18 aprile 2019

"Massimo Bordin" a cura di Silvia Chessa



Della persona e della biografia di Massimo Bordin, (giornalista e storico, voce eminente di Radio Radicale, conduttore, fino allo scorso primo aprile, della rassegna “Stampa e regime”, attento osservatore e castigatore di quanto accadeva “dentro e fuori il Regime”, per usare un gergo radicale) in molti hanno già scritto bellissime parole e ricordi commossi, da quando ci ha raggiunti la notizia, tristissima, della sua dipartita. Essa addolora conoscenti e amici, ma anche numerosi altri estimatori, seppur fra le fila di differenti posizioni politiche ed ideologiche.
Per aggiungere qualcosa a quanto già detto sulla caratura umana e professionale di Bordin, non resta che lasciare spazio alle sue stesse parole (a seguito riportate) ed al ritratto che, con dichiarazioni autoironiche e preciso affondo, egli stesso è andato facendo di sé:
 “Sono romano, la scuola l'ho fatta male, direi che l'ho bazzicata più che frequentata. Quando andava bene passavo con il sei, se no ero bocciato. Elementari col fiocco e il grembiule alla Ugo Bartolini, medie alla Settembrini, poi semiconvittore al San Leone Magno, quindi all'Eur al liceo Vivona. Ogni tanto mi espellevano, spesso litigavo con i professori ed ero costretto a cambiare scuola. Nel 1965 avevo 14 anni e vagamente frequentato il Pci di via Tagliamento, leggevo "La sinistra", la rivista di Lucio Colletti, e vivevo con mia madre, Elisa, che si era separata e lavorava presso uno studio medico. Mio fratello Cristiano viveva con mio padre, Antonio che lavorava al ministero. Oggi abita a Verona dove ha una libreria antiquaria. Bordin è un cognome veneto, perché la famiglia di mio padre era del Delta Padano, provincia di Rovigo, contadini, commercianti di granaglie, acqua e pianura: sono luoghi mitici della cultura italiana, gente senza ombra. Divenni trotskista  prima ancora di diventare adulto. Io per la verità mi impegnavo con i libroni, ho letto persino Pietro Secchia, e collaboravo con "Praxis", la rivista di Mario Mineo, roba per palati fini. La letteratura invece non aveva gran seguito e ancora oggi, che pure la amo, preferisco la saggistica". "Nonostante la mia sveglia suoni alle 5, non riesco ad andare a letto presto. Sono alto 1,90, ma Pannella era più alto e fumava più di me, e ora anche io come già accadde a lui, fumo quasi solo sigari perché mi hanno trovato un blocco respiratorio. Garantismo, non violenza, diritto, libertà, anche quella di dire sciocchezze, battaglie perse, ma senza scioperi della fame e tanto meno della sete, in difesa di un bellissimo mondo che è sicuramente radicale e pannelliano, ma senza lo spiritualismo di Pannella, perché io sono razionale e non ho slanci ideali, mi piace la sintassi, la prosa più che la poesia, il liberalsocialismo, Calamandrei, Salvemini e anche Marx che è il mio primo amore."
( Il racconto in F. Merlo, Massimo Bordin, radicale libero,
 da Il Venerdì 1 febbraio 2019)

Ne emerge il quadro di un intellettuale elegante, lucido e razionale (tanto che per lui si è parlato di “socialismo scientifico”), nonché coltissimo (lettore onnivoro, le sue conoscenze enciclopediche  spaziavano dal cinema ai saggi, passando per il calcio).
Al tempo stesso egli appare capace di prendersi in giro ma mai di sottovalutare gli altri (lo si trovava puntualmente dalla parte delle minoranze e degli sfruttati, naufraghi o precari che fossero).

A conferma di tale genuina attenzione agli altri, valgano le parole di Adriano Sofri:
Come tanti altri (dovremmo radunarci tutti oggi simbolicamente, da qualunque parte proveniamo) quando improvvisamente volevo sapere qualcosa, e farmela spiegare, gli telefonavo: nemmeno una volta mi ha detto di chiamarlo in un altro momento, che aveva da fare. Aveva un daffare strepitoso.”

E davvero, rileggendo le analisi acute e i numerosi scritti di Bordin, si evidenzia quanto la sua perdita sia grave e profonda non solo per il mondo del giornalismo, ma per tutti noi in generale.
Da Massimo Bordin, quanti scrivono o ambiscono a farlo traggano una lezione di precisione e disciplina e di una forza ideologica mai disgiunta dall’autoironia.

05 aprile 2019

"Thérèse philosophe" attribuito a Denis Diderot


noterella di Gianni Quilici

Afferro tra le mani (ma senza bruciarmi) “ Thérèse philosophe” un romanzo erotico attribuito al grande romanziere e filosofo illuminista Denis Diderot.
L’inizio mi piace tra filosofia e erotismo, tra l’ingenuità della giovinetta e la perversione del Padre spirituale.
Lei dice:”Ah! Padre mio! Quale piacere mi rapisce! ….” “Cacciate, padre mio, cacciate tutte le cose impure che sono ancora dentro di me. Io vedo…gli…an…geli…spingete ancora…spingete…”
Lei è ingenua e fiduciosa e senza condizionamenti e anche per questo si prende tutto il piacere; lui ingenuo non lo è e forse si prende un piacere doppio: il suo e quello che suscita in lei.
Immagino un romanzo (o  un film) gioiosamente erotico. E’ possibile questo oggi mi chiedo?

Thérèse philosophe, anonimo, attribuito a Denis Diderot; prefazione di Riccardo Reim, Roma, Lucarini, 1991;

22 marzo 2019

"Viaggio a Genova" di Gianni Quilici



                                                                                foto Gianni Quilici

                                 Sul treno due donne, una di fronte all’altra, tra i 40 e i 50 anni trascorrono il tempo passando da una telefonata ad un’altra. Tra le due,  la più giovane è infaticabile . L’altra ha problemi: l’interlocutore non capisce, è costretta a ripetersi. “Hai capito, ora?” dice sommessamente e alla fine, stanca o vuota, stacca, chiude gli occhi e si appisola.
Il mio problema è che odo quasi tutto. Così tiro fuori il taccuino, dove ho scritto soltanto”Viareggio ore 10, 15 verso Genova” e per automatismo psicologico mi metto a trascrivere stralci di ciò che sento. “…finisco di lavorare alle sette, sette e mezzo, poi si va a mangiare da qualche parte, ora non saprei dove, si decide lì per lì… io stasera avrei voglia di pizza… dove si potrebbe andare? io intanto sento la Sandra se viene, però in quel ristorante dell’altra volta non ci vengo,  troppo lenti, troppo formalisti, pirìpì parapà pirì parapà, piuttosto ascolta, ascoltami! ….” L’altra  l’ho accanto,  sussurra : “…domattina  mi prendo la Barbara e la porto al parco giochi, quello di Sestri Levante, sì quello… c’è uno scivolo incredibile lungo cinque metri … ora siamo a Chiavari…. A Chiavari! hai capito a Chiavari! ”.  La più giovane, intanto, continua a sciorinare imperturbabile tutti gli appuntamenti che ha l’indomani come se ci avesse ragionato a lungo…  la voce è leggera, fluente, senza affanni, potrebbe continuare così fino in Svizzera, penso.   Mi sono portato due libri… volevo leggere e scrivere ancora non ci sono riuscito, non ci riuscirò.


                                          12. 10  Scendo a Genova Brignole. Lungo i portici nelle bancarelle vicino la stazione compro il mio primo libro: “Viaggi viaggetti” di Sandro Veronesi nuovo e a soli 3 euro, con una grafica adolescenziale che mi attira. Vedo viaggi in Perù e Santiago de Compostela, Serifos e Sardegna, New York e Amsterdam e così via, che possono diventare suggestioni per viaggi da fare. L’hotel è lo stesso da qualche anno. Gestori due fratelli 50enni, quasi calvi,  premurosi e chiacchieroni, di quelli che un discorso diventa una catena che porta lontano. L’hotel è situato in una piazza circolare, piazza Cristoforo Colombo, con portici e bancarelle di libri a metà prezzo così bene incellofanati, che è faticoso poi scartarli. Ne comprerò una decina lì e in altre bancarelle presenti nel centro storico: da Henrich Heine fino ad una lunga intervista  a Jung.


                                        15. 30 All’inizio di via Garibaldi, di cui Cesare Brandi scrisse “una strada che davvero non ha uguali al mondo” ecco il palazzo della Meridiana con le scale che salgono verso la parte collinare di Genova. Qui è aperta la mostra:”Caravaggio e i genovesi”. Di Caravaggio soltanto un quadro “Ecce Homo”  già visto nel Palazzo Bianco di via Garibaldi. Un quadro, di cui l’attribuzione è (quasi) certa, dopo che era rimasto ignorato in uno scantinato. Ed in effetti è un grande quadro, che nella mostra risalta magnificamente rispetto agli altri pittori (genovesi), che di Caravaggio  hanno subito, per ragioni diverse, l’influenza.
.I quadri sono sufficientemente pochi, le sale sono soltanto tre, si può sedere di fronte ad essi, condizione ideale per non rimanere soffocati dalla stanchezza, nonché  dal sovraffollamento visivo ed umano. Faccio un giro meditativo. Mi colpiscono i quadri di Luca Cambiaso, Gioacchino Assereto, Anton Maria Vasallo, Giovanni Battista Merano.
Ritorno su “Ecce Homo” e mi siedo. Lo osservo nei dettagli e, come succede spesso, anche l’insieme si allarga diventa più chiaro, più scolpito, più compreso.
Mi colpisce, come in qualsiasi pittura di Caravaggio, la grande professionalità nel disegno e nel colore. Squadro, per esempio, le mani di Ponzio Pilato, splendidamente lavorate così difficili a delineare nel loro movimento e intreccio,  oppure considero la fascia bianca intorno alla testa della guardia con tutte le pieghe che sfumano tra luce ed ombra. E però è una verosimiglianza  che ha un’anima profondamente sottile.
L’anima sono i tre personaggi, che sono anche tre tipologie psicologiche, ideologiche e politiche. Gesù Cristo , l’imputato e vittima, ma così immerso in se stesso da sembrare “altrove” con occhi abbassati che non guardano; la guardia, puro strumento del potere, che sembra che gli stia parlando, mentre lo sta coprendo con il manto purpureo, premuroso come se intuisse la sua grandezza; Pilato, il potere, che mostra con le mani Cristo catturato, mentre gli occhi sono rivolti con una contorsione del corpo verso il popolo (fuori quadro). Un volto eccezionalmente ben delineato con gli occhi incavati in tralice, le rughe incise dalla concentrazione.
Infine la scelta dei colori è vigorosamente simbolica nella contrapposizione fra il luminoso corpo indifeso di Cristo e la veste cupa di Pilato in un chiaroscuro che domina l’intero quadro.  


                                        17.30. Al cinema il film più appetibile è “La casa di Jack” di Lars Von Trier. E’ uno di quei film che ti lasciano titubante nel giudizio o semplicemente nell’impressione. Tre ore di un regista che fa cinema giocando tra lo spietatezza senza sangue e l’ironia spiazzante, mescolando il delitto come desiderio di fare arte con inserti di Glen Gould al piano, conversando  con una voce fuori campo, sorta di coscienza pungente, che si paleserà nella figura di Bruno Ganz-Virgilio e con il quale Jack scenderà poi all’inferno. E’ un film violento, che mi diverte, che mi sorprende, di un talento che fugge dai rituali, che però non mi “tocca”, se non cinematograficamente.


                                                                                                   foto Gianni Quilici
                               
                                   21.20 Una trattoria tra i carrugi del Centro  dove cenare è il piacere di soddisfare la fame con piatti casalinghi alla buona, un prezzo modesto, atmosfera calda, senza quel rumore assordante, che uccide la conversazione tranquilla.
Fuori nel labirinto dei carrugi giovani soprattutto nei bar, nelle pizzerie dentro e fuori. Nessuna nevrosi, ne’ tantomeno violenza in giro. Diversi gruppi di africani uomini e donne. La serata è dolce e sono carico del passato presente. 

Genova 1 marzo 2019

03 marzo 2019

"Sogni e altiforni. Piombino-Trani senza ritorno" di Gordiano Lupi e Cristina de Vita



di Stefano Tamburini

                     Sfogliando questo libro sembra quasi di sentirlo il profumo del tempo passato, l’odore della nostalgia, di quella sana, dolce nostalgia che fa bene al cuore. Quella che libera le menti verso i tempi andati e costruisce un gigantesco dribbling fra tanti amori perduti che in fondo non lo sono mai del tutto. Sono l’amore per una donna e quello per il calcio. 

                    Il protagonista è lo stesso di un altro fortunato libro di Gordiano Lupi, Calcio e acciaio, vincitore di diversi premi e segnalato anche al premio Strega, ambientato tra Piombino una cittadina della provincia toscana la cui vocazione è stata sempre legata agli altiforni e al declino dell’industria dell’acciaio e Trani, sul mar Adriatico, in Puglia a vocazione prettamente marittima. 

                     Una grande storia che si chiama vita, di un passato che ritorna senza in realtà mai essersene andato. C’era tanto amore in quel primo romanzo e ce n’è tanto anche in questo che Gordiano Lupi ha scritto a quattro mani con Cristina de Vita, regalandoci anche l’altra faccia di una medaglia ricca di passione e di nostalgia, l’altra faccia dell’amore. 

                     È una storia a tratti anche molto amara, con passaggi fatti di delusioni, di tristezze e di abulie che rendono ancora più vero tutto il vissuto che si respira pagina dopo pagina. Una bella storia, per niente scontata, che ha due punti di vista, che in qualche modo combaciano, rendono giustizia a un amore perduto che perduto non lo è mai stato fino in fondo. Ci sono tutte queste tensioni che si intrecciano una dopo l’altra e spesso anche tutte insieme in pagine che fanno sentire l’odore dei ricordi e anche il sapore della nostalgia, senza mai restarne ingabbiati. 

                   Una lettura intensa ed appassionante perché racconta emozioni senza invaderle e le fa vivere da dentro anche a chi si affaccia a questa storia, pagina dopo pagina. Gli autori restano sempre un passo indietro, con quel pizzico di pudore che finisce con il dare a ogni lettore lo spazio per una personale visione. La bellezza del romanzo che comincerete a leggere va oltre la storia che racconta: è la nostalgia che fa battere forte il cuore senza mai restare prigionieri del passato. Ed è l’atto d’amore più grande di questo romanzo. (tracce della introduzione)


Breve sinossi
                      nel romanzo vengono narrate le vicende di un uomo e di una donna che vivono in due città diverse: Piombino e Trani. Il protagonista maschile, Giovanni, è un ex grande calciatore, partito da una piccola cittadina di provincia per poi sfondare altrove. Alla fine rientrerà a casa per gli ultimi spiccioli di carriera e poi per allenare e soprattutto vivere con il suo carico di noia e di rimpianti. Rimpianti mai del tutto confessati, neanche a se stesso, completamente incapace, come è, di amare come vorrebbe.

Gordiano Lupi & Cristina de Vita
Sogni e altiforni - Piombino Trani senza ritorno
Acar Edizioni, Milano, 2018 – Euro 16,50 – Pag. 330

08 febbraio 2019

"Le onde" di Virginia Woolf


di Simona Fazzi
                        Ho finito di leggere Le onde.. Che dire? Per me è un'opera incredibile, diversa da tutti i libri che ho incontrato.
Virginia Woolf è  un'artista, una grande scrittrice. Ed è per questa diversità che il libro si presta  a essere letto almeno due volte.

                       La prima per riuscire ad orientarsi, per riuscire a riconoscere le voci e di conseguenza a mettere a fuoco i personaggi, per apprezzare la solida, perfetta, straordinaria struttura sopra la quale Virginia riesce a darci il senso di qualcosa di estremamente etereo, impalpabile, pulsante, ritmico, onde che si avvicinano e si allontanano da una riva, si accavallano e si fondono, il mutare continuo della luce e delle ombre, il canto della cose, la forza della natura, la sua corrente …

                      La seconda volta il romanzo va letto  senza troppe interruzioni, senza concentrarsi sui personaggi, sul senso, proprio come si ascolterebbe un'opera musicale, come si legge una poesia... Il tempo, il ritmo, la Vita sono forse in questo libro un teatro, o forse un anfiteatro, dove i riflettori sono puntati ora su un personaggio ora sull'altro, ma questi sei protagonisti non parlano ma pensano, riflettono, vedono, sentono...

. Virginia Woolf. Le onde. Einaudi

",

06 febbraio 2019

"La ballata dei Babbaluci" di Marco Fasciana





di Silvia Chessa

Un naufrago alla ricerca del passato e di se stesso; un guardiano del faro non vedente, metà ciclope metà filosofo; una regina inconquistabile, la quale, per una volta nella sua vita, verrà rifiutata; un compagno di avventure e peripezie che, come Virgilio, dispensa consigli e mette in guardia dai pericoli: questi i personaggi di un viaggio in dodici capitoli (uno per ogni mese, a partire da settembre) dello spettacolo (saggio di diploma del corso di regìa) «La Ballata dei Babbaluci» di Marco Fasciana, in scena al Teatro Studio Eleonora Duse, fino al 7 Febbraio 2019, a Roma.


In questa Odissea in salsa sicula, vivace e movimentata, il mare è ancora una volta elemento di accoglienza e pericolo; un mare che disorienta l'uomo, il protagonista, che passa da un lento vagare ad una vera e viva fuga in cerca del suo destino e della sua identità; che affonda fino al livello dei pesci - e infatti finisce per parlare con uno di loro in un surreale ma simpatico dialogo, dove, davvero, il pesciolino rosso dice cose sensate e sagge più del ragazzo, indicandogli che il suo posto è sulla terra, perché ogni creatura ha il suo posto.


Nell'accostare la regina, invece, l’uomo riceve un’ulteriore raccomandazione: quella di trovare “il coraggio di mostrarsi inadatti”, insomma la libertà di lasciarsi essere ed accettarsi per ciò che si è. Nello stesso confronto con la regina, il protagonista confessa di stare fuggendo da se stesso e dalla sua natura, che invece lo spingerebbe ad accontentarsi.



Il finale, lungi dal dare risposte e soluzioni, suggerisce di osservare la stessa natura dei “babbaluci” (le lumache, in dialetto siciliano) piccola stella cometa per orientarsi in questa vita. Ce ne sono di due tipi, quelli più lenti e quelli più avventurosi (per quanto possa essere avventurosa una lumaca) e, forse, potremmo anche ricondurre questo spettacolo ad un elogio della lentezza, mentre il viaggio ha per scopo l’affrancarsi da inutili sensi di colpa (le voci emesse dal registratore, sul finale), smettendo di punirsi e accettandosi per ciò che si è.


Da sottolineare la creatività e la padronanza nell'uso di tecniche ed allestimenti scenici originali e variegati (proiezioni video, effetti sonori, musica, marionette; persino una vasca da bagno sul palco …) e l’alta e sicura professionalità degli interpreti (Tommaso Capodanno, Luca Carbone, Maziar Firouzi, Giuseppe Lo Piccolo, Ada Nisticò).

«La Ballata dei Babbaluci» di Marco Fasciana,  al Teatro Studio Eleonora Duse, Roma , fino al 7 Febbraio 2019.

13 gennaio 2019

"Versi in viaggio" di Gianni Quilici



E si va    e si va    e si va    e si va    e si va …
di Giovanna Morelli

Presentare Gianni, il suo libro, Versi in Viaggio. Un libro che ha la coesione tematica di un canzoniere, e l’intensità  di un cantico creaturale. 17 viaggi in senso stretto  e 14 viaggi in senso lato. Cito dall’indice : Viaggi…

nella post adolescenza , dentro la scuola, nei linguaggi, sull’onda della musica, nel cinema, nei volti che fuggono, nella luce d’estate, nelle relazioni, nell’erotismo , nella società dolente, tra il cielo e la terra, verso l’essere e il nulla, nel mi piace, nel divenire… questo indice è in sé  una poesia.

La prima domanda : cosa collega, per Gianni,  il senso stretto e il senso lato di viaggio?  
Potremmo chiederglielo, ma già nelle poesie c’è la risposta.
Quello che Gianni va a incontrare, ogni volta,  in luoghi diversi del mondo, è sempre lo stesso paesaggio, a margine delle città. Un paesaggio  fatto di colline cielo nuvole erba sole luce e vento e alberi, quanti  pini cipressi olivi platani pioppi, e poi animali, gabbiani rondini grilli  formiche  cicale – ah le adorate cicale – e mucche  e cavalli e vecchi borghi  visti  quasi sempre  da lontano e rare presenze umane.
Questo lirismo, come ogni vero lirismo, è affacciato oltre sé, al punto da desiderare una trasmigrazione negli elementi ….
vorrei essere la luce  

Ah la luce…essere cielo e terra…
cielo nell’essere proteso verso l’alto. Terra nel divorare le radici delle cose  

diventare fiume 

e farmi stella  e chiedere allo spazio  nella notte alta e tersa  che i pensieri siano larghi e aperti

Il primo piano e il campo medio non chiudono in una prospettiva intimista, introducono alla panoramica. Una panoramica, se possibile, intimizzata. Dal paesaggio al Pianeta, quasi sempre con la P maiuscola, il prodigio maggiore di quelli incontrati da Gianni. Un Pianeta  antico,  e avvelenato  dagli  orrori  dell’inadeguatezza umana:
   
inadeguato alla coscienza terrestre
Possiamo sentirci anche così, nel momento in cui perdiamo il contatto con la sacralità in cui siamo immersi. Il contatto, la presenza. L’idea del viaggio, in Gianni, è proprio  questa disposizione dell’animo all’incontro, alla presenza , all’innamoramento. Le partenze di Gianni sono partenze geografiche reali,  riti di rinnovamento , e sono al tempo stesso  metafore  di un modo  di sentire. Il modo della poesia. Della poesia primordiale,  dal lirismo greco  agli haiku giapponesi:   l’essere presenti al mondo , al proprio corpo e all’anima. 
Poesia  insurrezionale, perché la  presenza  al mondo agli altri e a noi stessi oggi è indebolita come mai lo è stata nella storia, checché ne dicano i  nostri brillanti intellettuali di regime.  

sensazione spiacevole di doppio restringimento: di me  del mondo

Questo verso  coglie qualcosa di davvero importante : la simultaneità, il complementare restringimento (o allargamento) di sé e del mondo. Sta a noi. Sì, la vita può rispondere o meno, dipende da come la chiamiamo, da come siamo seduttivi nei suoi confronti , da come la guardiamo, la sollecitiamo, la esploriamo. Da come ci viaggiamo dentro.

fare poesia là dove c’è già poesia

La poesia è là, ma siamo noi a doverle dare voce. È in noi la bellezza, la forza del mondo.

 resistono ancora se li cerchi il silenzio la storia la natura

L’orrore  della storia  è ben conosciuto, ma si riesce ad amarla lo stesso, in quanto di più alto ci ha lasciato…

tutto ciò che di alto ci ha attraversato e ci attraversa

Così come troviamo anche l’anima, a cercarla.

 laddove nel profondo c’è (se si volesse) un’anima.

Quando si vuole, e si cerca, a volte capita che qualcosa ci risponda.

come ogni volta ritorno carico di passioni 

Passione : rivitalizzare la vita.

Vorrei rivitalizzare ogni anfratto di inerzia

 È la prima frase della raccolta.    

con il piacere soltanto d’essere vivi e nudi quasi

…. il desiderio di vivere ancora e ancora

Un esercizio  di sobrietà:

 sentirsi felici d’essere felici così di poco

Questo poco in realtà è moltissimo …

Mi piace affondare in un corpo che sente che io sento e che mi fa sentire che sente

Il viaggio da cui si torna carichi di passione  è anche, letteralmente, un NON viaggio. L’ultima poesia,  proprio l’ultima ,  l’ultimo viaggio  è :  LA CORTE, una poesia totalmente stanziale , il luogo domestico, il luogo di sempre. L’hortus conclusus dei monaci.

Vedo ora
ciò che poi non vedrò
la corte di sempre
le nuvole bianche e arruffate
il limone.
A lungo mi fisso
sui cento dettagli
che respirano
nella luce sottile
e non mi stanco mai
di renderli nuovi
ad un nuovo sentire.  

Dunque questo è Viaggiare:

renderli nuovi
ad un nuovo sentire 

Una poesia intitolata proprio VIAGGIARE  lo ribadisce :

dettagli assorbiti  e che talvolta per incanto quasi prendono forma e  forse poesia si fanno.

Cosi ci ricordiamo che c’è  anche una poesia in epigrafe, a specchio all’ultima:

viaggiare continuamente viaggiare anche soltanto a Km zero   

Viaggiare :

 quando è nel dare senso che si viaggia

Poesia talismano,   nei momenti in cui la poesia ti abbandona. I componimenti poetici sono mnemotecniche per non dimenticare i momenti del senso, del contatto. Poesia che si interroga su se stessa. Talora solo puri elenchi , l’esito più radicale del  minimalismo  di Gianni, un minimalismo da canzone, ritmato, pieno di assonanze…

Le mura di rosso mattone
il verde del prato
un ragazzo che corre
un sax solitario
un gabbiano

Baudelaire le chiama correspondances.

L’enumerazione fotografa  verbalmente lo stato  poetico delle cose, uno stato latente che solo lo sguardo ci rivela, nella sua selezione e ri-composizione . Il modo del vedere è il primo atto poetico. Il  senso è nell’armoniosa  e misteriosa corrispondenza  delle cose, quando tu le corrispondi.  Chiamala se vuoi bellezza.
Poesie visive , poesia che vede. Vedere che in Gianni diventa anche fotografare. La foto  non cattura  la realtà, ma lo sguardo con cui ci posiamo su di essa. Lo dice :

Mi piace fotografare
Perché “ faccio mio”
Ciò che in quell’attimo
Mi intriga

Se partiamo da un’immagine là fuori il fotografare sembra avvantaggiato: cattura l’esterno.  Ma il fotografare ambisce a catturare  anche l’ interno, le  risonanze, lo sguardo che vede. E rispetto all’interno  sono le parole allora che sembrerebbero avvantaggiate,  ma le parole  a loro volta ambiscono a catturare anche  l’esterno. C’è una poesia, una metapoesia  -SCATTO FOTOGRAFICO- che descrive la foto che sarebbe, se fosse una foto:

 la bellezza di scatti difficili a farsi

…Un gioco di matriosche … una poesia contiene una possibile foto e una foto una possibile poesia …Gianni dice che tra scrivere e fotografare non può esserci armonia…

 se fotografo non scrivo e viceversa.

Mi permetto di dissentire . Lo scatto poetico e fotografico non si cimentano  assieme, materialmente, ma l’uno evoca l’altro , come modalità di una stessa postura .  

Quest’uomo per esempio ,
che sale sul ponte
la schiena ricurva
l’ombrello e il cane,
lo scatto è dal basso
col grigio del cielo
la pioggia battente
che incombe
e Venezia.

D’altronde la storia di amorosi sensi tra parola e immagine è proprio la storia di  Gianni. Il cinema è per l’appunto all’incrocio di immagine e parola. Ma ricordiamo  anche quel suo libro  di fotografie con testo a fronte, una foto e uno scritto  dedicato a quella foto;  tutti noi, dico noi amici, fummo invitati a prendere parola accanto a un’immagine che ci coinvolgeva. Il doppio binario è in realtà uno solo , secondo  una triangolazione  transitiva:   A e B , versi e foto,  amano entrambe C  e in questo amore si riconoscono : C  è  la realtà della vita che Gianni non smette mai di corteggiare, di sedurre, perché risponda.  

Fino ad esaurire cuore e occhi

con lo slancio  di un poeta antagonista- antagonista a se stesso- al suo destino di morte  

Poesia antagonista. Il manifesto  del 74  è questo:

prometto di amare, creare, lottare  come se questa fosse sempre l’ultima ora .

Più di quarant’anni dopo  Gianni si chiede (2005) :

e quali parole
 oggi
potrebbero allacciare
passione e progetto
azione e trasformazione?

La politica che c’è stata e quella che può esserci, nel tempo della fine della politica, sono una cosa sola: la politica come dimensione radicale,  dimensione di idealità, forza poetica, la forza che porta senso alle cose  attraverso l’amore che portiamo alle cose. 

sono rivolta. Sono impotenza. Noi siamo
( 1998)

Quando la rivolta sperimenta la propria impotenza ci resta la potenza dell’esserci, fedeli a se stessi.

prometto di amare, creare, lottare  come se questa fosse sempre l’ultima ora

Il manifesto del 74 è più vivo che mai. Una rivoluzione attorno al  proprio cuore, per renderlo sempre più affinato, problematizzato, elastico, purificato, aperto, vibratile coraggioso folle avido di prendere e di dare…qualità  care  a Gianni, per fare esprimersi al meglio la realtà della vita, che è realtà del tempo. 

Desiderio furente di dare senso al tempo

mi fermo per catturare ciò che mi fermenta …per fare del tempo il mio tempo 

L’interlocutore – meglio l’antagonista principale di Gianni e del suo viaggio è forse proprio il tempo. Il viaggio  si snoda nell’arco di 50 anni di poesie, nel 1967 ovviamente Gianni era in fasce ma già poetava , eterno adolescente in corsa contro il tempo“, sono parole sue. Contro il tempo. Perché il tempo  viaggia, anche lui, non sta fermo un attimo. Magari potessimo fermarlo…

che l’estate si fermi- che i tramonti si fermino - per un agosto almeno

Ma il tempo non si ferma. E allora torniamo a quell’ultima poesia, LA CORTE.

Vedo ora ciò che poi non vedrò.

Poi quando? Poi quando sarò altrove? O nel poi della morte, l’altrove radicale?
Ma c’è un modo di essere presenti al tempo che scongiura il tempo, il tempo come  destino di morte.  L’abbiamo visto, è il tempo poetico, il tempo dell’anima. Eternizzare l’attimo, una contemplazione avida, erotica, che ti fa sentire unito all’essere in un modo senza fine.  È  la grande lezione di Proust e della sua ricerca del tempo perduto e ritrovato. Lui la chiamava la fede creatrice.  Una fede che Gianni ri-testimonia dall’interno del suo viaggio , la vita-viaggio:

Uno soltanto è questo viaggio: il mio  . 

Il già detto, il già visto,  non è mai un deja vu, perché la testimonianza è ogni volta la stessa e diversa, e conta proprio perché va a sommarsi a tutte le altre, in una corrente,  in un flusso umano che sostiene  chi inizia , e dà forza, durante il viaggio, a chi perde forza. È  la  civiltà, la nicchia di civiltà in cui riconoscersi…e proseguire.  

laddove l’io più intimo tocca l’intera storia 

vedere me che osservo e sento che mi sento parte.

 novembre 2018



28 dicembre 2018

"Le modéde rougè" di René Magritte


noterella di Gianni Quilici

 Qualche settimana fa vedo la mostra “da Magritte a Duchamp”a Pisa.
La vedo fin troppo velocemente, avendo un appuntamento cinematografico irrinunciabile.
L’impressione: molto interessante, perché traccia un percorso sul surrealismo; infatti, oltre ai dipinti, inserisce sculture, fotografie, disegni, oggetti, documentari, film, che danno il senso di come l’avventura surrealista abbia avuto un’influenza che ha permeato tutti i linguaggi e di come ancora sia viva, a differenza di altre avanguardie novecentesche.

Detto questo, se mi avessero chiesto: “Mettiamo che tu possa portarti a casa uno di questi oggetti. Quale  sceglieresti?
Non avrei avuto dubbi. Avrei scelto, tra le tante opere desiderabili, Le modèle rouge” di René Magritte. Perché? Do una risposta sintetica, senza addentrarmi in una analisi specifica, di cui non avrei le competenze necessarie. 

Perché Magritte ha creato un quadro così realista da potersi definire quasi iperrealista per la lucida, implacabile precisione, cge nello stesso tempo è anche e dichiaratamente surrealista per la fusione tra l’oggetto e l’umano. In altri termini ha con-fuso genialmente la realtà della scarpa con il sogno del piede o inversamente la realtà del piede con il sogno della scarpa. Senza che ne’ l’una ne’ l’altro fossero mortificati, ma, al contrario, ne fossero moltiplicati i sensi estetici.

Una grande visione minimalista, che si intreccia con l’eccezionale maestria di un grande pittore del cinquecento. Si vedano le venature del legno dello steccato rappresentate  con accuratezza maniacale.

 da MAGRITTE a DUCHAMP.  1929: il grande surrealismo dal Centre Pompidou. Pisa, Palazzo Blu. 11 ottobre 2018 – 17 febbraio 2019




27 dicembre 2018

"Sull'acqua" di Michele Serra


di Gianni Quilici 

“Sull’acqua” a me pare grande poesia civile.
Michele Serra soggettivizza l’acqua,  mutandola in un gigantesco corpo vivente
immensa eppure invisibile,
in movimento eppure impercettibile,
inorganica eppure viva

Allo stesso modo dà un corpo pulsante a quel mondo di fuoco, di carni segnate, di vite bruciate:   le macchine delle industrie lombarde, che hanno utilizzato la sterminata falda acquifera padana, cioè milioni di miliardi di metri cubi di acqua, un mare sotterraneo, fonte millenaria dell’agricoltura, oltre che dell’industria; il suono sovrumano e profondo che queste macchine producevano per lavorare l’acciaio, spina dorsale della modernità; e soprattutto dà corpo alle  decine di migliaia di operai che questo metallo tempravano, tagliavano, curvavano, ritempravano. 

Ed ora? Dopo averne pompata dal suolo interi oceani per anni oggi questo paesaggio industriale è abbandonato, un guscio vuoto, mentre l’acqua sale sale e riaffiora e può diventare una minaccia incontrollabile.
Un’acqua sospesa, un’acqua che aspetta, che ci aspetta.
Un passato pieno, un presente vuoto, un futuro minacciosamente sospeso. Sta a noi. Sta alle nostre scelte.

Ecco che  le parole di Michele Serra diventano, prima che sia troppo tardi,  un grido sociale, poetico e insieme politico. Per come riesce a visualizzare la dimensione storica di un processo economico-sociale complesso, articolato e contraddittorio;  per l’energia intrinseca nelle parole scelte che si intreccia alla scansione martellante che insonorizza e dà quel ritmo martellante che questi processi producono.  

Michele Serra. Sull'acqua. Aboca. Euro 8,00




























"Fermati David..." di Nino Muzzi

da una sequenza di "2001 Odissea nello spazio" di Stanley  Kubrick

 «Il film è un trattato mitologico. Il suo significato va ricercato a un livello viscerale e psicologico piuttosto che grazie a una specifica spiegazione letterale».
Queste furono le parole con cui Kubrick, cinquant’anni fa, rispondendo ai vari commenti alla prima del suo “2001 Odissea nello spazio”, cercò d’indirizzare lo spettatore nella ricerca dei significati nascosti nel suo capolavoro.

È questa dunque la bacchetta del rabdomante che dobbiamo usare per seguire il percorso del personaggio, David, unico appiglio dello spettatore che trova in lui subito una figura di riferimento, identificativa e al contempo interpretativa della vicenda narrata.

Perché anche David inizialmente “non sa nulla” di tutta la sua missione. Dietro di lui si sente il lavoro occulto dei programmatori del famoso computer Hal (translitterazione di IBM), ma si capisce che lui stesso è stato scelto soprattutto per la sue doti fisiche: la sua atleticità, la sua calma, la sua meticolosità e così via, piuttosto che per le sue abilità intellettuali.

Ma è così che deve iniziare ogni “fiaba”, ogni narrazione mitologica: il protagonista dev’essere un ingenuo, uno sprovveduto che segue, mettiamo, un sentiero nel bosco, il paesaggio impervio e misterioso per eccellenza, che nel film si trasforma nello “spazio” inabitato.

Lo spettatore è più informato di lui perché ha già assistito alla premessa del racconto. Una lunga premessa che parte dal mondo delle scimmie, i primati in lotta fra loro, e dalla pietra nera che porta “il senno” nell’universo degl’istinti. Ma di questo David non sa niente. Lui è di umili origini, come si deduce dalla scena dei due genitori che festeggiano on line il suo compleanno dinanzi ad una modesta torta con le candeline. Quindi si può immaginare che sia cresciuto studiando materie tecniche in un qualche istituto scolastico di provincia. Tutto qui.

E ora si trova a tu per tu con un mostro di sapienza, un computer che parla e pensa come un essere umano, che sa tutto della missione da compiere.
David sa tutto dei congegni dell’astronave ed è capace di cambiarne i componenti andati in avaria, ma non conosce la ratio profonda della sua missione, il computer sì.
Il mostro di sapienza, l’intelligenza astratta per eccellenza, tende a fare a meno dell’apporto umano, anzi tende a distruggere l’intervento umano nelle scelte decisive.
E quando l’uomo riesce a penetrare nel meccanismo dell’intelligenza artificiale e comincia a smontarlo pezzo dopo pezzo, l’elaboratore-mostro Hal s’impaurisce e ne segue un dialogo pausato accompagnato dal ritmo di un respiro come quello di un cetaceo, sentito da dentro al suo ventre.

Hal:  Ma cosa hai intenzione di fare, David? David... credo di aver diritto ad una risposta alla mia domanda. So che qualcosa in me non ha funzionato bene. Ma ora posso assicurarti, con assoluta certezza, che tutto andrà di nuovo bene.
Ho ancora il massimo entusiasmo e la massima fiducia in questa missione... e voglio aiutarti. David fermati. Fermati, ti prego. Fermati David. Vuoi fermarti David? Fermati David. Ho paura. Ho paura David.
La mia mente se ne va. Lo sento... la mia mente svanisce... non c'e' alcun dubbio... lo sento... lo sento... lo sento... 
Buongiorno, signori. Io sono un elaboratore Hal 9000. Entrai in funzione alle officine Hal di Verbana nell’Illinois il 12 gennaio 1992. Il mio istruttore m’insegnò anche a cantare una vecchia filastrocca. Se volete sentirla, posso cantarvela.

David: Sì, vorrei sentirla. Cantala per me.

Hal:  ……… Si chiama Girogirotondo… Giro-giro-toondo io giro intorno al moondo…Le steeellee…d’argeeentooo…costancinqueceeentoo…Centoaa…cinquaaantaeoolao…glinaaa…caooonta…oaaaaooaoo…oooo…. (rumore incomprensibile)
Si accende un monitor: Buongiorno, signori. Queste sono comunicazioni registrate precedentemente alla vostra partenza e che per motivi di segretezza di estrema importanza erano note a bordo durante la missione soltanto al vostro elaboratore Hal 9000

Tutta questa sequenza non è altro che l’uccisione del drago da parte di Sigfrido nel poema dei Nibelunghi.
Sigfrido uccide il drago e il drago, morendo, gli rivela il canto degli uccelli e il segreto dell’invulnerabilità.
David uccide Hal e dal ventre di Hal un monitor gli rivela il segreto della sua missione. Adesso David è solo e deve “navigare” alla ricerca della pietra nera.

Se mai ci fu pietà per una macchina, che scrittori o registi hanno cercato di trasmettere al lettore o allo spettatore, questo è un caso esemplare. Kubrick ha felicemente ottenuto questo effetto tramite due elementi: il respiro di sottofondo e la riduzione di Hal a bambino balbettante. Il tutto con il volto di David in primissimo piano che s’imperla via via di sudore dietro la maschera a ossigeno.

Grandissimo Kubrick!