03 ottobre 2017

"Cesare Brandi, o della scrittura tra Ingres e Medardo Rosso" di Davide Pugnana


 
Di Cesare Brandi possiamo anche non capire tutto. Ne siamo, anzi, quasi legittimati come dentro all'ermetica penombra trasparente di alcune pagine di Contini. La "Teoria del restauro" e, ancor di più, la "Teoria della critica" sono testi inconsapevolmente aristocratici che creano una dialettica insieme di prossimità e distanza col lettore, nel senso più alto di una sproporzione dovuta all'eliminazione di alcuni passaggi argomentativi, tipica dell'incedere ellittico dei grandi saggisti.
 

Possiamo non capire tutto di Brandi, eppure quell'elegante semioscurità ci ricompensa sempre dalla fatica della lettura. Questa vocazione filadelfica verso il lettore è tutta racchiusa nella sua lingua. Il suo modo di dominare il testo figurativo è l'uso di una lingua ricca e precisa; una lingua che organizza il controllo della forma. Naturalmente la lingua non è tutto, contano anche le idee presenti in un testo critico. Ma quando scrive, Brandi fa in modo che l'intera l'espressione visiva sia presente in ogni singola frase, anche se ogni singola frase è solo un frammento imperfetto di un'interpretazione via via approssimante verso quel mondo non scritto. Ogni sua frase sembra essere il sesamo che ci consente di entrare nel regno delle mille e una notte della realtà figurativa tradotta in scrittura. Da qui l'impressione d'esattezza delle pagine brandiane, che riesce a essere preciso anche quando parla di ciò che è sfuggente e complesso.

Due esempi:,
"Ma intendiamoci, non si vuole diminuire affatto questo genio [Ingres], che si arrampicò su se stesso, riuscì ad assidersi, come su un trono, su i suoi difetti, E che ricompensa: il più bel quadro forse lo dipinse a 82 anni, il famoso indimenticabile Bagno turco del Louvre, l’ultimo “tondo”, nel senso quattrocentesco della parola; dopo quell’altro ultimo tondo che aveva dipinto Michelangelo per i Doni. Solo al Bellini e a Tiziano capitò di arrivare così in forma alla vecchiaia: ma mentre per Giovanni Bellini e per Tiziano il percorso nel tempo valse un profondo rimescolamento, un’apertura nuova, Ingres arrivò al Bagno turco come se l’avesse dipinto un anno dopo La grande odalisca, o la Baigneuse. È che questa pittura di Ingres è stata sempre fuori del tempo, e, anche quando era ammirata, risultava sempre inattuale. Poteva così riproporsi tal quale nel 1862, quando il neoclassicismo era polvere e ossa, il Romanticismo in secca, e s’alzava l’alba trionfante dell’Impressionismo. Ma Ingres poteva avere dipinto il suo Bagno turco anche nel 1904, e Picasso averlo visto allora, con la stessa attualità con cui dentro di sé l’ha sentito, quello o quell’altro quadro di Ingres, per almeno vent’anni."
* * *
"Rosso, se possibile, esigeva nell’oggetto una partecipazione esistenziale ancora più pulsante, un’istantanea ancora più veloce; ma intuitivamente si rese conto che l’oggetto allora doveva venire “fermato” in qualcosa che fosse come il gesso in cui si stampa la forma, o rimanervi impigliato come la mosca nel miele. Egli investì l’oggetto della situazione esistenziale che apparteneva in proprio a lui, soggetto: e in questo investimento la spazialità che il modello sviluppava ritornò indietro, gli si depositò sopra come una nebbia leggera, una più densa atmosfera. Entro quel fluido di quasi medianico concepimento, la struttura fenomenica dell’oggetto, involato, fermato nell’attimo fuggente, si disfaceva in lucori appena desti, come di un lume che si accenda in una stanza buia, in fremiti pigri come di liquido denso increspato dal vento. C’era, in quelle cere, una così recente esistenzialità come d’un’anima appena sciolta dal corpo; quasi ancora imbrattata di residui di materia, in quella sua seconda nascita. Ed era il limite estremo, indubbiamente, di quanto con graduale consapevolezza, aveva costituito l’intenzionalità fissa della scultura dell’Ottocento."

01 ottobre 2017

“La ragazza con la Leica” di Helena Janeczeck




di  Giulietta Isola

La nostra Gerda,la coraggiosissima compagna che aveva dato la sua giovane vita per una lotta a cui sapeva appartenere il futuro di tutti.”


             Chi era Gerda? Un' eroina rivoluzionaria o un’ambiziosa seduttrice? Sicuramente una ragazza dotata di una innata sete di liberta’ ed una passione incandescente ,antifascista e appassionata, tanto intelligente da mettersi in ombra. Helena,in queste pagine, la guarda da vicino liberandosi dei luoghi comuni che la vedono come la ragazza di Capa,l’eroina morta sul campo,una testimone della storia che ha perseguito a qualsiasi costo i suoi ideali,una donna unica del Novecento,la guarda con coraggio e con affetto per restituircene un preziosissimo ritratto.

Il romanzo e’ diviso in tre sezioni che non rispettano il senso cronologico,le voci narranti sono quelle di due ex amanti ed una cara amica il cui flusso dei ricordi che si intreccia,si sovrappone per cogliere un’immagine di Gerda da punti di vista soggettivi molto differenti.Ognuno analizza la storia d’amore fra Gerda e Robert chi con scetticismo, chi con disincanto,ma tutti con la netta impressione di un legame diverso ed assoluto.

C’e’ una valigia in questa storia, una valigia che contiene qualcosa di speciale, la cui ricerca affannosa si e’ conclusa solo dieci anni fa,quando sono riapparsi 4500 negativi di foto scattate da Capa, Fred Stein e Gerda Taro, scatti di guerra,ma non solo, c’e’ anche una foto che ritrae due giovani sorridenti in un caffe’ parigino,sono Gerda e Robert,questa immagine e’ la scintilla che da l’avvio alla storia.Come interpretare la serenita’ dei loro sguardi? Cosa ha visto il fotografo? Cosa vediamo noi? Cosa inventa la nostra immaginazione di fronte a questa spensieratezza? In fondo si tratta sono solo due giovani innamorati,lei si e’ spogliata della giacca, lui ha il giubbino aperto,non si accorgono di essere fotografati,sono illuminati dal sole nel dehors di un caffe’,Gerda nata Pohorylle e’ gia’ Gerda Taro ed il magiario Endre Friedmann e’ gia’ stato, da lei, ribattezzato Robert Capa,una leggenda,uno dei piu’ grandi fotografi di guerra del Novecento,due persone generose e talentuose la cui storia scorre di pari passo con la Guerra Civile Spagnola e le Brigate Internazionali,la Germania in preda alla disoccupazione prima dell’avvento di Hitler e la morte tragica di Gerda stritolata dai cingolati di un tank in Spagna a 27 anni.

Helena ripercorre la storia di un’epoca che ci suona famigliare per i collegamenti con la crisi attuale,le famiglie impoverite e drammi personali e sociali sempre piu’ diffusi e poi,pensandoci bene,anche la storia di Gerda e’ storia di erranze,fughe e comunita’ sovra nazionali oltre ad essere storia della grande fotografia e di una donna unica,libera e vitale che ho avuto la fortuna di incontrare nelle pagine di questo libro.

“Una donna smaliziata,un’amante dalla grazia principesca,un talento naturale che non somigliava alle borghesi ne’ alle proletarie. Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva,si rinnovava,accadeva ovunque.”

Helena Janeczeck. La ragazza con la Leica. Edizioni Guanda

25 settembre 2017

"Pepa, Plumes e Paillettes" di Francesca Palombo, Daniele Ercoli, Emiliano Maiorani



di Silvia Chessa

Lo spettacolo, presentato sabato 23 Settembre al Club 55 di Via Perugia 14, al Pigneto, Roma (adatti e demodé, gli spazi offerti), affronta, in salsa melodrammatica dai comici risvolti, e con la vivacità stilistica di tre poliedrici musicisti, una discreta varietà di temi, offrendo altresì occasione di godere dell’ottima musica.

Dall’ukulele al contrabbasso, dalla fisarmonica al bombardino, dalla tromba al glockenspiel, fino a delle spiritose trombette, il trio agevolmente salta da uno strumento all’altro, con sorprendente flessibilità, giocando con la propria natura istrionicamente comica, fra travestimenti carnascialeschi, piccoli ma efficaci espedienti, la bella voce e l’espressività della cantante, il tutto senza adagiarsi sugli allori della prima risata strappata, ma andando avanti in un ritmo che non si dissipa, per quasi due ore.

I testi di Francesca Palombo (in arte Pepa) ci rimbalzano vita (tanta) e problematiche (altrettante!): dal disastro sentimentale privato, a quello ambientale e globale, dal terrorismo mondiale a quello alimentare (sulle tavole di casa nostra), dalle fobie private a quelle socialmente indotte, passando per le manie di esporsi/nascondersi dietro al virtuale, alle ossessioni di dover risolvere ogni minimo e naturale inciampo ricorrendo alla farmacologia (pasticche per tutto, e per tutte le fasce di età, non esenti i più piccini!).
 
La verbosità frizzante-giocosa dei testi della Palombo trova terreno fertile nella polivalente abilità musicale del trio, che lei graziosamente conduce, e che induce il pubblico ad una navigazione (moderato-andante) nel mondo di oggi, visto attraverso uno sguardo inusuale, e permette di percorrere anche il mondo interiore di Pepa..che intravediamo fatto di passioni, riflessioni nostalgie intermittenti, le quali non trascinano, però, in un limaccioso o isterico fondo per arenarsi; bensì risalgono, salvate da una connaturata autoironia di stampo intelletual-clownesco.

Pepa, questo incrocio fra Gaber al femminile e Tina Pica, mette in gioco il meglio di sé e dei suoi due compagni di artistiche avventure (Plumes e Paillettes, rispettivamente Daniele Ercoli ed Emiliano Maiorani): due occhioni celesti che sgrana in occhiate di volta in volta buffe, allucinate, o severe, alcune trovate tricologiche (ad esempio, passa da una acconciatura d’epoca, con due chignon, ad un look spettinato da rockstar), una infinità di dialoghi non verbali - tutta mimica e gestualità- con Plumes (Daniele Ercoli, artista da tenere d’occhio, brillante nel suo ruolo, nonché in simbiosi e perfetta sintonia di tempi comici con Francesca), la puntuale complicità di Paillettes (Emiliano Maiorani) che ricopre benissimo il ruolo del ribelle del trio, quello che prende la tangente, viene ripreso dagli altri due e rimesso in riga da Pepa, leader naturale, con un minimo cenno del viso.
Cattura e diverte questa perfetta intesa di questo singolare trio, e risulta piacevole lo show, seriamente spassoso, privo di tempi morti, dove tutto si lega ed ogni ammiccamento sembra curato e scivolare, al contempo, come fosse estemporaneo.

Due piccoli e personali suggerimenti.
Primo: valutare l’opportunità di approfondire ed ampliare alcune parti (sia a livello di testo, che di musica, adoperando proprio quello stesso talento per variazioni, allitterazioni..intermezzi vari), visto che il materiale, (così come la materia umana), si presta, e c’è.

Secondo: incentivare con maggior convinzione (e minore imbarazzo) la diffusione del surreale e un po’ naif cd, dal titolo “Va tutto a meraviglia” (contenente i graziosi disegni di Michela Bidetti, un libretto di 12 pagine, e 10 degli 11 pezzi, eseguiti in serata), che veramente merita e trasuda ironia. Aggiungere, possibilmente, nella registrazione del prossimo e futuro cd, quell’undicesimo pezzo, che sarebbe un peccato restasse fuori.

19 settembre 2017

"Il mastro, il sigaro e la sedia” di Beppe Calabretta.

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di Alessandro Claudio Orefice  

“Il mastro, il sigaro e la sedia – Romanzo calabrese” è il romanzo di Beppe Calabretta che narra di apprendimento e maturazione cognitiva, fisico-emotiva e sentimentale del protagonista, il giovane Vincenzo che nasce nel 1912 a Vela, un paesino immaginario del versante ionico della Calabria, sotto la formazione del Mastro (anarca-falegname) Andrea.
 

Non solo di Vincenzo: è anche la storia di una famiglia calabrese e, nel contempo, è la filogenesi della maturazione complessiva e del senso civico di cinquant’anni di storia (e di altri cinquanta, appena effigiati nel romanzo), da parte degli abitanti di Vela, un paesetto della Calabria che sorge al centro di un cratere verde, nei pressi del mare, la cui collocazione immaginativa, è posta tra le macchie della dorsale appenninica calabrese di Serra San Bruno.
 

Le pagine sono dunque percorse dall’apprendimento, giacchè, come dice Mastro Andrea a Vincenzo alla fine della guerra di liberazione ‘'il passato bisogna sempre averlo presente perché senza passato non si costruisce il futuro e soprattutto si rischia di imboccare di nuovo il cammino che ci ha portato dove ci ha portato”.
La famiglia è al centro del romanzo, vede protagoniste principali donne. Mariantò, Vittoria e Annina, rispettivamente nonna, zia e madre di Vincenzo che a loro volta imparano dalla vita, esprimendo sentimenti segnati da momenti di felicità e drammatiche disgrazie, dove dolce e amaro, senso d'ingiustizia e miracoloso apparire della provvidenza, si affrontano e si contendono la scena come in una tragedia greca.

La descrizione umana nel romanzo, tuttavia non ripropone pedisseque lezioni verghiane. Vero è che l’ombra di condanna alla sventura dei suoi protagonisti, potrebbe anche riconoscersi nella precoce morte in guerra di Nicola, padre che Vincenzo non ha mai avuto modo di conoscere. Ma l’evento luttuoso non è mai narrato aderendo all’ipotesi letteraria di una epopea dei vinti secondo una tradizione naturalistica (e conservatrice), anticamera di una rassegnata sconfitta, quale sorte segnata dei poveri e diffidente chiusura di una antropologia rispetto al cambiamento. Talchè il Mastro anarca, si propone come nume tutelare per la crescita di Vincenzo. Un solo breve e fugace accenno hobbesiano di inimicizia predestinata, pronto però ad essere contraddetto dall’orizzonte di eventi che si susseguono per il protagonista tra le due guerre mondiali in cui si sviluppa la favola di Vela, è dato dal fraseggio di Ciccio, l’amico fraterno di Vincenzo che desolato osserva dalla scogliera inverarsi la legge del più forte ed i pesci grossi che sopraffano i più piccoli.

I valori tradizionali e morali sono serbati da Nastro Andrea per essere trasmessi da protagonista ed essere messi alla prova, rispetto alle situazioni e alle scelte che si susseguono, come cartina di tornasole per verificare la loro tenuta e per misurarsi effettivamente con le problematiche che si presentano nella vita. In questo senso è un romanzo che si confronta con il futuro e (diversamente da quanto accade per molti romanzi di contemporanei autori calabresi che impiegano la memoria per rinserrarsi nell’elegiaco rimpianto di un primitivo benessere tradizional-rurale inesistente), per quanto narri di avvenimenti sostanzialmente limitate a problematiche storiche della prima metà del secolo breve, è un romanzo che parla dell’avvenire, non perde occasione per insegnare al lettore le condizioni della osservazione strategica, a negoziare con le condizioni del presente, ad elaborare strategie per affrontare il nemico e quelle del cuore per amare con lealtà l’amico.

Questo vale per tutte le lezioni che Mastro Andrea (che non è maestro scolastico, ma maestro di vita, sintetizzato nella ‘stoà’ espressiva non scholae, sed vitae discimus), tiene nei confronti di Vincenzo e che, come coerente esempio di formazione, non lesina a fornire neppure a se stesso, perché la disposizione a lottare è giusta se è perseguita in vista di istanze etiche,
Cosa fa il romanzo di Beppe Calabretta? Proprio come fa un Mastro, che dimostra all’apprendista Vincenzo la teoria del valore del lavoro, della vita famigliare e sociale, insegna il senso delle cose, a cominciare dallo stile di fruizione dell’esperienza di fumare un sigaro o fare una sedia per sè e per gli altri.
 

Quindi è un romanzo che mostra il senso rivolto a fare proprie le responsabilità, a pensare prima agli effetti delle proprie azioni riguardo a tutti i soggetti coinvolti, a ponderare il peso delle cose secondo griglie di rispetto di sé e degli altri.
Mostra esemplarmente, riuscendo dove la pedagogia spesso insiste inefficacemente, cosa sia bene e cosa sia male, cosa sia potere buono e cosa no, con chi convenga la lealtà e chi non la meriti. E lo fa secondo una scuola di insegnamento presocratico, che appartiene alla filosofia greca anarca che traduce Mastro Andrea in un capostipite eudaimonico, un po’ epicureo (vivi nascosto), un po’ stoico (non provocarti dolore).
 

Mostra a Vincenzo che la guerra non risponde a logiche di razionalità, che il modello assunto a base della fumata del sigaro, sottende logiche di fruizione, che lavorare il legno per fare sedie richiede di pensare prima per pro-mettere, pro-gettare pro-meticamente sulla base di quanto appreso.
 

In tutto questo scorgiamo un addio alle suggestioni che abitato il tempo dell’eterno ritorno, per predire il futuro, per approdare alla città scientifica, da un tempo ciclico ad una koiné collettiva del tempo per la Calabria, dove si studia, si scopre, si inventa, osservando. E in effetti è in questo senso che va letto il sottotitolo in copertina “Romanzo calabrese”.
Vincenzo si cementa chiedendo consiglio al passato per interpretare il futuro, misurandosi di continuo con il dubbio della sua insufficienza, a cominciare da quella della propria istruzione che perseguirà sempre, come modello per tutti e tre i figli (anche se crescendo li perderà di vista, sia pure solo fisicamente, senza averli mai raggiunti a Genova, Roma e Milano, dove porranno, dopo l’università, il centro dei loro interessi). Fino a quando, ormai nel XXI secolo muore, ormai canuto, con il suo sigaro in bocca, tenendo un libro in mano mentre riposa su quella sedia che, a sedici anni, aveva realizzato con le sue mani e grazie alle geometrie ed alle virtù strategiche e di comportamento, apprese da Mastro Andrea.
Il Mastro, si comporta così con lui come una figura prometeica che accompagna e insegna l’uso della tecnica che però non è mai un fine, semmai un mezzo per imparare a migliorare ad essere se stessi con gli altri, che coincide con il riconoscimento di sottomissione (necessaria e greca, eschilea) alla reciprocità, al limite per tutti: insomma Mastro Andrea e, poi, l’erede Vincenzo, mostrano un agire in una palestra generativa che è quella dell’incastro congegnato con mestiere di etica e razionalità, per stare in armonia in relazione con il mondo.
 

In 100 anni di vita seguiamo Vincenzo nel verificare, da insegnamento in apprendimento, la tenuta di queste premesse, le cui metafore fanno da cornice a tutto il romanzo.
Ne emergerebbe una forte fiducia da parte dell’autore nelle energie dell’uomo impiegate per dominare la storia guidato da valori di giustizia, secondo una lezione appresa nel lavoro e nella professione, nel mestiere di vivere la storia e secondo categorie del novecento. Di converso, stante lo scivolare veloce della seconda metà del secolo nelle pagine del romanzo, ne emergerebbe una sfiducia nell’affrontare la storia nell’ultimo ventennio di questo secolo.
 

Restano, pertanto, alcune domande riguardo alle scorciatoie esplicative in relazione al dubbio che l’autore non ritenga essere  tuttora validi, forse perché usurati o perché di paradigma inefficace per una pedagogia del presente.

Beppe Calbretta. Il mastro, il sigaro e la sedia – Romanzo calabrese. Tra le righe libri - Italia 2015


25 agosto 2017

"Lezioni di tenebra" di Helena Janeczek

di Giulietta Isola

“Io, già da un pezzo, vorrei sapere un’altra cosa. Vorrei sapere se è possibile trasmettere conoscenze e esperienze non con il latte materno, ma ancora prima, attraverso le acque della placenta o non so come, perché il latte di mia madre non l’ho avuto e ho invece una fame atavica, una fame da morti di fame, che lei non ha più (…) Me lo chiedo per non dover pensare che l’esperienza dei campi di concentramento non solo non sia altissima, ma non sia affatto un’esperienza, che non si impari niente, che non si diventi né più buoni né più cattivi, e una volta che è passata è passata, ritratta nei più remoti recessi dell’anima dove logora, opprime, persiste”.


Cercare una memoria perduta,indagare per tracciare il proprio identikit, scavare nel vuoto appigliandosi a somiglianze fisiche, gusti, gesti,  atteggiamenti ed idee, cercare nella memoria che i genitori non hanno potuto o voluto trasmetterci e’ necessario per ricomporre una figura. Narrare la tenebra che è stata e che non si riesce a dire, è cio che Helena tenta di fare in questo racconto drammatico che ci svela un passato che ancora oggi fa ammutolire, una tragedia che, per chi l’ha vissuta, si ripercuote nella quotidianità in questo caso nella relazione madre-figlia. La figlia è nata nella seconda metà degli anni 60 in Germania, dove i genitori avevano trovato riparo,infanzia ed adolescenza scandite dal continuo ribadire “noi non siamo tedeschi”,non le viene trasmessa l’identita’ ebraica, ma si limita molto la liberta’ e per quanto riguarda la storia famigliare ,se ne narra solo qualche brandello.
 

Helena ci coinvolge nel reportage di un’anima in cammino fino all’arrivo ad Auschwitz-Birkenau, ove la madre con un urlo lungo e straziato testimonia come il male sia stato un veleno che ha contaminato tutte le pieghe di una vita quotidiana e banale e la Storia, con quel nero e quell’orrore diventa emozione e voglia di sapere, una voglia intima che muove l’autrice verso la genitrice reticente e perbenista ,ma soprattutto piena di paura “una paura che ti insegna ad adattarti a non dare nell’occhio.”
 

La generazione nata nel dopoguerra è quella che ha raccolto l’eredità di chi ha visto e vissuto l’orrore in prima persona, è quella che ha bisogno di conoscere per illuminare le tenebre,le tenebre sono tenebre, ma la notte come dice Isaia, per natura deve cedere il passo alla luce del giorno e rielaborare i fatti per immunizzarsi,per evitare di compiere altri orrori, riuscire ad emergere dall’orrore, riprendere una vita normale spesso costa uno sforzo ciclopico.In queste pagine pagine,questo percorso di figlia nata dopo, si intreccia con il nevrotico rapporto con la madre la cui vita è segnata per aver visto il fondo dell’abisso.
 

Helena analizza la sua psicologia, i  meandri della sua coscienza, tenta di sciogliere i nodi di una vita a cavallo fra Polonia,Germania e Italia, ha in bocca tante lingue e sente di avere tante, forse troppe radici, in parte strappate dai sussulti della storia, sente forte il desiderio di conoscere ed approfondire l’Olocausto, un’esperienza individuale e collettiva che ha segnato persone e popoli, pensando che solo conoscendo si puo’ sperare nella salvezza,tutto questo ce lo racconta con il suo italiano puntuale ed asciutto conducendoci letteralmente dentro i gironi infernali di Auschwitz.
 

Lezioni di tenebra comincia come un romanzo di ricordi personali, diventa storia del Novecento ed omaggio dell’autrice alla madre.

LEZIONE DI TENEBRA di HELENA JANECZEK EDIZIONI GUANDA

18 agosto 2017

Una sera a San Cassiano" di Angelica D'Agliano




 
                                                                     foto Gianni Quilici
A San Cassiano di Controne le case sono accallate quasi lungo una sola strada e i pochi pascoli si imparentano ai prati al primo sorgere dei castagni. È rimasta una chiesa, che già conoscevo, e che ora è addobbata per la festa del crocifisso. Sulla sua fronte sono incise tarsie sacre, portate in alto nell'aria, sopra le nostre teste, in una regione di straordinario silenzio. Il suo labbro ha intrapreso da tempo un lungo discorso e il suo primo simbolo, ora cinto di lumi e rami di tiglio, è una follia effusa sulle piante in amore, è il segno dei pesci grattati nella sua pietra come i pani e le altre mitologie naturali, con la loro grammatica di straordinarie deformità, e la loro urgenza che procede da secoli senza turbamenti.

Prima che cominci la processione e che il paese sia in festa mi lascio portare dall’unica strada che conosco, nell’unico ristorante. E quando ho sorriso alla signora alla macchina del caffè, per puro piacere di immaginazione ho chiesto dove fosse il bagno. Ho percorso la terrazza tra i tavoli velati di cotone, le pance rilassate e i festoni di rete dove sono sfioriti i corpicini delle clematidi, su cui si arrampicano tralci di edera rossa e dove muoiono gli insetti.


Ho lasciato il piccolo getto d’acqua tra l’aria e la ceramica del lavabo, l’ho lasciato picchiettare i polsi e scivolare, mentre nella cucina si spandeva una nuvola di discorsi che lasciava sulle piastrelle un olio leggero. E mi sono portata col pensiero più oltre, a un capo e all’altro della strada, proprio ai confini del centro abitato, dove stavano le porte di essenze prese dal bosco per il rito della croce. Erano due archi intrecciati nella fibra di dieci polloni di nocciolo. 

Ascoltavo. I loro particolari monconi, i piccoli padiglioni delle loro foglie erano ancora capaci di tremare al passaggio dei viventi, la loro morte tumultuosa mi suggeriva due fiammelle di languore alla base della lingua, per ogni corpo, ogni legno, ogni labbro che trapassava il loro grembo d’aria estiva. Mi sono appoggiata per il troppo piacere. Io così grande nel fisico, così presente al primo affacciarsi della sera, alla mia bocca colma di vapore di fritto, di disinfettante e di aroma di pane sciocco, non ho potuto sorreggere il mio stesso corpo. E ancora debole ho provato ad aprire la porta. E ho pensato tu stessi per cogliermi precisamente sulla soglia, secondo le più intime leggi del dono e della coincidenza, e di ciò che è necessario. E colmo di seme, e forte, che mi sorridessi.


tratto da
 https://foscasensi.wordpress.com/…/05/una-sera-a-san-cassi…/


11 agosto 2017

"I miei colori" di Fulvia Quirici

                                                              Giancarlo D'Amore

Ho il rosso, come primo colore. Primeggia su tutti, lo cerco sempre nella scatola delle matite, mi piace sgarrare dal nero che di solito indosso con quel colore; quando oso di più mi dipingo le labbra con il rossetto più rosso che trovo fra i mobiletti brilluccicosi della profumeria. E quelle volte è guerra. Quando ho fortuna riesco a far dipingere una porzione di parete di quel colore a un mio cliente: studio, incornicio, impreziosisco quel momento, preparo l’ambiente ad accogliere la sua potenza e vibrazione. Mi piace per la prepotenza che ha, per quella sfacciata affermazione di se stesso, che non può mai essere messa in discussione. Quando sono rossa è uno spettacolo per me: accendo solo i canali che voglio, ho piena facoltà di ignorare tutto il resto.


Poi ho il blu, di solito l’ordine è proprio questo: rosso-blu. Il blu è fottutamente malinconico e da un po’ di anni lo trovo anche banale. Non consiglio mai arredi o di dipingere le pareti con quel colore … mi annoia a vederlo perché ormai lo posso solo sentire dentro. È la parte di me che vorrei tenere più nascosta, per un candido timore e per religioso rispetto. La parte bambina che si travestiva per carnevale con un bellissimo abito di raso blu e polsini e colletto ornati di bianca pelliccetta, da principessa delle nevi. Il blu è triste non per colpa propria ma per il ricordo dell’innocenza e della speranza che un gioco di nuvole si trasformasse davvero in carrozza e poi in cavallo e poi ancora in principe azzurro e poi ancora in miele, da sorbire per tutta la vita. Una aspettativa infinita avevo da quei fottuti toni di blu.


Andando in ordine c’è il viola. Amo e odio. Il massimo dell’aggressività per un accostamento cromatico è appunto il rosso e il viola. Un vero cazzotto in un occhio, ma la potenza di fuoco è notevole e quando il rosso di prima che accende e una miccia qualsiasi si infiamma, la rabbia che ne nasce è color viola. Il livore, l’aggressività gratuita, la voglia di urlare, cercare qualcuno, il più piccolo e inerme per innescare una lite furibonda e riversargli addosso tutta l’adrenalina. Ma viola è anche eccitazione perversa, trasalimento dei sensi di fronte a una lite furibonda, di fronte alla possibilità di essere lasciati dalla persona amata, è gelosia, è bisogno di possedere, per fagocitare, l’altro. Divorare l’agnello che sedi la sete di sangue.
 
Sfamata la belva, il corpo recupera i normali equilibri e i colori forti, decisi, cedono il passo a quelli pastello: un verde acqua, un rosa antico, un giallo tenue. Tutti colori per me senza significato specifico, riempitivo e annacquamento.


Poi ci sono tutti i toni di grigio, che sono i colori più comuni, quelli che se non fai attenzione indosseresti più facilmente, quelli che vivresti spessissimo se non decidessi di dargli un taglio, che ci vestiresti l’umore come scusante verso te stessa; attenuante. È talmente facile al mattino lasciarsi prendere la mano da una bizza per un calzino che non è facile far indossare a un frugolo tutto nervi e grinta; o vedere inesorabile, senza pensarci neppure, lo scorrere delle ore che ti scivoleranno davanti e percepirle come macigni, a spaccarti le spalle per il peso della noia, per l’assenza di sorpresa, per quello scorrere sempre uguale.  

Grigia è anche l’indecisione e l’insicurezza. Il marcio che teniamo dentro pure.
Spero domattina di trovare vie migliori e non cedere alle effimere tentazioni della via più facile che poi alla fine mi colora sempre di grigio.


10 agosto 2017

“The geography of poverty” foto di Matt Black



di Gianni Quilici

Matt Black, fotografo della Magnum, tra il 2014 e il 2017 ha percorso più di 80mila chilometri e 46 stati per fotografare le comunità americane con tassi di povertà superiori al 20%. Questa è l’informazione del progetto, divenuta mostra e libro “The geography of poverty”, e quella che vediamo è una delle foto scelte tra le migliaia scattate.
Ed è una foto, almeno così l’ho percepita, che non solo immediatamente piace, ma anche sorprende. Mi sono chiesto perché e ho individuate due ragioni, tra loro, intrinsecamente collegate.

Per un verso l’iperrealismo del primissimo piano del tronco e della mano, reso più potente dall’incisione dello scatto, che coglie le miriadi di dettagli presenti nei due soggetti-oggetti rappresentati: le vene e le venuzze, i pulviscoli e le irradiazioni, le pieghe e  le linee, le ombre e le luci, le sfumature di colori. Insomma,  per dirla in poche parole, la bellezza raccolta in un insieme infinitesimale di microcosmi umani e materiali.

Per un altro verso la simbologia chiara, e nello stesso tempo indefinita e quindi aperta all’immaginazione, della mano dell’uomo grande e antica posata sul palo di legno nello sfondo di nuvole e cielo, di campi e di spazio.
Non una simbiosi, ma un rapporto stretto tra l’umano e il naturale, dove l’umano è la mano che è, fa, pensa, trasforma; e la natura è ciò che di più naturale essa produce dalla terra e dal seme: l’albero  e il legno, che  possono diventare poi milioni di oggetti, ed anche un semplice palo.

Ecco, ho pensato, la forza semplice e immediata della foto è in sé nella sua forma e fattura, ed è anche nel suo andare oltre lo sguardo immediato, perché richiama inevitabilmente possibili simboli. Simboli che non hanno un nome, ne’ rimandano a delle immagini precise. Sono i simboli che uno sguardo meticoloso può cogliere; altrimenti rimangono piccole inconsapevoli suggestioni aperte.

Matt Black. Earlimart, California, Stati Uniti d'America.

30 luglio 2017

“Viaggio in Puglia: Altamura” di Gianni Quilici




 Melfi meriterebbe un giro più profondo e articolato la mattina: entrare nel castello, contemplare il sarcofago, passeggiare nei vicoli del Borgo, fare un giro intorno le mura là dove ciò è possibile… ma quando i viaggi sono brevi e altre cittadine attendono…

 
Cattedrale di Rapolla
Il primo paese, raggiunto alle spalle, attraverso una strada secondaria: Rapolla. E l’inizio è preoccupante: una via asfaltata e rattoppata, case grigie, deserto umano fino a quando si trova una discesa ripida e stretta. “Dove siamo arrivati?” penso, ma ecco la strada con negozi, corpi umani, parcheggio. Vicino la piazza, dove in un angolo al fresco stazionano pensionati seduti su panche o muretti, aspettando l’ora del pranzo, “Il centro storico?” “Di là”. Perplessi si sale a piedi su strada asfaltata nel sole già alto  ed ecco in fondo una chiesa, la cattedrale di Santa Maria Assunta, con una facciata, banalmente penso, juventina, tra il bianco e il nero.
                                                                 foto Gianni Quilici
 

Appiattito come un tappeto sul sagrato un cane. Mi avvicino, alza il muso, mi guarda un istante, ritorna ad appiattirsi. Siedo anch’io nell’ombra con un venticello che mitiga il calore incombente e guardo la strada che qui si allarga confondendosi con la piazza.  Alcune donne sono sedute in un angolo, là dove sembra iniziare il centro storico, quando ecco arrivare una macchina piena di vestiti nel portellone rimasto aperto, sui sedili anteriori e sopra il portabagagli sul tettuccio. La macchina fa un giro circolare e si ferma. Ne esce un tipo, tira fuori una sigaretta senza accenderla e va a parlare con le donne. Ricordo scene uguali nella mia corte nell’infanzia e nella adolescenza. Arrivavano macchine o camioncini con vestiti o frutta e verdure, le donne uscivano dalle case, guardavano, chiacchieravano, contrattavano, mentre qui niente. Dopo avere  appena parlottato il tipo con la sigaretta spenta in mano risale in macchina e lo vedo sparire con la sua mercanzia.

 
                        foto Gianni Quilici

Il centro storico sale e discende più grande di quello che presumevo, tra vicoli stretti e case abbandonate, tra pietre, sassi e cemento, nell’abbacinante deserto umano e animale del mezzogiorno. Una donna soltanto con occhi sgranati ed una fontana. “Come si ritorna in piazza?” “Bisogna risalire e poi sempre sulla sinistra….” Andiamo. Un giovane sbuca davanti tra luci e ombre. Scatto.

 
                                                       foto Gianni Quilici

Eccomi posato su una panchina all’ombra davanti al castello di Venosa con la torre cilindrica da abbracciare nella sua possente nudità e un uomo in calzoncini corti e canottiera rossa che pedala stancamente nella luce che brucia. Il museo archeologico sta chiudendo e aprirà soltanto alle 15, come pure il Parco archeologico, che ricordo magnifico con l’abbazia della Trinità, la chiesa incompiuta e resti di anfiteatro. Possiamo soltanto fare un giro sul camminamento del castello, ma niente si vede se non case e cortili che certamente non abbagliano gli occhi. Il corso Vittorio Emanuele II attraversa il centro storico ed è anche, purtroppo, l’unica via d’accesso per le auto. Ecco la cattedrale più volte rifatta, il palazzo vescovile, e, così scrivono, la casa di Orazio, povera casa in mattoni con una sua poesia tradotta su una lapide, che fa immaginare Orazio bambino e adolescente in spazi che i suoi stessi versi rendono mitici e che si possono appena appena immaginare guardando la collina aperta davanti a noi.

 
                                                 foto Gianni Quilici

Non sempre i cartelli stradali verso Altamura sono chiari o presenti e così mi accade, ad un incrocio di strade, di dovere uscire dall’auto con aria condizionata per meglio capire.  E vengo avviluppato da una vampata imprevedibile di calore. Quando ritorno in macchina vedo 41° e mi ricordo soltanto un momento simile.  Era il primo pomeriggio, in un paese tra Siviglia e Cordoba. Finita l’acqua e una sete terribile. In strada nessuno. Entrai in un bar. Mi accolse inaspettato un buio quasi totale, qualche avventore al banco e ai tavoli in silenzio.



Una strada dritta porta ad Altamura, imbuco la circonvallazione o almeno credo. Immaginavo fosse facile scovare il B&B prenotato. Invece sono spaesato. Dove andare? Ci fermiamo in una rientranza della strada. Chiedo concitato. L’uomo mi guarda perplesso. “Venga” Va alla sua macchina, mi chiede nome e indirizzo del B&B, lo inserisce nel navigatore, trova la via, ci pensa un attimo. “Ecco devi salire su a destra, sempre dritto, finché troverai…”  Quando scoviamo la strada principale diventa, invece, un problema individuare la traversa. Solita tiritera: vedo un tipo tarchiato e calvo davanti a un bar, chiedo l’informazione, dopo un po’, da uno all’altro, con una certa concitazione, si arriva a “chi sa”. Di questa disponibilità è ricca la Puglia e a questa si aggiunge la curiosità di sapere chi sei, di interagire.

 
                                                      foto Gianni Quilici

Altamura (bel nome) ha un bel centro storico circolare ben delimitato, con al centro la piazza del Duomo e la Cattedrale romanico-gotica rifatta a più riprese, su cui si impongono il bel rosone e un ricchissimo portale. Ed è una cittadina molto viva . Così almeno l’ho percepita in una serata-mattinata. Ci ho sentito un’anima popolare, poco borghese. Una festa per la Nikon per quella pavimentazione a tratti marmorea,  per quelle piazze, per quei vicoli e vicoletti in cui ti puoi imbattere in bambini intenti a giocare, in grappoli di adolescenti,  in donne sedute fuori al fresco a chiacchierare e nella folla variegata, che scorre fino a tardi lungo  via Federico II, che attraversa da sud a nord l’intero centro storico.



Nel pieno della notte, invece, la fatica di alzarsi dal letto per una sete terribile, con l’acqua fredda del frigo quasi esaurita;  la perplessità di uscire seminudo con la bottiglietta in mano, tra vie deserte; e il piacere di trovare l’acqua fresca nella vicina fontana.  



E ancora una volta il tempo stringe: niente Uomo di Altamura, lo scheletro umano preistorico,né le mura megalitiche, neppure, a qualche Km nelle Murge, il pulo di Altamura, una voragine profonda 75 metri e larga 500 metri, abitato nell’età neolitica.

Mi giustifico:”Sarà per un’altra volta”. Il viaggio continua.          







        


22 luglio 2017

"Viaggio verso la Puglia: Melfi" di Gianni Quilici




 
Melfi: il castello
Due modi di partire: già dentro il viaggio oppure totalmente fuori come succede al sottoscritto troppo legato alle scadenze quotidiane che dovrà lasciare  e all’opposto senza aver maturato motivazioni e desideri su ciò che lo aspetta, con in più la pesantezza di avere davanti un viaggio, quello verso la Puglia, lungo, faticoso e autostradale, in cui niente contano i paesaggi,  dove invece scorre veloce e monotono la linea dell'orizzonte con la distanza che ci separa.
 
Le mura
Partenza dal luogo natio, Lammari, paese a qualche km da Lucca; colazione, lettura veloce dei quotidiani locali e a Capannori si entra in autostrada con una notizia inaspettata e preoccupante. Nel tratto che va a Firenze “code a tratti” e infatti già a Montecatini siamo inchiodati. “Se il buon viaggio si vede dall’inizio…” dico.

Con qualche affanno ecco l’autostrada del sole verso Roma e a questo punto niente più code, né rallentamenti, ma un predisporsi a vivere energicamente lo scorrere della strada con l’avvicinarsi della prima tappa del viaggio. Dopo Benevento tuttavia, l’autostrada verso Bari attraversa i confini tra Puglia e Lucania e le distese collinari di campi di grano segato giallo-arancio con decine di sfumature, con stradine o sentieri, che si perdono nel nulla stuzzicano il mio immaginario, fino a quando ecco l’uscita di Candela. Da lì una provinciale porta alla prima meta del viaggio: Melfi. Non è la prima volta che pernotto a Melfi, ma sono sorpreso: non avevo visto, maledetto me, in alto, la cintura muraria.


Non è facile trovare il B&B, posto nell’immediata periferia tra caseggiati recenti in vie anonime, che richiamano città italiane: Foggia, Venezia, perfino Lucca. Il proprietario basso, cicciotto, in calzoncini corti, maglietta bianca, con quell’immediatezza popolare priva di maschere, generoso, senza essere autolesionista ci racconterà poi a colazione un sacco di cose sui  B&B in rapporto agli hotel, su Melfi e sull’importanza della Fiat per la popolazione locale.
 
foto Gianni Quilici
Di fronte la porta Venosina, l’unica ad essere stata risparmiata dal terremoto del 1851. Mi chiedo perché le porte in una città, soprattutto se medievali, mi affascino così tanto. Forse in sé per la loro forma, forse perché tendono a delimitare uno spazio rendendolo identificabile dal resto e lasciandolo, allo stesso tempo, aperto. E la porta Venosina ha quella bellezza che mi attira: la materia povera e autentica di pietre e sassi, l’arco ogivale, le due torri cilindriche, lo stemma con il basilisco a destra e il leone rampante a sinistra.

 
foto Gianni Quilici

La strada sale verso il centro tra vie travagliate da rimaneggiamenti, vicoli e vicoletti, portali e decorazioni in pietra, fino a sbucare improvvisamente nella grande piazza. Davanti ho il palazzo dell’Arcivescovado, che, nella sera, morbidamente illuminato, colpisce nella sua geometrica lunghezza barocca, nella pavimentazione accuratamente ben disegnata.
 
foto Gianni Quilici
La facciata della Cattedrale è invisibile, ricoperta dal restauro in corso, mentre svetta il bellissimo campanile, in cui si intravedono, all’ultimo ordine in alto, due splendidi leoni di pietra basica di fattura araba.
 
foto Gianni Quilici
Il castello di Federico II si raggiunge facilmente a piedi e domina Melfi sulla sommità della collina. Da lì ci regala due inevitabili sguardi.

Davanti il castello possente con le torri, il ponte in muratura, originariamente levatoio, e il profondo e asciutto fossato. Un castello che va,  però, percorso, in tutta la sua circonferenza. E’ nella parte posteriore che si coglie, infatti, la suggestione della cinta delle mura a picco sulla nuda collina.

L’altro inevitabile sguardo: la visione sottostante della cittadina sui cui tetti si impone il campanile della Cattedrale e più in alto, nella serata serena, percorsa da un vento leggero, il bagliore della luna piena.
 
foto Gianni Quilici
Il centro storico di Melfi già alle 10 di sera è vuoto, se si esclude la grande piazza intorno al municipio. Chiuse le bottegucce e i bar, poca la gente per le vie. La porta Venosina con il torrione illuminato sapientemente dai lampioni evoca Tempo e Storia. Scatto alcune foto con luna appresso con il rimpianto che rimarranno soltanto ricordo.     



           

15 luglio 2017

Assistendo alle prove di "Capitolo zero"





di Silvia Chessa

Negli spazi del Nuovo Cinema Palazzo, in Piazza dei Sanniti 9a (Cinema autogestito da 6 anni e reso luogo di fermento culturale e politico) ho potuto assistere alle prove (aperte ed in corso, da oggi al 15 luglio) di Capitolo Zero, direzione di Laure Dupont, interpreti Elsa Taramarcaz e Alberto Franceschini, con la partecipazione speciale di Teresa Ruggeri.

Insignita del Premio Culturale 2008, del Canton Vallese, la Dupont ha fondato, tre anni fa, la Compagnie Bertha, e lavora dividendosi fra la Svizzera, l’Isola della Reunion, il Libano, ..

e Roma.


È stato un privilegio nonché fonte di suggestioni profonde poter partecipare a queste speciali prove, perché gli interpreti sono di altissimo livello e Laure, oltre a dirigerli magistralmente, mi si presenta, soprattutto, come una donna accogliente, inclusiva, dinamica, anche mentalmente, e proietta questo spirito di apertura e di perpetuo viaggio, vorrei dire di esplorazione in se stessa e nell’altra/o, all’interno della sua creazione in atto e in divenire.


La grande opportunità che Laure offre è quella di far lavorare insieme danzatori professionisti con attori, scultori, artisti vari e questo crea dinamiche, intrecci, scambi e risultati eccezionali ed imprevedibili.


Ho visto danzare, recitare, ho visto intrecciarsi artigiani del canto, della parola e della danza, ciascuno col proprio stile, ma con una strana fusione finale.

Il filo comune mi sembra rimanere quello di una riflessione sulla coppia, e sulle dinamiche che in essa avvengono: sovrapposizioni, giochi di potere, complicità ma anche duelli dove tra erotismo, lotta e stravaganze, anche fatali, non c'è quasi confine o limite..Una tensione verso l’infinito.


Assistere ai vari pezzi induce ad uno stato quasi ipnotico, ma riesco a percepire nettamente come la presenza di un’attrice, Teresa Ruggeri, porti e detti ritmi diversi, pause.. ed un livello di riflessione più profondo; in un certo senso, è la sosta necessaria al nomadismo creativo dei danzatori, la sua voce cambia di segno a quello che la danza ti ha appena comunicato..


In questa capacità, e volontà, di provocazione e sovvertimento, ritrovo anche le tematiche nonché il registro di Jean Genet il cui testo, Il funambolo, apprendo da Laure che è stato alla base della sua ispirazione, per il progetto di ricerca Inepui-Sable, del quale questo lavoro, Capitolo Zero, potrebbe ritenersi come una prima tappa.

Penso che Laura stia lavorando sulla fiducia e sull'armonia reciproca di questa variegata compagnia, insegnando e trasferendole un'idea di continuità.



“Qui è come se tu volessi inserirti nelle linee del braccio della tua compagna .. :prolungarle idealmente”, le sento suggerire direttive simili, con dolce puntualità.

Ed intuisco abbia in mente qualcosa di grande.

Nel lavoro che sta dirigendo e che, volutamente, lascia ancora aperto, coesistono echi, memorie e simboli..la solitudine e la gloria delle opere di Giacometti e la complessità di accostamenti non facili, che dunque vietano drastiche interruzioni.



“La conoscenza di un volto per essere estetica deve rinunciare a essere storica.

Ogni oggetto crea il proprio spazio infinito…” (Il Funambolo, J.Genet)



Ecco, credo che l’approccio direttivo di Capitolo Zero si ponga su questa linea di ricerca di linee, azioni sceniche e  archetipici come forse Jean Genet cercava parole fuori dagli schemi, sincerità e forza di un segno, che si faccia esemplare.



 “E se non riesco, con la sola forza del mio testo, a mettermi a nudo bisognerà che qualcuno mi aiuti. Contro me stesso, contro noi stessi - mentre queste rappresentazioni ci pongono non so come dalla parte giusta, dove non c'è posto per la poesia.”

“Estinta l'idea, splende, la parola, d'ogni virtualità abbandonata. E’ vuota. E’stata. Oggi –qui- inutilizzabile per l'atto futuro, è circoscritta, sterile. Moglie e figlie di re, Fedra, Antigone, poi morte, poi leggendarie e infine sequenza splendente di lettere – e tu- avete conquistato il prestigio assoluto: la morte.”

“Staccate dal linguaggio col mio freddo scalpello, le parole, nitidi blocchi, sono anche sepolcri.”

(Il Funambolo, J.Genet)



Credo che, in modo molto naturale ed istintivo, il lavoro di Capitolo Zero applichi questa regola aurea, della fusione, dalle parole ai danz-attori, i quali non si staccano mai fra di loro, ma fanno delle loro identità e singolarità un linguaggio o blocco unico, oceanico, esotico ma coeso, ed in perpetuo viaggiare.
 
Se queste sono solo le prove..non oso immaginare la bellezza che ci restituiranno nella presentazione ufficiale, dopo due settimane di lavoro: sabato e domenica, 15 e 16 luglio, ore 21, non bisogna mancare.

16 giugno 2017

“Dalla finestra III: il gioco con la ruota” di Herbert List




nota di Gianni Quilici



Lo sguardo si posa sulla foto di Herbert List e coglie d’acchito il movimento. La bellezza di un movimento che, pur nella sua staticità fotografica, si percorre immaginativamente nel suo sottofondo esplicitamente motorio.



Un movimento triplice: la ruota (una perfetta O) che scorre via; il bambino che la insegue a prefigurare il gioco (fortuna o abilità vuole che egli sia colto con il piede alzato a formare con l’altra gamba un perfetto angolo retto) e la motoretta con due giovani quasi fantasmatici ( due teste che, nei vestiti scuri indistinguibili, paiono fuse in un corpo soltanto). 



C’è armonia tra questa scenografia nella Trastevere popolare degli anni ’50 e lo sfondo di mattoncini in pavé, una mescolanza curiosa tra una possibile strada per le due linee tracciate per terra, ma non rispettate dalla moto passante, e la grande piazza aperta al gioco.



Herbert List segnala nella didascalia la sua presenza ad una finestra come spettatore interessato e distaccato, dentro e fuori lo spettacolo e le possibili “creazioni” che la piazza offre nella mutevolezza delle situazioni a chi sa vederle e coglierle nell’attimo giusto.



Herbert List. Dalla finestra III: il gioco con la ruota. Trastevere, Roma. 1953.