Sconcerto, disappunto, rabbia: questa la gradazione, in crescendo, dei sentimenti della Professoressa delle Medie nello scoprire il genere delle letture del suo giovane discente.
Eravamo alla fine degli anni '50 in una scuola alla quasi, allora, periferia di Roma e in una tranquilla discussione in classe sui libri preferiti da noi giovinetti alle soglie del "teenagerato", era venuta fuori la mia più che annosa. nonostante la giovane età, frequentazione con i BEM (i Bug-Eyed Monsters, i mostri dagli occhi d'insetto) che riempivano allora le pagine dei volumetti di “Urania”. Mitici se si vuole, ma bruttini anzichenò: ora per le edizioni non integrali e maltagliate, ora per le traduzioni approssimative, ora per gli autori talora di grande valore, sovente sconosciuti e discutibili.
Il primo incontro tra i due mondi, quello della mia scuola e quello della mia fantascienza di allora, non fu onestamente memorabile. Venni invitato dalla brava donna - una nobile figura di educatrice e una mamma per tutti noi - a liberarmi quanto prima dal mio "vizio" assurdo. Pensassi, invece, a dedicarmi con più passione di quanta ne avessi dimostrata fino a quel momento ai Classici e al latino, evitando così le brutte figure scolastiche e le "borse" sotto gli occhi.
Certo, a rileggerli ora gli oggetti dello scandalo, i fin troppo agili volumetti di Urania della seconda metà degli anni Cinquanta, così pieni di trovate mirabolanti, ma anche di comici esempi di cattiva scrittura, così zeppi di ossessioni anticomuniste espresse sotto metafore granghignolesche, bisogna ammettere che la brava donna che mi infelicitò la vita col suo latino non avesse tutti i torti.
Non pervenuta la sf neppure al ginnasio e al liceo. La scuola continuò a ignorare la fantascienza, che, letta in condizioni di semi-clandestinità, occultata sotto il banco, patrimonio di una sparuta minoranza oppressa, finiva per essere vittima sia della pesante tradizione accademica che ha sempre gravato sulle nostrane vicende letterarie, sia della propria lentissima emancipazione dall'imbecillità stilistica.
Comunque, onore al merito e alla mondadoriana collana “I romanzi di Urania”/“Urania”, governata dalle mani sapienti del suo primo curatore, Giorgio Monicelli, fratellastro del più celebre regista Mario, scrittore, traduttore e partigiano garibaldino. È proprio Giorgio a coniare il termine italiano di “fantascienza” per indicare una nuova letteratura proiettata verso spazi lontani, lontanissimi, e tempi ancora a venire. Problematica, minacciosa, ma sostanzialmente ottimistica, la sf viveva dello spirito del tempo: un’attesa nella realizzazione delle “magnifiche sorti e progressive” promesse dal formidabile sviluppo delle scienze e delle tecniche nel secondo dopoguerra e l’aspettativa di un’epoca di pace, fragile e insidiata, ma sempre pace. Il racconto di una storia futura, attento nei suoi prodotti migliori anche ai non trascurabili aspetti etici di quanto avverrà…
E se l’”Urania” di Monicelli ha buon gioco nell’attingere a piene mani dagli Autori fondamentali – Arthur C. Clarke, Van Vogt, Clifford Simak, Eric Frank Russel, Isaac Asimov… - Monicelli guarda senza particolari prevenzioni anche agli Autori italiani - qualcuno già c’era - spesso costretti, però, a celarsi dietro pseudonimi vagamente anglicizzanti. Qualche nome? Lo stesso Giorgio Monicelli; il prolificissimo Franco Enna, che nasce Cannarozzo, giornalista, autore oltre che di sf (L’astro lebbroso, n. 73) di non pochi e neppure disprezzabili polizieschi, riconosciuto da Andrea Camilleri come il suo maestro; lo sceneggiatore Ernesto Gastaldi, travestito dietro lo pseudonimo di Julian Berry (Iperbole infinita, n. 220); Luigi Rapuzzi Johannis (C’era una volta un pianeta…, n. 41; Quando ero “aborigeno”, n. 110); le sorelle Maria e Ornella de Barba (Gli infiniti ritorni, n. 272) nascoste dietro l’unico nom de plume di Marren Bagels e altri pochi…
Tra tutti, però, spicca Samy Fayad, e il suo Ulix il solitario, “Urania”, n. 208, 1959, copertina di Carlo Jacono, pubblicato quando la conquista dello spazio era ancora ai primordi, a metà strada tra lo Sputnik che girava sopra le nostre teste (ottobre ’57) e lo scomodissimo viaggio nel cosmo di Yuri Gagarin (aprile ’61) che, per alcuni anni, nella corsa alle stelle, sembrò assegnare il primato ai sovietici “rossi” e alla falce e martello.
Letto alle soglie dell’adolescenza, intorno ai 12 anni, quando la scuola media di allora dopo la lettura dell’Iliade mi aveva appena proposto quella dell’Odissea, la storia di questo Ulisse giunto degli spazi profondi mi impressionò non poco per l’acuta sensibilità dell’Autore nel rielaborare il mito dell’eroe omerico, proiettandolo in un futuro non indistinto, ma immediato e tangibile. Navigatore stellare alieno, naufrago sul nostro pianeta, accogliente sino a indurre pericolose forme di oblio, Ulix non rinuncia mai alla speranza di poter tornare un giorno a unirsi all’amata Karen, una Penelope galattica distante anni luce e, forse, persa per sempre. La sua tenacia lo premierà? A quel che ricordo, sì.
Narrazione di una diversità e dell’isolamento che ne deriva, condotta secondo toni elegiaci più che tragici, Ulix il solitario è opera di uno scrittore e giornalista, Samy Fayad, di origini libanesi, nato a Parigi nel 1925 e fattosi napoletano alla fine degli anni trenta. Autore di radiodrammi e testi teatrali di qualche notorietà, portati al successo da Nino Taranto, Fayad intercetta con disinvoltura la scrittura fantascientifica in questa e in un’altra occasione, La collina di Hawotack, “Urania”, n. 261, 1961, di cui, dopo più di sessant’anni, conservo vaga, eppure non sgradevole, memoria.
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