia dal punto di vista economico che sociale, ma carica ancora di squilibri nel rapporto tra classi.

               Lucca ne è coprotagonista e si apprezza la ricostruzione di scorci, il recupero di tradizioni e di una cultura cresciuta su rigide convenzioni, quando economia e cattolicesimo erano strettamente legate fino ad essere complici.

             Personalmente sento questa storia come una seconda puntata- quasi fossimo dentro una fiction- del primo romanzo di Olivo Ghilarducci, Le braccia la collo.  Si coglie lo sviluppo della contrastata storia d’amore di quei due giovani, Franco e Giuliana, protagonisti del romanzo precedente. Compare infatti ancora una volta la differenza di classe sociale  -siamo negli anni ’70 in una città estremamente conservatrice-  che fa da impedimento alla realizzazione di un amore.

            C'è ancora una famiglia della buona borghesia -quella che ha la solidità economica basata sui commerci e sull’artigianato che, in modo più o meno scoperto, ma sempre garbato, col ben noto garbo lucchese, dà un indirizzo ed una svolta alle decisioni ed alle scelte affettive della figlia.

              Lei, Natalia,  è ancora una volta una figlia debole, che non osa andare controcorrente, abituata ad una vita  di agi e senza rinunce, che alla fine sceglie la comodità che il buon livello sociale le può continuare ad offrire, rinunciando ad un amore  più profondo e vero verso un giovane di umile famiglia e di modeste prospettive di vita.

                     Ma è destinata a pentirsene. Questa donna  che appare vittima delle raffinata politica materna, è la ragione stessa del proprio male.

                 Si percepisce quasi una volontà punitrice dell’autore nel costruire il percorso della giovane, come a dire, ecco come va a finire la vita di una donna che ha rinunciato al suo grande amore, ecco le conseguenze della scelta di Giuliana allora, ed ora di Natalia.

             Amavi me ma non hai lottato per me, guarda quali possono essere le conseguenze. Ed ora il meschino abbandonato si chiama Renzo.

                   L’autore  tuttavia alla fine raccoglie e salva  Natalia dandole umanamente una possibilità di riscatto, quando da adulta scopre l’amore per il marito Dario, colui che ha sposato tra pianti di dolore.

                   Dario è la sua vittima, non è un traditore, anche se ha cercato una relazione consolatoria come conseguenza della freddezza della moglie nei suoi confronti.

                   Il romanzo, di agevole lettura,  ha voluto sintetizzare un periodo lungo, dalla nascita di Natalia alla sua età avanzata, e ciò ha costretto ad affrettare tanti passaggi ed a riassumere rapidamente la vita dei personaggi che le ruotano intorno.

                  Se il primo romanzo si connotava, accanto alla storia di un amore infelice, per il suo aspetto di ricostruzione storica del ’68, Natalia rimane  un romanzo d’amore.

 Olivo Ghilarducci Natalia, Tralerighe libri 2020, pag. 184, € 16,00

 

 

 

 

 

 

"Un ponte di libri" di Jella Lepman

 


L’autobiografia di Jella Lepman, instancabile organizzatrice di cultura

 

Libri e bambini per cambiare il mondo

 di Luciano Luciani

                    Tedesca di Stoccarda, dove nasce nel 1891, giornalista, scrittrice, Jella Lepman nel 1936, con i due figli, lascia la Germania dove, come ebrea le è impedito di lavorare. Dopo una breve sosta in un’Italia sempre più vicina a Hitler e al nazismo, Jella si stabilisce in Inghilterra. Con lo scoppio della guerra collabora con la BBC e l’American Broadcasting Station in Europe (ABSIE). Nel 1945 accetta di ritornare nella Germania devastata dal conflitto. C’è da ricostruire il suo Paese e le rovine non sono solo materiali, ma morali, culturali, psicologiche… In qualità di consulente pedagogico-culturale dell’esercito USA, Jella inizia ad occuparsi delle disastrose condizioni dell’infanzia tedesca. Sua intenzione è quella di creare per i bambini tedeschi un clima culturale agli antipodi di quello nazionalsocialista e, invece, ricco di valori quali l’accoglienza e la solidarietà, l’amicizia e la pace: questa la strada giusta per contrastare i danni provocati dal nazismo nella mentalità e nelle coscienze dei giovani e giovanissimi tedeschi. ”Poco a poco facciamo in modo di mettere questo mondo sottosopra nuovamente nel verso giusto, cominciando dai bambini. Mostreranno agli adulti la via da percorrere”: perché, sono parole sue, “tutti i bambini sono ugualmente innocenti” e “tutti i bambini hanno pari diritti”.

Per questa infaticabile organizzatrice di cultura “la letteratura può salvare vite”: da una tale idea forte nascerà nel 1946 la prima Mostra Internazionale di Letteratura per bambini. Un fatto ancor più straordinario se si considera che si trattava del primo evento culturale a carattere internazionale dell’immediato dopoguerra, mentre ancora agivano in Europa i veleni del nazifascismo, di un conflitto atroce appena terminato e la scia pestifera e contagiosa delle rappresaglie e delle vendette.
L'iniziativa, portata avanti con continuità, dà vita, a partire dal 1949 e con un fondo iniziale di oltre 8000 volumi, alla Internationalen Jugendbibliothek di Monaco, a tutt’oggi un punto di riferimento fondamentale per chiunque si occupi di editoria e letteratura per l’infanzia. Jella la dirigerà fino al 1957.

Al suo impegno indefesso in favore dell’infanzia si deve nel 1952 la Conferenza internazionale per promuovere la pace nel mondo attraverso un ponte di libri per l'infanzia: nasceva Ibby (International Board on Books for Young People) che oggi comprende più di settanta Paesi e ha lo scopo di promuovere la conoscenza del libro di qualità per i più giovani. Anche l’Italia ha la sua sede IBBY, a Bologna.

Nel 1956 la Lepman è tra i cofondatori del Premio Hans Cristian Andersen, una sorta di Nobel della letteratura per ragazzi.

Jella muore a Zurigo nel maggio 1970

 In occasione del cinquantesimo anniversario della sua scomparsa la benemerita casa editrice Sinnos, per la traduzione e la cura di Anna Patrucco Becchi, (Jella Lepman, Un ponte di libri, Sinnos Editore, 2018, pp. 208, euro 15,00) ha voluto riproporre al pubblico dei lettori italiani l’autobiografia di questa donna straordinaria convinta che in tempi difficili i bambini e i libri possano davvero cambiare il mondo. Dal profondo.

 


25 giugno 2020

"La falcata di Livio" di Luciano Luciani


 

Com'era fluida, composta, veloce la falcata di Livio Berruti in quel tardo pomeriggio del primo sabato del settembre '60!

Alto, elegante, leggero quel ragazzo di vent'anni, con larghi occhiali neri che gli coprivano il viso, ancora prima del colpo sparato dallo starter, con il linguaggio del corpo lasciava chiaramente intuire chi sarebbe stato il prossimo campione olimpico nella specialità dei 200 metri piani.

Una sicurezza che non era boria, non era arroganza, ma piena consapevolezza nei propri mezzi, maturata in ore e giorni di allenamenti, noiosi, ripetitivi, sempre uguali... La sua tranquillità, la certezza nella imminente vittoria trapelava dai gesti, pacati, rilassati con cui il “mio campione” prendeva posto nella buchetta di partenza.

Un falso via, poi quello giusto. E io lo sapevo, l'ho sempre saputo durante tutti quei 20'5 secondi in cui è durata la corsa, che se Livio avesse battuto i primatisti della distanza, l'inglese Radford e gli americani Norton e Johnson, allora anche i miei prossimi esami di riparazione, spalmati secondo un convulso calendario scritti-orali di lì a pochi giorni, non sarebbero potuti andare male.

Tra me e lui, tra la sua gara e la mia, tra il parterre dello stadio Olimpico e la mia stanzetta calda e sudata in un appartamento del quartiere Trieste-Salario c'era un nesso magico, un legame portentoso e stregato. Basso più che basso il volume del televisore, per dare a tutti l'impressione di essere alle prese coi misteri delle perifrastiche passive, ero invece totalmente immerso nei preparativi della partenza, nella tensione della gara, nella gioia della vittoria che era già tutta nello scatto della partenza.

Ed io ne ero perfettamente consapevole.

Negli anni successivi mi sono spesso interrogato, riproiettandomi quel film nella testa di adolescente o di adulto, magari già ampiamente adulto, la ragione di quella strana, intensa, piena felicità del momento.

In fondo cosa me ne importava? Spirito di appartenenza? Ma se non sono stato mai né un patriota, né un nazionalista! E neppure un tifoso particolarmente acceso per l'azzurro in nessuna specialità sportiva, a partire dal calcio. Forse era solo l'ammirazione incondizionata per una manifestazione in cui poteva dispiegarsi in tutta la sua pienezza l'armonia, l'equilibrio, l'euritmia? Che c'entrassero in qualche modo gli studi classici, le letture dell'Iliade e dell'Odissea e tutta quella lingua dei Romani antichi, tradotta per tre anni sia pure obtorto collo? Questo so: di un'occasione rara di allegra, pura, purissima esultanza e di come quelle immagini, le immagini di quella gara, abbiano costituito per anni, sino a oggi, spesso, i miei pensieri di fuga prima di addormentarmi. 

 

 

 

18 giugno 2020

"La strada, una famiglia, il mare" foto di Gianni Quilici

            

                                                     Foto Gianni Quilici
                   Suggestioni dall’incanto di una foto

di Silvia Chessa

La foto di Gianni Quilici, scattata a Koper (Slovenia), offre, come una scena teatrale, una impalcatura armonica e poetica notevole.

L’ambientazione è tripartita: nella prima fascia troviamo la strada. Essa inizia, dal basso, quasi diritta, (quivi il fotografo osservatore), e poi si incurva in un ampio e dolce tornante.

Nella seconda fascia abbiamo il mare, a destra, ed una famigliola formata, presumibilmente, da due genitori ed un bambino, fermi ad ammirare il tramonto, oppure sono in movimento, ma lentissimo, sulla battigia e vicino al mare, guardando davanti a sè.

Nella stessa fascia, ma a sinistra, corre la strada e, su essa, una sola macchina tipo decapottabile americana anni trenta, con le sue luci accese imbocca il tornante e viaggia in direzione del lato sinistro del fotografo.

Nella terza fascia, un cielo graziato da un tramonto eccezionale, di colori pastello e sfumature che lambiscono le tonalità del rosa, del viola, del lilla, fino al celeste pallido e al blu intenso, che poi si fonde con la linea netta del mare.

Il simbolismo estetico e concettuale è felicemente tutto presente: il gruppetto familiare è affiatato, il mare sereno, il cielo affascinante, il profilo montuoso a sinistra difende e incornicia il bello, mentre, in questa estasi quasi immobile, una sola macchina sembra accendersi e muoversi per garantire la dinamica del fotoritratto, che altrimenti parrebbe una cartolina finta.

Il terzetto familiare di padre madre e bambino è  allacciato in un geometrico allineamento col mare, anch’esso calmo fecondo e quieto, al punto che la linea delle braccia bambino, al centro dei due genitori, che lo tengono per mano, collima con la linea del mare in matematica e stupefacente perfezione.

Persino il profilo montuoso ed erboso a sinistra della inquadratura funge da cornice che protegge ed abbraccia ma offre altresì una curiosa somiglianza con il profilo di un orso, o leone gigante, che se ne stia seduto a contemplare il tramonto sul mare, a fauci spalancate. 

Nessuna stonatura o dissonanza in questo delicato ritratto paesaggistico e umano: ci si sente come di fronte ad un affresco dove i protagonisti sono parte della bellezza del tutto e, consapevoli e partecipi della fortuna di farne parte, gli conferiscono ampliamento e senso.

Il punto di osservazione del fotografo, infine, è da regista sentimentale ed attento: fermo ed accucciato in basso, esattamente alle spalle della famiglia, ha atteso il momento in cui tutto si disponesse (macchina, terzetto familiare, colori del cielo, linea del mare coincidente con la linea delle braccia del bambino) in una ricerca di sintesi simbolica e sintonia cosmica, testimone ispirato e benedetto dalla bellezza.

Gianni Quilici. Costa di Koper (Capodistria). Slovenia. 1987.

“Resurrezione di Cristo” di Piero della Francesca

di Simona Fazzi

Forse la magia, l'innamoramento, la meraviglia, scattano quando qualcosa, o qualcuno, riesce a rapirti e a riportarti in zone di te che avevi ignorato, dimenticato, solo presagito...È quello che è successo a me inaspettatamente quando mi son trovata davanti, tanti anni fa, a questo affresco.

Le figure di Piero sono sempre solide, solide e apparentemente silenziose come statue. L'atmosfera è sempre sospesa, la scena immobile e perché tutto possa cominciare a muoversi, ed ogni soggetto animato o inanimato riveli la sua voce, il suo buio, la sua luce, c'è bisogno di guardare attentamente e attendere. Prima o poi verrai assorbito.

Prendiamo per esempio, in questo affresco, la figura del Cristo: i suoi occhi tondi, quasi da pesce dopo un po' che li osservi diventano ipnotici, magnetici e ti conducono esattamente là dove essi sono stati e là dove adesso sono, in quella precisa dimensione.

Chi è quest'uomo che esce dal sepolcro? Più che un dio sembra un guerriero che è stato ferito ma che ha vinto la sua battaglia, anche se ne porta i segni sul corpo e sicuramente anche nell'animo. Non ha niente di glorioso, maestoso, esaltante, teatrale eppure la sua grandezza comincia ad arrivarti e ad invaderti piano piano...

È un uomo che ha fatto un lungo viaggio, un viaggio verticale, è un uomo che ha fatto un viaggio verticale, mentre compiva il viaggio orizzontale. Non è più semplicemente un uomo, è un uomo rinato, è un uomo diverso. È un uomo consapevole, adesso è un dio. E guarda come dormono i soldati a guardia del suo sepolcro! Guarda come sono armati, ma completamente ignari di tutto! Guarda come sono fragili nella loro ignoranza, nella loro cecità!

Sullo sfondo anche la natura rivela ciò che accade quando si vive in una dimensione o nell'altra, e questo particolare forse fa da specchio all'immagine principale e ne rafforza il messaggio: sullo stesso paesaggio ci sono due alberi, uno è vegeto e frondoso, l'altro completamente spoglio....E tanto altro...

 Piero della Francesca. Resurrezione di Cristo. Affresco e tempera, 1467 circa. Sansepolcro, Museo Civico.

 

17 giugno 2020

"Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli

di   Silvia Chessa

Tutto chiede salvezza”: un neo romanzo di formazione, oppure un romanzo sperimentale prosa-poetico ? Esistevano, un tempo, i romanzi detti di formazione ( o Bildungsroman).La buona notizia è che quella corrente letteraria non si è forse mestamente estinta.

Nel suddetto ciclo, (che racchiude grandi come Goethe, TolstojGeorge EliotDostoevskij ..fino a Thomas Mann) potrebbe a buon diritto annoverarsi il  libro di Daniele Mencarelli "Tutto chiede salvezza" (Premio Strega Giovani 2020).

Un’avventura traumatica e dolorosa porterà il protagonista, Daniele, a riconnettersi ad un livello più profondo e stabile alla bellezza della vita, passando attraverso un percorso di auto formazione e rinascita. Dalla malattia alla catarsi, dall’analfabetismo sentimentale alla ridefinizione del proprio corpo e del proprio io,  Daniele rifiorisce nella dimensione salvifica del confronto. Il confronto si configura, dapprima, come internamento e contiguità coatta con i corpi e le manifestazioni di dolore degli altri, ma si trasforma e diviene, poi, occasione di ripensare il proprio corpo e la propria storia alla luce delle vite altrui.

Il protagonista ne uscirà, pertanto, rinsaldato, nelle sue frustrazioni, dalla forza derivante dalle relazioni esterne e amicali.

La narrazione di questo calvario-catarsi è intrisa di poesia, ed è, altresì, un processo prettamente personale ed al contempo assolutamente universale.

Ciò dimostrandoci, di fatto, il valore salvifico non soltanto dell’amicizia  ma anche della scrittura e della poesia.

Il tema dell’inquietudine, o disturbo mentale-psicologico vanta, come noto, poeti e scrittori i quali hanno trasfuso in pagine i loro travagli più o meno incisivi ed eclatanti, ma comunque sempre peculiari alla loro scrittura, che se ne imbeve abbellendosi anche del dolore.

Alda Merini,  fra tutti, ha toccato con mano (e con penna vibrante e lirica) la violenza e le costrizioni alle quali anime sensibili ed esposte come la sua sono state, in passato, condannate all'insegna di una presunta normalità imposta a suon di trattamenti sanitari comparabili a vere e proprie sevizie e torture fisiche psichiche e mentali (inutili, come ovvio, sul profilo terapeutico, ed aggravanti rispetto alle pene già patite dai pazienti così detti pazzi).

Analogamente, sebbene con le ampie e dovute differenze, Daniele Mencarelli narra, nella sua prosa poetica, del percorso di Daniele Mencarelli (un io affermato prima e rinnegato poi con distacco ironico) dallo scoppio incontrollabile di violenza ai sette giorni di tso (trattamento sanitario obbligatorio), subìto intorno ai venti anni (nel 1994).

Quando Daniele era già, in nuce, il poeta che sarebbe diventato.

Alla storia del protagonista si intersecano quelle degli altri pazienti, affini nel sobbarcarsi le croci e le stimmate avute dalla nascita, acuite dalla propria sensibilità e dal cinismo ottuso del sistema sociale e sanitario.

Finché non interviene quella volontà di riscatto e di auto rigenerazione che permette alla propria debolezza di farsi qualità distintiva e punto di forza.

Come per Gadda, Goethe e per la Merini, la cognizione del dolore scava, nel romanzo di Mencarelli, un sentiero che ha dimensioni e caratteristiche proporzionali agli strumenti umani e letterari dell’uomo-scrittore, il quale, artigiano della sua dannazione ed auto salvazione, non potrà più esimersi, d’ora in avanti, di farsi partecipe e connesso al destino degli uomini tutti (“Homo sum, humani nihil a me alienum puto”).

Daniele Mencarelli. Tutto chiede salvezza. Mondadori.

"Nato il 6 gennaio 1950" di Enrico Giovannoni

di Luciano Luciani

                        Accade sempre più spesso che uomini e donne, di solito, ma non sempre, di “una certa età” – diciamo, per capirci, appartenenti alla generazione venuta al mondo negli anni dell’immediato dopoguerra – decidano di mettere mano alla penna e raccontarsi.

Qualcuno di loro lo fa servendosi ancora della carta e dell’inchiostro; i più, avvicinandosi con qualche timore e tremore al Pc e spinti dall’umanissimo bisogno di narrarsi, in breve tempo si fanno capaci di impadronirsi delle tecniche, segreti e malizie del word processor.

Ed è anche grazie al personal se la scrittura autobiografica, un tempo patrimonio di pochi, si è allargata, divenendo per un   numero sempre più largo di nostri contemporanei, l’occasione per mettere ordine nei ricordi, tentare di individuarne direzione e significato, contestualizzarli nel più ampio flusso della storia grande: un’operazione, ai nostri giorni, praticata da molti e favorita da decenni di scuola per tutti e di alfabetizzazione di massa.

E se queste memorie soggettive presentano di rado una qualche qualità letteraria, risultano, però, spesso ricchissime di importanti notazioni sociologiche, antropologiche, storiche, documentarie… E tante pagine, magari discutibili da un punto di vista formale ed estetico, ci forniscono una straordinaria messe di informazioni intorno a veri e propri “mondi scomparsi” non solo materialmente, ma anche moralmente: perché di questi sono venuti repentinamente a mancare valori e idealità, modi di pensare e comportamenti.

Stiamo parlando, tanto per intenderci, di un tema ricorrente in tante e tante memorie autobiografiche di testimoni delle profonde trasformazioni intervenute nella società italiana durante la seconda metà del secolo scorso: ovvero, il tramonto e la scomparsa della civiltà contadina.

Una tale estinzione, quale si è configurata in Toscana e segnatamente nelle campagne lucchesi, nel territorio di Capannori, uno dei Comuni rurali più vasti d’Italia, ce la racconta, un memorialista locale, Enrico Giovannoni, con il suo Nato il 6 gennaio 1950.

Condotta dall’Autore con toni talora forse eccessivamente accorati e nostalgici, in un continuo movimento narrativo tra ieri e oggi, questa rivisitazione di un passato in fondo recente parte da una lontana festa agostana nella frazione di San Ginese di Compito per illustrare con dovizia di particolari la storia di Enrico, quella dei componenti della sua famiglia e le vicende loro toccate nel corso di oltre di sessant’anni: una narrazione ininterrotta di volti, incontri, colloqui, ambienti, atmosfere. Dalla sfogliatura fatta a mano e collettivamente del granturco e dalla vendemmia di una volta, si passa, nel giro di pochi anni, ai primi insediamenti industriali. Tessile e calzaturiero soprattutto, piuttosto precari e avventurosi che, se arricchiscono velocemente alcuni, deludono molti, lasciando dietro di sé la scia di non poche frustrazioni e il sapore amaro della sconfitta sociale.

E mentre la famiglia conosce il suo naturale avvicendamento di matrimoni, la costituzione di nuovi nuclei, l’arrivo di un’altra nuova generazione di figli e la progressiva scomparsa degli anziani, tutt’intorno cambia addirittura il paesaggio che muta inesorabilmente da una terra umanizzata da secoli di fatiche in un’informe, ibrida periferia stranita di asfalto e cemento, non più campagna ma non ancora città.

Gli ingenui anni Cinquanta, poveri ma belli, giungono a una loro malinconica conclusione e intanto avanzano tempi nuovi segnati da un “buco etico” che ci appare sempre più incolmabile: in nome di un benessere più apparente che reale sono stati barattati i tempi lunghi e i valori forti della cultura contadina: il sentimento della famiglia, la solidarietà, il senso del sacro, la sobrietà come capacità e abitudine ad accontentarsi di poco, la consuetudine a lavorare con le mani …

Di questo “appena ieri” comune a tanti, scrive dal punto di vista degli “indigeni”, Enrico Giovannoni: non lo fa col distacco algido del sociologo, ma con una ricca, intensa e al tempo stesso semplice emotività, condividendo così le finalità dei migliori scrittori autobiografici: “lasciare a quelli che verranno una testimonianza diretta che ricordi le loro radici e gli antenati” per operare “un confronto fra il loro nuovo mondo moderno e il piccolo mondo antico”.

Enrico Giovannoni, Nato il 6 gennaio 1950, Centro Stampa Lucca, aprile 2018, pp. 152, sip

 

09 giugno 2020

"Padre Sergij" di Lev Tolstoj

 nota di Gianni Quilici

Racconto breve di Tolstoj, che segue l’arco di una vita, in modo sintetico ed essenziale. Ne è al centro Padre Sergio, un ambizioso e orgoglioso aristocratico il quale rinuncia a una brillante carriera per diventare monaco assumendo il nome religioso di Sergij e che cerca con tutto se stesso di raggiungere la perfezione, ossia di vivere secondo i dettami profondi del messaggio cristiano, fuori da desideri sessuali, da ambizioni mondane, da compiacimenti individualistici.

Ne consegue un contrasto lacerante e sempre irrisolto, mai padroneggiato o pacificato. Racconto ideologico?

No, nel senso che l’ideologia non condiziona, né determina soluzioni aprioristiche o comunque esterne alla rappresentazione della personalità del protagonista. Penso al bellissimo finale aperto, dove il proposito perfezionistico del protagonista continua fino all’ultimo respiro, senza grazie idealistiche, senza grigiori paternalistici. Da non perdere.

Da questo racconto il film Il sole anche di notte di Paolo e Vittorio Taviani                                                                                       giugno 1980.

Lev Tolstoj. Padre Sergij. Feltrinelli.

"Indagini parallele" di Beppe Calabretta


                                             Due nuove indagini per Bruno Carcade

 di Luciano Luciani

Il romanzo di indagine o poliziesco o giallo, come si ostinano a chiamarlo, unici al mondo, gli italiani, gode sempre di buona salute. Lo dimostra una letteratura che, anche rimanendo solo nel Bel Paese, si va facendo davvero sterminata.

Infatti, ai best seller di Carlotto, Lucarelli, Manzini, Simi, Robecchi, tanto per citare gli autori più noti e letti, e ai loro protagonisti, bisogna aggiungere non pochi eroi di fortunate fiction televisive che, sconosciuti o quasi sulla pagina scritta trovano sul piccolo schermo la loro occasione per un’improvvisa, imprevista notorietà.

Una pattuglia che poi diventa legione grazie ai numerosi “indagatori locali”, il cui agire investigativo prescinde dalla dimensione metropolitana e preferisce concentrarsi sulle dinamiche delle piccole città di provincia, che oggi pullulano di ispettori, private eye, ufficiali e sottufficiali della Benemerita, magistrati e giornalisti tutti impegnati nella lotta per la difesa della legalità e nel ristabilimento degli equilibri civili e umani infranti dal ricorso alla violenza e al male.

Si inserisce a pieno titolo in tale narrativa il personaggio seriale di Bruno Carcade, creato dalla fervida fantasia di Beppe Calabretta che fa della Toscana, e segnatamente di Lucca, lo scenario più adatto alle sue storie, personaggi e protagonisti. Così accade anche nel suo ultimo romanzo, Indagini parallele, appena pubblicato nella Collana Nero, per Tra le righe libri, dove la dimensione più raccolta della provincia non impedisce all’Autore di trattare temi tra i più spinosi della nostra contemporaneità: l’esistenza di poteri criminali ben annidati tra le stesse istituzioni; un’abitudine diffusa alla illegalità, fattasi ormai senso comune, che avvelena i settori più fragili della società sempre in bilico tra lecito e illecito; la presenza, per fortuna, di uomini e donne dello Stato onesti, leali, lungimiranti, che, senza apparire, svolgono un lavoro prezioso per la tenuta democratica per la nostra società.

È grazie a loro, alla loro intelligenza e al loro senso del dovere se due indagini parallele, appunto, perché non s’incroceranno – quasi – mai, riusciranno a trovare una soluzione positiva. E, dopo un’iniziale, tradizionale brancolare nel buoi da parte degli inquirenti, lo strappo inferto al tessuto civile, dagli operatori del malaffare sarà finalmente ricucito e i colpevoli assicurati alla giustizia. Ma non è stato facile, per niente. Complesse le indagini che portano Carcade a Firenze a misurarsi con una losca e inquietante “trama nera”, mentre Claudia Bellini, un personaggio progressivamente cresciuto nella penna dell’autore, sino a divenire oltre che commissario capo della Squadra Mobile lucchese la coprotagonista di queste Indagini parallele, se la deve vedere con un atroce delitto, i cui moventi portano lontano, addirittura nell’Africa tormentata dei nostri giorni.

Tagliato secondo i modi di una veloce sceneggiatura cinematografica, che del grande schermo riprende alcuni eccessi di speditezza e talune semplificazioni, il romanzo di Calabretta si legge volentieri e cattura l’attenzione del Lettore sino alle ultime pagine, quelle del disvelamento dei misteri e della punizione dei cattivi.

Non inganni, però, l’apparente, ottimistico happy end: se alcuni enigmi sono stati almeno in parte risolti, le ragioni remote del Male, dei suoi poteri e della sua pervasività rimangono oscuri e la sua forza appena scalfita. Ce n’è per un altro romanzo o forse due. Buona scrittura, Beppe Calabretta.


Beppe Calabretta, Indagini parallele, Collana Nero, edizioni Tra le righe libri, pp. 180, euro 15,00

 

07 giugno 2020

"A proposito di niente" di Woody Allen

 

di Carla Rosco

E’ un fiume in piena il racconto che Woody Allen fa della sua intensa e fortunata vita. Un talento precoce, riconosciuto sia in famiglia che a scuola. Da ragazzo si appassiona al cinema ed è affascinato dalle storie che si svolgono in attici dove dall’ascensore si entra direttamente nell’appartamento e dove uomini raffinati flirtano con donne bellissime.

Il ragazzo ce la farà a raggiungere quel mondo e a diventare regista, attore, scrittore; e riuscirà a imporre la propria libertà nel realizzare i film: precisa che, essendo indipendente dagli studios, ha impiegato 230 donne in ruoli di rilievo nelle troupe, oltre a montatrici e produttrici, tutte pagate esattamente come i loro corrispettivi maschili.

Allen ci racconta come nascono i suoi film, le persone, tantissime, che ha conosciuto e quelle con cui ha lavorato nella sua operosa carriera, quelle che ha amato.

Verso la fine del libro ci confessa che: “Ormai avrete capito che come regista sono un imperfezioni sta. Non ho la pazienza di girare e rigirare la stessa scena da più punti di vista, per quanto ciò possa essere prezioso in sede di montaggio … Fare film mi piace, ma non ho la dedizione di Spielberg e di Scorsese, per tacere di altri talenti”.

La gente gli chiede se ha mai paura di svegliarsi una mattina e di non essere più capace di far ridere, lui risponde che la comicità non è una cosa che si indossa come una camicia, o sei capace di far ridere , oppure no: “E forse non sono in grado di trasmutare la mia sofferenza in grande arte o in grande filosofia, ma sono capace di scrivere delle buone battute che per un attimo possono distrarre e arrecare un breve sollievo alle irresponsabili conseguenze del big bang”. I love Woody Allen.

                                       A PROPOSITO DI NIENTE

Titolo originale: A propos of Nothing. Autobiography.
Autore: Woody Allen
Editore: La nave di Teseo
Pagine: 400
Prezzo: 20, 90 euro

 

 

 

 

 

 

21 maggio 2020

"Dedica" di Pier Paolo Pasolini a " Poesie a Casarsa"

nota di Gianni Quilici

 Dedica.

    Fontana di aga dal me país.

    A no è aga pí fres-cia che tal me país.

    Fontana di rustic amòur.       

   Dedica.

 Fontana d'acqua.del mio paese.    

Non c'è acqua più fresca che nel mio paese.

Fontana di rustico amore.

            

Si noti la sobrietà estrema del linguaggio, la sapienza consapevolmente sottile del sentimento graduato, scandito in tre versi essenziali.

L’invocazione nuda nella sua semplicità informativa del primo verso

sale nel secondo, in una affermazione orgogliosa ed anche intima come movimento di appartenenza che va da dal me país” a tal me país

per chiudere  in una vibrazione di rustic amòur, dove l’amore verso la fontana si allarga con quell’aggettivo “rustico” a quella società contadina, che Pasolini amava per la sua contraddittoria, arcaica autenticità.

 Una poesia che si sottrae, sottrae parole, le lascia implicite, nella loro nuda sincerità-

 Pier Paolo Pasolini. da La nuova gioventù. Volume Primo,   Poesie a Casarsa  (1941-43). Einaudi 1975.