17 agosto 2026

Con "Guccini" sui lungarni di Pisa:"...La tristezza poi ci avvolse come miele/ Per il tempo scivolato su noi due..." di Daniele Luti

 


            Luce estiva sul Lungarno Mediceo. Sono seduto sulla spalletta, postura tra il Pensatore di Rodin e il Pugile in riposo, e aspetto Pierantonio Pardi detto Blasco. Volgo le spalle al polifonico "rabarbaro" davanti al bar Volpi e tengo il volto proteso verso il lungarno Galilei, the gaze like a bridge, in direzione delle logge. Dietro di me, improvvisamente, sento l'affanno, l'asma, la sofferenza enfisematica della Cinquecento del mio amico. Ha con sé la chitarra, un simbolo, più che uno strumento musicale, un modo per segnalarmi che, quel pomeriggio almeno, non ci saremmo occupati della sua tesi su György Lukács che avrebbe dovuto discutere entro qualche mese. Prende posto, respira il ritmo fiacco attorno a noi, eccezion fatta per la componente universitaria, una ininterrotta, costante primavera, per inventiva e per vivacità, di contro al tristillimo autunno della decadente, anche se bellissima, per bianchi marmi, Pisa. 

          Sento che pigramente Piero comincia a canticchiare, prendendo subito distanza da ogni imitazione, quasi automatica per i più, della voce pastosa, vibrante, sarcastica, a tratti rabbiosa di Guccini, quel timbro da "burattinaio delle parole", a volte confidenziale, recitato, con rotondità emiliane. Una cosa, questa, da evitare proprio per non cadere nel ridicolo, per rendere chiaro che i testi devono essere interpretati in modo originale con la propria personalità canora. 

"Piccola città, bastardo posto/

Appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via/

Piccola città io ti conosco/

Nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo/ che cambia in meglio/

Ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e/ tornano/ Visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che/ parlano...".

           È la canzone in cui Guccini parla di Modena come città di transizione, di passaggio, come affresco malinconico di una fase deludente, frustrante della vita. Quella che implica lo stacco, la fuga o la reinvenzione cinematografica della quotidianità e che a me fa venire in mente magari Moraldo e i suoi amici vitelloni a tirare tardi per ingannare il nemico (l'età che passa) o Bianciardi che cammina con gli amici per le strade di Grosseto, cercando le novità che la fanno sembrare Kansas City... O noi, Piero Blasco ed io, che andavamo a controllare tutto il capriccio architettonico oltre via Mariscoglio ancora con le caratteristiche di un borgo di pescatori con le sedie davanti alle case basse, anelli di un piccolo serpente "abusivo" a contrastare il bisogno di abitazioni a bassissimo costo. Ma, divagazioni a parte, il mio pensiero, come quello di tutti i miei amici di lungo corso , non riesce a distaccarsi da Guccini che, pochi giorni fa, ci ha lasciato. Credo che sia stato un punto di riferimento centrale per la mia generazione. E, comunque, lo è stato per la mia formazione. Le sue canzoni, quelle dei gruppi musicali che stavano nascendo ovunque, i contributi di molti cantautori (De Andrè Gaber Paoli Tenco il Canzoniere italiano Ivan Della Mea Liberovici Amodei, detti alla rinfusa) erano arrivati a interrompere la mia severa classicità, vertiginando il mio punto di vista.

          E quindi anche la mia vita, come quella dei miei amici, dei"ragazzi del mio tempo", è stata scandita, raccontata, vissuta, sentita con tante cose"color nostalgia". Fra l'altro, grazie a Francesco Guccini, molti di noi hanno compreso e imparato ad amare la letteratura. Per esempio i raffinati languori di Guido Gozzano, un poeta che mi ha fatto amare le strade che attraversano le colline del Canavese, arricchite di luminose policromie, che sfiorano case e ville che io immagino sospese in una eterna stagione romantica. Il suo amato guidogozzano. Uno dei tanti abbandoni lirici del maestro di Pavana accanto a Carducci, Machado, Eliot, Montale. E poi mi sono venute in mente anche altre mie occasioni riferite a Guccini. Fra queste Modena, città che, a volte, è stata nel mio destino: una Festa Nazionale dell'Unità ( ero ancora adolescente) con tanto di corteo preluso da un magnifico Ivan Della Mea che perentorio poneva all'ordine del giorno di buttare "a mare le basi americane/ cessiamo di fare da spalla agli assassini", una conferenza che feci, disastrosa, sono sicuro, al Teatro Opera Barozzi, la presentazione, assieme al carissimo Marco Giaconi, all'Accademia Militare di Modena, del romanzo "La terra si è fermata" scritto dal generale Gerardo Scola. Ogni volta sentivo, con certezza, che avrei incontrato Guccini anche se sapevo che sarebbe stato molto più probabile trovarlo a Bologna. E adesso che se n'è andato un po' di là, Guccini, per usare una espressione, di certo anche volterrana, di Ugo Riccarelli, mi viene in mente una sua frase che ho avvertito con molta forza per la lucidità propria di chi avvertiva, come molti di noi, l'importanza di un rinnovamento della sinistra oltre una storia dentro il suo magnifico viaggio attraverso il cambiamento radicale del mondo:" Io ho sempre votato PSI. Lo stalinismo non poteva piacere a uno come me: libertario e azionista. I miei eroi sono i fratelli Rosselli e Duccio Galimberti".

Ciao, Francesco.

 

13 agosto 2026

"Gulliver" di Francesco Guccini



 


di Nicola Matteucci

               Questa di Francesco Guccini è la mia preferita in assoluto, dato che parla dell'essere incompresi e dell'incapacità di comunicare ciò che si ha dentro. Me l'ascoltavo a ripetizione in certi periodi bui, e solo dopo ho compreso che fosse in realtà una canzone di speranza, nonostante il suo finale amaro.

           "Gulliver" è una canzone che utilizza il celebre viaggiatore immaginato da Jonathan Swift come metafora per esplorare il divario tra l'esperienza profonda del vivere e l'incapacità di comunicarla, giungendo a una conclusione amara sull'inutilità del viaggio come strumento di conoscenza. 

              Il protagonista è un Lemuel Gulliver in età avanzata, ormai prossimo alla fine dei suoi giorni, che non è più l'avventuriero dei libri ma un uomo che, nelle lunghe ore di inattività concesse dall'età ormai anziana, ripensa ai tempi in cui solcava i mari e racconta le sue incredibili avventure ai nipoti, i quali ascoltano affascinati il racconto di giganti, nani e cavalli parlanti. Il dramma di Gulliver inizia quando tenta di condividere la sua esperienza con gli adulti, con i suoi vecchi amici, e invece della comprensione incontra la "balbuzie intellettuale" e l'afasia di chi cerca di capire, ma fallisce: le persone "confondono" i suoi veri viaggi con una loro parodia grottesca, riducendo la portata della sua esperienza a qualcosa di banale e frainteso, cosicché le sue parole restano per loro vuoti gusci. Il culmine della riflessione di Gulliver arriva quando ripensa alle sue esperienze e si rende conto di aver vissuto due prospettive opposte. Nei paesi dei nani, era un gigante e poteva cogliere solo un senso grossolano della storia (si va molto contro Zola in favore di Verga, sebbene alla lontana), una visione d'insieme che sfuggiva ai dettagli e alle sottigliezze, mentre nei paesi dei giganti era un nano e provava una profonda solitudine, la sensazione di essere piccolo e insignificante in un universo quasi esagerato, capace di vedere i particolari ma incapace di incidere sul mondo. 

           Gulliver incarna entrambe le condizioni: è un gigante che non capisce a fondo e un nano che si sente isolato, e queste due esperienze sono le due facce della stessa medaglia che gli urlavano in mente il senso di inadeguatezza e solitudine. Il ritornello finale è la sentenza amara che riassume il senso della canzone: "da tempo e mare non s'impara niente".

Secondo Guccini, in buona sostanza, vi è l'impossibilità del viaggio per l'uomo contemporaneo, che può raggiungere ogni luogo in poche ore ma è condannato a essere sempre e solo un turista, senza vivere davvero l'esperienza. In un'epoca in cui il mondo sembra accessibile, la vera conoscenza profonda rimane preclusa, e l'unica lezione che se ne trae è che, in fondo, non si impara nulla.

I versi di Francesco Guccini dedicati a Gulliver non si chiudono però in un nichilismo così schietto, per quanto il ritornello "da tempo e mare non s'impara niente" possa suonare come una condanna senza appello. Ci sono arrivato molto più avanti. Mi è servita una lettura a freddo del testo per comprendere come esso riveli che la speranza, seppur fragile e malinconica, affiora in più punti.

La prima crepa nell'apparente disperazione è rappresentata dai nipoti. Gulliver racconta loro le sue avventure e loro ascoltano con gli occhi spalancati, credendo alle storie di giganti e di cavalli parlanti. Gli adulti, al contrario, non capiscono o riducono tutto a parodia, ma i bambini conservano quella facoltà di meravigliarsi (ed eccovi Giovanni Pascoli, signori) che è la condizione necessaria per ricevere un insegnamento. Se la parola può ancora trovare ascolto, è solo attraverso di loro.

La seconda è la scelta stessa di raccontare. Gulliver non tace, non si chiude in un amaro silenzio. Persiste nel narrare, nella consapevolezza che forse nessuno capirà, ma con l'ostinazione di chi non vuole che la propria esperienza vada perduta. Questo ripetere il racconto è già un atto di fiducia, sia pure ferito e ironico. Vi dice niente il titanismo romantico o la ginestra leopardiana?

La terza, forse la più profonda, risiede nel valore soggettivo del viaggio. La canzone non dice che i viaggi di Gulliver siano stati inutili, ma che da essi non si ricava qualcosa che si possa comunicare agli altri. L'esperienza tuttavia resta, e trasforma chi l'ha vissuta (si ritorna al soggettivismp romantico). Gulliver è diverso da chi non ha viaggiato: ha visto l'enormità e la piccolezza dell'uomo, ha conosciuto la solitudine del gigante e quella del nano, e questa doppia prospettiva è il suo patrimonio inalienabile. Se il sapere non si trasmette, esso può comunque abitare dentro, costituendo l'identità di chi ha osato guardare oltre (e qui mi è venuta in mente subito l'immagine della casa in fiamme di Vittorio Alfieri).

La speranza che affiora da questi versi non è dunque la speranza trionfante di chi crede nel progresso o nella perfetta comunicazione tra gli uomini. È però una speranza residuale e silenziosa, affidata all'ascolto dei bambini, alla perseveranza del narrare e alla segreta trasformazione interiore che nessun'altra persona può portare via. Ci (mi, ma non avevo capito) dice dobbiamo essere sempre al fianco di noi stessi, dato che non lo farà nessun altro.

11 giugno 2026

"Se fioriscono le spine" di Glauco Giostra

 


Le spine e qualche fiore

di Giovanna Baldini 

Se fioriscono le spine, prima opera letteraria di Glauco Giostra, professore emerito di Diritto processuale penale all’università La Sapienza di Roma, è un romanzo sulla vita di uomini e donne dentro e fuori dal carcere.

Uscito alcuni mesi fa, il libro si inserisce perfettamente nell’attuale dibattito pubblico che affronta diverse problematiche serie e inquietanti. Tra queste, non ultima, la questione carceraria, la più urgente e dimenticata.

Angelo, Antonio e Aurora i protagonisti. Le loro storie si incrociano in modo casuale e drammatico e si annodano in indissolubili intrecci. Il racconto si sviluppa affrontando, nella prima parte, la descrizione delle lunghe e inutili giornate da trascorrere in galera: è il giovane Antonio a viverle, condannato a vent’anni per un grave reato.

La prospettiva di una vita spezzata, senza futuro, appesantita anche dalle vessazioni di alcuni agenti penitenziari, lascia il ragazzo sbalordito e incapace di reagire dentro un mondo sconosciuto e privo di ogni criterio di ragionevolezza. L’amicizia con un compagno di cella, detto il Muto, lentamente lo risveglia dal torpore e lo fa reagire.

L’Autore che conosce non solo l’ambiente carcerario, ma anche le dinamiche securitarie e i comportamenti di tutte le componenti che lì operano, descrive dettagliatamente sia le caratteristiche del personale civile sia quelle degli agenti penitenziari.

Così, insieme a Iena Ridens, soprannome di un operatore in divisa, il lettore conosce il Ciriola, un umano servitore dello Stato che, senza contravvenire ai suoi doveri custodiali, mitiga come può le durezze della condizione delle persone ristrette, fosse pure con una buona parola.

Poi Antonio esce di galera e non trova possibilità di ricominciare a vivere dignitosamente: il suo vecchio lavoro è stato dato ad altri, non può più contare  sulla presenza affettuosa della sorella, ormai sposata e lontana.

Non gli resta che chiedere aiuto al Muto che, uscito, riprende la vita illegale di prima della reclusione. Entrato a far parte della banda dell’amico, Antonio diventa un ladro, contro la sua volontà e la sua natura. La società, piena di pregiudizi e ostile, non gli lascia altra possibilità.

La difficoltà del reinserimento sociale - comune a moltissimi di coloro che escono dal carcere dopo aver scontato la pena (penso soprattutto ai detenuti stranieri) - è un tema che sta molto a cuore all’Autore.

Proprio da un’azione criminale, compiuta dalla banda del Muto, infatti, si sviluppa in modo del tutto improvviso e inaspettato una serie di avvenimenti che dà al racconto una torsione sorprendente.

Cambia l’atmosfera, la luce, lo spirito dei protagonisti: entra in scena Aurora. Chi legge sente, si accorge che con lei si potrà sperare nella fioritura delle spine.

La trama si svolge ancora per diverse pagine e non mancano i colpi di scena. In effetti, per i nostri protagonisti, sono più le difficoltà da affrontare che i momenti di  serenità. Si sente anche che, se si vuole, si può cambiare, può esserci riscatto, una redenzione per chi in essa crede fermamente.

Il profumo della speranza si respira sfogliando le pagine di questo romanzo, bello e a volte commovente, ma anche duro, tagliente, fortemente realistico, che non nasconde nulla della terribilità della vita.

Nella sua casa Aurora, la protagonista femminile, offre un lavoro ad Antonio e al Muto, impiegandoli in attività di giardinaggio e manutenzione della villa, così come dice la legge sul reinserimento degli ex detenuti. Ciò provoca gravi dissapori nella famiglia della donna ed episodi di intolleranza e maldicenza in paese. Qualcuno si ricrede, qualche altro no...

Ma la storia di Antonio, Angelo, detto il Muto, Aurora e sua figlia, la piccola Giada, va avanti. Insieme formano una  comunità che attraverso la fiducia reciproca, il rispetto e l’amore dà significato e direzione all’esistenza di ciascuno.

Si giunge all’epilogo: l’Autore si riserva un “lieto fine riduttivo”, ma pur sempre un lieto fine.

E come avrebbe detto il Muto, grande lettore di una Divina Commedia sgualcita, regalatagli dalla madre, l’uomo deve fare i conti con la Fortuna, “general ministra e duce” (Inf. canto VII, v. 78).

Glauco Giostra, Se fioriscono le spine, Edizioni Menabò, Ortona (Ch) 2025, pp.164, euro 18,00

 

14 aprile 2026

"Al vostro posto non ci so stare" di Fabrizio Bartelloni

 


di Daniele Luti

       Il mio interesse per la scrittura di Fabrizio Bartelloni nasce da un elemento per me centrale, a più livelli: il rapporto con ciò che studia o descrive o sfiora, con la delicatezza di un pianista rapito da ogni nota, fa capire subito che, secondo lui, in poesia, e anche nel lavoro critico, "non si sceglie mai, si è scelti". Come ci ricordano Spitzer e Citati, appunto, la scrittura critica non può mai essere disgiunta dalla voluttà. Essere filologo vuol dire essere voluttuoso. Ebbene il suo bellissimo testo, Al vostro posto non ci so stare, è organico a questo modo di pensare alla critica visto che è un esempio fulgido di identificazione immaginativa, di metapoesia.

        La descrizione di Genova, del nostro paese nella sua intierezza, fatta da Bartelloni, "avviene" avendo come modello, visivo e auditivo, la lettura del Vero che ci offre, con la sua dolcezza disperata, Fabrizio De André: le periferie infette, la fame e il freddo, la prostituzione, le persecuzioni, l'isolamento, la solitudine disperante, l' infelicità di esseri umani emarginati, naufraghi nel mare sempre inquieto dell'esistere non sono visti come effetti della sorte, ma la logica conseguenza di un sistema malato, ottuso e quindi incapace di crescere nella dignità e nell' eleganza, nello stile, nemico com'è di ogni emancipazione dei lavoratori, dei derelitti, dei paria del mondo moderno. Il paleo e il neocapitalismo, il marciume che tutte le rivoluzioni industriali hanno portato e portano con loro, reprimendo persino l'idea di un'uguaglianza anche solo giuridica, sono visti da De André, e raccontati dal suo Aedo Fabrizio Bartelloni, con una rabbia che si trasforma in pietà, pensando alle vittime condannate alla tristezza e al lutto della infelicità. Questo complesso sentimento mostra radici che affondano, magari inconsapevolmente, nel terreno fertile e ricco del cristianesimo, considerato nella sua scintillante luce primitiva, e nel socialismo privato dalla retorica, ma ricchissimo di poesia proprio come si era presentato alla compassione e alla solidarietà degli umili e degli oppressi nella seconda metà dell'Ottocento. 

        Bartelloni racconta magistralmente, attraverso l'analisi puntuale delle canzoni del poeta genovese, l'aridità morale propria del vincente individualismo, sempre arido ed egoistico, del tracotante disprezzo dovuto non alla articolata filosofia dell'uomo unico nato dalla cultura umanistica e rinascimentale, ma al disprezzo e alla superficialità di una classe privilegiata ed elitaria di arricchiti che ragiona, priva com'è di complessità spirituale, solo in termini di forza e di controllo, a ogni costo, del potere per difendere i suoi privilegi.

        Il testo, comunque, vibridato in maniera leggera anche dalla formazione giurisprudenziale del suo autore, avvocato e magistrato, non è legato soltanto alle tematiche ribelli, radicali, anticonformiste del poeta De André ma anche alla sua cura, quasi calviniana (cfr Le Lezioni americane), del linguaggio. La lingua, come sanno De André e Bartelloni, del resto è, come sosteneva Tabucchi, la vera patria di tutti gli uomini, in modo particolare quella che sa deridere con l'efficacia del sarcasmo la mediocrità e l'ottusità della classe dirigente in tutte le sue articolazioni. Proprio per questo il testo, in nome di una completezza concettuale, non si limita all'analisi delle canzoni dove la denuncia e il languore rivoluzionario sono più evidenti. L'analisi di un sistema complesso che ama inchiodare per tutta la vita, implacabilmente, gli esseri umani ai loro errori, a ogni rabida debolezza, nel testo arriva da un lungo, e moralmente faticoso, viaggio attraverso tutti, proprio tutti, i passaggi che si trovano dentro l'esistenzialismo di De André.

         Un mio vecchio professore aveva il vezzo di chiedere, alla fine di una lezione o della lettura di un testo, "Che titolo potremmo dare a questo nostro dialogo?" Ecco, il titolo di questo folgorante, luminoso viaggio dentro l'esistenza di Faber potrebbe essere "la compassione". Certo, sottraendo la parola al suo degrado, alla degenerazione semantica dovuta al paternalismo e alla ipocrisia malata di una classe sociale abituata a commuoversi per la propria bontà convinta com'è, nella prospettiva di un post mortem "congegnato" secondo premi o condanne eterne (e, quindi, blasfemo rispetto al pensiero di Gesù di Nazareth), di riuscire a "fregare" persino il Padre eterno. Non a caso Bartelloni riconduce, la parola, compassione, dico, alla sua purezza primigenia, al suo etimo latino tratto dal greco antico, sumpatheia. Del resto, Giovanni Boccaccio, nella sua sensibilità razionalistica, carezzata da una luminosissima e gioiosa lectio evangelica, ha solennemente detto: "Umana cosa è l’avere compassione degli afflitti". Boccaccio, il riformatore della scrittura e della morale, colui che ha tentato di liberare la coscienza umana dalla prigione della sua minorità, per dirla con Kant, eliminando anche la paura nella ricerca di Dio.

        A sostegno di questo mia lettura legata a quella che Piero Gobetti chiamava cultura politica , sta il fatto che, nel volumetto bartelloniano, accanto alla "corte dei miracoli" degli ultimi, dei marginali, dei malvissuti, dei manovali del crimine, dei quartieri bassi genovesi, ci sono anche le esperienze forti della vita di De Andrè, dall'alcolismo al forsennato tabagismo alla frequentazione di un mondo sospeso tra passività e rivolta oltre la coscienza, al rapimento subito in Sardegna assieme a Dori Ghezzi. Al vostro posto non ci so stare, come scrive lo stesso autore, dimostra "come non ci fossero gradi di separazione fra il modo in cui viveva (De André) e ciò che affidava alle sue straordinarie canzoni".

 Fabrizio Bartelloni, Al vostro posto non ci so stare. Dei delitti e delle pene secondo Fabrizio De André, Pisa, Pacini editore, 2025