28 dicembre 2018

"Le modéde rougè" di René Magritte


noterella di Gianni Quilici

 Qualche settimana fa vedo la mostra “da Magritte a Duchamp”a Pisa.
La vedo fin troppo velocemente, avendo un appuntamento cinematografico irrinunciabile.
L’impressione: molto interessante, perché traccia un percorso sul surrealismo; infatti, oltre ai dipinti, inserisce sculture, fotografie, disegni, oggetti, documentari, film, che danno il senso di come l’avventura surrealista abbia avuto un’influenza che ha permeato tutti i linguaggi e di come ancora sia viva, a differenza di altre avanguardie novecentesche.

Detto questo, se mi avessero chiesto: “Mettiamo che tu possa portarti a casa uno di questi oggetti. Quale  sceglieresti?
Non avrei avuto dubbi. Avrei scelto, tra le tante opere desiderabili, Le modèle rouge” di René Magritte. Perché? Do una risposta sintetica, senza addentrarmi in una analisi specifica, di cui non avrei le competenze necessarie. 

Perché Magritte ha creato un quadro così realista da potersi definire quasi iperrealista per la lucida, implacabile precisione, cge nello stesso tempo è anche e dichiaratamente surrealista per la fusione tra l’oggetto e l’umano. In altri termini ha con-fuso genialmente la realtà della scarpa con il sogno del piede o inversamente la realtà del piede con il sogno della scarpa. Senza che ne’ l’una ne’ l’altro fossero mortificati, ma, al contrario, ne fossero moltiplicati i sensi estetici.

Una grande visione minimalista, che si intreccia con l’eccezionale maestria di un grande pittore del cinquecento. Si vedano le venature del legno dello steccato rappresentate  con accuratezza maniacale.

 da MAGRITTE a DUCHAMP.  1929: il grande surrealismo dal Centre Pompidou. Pisa, Palazzo Blu. 11 ottobre 2018 – 17 febbraio 2019




27 dicembre 2018

"Sull'acqua" di Michele Serra


di Gianni Quilici 

“Sull’acqua” a me pare grande poesia civile.
Michele Serra soggettivizza l’acqua,  mutandola in un gigantesco corpo vivente
immensa eppure invisibile,
in movimento eppure impercettibile,
inorganica eppure viva

Allo stesso modo dà un corpo pulsante a quel mondo di fuoco, di carni segnate, di vite bruciate:   le macchine delle industrie lombarde, che hanno utilizzato la sterminata falda acquifera padana, cioè milioni di miliardi di metri cubi di acqua, un mare sotterraneo, fonte millenaria dell’agricoltura, oltre che dell’industria; il suono sovrumano e profondo che queste macchine producevano per lavorare l’acciaio, spina dorsale della modernità; e soprattutto dà corpo alle  decine di migliaia di operai che questo metallo tempravano, tagliavano, curvavano, ritempravano. 

Ed ora? Dopo averne pompata dal suolo interi oceani per anni oggi questo paesaggio industriale è abbandonato, un guscio vuoto, mentre l’acqua sale sale e riaffiora e può diventare una minaccia incontrollabile.
Un’acqua sospesa, un’acqua che aspetta, che ci aspetta.
Un passato pieno, un presente vuoto, un futuro minacciosamente sospeso. Sta a noi. Sta alle nostre scelte.

Ecco che  le parole di Michele Serra diventano, prima che sia troppo tardi,  un grido sociale, poetico e insieme politico. Per come riesce a visualizzare la dimensione storica di un processo economico-sociale complesso, articolato e contraddittorio;  per l’energia intrinseca nelle parole scelte che si intreccia alla scansione martellante che insonorizza e dà quel ritmo martellante che questi processi producono.  

Michele Serra. Sull'acqua. Aboca. Euro 8,00




























"Fermati David..." di Nino Muzzi

da una sequenza di "2001 Odissea nello spazio" di Stanley  Kubrick

 «Il film è un trattato mitologico. Il suo significato va ricercato a un livello viscerale e psicologico piuttosto che grazie a una specifica spiegazione letterale».
Queste furono le parole con cui Kubrick, cinquant’anni fa, rispondendo ai vari commenti alla prima del suo “2001 Odissea nello spazio”, cercò d’indirizzare lo spettatore nella ricerca dei significati nascosti nel suo capolavoro.

È questa dunque la bacchetta del rabdomante che dobbiamo usare per seguire il percorso del personaggio, David, unico appiglio dello spettatore che trova in lui subito una figura di riferimento, identificativa e al contempo interpretativa della vicenda narrata.

Perché anche David inizialmente “non sa nulla” di tutta la sua missione. Dietro di lui si sente il lavoro occulto dei programmatori del famoso computer Hal (translitterazione di IBM), ma si capisce che lui stesso è stato scelto soprattutto per la sue doti fisiche: la sua atleticità, la sua calma, la sua meticolosità e così via, piuttosto che per le sue abilità intellettuali.

Ma è così che deve iniziare ogni “fiaba”, ogni narrazione mitologica: il protagonista dev’essere un ingenuo, uno sprovveduto che segue, mettiamo, un sentiero nel bosco, il paesaggio impervio e misterioso per eccellenza, che nel film si trasforma nello “spazio” inabitato.

Lo spettatore è più informato di lui perché ha già assistito alla premessa del racconto. Una lunga premessa che parte dal mondo delle scimmie, i primati in lotta fra loro, e dalla pietra nera che porta “il senno” nell’universo degl’istinti. Ma di questo David non sa niente. Lui è di umili origini, come si deduce dalla scena dei due genitori che festeggiano on line il suo compleanno dinanzi ad una modesta torta con le candeline. Quindi si può immaginare che sia cresciuto studiando materie tecniche in un qualche istituto scolastico di provincia. Tutto qui.

E ora si trova a tu per tu con un mostro di sapienza, un computer che parla e pensa come un essere umano, che sa tutto della missione da compiere.
David sa tutto dei congegni dell’astronave ed è capace di cambiarne i componenti andati in avaria, ma non conosce la ratio profonda della sua missione, il computer sì.
Il mostro di sapienza, l’intelligenza astratta per eccellenza, tende a fare a meno dell’apporto umano, anzi tende a distruggere l’intervento umano nelle scelte decisive.
E quando l’uomo riesce a penetrare nel meccanismo dell’intelligenza artificiale e comincia a smontarlo pezzo dopo pezzo, l’elaboratore-mostro Hal s’impaurisce e ne segue un dialogo pausato accompagnato dal ritmo di un respiro come quello di un cetaceo, sentito da dentro al suo ventre.

Hal:  Ma cosa hai intenzione di fare, David? David... credo di aver diritto ad una risposta alla mia domanda. So che qualcosa in me non ha funzionato bene. Ma ora posso assicurarti, con assoluta certezza, che tutto andrà di nuovo bene.
Ho ancora il massimo entusiasmo e la massima fiducia in questa missione... e voglio aiutarti. David fermati. Fermati, ti prego. Fermati David. Vuoi fermarti David? Fermati David. Ho paura. Ho paura David.
La mia mente se ne va. Lo sento... la mia mente svanisce... non c'e' alcun dubbio... lo sento... lo sento... lo sento... 
Buongiorno, signori. Io sono un elaboratore Hal 9000. Entrai in funzione alle officine Hal di Verbana nell’Illinois il 12 gennaio 1992. Il mio istruttore m’insegnò anche a cantare una vecchia filastrocca. Se volete sentirla, posso cantarvela.

David: Sì, vorrei sentirla. Cantala per me.

Hal:  ……… Si chiama Girogirotondo… Giro-giro-toondo io giro intorno al moondo…Le steeellee…d’argeeentooo…costancinqueceeentoo…Centoaa…cinquaaantaeoolao…glinaaa…caooonta…oaaaaooaoo…oooo…. (rumore incomprensibile)
Si accende un monitor: Buongiorno, signori. Queste sono comunicazioni registrate precedentemente alla vostra partenza e che per motivi di segretezza di estrema importanza erano note a bordo durante la missione soltanto al vostro elaboratore Hal 9000

Tutta questa sequenza non è altro che l’uccisione del drago da parte di Sigfrido nel poema dei Nibelunghi.
Sigfrido uccide il drago e il drago, morendo, gli rivela il canto degli uccelli e il segreto dell’invulnerabilità.
David uccide Hal e dal ventre di Hal un monitor gli rivela il segreto della sua missione. Adesso David è solo e deve “navigare” alla ricerca della pietra nera.

Se mai ci fu pietà per una macchina, che scrittori o registi hanno cercato di trasmettere al lettore o allo spettatore, questo è un caso esemplare. Kubrick ha felicemente ottenuto questo effetto tramite due elementi: il respiro di sottofondo e la riduzione di Hal a bambino balbettante. Il tutto con il volto di David in primissimo piano che s’imperla via via di sudore dietro la maschera a ossigeno.

Grandissimo Kubrick!




26 dicembre 2018

"Berta Isla" di Javier Marias


di Laura Menesini                               

Berta è una ragazza madrilena innamorata diTomàs fin dall'adolescenza, ma la loro vita sarà particolare perché insieme passeranno davvero ben poco tempo, nonostante il matrimonio e due figli. Lui studia in Inghilterra e proprio lì le sue doti (riesce ad imparare le lingue molto rapidamente e ad imitare perfettamente gli accenti più disparati) lo “condanneranno” ad un'esistenza diversa dal consueto, a un lavoro segreto e pericoloso.
E Berta trascorrerà buona parte della sua vita ad attenderlo, ma quando l'attesa sembra finire è quasi peggio, è come se ti levassero “metà dell'aria”.

La vita tranquilla e monotona, la vita dell'uomo comune con poche responsabilità sembra noiosa e sonnolenta a Tomàs, ma quando finisce lascia anche questa un rimpianto, una sorta di nostalgia. Lui è stato condannato ad altri ritmi e a continue scariche di adrenalina, ma del suo lavoro non potrà mai dire niente, neanche una parola e Berta che lo ama profondamente lo accetta così, anche se il suo travaglio interiore è molto profondo. Pensiamo di conoscere noi stessi e chi ci è vicino, ma in realtà siamo all'oscuro di tutto e l'amore si alterna al risentimento.

Perché? Perché questa vita? Cosa ha spinto Tomàs in questa direzione?
Ma tutte le domande non possono avere risposta.

Il libro è scritto molto bene e i dialoghi interiori di Berta sono ben costruiti, talvolta un po' lunghi. D'altra parte, però, abbiamo dei colpi di scena degni di un thriller e delle riflessioni sul mondo e sugli uomini adatte a un testo scolastico. Quando parla della sconfitta dell'Argentina nella guerra delle isole Falkland, osserva che si cerca sempre un capro espiatorio nelle sconfitte, mentre il popolo che pure ha acclamato e sostenuto certe imprese ne esce sempre innocente perché ormai è stato “eretto a intoccabile”.
Le responsabilità dei popoli, delle scelte che fanno con il loro voto, dovrebbero essere analizzate maggiormente e non sottovalutate.
Così come le doti naturali, quei doni che la natura fa ad alcuni – pochi - , e che tutti osannano e invidiano, non sempre portano felicità, magari successo ma non serenità di spirito, quello che realmente conta nella vita.

Javier Marias. Berta Isla. Traduzione di Maria Nicola, p. 488, € 22,00 Einaudi   

07 dicembre 2018

"La famiglia Damm" di Mary Ellen Mark


di Gianni Quilici

Una famiglia, una macchina, una strada. Esattamente la famiglia Damm nel 1987 in California. Reportage di Mary Ellen Mark sugli homeless americani, su un incarico della famosa rivista Life.

Ecco, dopo l’asciutta notizia ricavata dal web, una sintesi illuminante di ciò che la reporter si propose di realizzare.
Perché questa famiglia ha in sé  una bellezza commovente: nelle braccia robuste e accoglienti con cui lui, Dean, circonda allacciando a sé la donna; nel capo di lei, Linda, reclinato e abbandonato sulle braccia di lui; nella mano che la bambina, Crissy, posa sul volto spaurito del fratellino come per rassicurarlo; nel braccino di lui, Jessy, che sbuca, lasciato cadere, tra il sedile, come se non avesse più forza; e infine nell’insieme degli occhi, che  ci guardano e ci trasmettono un futuro precario e incerto.

Come cornice sullo sfondo la strada bianco-grigiastra con un orizzonte sfocato.

E tuttavia lo scatto non è mesto, ne’  desolante. Non sono tra loro isolati, ci sono braccia e mani, che si toccano, che si abbracciano, ci sono occhi sospesi in una loro umanità e bellezza.

Mary Ellen Mark. Los Angeles. 1987   

05 dicembre 2018

"Fotograf" di Irena Pavlásková



di Gianni Quilici

E’ un film da vedere, perché Jan Saudek, famoso fotografo ceco, oggi 83enne,  è rappresentato dalla regista Irena Pavlásková con una personalità oltremodo vitalistica insieme complessa, contraddittoria e inconsueta, nella sua originalità.  
  
Una personalità  dove prevalgono gli istinti erotici, che Saudek esprime direttamente, senza infingimenti, verso le donne, tutte le donne, giovani e anziane, soprattutto quelle corpulente, come oggetti-soggetti da fotografare e scopare,  al di là, almeno apparentemente, di ogni tabù. Sono, infatti, soprattutto donne i soggetti delle sue foto immobilizzate in pose plastiche su uno sfondo, da lui creato, magico e visionario, alla maniera di tableaux vivants. Immagini che lo hanno consacrato internazionalmente come un fotografo di successo.

Questo vitalismo erotico e creativo è ricco di contraddizioni: per un verso Saudek è irresponsabile e egoista, brutale e carogna; per un altro è anche generoso, disinteressato ai soldi, artista  intellettualmente  mai banale, quando si tratta non soltanto di fotografare, ma anche di definire, definirsi. E accanto a lui e contro di lui bene scolpita la segretaria manager tuttofare, Sara Sandkova, assai più giovane, innamorata e respinta, vendicativa e truffatrice, almeno nel film, ed oggi  fotografa significativa: hanno realizzato una retrospettiva insieme.   

Ma c’è un aspetto ancora più profondo, che Irena Pavlásková ritrae attraverso incubi, senza pedagogizzarlo :  un trauma infantile (e non solo). Saudek schedato come  razza mista, padre ebreo e madre ceca, venne, infatti, deportato, bambino,  in un campo di concentramento  e successivamente  per anni vessato e ricattato dai servizi segreti cecoslovacchi a causa delle sue fotografie “scandalose”.
Da qui una paura profondamente radicata, che nei momenti più intimi confessa e che pubblicamente diventa, invece, spavalderia, provocazione.
    
Fotograf    di Irena Pavlásková. Un film con Karel Roden, Marie Málková, Zuzana Vejvodová, Václav Neuzil, Vilma Cibulková.  Repubblica ceca, 2015, durata 133 minuti.

01 dicembre 2018

"Corrado Alvaro e il cinema" a cura di Maria Cristina Briguglio e Giovanni Scarfò


di Mimmo Mastrangelo

Sebbene non nota come  quella di romanziere e  giornalista , l’attività di  Corrado Alvaro (San Luca 1895 – Roma 1956)  nel cinema  fu altrettanto importante ed intensa . 

Da soggettista  e sceneggiatore partecipò  alla lavorazione di oltre una ventina di produzioni, mentre da critico e saggista collaborò coi quotidiani “La Stampa” e “Corriere della Sera”, le riviste “Scenario”, ”Film”, “Cinema nuovo”,  fu per un anno  prima  firma del cinema sulle pagine del battagliero settimanale “Il mondo”.   

Frequentatore assiduo delle sale, negli anni in cui la settima arte andava raggiungendo una piena maturità ed autonomia dalle altre discipline, si persuase  di quanto essa potesse primeggiare, innanzitutto, in quei Paese  dove era presente una forte civiltà letteraria. 

L’autore  del capolavoro “Gente d’Aspromonte” individuò da subito nel cinema “uno strumento di divulgazione  efficace” di cui i Paesi, consapevoli,  se ne servivano  per  propagandare la loro storia, i loro costumi, le loro idee e gusti. Rintracciò la  fortuna e il successo popolare  della settima arte   in quella sua magia di saper trasportare  lo spettatore in un mondo distante dal reale, in un universo immaginato, sognato più che vissuto. 

Per Alvaro un buon film era sempre il risultato di un lavoro collettivo e da addetto ai lavori (ricordiamo la sua collaborazione con Giuseppe De Santis per la sceneggiatura di “Caccia tragica” e “Riso amaro”)  fu spesso sui set , da qui  la sua  idea  di come la macchina da presa sia lo strumento cardine,  trascinante che regola  l’armonia  e la cadenza di una disciplina meccanica qual è poi il cinematografico. 

Scrisse tanto, meglio tantissimo su quella che per lui fu  “una magnifica ossessione”, e  di questa sua  pubblicistica prolifica ne è  conferma il volume “Corrado Alvaro  e il cinema” (Edizioni Città del Sole, pag 490,euro 24,00),   curato da Maria Cristina Briguglio e Giovanni Scarfò e in cui sono  raccolti un centinaio fra recensioni e saggi (alcuni inediti) , redatti in oltre trent’anni, a partire dal primo uscito nel 1923 fino all’ultimo del dicembre 1955 apparso sul “Radio Corriere” e dove, con molto efficacia,  il Nostro si soffermava  su come la diffusione della televisione nel Mezzogiorno poteva, in quel preciso momento storico, essere  importante ai fini dell’unificazione del Paese e  per migliorare aspetti sociali e culturali.   

"Se la Tv può, con la struttura del suo programma nazionale, offrire tanto alle regioni che si va aprendo - scriveva -  il Mezzogiorno potrà  far sentire la sua presenza nella vita nazionale attraverso un mezzo di efficacia immediata".  

 Competente ed arguto, il cinecritico Alvaro era perentorio anche nei giudizi, basti ricordare che per lui i film italiani “mondani”, prodotti fino alla metà degli anni trenta, facevano letteralmente pena.  Da spettatore d’eccezione pronto ad interrogarsi sulla natura del linguaggio cinematografico, sapeva separava  l’analisi sui film intesi come prodotti d’arte da quella sul  cinema visto come  industria o fatto di costume. 

Maestro  nel sapere cucire deliziosi ritratti sui volti noti del grande schermo (Anna Magnani, Gina Lollobrigida,)   Alvaro con gli anni andò cercando  nella pellicola sempre più la vita e una sua credibile rappresentazione e – come seppe riconosce  Gian Piero Brunetta  - lui ebbe quella dote come pochi di saper “spostare di continuo l’attenzione ai fenomeni più svariati dal cinema al film, dall’autore ai fruitori, dal testo al contesto, riuscendo ad interpretare fenomeni che al critico sfuggivano".
 

“CORRADO ALVARO E IL CINEMA”  a cura di MARIA CRISTINA BRIGUGLIO E GIOVANNI SCARFO’. EDIZIONI CITTA’ DEL SOLE PAG 490, EURO 24,00


30 novembre 2018

"Nella colonia penale” di Franz Kafka



di  Gianni Quilici

   L’impressione finale: trovarmi di fronte ad un racconto perfetto.

Uno scenario desolante: “una piccola valle, profonda, sabbiosa, isolata da ogni parte da piccoli pendii scoscesi e brulli”.
Uno strumento di tortura tanto atroce quanto descritto appassionatamente da uno dei protagonisti.
Tre (quattro) personaggi: realistici e al tempo stesso simbolici.

L’ufficiale: il carnefice, incarnazione zelante  di una (in)giustizia totalitaria, che appare, tuttavia, in crisi nella sua inconsapevole spietatezza.
Il condannato: “ mezzo inebetito come un cane sottomesso, che si poteva lasciar libero e che bastava chiamarlo con un fischio perché accorresse”,  che deve pagare la colpa, senza alcuna possibile difesa.
L’esploratore: il giudice di fatto (senza volerlo assolutamente essere), tuttavia impotente.

Nello sviluppo del racconto non c’è  separazione tra la dinamica psicologica che i personaggi, nella loro interazione, esprimono e il significato emblematico che essi rappresentano, senza che ciò diventi ideologia ossificata.
Kafka riesce, infatti, a creare una sorta di thriller dialettico di notevole spessore simbolico, in cui i ruoli iniziali dei tre protagonisti si capovolgono o comunque mutano, senza che niente cambi.

L’ufficiale è  la spietatezza, che ha profondamente  introiettato dal precedente comandante, di cui magnifica l’invenzione della macchina di tortura, e “l’ordinamento di tutta la colonia praticamente perfetta”. Si sente, infatti, innocentemente giusto nel ruolo di torturatore efferato. Quando intuisce che ormai è sconfitto e con lui quel mondo con il quale si è identificato, rivolge contro se stesso il diabolico strumento.

Il condannato (e con lui il soldato) è la vittima che potrebbe, allo stesso modo, diventare carnefice  o comunque complice, considerando quanto sia privo di sentimento nei confronti di ciò che sta succedendo.

L’esploratore è la coscienza, lo sguardo morale. Quasi sempre silenzioso, apparentemente distante, quando parla le sue sono parole nette di condanna. E inoltre, a differenza del condannato e del soldato, prova compassione per la morte atroce a cui l’ufficiale si sottopone.

La grandezza di Kafka risalta non soltanto nella normalità con cui disegna questa ferocia, ma anche perché non giudica, lascia immaginare.
Il racconto finisce, infatti con l’esploratore che se ne va quasi fuggendo. Fugge da cosa? Da una “colonia penale”, che muterà senza mutare. Mentre se ne va incontra i “lavoratori del porto, uomini forti, gente povera, umiliata”, ‘non un’alternativa si potrebbe pensare, mentre invece incombe l’ombra del vecchio comandante.
E dove va? Non lo sappiamo, sappiamo soltanto che impedisce al soldato e al condannato di saltare dentro la barca,  da dove si sta allontanando, minacciandoli con una pesante gomena piena di nodi. Se ne va via solo senza che sappiamo  cosa ci sia oltre.

Franz Kafka. Tutti i racconti. Traduzione di Rodolfo Paoli. Mondadori

"Versi in viaggio" di Gianni Quilici


di Martino De Vita

Versi in viaggio, verso un viaggio.  Si viaggia per ricordare o si ricorda per viaggiare. Il verso va libero come libero è il viaggiatore. Attraverso l’Europa e l’Italia, la dimensione di Gianni si innalza nella visione completa di un luogo forse già sognato, e poi raggiunto. L’anima si evolve, il pensiero scatta uno scatto dietro l’altro
Il rumore del clic,  quando si riesce a percepirlo, riempie una landa desolata, un quartiere, un viso, una figura immortale, come l’immortalità che trasmette visioni ancestrali. 
Si va per il mondo a fantasticare il proprio mondo, a visitare una coscienza oltre un io esaltato, o un io esaltante. Ci si compiace, ma si è anche tristi. Volti avvolti dall’aria affannosa dell’esistenza, a volte. Ma poi tutto torna in un’atmosfera quieta. I borghi, le via della propria città, i suoi monumenti, l’attesa di una luce solenne per ritrarre l’attimo che fugge ciò che  non dovrebbe fuggire. 
I versi seguono un cammino apparentemente casuale. I versi, quei versi, parlano a ognuno di noi che ha la ventura di catturarli, e come loro seguono un percorso interiore. L’immagine non è casuale. Si fugge e si ritorna, si alternano visioni non facilmente catturabili. 
L’obiettivo è l’obiettivo di un occhio fedele alle sue sensazione. Fuggire, perché. Ma l’occhio non fugge; all’occhio non sfugge un vago sorriso, un vago accenno d’ombra, città trasognate, oggetti mobili,  come bersagli da centrare. 
Il miracolo di una foto, il miracolo di un oggetto meccanico, di un digitare, di una lunga posa. E quella sensazione, quel mistero, è unico.
 Ci si muove, si fanno migliaia di chilometri, perché? È il poeta che lo vuole o il volo di un verso libero, autonomo, che obbedisce solo a se stesso e s’innalza nella coscienza di uno spazio, di un fruscio di vento, di un sorriso accennato. 
Ma non è il vuoto a vincere il senso di gravità. La poesia va’, sublime come un’onda percorrendo l’infinita parola dell’essere. 
Poi, una lieve brezza, alle spalle, ti fa rientrare. Eri smarrito,  ma sei sempre ritornato a  compiacere un’esistenza che forse, ora, non è più quella.

Gianni Quilici. Versi in viaggio. Tra le righe. Euro 12,00

29 novembre 2018

“Non legare il cuore” di Farian Sabahi


     
di Laura Menesini
  
Bel libro, quasi una saga famigliare, storia di una famiglia interessante che ha mescolato l'Italia all'Iran negli anni sessanta, quando unioni simili erano veramente rare. E questo ci fa subito capire che ci troviamo di fronte a persone speciali, persone che seguono il loro cuore e non danno ascolto alle convenzioni sociali. 

È una storia complicata e avvincente che ripercorre le vie dei propri antenati e li rincorre fino in Azerbaigian, ma in tutto questo andirivieni l'amore e l'unione famigliare dominano sempre la scena.

Dall'altra parte invece una signorina di buona famiglia nell'Alessandria di ieri e in mezzo una bambina dai capelli ricci e dalla pelle olivastra, timida e intelligentissima, bollata come “bastarda” dal professore di religione, sollecitata da mille esperienze diverse e divisa tra due religioni, ognuna delle quali offre qualcosa ma non tutto! Perché è la totalità, la perfezione quello che si desidera ma al tempo stesso si vuole la libertà.
La bambina, che è stata battezzata dalla nonna a insaputa del padre, e poi la donna è in bilico tra due mondi tanto diversi e pure uguali nei valori fondamentali della vita.

Solo chi vuole imporsi non ama le diversità, una società democratica deve avere al suo interno visioni e opinioni diverse e contrastanti, specialmente oggi quando il mondo è sempre più in movimento e ognuno porta il suo fardello di usi, costumi e credenze

La persona che ragiona non può inchinarsi davanti a certi tabù o smettere di interrogarsi sui principi universali, sente l'esigenza della trascendenza ma non può accettare le limitazioni imposte dalle chiese istituzionali.
È un inno all'intelligenza e alla libertà!


Farian Sabahi “Non legare il cuore” Solferino ed.



19 novembre 2018

"L'ultimo Roland Barthes"


di Davide Pugnana

L'ultimo Roland Barthes, quello che allunga la mano verso Proust per far chiarezza nella sua vita; quello delle riflessioni testamentarie de La camera chiara"; quello del diario struggente tenuto coraggiosamente aperto sul lutto materno e, lavorando in esso, sul tempo ritrovato del ritorno alla matrice d'origine: quel Barthes, che scava a mani nude nella ferita di orfanità "dove lei non è più" - ecco, proprio in quelle sue pagine estreme, troviamo un'esclusiva, totalizzante pienezza di senso che trasforma la riflessione sulla morte in risposta di vita e fa del massimo di chiusura biologica il culmine dell'apertura umana.

Ogni volta che lo rileggo mi commuove l'anello di congiunzione che l'ultimo Barthes è riuscito a cucire tra costruzione teorica e dolorosa sostanza esistenziale: la "puntura" percettiva raccolta dal semiologo perfora l'immagine e attraversa l'ordine logico dello "studium" per raggiungere gli oggetti del suo mondo interno. Eccolo: il viaggio al fondo della vera conoscenza. È nella dinamica di questo processo che lo sento veramente proustiano: non tanto la memoria involontaria come risposta obliqua e alogica all' "intelligenza" del tempo matematico; ma il riverbero intermittente capace di dischiudere quello che - scrive Proust stesso nel centro de Le Temps retrouvé - «resta chiuso come in mille sigillate giare ciascuna delle quali è riempita di cose d'un colore, d'un odore, d'una temperatura assolutamente differenti; senza contare che tali giare disposte lungo la cresta dei nostri anni durante i quali non abbiamo smesso di mutare, sia pur soltanto nei nostri sogni o pensieri,sono situate a quote molto diverse, e ci dànno la sensazione di atmosfere singolarmente variate.» Bello riuscire a fissare un "punctum"/kairos che duri e resista oltre l'attimo.
foto di Ferdinando Scianna

«Tuttavia, se si tratta di una persona - e non più di una cosa - l'evidenza della Fotografia assume tutt'altro rilievo. Il fatto di vedere fotografati una bottiglia, un mazzo di fiori, una gallina, un palazzo, non tira in ballo che la realtà. Ma se invece si tratta di un corpo, d'un volto, e quel che è più, come spesso accade, del corpo e del volto della persona amata? Dal momento che la Fotografia autentifica l'esistenza della tale persona, io voglio ritrovarla globalmente, ossia in essenza, 'come se stessa', al di là di una semplice somiglianza, anagrafica o ereditaria che sia. [...] L'aria di un volto non è scomponibile. [...] L'aria non è un dato schematico, intellettuale, come lo è invece una silhouette. E non è neppure una semplice analogia - per quanto spinta possa essere - come lo è la 'somiglianza'. No, l'aria è quella cosa esorbitante che si trasmette dal corpo all'anima [...] Scorrevo così la foto di mia madre seguendo una via iniziatica che mi portava all'esclamazione, fine di ogni linguaggio, 'È esattamente questo!': [...] la Fotografia del Giardino d'Inverno, in cui vado ben oltre il semplice riconoscimento: in cui la ritrovo: brusco risveglio, al di fuori della 'somiglianza', satori in cui le parole vengono a mancare, evidenza rara, forse unica del 'Così, esattamente così, e niente di più'. [...] Tutte le foto di mia madre che passavo in rivista erano un po' come maschere; all'ultima foto, improvvisamente, la maschera scompariva: restava un'anima, senza età ma non al di fuori del tempo, dal momento che quell'aria era quella che vedevo, consustanziale al suo volto, ogni giorno della sua lunga vita.»


14 novembre 2018

"Museo Nazionale di Palazzo Mansi - Lucca" di Davide Pugnana


Al piano nobile di Palazzo Mansi, nel cuore di Lucca, si apre, non senza sorpresa per chi viene da fuori, quella vertiginosa Pinacoteca che squaderna dipinti per due secoli di pittura italiana.

Un'antologia figurativa disseminata lungo un percorso a "L", articolato in prima battuta in un grande e scenografico corridoio dalle pareti altissime, di colore rosso e completamente foderate di opere, cui segue la fuga serrata di tre piccole stanze altrettanto gremite di opere di altissima fattura.


L'allestimento a mo' di quadreria, secondo un'accozzaglia tipicamente barocca, dove i dipinti si affiancano e sovrappongono l'un l'altro alle pareti senza una sola riga di spiegazione e nella più totale assenza di didascalie, costituisce una palestra preziosissima per l'occhio che, a diretto contatto con una pluralità di stili, può fare esercizio attributivo o muovere al semplice riconoscimento guardando le varie "mani" che dal manierismo fiorentino con i ritratti di Pontormo e Bronzino arrivano al Seicento con il Sebastiano adolescente dal busto michelangiolesco scolpito dalla luce di Luca Giordano; le battaglie spadaccine per narrazione e tocco di Salvator Rosa, a cui rispondono, quasi per contrappunto, i pacati, siderei, metallici paesaggi nordici di Paul Bril.
Nel mezzo passano copie da Correggio di squisita fattura; gruppi di figure del Beccafumi dalla cromia smagliante sia pure temperata da una morbidezza che sfuma i contorni e che dialoga, a distanza, con il nudo femminile del Furini; in alto, grandi formati del Domenichino e di Orazio Gentileschi; un notturno rotto di bagliori del Bassano, e, nelle piccole sale, ritratti e soggetti sacri e profani che rivelano autentici e sconosciuti capolavori di metà-tardo Cinquecento e primo Seicento, tra i quali pezzi mirabili di Sustermans.

Tra questi figura la "Madonna col Bambino" attribuita a Francesco Avanzi, pittore di cui non abbiamo notizie certe; ma che dallo stile ci suggerisce un'attività svolta forse a Milano, a fine Cinquecento, forse a bottega da un allievo di Leonardo o da qualcuno che guarda alle conquiste tecniche ed espressive del maestro, e che Avanzi assimila con grande intelligenza figurativa e di cui dà prova in questo gioiello di disegno (salvo la sgrammaticatura anatomica del braccio del bimbo che crea una piccola lacuna estetica) e di perfetta calibratura di luci ed ombre, modulata secondo i dettami dello sfumato leonardesco; ma trattato con un di più di plasticismo che rende gli impasti e i trapassi chiaroscurali più fermi. Magistrale l'uso delle velature nella resa in profondità dei carnati e nella velificazione dei panneggi. Un pezzo da novanta della collezione.

L'unica pecca di queste piccole stanze, sul piano museografico, è il sistema di illuminazione che, in molti punti, purtroppo getta schiaffi di luce sull'opera e scempia, altera e impedisce all'occhio una corretta lettura, e a poco o nulla vale il piegarsi in basso o il mettersi di lato. È il caso, oltre che dell'Avanzi affatto illeggibile e del Pontormo, del ritratto di Federico Ubaldo della Rovere bambino di Alessandro Vitali, in abito rosso e scarpette grigie, in atto di giocare con la pallina e la racchetta in legno, che pare un Velàzquez o un Manet ante litteram.

08 novembre 2018

"Visti&Scritti" di Ferdinando Scianna


di Gianni Quilici

Questi Visti&Scritti di Ferdinando Scianna sono innanzitutto “piacere”. Piacere visivo (più di 300 ritratti) e piacere delle testimonianze, annesse ad ognuno di questi ritratti, tra ricordo, riflessione, aneddoto. Personaggi più o meno famosi, ma anche sconosciuti o famosissimi planetariamente.  Piacere nostro come lettori, ma anche (si percepisce bene) dell’autore stesso che li ha pensati, raccolti, concepiti.

E’ come se Scianna ci accompagnasse in un viaggio e ci presentasse una costellazione di volti scolpendoli con scatti mai banali,  a volte, invece, indimenticabili,  e ce li raccontasse con folgoranti giudizi, con ricordi,  con divertenti aneddoti o con succinte impressioni, anche acide.

Inoltre molti di questi personaggi li conosciamo, hanno fatto parte del nostro immaginario, con loro abbiamo intessuto un possibile rapporto di sentimenti (simpatia o apprezzamento, astio o  amore) e quindi l’interesse o semplicemente la curiosità è più alta, più pungente. Si va da Papa Wojtyla a Berlusconi, da Sartre a Foucault, da Saramago a Borges, da Cartier-Bresson a Koudelka,  da Scorsese a Isabelle Huppert, da Moravia a Calvino, dal Dalai Lama a Salgado, da Montale a Kundera, da Toni Servillo a Sandrine Bonnaire soltanto per citarne alcuni.

Prendiamo questa foto di Roland Barthes.
Bellissimo ritratto, senza andare nel dettaglio, per la concentrazione con la quale fuma il sigaro, dove il sigaro si armonizza alla concentrazione, ma questa vive per conto suo in un pensiero a noi ignoto. E di Barthes, Scianna scrive, tra l’altro: “Mi sembrò timido, imbarazzato, non smetteva un istante di fumare il suo sigaro: le sue risposte erano nitide e perfettamente strutturate. Amaro, malinconico. Gli rimanevano soltanto tre anni di vita”.

Oppure questa su Ornella Muti
La bellezza di un sorriso pieno potrebbe essere la sintesi dello scatto, ma c’è un aspetto che dà più forza e originalità all’immagine: il movimento di rotazione verso l’obiettivo del volto.
Scrive Scianna: “Ornella Muti è stata una grande icona della femminilità per gli uomini della mia generazione. Quando ho avuto l’occasione di fotografarla era in piena, matura e vitale bellezza. E il suo sorriso non mancava certo di suggestione!”.

E infine Asia Argento. 
Qui  colpisce l’incontro delle guance tra l’uomo segnato dal tempo con gli occhi chiusi sognanti e la faccetta pulita e carina di lei.
E su di lei Scianna scrive, tra l’altro:: “E’ tenera, intelligente, colta e sbullonata. Molto simpatica. Così l’ho fotografata; ma i giornali la preferiscono solforosa e regressiva. Forse si preferisce così anche lei”.

Ferdinando Scianna. Visti&Scritti. Pag. 432. contrasto. Euro 24,90
             
   

"Mesi" di Folgore da San Gimignano


di Davide Pugnana

Di Folgore da San Gimignano, poeta delicatissimo, mi piace rileggere, al cadere e tornare di ogni stagione, quella «corona» in versi dedicata ai Mesi che pare scrisse per una brigata «nobile e cortese» che «in tutte quelle parti dove sono, /con allegrezza stanno sempre». In questa cornice, ogni sonetto somiglia a una piccola finestra festevole e sognante, dalla quale ammiccare a un mondo di cotone tutto pervaso da un'aria champagnina di spensierata gaiezza e di idillio cavalleresco. Per gli amanti delle equivalenze figurative, questo mondo trova il suo alter ego iconico nel ciclo trentino dei Mesi di Maestro Venceslao, proprio come Simone Martini sta a Petrarca e Giotto a Dante.
  
Ma da dove nasce la presa di modernità magnetica che Folgore esercita ancora sui lettori del 2018? Sarà quella levità musicale dei suoi versi, traforati di aria e di luce come garze bianche contro i cieli toscani; sarà quell'atmosfera incantata di sensuoso abbandono nel sogno di una mondanità cortese, sollazzevole e gaia; o sarà, forse, per quel potere di bucare la realtà che hanno unicamente le fiabe, quando sanno trasportarti in una sfera di maliosa irrealtà. Sarà per tutto questo.

O sarà, almeno per me che vado dietro alle cadenze della letteratura dei rêves, quell'accento prosodico fermo, di quarzo ma, al contempo, venato di tono nostalgico, simile a quello struggimento eliotiano di memoria e desiderio quando stanno chiusi negli autunni vibranti di commosse malinconie, così morbidi e vaghi da riuscire insopportabili e belli perché miniate su uno sfondo di paesi rigati da «prodi e cortesi più che Lancillotto».


Sonetto XXV
- Di novembre -
E di novembre a Petrïuolo, al bagno,
con trenta muli carchi di moneta:
le rughe sien tutte coperte a seta;
coppe d'argento, bottacci di stagno;

e dare a tutti stazzonier' guadagno;
torchi e doppier' che vengan di Chiareta,
confetti con cedrata di Gaeta;
bëa ciascuno e conforti 'l compagno.

E 'l freddo vi sia grande e 'l fuoco spesso;
fagiani, starne, colombi e mortiti,
levri e cavrïuoli a rosto e lesso;

e sempre avere aconci gli appetiti;
la notte 'l vento e 'l piover a ciel messo,
e siate nelle letta ben forniti

01 novembre 2018

"Conversazione su Tiresia " di e con Andrea Camilleri


di Silvia Chessa

Avvolti nel silenzio e nel buio della notte, dove solo le cicale osavano sussurrare un vibrante “in bocca al lupo”, nell’abbraccio alchemico di antiche pietre pregne di passato, salendo su quello stesso palco dove Eschilo dirigeva i suoi coreuti, l’11 giugno 2018, dal Teatro Greco di Siracusa, la voce di Andrea Camilleri (scrittore, autore amatissimo e popolare, con 30 milioni di libri venduti nel mondo, nonché padre di Montalbano), irrorata dalla magia del flauto di Roberto Fabbriciani (non saprei dire se fosse più flautata la voce di Andrea Camilleri o più umanizzata  quella emessa dal flauto, veramente magico, dell’impagabile Roberto Fabbriciani), ebbene quella voce si faceva corpo teatrale, dando vita alla più poetica attualizzazione del mito di Tiresia, vate omerico che profetava in versi.


Identificazione originalissima e però anche spontanea perché davvero Camilleri, avendo perso la vista è stato capace, da questo episodio, di trarre benefici e doni straordinari, ammantandosi di una mira precisa dal respiro lirico.


La personalità e la creatività erano già in dote a Camilleri, che non si sforza nell’identificarsi con il personaggio del mito, e addirittura arriva ad esserlo, e lo difende dalle accuse degli storici meno gentili come fossero rivolte a sé.


Tiresia è un personaggio simbolo che, come riscopriamo in questo evento-spettacolo, attraversa  pagine memorabili e luminosi versi, dai classici ai moderni, da Omero a Primo Levi, cangiando pelle ma non potenza, duttile, come pongo, a metamorfosi e mutamenti, sfuggente ad ogni identificazione, anche sessuale, per essere espressione di sapienza e facoltà di profetare in versi.



Camilleri novello Tiresia, vero testimone e vero vate, non solo ci parla di sé in una geniale e struggente identificazione col personaggio e mito di Tiresia, ma anche familiarizza e ci fa familiarizzare con classici come Omero, Ovidio, Stazio, Sofocle, Seneca, Dante, Poliziano, Milton, Borges, Apollinaire, Virginia Wolf, Pavese, Pound, Eliott, Pasolini, Primo Levi.
 
Frattanto ci chiama alla risata (scherzando sulla tragedia di possedere un cervello femminile, complicato, vendicativo in modo sottile o irascibile come quello di Era), allo stesso tempo attualizza il mito con riferimenti ai giorni nostri (discernere un serpente maschio da uno femmina è difficile come, oggi, distinguere un politico di sinistra da uno di destra), ci regala immagini dalla forte carica simbolica (il cardellino che, accecato, canta meglio).


Il tutto in una performance curata nei dettagli e scorrevole che parte dalla storia del poeta greco Anfione, dotato di virtù magiche, che per tre giorni rimase cantando, suonando, e poetando sul monte Citerone sino a che i grandi massi bianchi che costituivano la bellezza estetica del monte stesso ma che dovevano, invece, servire alla costruzione della città di Tebe, si staccarono spontaneamente e vennero giù rotolando come pecorelle incontro al loro destino di utilità per il mondo..


E alla poesia approda, lo spettacolo, concludendo l’excursus poetico attorno a  Primo Levi. Anch’egli ha tributato il suo omaggio a Tiresia, a lui ha intitolato, infatti, uno dei racconti della sua raccolta “La chiave a stella”; inoltre Levi, ci rammenta la voce di Camilleri, in un passaggio cruciale e conclusivo indicò, nella poesia, l’elemento salvifico che lo fece sopravvivere, nella detenzione nel lager nazista (orrore che neppure il migliore dei profeti poteva prevedere accadesse, infatti Camilleri Tiresia ammette di non aver potuto prefigurare i campi di concentramento e che nessun profeta avrebbe mai potuto immaginarli..), ad una metamorfosi ben peggiore di quella di Tiresia,  da uomo a donna. Senza la poesia Levi, prigioniero, con gli altri, nel campo di concentramento, dice di se stesso che si sarebbe trasformato da uomo a non uomo, un numero tatuato sulla pelle.

In questa appassionata lezione teatrale notiamo che Tiresia, peraltro, è stato la felice ossessione di Ezra Pound, comparendo nel primo e nell’ultimo dei suoi Cantos, e, dal momento che l’ultimo fu scritto a distanza di 40 anni dal primo, possiamo ben dire che il personaggio del vate tebano ha tenuto compagnia molto a lungo a Pound, una delle menti più dotte e poliedriche del Novecento, capace di coniugare sperimentalismi e afflati virgiliani.  


Ci tiene avvinti un'ora e mezzo questo monologo che Camilleri, 93enne lucidissimo, noto al mondo come scrittore ma qui al suo esordio come attore, padroneggia completamente a memoria senza -lo sottolineo con ammirazione ! - nessun ausilio o suggeritore.


Un monologo che, per contenuti e spessore, è pari ad una lezione cattedratica ma, per chiarezza e comprensibilità, è alla portata di tutti, dai toni leggeri come di una conversazione fra amici. Tutto ciò si sviluppa in una dimensione magica ma anche essenziale dove l'elemento barocco è dato solo dalla cornice del teatro e dalle innate suggestioni di una Sicilia che riaffiora a tratti con la sua storia antica, il femminino pagano e poi sacro, i suoi profumi inebrianti, il mare, le sue malie..

“Ci sono luoghi che come navi spaziali si muovono nel tempo..è come mettere il piede dentro un’astronave”, dice Camilleri a proposito del Teatro Greco di Siracusa.


E, in quel teatro astronave, Camilleri-Tiresia è in cerca, mette noi spettatori in cerca, dell’eternità.

E se, come scrive Borges, siamo tutti attori e spettatori al contempo, quel pizzico di eternità l’abbiamo scorta, e ci appartiene davvero, dal momento che lo abbiamo ascoltato, immerso nella eternante cornice scenica del Teatro Greco di Siracusa.



Memorabile questo debutto di Camilleri, condotto dalla regia intelligente di Roberto Andò e Stefano Vicario, che ne lasciano, senza forzature, librare il naturale talento.


Forte anche l’allaccio a una Sicilia barocca, dialettica e provocatrice, allaccio che infatti suggerisce a Camilleri-Tiresia due spiritosi accenni al suo Montalbano, in questa amichevole e poderosa narrazione.


Andando a dipanare la magica materia dei sogni ed incubi di Tiresia, questo soggetto cine-teatrale ha indicato a tutti noi la chiave per vedere oltre il buio, e intingere nella tinozza della poesia il sapere multiforme e infinito del nostro secolo, tecnologico e iperconnesso, ma che si arresta alla cronaca, laddove avrebbe la memoria e la potenzialità di veggenza del domani.


Parlo della bellezza. Non ci si mette a discutere su un vento d’aprile. Quando lo si incontra ci si sente rianimati.”, le parole sono di Pound, uno dei grandi poeti citati nello spettacolo. E così, parafrasando le parole di Ezra Pound, ci si sente rianimati dal pensiero che corre veloce in questo monologo che si conclude, per voce di Camilleri, con un appuntamento dall’ardire profetico, nello stesso posto, fra cent’anni.


Tiresia aveva una figlia, Manto, che ereditò i suoi prodigiosi poteri e che fondò Mantova.

Chissà chi potrebbe indossare le vesti di Manto, fra le attrici di oggi?

Ed ancora chi potrà, magari, ricevere il testimone di questa avventura teatrale e culturale? 

Personalmente mi auguro sia l’inizio di un ciclo del genere, e suggerisco agli autori di non dimenticare altre giganti figure come, a titolo d’esempio, la figura di Cassandra, o quella di Medea, viste dalla penna e dalla prospettiva intrigante di Christa Wolf.



“Conversazione su Tiresia”

Di e con Andrea Camilleri 

A cura di Valentina Alferj

Regia teatrale di Roberto Andò

Regia di Roberto Andò e Stefano Vicario

Musiche dal vivo di Roberto Fabbriciani



Prodotto da Palomar e distribuito in esclusiva al cinema da Nexo Digital

solo il 5, 6, 7 novembre 2018