11 settembre 2026

"Il Cassola di Virzì" di Daniele Luti

 


         


           Ho recentemente letto un' intervista a Paolo Virzì (Arianna Finos, La Repubblica, 30 agosto 2026) in cui, il regista, parla di Mara, la protagonista della Ragazza di Bube, come di un fulgido esempio di una tipologia di ragazze, tra il vecchio e il nuovo, che subiscono, nell'Italia contadina, prima, durante e subito dopo la seconda guerra mondiale, disprezzo, umiliazioni, veri e propri agguati legati a pregiudizi discriminatori, ad antiche scorie oscurantiste, avendo però "fierezza e dignità". 

         Il cineasta livornese costruisce una linea ispirativa, una sorta di teatro delle ombre, delle anime ideate dall'immaginazione artistica, che va da Adriana Astarelli, interpretata da Stefania Sandrelli, rima e specchio , personaggio di un film Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, passando attraverso le donne tolstoiane fino, appunto, alla palindromia onomantica delle varie Anne e Ade, compresa Mara che palindroma lo è per tre quarti, e, magari, le Giselle, dello scrittore "toscano". Quest'ultime, le Giselle, però erano viste come deviate, corrotte dalla immoralità dei tempi nuovi che avevano travolto, nella loro volontà di restaurazione, le tensioni innovative del periodo in cui, accanto al fascismo, era stata spazzata via anche l'Italietta sabauda. Per questo, Cassola aveva simbolicamente eliminato i nomi della trasparenza che solo la palindromia suggerisce, non essendo latrici, le nuove "eroine", di categorie e di valori di giustizia e libertà di matrice repubblicana e resistenziale.

                A dire il vero, io mi ero già accorto di questa attenzione, da parte di Virzì, per la poesia di Cassola, prima ancora di Ovosodo, dove La ragazza di Bube è più volte citata in un divertente siparietto con tanto di tormentone copulatorio (e trombano..) fra operai. E il cognome Mansani, il protagonista del film, che è anche quello del protagonista del romanzo breve Una relazione. Questo interesse per Carlo del regista labronico me lo avevano suggerito certi riferimenti "biografici" presenti in alcuni dei film iniziali, il modo di raccontare i luoghi, l'indugio descrittivo sui paesaggi della intensa marginalità toscana fatta di silenzi georgici, di orizzonti crepuscolari colti attraverso il cromatismo buddista dell'Arancio e del violetto. Inoltre, Il rapporto dialettico tra analisi sociale e realtà emozionale, il contaminare l'asprezza del realismo con il sentimentalismo. E anche il racconto introspettivo che emerge attraverso viali, vicoli e piazzette, tessere urbane di un mosaico storico fatto di creative operosità e di cieli in fuga verso uno spazio color eternità. Del resto, tutto questo percorso esistenziale serve a raccontare la vita nella sua essenzialità, i brividi dell'esistere sotto la soglia della coscienza pratica, il sublimine, per dirla con Manlio Cancogni.

          


           
Insomma Virzì ha capito, e la sua attività cinematografica lo dimostra perfettamente, che la novità di Cassola è stata proprio quella di aver raccontato la vita vera, il puro esistere ancora libero dai caratteri propri di un "sistema etico tolemaico" dove solo la staticità è consolatoria e il dubbio è il male. Da qui, per chi è contro, per chi è dalla parte della vita, intesa come valore assoluto, non resta che la necessità di difendere l'arte da ogni forma di diffusa di subalternità al potere e, soprattutto, dallo squadrismo oratoriale. Quello che io ho battezzato epistomizofilia, dal verbo
πιστομίζω (da epí, "sopra/contro", e stóma, "bocca") che significa letteralmente "mettere la museruola", "imbavagliare" o "chiudere la bocca". Quindi termine per me davvero indicato per "raccontare" il bullismo degli acrobati del gargarismo lessicale, della coazione a ripetere in climax fonico . Quello dei Capezzoni, dei Cruciani, tanto per fare qualche nome, le cui incursioni da urlatori hanno la sola funzione di intimidire e di zittire l'avversario.

              Oltre a questa attenzione per proteggere la fragilità della poesia, c'è in Virzì, come in Cassola, la convinzione della importanza civile, umana della periferia, pensata non come presente rimasticato dal passato, ma come un angolo, un luogo che permette di vedere meglio di che cosa è fatto il Potere, inteso " in senso ampio come prevaricazione" sulla marginalità sociale, come diffusore di esiti grotteschi, visto l'alternarsi del tragico e del ridicolo. Non a caso, Virzì, come molti critici hanno osservato, usa la "grafica" della commedia all'italiana: la serietà del vivere viene presentata beffardamente senza la puntigliosa pedanteria di chi vuole "bacchettare" il mondo. I personaggi, il fraseggio tra sensibilità legate a modi diversi di comprendere il reale, il contrasto tra intelligenza attiva e passiva, tra autonomia ed eteronomia tra complessità e e semplificazione (,cfr"Masscult and Midcult: Against The American Grain" di Dwight Macdonald) vengono sottratti allo schematismo e alla rigidità tetragona dei luoghi comuni grazie ai toni leggeri, alla baruffa cialtrona del teatro goldoniano.

            Ecco, questo per dire che Virzì, non a caso sensibile nel leggere la letteratura che implica poesia, innocenza, comprensione dei valori del puro esistere, concetti espressi da Cassola con la frase "Nulla è più stupefacente di un'esistenza comune, di un cuore semplice", ha fatto in modo che il suo cinema esprimesse, come dice Giovanni Bogani, "la convinzione che gli esseri umani siano fragili, contraddittori, imperfetti. Ma anche degni di essere raccontati. Non gli eroi, non i potenti, non i vincitori. Le persone comuni. Sono loro, in fondo, i veri protagonisti del cinema di Paolo Virzì. E forse anche della migliore letteratura toscana. Perché è nelle vite apparentemente normali che si nascondono le avventure più grandi".

 

 

Nessun commento: