di
Angela
Giovanna Palermo
Leggere
“L’accusata” equivale a farsi trapassare il cuore e la mente da una lama
bollente.
Slavenka
Deakulić aveva già dato prova della sua finezza psicologica, della sua
sensibilità verso il dolore, soprattutto femminile, nel bel romanzo Il letto
di Frida; ma ne L’accusata raggiunge vette altissime di
introspezione, attraverso una prosa che riflette la sua vocazione di
giornalista e di cronista.
La
storia narrata è quella di un processo a una donna che ha ucciso sua madre. Durante
il processo che la vede imputata, la donna di cui, non a caso, non si conosce
il nome, non si difende, non parla, ma ricorda, proprio come Lo straniero
di Camus che in tribunale non cerca di difendersi dall’accusa di omicidio.
Anche per lo Straniero, apparentemente privo di qualunque emozione,
persino di fronte alla morte di sua madre, il banco degli imputati diventa il
luogo ideale per un processo al suo passato.
I
ricordi dell’Accusata simili a frame di un film di Bergman,
riportano alla luce la storia di una bambina, “la Bambina”, termine ripetuto
lungo tutto il romanzo in maniera quasi ipnotica, attraverso una prosa scarna,
lucida, precisa, che trasforma il flusso di coscienza attraverso cui sono
raccontati, in un bisturi capace di affondare nella mente del lettore.
Il
nucleo del romanzo è costruito intorno al rapporto madre-figlia che diventa un
viaggio terribile e perturbante attraverso i meccanismi perversi della simbiosi,
della dipendenza, della violenza fisica ed emotiva più atroce, che si consuma
da tre generazioni lungo una linea matrilineare.
La
bambina protagonista è la figlia indesiderata di una donna gravemente
disturbata che è stata, a sua volta, una bambina non amata e abusata. Il tòpos
psicopatologico della vittima che diventa, a sua volta, carnefice, viene
reso con un realismo che non lascia spazio a nessuna banalizzazione
psicologica.
L’accusata è anche una piccola summa di
psicopatologia della vita famigliare; uno spietato reportage dei complessi
circuiti della dipendenza amorosa, del sadomasochismo, dell’autolesionismo,
della diffusione dell’identità, del numbing, della sindrome di Münchhausen per procura.
Nessuno dei
protagonisti di questa storia famigliare ha un nome, a voler sottolineare come
l’abuso fisico, psicologico ed emotivo siano in grado di spogliare chi lo
subisce di ciò che lo rende “persona”, in senso rogersiano: un organismo nella sua totalità in cui vi è
una intrinseca spinta verso la tendenza attualizzante, una tendenza, cioè, ad
attualizzare tutte le proprie potenzialità.
Le emozioni e le sensazioni che la bambina
riporta prima, durante e dopo le violenze subite, arrivano al lettore con la
stessa ferocia delle frustate e delle scottature che il suo corpicino deve
sopportare, vuole sopportare, pur di essere “vista” dagli occhi totalmente
anaffettivi della madre:
Sarebbe inutile spiegare a
lei o a chiunque altro che il dolore che la mamma mi infliggeva era un segno di
attenzione, come un semplice tocco grazie al quale sentivo di esistere per lei,
di essere percepita. E che quando si allontanava troppo da me, quando mi
escludeva dal suo mondo con l’aiuto delle pastiglie, ero come una pianta
appassita. È difficile immaginare che qualcuno possa diventare dipendente dal
dolore fisico. Tuttavia, il dolore era la prova della presenza dell’altro nella
mia vita, la prova che non ero sola e che esistevo. Il dolore ci univa, era la
base del nostro rapporto, come per altri può essere la tenerezza.
La bambina deve pagare perché ella è la materializzazione
di un errore imperdonabile da parte della donna che l’ha generata la quale
ripete incessantemente, come un macabro ritornello: “Tu sei mia. Io ti ho dato
la vita, io te la posso togliere”.
L’errore imperdonabile della madre rappresenta
la colpa archetipica delle pretese dell’amore fusionale, una luce gettata
sull’imperdonabile fragilità maschile, una macchia indelebile che guasta la
logica di una pavida società borghese retta dall’impalcatura di un incomprensibile
silenzio, del far finta di niente, pur di non rinunciare alla tiepida
tranquillità di una normalità apparente, meschina e colpevole.
Diventata adulta, la bambina sembra trovare
nell’amore, nell’accoglienza del calore totalmente estraneo di una casa, la
possibilità e la speranza, presto tradite, di recidere il cordone ombelicale
d’acciaio che la lega alla madre:
Quando stavamo insieme mi
sentivo come un naufrago tratto in salvo. Per sentirsi salvi è sufficiente che
al mondo ci sia una sola persona che, almeno per un po’ di tempo, ti accetti
per quello che sei e ti faccia sentire al sicuro. Avevo bisogno di questo
sentimento di unione e di appartenenza.
La normalità dell’innamoramento viene descritta
come uno spazio esterno che all’inizio sembra vuoto e senza limiti e che ben
presto apparirà mostruoso e minaccioso, in quanto sembra la controparte della
possibilità di pensare a una realtà “altra”, intesa come possibilità di
separarsi da un sistema di relazione fusionale e sadomasochistico divenuto
indispensabile alla sopravvivenza delle due donne.
Con un acume psicologico raro, l’autrice ha
tentato di descrivere il difficile e fallimentare percorso della bambina del
trovare e ritrovare quel senso individuale di sé, come in un meccanismo di
partenogenesi, attraverso l’amore che trascende quel rapporto fusionale e
violento in cui tra madre e figlia non ci sono differenze né limiti.
L’analisi di questo rapporto patogeno, francamente
perturbante, ricorda molto da vicino le atmosfere cupe e mortifere de La
pianista, film del
2001 diretto da Michael Haneke, tratto dall'omonimo romanzo di Elfriede
Jelinek, in cui si mette in scena il dramma
dell’impossibilità di soddisfare il bisogno assoluto di fusione con un oggetto
primario e totalizzante: la madre. Entrambe le donne protagoniste del romanzo e
del film, nel tentativo angoscioso di emanciparsi dalla fusionalità perversa
con la madre, attraverso relazioni amorose che assumono le caratteristiche di
oggetti transizionali, sperimentano in maniera tragica l’insuperabilità delle
loro inibizioni e la carica distruttiva della loro ambivalenza che assume le
forme dell’alternanza tra ritorni e abbandoni nel libro, e quella della
disinibizione sadomasochistica nel film.
La simbiosi è l’elemento per comprendere un
altro tema centrale nel romanzo, ma anche nel film di Haneke e in un altro film
capolavoro sui rapporti madre-figlio: “Mommy”, pellicola del 2014 diretta dal
regista prodigio Xavier Dolan. Il desiderio di simbiosi dei tre protagonisti
porta all’annullamento di altri desideri infantili da parte del bambino che
viene costretto, suo malgrado, a una maturazione precoce, per farsi carico
delle problematiche della madre ambivalente. Questa dinamica è stata
riconosciuta e studiata dallo psicanalista e psichiatra ungherese Sándor
Ferenczi ne Il sogno del poppante saggio.
Il “poppante saggio” è il bambino che cerca di non frantumarsi, di tenere
insieme i pezzi della sua esistenza con la volontà di diniego da parte della
madre. Di fronte al trauma inelaborabile del diniego, il bambino rinuncia a una parte
del sé, a causa della disperazione di non essere capace di sentirsi connesso
alla madre, nell’impresa impossibile e tragicamente eroica di ricomporre
la propria immagine nella mente della madre, al fine da garantire la
sopravvivenza di entrambi. In un’altra sua celebre opera, la Confusione delle lingue, Ferenczi parla di “confusione che traumatizza”:
l’incontrollabile paura che il bambino prova per l’adulto, lo obbliga a una
saggezza idealizzata e fantasticata. In questo modo il bambino compensa la sua
confusione di fronte all’ansietà della madre, investendo in fantasie di
conoscenza. Il bambino diventa così, come descritto nel romanzo, il protettore
di una madre fragile, allontanando in questo modo la sensazione di impotenza:
Forse la
colpa era mia. Qualsiasi cosa mi facesse, non riuscivo a lasciarla, tornavo
sempre da lei. Per amore o per dipendenza. Mi teneva legata a sé con la paura,
con la compassione e il senso di colpa con cui controllava la mia vita. Non
potevo staccarmi del tutto da quella donna, oramai impazzita e infelice. Mi
dispiaceva che si sentisse così legata a mio padre che invece non voleva più
saperne. Sognavo spesso di tornare da lei. Qualcuno doveva assumersi la
responsabilità di quell’essere ripudiato da tutti. Qualcuno doveva prendersene
cura. Comunicava con me maltrattandomi, non sapeva fare altrimenti. Fin da
bambina comprendevo che questo era il suo modo di manifestare attenzione nei
miei confronti.
La saggezza
della bambina protagonista de L’accusata, serve come antidoto alla mancanza
assoluta di difese, ai sentimenti ingestibili di impotenza e vergogna. Ella diventa
il “contenitore” delle parti psicotiche della madre, a scapito di
un’amputazione di una parte di sé.
Quello che Ferenczi ci
descrive è un meccanismo per cui, in risposta al trauma, avviene una vera e
propria frammentazione del Sé: stati e sensazioni corporee vengono represse,
fino al punto in cui è come se l’individuo sparisse dalla scena. La risposta
estrema al trauma, scrive ancora Ferenczi, è un ritiro dal corpo in cui la
persona “considera il proprio essere distrutta o mutilata con interesse, come
se non fosse più il suo sé, ma un’altra persona ad essere sottoposta a questi
tormenti”. La persona è oltre sé stessa, fuori da sé, lontana da sé, incapace
di produrre meccanismi fondamentali di introiezione, avviluppata in un processo
di depersonalizzazione,
di dissociazione dal
corpo. Questo complesso processo dissociativo è superbamente descritto
nel romanzo, in cui la prosa è parte integrante della dissociazione traumatica,
fino a divenire immagine stessa del trauma.
La conclusione del romanzo non lascia spazio a nessuna forma di
redenzione.
Lì
dove non arriva l’amore a recidere le maglie delle pesanti catene di un dolore
patologicamente necessario alla protagonista arriva, infine, la morte, con
tutto il suo carico di distruzione e di pace.
Per interrompere il meccanismo della violenza
che si ripete da generazioni, nel tentativo di proteggere “l’altra bambina”, l’“Altro
da sé”, interviene ancora una volta la violenza, come in una mise en
abîme che sembra riecheggiare, con tragica liricità, il
racconto della maledizione della stirpe di Edipo.
La bambina che rappresenta la nuova generazione
viene salvata dalla furia cieca che potrebbe abbattersi su di lei, ma non viene
salvata dal trauma emotivo in cui è rimasta impantanata sua madre, e la madre
di sua madre, “come in un mare di catrame fuso”, come in un eterno ritorno
dell’identico. La bambina non ha paura del futuro, non ha
paura del presente. In tribunale il suo passato “si ritira come la bassa
marea”, donandole una straniante sensazione di libertà.
La descrizione del fluire denso della temporalità che comporta un
congelamento del proprio vissuto temporale in un perpetuo, eterno presente, ci riporta, per analogia, a uno scritto di
Stolorow il quale spiega la temporalità traumatica con la dottrina nietzschiana
dell’eterno ritorno. Il linguaggio
poetico di tale dottrina sembrerebbe cogliere magnificamente, secondo Stolorow,
“la nullità e l’infondatezza della nostra esistenza ”, suonando come una condanna ineludibile:
“Le esperienze del trauma emozionale diventano
fermo-immagini all’interno di un presente eterno in cui qualcuno rimane
intrappolato per sempre, o a cui è condannato a fare perpetuamente ritorno
attraverso i lasciapassare forniti dalle fionde e dalle frecce della vita.
Nella regione del trauma, tutta la durata o il protendersi collassa; il passato
diventa presente, e il futuro perde tutto il significato eccetto quello della
ripetizione senza fine ”.
Nemmeno l’amore innocente di un figlio che
nasce può recidere il legame traumatico che lega per sempre la bambina a sua
madre.
Il tentativo sofferto di amare la bambina,
metafora vivente di una nuova possibilità di vita, viene immolato sull’altare
di una follia sacralizzata.
“L’accusata” Slavenka Deakulić. Keller
editore, 2016