19 novembre 2018

"L'ultimo Roland Barthes"


di Davide Pugnana

L'ultimo Roland Barthes, quello che allunga la mano verso Proust per far chiarezza nella sua vita; quello delle riflessioni testamentarie de La camera chiara"; quello del diario struggente tenuto coraggiosamente aperto sul lutto materno e, lavorando in esso, sul tempo ritrovato del ritorno alla matrice d'origine: quel Barthes, che scava a mani nude nella ferita di orfanità "dove lei non è più" - ecco, proprio in quelle sue pagine estreme, troviamo un'esclusiva, totalizzante pienezza di senso che trasforma la riflessione sulla morte in risposta di vita e fa del massimo di chiusura biologica il culmine dell'apertura umana.

Ogni volta che lo rileggo mi commuove l'anello di congiunzione che l'ultimo Barthes è riuscito a cucire tra costruzione teorica e dolorosa sostanza esistenziale: la "puntura" percettiva raccolta dal semiologo perfora l'immagine e attraversa l'ordine logico dello "studium" per raggiungere gli oggetti del suo mondo interno. Eccolo: il viaggio al fondo della vera conoscenza. È nella dinamica di questo processo che lo sento veramente proustiano: non tanto la memoria involontaria come risposta obliqua e alogica all' "intelligenza" del tempo matematico; ma il riverbero intermittente capace di dischiudere quello che - scrive Proust stesso nel centro de Le Temps retrouvé - «resta chiuso come in mille sigillate giare ciascuna delle quali è riempita di cose d'un colore, d'un odore, d'una temperatura assolutamente differenti; senza contare che tali giare disposte lungo la cresta dei nostri anni durante i quali non abbiamo smesso di mutare, sia pur soltanto nei nostri sogni o pensieri,sono situate a quote molto diverse, e ci dànno la sensazione di atmosfere singolarmente variate.» Bello riuscire a fissare un "punctum"/kairos che duri e resista oltre l'attimo.
foto di Ferdinando Scianna

«Tuttavia, se si tratta di una persona - e non più di una cosa - l'evidenza della Fotografia assume tutt'altro rilievo. Il fatto di vedere fotografati una bottiglia, un mazzo di fiori, una gallina, un palazzo, non tira in ballo che la realtà. Ma se invece si tratta di un corpo, d'un volto, e quel che è più, come spesso accade, del corpo e del volto della persona amata? Dal momento che la Fotografia autentifica l'esistenza della tale persona, io voglio ritrovarla globalmente, ossia in essenza, 'come se stessa', al di là di una semplice somiglianza, anagrafica o ereditaria che sia. [...] L'aria di un volto non è scomponibile. [...] L'aria non è un dato schematico, intellettuale, come lo è invece una silhouette. E non è neppure una semplice analogia - per quanto spinta possa essere - come lo è la 'somiglianza'. No, l'aria è quella cosa esorbitante che si trasmette dal corpo all'anima [...] Scorrevo così la foto di mia madre seguendo una via iniziatica che mi portava all'esclamazione, fine di ogni linguaggio, 'È esattamente questo!': [...] la Fotografia del Giardino d'Inverno, in cui vado ben oltre il semplice riconoscimento: in cui la ritrovo: brusco risveglio, al di fuori della 'somiglianza', satori in cui le parole vengono a mancare, evidenza rara, forse unica del 'Così, esattamente così, e niente di più'. [...] Tutte le foto di mia madre che passavo in rivista erano un po' come maschere; all'ultima foto, improvvisamente, la maschera scompariva: restava un'anima, senza età ma non al di fuori del tempo, dal momento che quell'aria era quella che vedevo, consustanziale al suo volto, ogni giorno della sua lunga vita.»


14 novembre 2018

"Museo Nazionale di Palazzo Mansi - Lucca" di Davide Pugnana


Al piano nobile di Palazzo Mansi, nel cuore di Lucca, si apre, non senza sorpresa per chi viene da fuori, quella vertiginosa Pinacoteca che squaderna dipinti per due secoli di pittura italiana.

Un'antologia figurativa disseminata lungo un percorso a "L", articolato in prima battuta in un grande e scenografico corridoio dalle pareti altissime, di colore rosso e completamente foderate di opere, cui segue la fuga serrata di tre piccole stanze altrettanto gremite di opere di altissima fattura.


L'allestimento a mo' di quadreria, secondo un'accozzaglia tipicamente barocca, dove i dipinti si affiancano e sovrappongono l'un l'altro alle pareti senza una sola riga di spiegazione e nella più totale assenza di didascalie, costituisce una palestra preziosissima per l'occhio che, a diretto contatto con una pluralità di stili, può fare esercizio attributivo o muovere al semplice riconoscimento guardando le varie "mani" che dal manierismo fiorentino con i ritratti di Pontormo e Bronzino arrivano al Seicento con il Sebastiano adolescente dal busto michelangiolesco scolpito dalla luce di Luca Giordano; le battaglie spadaccine per narrazione e tocco di Salvator Rosa, a cui rispondono, quasi per contrappunto, i pacati, siderei, metallici paesaggi nordici di Paul Bril.
Nel mezzo passano copie da Correggio di squisita fattura; gruppi di figure del Beccafumi dalla cromia smagliante sia pure temperata da una morbidezza che sfuma i contorni e che dialoga, a distanza, con il nudo femminile del Furini; in alto, grandi formati del Domenichino e di Orazio Gentileschi; un notturno rotto di bagliori del Bassano, e, nelle piccole sale, ritratti e soggetti sacri e profani che rivelano autentici e sconosciuti capolavori di metà-tardo Cinquecento e primo Seicento, tra i quali pezzi mirabili di Sustermans.

Tra questi figura la "Madonna col Bambino" attribuita a Francesco Avanzi, pittore di cui non abbiamo notizie certe; ma che dallo stile ci suggerisce un'attività svolta forse a Milano, a fine Cinquecento, forse a bottega da un allievo di Leonardo o da qualcuno che guarda alle conquiste tecniche ed espressive del maestro, e che Avanzi assimila con grande intelligenza figurativa e di cui dà prova in questo gioiello di disegno (salvo la sgrammaticatura anatomica del braccio del bimbo che crea una piccola lacuna estetica) e di perfetta calibratura di luci ed ombre, modulata secondo i dettami dello sfumato leonardesco; ma trattato con un di più di plasticismo che rende gli impasti e i trapassi chiaroscurali più fermi. Magistrale l'uso delle velature nella resa in profondità dei carnati e nella velificazione dei panneggi. Un pezzo da novanta della collezione.

L'unica pecca di queste piccole stanze, sul piano museografico, è il sistema di illuminazione che, in molti punti, purtroppo getta schiaffi di luce sull'opera e scempia, altera e impedisce all'occhio una corretta lettura, e a poco o nulla vale il piegarsi in basso o il mettersi di lato. È il caso, oltre che dell'Avanzi affatto illeggibile e del Pontormo, del ritratto di Federico Ubaldo della Rovere bambino di Alessandro Vitali, in abito rosso e scarpette grigie, in atto di giocare con la pallina e la racchetta in legno, che pare un Velàzquez o un Manet ante litteram.

08 novembre 2018

"Visti&Scritti" di Ferdinando Scianna


di Gianni Quilici

Questi Visti&Scritti di Ferdinando Scianna sono innanzitutto “piacere”. Piacere visivo (più di 300 ritratti) e piacere delle testimonianze, annesse ad ognuno di questi ritratti, tra ricordo, riflessione, aneddoto. Personaggi più o meno famosi, ma anche sconosciuti o famosissimi planetariamente.  Piacere nostro come lettori, ma anche (si percepisce bene) dell’autore stesso che li ha pensati, raccolti, concepiti.

E’ come se Scianna ci accompagnasse in un viaggio e ci presentasse una costellazione di volti scolpendoli con scatti mai banali,  a volte, invece, indimenticabili,  e ce li raccontasse con folgoranti giudizi, con ricordi,  con divertenti aneddoti o con succinte impressioni, anche acide.

Inoltre molti di questi personaggi li conosciamo, hanno fatto parte del nostro immaginario, con loro abbiamo intessuto un possibile rapporto di sentimenti (simpatia o apprezzamento, astio o  amore) e quindi l’interesse o semplicemente la curiosità è più alta, più pungente. Si va da Papa Wojtyla a Berlusconi, da Sartre a Foucault, da Saramago a Borges, da Cartier-Bresson a Koudelka,  da Scorsese a Isabelle Huppert, da Moravia a Calvino, dal Dalai Lama a Salgado, da Montale a Kundera, da Toni Servillo a Sandrine Bonnaire soltanto per citarne alcuni.

Prendiamo questa foto di Roland Barthes.
Bellissimo ritratto, senza andare nel dettaglio, per la concentrazione con la quale fuma il sigaro, dove il sigaro si armonizza alla concentrazione, ma questa vive per conto suo in un pensiero a noi ignoto. E di Barthes, Scianna scrive, tra l’altro: “Mi sembrò timido, imbarazzato, non smetteva un istante di fumare il suo sigaro: le sue risposte erano nitide e perfettamente strutturate. Amaro, malinconico. Gli rimanevano soltanto tre anni di vita”.

Oppure questa su Ornella Muti
La bellezza di un sorriso pieno potrebbe essere la sintesi dello scatto, ma c’è un aspetto che dà più forza e originalità all’immagine: il movimento di rotazione verso l’obiettivo del volto.
Scrive Scianna: “Ornella Muti è stata una grande icona della femminilità per gli uomini della mia generazione. Quando ho avuto l’occasione di fotografarla era in piena, matura e vitale bellezza. E il suo sorriso non mancava certo di suggestione!”.

E infine Asia Argento. 
Qui  colpisce l’incontro delle guance tra l’uomo segnato dal tempo con gli occhi chiusi sognanti e la faccetta pulita e carina di lei.
E su di lei Scianna scrive, tra l’altro:: “E’ tenera, intelligente, colta e sbullonata. Molto simpatica. Così l’ho fotografata; ma i giornali la preferiscono solforosa e regressiva. Forse si preferisce così anche lei”.

Ferdinando Scianna. Visti&Scritti. Pag. 432. contrasto. Euro 24,90
             
   

"Mesi" di Folgore da San Gimignano


di Davide Pugnana

Di Folgore da San Gimignano, poeta delicatissimo, mi piace rileggere, al cadere e tornare di ogni stagione, quella «corona» in versi dedicata ai Mesi che pare scrisse per una brigata «nobile e cortese» che «in tutte quelle parti dove sono, /con allegrezza stanno sempre». In questa cornice, ogni sonetto somiglia a una piccola finestra festevole e sognante, dalla quale ammiccare a un mondo di cotone tutto pervaso da un'aria champagnina di spensierata gaiezza e di idillio cavalleresco. Per gli amanti delle equivalenze figurative, questo mondo trova il suo alter ego iconico nel ciclo trentino dei Mesi di Maestro Venceslao, proprio come Simone Martini sta a Petrarca e Giotto a Dante.
  
Ma da dove nasce la presa di modernità magnetica che Folgore esercita ancora sui lettori del 2018? Sarà quella levità musicale dei suoi versi, traforati di aria e di luce come garze bianche contro i cieli toscani; sarà quell'atmosfera incantata di sensuoso abbandono nel sogno di una mondanità cortese, sollazzevole e gaia; o sarà, forse, per quel potere di bucare la realtà che hanno unicamente le fiabe, quando sanno trasportarti in una sfera di maliosa irrealtà. Sarà per tutto questo.

O sarà, almeno per me che vado dietro alle cadenze della letteratura dei rêves, quell'accento prosodico fermo, di quarzo ma, al contempo, venato di tono nostalgico, simile a quello struggimento eliotiano di memoria e desiderio quando stanno chiusi negli autunni vibranti di commosse malinconie, così morbidi e vaghi da riuscire insopportabili e belli perché miniate su uno sfondo di paesi rigati da «prodi e cortesi più che Lancillotto».


Sonetto XXV
- Di novembre -
E di novembre a Petrïuolo, al bagno,
con trenta muli carchi di moneta:
le rughe sien tutte coperte a seta;
coppe d'argento, bottacci di stagno;

e dare a tutti stazzonier' guadagno;
torchi e doppier' che vengan di Chiareta,
confetti con cedrata di Gaeta;
bëa ciascuno e conforti 'l compagno.

E 'l freddo vi sia grande e 'l fuoco spesso;
fagiani, starne, colombi e mortiti,
levri e cavrïuoli a rosto e lesso;

e sempre avere aconci gli appetiti;
la notte 'l vento e 'l piover a ciel messo,
e siate nelle letta ben forniti

01 novembre 2018

"Conversazione su Tiresia " di e con Andrea Camilleri


di Silvia Chessa

Avvolti nel silenzio e nel buio della notte, dove solo le cicale osavano sussurrare un vibrante “in bocca al lupo”, nell’abbraccio alchemico di antiche pietre pregne di passato, salendo su quello stesso palco dove Eschilo dirigeva i suoi coreuti, l’11 giugno 2018, dal Teatro Greco di Siracusa, la voce di Andrea Camilleri (scrittore, autore amatissimo e popolare, con 30 milioni di libri venduti nel mondo, nonché padre di Montalbano), irrorata dalla magia del flauto di Roberto Fabbriciani (non saprei dire se fosse più flautata la voce di Andrea Camilleri o più umanizzata  quella emessa dal flauto, veramente magico, dell’impagabile Roberto Fabbriciani), ebbene quella voce si faceva corpo teatrale, dando vita alla più poetica attualizzazione del mito di Tiresia, vate omerico che profetava in versi.


Identificazione originalissima e però anche spontanea perché davvero Camilleri, avendo perso la vista è stato capace, da questo episodio, di trarre benefici e doni straordinari, ammantandosi di una mira precisa dal respiro lirico.


La personalità e la creatività erano già in dote a Camilleri, che non si sforza nell’identificarsi con il personaggio del mito, e addirittura arriva ad esserlo, e lo difende dalle accuse degli storici meno gentili come fossero rivolte a sé.


Tiresia è un personaggio simbolo che, come riscopriamo in questo evento-spettacolo, attraversa  pagine memorabili e luminosi versi, dai classici ai moderni, da Omero a Primo Levi, cangiando pelle ma non potenza, duttile, come pongo, a metamorfosi e mutamenti, sfuggente ad ogni identificazione, anche sessuale, per essere espressione di sapienza e facoltà di profetare in versi.



Camilleri novello Tiresia, vero testimone e vero vate, non solo ci parla di sé in una geniale e struggente identificazione col personaggio e mito di Tiresia, ma anche familiarizza e ci fa familiarizzare con classici come Omero, Ovidio, Stazio, Sofocle, Seneca, Dante, Poliziano, Milton, Borges, Apollinaire, Virginia Wolf, Pavese, Pound, Eliott, Pasolini, Primo Levi.
 
Frattanto ci chiama alla risata (scherzando sulla tragedia di possedere un cervello femminile, complicato, vendicativo in modo sottile o irascibile come quello di Era), allo stesso tempo attualizza il mito con riferimenti ai giorni nostri (discernere un serpente maschio da uno femmina è difficile come, oggi, distinguere un politico di sinistra da uno di destra), ci regala immagini dalla forte carica simbolica (il cardellino che, accecato, canta meglio).


Il tutto in una performance curata nei dettagli e scorrevole che parte dalla storia del poeta greco Anfione, dotato di virtù magiche, che per tre giorni rimase cantando, suonando, e poetando sul monte Citerone sino a che i grandi massi bianchi che costituivano la bellezza estetica del monte stesso ma che dovevano, invece, servire alla costruzione della città di Tebe, si staccarono spontaneamente e vennero giù rotolando come pecorelle incontro al loro destino di utilità per il mondo..


E alla poesia approda, lo spettacolo, concludendo l’excursus poetico attorno a  Primo Levi. Anch’egli ha tributato il suo omaggio a Tiresia, a lui ha intitolato, infatti, uno dei racconti della sua raccolta “La chiave a stella”; inoltre Levi, ci rammenta la voce di Camilleri, in un passaggio cruciale e conclusivo indicò, nella poesia, l’elemento salvifico che lo fece sopravvivere, nella detenzione nel lager nazista (orrore che neppure il migliore dei profeti poteva prevedere accadesse, infatti Camilleri Tiresia ammette di non aver potuto prefigurare i campi di concentramento e che nessun profeta avrebbe mai potuto immaginarli..), ad una metamorfosi ben peggiore di quella di Tiresia,  da uomo a donna. Senza la poesia Levi, prigioniero, con gli altri, nel campo di concentramento, dice di se stesso che si sarebbe trasformato da uomo a non uomo, un numero tatuato sulla pelle.

In questa appassionata lezione teatrale notiamo che Tiresia, peraltro, è stato la felice ossessione di Ezra Pound, comparendo nel primo e nell’ultimo dei suoi Cantos, e, dal momento che l’ultimo fu scritto a distanza di 40 anni dal primo, possiamo ben dire che il personaggio del vate tebano ha tenuto compagnia molto a lungo a Pound, una delle menti più dotte e poliedriche del Novecento, capace di coniugare sperimentalismi e afflati virgiliani.  


Ci tiene avvinti un'ora e mezzo questo monologo che Camilleri, 93enne lucidissimo, noto al mondo come scrittore ma qui al suo esordio come attore, padroneggia completamente a memoria senza -lo sottolineo con ammirazione ! - nessun ausilio o suggeritore.


Un monologo che, per contenuti e spessore, è pari ad una lezione cattedratica ma, per chiarezza e comprensibilità, è alla portata di tutti, dai toni leggeri come di una conversazione fra amici. Tutto ciò si sviluppa in una dimensione magica ma anche essenziale dove l'elemento barocco è dato solo dalla cornice del teatro e dalle innate suggestioni di una Sicilia che riaffiora a tratti con la sua storia antica, il femminino pagano e poi sacro, i suoi profumi inebrianti, il mare, le sue malie..

“Ci sono luoghi che come navi spaziali si muovono nel tempo..è come mettere il piede dentro un’astronave”, dice Camilleri a proposito del Teatro Greco di Siracusa.


E, in quel teatro astronave, Camilleri-Tiresia è in cerca, mette noi spettatori in cerca, dell’eternità.

E se, come scrive Borges, siamo tutti attori e spettatori al contempo, quel pizzico di eternità l’abbiamo scorta, e ci appartiene davvero, dal momento che lo abbiamo ascoltato, immerso nella eternante cornice scenica del Teatro Greco di Siracusa.



Memorabile questo debutto di Camilleri, condotto dalla regia intelligente di Roberto Andò e Stefano Vicario, che ne lasciano, senza forzature, librare il naturale talento.


Forte anche l’allaccio a una Sicilia barocca, dialettica e provocatrice, allaccio che infatti suggerisce a Camilleri-Tiresia due spiritosi accenni al suo Montalbano, in questa amichevole e poderosa narrazione.


Andando a dipanare la magica materia dei sogni ed incubi di Tiresia, questo soggetto cine-teatrale ha indicato a tutti noi la chiave per vedere oltre il buio, e intingere nella tinozza della poesia il sapere multiforme e infinito del nostro secolo, tecnologico e iperconnesso, ma che si arresta alla cronaca, laddove avrebbe la memoria e la potenzialità di veggenza del domani.


Parlo della bellezza. Non ci si mette a discutere su un vento d’aprile. Quando lo si incontra ci si sente rianimati.”, le parole sono di Pound, uno dei grandi poeti citati nello spettacolo. E così, parafrasando le parole di Ezra Pound, ci si sente rianimati dal pensiero che corre veloce in questo monologo che si conclude, per voce di Camilleri, con un appuntamento dall’ardire profetico, nello stesso posto, fra cent’anni.


Tiresia aveva una figlia, Manto, che ereditò i suoi prodigiosi poteri e che fondò Mantova.

Chissà chi potrebbe indossare le vesti di Manto, fra le attrici di oggi?

Ed ancora chi potrà, magari, ricevere il testimone di questa avventura teatrale e culturale? 

Personalmente mi auguro sia l’inizio di un ciclo del genere, e suggerisco agli autori di non dimenticare altre giganti figure come, a titolo d’esempio, la figura di Cassandra, o quella di Medea, viste dalla penna e dalla prospettiva intrigante di Christa Wolf.



“Conversazione su Tiresia”

Di e con Andrea Camilleri 

A cura di Valentina Alferj

Regia teatrale di Roberto Andò

Regia di Roberto Andò e Stefano Vicario

Musiche dal vivo di Roberto Fabbriciani



Prodotto da Palomar e distribuito in esclusiva al cinema da Nexo Digital

solo il 5, 6, 7 novembre 2018

31 ottobre 2018

“Migrant Mother” foto di Dorothea Lange


di Gianni Quilici


Migrant  Mother di Dorothea Lange è una foto famosa, perché, più di ogni altra, simbolizza la grande depressione economico-sociale vissuta dagli Stati Uniti, a partire dal 1929, con il crollo di Wall Street.

Perché proprio questa tra le tante immagini?
Perché rappresenta la disperazione di milioni di disoccupati, di senzatetto, di affamati,   senza pietismi, lasciando, invece, spazio all’immaginazione.

E’ una di quelle foto, infatti, che vanno oltre ciò che esse mostrano, come se uscissero dalla cornice, portandoci con essa in uno spazio di tragedia quotidiana indefinita.

Vediamo, infatti, il volto della donna bello nella sua espressività, povera, ma non misera, afflitta ma dignitosa, con una serie di dettagli su cui si potrebbe sottilizzare: lo sguardo perso in un pensiero mesto,  fili di rughe appena percepibili sulla fronte, il braccio piegato con le dita della mano a sostenere, leggere, il volto.

Ma altrettanto decisivi per l’intensità della foto sono i suoi bambini-e.
Il profilo del bambino, lo intravediamo appena, mentre dorme sul grembo di lei, avvolto in poveri panni. Le due bambine si nascondono sul corpo della madre: l’una incartocciata sulle sue spalle; l’altra poggiata dietro le sue spalle . Ci mostrano soltanto i bei capelli folti, tagliati da lasciare il collo scoperto.

Si vergognano? Piangono? Si disperano?
E’ qui la grandezza poetica dello scatto: rendere visibile-invisibile la condizione in cui versavano milioni di persone in quegli anni. Per un verso mostrandola direttamente; per un altro lasciandola  all’immaginazione. Una foto che ci tocca  soprattutto ad un secondo sguardo, più meditato. Non un grido diretto; un grido sommesso che rimane.    

La donna nella foto è Florence Owens Thompson . Nel 1960, Lange raccontò la fotografia:
    Vidi e mi avvicinai alla madre affamata e disperata, come attratta da una calamita. Non ricordo come le ho spiegato la mia presenza o la mia macchina fotografica, ma ricordo che non mi ha fatto domande. Ho fatto cinque esposizioni, lavorando sempre più vicino dalla stessa direzione. Non ho chiesto il suo nome o la sua storia. Mi ha detto la sua età, che aveva trentadue anni. Disse che vivevano con verdure surgelate provenienti dai campi circostanti e uccelli uccisi dai bambini. Aveva appena venduto le gomme dalla sua auto per comprare del cibo. Lì si sedette in quella tenda snella con i suoi bambini rannicchiati intorno a lei e sembrava sapere che le mie foto potevano aiutarla, e così mi aiutò. C'era una sorta di eguaglianza a riguardo

Dorothea Lange. Migrant Mother. USA 1936


16 ottobre 2018

"L’affare Vivaldi" di Federico Maria Sardelli


di Maddalena Ferrari

E’ un romanzo, ma anche una documentata ricostruzione storica, che incuriosisce, avvince, conquista. Fa penetrare il lettore in una narrazione – rappresentazione, che spazia, alternando i diversi momenti, tra il ‘700, l’’800 e il  ‘900. Racconta le vicissitudini della folta collezione di spartiti, autografi di Vivaldi, ma anche di altri grandi musicisti del ‘700, originali e non.

Il titolo lascia presagire un giallo ed in effetti  ci sono elementi di mistero e di suspense; ma si può anche leggere come un’allusione ai proventi che alcuni individui avidi e furbi ebbero modo di ricavare da questo immenso patrimonio.

Il racconto fa agire quasi esclusivamente personaggi storici, che vivono immersi nella loro realtà, dove tutto, ambienti, oggetti, perfino le condizioni atmosferiche, si tocca con mano; i dialoghi, i movimenti, frutto di fantasia, si attagliano perfettamente all’iconografia e alle situazioni rappresentate.

Nei passaggi dei secoli o dei decenni c’è una costante: l’arroganza e la vacuità morale e intellettuale del potere politico e sociale, sottolineate con ironia e sarcasmo, negli aneddoti, incontri, conversazioni.

Spicca il cameo di Mussolini, vuoto, vanesio ed egocentrico; ed esilarante è la costruzione del personaggio Ezra Pound, entrante, arrogante e presuntuoso, con il suo italiano inglesizzato,  di un’antipatia sottilmente respingente.

A tutto questo si contrappongono la serietà, il rigore di pochi eletti, in particolare Luigi Torri, direttore della Biblioteca Nazionale di Torino, e Alberto Gentili, musicologo dell’università della stessa città, ai quali si deve riconoscere il merito della riscoperta di Vivaldi, dopo più di un secolo di abbandono.

L’autore poi con amore, acribia, intelligenza comunicativa, ci dà ragguagli dettagliati, sempre interessanti, con ricchezza di citazioni, della vasta, articolata mole dell’eredità del grande musicista

Federico Maria Sardelli. L’affare Vivaldi. Sellerio.Euro 14,00

 

07 ottobre 2018

Un ciclista: Alberto Contador



di Gianni Quilici

Se c’è un ciclista che mi ha colpito, dopo Pantani, è stato Alberto Contador.
Dice in un’ intervista pubblicata su “la Lettura” (domenica 7 ottobre 2018):
“Ma io con la bicicletta ci ho giocato, perché la passione che ci ho messo è stata sempre quella del primo giorno, quando da bambino ho scoperto la salita: una sensazione unica, di forza, di potenza e di libertà che non mi ha mai veramente abbandonato.”

Queste sensazioni, credo che anche altri ciclisti le abbiano vissute. Contador, tuttavia, è andato  oltre, aggiungendo un elemento in più: uno stile unico,  immediatamente riconoscibile.
Lo stile di chi si alza, alto e sottile, dondolandosi sui pedali,  e dando alla potenza, di chi riesce a fare il vuoto dietro di sé, un senso di leggerezza.

Questo stile colpisce l’immaginario, perché contiene una bellezza, in cui si intrecciano forza  leggerezza e coraggio. La forza conquista perché si impone; la leggerezza intriga perché è bella a vedersi, il coraggio perché si è gettato in imprese che sembravano impossibili. In questo senso la sua “immagine”, come per pochi altri campioni, è  rimasta scolpita, andando oltre il realismo, è diventata mitica.  



26 settembre 2018

"Versi che aprono spazi di libertà" di Glay Ghammuori

                                                    

                              Versi che aprono spazi di libertà


È già accaduto – e più di una volta – che uomini e donne, privati della libertà per pagare un loro debito alla giustizia, abbiano affidato alle parole della poesia sentimenti, speranze, rimpianti, sogni…
Si è già verificato. Più raramente, però, è capitato che di quei versi, magari ingenui, magari zoppicanti ma sinceri, si innamorasse Lo Scrittore di Successo: un innamoramento tale da decidere di tenere a battesimo un esordio letterario altrimenti destinato alla maledizione del silenzio.

Stiamo parlando di Marco Malvaldi, autore di punta della casa editrice Sellerio, uomo generoso e inventore dei letterari, perspicaci vecchini del celeberrimo BarLume, assunti a fama imperitura perché protagonisti di una fortunata fiction televisiva. Meno noto, invece, è Glay Ghammouri, tunisino, quarant’anni, attualmente ristretto nella Casa di reclusione di Volterra, da anni affascinato dalla forza di comunicazione della poesia
I suoi versi, inizialmente scritti su foglietti stropicciati, suscitarono l’attenzione degli insegnanti dei corsi tenuti nel carcere di Pisa.

Così lo ricorda la sua professoressa di italiano, Giovanna Baldini: “Gli dissi di continuare, di pensare, di provare a dare forma scritta alle sensazioni, qualunque esse fossero. Perché conoscere meglio se stessi attraverso le parole versate sulla pagina fa sempre bene. I soliti consigli che i professori danno agli studenti”. Però, questa volta lo studente ha dato retta alla sua insegnante  e Glay ha scelto di continuare a scrivere. Fino all’incontro con Marco Malvaldi, in carcere per un suo percorso di ricerca nelle zone più oscure della società.

Nasce così questa breve antologia poetica, Vengo dal sud oltre l’orizzonte, da poco pubblicata dalla casa editrice pisana ETS. Pagine emozionanti, struggenti in cui si intrecciano memorie personali, sentimenti di protesta esistenziale, di rabbia storico politica… Una robusta vena poetica, quella di Glay, intensa, diretta, incapace di diplomatismi e mediazioni, che non dimentica l’amore per la compagna, la famiglia, la propria terra bella e disperata.

Una vita in versi, che, proprio perché fatti di poesia, non possono essere chiusi tra le sbarre e sono capaci di regalare insperati spazi di libertà al cuore e alla testa dell’Autore.

Associazione Controluce Pisa

Glay Ghammuori, Vengo dal sud oltre l'orizzonte, con un intervento di Marco Malvaldi, copertina di Tiziano Semeraro, edizioni ETS Pisa, luglio 2018, pp. 46, Euro 10,00

12 settembre 2018

"Gli anni forti" di Paola Martini

di Giuseppe Muraca

"Gli anni forti" di Paola Martini è un romanzo autobiografico che rievoca la storia di una donna, dagli anni dell'adolescenza fino al delitto Moro, dall'esordio scolastico fino all'università, alla conquista della propria indipendenza e della propria libertà. 

Le vicende personali s'intrecciano con gli avvenimenti collettivi della storia italiana: il dopoguerra, gli anni cinquanta, il boom economico, il 68 e gli anni settanta dei gruppi extraparlamentari, del femminismo e del terrorismo. 

Paola Martini. Gli anni forti. Piero Manni, 2017. 14,00 euro

Il racconto scorre in maniera lineare, con leggerezza, spontaneità e semplicità, con passi molto intensi e dal ritmo quasi poetico.

04 settembre 2018

‘Gli anni forti’ di Paola Martini




di Giuseppe Perez

Ci sono periodi storici talmente cruciali che sembrano caratterizzati da una cesura netta che li rende fortemente distinti rispetto a ciò che viene prima e a quello che segue.
Questo romanzo ha il suo centro proprio in uno di questi periodi: le vicende personali che vengono narrate sono inserite nel vortice del decennio tra il ‘68 e il ‘78, anni frenetici e ricchi di fermenti nuovi, entusiasmo e partecipazione, concludendosi con la deriva degli anni di piombo, prima dell’avvento dell’arida stagione del cosiddetto riflusso. Ma quella è un’altra storia.
 

La protagonista, nata in una famiglia della media borghesia agiata, giunta all’età cruciale dell’adolescenza si ritrova coinvolta nel periodo della contestazione giovanile, di cui fa sue le istanze di cambiamento e modernizzazione della società, della lotta per dare maggiori opportunità alle classi sociali più svantaggiate, del rifiuto della gretta e limitata visione dei rapporti sociali, specialmente nella provincia.
Si trova così a dover conciliare il meglio della sua cultura di provenienza, impartita dalla famiglia e gli ideali della contestazione giovanile, col suo anelito per la libertà dagli schemi imposti fino a quel momento e lo spirito egualitario, la messa in discussione delle basi della società, oltre al tentativo di realizzare un autentico cambiamento nel potere politico, fino ad allora blindato dalle logiche della geopolitica dei blocchi Est-Ovest contrapposti.
 

Nel corso del romanzo si alternano, dunque, descrizioni di episodi e momenti di vita più personali a quelli collettivi, comuni a molta della gioventù impegnata degli anni’60/’70, trattati con uno stile attento ai dettagli e alla accurata descrizione di persone e luoghi tale da farne quasi la sceneggiatura di un ipotetico film, un affresco su quegli anni cruciali, il tutto con una vena di sottile ironia e qualche toscanismo che non fa che rendere più viva e vera la narrazione.
 

Un dettaglio che si può scorgere tra le righe, anche se mai esplicitamente citato durante la narrazione, è che c’è sempre la ricerca di un 'noi' nella descrizione delle vicende che si susseguono nel tempo. Che si tratti della famiglia, negli anni dell’infanzia, degli amici dell’adolescenza, dei gruppi di varia estrazione religiosa o politica della prima giovinezza o della persona con cui formare una famiglia, c’è sempre la ricerca dell’appartenenza, dell’essere elemento attivo in una comunità, piccola o grande che sia. Un 'noi' in cui l’individuo non si annulli ma di cui faccia parte per realizzarsi. 
Questo, si intuisce, è la maggiore eredità di quegli anni, in seguito cancellata dall’imposizione dell’individualismo, dell’egoismo che la società consumistica ha interesse a coltivare.
 

“Parlavamo tra noi con l’intensità e la passione di chi condivide un progetto importante. Ci sembrava che il mondo fosse in attesa proprio del nostro impegno, che contasse sulla nostra energia, sul nostro coraggio, per liberarsi dalle catene del passato.”
Questo potrebbe essere il messaggio che questo romanzo lascia al lettore che non ha vissuto quegli anni: partecipare, mettere tutto in discussione insieme agli altri, non lasciarsi rinchiudere da soli in un recinto ma coltivare insieme lo spirito critico: come direbbe Giorgio Gaber, “Libertà è partecipazione.”


Paola Martini. Gli anni forti. Manni 2017.

03 settembre 2018

“Volti metropolitani” foto di William Klein



di Gianni Quilici

Guardo la foto e mi colpisce. Però  soltanto con uno sguardo attento  mi conquista e si scolpisce.
Perché se si dà un’occhiata veloce la forza e la varietà dei volti  può essere “distratta” da uno squilibrio compositivo: il profilo in primissimo piano della ragazza che invade quasi metà dell’inquadratura. E l’occhiata sarebbe  comunque corretta se la foto non avesse quella complessità di segni difficili da cogliersi senza un’osservazione più meditata.

Mi colpiscono, infatti, in questa foto di William Klein, due elementi che, per comodità espositiva, separo, ma che inevitabilmente si fondono.

Primo elemento: l’intensità di alcuni volti e l’anonimato di altri, tutti ( o quasi)  tagliati e scolpiti nella loro inconsapevolezza, persi nei loro pensieri fatui o concentrati che siano. Su questi spicca con singolare evidenza il profilo della ragazza, per l’energia espressiva e l’incisione dello scatto.

Secondo: la profondità ritmico-musicale della composizione, nella quale i visi si scandiscono dai primissimi piani fino al campo medio nello sfondo più impersonale dell’obiettivo fotografico armeggiato da una mano.

E’ una delle numerose foto in cui William Klein, dentro una folla o un gruppo, rappresenta felicemente l’anima della metropoli, attraverso immagini ravvicinate degli attori che la vivono. Foto più o meno “rubate”,  corpo a corpo coi corpi, ripresi con grandangoli potenti, adatti a ritrarre molteplici varietà di stati d’animo e di espressioni in poco spazio, moltiplicando il rapporto tra di essi e gli sfondi.  Da qui la necessità di superare l’inquadratura perfetta in tutti i suoi molteplici canoni, in favore dell’attimo nel suo movimento, casualità, possibile deformazione, caos.   

14 agosto 2018

"Il legionario" di Hleb Papou



di Silvia Chessa
 
Un corto pieno di corto circuiti e di occasioni per riflettere. Che sonda le problematiche sociali della seconda generazione di italiani, però viste dalla seconda generazione, da dentro, finalmente, e non dall’esterno, che mette in campo un conflitto, ma con schemi e finale aperti, senza cedere a conformismi, senza dare soluzioni precostituite o voci codificate.

Il regista, Hleb Papou, e l’attore protagonista Germano Gentile, il primo bielorusso ma cresciuto sin da piccolo e residente a Lecco, il secondo brasiliano ma venuto a venti giorni in Italia, sono italianissimi, come cultura, look, istruzione e nella loro lingua non vi è quasi alcuna traccia delle rispettive origini.
Eppure le radici ci sono, esistono, ed altrettanto i problemi, i muri, le diffidenze e le differenze..
Pensiamo solo a quando si va in municipio a rinnovare un documento o si dettano il proprio nome e cognome ad un a call center ..
Le facciamo noi, le vivono loro… ma noi, loro chi?
Chi sono gli stranieri, gli occupanti..chi occupa cosa?E da quando?
Cosa vuol dire famiglia?
Dopo molte ed oneste indagini sul campo, fra caserme e case occupate, questo giovane e promettente talento sfornato dal Centro Sperimentale di Cinematografia ci tira fuori, insieme ad una bravissima squadra anch’essa talentuosa e promettente, una piccola perla dove le domande sono di una attualità sconcertante e le risposte, non chiuse, lo sono altrettanto…

Innanzitutto partirei dal titolo: Il legionario. Ovviamente, storicamente, ci richiama la figura, nella Legione Romana Antica, di colui che, poteva essere slavo, gallo, nordafricano, era dunque arruolato per una causa non sua, un professionista della guerra, diremmo oggi.
Ma magari possiamo immaginare che fosse anche più efficace e forte di un soldato che partiva in difesa della propria patria, della propria famiglia.
Potremmo, altresì, pensare all’Europa odierna, al melting pot che viviamo nelle nostre realtà, di europei, quotidiane, e a quella scissione fra radici e ideali, in una guerra che, anche se non dichiarata, si traduce in una serie di conflitti e tensioni continui..schieramenti ed opposte fazioni, micro e infiniti interessi che ci coinvolgono e ci interpellano domandandoci di prendere posizione.
La scelta.
Quella che dovrà fare Daniel, poliziotto con l’ordine di sgomberare la palazzina occupata anche dalla sua famiglia, scegliendo fra cuore e ragione, fra famiglia di origine e famiglia aziendale, fra sentimento e dovere.

La novità e l'originalità del film non è tanto nel portare sulle scene un problema sociale (che può essere quello delle case occupate, dell’immigrazione, del diritto alla casa in relazione alla legalità) ma è la complessità della situazione, costituita di sfumature varie e dal fatto che il conflitto si genera già all'interno della stessa famiglia.
La presentazione strutturata del problema non sfocia in soluzioni schematiche o facili e infatti l’esito della vicenda lambisce come un rivo vari approdi, e l’assalto del celerino è quasi abbraccio fra il militare e il fratello, perché Daniel e Jamal, nelle loro inconciliabili divergenze ed interessi, sono rappresentativi non solo dei loro opposti schieramenti, ma anche e soprattutto di se stessi.
Esiste un problema identitario ed individuale all’interno di ogni singolo, a sua volta protetto e schiacciato dentro ogni fazione, gruppo, o famiglia.

Questo ci dice il cortometraggio. Che merita di essere visto, discusso, interrogato, sgomberandoci da tutte quelle stereotipate idee, preconcette e abusive, che ci impediscono di fare spazio a nuove realtà.
 Indimenticabili le sequenze fotografiche del muso contro muso fra Daniel e Jamal, con i loro lineamenti e sentimenti diversi (e scissi al loro interno), ma simili per fierezza e tensione, e la sfida stigmatizzata nei volti; nonché il viso virgineo, attonito, che passa dal felice al deluso, della giovane Miranda Angeli, (Caterina, nel corto) che si fa testimone della difficoltà della scelta, appunto, di Daniel, e del tradimento possibile dietro ogni presa di posizione, e che sottolinea benissimo, rimarcandolo con la sua innocenza e con l’audacia di due occhi sgranati (a me hanno ricordato il dipinto “La Verità esce dal pozzo” di Édouard Debat-Ponsan), l’importanza e l’eco della responsabilità, di ciascuno di noi, quando, posti ad un bivio, decidiamo dove andare e a chi voltare le spalle.


Il legionario
Regia: Hleb Papou
Sceneggiatura: Giuseppe Brigante, Emanuele Mochi, Hleb Papou
Fotografia: Félix Burnier
Editing: Fabrizio Paterniti Martello
Musica: Boris R. D’Agostino, Letizia Lamartire
Suoni: Giandomenico Petillo, Valerio Tedone
Cast: Germano Gentile, Federico Lima Roque, Francesco Acquaroli, Miranda Angeli, Hope Chiaka Ayozie
Produzione: CSC Production – Elisabetta Bruscolini
Formato: Colori
Durata: 13 minuti

08 agosto 2018

“La corsa de l'ora" di Antonio Bellia.


                                  
di Mimmo Mastrangelo

Almeno dal titolo della prima pagina doveva  essere solo un "Arrivederci". Invece quell' 8 maggio del 1992  "L'ora" di Palermo uscì per l'ultima volta in edicola, archiviando  quasi un secolo di vita.  In Sicilia  si accorsero delle rotative ferme del battagliero quotidiano del pomeriggio solo due settimane dopo, quando la mafia fece saltare in aria il giudice Falcone e la sua scorta. Tutti i cronisti, specie i più giovani che hanno deciso di intraprendere un mestiere difficile e sempre più screditato, dovrebbero conoscere la storia di quel giornale regionale che riuscì a conquistarsi un prestigio nazionale perché nella sua redazione si praticava  un giornalismo indipendente,  insofferente alle interferenze dei  poteri  e  sufficientemente insensibile  ai richiami dell'opportunismo. Non a caso le inchieste contro la mafia e i poteri collusi costarono un duro prezzo e tanto dolore. Nell'ottobre del 1958 ci fu un attentato contro la redazione, poi arrivarono le morti di tre cronisti: nel 1960 venne ammazzato il corrispondente  Cosimo Cristina, dieci anni dopo, mentre indagava anche sul caso Mattei, scomparve nel nulla Mauro De Mauro e nel 1972  il giovanissimo Giovanni Spampinato fu ucciso per mano del figlio del presidente del tribunale di Ragusa.

Per la testata che faceva  capo alla sinistra istituzionale, gli anni più fulgidi furono indiscutibilmente quelli sotto la direzione di Vittorio Nisticò che il regista catanese Antonio Bellia ha voluto "evocare" nel documentario "La corsa de L'ora"(2017).

Premiato dal sindacato nazionale dei critici cinematografici  col Nastro d'argento 2018, il lavoro di Bellia è particolare in quanto impiantato su tre registri: le immagini  di repertorio in bianco e nero, le testimonianze di ex-cronisti del giornale (Antonio Calabrò, Letizia Battaglia,  Marcello Sorgi, Piero Violante, Francesco La Licata...) e l' immenso Pippo Del Bono che in un teatro richiama vicende e ricordi mettendosi nei panni di  Nisticò, il quale da condirettore di  "Paese Sera" fu mandato sul finire del 1954 a Palermo. 
Alla guida de "L'ora" Nisticò vi rimase per  un ventennio,  con lui  quel foglio - dal formato lenzuolo (ma somigliante ad un tabloid  inglese per il  ricco  racconto in immagini) e dove vi lavoravano a gomito a gomito tre generazioni di cronisti -  divenne "l'unica testata democratica presente nel sud dell'Italia". E, seppur piccolo e perennemente attanagliato dai bilanci,  si  impose con le sue inchieste come se fosse un  "settimanale quotidiano", segnando  così una  vera e propria rivoluzione nell'informazione del Paese. 
Dai ricordi di Del Bono-Nisticò, inoltre,  "L'ora" fu  giornale di cultura, le collaborazioni di  intellettuali come Leonardo Sciascia, Danilo Dolci ed altri nomi illustri  determinarono una ulteriore svolta, per cui si andò costruendo popolarità e reputazione  anche su un certo modo di commentare politicamente e socialmente le arti. 

 

Prodotto da Marvin Film e Demetra Produzioni, il  docu-film di Bellia si presenta solo apparentemente  frammentario, ma i suoi diversi registri si incastrano compiutamente come in un puzzle, riuscendo così a regalare   allo spettatore tutta la bellezza, il racconto, lo spirito libertario, il coraggio che si respirò nella redazione di quella  testata palermitana che stata alta scuola di  giornalismo. "L'ora" - secondo il giudizio di uno dei suoi cronisti  -  fu la comunicazione della notizia, ma pure dell'emozione.  

LA CORSA DE L'ORA
Regia: Antonio Bellia
Anno di produzione: 2017
Durata: 64'
Paese: Italia