18 marzo 2021

“Itaca per sempre” di Luigi Malerba

 


di Gianni Quilici

       Vedo Itaca per sempre di Luigi Malerba a Lucca, nella piazzetta del libro. Lo sfoglio. Mi piacciono i caratteri e la carta, l’attaccatura delle pagine che rende i fogli distesi, facili a leggersi. Leggo l’inizio: il primo capoverso. E’ Ulisse in prima persona  in riva al mare,  risvegliato dal vento dopo un lungo sonno, seduto sulla costa sassosa, che dovrebbe essere Itaca, ma che ora  non riconosce.

       Lo sfoglio e mi accorgo che il romanzo è un’alternanza tra il punto di vista di Ulisse e quello di Penelope. Lo compro, perché penso che lo leggerò. E infatti sarà il primo romanzo che leggerò di Malerba, perché  l’ho immaginato, per banale pigrizia, uno scrittore di seconda-terza fascia, da poter tralasciare, considerando quanti siano, tra i classici e le continue uscite, i romanzi che dovrei ancora assaporare per le loro qualità o per il dibattito che suscitano.   

       Itaca per sempre è appassionante e profondo e questi due elementi entrano in connubio, utilizzando la  classicità dei poemi omerici, ma rendendola viva, contemporanea.

       Ecco quindi il recupero di quel tempo: nei riti e nei miti, nei presagi della natura e dei responsi degli Dei, negli oggetti e negli abiti del Quotidiano, dentro il paesaggio sassoso e pastorale di Itaca, dominato , in assenza di Ulisse, da  un potere feroce e parassitario, che immiserisce e opprime i suoi abitanti.

       Luigi Malerba  rappresenta tutto quanto con un linguaggio arioso e introspettivo e con una limpidezza di visione cinematografica .

       Ma è (e vive) nell’incontro/scontro tra Ulisse e Penelope  l’originalità e la modernità dell’opera. Penelope diventa, per intenderci, una sorta di femminista ante litteram. Essa testardamente e abilmente finge di non riconoscere Ulisse. Per orgoglio, perché, presentandosi egli come un mendicante,   aveva dimostrato di non aver fiducia in lei; per risentimento, perché aveva vagabondato per dieci lunghi  anni tra terre e mari dimenticandola;e infine  perché era rimasta inorridita dalla ferocia con cui  aveva massacrato i Proci.

       Ma questo atteggiamento sagace e feroce, da lei stessa sofferto, aveva colpito e ferito Ulisse, lui così energico e astuto, fino al punto di metterlo in crisi e fargli decidere di fuggire  povero e straccione, di nuovo verso l’avventura, senza più meta.

        Questo scontro è colto nel vortice convulso, contraddittorio e di andirivieni di pensieri. Flussi di pensieri dei due protagonisti lontani dallo stilo spezzato e frammentato di un Joyce, più vicini, per fare un nome, a quello utilizzato in molti suoi romanzi da uno Schnitzler.   

      

Ne viene fuori un romanzo, in cui è la profondità stessa dello scontro psichico di due personaggi di grande spessore (tanto più se uomo e donna)  che dà azione e che narrativamente appassiona.

Luigi Malerba. 

Itaca per sempre. 

Mondadori. 

Marzo 1997.   

17 marzo 2021

"La tua bellezza" di Sahar Mustafah

 

 
di Giulietta Isola

“Voleva far sentire a ogni bambino che non era solo, soffiare sul potenziale di ciascuno fino a farlo divampare in fiamme ruggenti di speranza e di promesse che un giorno si sarebbero avverate. Insegnare le dà uno scopo, e, inaspettatamente, un senso di indipendenza inebriante. Qualunque cosa accada, sa di essere in grado di sopravvivere”.

Una narrazione corale che, attraverso dolore, fede e tradizioni ci porta a comprendere il valore autentico di comunità e famiglia, ci porta a conoscere ciò che fino ad ora si è conosciuto solo per “sentito dire”. 

La storia inizia con un uomo armato che entra in un liceo femminile islamico di Chicago e stermina ragazze innocenti. L’uomo è americano, bianco, ha un fucile automatico comprato online, è un pericoloso senza nome. 

Afaf è la preside del liceo, una palestinese sradicata dalla sua terra, una donna straordinaria e indimenticabile, di rara bellezza morale frutto di una instancabile ricerca di sé, delle sue radici più profonde e del suo posto nel mondo. È nata in America da genitori palestinesi , il percorso di integrazione è difficile e tormentato, la famiglia ha problemi economici, la madre prova una nostalgia inconsolabile per la terra perduta, la sorella Nada è scomparsa e niente è semplice. 

Questa giovane donna, americana di seconda generazione, sarà la nostra guida nel mondo islamico americano, ci accompagnerà in modo lucido e disincantato, autentico e reale nella sua storia che non è semplicemente americana, ma universale. Ci parla di situazioni e sentimenti condivisi in ogni parte del mondo occidentale ed in particolare europeo, ci parla di convivenza tra popoli, culture e religioni, ci parla di questo nostro tempo di lotte e separazioni, di pregiudizi e stereotipi, di lotte accanite ed insanabili. 

Il romanzo segue due tempi narrativi: da una parte la vita di Afaf che da bambina diventa donna, si converte all’Islam con il supporto del padre e l’ostilità della madre, inizia un percorso inverso a quello del fratello, che invece rifiuta l’appartenenza religiosa per rimarcare ulteriormente quella americana; dall’altra una lunga interminabile giornata che porta alla conclusione del romanzo e rappresenta il presente della narrazione, in cui un suprematista bianco, accecato dall’odio e dalla violenza di una vita anaffettiva e rancorosa entra armato nella scuola islamica diretta da Afaf. 

L’irruzione violenta del terrorista bianco xenofobo spezza il racconto della vita di Afaf per rappresentare la violenza e l’intolleranza che i musulmani ,in particolare le donne che portano il velo, subiscono negli Stati Uniti. Afaf ha scoperto nella comunità islamica e nella fede la sua vera identità, ma nello stesso tempo rivendica la differenza del suo Islam con quello dei terroristi che provocano morte e paura, con le loro rivendicazioni e con il loro odio non c’è nessuna vicinanza emotiva. 

Perché leggere questo romanzo? Perché Sahar Mustafah ci racconta con grazia rara una storia strettamente personale mettendo in dubbio pregiudizio e contraddizioni ed in questi tempi di buio ed egoismo, di esseri giudicanti ed indifferenti , parlare di rispetto ed accoglienza è consolatorio come lo è anche essere in grado di accogliere il cambiamento. 

Un racconto di riscatto avulso da ogni retorica che aiuta ed invita alla riflessione , alla consapevolezza e ad andare oltre l’apparenza che vi consiglio molto.

LA TUA BELLEZZA

 di SAHAR MUSTAFAH 

Traduzione: FRANCESCA CONTE

MARCOS Y MARCOS EDITORE

 Pag. 384. eero 18.00

16 marzo 2021

"L'anno della lepre" di Arto Paasilinna

 

di Rosanna Valentina Lo Bello 

Lo scrittore iappone Arto Paasilinna (1942/2018) scrive questo libro nel 1975 e 19 anni dopo lo pubblica in Italia vincendo il premio letterario Giuseppe Acerbi (1994).

Autore cult in Finlandia,tradotto in quasi 50 lingue con più di 30 romanzi, anche se la letteratura e critica scandinava riconosce i suoi meriti tardivamente. Giornalista, guardaboschi, collaboratore radio-tv,inventore, pittore,poeta.

Infatti, sin dall'inizio le sue descrizioni dipingono quadri poetici:"Su una collinetta illuminata dal sole un leprotto tentava i suoi primi balzi e,nell' ebbrezza dell' aria estiva, si era fermato di colpo in mezzo alla strada, ritto sulle zampe posteriori il disco rosso del sole lo incorniciava come un quadro."

È  un libro in movimento perché indica un viaggio fuori e dentro se stessi.

Il protagonista Vatanen (giornalista) sta ritornando dal lavoro in macchina con il suo amico fotografo alla guida. Quest'ultimo, a causa del sole al tramonto, investe un leprotto che, pur ferito alla zampa, riscappa all'interno del bosco. Vatanen, sceso dalla macchina, lo insegue e,quando lo trova:" La lepre nascondeva la testa fra le zampette anteriori,il cuore le batteva così  forte da farle tremare le orecchie", decide di fregarsenedell' amico e sparisce addentrandosi con la lepre nel bosco.

Questo è  un punto fondamentale della storia perché  tutto ha inizio da qui, da questo quadro di grande tenerezza e delicata poesia.

Dentro uno stile veloce ma nello stesso tempo chiaro, divertente e surreale Vatanen e la sua lepre affrontano molteplici avventure insieme, senza alcuna meta e tempo.

Viene esaltato lo spirito finnico dell'autore che consiste nell' essere semplici, genuini,schietti e naif verso la vita. Il tutto avvolto da un forte humour tipicamente finlandese, che racconta ridendo anche la tragicità  delle storie. 

La grande capacità  di Arto Paasilinna è  quella di riuscire ad affiancare il lettore ai due protagonisti (Vatanen e la lepre) che ci fanno vedere e vivere i bei paesaggi della Finlandia da nord a sud dentro le loro esilaranti e paradossali avventure.

Vatanen in pratica abbandona la moglie, la civiltà  e sceglie questo viaggio iniziatico verso la libertà  da tutto e da tutti (chi fra noi non l'ha mai pensato?). In particolare mi hanno colpito le sue avventure con un corvo ai limiti di una scaltra gara di ingegno; e quelle relative all'inseguimento di un orso che poi riesce ad uccidere in territorio sovietico...

"Il grande orso si affloscio' sul ghiaccio non ci fu bisogno di una seconda pallottola. Poi si sedette su quel corpo enorme e si accese una sigaretta, l'ultima. Piangeva,non sapeva perché  ma non poteva trattenere le lacrime,carezzava la pelliccia dell'orso, carezzava la lepre,che se ne stava rannicchiata ad occhi chiusi nello zaino..".

Un altro quadro pittorico, poetico,crudele,tenero.

Un libro ricco di significati, perché  tocca con determinata sensibilità  e ricchezza concettuale tanti temi della vita: il rapporto uomo natura, la solitudine umana, la difesa dell'ambiente e della vita naturale, la politica.

Non svelo il finale che è  molto particolare.

L'anno della lepre rientra nel genere nuovo umoristico ecologico. Non è  la semplice storia di un vagabondaggio di un uomo e una lepre. Non è  un romanzo. Non è  una banale favola. Non è  una semplice novella. Non è  un libro per tutti.

È  un inno alla libertà, alla gioia delle scelte consapevoli.

Sono stati tratti ben due film (nel 1977 da R.Jarva e nel 2006 da M. Riviere).

Questo libro così  garbato, intelligente, divertente riempie l'animo di fine tenerezza e fa desiderare la conoscenza dei paesi nordici.

Questo libro è  una carezza. Lunga almeno un anno.

L' ANNO DELLA LEPRE di Arto Paasilinna. Traduzione Ernesto  Boella. Iperborea.

 

 

 

15 marzo 2021

"Al giardino ancora non l'ho detto" di Pia Pera

 

di Marigabri

 “Dio disse a Mosé: ‘fammi un piacere, dillo tu ad Aronne della sua morte, perché io mi vergogno a dirglielo’.”

La morte è uno scandalo, poche storie. Altrimenti la vita non sarebbe così abbarbicata alla vita, sempre e in tutte le sue forme.

Pia Pera ha una malattia degenerativa che porterà alla progressiva perdita di funzionalità del corpo, a cui la mente, sveglia e consapevole, assiste. Su cui il cuore può dolersi, mentre l’anima cerca rifugio in quell’oasi profonda del sé che ci si augura immobile, equanime e inattaccabile.

Il giardino rappresenta tutto questo: è l’incanto della bellezza assaporata qui e ora, ma destinata a sfiorire. Il giardino è la necessità della cura e il presagio dell’abbandono; “...il luogo ideale per vivere questo ultimo lungo, lento commiato dal mondo “...“ accettando con calma di essere qualcosa di piccolo e indefinito, un puntino nel paesaggio.“

Pia Pera ci offre quanto di più umano pensiero, sentimento, speranza, dolore possiamo mai trovare in chi (come noi del resto, tutti, prima o poi) è destinato a morire. Rimpianto, nostalgia, separazione, ansia radicale. Paura. E poi respiro -ancora- bellezza, conforto, vita.

Il pensiero alle occasioni perdute con il loro bagaglio di tristezza e di rassegnazione; il ricordo di quando il movimento, la salute, la vita erano la normalità, così scontata e apparentemente inviolabile.

Puskin: “Si rincorrono uno dietro l’altro i giorni/ E ciascuna ora si porta via / Un frammento d’esistenza/ E mentre progettiamo di vivere/ Proprio allora si muore”.

E così:

“Insorge il rammarico di privarsi dell’unica finestra sul mondo, non importa quanto ridotta a pertugio, a buco della serratura. La fede in una continuazione o meno è irrilevante: è a questa vita che siamo attaccati, questo il mondo da cui ci stacchiamo a malincuore.”

Ma infine:

“Ringrazio, prima di addormentarmi, della vita che ho avuto, io che venivo dal nulla. Dal non essere, eppure ho potuto vedere e conoscere tutto questo.”

 

Pia Pera. 

Al giardino ancora non l’ho detto. 

Ponte alle Grazie. 

Pag. 224

2016

euro 15,00