05 luglio 2019

"Tesori di fantasia sui Monti Pisani" di Paolo Fantozzi

di Luciano Luciani

Se per John R. R. Tolkien - il celeberrimo autore del Signore degli anelli e creatore del mondo degli hobbit, uno che di tradizioni popolari e di immaginario collettivo se ne intendeva - "la più grande ricchezza di un popolo sono le sue fiabe e le sue leggende " allora bisogna dire che gli abitanti della Toscana nord occidentale  godono di un patrimonio davvero straordinario. 

Eremiti destinati a diventare santi che vivono in assoluta solitudine nelle foreste, fate che si trasformano in farfalle dai mille colori, acque miracolose... E castelli diroccati che custodiscono favolosi tesori, sassi magici che si impregnano del sangue versato nelle furibonde lotte fra lucchesi, pisani e fiorentini, fantasmi di soldati ancora vigili e all'erta, boschi misteriosi. E poi, ancora, gallerie buie e profonde nel cuore della montagna, pietre che nascondono corpi, folletti e animali fantastici, diavoli, asceti e pellegrini giunti in questo lembo di Toscana da molto, molto lontano. 

Storie favolose, ma ancora reali nella percezione di molti, anziani e non solo. Ce le racconta, in maniera fruibile e competente, Paolo Fantozzi, docente di lingua e letteratura inglese a Lucca, che da sempre si occupa di folklore e storia locale. Le pagine di questo apprezzato autore della tradizione popolare lucchese, versiliese e apuana, ci dimostrano che anche sui Monti Pisani – un sistema montuoso subappenninico di mediocri dimensioni che separa Pisa da Lucca - le favole mitiche sono ancora vive nella coscienza e nella memoria dei suoi abitanti: basta grattare solo un po' la vernice di una contemporaneità spesso posticcia ed ecco che emergono narrazioni che testimoniano di un passato tumultuoso, insieme popolare ed eroico, dal quale prendono forma eroi semplici pronti a difendere i loro valori con coraggio e tenacia. 

Il tempo è quello remotissimo del "c'era una volta...", ma la morale di questi racconti e dei personaggi che li animano - soprattutto ai nostri giorni -  dovrebbe risultare valida ancora oggi, intrisa com'è di fedeltà alla parola data, amicizia, aiuto reciproco, incorruttibilità... Valori umanissimi e non contrattabili mai, segnatamente in questi nostri tempi di grama onestà.
 

Si tratta, poi, di un territorio di grande interesse, recentemente toccato dalla catastrofe degli incendi dolosi, che merita di essere riscoperto e valorizzato, tanto negli aspetti naturalistici quanto nelle tradizioni popolari che a essi inevitabilmente si legano. In particolare le leggende che rimandano a un un immaginario popolare che si fonde con la storia e ne offre il senso, la direzione, il significato.

Paolo Fantozzi, Storie e leggende dei Monti Pisani, collana Tuscania, Apice libri, 2018, pp. 186, Euro 12,00
Paolo Fantozzi, insegnante di lingua e letteratura inglese presso il Liceo Scientifico “A. Vallisneri” di Lucca, studioso del folklore e della storia locale, ha pubblicato nel 1994, Paure e Spaure, le leggende della provincia di Lucca, Baroni, Viareggio; nel 1999, Le leggende delle Alpi Apuane, Le Lettere, Fi; nel 2001, Storie e leggende della montagna lucchese, Le Lettere, Fi; nel 2003, Storie e leggende delle colline lucchesi, Le Lettere, Fi; nel 2005, Storie e leggende della Versilia, Le Lettere, Fi; nel 2007, Storie e leggende lungo il Serchio, Le Lettere, Fi; nel 2013,  Racconti e Tradizioni Popolari delle Alpi Apuane, Le Lettere, Fi; nel 2016, Rupi e boschi incantati – Le fiabe delle Alpi Apuane, Apice.

25 giugno 2019

"Le mie stanze" di Maurizio Guccione

di Luciano Luciani
 

Io lo so quello che accade intus in animo a Maurizio. Quanto avviene dentro di lui, in interiore homine, quando le parole, quelle della vita quotidiana, della normale comunicazione, quelle che usiamo tutti i giorni per le relazioni necessarie con gli altri, sembrano acquisire un nuovo status in termini di forma, colore, spessore, significato, intensità, senso... 
Quando le parole sembrano farsi più affiatate, equilibrate, armoniose. Con la musica dentro. Allora si organizzano tra loro in piena autonomia, quelle parole, si  affollano dentro - la testa, il cuore, la pancia - e spingono, pressano, premono per voler uscire... 

È la poesia, bellezza! Non succede a tutti e neanche sempre, e neppure troppo spesso: ma solo ad alcuni, ogni tanto, ed è uno stato di grazia di particolare dolcezza e rara intensità che sortisce effetti che di solito i fortunati riportano sulla carta e li chiamano versi, testi poetici, liriche, componimenti... Nessuno - sostiene il grande Borges - comprende davvero sino in fondo ciò che gli è stato concesso di scrivere.  E forse proprio per questo elemento di mistero, scriviamo e scriviamo e - tutto o in parte - quello che mettiamo sulla carta, nero su bianco, lo conserviamo. Per noi stessi, ma non solo; amiamo anche parteciparlo agli Altri, a quanti, almeno a nostro parere, diano prova di essere in grado di cogliere il particolare stato d'animo che ci ha portato al verso, alla carta, alla costruzione poetica.
 

Maurizio Guccione appartiene alla schiera, meno numerosa di quanto comunemente si pensi, dei creatori di versi, un uomo di penna larga, convinto, a ragione secondo me, che che niente possa essere inutile a un poeta; che la poesia sia per ogni dove, e che - come un minerale pregiato, un metallo prezioso -  la si possa estrarre da per tutto per aiutarci a che "che la gioia sia aggraziata e il dolore augusto, che l’infinito abbia forma" (Forster). Per questo poeticamente e in maniera del tutto personale Guccione può reinterpretare, con tanta illuminata finezza, luoghi e amori, memorie e interrogativi ancora aperti, scherzi e passioni, civili ed erotiche.
 

Forte della sue esperienza e maturità di uomo e di poeta Maurizio può affrontare con sottile distacco perfino il tema eterno della rosa, sacro ai poeti di tutti i tempi, oppure permettersi, di quando in quando, l'elaborazione in versi di temi più forti di storia e di memoria, temi civili. Senza pesantezze, però, perchè in tutta la silloge, anche quando gli argomenti si fanno impegnativi, non manca mai un velo d'ironia o di autoironia segnalato dalla ricerca di una rima o di un'assonanza interessate ad un'azione scherzosa, a un gioco poetico, a un intelligente divertissement. L'uso dell'ironia come filtro perla comprensione del mondo è un'operazione ben presente all'Autore della raccolta che, da provato funanbolo della parola e del testo, sa sempre come riportare "in più spirabil aere" tensioni eccessive, sofferenze altrimenti lancinanti, atmosfere fin troppo rarefatte al punto da sfuggire al governo anche del migliore inventore di versi. 

Tanto migliori e più graditi agli occhi di noi Lettori, se essi  sapranno offrirci una poesia semplice, fruibile, capace di comunicare ancor prima di essere capita. Come quella di Maurizio, appunto, "ragione cantata", che non rinuncia mai ad affermare le fondamentali verità umane che devono servire di pietra di paragone al nostro giudizio e a quello degli uomini del nostro tempo.
Maurizio Guccione, Le mie stanze – Poesie, collana Nodino/ Poesia che salva la vita, La Grafica Pisana, 2019

14 giugno 2019

“Le distrazioni del viaggio” di Annalisa Ciampalini



di Gabriella Pison

La magia del titolo “Le distrazioni del viaggio” mi trasporta immediatamente in un viaggio esistenziale e introspettivo dell’Autrice, dove si sente l’eco dello spirito dei nostri tempi, quel desiderio di interrealtà, di essere e non essere nel tempo e nello spazio, essere offline e al contempo online, per mutuare dei termini molto adoperati oggi. Non per irresponsabilità, ma proprio per il bisogno di entrare nella propria anima, metterla a nudo, sentire quello che sta dentro di sé e fuori di sé:  ciò che mette in luce la poetica della Ciampalini è il suo mondo lirico di emozioni e suggestioni, in un iter dello spirito  che ha il sapore della purificazione.
Nei suoi versi c’è il suo respiro, il suo spirito, frutto della sua esperienza, del suo vissuto, della sua riflessione metafisica, che esige di comprendere l’universalità dell’anima, attraverso la spinta interiore della coscienza e di intuirne i meccanismi, le regole in un messaggio che non esiterei a definire ontologico

…Il sussulto prima della frammentazione
tornerà nella terra e negli organi di tutti.
  
Si tratta di una scrittura epistemica, intesa come scrittura intenzionale perseguita attraverso l’abitudine a porsi domande significative, un viaggio nella conoscenza,  nelle nostre radici più profonde, uno scavo in cui ci possiamo riconoscere, in cui diventa possibile intuire le dinamiche del nostro essere e del nostro divenire e che suscita emozioni, sconvolge convenzioni ed aspettative,  enfatizzando sempre le  interazione tra i binomi indissociabili parole-suono e spazio-scrittura, atta ad assicurare una sua dialettica al testo nel suo insieme, capace di far sì che ognuno di noi, leggendo la sua poesia, possa  comprenderne il significato valoriale e farlo proprio. L’esistenza umana è un grande viaggio nel mare della conoscenza, per Annalisa conoscere è una sfida sul destino ultimo delle cose, una ricerca di risposta alla sua solitudine metafisica, anche se le è concesso, grazie alla sua poesia,  di trasferirsi in un altro mondo, parallelo e ricchissimo di musicalità e tensione verso l’assoluto, dove diventa possibile comunicare in liberi orizzonti, senza timore di venir scoperti, senza una maschera e dove il dolore si metabolizza: il suo è un viaggio di libertà nelle radici più profonde del Sé in una polifonia dì immagini di grande vivezza espressiva, che ci tengo a riportare:

Se l’infinito è qui, se pensiamo
sia qui, nello spazio del finito,
sono morti i viaggi in treno  
quelli che portavano verso amori lontani.

E se inevitabilmente il mio pensiero va a “viaggiatori temporali” di Godel ,  a quella  macchina del tempo che è "Universo rotante", dove un ipotetico viaggiatore spaziale potrebbe compiere viaggi nel proprio passato, Annalisa, quasi sulle sue tracce, proprio per la sua conoscenza matematica, cerca di chiarirsi e illuminare,  anche col metallico linguaggio della logica formale, febbrili spiragli sui misteri che circondano uomo e universo,  tanto da apparire talora  come giunta da un' altra dimensione e bene lo si sente in questi versi:
Tornerà l’aritmia dell’inconcepibile
e il momento vuoto, come scordarsi d’esistere.
Il sussulto prima della frammentazione
tornerà nella terra e negli organi di tutti.
Continueremo a non vedere lo spazio
che s’incurva …

Dimensione che avverte gli echi di Chomsky, a lei – amante delle strutture del linguaggio- tanto vicino per studi, che le suggerisce, con la  sua sesta regola , offlabel in questo caso forse, che l’aspetto emotivo vale molto più della riflessione, con  l’intento di sfruttare l’emozione per provocare un corto circuito su un’analisi razionale: il tessuto linguistico delle sue composizioni, icastico e luminoso, ne risente, contraddistinguendo le sue liriche di una tensione spirituale, cui si ha la sensazione che l’Autrice non voglia abbandonarsi, forse lacerata dal timore  di perdersi in soste e divagazioni, che l’allontanino dalla realtà. L’uso del registro emotivo, permette invece di aprire la porta di accesso all’inconscio, liberare idee, desideri, paure e sogni, inducendo anche ad una crescente spinta escatologica della scrittrice, con versi limpidi e densi, verso il sublime della Poesia, strumento di perenne resurrezione:

Poi la luce irrompe nelle fronde
e ci alziamo del tutto ricomposti
come se fragilità non fosse ogni nostra vena
e l’intero disegno del giorno.

Leibniz si chiedeva:  “Perché esiste qualcosa anziché niente?” e la Ciampalini tiene il lettore in sospeso tra moduli personali e coinvolgimenti oggettivi, partoriti da un’anima cosciente del fatto di esistere. Sappiamo che pensiero e linguaggio sono composti di elementi semplici come infine è semplice l’uomo stesso, la natura e senza timore di apparire blasfema, anche la divinità. E se ciò significa che il semplice è alla base della complessità, secondo un principio elementare della fisica matematica, proprio su questo principio si è sviluppato il concetto di monade  leibniziana, che esprime sia l’unità dell’ente che  la sua unicità e differenza, caratterizzata da  un cambiamento continuo, una sorta di interna creazione perpetua che la rende una e mutevole, una e irripetibile, a testimoniare la continua instabilità della condizione umana, come nei versi della Poetessa:

Cercano il potere del sonno, un’immensa
 garza bianca che curi la memoria,
una quinta tra gli occhi e il cielo nudo.
Una migrazione dolce, impercettibile
spostamento del baricentro.
 
                                                                  Annalisa Ciampalini

La nostra Autrice sa bene, sul filo di una precisa coerenza, di destreggiarsi tra il buio di un orizzonte lontano sfumato e per questo ignoto, e la vivezza, la lucidità dei suoi versi, sottraendosi all’omologazione di qualsiasi appartenenza a correnti letterarie contemporanee, fa sua un’ amalgama narrante, una poetica intensa e coinvolgente, di squisita sensibilità nella sua ossimorica complessità, che non si accontenta della semplice parola, ma cerca di  coglierne le significanze ctonie  e le infinite accezioni dell’essere.

….Conteremo soltanto le ore di luce, nel buio

… L’aria si posa sulle nostre teste chine/ ci battezza tutte con lo stesso nome

Sì, perché il metamessaggio che si avverte, il non detto, risuona della filosofia di  Ricoeur: “Siamo un ipse” e dunque “non un idem”: Annalisa è un ipse, un soggetto che oscilla perennemente tra la tendenza all’uscire fuori di sé aprendosi all’altro e il bisogno di una chiusura stabilizzante, rassicurante. In realtà è immersa in un’esistenza di cambiamenti, di inquietudini e il filosofo  offre una chiave di lettura del suo percorso, del suo viaggio, delle sue fermate, della sua interiorità di valori profondi. Proprio perché la sua solitudine l’ aiuta a osservare i minimi mutamenti del mondo, senza mai ripiegarsi su se stessa, e la stimola a raggiungere le radici più profonde dell’essere: tenendo insieme interpretazioni contrastanti, facendole dialogare tra loro, vera fonte di ricchezza per la libera creatività del pensiero, muovendosi agilmente nell’anima mundi dell’universo:

Sarebbe altro a voler esistere
in una cecità senza fine.
Altri i momenti, nulle le direzioni.
Impossibile starne fuori.       

“Il simbolo dà a pensare”: con questa celebre espressione Ricoeur sottolinea il carattere fecondo e donativo del simbolo, che- costituendo un senso immediato- si dà come stimolo al pensiero: così nella silloge della Ciampalini, questa continua riflessione tra visibile e invisibile, tra metafora e realtà, tra evocazioni asciutte delle cose, si coglie la necessità emotiva di far parlare un alter ego, la poetessa stessa, che ricorrendo però alla forza dei sintagmi e delle immagini epifaniche, libera il suo pensiero e lo rende fluido, quasi che le forme fenomeniche della scrittura la preservassero da mostrarsi nella sua nudità.
Dai misteriosi anfratti dell’essere, in una sorta di riserbo pudico, nella preoccupazione magari di apparire stonati, di essere fraintesi, oltrepassando i confini dell’esperienza individuale, percorre i sentieri di ricerca della Luce, del superamento dell’Io, per avvicinarsi alla Verità, a ciò che ci fa essenziali: riconosco nei suoi versi la donna che ha fatto i conti con le illusioni, sue e degli altri, e che ha visto l’insostenibile fatuità della materia, rifuggendola quando possibile, tanto da ricordarmi il Malte di  Rilke – autore a lei caro- nella  ricerca incessante del significato della vita in un’efflorescenza di immagini di sottile psichismo, dove mette arte e cuore :

Il lamento
del lupo alle finestre quando rincasare
è solo un nocciolo di legno e i gesti
si fanno bruni, e stanno tutti tra le mura.

Leggere le liriche di Annalisa significa entrare nel suo mondo complesso e variegato, studiarne gli elementi portanti uno ad uno senza perdere il filo sottile che li unisce: la logica e il simbolo dunque, il cogito e l’espressività del cosmo, il desiderio, l’immaginario, la chiave di accesso verso il sacro, verso la vera poesia.

Per Popper nel  Contesto della scoperta non è più sufficiente l’uso univoco del linguaggio e la sua cristallizzazione in definizioni e assiomi immutabili, così la Ciampalini nella sua ricerca poetica, esistenziale, linguistica, non elude la  spontaneità, ma la arricchisce di valenze, in limite tra metafora, utopie, allegorie e suggestioni, lontana da ogni sperimentalismo verbale e  fa percepire un equilibrio del Creato, dove tutto è in divenire, atomi in flusso eracliteo, un legame tra le cose nel tempo e il nostro pensiero, tra le immagini e i gesti, tra il paesaggio dell’anima e quello della terra, della sua immobilità. E se il filosofo austriaco ritiene che  la realtà sia che  “noi siamo attivi, noi esploriamo di continuo, lavoriamo costantemente con il metodo del tentativo e dell’errore”, l’Autrice prende forza da un substrato di rigore e logica, che le è congeniale, ma verifica nel suo paesaggio poetico una sorta di turbamento, che deriva dalla dialettica tra le istanze cerebrali e il mondo dei sentimenti, degli affetti , le emozioni vere, il colorismo magico della Natura, regalandoci pagine innervate di enfasi lirica.

… Anche il paesaggio partecipa e muta

… Se ne andranno le albe disadorne / se ne andranno in una finzione remota

La scrittura diventa catartica per la nostra Autrice, una modalità forse per lenire dolori e sofferenze, i disagi irrisolti della nostra vicenda umana e con armonie di forme e contenuti ci consegna, alla fine del viaggio, non sempre in linea retta, la molteplicità del reale, le profondità della sua visione, della sua analisi interiore, senza falsi sentimentalismi, in una ermeneutica della conoscenza che ci induce ad approfondire la sua scrittura.

Annalisa Ciampalini. Le distrazioni del viaggio . Samuele Editore, 2018. Prefazione di Monica Guerra
Gabriella Pison
Warmbad, 9/VI/2019

















12 giugno 2019

"Danze e Volo d'uccelli? " foto di Gianni Quilici


                               foto Gianni Quilici

Dialogo con l’autore

 di Silvia Chessa

Questa foto è davvero fantastica !

G. Q. Perché fugge nella sua indeterminatezza? 
 S. C. No, forse perché, grazie alla sua indeterminatezza, si auto qualifica benissimo e si distingue da tutte le altre.

Cioè, spiegami.  
Per farti capire dovrei partire da un concetto riletto due giorni fa, è di Roberto Cotroneo: " quasi mai l'autore ha un'idea precisa di quello che andrà a raccontare. Spesso ne sa poco. Ancora più spesso non ne sa quasi nulla. Come è possibile questo ? È possibile perché la scrittura è una forma di svelamento di se stessi (da un lato) e a se stessi (dall'altro)".

Quindi mi stai dicendo che questa foto svela me in quanto fotografo, da un lato, e dall'altro svela me a me stesso?   
Sì e no; voglio dire questo ma anche altro .. Voglio dire che siamo sovraccarichi di primati tecnologici e macchinette fotografiche super potenti dalle capacità di definizione strabilianti e qualità tecniche - sia degli strumenti che dei fotografi - elevatissime, ma tutto ciò è spesso esibito, direi quasi in modo sfacciato e invadente.Qui invece la qualità del mezzo fotografico e la perizia di chi lo utilizza è piegata, messa al servizio di un sentimento.

E quale sarebbe questo sentimento, per te?  
Quel sentimento è la cultura della vita, di una energia universale dove tutti siamo chiamati ad immedesimarci, a farci trascinare ... è un gesto che richiama nella sua iconografica e sfocata potenzialità mille altri gesti e mille altri momenti, ma è al contempo unico e speciale.

Perché speciale?    
Perché trascina e suscita suggestioni, ricordi, connessioni, da fare, o disfare. Insomma è qualcosa che semina emozioni, rimesta  nel fondo dei ricordi. Il dove, il chi, il quando potrebbero spostarsi a piacimento, non si cattura il dettaglio, non si consentono coordinate. Eppure ..

Eppure?  
 Eppure mi sono venute in mente una serie precise di cose
foto di Gianni Quilici
 Tipo?  
Tipo il quadro della danza di Matisse, oppure Silvana Mangano che balla il Mambo nella indimenticabile scena di "Anna" ( citata anche da Nanni Moretti), e gli uccelli -per i quali sarebbe banale citare Hitchcock - mi hanno trasmesso inquietudine ma anche attrazione, e senso di libertà. Insomma credo tu abbia catturato l'energia vitale di un momento unico ed irripetibile e, come un pompiere chiamato a spegnere un incendio dove bello e orribile si fondono (e qui  il pensiero va alle terribili scene di Notre Dame che va a fuoco), tu abbia sentito in quell'istante di non volere agire direttamente sull'elemento fuoco, di non poterlo, o volerlo, mettere a fuoco ma semplicemente farti parte di quel tutto in perenne movimento, subirne l'impressione dandone testimonianza, per impressioni.

Gianni Quilici. Danza. Festa dei Popoli a  San Concordio, Lucca.  giugno 2019

Gianni Quilici. Volo d’uccelli? Lanzarote, gennaio 2019

07 giugno 2019

"Qualcuno la chiamava Mistinguett" di Luciano Luciani


Nell’estate del 1950 i gestori del “Colle Oppio”, allora il massimo teatro romano all’aperto, annunciarono l’apertura della stagione con un numero eccezionale: Mistinguett. Grandi cartelloni a colori tappezzarono Roma per informare dell’evento. Ma la sera del debutto nello spazioso giardino c’erano, sì e no, trentacinque persone: quindici paganti e venti imbucati.
La modestissima troupe, composta di qualche ballerina, un paio di cantanti, un presentatore e un fantasista, dichiarò fallimento lo stesso giorno. Nessun altro impresario teatrale volle firmare il minimo impegno per un giro in qualche altra città d’Italia, anche nella più abbandonata delle province. L'ambasciata di Francia rifiutava qualsiasi contributo e quindi quattrini per ritornare a Parigi non ce n’erano. Nè per rimanere: gli alberghi minacciavano di sequestrare i bagagli personali e nessun ristorante era disposto a far credito.
Mistinguett, seduta su una sedia al centro del palcoscenico vuoto, piangeva a dirotto e nessuno le si avvicinava per consolarla. La quasi ottantenne “Regina del music-hall” chiudeva la sua carriera abbandonata dal pubblico e dagli impresari.


Qualche ora dopo, il maestro Mario Ruccione (1908 - 1968), il musicista di Luciano Tajoli e Claudio Villa - oltre che sino a pochi anni prima fortunato canzonettiere del regime fascista - invitava i componenti della piccola formazione a mangiare in una trattoria lì vicino e si faceva promotore fra gli artisti romani di una colletta che permettesse il ritorno in Francia di “Miss” e di tutti i suoi compagni di lavoro.
Quella di Roma fu l’ultima comparsa in scena della famosa cantante e danzatrice francese, nata circa 75 anni prima a Montmorency, nei pressi di Parigi, da un modesto tappezziere di provincia e da una sarta a giornata; la disastrosa tournée romana chiudeva una carriera di trionfi e una vita movimentatissima.

Venuta al mondo  nell'Ile de France, a Enghien-les-Bains, come Jeanne Bourgeois, nome comunissimo in Francia, da ragazzina, la piccola Jeanne a dodici anni vendeva fiori davanti al Casino, alla pari di un'eroina pucciniana o chapliniana: non sapeva ancora cantare, ballare o recitare, ma il teatro l'attirava con una forza irresitibile.
In famiglia fu deciso allora di farle impartire qualche lezione di canto a Parigi. E fu un certo Boussagnol che s’incaricò di educare la vocetta di quell’allieva turbolenta e niente affatto malleabile. La ragazzina aveva tredici anni quando iniziò i primi vocalizzi; a quattordici debuttava nel coro della chiesa di Montmorencey come solista in mezzo a una folla di suoi coetanei.


Seguitò nello stesso tempo a frequentare le lezioni, perché cantare le piaceva. Andava tutti i giorni avanti e indietro dal suo paese a Parigi, portandosi sottobraccio le musiche e la colazione. Era bionda, stopposa di capelli e aveva i denti leggermente in fuori. Un operaio, suo compagno di viaggio ogni mattina, disse che somigliava in tutto a un’inglese e cominciò a chiamarla “Miss Tinguett”. Quel soprannome doveva diventare il suo nome d’arte ed era destinato, in futuro, a brillare a lettere cubitali al di qua e al di là dell'Atlantico.


Il debutto avvenne al “Trianon” di Place d’Anvers quando aveva appena sedici anni. Uscì sul palcoscenico vestita da contadinella e cantò una canzone patetica. A dir la verità non riportò un grande successo; anzi, la maggior parte del pubblico non la notò nemmeno. Ma la piccola Jeanne, ormai già Mistinguett, era caparbia e voleva arrivare a tutti i costi. Così quando seppe che all’”Eldorado” avevano bisogno di una “gommeuse excentrique”, si presentò con la sua tradizionale faccia tosta. Fu accettata e un paio di sere dopo debuttò. Fu in quel teatro che conobbe Maurice Chevalier, poco più che  adolescente: lo stesso che doveva diventare un giorno il suo più grande amore e, più tardi, il “Maurice national”.

Rimasta senza ingaggio, mentre si recava a cercare lavoro al “Moulin Rouge”, grazie a un formidabile paio di gambe – lunghe e dritte che terminavano in due caviglie seducenti valorizzate da tacchi vertiginosi e scarpette con laccetto charleston - fu notata da Max Dearly che necessitava  di una partner per il suo “valse chaloupée”, una danza apache, su musica di Hoffenbach, che aveva in mente da tempo.
Fu il primo successo. Quella sua aria leggermente dolorosa, quel suo aspetto di donna ingenua e perfida, torturatrice e vittima, brillante e maliziosa, si addiceva perfettamente al ballo che i due eseguivano e piacquero al pubblico che applaudì entusiasticamente.



Con Dearly, Mistinguett rimase parecchi anni; poi passò alle “Folies Bergère”. E qui ritrovò Chevalier ed ebbe inizio il grande amore della sua vita. Una love story che iniziò con una rissa: in una viuzza vicina alle “Folies”, Maurice fece a pugni con l’attore Jean Dax che finì a terra col volto tumefatto. Chevalier si era azzuffato per difenderla dalla corte dell’altro, e anche il suo volto, dopo la lotta, era pieno di ecchimosi. Mistinguett lo ringraziò, gli curò le ferite e s'innamorò di lui.

Era il 1913. Già la minaccia della guerra si profilava all’orizzonte. Chevalier  è richiamato alle armi e inviato in una guarnigione del sud. Mistinguett non sopporta la separzione e si adopera con tutti i mezzi per far trasferire il suo uomo a Fontainebleau. Ci riesce, ma la gioia fu di breve durata. Al primo colpo di cannone, l’attore dove partire per il fronte, dove, ferito, è fatto prigioniero. Un' angoscia terribile per la soubrette. Ma era una donna volitiva, e la sua brillante carriera l’aveva portata a servirsi di di una larga rete di potenti relazioni. A Parigi, qualche anno prima, aveva conosciuto personalmente Alfonso XIII, il re di Spagna, e pensò subito di rivolgersi a lui per un aiuto. Ci vollero due anni di insistenze e di lotte; un tempo durante i quali “Miss”, pur continuando a lavorare in coppia con altri partner,  non cessò mai di pensare al suo uomo; due anni di lettere, di suppliche, di viaggi, di implorazioni, di peregrinazioni perché Chevalier, ammalato e malridotto, potesse ritornare, nonostante la guerra ancora in corso, alla sua Parigi e alle tavole del palcoscenico. È così che i due, prima della fine del 1917, possono debuttare, in coppia al “Casino de Paris”, nella rivista Laissez-les tomber. Il titolo com’è evidente si riferisce alle bombe che cadevano frequenti sulla capitale francese. Anche la sera del debutto, proprio al momento dell’uscita della coppia in scena, il sibilo delle sirene annunciò l’allarme aereo. Ma nessuno degli spettatori si mosse dalla sala e lo spettacolo continuò, nonostante gli aeroplani tedeschi stessero volteggiando in alto, i sibili delle bombe e il mitragliamento dei caccia francesi.

Mistinguett aveva un carattere difficile; passava con rapidità dall’ira alla gioia e non permetteva a nessuno di contraddirla. Era autoritaria e prendeva il proprio mestiere maledettamente sul serio.
Maurice lo aveva creato lei; era stata lei a farne un artista completo; era merito suo se egli aveva abbandonato il costume da apache in scena per il frack. Lei lo aveva costretto a indossarlo per mesi, tutte le sere e a camminarle davanti, in strada, perché potesse correggere la sua andatura dinoccolata e imparare a muoversi con disinvoltura: voleva farne un grande ballerino e un attore, non un cantante.
La separazione definitiva tra i due avvenne per un banale diverbio tra artisti di teatro, allorché in occasione dell'esordio di una nuova rivista, si trattò di mettersi d’accordo sulle misure dei due nomi in cartellone. Ambedue avevano il teatro nel sangue, erano immensamente orgogliosi e anelavano troppo al successo per accettare qualsiasi forma di subordinazione. Chevalier si staccò da quel sodalizio artistico e amoroso e accettò un altro contratto.


Mistinguett lo attese ancora e ancora, ma ormai per l’uomo l'amore era ormai finito.  Anche a differenza d’età - quasi 15 anni d'età separavano l'una dall'altro -  cominciava ad avere il suo peso e, mentre l’una era soltanto un’istintiva, che non aveva mai tenuto a migliorare la propria cultura, l’altro si era andato affinando giorno per giorno, in una continua ricerca di miglioramento.  Quando “Miss” capì che ogni tentativo di riavvicinamento sarebbe stato inutile, dopo aver assicurato le proprie gambe per un milione di dollari  partì per gli Stati Uniti. I suoi trionfi americani sono del 1922, con  Mon homme, una canzone che sarebbe in breve divenuta celebre in tutto il mondo, e con lo spettacolo Innocent Eyes che fece sognare mezzi States. Intanto faceva la sua comparsa il secondo grande amore della sua vita: Earl Leslie, un ballerino americano già partner delle Dolly Sisters, un duo di ballerine americane, Rosy e Jenny, gemelle di origine ungherese, che ebbe uno straordinario successo di pubblico sulle scene di Londra e Parigi nel primo dopoguerra: un magnifico giovane di venticinque anni sul quale la vivacità e il temperamento della soubrette incisero profondamente. I due si erano conosciuti qualche tempo prima al “Casino de Paris”, dove lavoravano insieme; il viaggio negli Stati Uniti segnò la fase più bella della loro relazione. 


Doveva essere un’altra futura grande stella del cinema, Viviane Romance, allora soltanto una comparsa, a rubarle l’ultimo uomo della sua vita. Mistinguett, quando s’accorse che tra i due c’era del tenero, volle far pesare la propria autorità sulla ragazza affibbiandole una forte multa al primo futile motivo che le si presentò. L’altra, il cui carattere non era da meno, invece di subire in silenzio, scattò come una vipera e chiamò “vecchio cammello” la rivale.  Da qui all’avventarsi l’una contro l’altra e a graffiarsi a sangue fu un attimo
 – Verrò un giorno a ballare sulla tua tomba!– le urlò la giovane rivale nell’andarsene.  Comunque anche il suo Leslie se ne andò con un'altra, una ballerina tedesca, una certa Fia e un paio d’anni dopo ritornò in America conducendo con sé una ragazza sposata a Vienna. 


Il nuovo partner di Mistinguett, Lino Carenzio, fu soltanto un compagno di lavoro. Una tournée nel Sud America ebbe uno scarso successo e segnò una non lieve passività finanziaria per il suo impresario. Tornata in Francia, “la Regina del Music Hall” ricominciò a esibirsi al “Moulin Rouge”, ma il suo nome in cartellone non costituiva più il richiamo di un tempo, né bastava la sua straordinaria vitalità - più che settantenne ballava il boogie-woogie in scena - a renderla l’idolo di una volta agli occhi del pubblico.


Il nome di Mistinguett era definitivamente tramontato. L’ultimo atto doveva vederla piangente, a Roma, accasciata su un baule, sul palcoscenico del “Colle Oppio”.

31 maggio 2019

"Nessun dorma... Fuori" di Pasquale Sgrò

                                  
                                                  La seconda indagine 
                          dell'ispettore Carlo Felicino

di Luciano Luciani
 
L'ispettore Carlo Felicino, alla sua seconda indagine, si trova alle prese con due decessi misteriosi che scuotono la calda, pigra, sensuale e sempre uguale a se stessa estate versiliese. Morti che, in apparenza casuali e prive di nesso, lasciano, poi però, intravedere un inquietante filo conduttore che le lega. Un teatrino d'avanguardia e uno splendido yacht sono i luoghi in cui si consumano due feroci delitti travestiti da incidenti sul lavoro: solo la pazienza, l'intelligenza e la tenacia del nostro protagonista e dei suoi collaboratori riusciranno a fare piena luce su una trama tanto complessa quanto cupa e avvincente. Viareggio, la sua Darsena e il canale Burlamacca fanno da sfondo a una vicenda efferata, ricca di colpi di scena e percorsa dalle ragioni di una dolente umanità. Pagine, ancora una volta, capaci di esprimere la complessa politicità della vita quotidiana ai tempi della contemporaneità, il diffuso incanaglirsi delle relazioni sociali anche nella civile Toscana, il caos affettivo ed esistenziale dei giorni nostri. 

Nessun dorma … fuori, 2018, conferma, una volta di più, come il romanzo poliziesco in buone mani rappresenti oggi il modo migliore per raccontare la realtà ed  esprimere il generalizzato senso di malesere che ci tocca tutti da vicino: forse, il vero colpevole lo si può trovare, oltre che negli egoismi individuali, soprattutto nella globalizzazione e nella crisi finanziaria, nella disuguaglianza generalizzata e nello Stato sociale che non funziona.
 

Consulente alla sicurezza sui luoghi dove si svolgono le attività produttive, l'Autore, Pasquale Sgrò, calabrese d'origine e toscano di mare di adozione, ha dato vita alla figura dell' ispettore del lavoro Carlo Felicino: burbero ma giusto, questo "eroe indagatore"   di tipo nuovo - come già dimostrato nel suo primo romanzo, Corpo morto a paratia, 2017 - difende strenuamente la legge e la legalità, senza accettare pressioni e condizionamenti da qualunque parte provengano: siano i ricchi e i potenti della comunità di appartenenza o i propri superiori gerarchici. 

La sua vocazione? Quella degli sbirri di razza: cogliere il senso di fatti indecifrabili e nascosti in base a elementi poco apprezzati o trascurati dalla osservazione dei più. Le stesse qualità di Pepe Carvalho, l'indimenticato protagonista dei romanzi di Vazquez Montalban - di cui Felicino condivide anche il piacere per la buona cucina – o del testardo Kostas Charitos, il commissario ateniese inventato dal greco Petros Markarīs. Instancabile come loro nella sua ricerca investigativa, scrupoloso e metodico, lo “sceriffo” viareggino non molla la presa sino a quando verità e giustizia non siano ristabilite e il colpevole finalmente consegnato alla giustizia.

Pasquale Sgrò, Nessun dorma... Fuori, Collana Giallo e Nero, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2018, pp. 158, Euro 13,00

21 maggio 2019

"Il Fauno scomparso" di Cristiana Vettori

                                                             Il mistero di Poppi
di Luciano Luciani

Se dovessimo identificare "cromaticamente" questo romanzo di Cristiana Vettori diremmo tra il giallo - inteso come romanzo d'indagine - e il rosa shocking, perché vicenda raccontata con gli occhi di una giovane donna. Quelli di Emma, giovane scrittrice di guide turistiche, casentinese di nascita e pisana d'adozione, che nel corso di una permanenza a Poppi, sua  terra d'origine, - per una, come si suol dire, pausa di riflessione da un compagno che è insieme "troppo" e "troppo poco" - si imbatte nel mistero del Fauno: ovvero, la scultura di un  giovanissimo Michelangelo, svanita nel nulla nella tragica estate del '44, durante la ritirata dei tedeschi dalla Toscana, incalzati dalle truppe Alleate.
 
A distogliere Emma dal suo lavoro di competente compilatrice e dai pensieri di una storia d'amore problematica per non dire traballante, interviene una strana presenza: un uomo affascinante, di mezza età e dall'accento tedesco, che da qualche settimana, sistematicamente e in grande solitudine, batte il paese dei conti Guidi, frequentandone la biblioteca, il castello, le chiese, i palazzi... È Peter, nipote di un ufficiale della Wehrmacht di stanza nel Casentino durante gli anni della guerra innamoratosi di una bella casentinese figlia di un partigiano, poi ritrovata fortunosamente e sposata negli anni immediatamente successivi al conflitto. Ma sono solo le memorie familiari a riportare Peter in quell'area della Toscana interna e in quel borgo unanimemente reputato tra i più belli d'Italia? O ci sono altre ragioni, recondite e meno confessabili? Certo è che in quel terribile agosto di 75 anni prima, numerosissime opere d'arte di eccezionale valore - Botticelli, Raffaello, Tiziano, Michelangelo, Beato Angelico... -  provenienti dai musei fiorentini e incassate per sottrarle alle violenze della guerra furono sistemate nel castello che aveva ospitato Dante, nelle ville e nei monasteri dei dintorni per poi prendere la via della Germania nazista. Tutti tornati poi in Italia quei capolavori, tranne la maschera di Fauno, opera di un Michelangelo ancora adolescente, di cui sembra non essere rimasta  nessuna traccia. E Peter è un volgare avventuriero o un uomo sinceramente preoccupato delle ferite lasciate ancora aperte dalla guerra e impegnato in una lodevole opera di risarcimento? 
 
Tra le perplessità dei compaesani e qualche chiacchiera - si sa il paese è piccolo e la gente mormora -, la protagonista e il suo nuovo accompagnatore tentano di mettere insieme lacerti di informazioni, ricordi di chi c'era, memorie di memorie e molti "sentito dire"... Per poi ripiegare, malinconicamente, sulla constatazione della impossibilità di ritrovare, almeno al momento, il Fauno michelangiolesco. Condividono, però, i due un impegno: fare il possibile per impedire che si rinnovi il clima di odii e di inimicizie che appena ieri aveva sfigurato il volto del Novecento. Mai più guerre tra i popoli d'Europa, mai più violenze, frutti velenosi di ideologie intolleranti e totalitarie. E, come avviene nei migliori romanzi di formazione, la protagonista, l'Emma che ritorna a Pisa, non è più la stessa che ne era partita. È una donna cresciuta: più consapevole del suo ruolo nel mondo, meno vincolata da obblighi sentimentali, più capace di scegliere, volta per volta, le tappe e i modi della propria esistenza. Più forte e più libera.

L'Autrice, Cristiana Vettori, docente, psicologa, curatrice di antologie di poesie e narrativa, racconta bene e ci partecipa con utile leggerezza una storia di stringente attualità, collocata tra un passato recente e la contemporaneità, densa di moniti per un futuro che tutti noi percepiamo procedere in direzione di un abisso, le cui forme non riusciamo neppure a immaginare.

Cristiana Vettori, Il fauno scomparso, Edizioni Helicon, Arezzo 2018, pp. 198. Euro 14,00


.

16 maggio 2019

" I sogni del vecchio marinaio e altri racconti" di Beppe Calabretta,

di Luciano Luciani

A  volte ritornano... Si tratti di lontani parenti emigrati e poi dispersi in inospiti plaghe patagoniche o neozelandese; oppure, di antichi rimorsi per il non detto e il non fatto nel corso della propria deprecabile esistenza; o anche di sogni, sempre uguali a se stessi, tranne qualche piccolissima variante, appena un dettaglio, importantissimo, che comunque svanisce come neve al sole appena ti svegli e la sua ricerca assillante basta e avanza per rovinarti la giornata... 

A volte anche i racconti ritornano. Magari perché a essi e al loro Creatore pare di non aver adempiuto sino in fondo al destino per cui erano stati faticosamente fatti emergere dal Gran Magma delle Storie e dal Caos dell'Ispirazione. O, più semplicemente, si riaffacciano perché ritenuti finalmente maturi per un pubblico che sembra aver aver mutato in meglio rispetto a un tempo precedente gusti e sensibilità. In fondo non è male tornare sulle storie, vere o inventate, di una volta e riproporle affinché qualcuno possa coglierne meglio gli umori profondi, i significati più intimi, i risvolti più riposti. Simili, questi "racconti lontani", a buoni vini ben adatti all'invecchiamento che impreziosiscono col tempo.
 

Vengono da lontano le storie raccontate in questa seconda sezione dell'antologia. Addirittura dal secolo scorso e da un'esperienza editoriale tanto generosa quanto sfortunata che forse qualcuno potrebbe - anche questa - "tornare" a raccontare. Comunque, se l'Autore ha deciso di riproporre i suoi racconti di allora sta a significare che, a suo parere, possono presentare ancora una qualche loro utilità al pubblico dei Lettori di oggi
 

E purtroppo, dobbiamo ammetterlo, ha ragione: perché la catastrofe planetaria evocata nel racconto Grani di sabbia, contrappuntata dalle immagini della straordinaria bellezza della basilica di San Frediano a Lucca, incombe perenne su di noi e il fatto che se ne parli sempre meno invece di tranquillizzarci dovrebbe, piuttosto, allarmarci di più e di più; le pagine di Guglielmo ci ricordano  melanconicamente che spesso dentro di noi c'è un male subdolo come un tumore che ti piglia alla gola e sembra metterti in relazione diretta col Dolore. Ti nasce dentro, senza un motivo apparente, non ti lascia mai e tu non sai  neppure dargli un nome: qualcuno l'ha chiamato depressione, ma forse è un termine alquanto riduttivo. È la qualità della vita che peggiora, le relazioni familiari e amicali che degradano, lo studio e il lavoro che si fanno sempre più deludenti, mentre il cibo non dà più piacere né il sonno riposo... Tutto è sofferenza. Puro disagio, fatica di vivere e ricerca senza scampo di una qualsivoglia via di fuga che non si riesce a individuare, siccome non si accetta l'idea di farsi aiutare, perché non è mai facile ammettere la propria impotenza. 

La pescia, invece, è una favola ecologica. In essa il degrado ambientale indotto e accelerato dall'egoismo umano imposto alla Natura viene letto con gli occhi ingenui e l'elementare consapevolezza di un'abitante dei fondali del Serchio: un pesce, meglio una pescia, un pesce femmina, a cui l'Autore attribuisce doti di maggiore sensibilità e uno sguardo più lungo circa il destino degli esseri minori, minimi, più fragili e indifesi. E così anche il loro dolore, anche la loro sofferenza entrano nel circuito insensato del male universale e eterno dove non c 'è requie, responsabiltà, vergogna.

Beppe Calabretta, I sogni del vecchio marinaio e altri racconti, Tralerighe Libri, Lucca 2018. pp. 96, Euro 14.00

14 maggio 2019

"Gregorio con la sua roulotte" di Silvia Chessa



 
foto di Alessandro Lanciotti
Il soggetto, il signor Gregorio, ritratto da Alessandro Lanciotti con singolare capacità veristica ma anche poetica, si staglia con una evidenza teatrale e scultorea, balzando in primissimo piano, e rammentando qualche canuto ma invincibile eroe omerico.

La barba lunga, più bianca che grigia, la folta capigliatura, anch'essa piuttosto imbiancata, il volto scavato da profonde rughe ma molto abbronzato, benché in inverno, i lineamenti marcati, i muscoli che affiorano dalle braccia, la forza e l'energia messe anche in un gesto minimo come quello di tenere in mano una sigaretta, .. questo complesso di elementi denota essenzialmente due cose.

La prima è che siamo di fronte ad un volto parlante, segnato dalla strada, rappresentativo quindi di una moltitudine di altri volti e di una infinita stratificazione di epoche, quali solo la strada accoglie, accumula e consegna a chi la vive così da vicino, homeless, creature ai margini, poveri o non integrabili, per la banale e feroce logica della globale economia e della società moderna.

La seconda evidenza è che, da uomo di strada, la sua vera età non sarà mai chiaramente decifrabile e conoscibile da noi che lo osserviamo. Potrebbe essere molto anziano, ma anche un uomo di mezza età, poiché si appalesa quella caratteristica tipica di chi ha un passato pesante: il divario fra età dimostrata ed età anagrafica. E questo mistero rende il soggetto ancora più emblematico e sfuggente, in quanto incuriosisce, senza lasciarsi inquadrare.
 
foto di Alessandro Lanciotti
Accanto a Gregorio la sua casa: una roulotte. La roulotte, dimora già di per sè fragile e precaria, sembra, accanto a Gregorio, ancor più piccina: surreale per dimensioni, sebbene nessun ritocco ottico o filtro abbia potuto ottenere questo impressionante effetto, a parte la prospettiva acuta e sensibile da cui si è posto il fotografo. Come un giocattolo a paragone della grandezza di lui, la roulotte ci appare qual fosse un suo sogno (il sogno di Gregorio, incubo od ossessione), venendo ad acquisire la qualità della proiezione poetica, oltre a quella realistica di essere una cosa vera, ma talmente sproporzionata da sembrare qualcosa abitato dallo spirito di Gregorio e non, viceversa, abitabile da Gregorio. 
Foto di Alessandro Lanciotti
 La prospettiva del fotografo ha il dono di rafforzare questo aspetto, cosicché la valenza allegorica e morale del ritratto fotografico appare ineluttabile e viene da desumere che l'artista si sia mosso e recato di proposito verso la periferia, non solo materiale ma umana, per riportare, al centro, appunto, la centralità dell'uomo: che abbia incontrato e voglia presentarci Gregorio come un grande uomo, un personaggio mitico costretto, dal fato, in una casetta in miniatura, confinato in periferia, in una vita angusta e risicata, in una società limitata ed ingiusta, in una cornice sociale e in uno spazio abitativo, insomma, inadeguati alla sua tempra, alla sua forza ed alla sua caratura. Le luci di un tenue tramonto arrivano da dietro fino alla linea laterale del volto di Gregorio, cercando un varco fra i suoi capelli, ma vengono arrestate da una densità impenetrabile.. forse i segreti, luci ed ombre, custoditi dentro e portati con sé, resteranno insondabili per sempre, da chi non ha combattuto e non immagina, ma soprattutto si rifiuta di farlo, le tante -troppe!- battaglie dell'uomo della roulotte.

05 maggio 2019

"Barga, viaggio nella Garfagnana" di Gianni Quilici


Acquerello di Umberto Vittorini -1957-

 1 maggio 2019. Desiderio di altro. Altro paese, altro paesaggio, altro tempo. Ma dove? Ci penso, ma niente mi attrae. O il paese è troppo lontano. O già troppo  rivisto. Alla fine decido: Barga. A metà tra la  cittadina e il paese è il più medievale e ricco di sorprese della Garfagnana, penso. Ci sono stato tuttavia più volte. Mi convinco, però, che abbia senso rivederla. Ho visto in superficie: la bella porta, i vicoli, il Duomo in alto, ma ho fotografato più che osservato.
 Sulla strada una fila di moto argentate, di grossa cilindrata, potenti, una dietro l’altra sfilano lentamente davanti agli occhi. Mi piacciono? Sì, ma provo un leggero fastidio. Forse perché non ho mai guidato una moto, solo motorini, e immagino l’autocompiacimento di chi ne è alla guida con quella potenza scattante, i manubri alti e larghi che danno al pilota una sembianza quasi ieratica.
Nel parcheggio in basso l’erba è piena di margherite fitte, che fanno primavera, anche se il cielo è multiforme: grigio, scuro con chiazze celestine.  
 
foto di Gianni Quilici
 La porta Mancianella ( o Porta Reale) prosegue con un alto muraglione che arriva ad una villa (chiusa), mentre sottostante la piazza rettangolare adibita a parcheggio  (infatti è sempre piena di macchine), è fiancheggiata da una fila di platani, protesi nudi come braccia verso il cielo.
Alla fine di questa piazza si sale con brevi, verdeggianti gradinate verso il monumento in bronzo dedicato a Antonio Mordini, garibaldino e poi senatore barghigiano al primo Senato dell’Italia Unita. Una collocazione teatrale in alto con lo sfondo dell’aria e con enormi sassi ai piedi. Salendo appena si arriva ad un bastione su cui si erge un maestoso cedro del Libano piantato-leggo- nel 1823.
 
Foto di Gianni Quilici

Rientrando dalla porta si prende la via delle mura, che sale stretta, si incontra un giardino con panchine, un palazzo liberty, il conservatorio e la chiesa di S. Elisabetta, oggi chiuse, e poi ecco le scale scenografiche che salgono al Duomo.

 
foto di Gianni Quilici
Sul piazzale largo e quasi solitario la bellezza della facciata del Duomo, la distesa dei tetti e delle terrazze della antica e nuova Barga e un paesaggio che dalle Alpi Apuane prosegue con gli Appennini e le Pizzorne nello sfondo di un cielo rabbuiato.
 
foto di Gianni Quilici
Davanti al Duomo il sagrato marmoreo e l’interno ci accoglie nel silenzio appena appena illuminato da una luce che filtra dalle finestre romaniche chiuse da lastre di alabastro egiziano. A parte le acquasantiere lucenti del XII e XIII secolo è il Pulpito l’ornamento più rilevante e prezioso. Ha la forma di cassa rettangolare ricco di sculture ai lati, è sorretto da quattro colonnine, che poggiano su due tranquilli leoni, che tengono tra i loro artigli rispettivamente un drago e un uomo.
 
foto di Gianni Quilici
Fuori nel piazzale un gruppo folto di ragazze e ragazzi disposti in circolo stanno giocando. Li fotografo e capisco che c’è una di quelle competizioni fatte con il sorriso sulle labbra. Dirige uno di loro che, a un certo punto, stabilisce chi ha vinto tra i due gruppi. Tutti bravi, dice, ma per i video ecc, ecc.  assegna la vittoria agli “arancioni” tra sorrisi e mugugni.
“Ci potrebbe fare una foto?” mi chiedono, consegnandomi un cellulare e una macchina fotografica. Si mettono in fila uno accanto all’altro ed io scatto, chiedo un’esultanza e riscatto. Inizia a pioviscolare. Ci sarebbero ancora tanti luoghi da vivere: la Porta Macchiaia con i resti di mura, l’acquedotto, le piazze centrali con la Loggia dei Mercanti, il Teatro e lì a un passo la loggetta del Podestà, oggi Museo storico,  ma scendendo lungo una carraia, coprendo la testa con un fazzoletto “non è che l’inizio” penso.
    



  

18 aprile 2019

"Massimo Bordin" a cura di Silvia Chessa



Della persona e della biografia di Massimo Bordin, (giornalista e storico, voce eminente di Radio Radicale, conduttore, fino allo scorso primo aprile, della rassegna “Stampa e regime”, attento osservatore e castigatore di quanto accadeva “dentro e fuori il Regime”, per usare un gergo radicale) in molti hanno già scritto bellissime parole e ricordi commossi, da quando ci ha raggiunti la notizia, tristissima, della sua dipartita. Essa addolora conoscenti e amici, ma anche numerosi altri estimatori, seppur fra le fila di differenti posizioni politiche ed ideologiche.
Per aggiungere qualcosa a quanto già detto sulla caratura umana e professionale di Bordin, non resta che lasciare spazio alle sue stesse parole (a seguito riportate) ed al ritratto che, con dichiarazioni autoironiche e preciso affondo, egli stesso è andato facendo di sé:
 “Sono romano, la scuola l'ho fatta male, direi che l'ho bazzicata più che frequentata. Quando andava bene passavo con il sei, se no ero bocciato. Elementari col fiocco e il grembiule alla Ugo Bartolini, medie alla Settembrini, poi semiconvittore al San Leone Magno, quindi all'Eur al liceo Vivona. Ogni tanto mi espellevano, spesso litigavo con i professori ed ero costretto a cambiare scuola. Nel 1965 avevo 14 anni e vagamente frequentato il Pci di via Tagliamento, leggevo "La sinistra", la rivista di Lucio Colletti, e vivevo con mia madre, Elisa, che si era separata e lavorava presso uno studio medico. Mio fratello Cristiano viveva con mio padre, Antonio che lavorava al ministero. Oggi abita a Verona dove ha una libreria antiquaria. Bordin è un cognome veneto, perché la famiglia di mio padre era del Delta Padano, provincia di Rovigo, contadini, commercianti di granaglie, acqua e pianura: sono luoghi mitici della cultura italiana, gente senza ombra. Divenni trotskista  prima ancora di diventare adulto. Io per la verità mi impegnavo con i libroni, ho letto persino Pietro Secchia, e collaboravo con "Praxis", la rivista di Mario Mineo, roba per palati fini. La letteratura invece non aveva gran seguito e ancora oggi, che pure la amo, preferisco la saggistica". "Nonostante la mia sveglia suoni alle 5, non riesco ad andare a letto presto. Sono alto 1,90, ma Pannella era più alto e fumava più di me, e ora anche io come già accadde a lui, fumo quasi solo sigari perché mi hanno trovato un blocco respiratorio. Garantismo, non violenza, diritto, libertà, anche quella di dire sciocchezze, battaglie perse, ma senza scioperi della fame e tanto meno della sete, in difesa di un bellissimo mondo che è sicuramente radicale e pannelliano, ma senza lo spiritualismo di Pannella, perché io sono razionale e non ho slanci ideali, mi piace la sintassi, la prosa più che la poesia, il liberalsocialismo, Calamandrei, Salvemini e anche Marx che è il mio primo amore."
( Il racconto in F. Merlo, Massimo Bordin, radicale libero,
 da Il Venerdì 1 febbraio 2019)

Ne emerge il quadro di un intellettuale elegante, lucido e razionale (tanto che per lui si è parlato di “socialismo scientifico”), nonché coltissimo (lettore onnivoro, le sue conoscenze enciclopediche  spaziavano dal cinema ai saggi, passando per il calcio).
Al tempo stesso egli appare capace di prendersi in giro ma mai di sottovalutare gli altri (lo si trovava puntualmente dalla parte delle minoranze e degli sfruttati, naufraghi o precari che fossero).

A conferma di tale genuina attenzione agli altri, valgano le parole di Adriano Sofri:
Come tanti altri (dovremmo radunarci tutti oggi simbolicamente, da qualunque parte proveniamo) quando improvvisamente volevo sapere qualcosa, e farmela spiegare, gli telefonavo: nemmeno una volta mi ha detto di chiamarlo in un altro momento, che aveva da fare. Aveva un daffare strepitoso.”

E davvero, rileggendo le analisi acute e i numerosi scritti di Bordin, si evidenzia quanto la sua perdita sia grave e profonda non solo per il mondo del giornalismo, ma per tutti noi in generale.
Da Massimo Bordin, quanti scrivono o ambiscono a farlo traggano una lezione di precisione e disciplina e di una forza ideologica mai disgiunta dall’autoironia.

05 aprile 2019

"Thérèse philosophe" attribuito a Denis Diderot


noterella di Gianni Quilici

Afferro tra le mani (ma senza bruciarmi) “ Thérèse philosophe” un romanzo erotico attribuito al grande romanziere e filosofo illuminista Denis Diderot.
L’inizio mi piace tra filosofia e erotismo, tra l’ingenuità della giovinetta e la perversione del Padre spirituale.
Lei dice:”Ah! Padre mio! Quale piacere mi rapisce! ….” “Cacciate, padre mio, cacciate tutte le cose impure che sono ancora dentro di me. Io vedo…gli…an…geli…spingete ancora…spingete…”
Lei è ingenua e fiduciosa e senza condizionamenti e anche per questo si prende tutto il piacere; lui ingenuo non lo è e forse si prende un piacere doppio: il suo e quello che suscita in lei.
Immagino un romanzo (o  un film) gioiosamente erotico. E’ possibile questo oggi mi chiedo?

Thérèse philosophe, anonimo, attribuito a Denis Diderot; prefazione di Riccardo Reim, Roma, Lucarini, 1991;

22 marzo 2019

"Viaggio a Genova" di Gianni Quilici



                                                                                foto Gianni Quilici

                                 Sul treno due donne, una di fronte all’altra, tra i 40 e i 50 anni trascorrono il tempo passando da una telefonata ad un’altra. Tra le due,  la più giovane è infaticabile . L’altra ha problemi: l’interlocutore non capisce, è costretta a ripetersi. “Hai capito, ora?” dice sommessamente e alla fine, stanca o vuota, stacca, chiude gli occhi e si appisola.
Il mio problema è che odo quasi tutto. Così tiro fuori il taccuino, dove ho scritto soltanto”Viareggio ore 10, 15 verso Genova” e per automatismo psicologico mi metto a trascrivere stralci di ciò che sento. “…finisco di lavorare alle sette, sette e mezzo, poi si va a mangiare da qualche parte, ora non saprei dove, si decide lì per lì… io stasera avrei voglia di pizza… dove si potrebbe andare? io intanto sento la Sandra se viene, però in quel ristorante dell’altra volta non ci vengo,  troppo lenti, troppo formalisti, pirìpì parapà pirì parapà, piuttosto ascolta, ascoltami! ….” L’altra  l’ho accanto,  sussurra : “…domattina  mi prendo la Barbara e la porto al parco giochi, quello di Sestri Levante, sì quello… c’è uno scivolo incredibile lungo cinque metri … ora siamo a Chiavari…. A Chiavari! hai capito a Chiavari! ”.  La più giovane, intanto, continua a sciorinare imperturbabile tutti gli appuntamenti che ha l’indomani come se ci avesse ragionato a lungo…  la voce è leggera, fluente, senza affanni, potrebbe continuare così fino in Svizzera, penso.   Mi sono portato due libri… volevo leggere e scrivere ancora non ci sono riuscito, non ci riuscirò.


                                          12. 10  Scendo a Genova Brignole. Lungo i portici nelle bancarelle vicino la stazione compro il mio primo libro: “Viaggi viaggetti” di Sandro Veronesi nuovo e a soli 3 euro, con una grafica adolescenziale che mi attira. Vedo viaggi in Perù e Santiago de Compostela, Serifos e Sardegna, New York e Amsterdam e così via, che possono diventare suggestioni per viaggi da fare. L’hotel è lo stesso da qualche anno. Gestori due fratelli 50enni, quasi calvi,  premurosi e chiacchieroni, di quelli che un discorso diventa una catena che porta lontano. L’hotel è situato in una piazza circolare, piazza Cristoforo Colombo, con portici e bancarelle di libri a metà prezzo così bene incellofanati, che è faticoso poi scartarli. Ne comprerò una decina lì e in altre bancarelle presenti nel centro storico: da Henrich Heine fino ad una lunga intervista  a Jung.


                                        15. 30 All’inizio di via Garibaldi, di cui Cesare Brandi scrisse “una strada che davvero non ha uguali al mondo” ecco il palazzo della Meridiana con le scale che salgono verso la parte collinare di Genova. Qui è aperta la mostra:”Caravaggio e i genovesi”. Di Caravaggio soltanto un quadro “Ecce Homo”  già visto nel Palazzo Bianco di via Garibaldi. Un quadro, di cui l’attribuzione è (quasi) certa, dopo che era rimasto ignorato in uno scantinato. Ed in effetti è un grande quadro, che nella mostra risalta magnificamente rispetto agli altri pittori (genovesi), che di Caravaggio  hanno subito, per ragioni diverse, l’influenza.
.I quadri sono sufficientemente pochi, le sale sono soltanto tre, si può sedere di fronte ad essi, condizione ideale per non rimanere soffocati dalla stanchezza, nonché  dal sovraffollamento visivo ed umano. Faccio un giro meditativo. Mi colpiscono i quadri di Luca Cambiaso, Gioacchino Assereto, Anton Maria Vasallo, Giovanni Battista Merano.
Ritorno su “Ecce Homo” e mi siedo. Lo osservo nei dettagli e, come succede spesso, anche l’insieme si allarga diventa più chiaro, più scolpito, più compreso.
Mi colpisce, come in qualsiasi pittura di Caravaggio, la grande professionalità nel disegno e nel colore. Squadro, per esempio, le mani di Ponzio Pilato, splendidamente lavorate così difficili a delineare nel loro movimento e intreccio,  oppure considero la fascia bianca intorno alla testa della guardia con tutte le pieghe che sfumano tra luce ed ombra. E però è una verosimiglianza  che ha un’anima profondamente sottile.
L’anima sono i tre personaggi, che sono anche tre tipologie psicologiche, ideologiche e politiche. Gesù Cristo , l’imputato e vittima, ma così immerso in se stesso da sembrare “altrove” con occhi abbassati che non guardano; la guardia, puro strumento del potere, che sembra che gli stia parlando, mentre lo sta coprendo con il manto purpureo, premuroso come se intuisse la sua grandezza; Pilato, il potere, che mostra con le mani Cristo catturato, mentre gli occhi sono rivolti con una contorsione del corpo verso il popolo (fuori quadro). Un volto eccezionalmente ben delineato con gli occhi incavati in tralice, le rughe incise dalla concentrazione.
Infine la scelta dei colori è vigorosamente simbolica nella contrapposizione fra il luminoso corpo indifeso di Cristo e la veste cupa di Pilato in un chiaroscuro che domina l’intero quadro.  


                                        17.30. Al cinema il film più appetibile è “La casa di Jack” di Lars Von Trier. E’ uno di quei film che ti lasciano titubante nel giudizio o semplicemente nell’impressione. Tre ore di un regista che fa cinema giocando tra lo spietatezza senza sangue e l’ironia spiazzante, mescolando il delitto come desiderio di fare arte con inserti di Glen Gould al piano, conversando  con una voce fuori campo, sorta di coscienza pungente, che si paleserà nella figura di Bruno Ganz-Virgilio e con il quale Jack scenderà poi all’inferno. E’ un film violento, che mi diverte, che mi sorprende, di un talento che fugge dai rituali, che però non mi “tocca”, se non cinematograficamente.


                                                                                                   foto Gianni Quilici
                               
                                   21.20 Una trattoria tra i carrugi del Centro  dove cenare è il piacere di soddisfare la fame con piatti casalinghi alla buona, un prezzo modesto, atmosfera calda, senza quel rumore assordante, che uccide la conversazione tranquilla.
Fuori nel labirinto dei carrugi giovani soprattutto nei bar, nelle pizzerie dentro e fuori. Nessuna nevrosi, ne’ tantomeno violenza in giro. Diversi gruppi di africani uomini e donne. La serata è dolce e sono carico del passato presente. 

Genova 1 marzo 2019