31 maggio 2019
"Nessun dorma... Fuori" di Pasquale Sgrò
La seconda indagine
dell'ispettore Carlo Felicino
di Luciano Luciani
L'ispettore Carlo Felicino, alla sua seconda indagine, si trova alle prese con due decessi misteriosi che scuotono la calda, pigra, sensuale e sempre uguale a se stessa estate versiliese. Morti che, in apparenza casuali e prive di nesso, lasciano, poi però, intravedere un inquietante filo conduttore che le lega. Un teatrino d'avanguardia e uno splendido yacht sono i luoghi in cui si consumano due feroci delitti travestiti da incidenti sul lavoro: solo la pazienza, l'intelligenza e la tenacia del nostro protagonista e dei suoi collaboratori riusciranno a fare piena luce su una trama tanto complessa quanto cupa e avvincente. Viareggio, la sua Darsena e il canale Burlamacca fanno da sfondo a una vicenda efferata, ricca di colpi di scena e percorsa dalle ragioni di una dolente umanità. Pagine, ancora una volta, capaci di esprimere la complessa politicità della vita quotidiana ai tempi della contemporaneità, il diffuso incanaglirsi delle relazioni sociali anche nella civile Toscana, il caos affettivo ed esistenziale dei giorni nostri.
Nessun dorma … fuori, 2018, conferma, una volta di più, come il romanzo poliziesco in buone mani rappresenti oggi il modo migliore per raccontare la realtà ed esprimere il generalizzato senso di malesere che ci tocca tutti da vicino: forse, il vero colpevole lo si può trovare, oltre che negli egoismi individuali, soprattutto nella globalizzazione e nella crisi finanziaria, nella disuguaglianza generalizzata e nello Stato sociale che non funziona.
Consulente alla sicurezza sui luoghi dove si svolgono le attività produttive, l'Autore, Pasquale Sgrò, calabrese d'origine e toscano di mare di adozione, ha dato vita alla figura dell' ispettore del lavoro Carlo Felicino: burbero ma giusto, questo "eroe indagatore" di tipo nuovo - come già dimostrato nel suo primo romanzo, Corpo morto a paratia, 2017 - difende strenuamente la legge e la legalità, senza accettare pressioni e condizionamenti da qualunque parte provengano: siano i ricchi e i potenti della comunità di appartenenza o i propri superiori gerarchici.
La sua vocazione? Quella degli sbirri di razza: cogliere il senso di fatti indecifrabili e nascosti in base a elementi poco apprezzati o trascurati dalla osservazione dei più. Le stesse qualità di Pepe Carvalho, l'indimenticato protagonista dei romanzi di Vazquez Montalban - di cui Felicino condivide anche il piacere per la buona cucina – o del testardo Kostas Charitos, il commissario ateniese inventato dal greco Petros Markarīs. Instancabile come loro nella sua ricerca investigativa, scrupoloso e metodico, lo “sceriffo” viareggino non molla la presa sino a quando verità e giustizia non siano ristabilite e il colpevole finalmente consegnato alla giustizia.
Pasquale Sgrò, Nessun dorma... Fuori, Collana Giallo e Nero, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2018, pp. 158, Euro 13,00
21 maggio 2019
"Il Fauno scomparso" di Cristiana Vettori
Il mistero di Poppi
di Luciano Luciani
Se dovessimo identificare "cromaticamente" questo romanzo di Cristiana Vettori diremmo tra il giallo - inteso come romanzo d'indagine - e il rosa shocking, perché vicenda raccontata con gli occhi di una giovane donna. Quelli di Emma, giovane scrittrice di guide turistiche, casentinese di nascita e pisana d'adozione, che nel corso di una permanenza a Poppi, sua terra d'origine, - per una, come si suol dire, pausa di riflessione da un compagno che è insieme "troppo" e "troppo poco" - si imbatte nel mistero del Fauno: ovvero, la scultura di un giovanissimo Michelangelo, svanita nel nulla nella tragica estate del '44, durante la ritirata dei tedeschi dalla Toscana, incalzati dalle truppe Alleate.
A distogliere Emma dal suo lavoro di competente compilatrice e dai pensieri di una storia d'amore problematica per non dire traballante, interviene una strana presenza: un uomo affascinante, di mezza età e dall'accento tedesco, che da qualche settimana, sistematicamente e in grande solitudine, batte il paese dei conti Guidi, frequentandone la biblioteca, il castello, le chiese, i palazzi... È Peter, nipote di un ufficiale della Wehrmacht di stanza nel Casentino durante gli anni della guerra innamoratosi di una bella casentinese figlia di un partigiano, poi ritrovata fortunosamente e sposata negli anni immediatamente successivi al conflitto. Ma sono solo le memorie familiari a riportare Peter in quell'area della Toscana interna e in quel borgo unanimemente reputato tra i più belli d'Italia? O ci sono altre ragioni, recondite e meno confessabili? Certo è che in quel terribile agosto di 75 anni prima, numerosissime opere d'arte di eccezionale valore - Botticelli, Raffaello, Tiziano, Michelangelo, Beato Angelico... - provenienti dai musei fiorentini e incassate per sottrarle alle violenze della guerra furono sistemate nel castello che aveva ospitato Dante, nelle ville e nei monasteri dei dintorni per poi prendere la via della Germania nazista. Tutti tornati poi in Italia quei capolavori, tranne la maschera di Fauno, opera di un Michelangelo ancora adolescente, di cui sembra non essere rimasta nessuna traccia. E Peter è un volgare avventuriero o un uomo sinceramente preoccupato delle ferite lasciate ancora aperte dalla guerra e impegnato in una lodevole opera di risarcimento?
Tra le perplessità dei compaesani e qualche chiacchiera - si sa il paese è piccolo e la gente mormora -, la protagonista e il suo nuovo accompagnatore tentano di mettere insieme lacerti di informazioni, ricordi di chi c'era, memorie di memorie e molti "sentito dire"... Per poi ripiegare, malinconicamente, sulla constatazione della impossibilità di ritrovare, almeno al momento, il Fauno michelangiolesco. Condividono, però, i due un impegno: fare il possibile per impedire che si rinnovi il clima di odii e di inimicizie che appena ieri aveva sfigurato il volto del Novecento. Mai più guerre tra i popoli d'Europa, mai più violenze, frutti velenosi di ideologie intolleranti e totalitarie. E, come avviene nei migliori romanzi di formazione, la protagonista, l'Emma che ritorna a Pisa, non è più la stessa che ne era partita. È una donna cresciuta: più consapevole del suo ruolo nel mondo, meno vincolata da obblighi sentimentali, più capace di scegliere, volta per volta, le tappe e i modi della propria esistenza. Più forte e più libera.
L'Autrice, Cristiana Vettori, docente, psicologa, curatrice di antologie di poesie e narrativa, racconta bene e ci partecipa con utile leggerezza una storia di stringente attualità, collocata tra un passato recente e la contemporaneità, densa di moniti per un futuro che tutti noi percepiamo procedere in direzione di un abisso, le cui forme non riusciamo neppure a immaginare.
Cristiana Vettori, Il fauno scomparso, Edizioni Helicon, Arezzo 2018, pp. 198. Euro 14,00
.
di Luciano Luciani
Se dovessimo identificare "cromaticamente" questo romanzo di Cristiana Vettori diremmo tra il giallo - inteso come romanzo d'indagine - e il rosa shocking, perché vicenda raccontata con gli occhi di una giovane donna. Quelli di Emma, giovane scrittrice di guide turistiche, casentinese di nascita e pisana d'adozione, che nel corso di una permanenza a Poppi, sua terra d'origine, - per una, come si suol dire, pausa di riflessione da un compagno che è insieme "troppo" e "troppo poco" - si imbatte nel mistero del Fauno: ovvero, la scultura di un giovanissimo Michelangelo, svanita nel nulla nella tragica estate del '44, durante la ritirata dei tedeschi dalla Toscana, incalzati dalle truppe Alleate.
A distogliere Emma dal suo lavoro di competente compilatrice e dai pensieri di una storia d'amore problematica per non dire traballante, interviene una strana presenza: un uomo affascinante, di mezza età e dall'accento tedesco, che da qualche settimana, sistematicamente e in grande solitudine, batte il paese dei conti Guidi, frequentandone la biblioteca, il castello, le chiese, i palazzi... È Peter, nipote di un ufficiale della Wehrmacht di stanza nel Casentino durante gli anni della guerra innamoratosi di una bella casentinese figlia di un partigiano, poi ritrovata fortunosamente e sposata negli anni immediatamente successivi al conflitto. Ma sono solo le memorie familiari a riportare Peter in quell'area della Toscana interna e in quel borgo unanimemente reputato tra i più belli d'Italia? O ci sono altre ragioni, recondite e meno confessabili? Certo è che in quel terribile agosto di 75 anni prima, numerosissime opere d'arte di eccezionale valore - Botticelli, Raffaello, Tiziano, Michelangelo, Beato Angelico... - provenienti dai musei fiorentini e incassate per sottrarle alle violenze della guerra furono sistemate nel castello che aveva ospitato Dante, nelle ville e nei monasteri dei dintorni per poi prendere la via della Germania nazista. Tutti tornati poi in Italia quei capolavori, tranne la maschera di Fauno, opera di un Michelangelo ancora adolescente, di cui sembra non essere rimasta nessuna traccia. E Peter è un volgare avventuriero o un uomo sinceramente preoccupato delle ferite lasciate ancora aperte dalla guerra e impegnato in una lodevole opera di risarcimento?
Tra le perplessità dei compaesani e qualche chiacchiera - si sa il paese è piccolo e la gente mormora -, la protagonista e il suo nuovo accompagnatore tentano di mettere insieme lacerti di informazioni, ricordi di chi c'era, memorie di memorie e molti "sentito dire"... Per poi ripiegare, malinconicamente, sulla constatazione della impossibilità di ritrovare, almeno al momento, il Fauno michelangiolesco. Condividono, però, i due un impegno: fare il possibile per impedire che si rinnovi il clima di odii e di inimicizie che appena ieri aveva sfigurato il volto del Novecento. Mai più guerre tra i popoli d'Europa, mai più violenze, frutti velenosi di ideologie intolleranti e totalitarie. E, come avviene nei migliori romanzi di formazione, la protagonista, l'Emma che ritorna a Pisa, non è più la stessa che ne era partita. È una donna cresciuta: più consapevole del suo ruolo nel mondo, meno vincolata da obblighi sentimentali, più capace di scegliere, volta per volta, le tappe e i modi della propria esistenza. Più forte e più libera.
L'Autrice, Cristiana Vettori, docente, psicologa, curatrice di antologie di poesie e narrativa, racconta bene e ci partecipa con utile leggerezza una storia di stringente attualità, collocata tra un passato recente e la contemporaneità, densa di moniti per un futuro che tutti noi percepiamo procedere in direzione di un abisso, le cui forme non riusciamo neppure a immaginare.
Cristiana Vettori, Il fauno scomparso, Edizioni Helicon, Arezzo 2018, pp. 198. Euro 14,00
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16 maggio 2019
" I sogni del vecchio marinaio e altri racconti" di Beppe Calabretta,
di Luciano Luciani
A volte ritornano... Si tratti di lontani parenti emigrati e poi dispersi in inospiti plaghe patagoniche o neozelandese; oppure, di antichi rimorsi per il non detto e il non fatto nel corso della propria deprecabile esistenza; o anche di sogni, sempre uguali a se stessi, tranne qualche piccolissima variante, appena un dettaglio, importantissimo, che comunque svanisce come neve al sole appena ti svegli e la sua ricerca assillante basta e avanza per rovinarti la giornata...
A volte anche i racconti ritornano. Magari perché a essi e al loro Creatore pare di non aver adempiuto sino in fondo al destino per cui erano stati faticosamente fatti emergere dal Gran Magma delle Storie e dal Caos dell'Ispirazione. O, più semplicemente, si riaffacciano perché ritenuti finalmente maturi per un pubblico che sembra aver aver mutato in meglio rispetto a un tempo precedente gusti e sensibilità. In fondo non è male tornare sulle storie, vere o inventate, di una volta e riproporle affinché qualcuno possa coglierne meglio gli umori profondi, i significati più intimi, i risvolti più riposti. Simili, questi "racconti lontani", a buoni vini ben adatti all'invecchiamento che impreziosiscono col tempo.
Vengono da lontano le storie raccontate in questa seconda sezione dell'antologia. Addirittura dal secolo scorso e da un'esperienza editoriale tanto generosa quanto sfortunata che forse qualcuno potrebbe - anche questa - "tornare" a raccontare. Comunque, se l'Autore ha deciso di riproporre i suoi racconti di allora sta a significare che, a suo parere, possono presentare ancora una qualche loro utilità al pubblico dei Lettori di oggi
E purtroppo, dobbiamo ammetterlo, ha ragione: perché la catastrofe planetaria evocata nel racconto Grani di sabbia, contrappuntata dalle immagini della straordinaria bellezza della basilica di San Frediano a Lucca, incombe perenne su di noi e il fatto che se ne parli sempre meno invece di tranquillizzarci dovrebbe, piuttosto, allarmarci di più e di più; le pagine di Guglielmo ci ricordano melanconicamente che spesso dentro di noi c'è un male subdolo come un tumore che ti piglia alla gola e sembra metterti in relazione diretta col Dolore. Ti nasce dentro, senza un motivo apparente, non ti lascia mai e tu non sai neppure dargli un nome: qualcuno l'ha chiamato depressione, ma forse è un termine alquanto riduttivo. È la qualità della vita che peggiora, le relazioni familiari e amicali che degradano, lo studio e il lavoro che si fanno sempre più deludenti, mentre il cibo non dà più piacere né il sonno riposo... Tutto è sofferenza. Puro disagio, fatica di vivere e ricerca senza scampo di una qualsivoglia via di fuga che non si riesce a individuare, siccome non si accetta l'idea di farsi aiutare, perché non è mai facile ammettere la propria impotenza.
La pescia, invece, è una favola ecologica. In essa il degrado ambientale indotto e accelerato dall'egoismo umano imposto alla Natura viene letto con gli occhi ingenui e l'elementare consapevolezza di un'abitante dei fondali del Serchio: un pesce, meglio una pescia, un pesce femmina, a cui l'Autore attribuisce doti di maggiore sensibilità e uno sguardo più lungo circa il destino degli esseri minori, minimi, più fragili e indifesi. E così anche il loro dolore, anche la loro sofferenza entrano nel circuito insensato del male universale e eterno dove non c 'è requie, responsabiltà, vergogna.
Beppe Calabretta, I sogni del vecchio marinaio e altri racconti, Tralerighe Libri, Lucca 2018. pp. 96, Euro 14.00
A volte ritornano... Si tratti di lontani parenti emigrati e poi dispersi in inospiti plaghe patagoniche o neozelandese; oppure, di antichi rimorsi per il non detto e il non fatto nel corso della propria deprecabile esistenza; o anche di sogni, sempre uguali a se stessi, tranne qualche piccolissima variante, appena un dettaglio, importantissimo, che comunque svanisce come neve al sole appena ti svegli e la sua ricerca assillante basta e avanza per rovinarti la giornata...
A volte anche i racconti ritornano. Magari perché a essi e al loro Creatore pare di non aver adempiuto sino in fondo al destino per cui erano stati faticosamente fatti emergere dal Gran Magma delle Storie e dal Caos dell'Ispirazione. O, più semplicemente, si riaffacciano perché ritenuti finalmente maturi per un pubblico che sembra aver aver mutato in meglio rispetto a un tempo precedente gusti e sensibilità. In fondo non è male tornare sulle storie, vere o inventate, di una volta e riproporle affinché qualcuno possa coglierne meglio gli umori profondi, i significati più intimi, i risvolti più riposti. Simili, questi "racconti lontani", a buoni vini ben adatti all'invecchiamento che impreziosiscono col tempo.
Vengono da lontano le storie raccontate in questa seconda sezione dell'antologia. Addirittura dal secolo scorso e da un'esperienza editoriale tanto generosa quanto sfortunata che forse qualcuno potrebbe - anche questa - "tornare" a raccontare. Comunque, se l'Autore ha deciso di riproporre i suoi racconti di allora sta a significare che, a suo parere, possono presentare ancora una qualche loro utilità al pubblico dei Lettori di oggi
E purtroppo, dobbiamo ammetterlo, ha ragione: perché la catastrofe planetaria evocata nel racconto Grani di sabbia, contrappuntata dalle immagini della straordinaria bellezza della basilica di San Frediano a Lucca, incombe perenne su di noi e il fatto che se ne parli sempre meno invece di tranquillizzarci dovrebbe, piuttosto, allarmarci di più e di più; le pagine di Guglielmo ci ricordano melanconicamente che spesso dentro di noi c'è un male subdolo come un tumore che ti piglia alla gola e sembra metterti in relazione diretta col Dolore. Ti nasce dentro, senza un motivo apparente, non ti lascia mai e tu non sai neppure dargli un nome: qualcuno l'ha chiamato depressione, ma forse è un termine alquanto riduttivo. È la qualità della vita che peggiora, le relazioni familiari e amicali che degradano, lo studio e il lavoro che si fanno sempre più deludenti, mentre il cibo non dà più piacere né il sonno riposo... Tutto è sofferenza. Puro disagio, fatica di vivere e ricerca senza scampo di una qualsivoglia via di fuga che non si riesce a individuare, siccome non si accetta l'idea di farsi aiutare, perché non è mai facile ammettere la propria impotenza.
La pescia, invece, è una favola ecologica. In essa il degrado ambientale indotto e accelerato dall'egoismo umano imposto alla Natura viene letto con gli occhi ingenui e l'elementare consapevolezza di un'abitante dei fondali del Serchio: un pesce, meglio una pescia, un pesce femmina, a cui l'Autore attribuisce doti di maggiore sensibilità e uno sguardo più lungo circa il destino degli esseri minori, minimi, più fragili e indifesi. E così anche il loro dolore, anche la loro sofferenza entrano nel circuito insensato del male universale e eterno dove non c 'è requie, responsabiltà, vergogna.
Beppe Calabretta, I sogni del vecchio marinaio e altri racconti, Tralerighe Libri, Lucca 2018. pp. 96, Euro 14.00
14 maggio 2019
"Gregorio con la sua roulotte" di Silvia Chessa
Il soggetto, il signor Gregorio, ritratto da
Alessandro Lanciotti con singolare capacità veristica ma anche poetica, si
staglia con una evidenza teatrale e scultorea, balzando in primissimo piano, e
rammentando qualche canuto ma invincibile eroe omerico.
La barba lunga, più bianca che grigia, la folta
capigliatura, anch'essa piuttosto imbiancata, il volto scavato da profonde
rughe ma molto abbronzato, benché in inverno, i lineamenti marcati, i muscoli
che affiorano dalle braccia, la forza e l'energia messe anche in un gesto
minimo come quello di tenere in mano una sigaretta, .. questo complesso di
elementi denota essenzialmente due cose.
La prima è che siamo di fronte ad un volto
parlante, segnato dalla strada, rappresentativo quindi di una moltitudine di
altri volti e di una infinita stratificazione di epoche, quali solo la strada
accoglie, accumula e consegna a chi la vive così da vicino, homeless, creature
ai margini, poveri o non integrabili, per la banale e feroce logica della
globale economia e della società moderna.
La seconda evidenza è che, da uomo di strada, la
sua vera età non sarà mai chiaramente decifrabile e conoscibile da noi che lo
osserviamo. Potrebbe essere molto anziano, ma anche un uomo di mezza età,
poiché si appalesa quella caratteristica tipica di chi ha un passato pesante:
il divario fra età dimostrata ed età anagrafica. E questo mistero rende il
soggetto ancora più emblematico e sfuggente, in quanto incuriosisce, senza
lasciarsi inquadrare.
Accanto a Gregorio la sua casa: una roulotte. La
roulotte, dimora già di per sè fragile e precaria, sembra, accanto a Gregorio,
ancor più piccina: surreale per dimensioni, sebbene nessun ritocco ottico o
filtro abbia potuto ottenere questo impressionante effetto, a parte la
prospettiva acuta e sensibile da cui si è posto il fotografo. Come un
giocattolo a paragone della grandezza di lui, la roulotte ci appare qual fosse
un suo sogno (il sogno di Gregorio, incubo od ossessione), venendo ad acquisire
la qualità della proiezione poetica, oltre a quella realistica di essere una
cosa vera, ma talmente sproporzionata da sembrare qualcosa abitato dallo
spirito di Gregorio e non, viceversa, abitabile da Gregorio.
![]() |
| Foto di Alessandro Lanciotti |
La prospettiva del fotografo ha il dono di
rafforzare questo aspetto, cosicché la valenza allegorica e morale del ritratto
fotografico appare ineluttabile e viene da desumere che l'artista si sia mosso
e recato di proposito verso la periferia, non solo materiale ma umana, per
riportare, al centro, appunto, la centralità dell'uomo: che abbia incontrato e
voglia presentarci Gregorio come un grande uomo, un personaggio mitico
costretto, dal fato, in una casetta in miniatura, confinato in periferia, in
una vita angusta e risicata, in una società limitata ed ingiusta, in una cornice
sociale e in uno spazio abitativo, insomma, inadeguati alla sua tempra, alla
sua forza ed alla sua caratura. Le luci di un tenue tramonto arrivano da dietro
fino alla linea laterale del volto di Gregorio, cercando un varco fra i suoi
capelli, ma vengono arrestate da una densità impenetrabile.. forse i segreti,
luci ed ombre, custoditi dentro e portati con sé, resteranno insondabili per
sempre, da chi non ha combattuto e non immagina, ma soprattutto si rifiuta di
farlo, le tante -troppe!- battaglie dell'uomo della roulotte.
05 maggio 2019
"Barga, viaggio nella Garfagnana" di Gianni Quilici
![]() |
| Acquerello di Umberto Vittorini -1957- |
1
maggio 2019. Desiderio di altro. Altro paese, altro paesaggio, altro tempo. Ma
dove? Ci penso, ma niente mi attrae. O il paese è troppo lontano. O già troppo rivisto. Alla fine decido: Barga. A metà tra
la cittadina e il paese è il più
medievale e ricco di sorprese della Garfagnana, penso. Ci sono stato tuttavia
più volte. Mi convinco, però, che abbia senso rivederla. Ho visto in
superficie: la bella porta, i vicoli, il Duomo in alto, ma ho fotografato più
che osservato.
Sulla
strada una fila di moto argentate, di grossa cilindrata, potenti, una dietro
l’altra sfilano lentamente davanti agli occhi. Mi piacciono? Sì, ma provo un
leggero fastidio. Forse perché non ho mai guidato una moto, solo motorini, e
immagino l’autocompiacimento di chi ne è alla guida con quella potenza
scattante, i manubri alti e larghi che danno al pilota una sembianza quasi
ieratica.
Nel
parcheggio in basso l’erba è piena di margherite fitte, che fanno primavera,
anche se il cielo è multiforme: grigio, scuro con chiazze celestine.
La
porta Mancianella ( o Porta Reale) prosegue con un alto muraglione che arriva
ad una villa (chiusa), mentre sottostante la piazza rettangolare adibita a
parcheggio (infatti è sempre piena di
macchine), è fiancheggiata da una fila di platani, protesi nudi come braccia
verso il cielo.
Alla
fine di questa piazza si sale con brevi, verdeggianti gradinate verso il
monumento in bronzo dedicato a Antonio Mordini, garibaldino e poi senatore
barghigiano al primo Senato dell’Italia Unita. Una collocazione teatrale in
alto con lo sfondo dell’aria e con enormi sassi ai piedi. Salendo appena si
arriva ad un bastione su cui si erge un maestoso cedro del Libano
piantato-leggo- nel 1823.
Rientrando
dalla porta si prende la via delle mura, che sale stretta, si incontra un
giardino con panchine, un palazzo liberty, il conservatorio e la chiesa di S.
Elisabetta, oggi chiuse, e poi ecco le scale scenografiche che salgono al
Duomo.
Sul
piazzale largo e quasi solitario la bellezza della facciata del Duomo, la
distesa dei tetti e delle terrazze della antica e nuova Barga e un paesaggio
che dalle Alpi Apuane prosegue con gli Appennini e le Pizzorne nello sfondo di
un cielo rabbuiato.
Davanti
al Duomo il sagrato marmoreo e l’interno ci accoglie nel silenzio appena appena
illuminato da una luce che filtra dalle finestre romaniche chiuse da lastre di
alabastro egiziano. A parte le acquasantiere lucenti del XII e XIII secolo è il
Pulpito l’ornamento più rilevante e prezioso. Ha la forma di cassa rettangolare
ricco di sculture ai lati, è sorretto da quattro colonnine, che poggiano su due
tranquilli leoni, che tengono tra i loro artigli rispettivamente un drago e un
uomo.
Fuori
nel piazzale un gruppo folto di ragazze e ragazzi disposti in circolo stanno
giocando. Li fotografo e capisco che c’è una di quelle competizioni fatte con
il sorriso sulle labbra. Dirige uno di loro che, a un certo punto, stabilisce
chi ha vinto tra i due gruppi. Tutti bravi, dice, ma per i video ecc, ecc. assegna la vittoria agli “arancioni” tra
sorrisi e mugugni.
“Ci
potrebbe fare una foto?” mi chiedono, consegnandomi un cellulare e una macchina
fotografica. Si mettono in fila uno accanto all’altro ed io scatto, chiedo un’esultanza
e riscatto. Inizia a pioviscolare. Ci sarebbero ancora tanti luoghi da vivere:
la Porta Macchiaia con i resti di mura, l’acquedotto, le piazze centrali con la
Loggia dei Mercanti, il Teatro e lì a un passo la loggetta del Podestà, oggi
Museo storico, ma scendendo lungo una
carraia, coprendo la testa con un fazzoletto “non è che l’inizio” penso.
18 aprile 2019
"Massimo Bordin" a cura di Silvia Chessa
Della persona e della
biografia di Massimo Bordin, (giornalista e storico, voce eminente di Radio
Radicale, conduttore, fino allo scorso primo aprile, della rassegna “Stampa e
regime”, attento osservatore e castigatore di quanto accadeva “dentro e fuori
il Regime”, per usare un gergo radicale) in molti hanno già scritto bellissime
parole e ricordi commossi, da quando ci ha raggiunti la notizia, tristissima,
della sua dipartita. Essa addolora conoscenti e amici, ma anche numerosi altri
estimatori, seppur fra le fila di differenti posizioni politiche ed
ideologiche.
Per aggiungere qualcosa a
quanto già detto sulla caratura umana e professionale di Bordin, non resta che
lasciare spazio alle sue stesse parole (a seguito riportate) ed al ritratto
che, con dichiarazioni autoironiche e preciso affondo, egli stesso è andato
facendo di sé:
“Sono romano, la scuola l'ho fatta
male, direi che l'ho bazzicata più che frequentata. Quando andava bene passavo
con il sei, se no ero bocciato. Elementari col fiocco e il grembiule alla Ugo
Bartolini, medie alla Settembrini, poi semiconvittore al San Leone Magno,
quindi all'Eur al liceo Vivona. Ogni tanto mi espellevano, spesso litigavo con
i professori ed ero costretto a cambiare scuola. Nel 1965 avevo 14 anni e
vagamente frequentato il Pci di via Tagliamento, leggevo "La
sinistra", la rivista di Lucio Colletti, e vivevo con mia madre, Elisa,
che si era separata e lavorava presso uno studio medico. Mio fratello Cristiano
viveva con mio padre, Antonio che lavorava al ministero. Oggi abita a Verona
dove ha una libreria antiquaria. Bordin è un cognome veneto, perché la famiglia
di mio padre era del Delta Padano, provincia di Rovigo, contadini, commercianti
di granaglie, acqua e pianura: sono luoghi mitici della cultura italiana, gente
senza ombra. Divenni trotskista prima ancora di
diventare adulto. Io per la verità mi impegnavo con i libroni, ho letto persino
Pietro Secchia, e collaboravo con "Praxis", la rivista di Mario
Mineo, roba per palati fini. La letteratura invece non aveva gran seguito e
ancora oggi, che pure la amo, preferisco la saggistica". "Nonostante
la mia sveglia suoni alle 5, non riesco ad andare a letto presto. Sono alto
1,90, ma Pannella era più alto e fumava più di me, e ora anche io come già
accadde a lui, fumo quasi solo sigari perché mi hanno trovato un blocco
respiratorio. Garantismo, non violenza, diritto, libertà, anche quella di dire
sciocchezze, battaglie perse, ma senza scioperi della fame e tanto meno della
sete, in difesa di un bellissimo mondo che è sicuramente radicale e
pannelliano, ma senza lo spiritualismo di Pannella, perché io sono razionale e
non ho slanci ideali, mi piace la sintassi, la prosa più che la poesia, il
liberalsocialismo, Calamandrei, Salvemini e anche Marx che è il mio primo
amore."
( Il racconto in F. Merlo, Massimo Bordin, radicale libero,
da Il Venerdì 1
febbraio 2019)
Ne emerge il quadro di un
intellettuale elegante, lucido e razionale (tanto che per lui si è
parlato di “socialismo scientifico”), nonché coltissimo (lettore onnivoro, le
sue conoscenze enciclopediche spaziavano
dal cinema ai saggi, passando per il calcio).
Al tempo stesso egli appare
capace di prendersi in giro ma mai di sottovalutare gli altri (lo si trovava
puntualmente dalla parte delle minoranze e degli sfruttati, naufraghi o precari
che fossero).
A conferma di tale genuina attenzione agli altri, valgano le parole di Adriano Sofri:
“Come tanti altri (dovremmo
radunarci tutti oggi simbolicamente, da qualunque parte proveniamo) quando
improvvisamente volevo sapere qualcosa, e farmela spiegare, gli telefonavo:
nemmeno una volta mi ha detto di chiamarlo in un altro momento, che aveva da
fare. Aveva un daffare strepitoso.”
E davvero, rileggendo le analisi acute e i numerosi scritti di Bordin, si evidenzia quanto la sua perdita sia grave e profonda non solo per il mondo del giornalismo, ma per tutti noi in generale.
Da Massimo Bordin, quanti
scrivono o ambiscono a farlo traggano una lezione di precisione e disciplina e
di una forza ideologica mai disgiunta dall’autoironia.
05 aprile 2019
"Thérèse philosophe" attribuito a Denis Diderot
noterella di Gianni Quilici
Afferro tra le
mani (ma senza bruciarmi) “ Thérèse philosophe” un romanzo erotico attribuito al grande romanziere e filosofo illuminista Denis
Diderot.
L’inizio mi piace tra
filosofia e erotismo, tra l’ingenuità della giovinetta e la perversione del Padre
spirituale.
Lei dice:”Ah!
Padre mio! Quale piacere mi rapisce! ….” “Cacciate, padre mio, cacciate tutte
le cose impure che sono ancora dentro di me. Io vedo…gli…an…geli…spingete
ancora…spingete…”
Lei è ingenua e fiduciosa
e senza condizionamenti e anche per questo si prende tutto il piacere; lui ingenuo non lo è e forse si
prende un piacere doppio: il suo e quello che suscita in lei.
Immagino un
romanzo (o un film) gioiosamente erotico. E’ possibile questo oggi mi
chiedo?
Thérèse
philosophe, anonimo, attribuito a Denis Diderot; prefazione di Riccardo Reim,
Roma, Lucarini, 1991;
22 marzo 2019
"Viaggio a Genova" di Gianni Quilici
foto Gianni Quilici
Sul
treno due donne, una di fronte all’altra, tra i 40 e i 50 anni trascorrono il
tempo passando da una telefonata ad un’altra. Tra le due, la più giovane è infaticabile . L’altra ha
problemi: l’interlocutore non capisce, è costretta a ripetersi. “Hai capito,
ora?” dice sommessamente e alla fine, stanca o vuota, stacca, chiude gli occhi
e si appisola.
Il
mio problema è che odo quasi tutto. Così tiro fuori il taccuino, dove ho
scritto soltanto”Viareggio ore 10, 15 verso Genova” e per automatismo
psicologico mi metto a trascrivere stralci di ciò che sento. “…finisco di
lavorare alle sette, sette e mezzo, poi si va a mangiare da qualche parte, ora
non saprei dove, si decide lì per lì… io stasera avrei voglia di pizza… dove si
potrebbe andare? io intanto sento la Sandra se viene, però in quel ristorante
dell’altra volta non ci vengo, troppo
lenti, troppo formalisti, pirìpì parapà pirì parapà, piuttosto ascolta, ascoltami!
….” L’altra l’ho accanto, sussurra : “…domattina mi prendo la Barbara e la porto al parco
giochi, quello di Sestri Levante, sì quello… c’è uno scivolo incredibile lungo
cinque metri … ora siamo a Chiavari…. A Chiavari! hai capito a Chiavari! ”. La più giovane, intanto, continua a sciorinare
imperturbabile tutti gli appuntamenti che ha l’indomani come se ci avesse
ragionato a lungo… la voce è leggera, fluente,
senza affanni, potrebbe continuare così fino in Svizzera, penso. Mi sono portato due libri… volevo leggere e
scrivere ancora non ci sono riuscito, non ci riuscirò.
12.
10 Scendo a Genova Brignole. Lungo i portici nelle bancarelle vicino la
stazione compro il mio primo libro: “Viaggi viaggetti” di Sandro Veronesi nuovo
e a soli 3 euro, con una grafica adolescenziale che mi attira. Vedo viaggi in
Perù e Santiago de Compostela, Serifos e Sardegna, New York e Amsterdam e così
via, che possono diventare suggestioni per viaggi da fare. L’hotel è lo stesso
da qualche anno. Gestori due fratelli 50enni, quasi calvi, premurosi e chiacchieroni, di quelli che un
discorso diventa una catena che porta lontano. L’hotel è situato in una piazza
circolare, piazza Cristoforo Colombo, con portici e bancarelle di libri a metà
prezzo così bene incellofanati, che è faticoso poi scartarli. Ne comprerò una
decina lì e in altre bancarelle presenti nel centro storico: da Henrich Heine fino
ad una lunga intervista a Jung.
15.
30 All’inizio di via Garibaldi, di cui Cesare Brandi scrisse “una strada che
davvero non ha uguali al mondo” ecco il palazzo della Meridiana con le scale
che salgono verso la parte collinare di Genova. Qui è aperta la mostra:”Caravaggio
e i genovesi”. Di Caravaggio soltanto un quadro “Ecce Homo” già visto nel Palazzo Bianco di via Garibaldi.
Un quadro, di cui l’attribuzione è (quasi) certa, dopo che era rimasto ignorato
in uno scantinato. Ed in effetti è un grande quadro, che nella mostra risalta
magnificamente rispetto agli altri pittori (genovesi), che di Caravaggio hanno subito, per ragioni diverse,
l’influenza.
.I
quadri sono sufficientemente pochi, le sale sono soltanto tre, si può sedere di
fronte ad essi, condizione ideale per non rimanere soffocati dalla stanchezza,
nonché dal sovraffollamento visivo ed
umano. Faccio un giro meditativo. Mi colpiscono i quadri di Luca Cambiaso,
Gioacchino Assereto, Anton Maria Vasallo, Giovanni Battista Merano.
Ritorno
su “Ecce Homo” e mi siedo. Lo osservo nei dettagli e, come succede spesso, anche
l’insieme si allarga diventa più chiaro, più scolpito, più compreso.
Mi
colpisce, come in qualsiasi pittura di Caravaggio, la grande professionalità
nel disegno e nel colore. Squadro, per esempio, le mani di Ponzio Pilato,
splendidamente lavorate così difficili a delineare nel loro movimento e
intreccio, oppure considero la fascia
bianca intorno alla testa della guardia con tutte le pieghe che sfumano tra
luce ed ombra. E però è una verosimiglianza che ha un’anima profondamente sottile.
L’anima
sono i tre personaggi, che sono anche tre tipologie psicologiche, ideologiche e
politiche. Gesù Cristo , l’imputato e vittima, ma così immerso in se stesso da
sembrare “altrove” con occhi abbassati che non guardano; la guardia, puro
strumento del potere, che sembra che gli stia parlando, mentre lo sta coprendo
con il manto purpureo, premuroso come se intuisse la sua grandezza; Pilato, il
potere, che mostra con le mani Cristo catturato, mentre gli occhi sono rivolti
con una contorsione del corpo verso il popolo (fuori quadro). Un volto
eccezionalmente ben delineato con gli occhi incavati in tralice, le rughe
incise dalla concentrazione.
Infine
la scelta dei colori è vigorosamente simbolica nella contrapposizione fra il
luminoso corpo indifeso di Cristo e la veste cupa di Pilato in un chiaroscuro
che domina l’intero quadro.
17.30.
Al cinema il film più appetibile è “La casa di Jack” di Lars Von Trier. E’ uno
di quei film che ti lasciano titubante nel giudizio o semplicemente nell’impressione.
Tre ore di un regista che fa cinema giocando tra lo spietatezza senza sangue e
l’ironia spiazzante, mescolando il delitto come desiderio di fare arte con
inserti di Glen Gould al piano, conversando con una voce fuori campo, sorta di coscienza
pungente, che si paleserà nella figura di Bruno Ganz-Virgilio e con il quale Jack
scenderà poi all’inferno. E’ un film violento, che mi diverte, che mi
sorprende, di un talento che fugge dai rituali, che però non mi “tocca”, se non
cinematograficamente.
foto Gianni Quilici
21.20
Una trattoria tra i carrugi del Centro dove cenare è il piacere di soddisfare la fame
con piatti casalinghi alla buona, un prezzo modesto, atmosfera calda, senza quel
rumore assordante, che uccide la conversazione tranquilla.
Fuori
nel labirinto dei carrugi giovani soprattutto nei bar, nelle pizzerie dentro e
fuori. Nessuna nevrosi, ne’ tantomeno violenza in giro. Diversi gruppi di
africani uomini e donne. La serata è dolce e sono carico del passato presente.
Genova 1 marzo 2019
Genova 1 marzo 2019
03 marzo 2019
"Sogni e altiforni. Piombino-Trani senza ritorno" di Gordiano Lupi e Cristina de Vita
di Stefano Tamburini
Sfogliando questo libro sembra quasi di sentirlo il profumo del tempo passato,
l’odore della nostalgia, di quella sana, dolce nostalgia che fa bene al cuore. Quella
che libera le menti verso i tempi andati e costruisce un gigantesco dribbling
fra tanti amori perduti che in fondo non lo sono mai del tutto. Sono l’amore
per una donna e quello per il calcio.
Il protagonista è lo stesso di un altro
fortunato libro di Gordiano Lupi, Calcio e acciaio, vincitore di diversi premi
e segnalato anche al premio Strega, ambientato tra Piombino una cittadina della
provincia toscana la cui vocazione è stata sempre legata agli altiforni e al
declino dell’industria dell’acciaio e Trani, sul mar Adriatico, in Puglia a
vocazione prettamente marittima.
Una grande storia che si chiama vita, di un
passato che ritorna senza in realtà mai essersene andato. C’era tanto amore in
quel primo romanzo e ce n’è tanto anche in questo che Gordiano Lupi ha scritto
a quattro mani con Cristina de Vita, regalandoci anche l’altra faccia di una
medaglia ricca di passione e di nostalgia, l’altra faccia dell’amore.
È una
storia a tratti anche molto amara, con passaggi fatti di delusioni, di
tristezze e di abulie che rendono ancora più vero tutto il vissuto che si
respira pagina dopo pagina. Una bella storia, per niente scontata, che ha due
punti di vista, che in qualche modo combaciano, rendono giustizia a un amore
perduto che perduto non lo è mai stato fino in fondo. Ci sono tutte queste
tensioni che si intrecciano una dopo l’altra e spesso anche tutte insieme in
pagine che fanno sentire l’odore dei ricordi e anche il sapore della nostalgia,
senza mai restarne ingabbiati.
Una lettura intensa ed appassionante perché
racconta emozioni senza invaderle e le fa vivere da dentro anche a chi si
affaccia a questa storia, pagina dopo pagina. Gli autori restano sempre un
passo indietro, con quel pizzico di pudore che finisce con il dare a ogni
lettore lo spazio per una personale visione. La bellezza del romanzo che
comincerete a leggere va oltre la storia che racconta: è la nostalgia che fa
battere forte il cuore senza mai restare prigionieri del passato. Ed è l’atto
d’amore più grande di questo romanzo. (tracce della introduzione)
Breve sinossi:
nel romanzo vengono narrate le vicende
di un uomo e di una donna che vivono in due città diverse: Piombino e Trani. Il
protagonista maschile, Giovanni, è un ex grande calciatore, partito da una
piccola cittadina di provincia per poi sfondare altrove. Alla fine rientrerà a
casa per gli ultimi spiccioli di carriera e poi per allenare e soprattutto
vivere con il suo carico di noia e di rimpianti. Rimpianti mai del tutto
confessati, neanche a se stesso, completamente incapace, come è, di amare come
vorrebbe.
Gordiano Lupi
& Cristina de Vita
Sogni e altiforni -
Piombino Trani senza ritorno
Acar Edizioni, Milano,
2018 – Euro 16,50 – Pag. 330
08 febbraio 2019
"Le onde" di Virginia Woolf
di Simona Fazzi
Ho
finito di leggere Le onde.. Che dire? Per me è un'opera incredibile, diversa da
tutti i libri che ho incontrato.
Virginia
Woolf è un'artista, una grande scrittrice.
Ed è per questa diversità che il libro si presta a essere letto almeno due volte.
La
prima per riuscire ad orientarsi, per riuscire a riconoscere le voci e di
conseguenza a mettere a fuoco i personaggi, per apprezzare la solida, perfetta,
straordinaria struttura sopra la quale Virginia riesce a darci il senso di
qualcosa di estremamente etereo, impalpabile, pulsante, ritmico, onde che si
avvicinano e si allontanano da una riva, si accavallano e si fondono, il mutare
continuo della luce e delle ombre, il canto della cose, la forza della natura,
la sua corrente …
La
seconda volta il romanzo va letto senza
troppe interruzioni, senza concentrarsi sui personaggi, sul senso, proprio come
si ascolterebbe un'opera musicale, come si legge una poesia... Il tempo, il
ritmo, la Vita sono forse in questo libro un teatro, o forse un anfiteatro, dove
i riflettori sono puntati ora su un personaggio ora sull'altro, ma questi sei
protagonisti non parlano ma pensano, riflettono, vedono, sentono...
. Virginia Woolf. Le onde. Einaudi
",
06 febbraio 2019
"La ballata dei Babbaluci" di Marco Fasciana
di Silvia Chessa
Un
naufrago alla ricerca del passato e di se stesso; un guardiano del faro non
vedente, metà ciclope metà filosofo; una regina inconquistabile, la quale, per
una volta nella sua vita, verrà rifiutata; un compagno di avventure e peripezie
che, come Virgilio, dispensa consigli e mette in guardia dai pericoli: questi i
personaggi di un viaggio in dodici capitoli (uno per ogni mese, a partire da
settembre) dello spettacolo (saggio di diploma del corso di regìa) «La Ballata
dei Babbaluci» di Marco Fasciana, in scena al Teatro Studio Eleonora Duse, fino
al 7 Febbraio 2019, a
Roma.
In
questa Odissea in salsa sicula, vivace e movimentata, il mare è ancora una
volta elemento di accoglienza e pericolo; un mare che disorienta l'uomo, il
protagonista, che passa da un lento vagare ad una vera e viva fuga in cerca del
suo destino e della sua identità; che affonda fino al livello dei pesci - e infatti
finisce per parlare con uno di loro in un surreale ma simpatico dialogo, dove,
davvero, il pesciolino rosso dice cose sensate e sagge più del ragazzo,
indicandogli che il suo posto è sulla terra, perché ogni creatura ha il suo
posto.
Nell'accostare
la regina, invece, l’uomo riceve un’ulteriore raccomandazione: quella di
trovare “il coraggio di mostrarsi inadatti”, insomma la libertà di lasciarsi
essere ed accettarsi per ciò che si è. Nello stesso confronto con la regina, il
protagonista confessa di stare fuggendo da se stesso e dalla sua natura, che invece
lo spingerebbe ad accontentarsi.
Il
finale, lungi dal dare risposte e soluzioni, suggerisce di osservare la stessa
natura dei “babbaluci” (le lumache, in dialetto siciliano) piccola stella
cometa per orientarsi in questa vita. Ce ne sono di due tipi, quelli più lenti
e quelli più avventurosi (per quanto possa essere avventurosa una lumaca) e,
forse, potremmo anche ricondurre questo spettacolo ad un elogio della lentezza,
mentre il viaggio ha per scopo l’affrancarsi da inutili sensi di colpa (le voci
emesse dal registratore, sul finale), smettendo di punirsi e accettandosi per
ciò che si è.
Da
sottolineare la creatività e la padronanza nell'uso di tecniche ed allestimenti
scenici originali e variegati (proiezioni video, effetti sonori, musica,
marionette; persino una vasca da bagno sul palco …) e l’alta e sicura
professionalità degli interpreti (Tommaso Capodanno, Luca Carbone, Maziar
Firouzi, Giuseppe Lo Piccolo, Ada Nisticò).
«La Ballata
dei Babbaluci» di Marco Fasciana, al Teatro Studio Eleonora Duse, Roma , fino
al 7 Febbraio 2019.
13 gennaio 2019
"Versi in viaggio" di Gianni Quilici
Presentare
Gianni, il suo libro, Versi in Viaggio.
Un libro che ha la coesione tematica di un canzoniere, e l’intensità di un cantico creaturale. 17 viaggi in senso
stretto e 14 viaggi in senso lato. Cito
dall’indice : Viaggi…
nella post adolescenza , dentro la
scuola, nei linguaggi, sull’onda della musica, nel cinema, nei volti che
fuggono, nella luce d’estate, nelle relazioni, nell’erotismo , nella società
dolente, tra il cielo e la terra, verso l’essere e il nulla, nel mi piace, nel
divenire… questo indice è in sé una poesia.
La
prima domanda : cosa collega, per Gianni, il senso stretto e il senso lato di viaggio?
Potremmo
chiederglielo, ma già nelle poesie c’è la risposta.
Quello
che Gianni va a incontrare, ogni volta, in
luoghi diversi del mondo, è sempre lo stesso paesaggio, a margine delle città. Un
paesaggio fatto di colline cielo nuvole
erba sole luce e vento e alberi, quanti
pini cipressi olivi platani pioppi, e poi animali, gabbiani rondini
grilli formiche cicale – ah le adorate cicale – e mucche e cavalli e vecchi borghi visti quasi sempre
da lontano e rare presenze umane.
Questo
lirismo, come ogni vero lirismo, è affacciato oltre sé, al punto da desiderare
una trasmigrazione negli elementi ….
vorrei essere la luce
Ah
la luce…essere cielo e terra…
cielo nell’essere proteso verso l’alto.
Terra nel divorare le radici delle cose
diventare fiume
e farmi stella e chiedere allo spazio nella notte alta e tersa che i pensieri siano larghi e aperti
Il
primo piano e il campo medio non chiudono in una prospettiva intimista, introducono
alla panoramica. Una panoramica, se possibile, intimizzata. Dal paesaggio al
Pianeta, quasi sempre con la P maiuscola, il prodigio maggiore di quelli
incontrati da Gianni. Un Pianeta antico,
e avvelenato dagli orrori dell’inadeguatezza umana:
inadeguato
alla coscienza terrestre
Possiamo
sentirci anche così, nel momento in cui perdiamo il contatto con la sacralità
in cui siamo immersi. Il contatto, la presenza. L’idea del viaggio, in Gianni,
è proprio questa disposizione dell’animo
all’incontro, alla presenza , all’innamoramento. Le partenze di Gianni sono
partenze geografiche reali, riti di
rinnovamento , e sono al tempo stesso metafore di un modo
di sentire. Il modo della poesia. Della poesia primordiale, dal lirismo greco agli haiku giapponesi: l’essere presenti al mondo , al proprio corpo
e all’anima.
Poesia insurrezionale, perché la presenza al mondo agli altri e a noi stessi oggi è indebolita
come mai lo è stata nella storia, checché ne dicano i nostri brillanti intellettuali di regime.
sensazione spiacevole di doppio
restringimento: di me del mondo
Questo
verso coglie qualcosa di davvero
importante : la simultaneità, il complementare restringimento (o allargamento) di
sé e del mondo. Sta a noi. Sì, la vita può rispondere o meno, dipende da come
la chiamiamo, da come siamo seduttivi nei suoi confronti , da come la
guardiamo, la sollecitiamo, la esploriamo. Da come ci viaggiamo dentro.
fare poesia là dove c’è già poesia
La
poesia è là, ma siamo noi a doverle dare voce. È in noi la bellezza, la forza
del mondo.
resistono
ancora se li cerchi il silenzio la storia la natura
L’orrore della storia
è ben conosciuto, ma si riesce ad amarla lo stesso, in quanto di più
alto ci ha lasciato…
tutto ciò che di alto ci ha attraversato
e ci attraversa
Così
come troviamo anche l’anima, a cercarla.
laddove
nel profondo c’è (se si volesse) un’anima.
Quando
si vuole, e si cerca, a volte capita che qualcosa ci risponda.
come ogni volta ritorno carico di
passioni
Passione
: rivitalizzare la vita.
Vorrei rivitalizzare ogni anfratto di
inerzia
È la prima frase della raccolta.
con il piacere soltanto d’essere vivi e nudi quasi
…. il desiderio di vivere ancora e
ancora
Un
esercizio di sobrietà:
sentirsi felici d’essere felici così di poco
Questo
poco in realtà è moltissimo …
Mi piace affondare in un corpo che sente
che io sento e che mi fa sentire che sente
Il
viaggio da cui si torna carichi di passione è anche, letteralmente, un NON viaggio. L’ultima
poesia, proprio l’ultima , l’ultimo viaggio è : LA
CORTE, una poesia totalmente stanziale , il luogo domestico, il luogo di
sempre. L’hortus conclusus dei monaci.
Vedo ora
ciò che poi non vedrò
la corte di sempre
le nuvole bianche e arruffate
il limone.
A lungo mi fisso
sui cento dettagli
che respirano
nella luce sottile
e non mi stanco mai
di renderli nuovi
ad un nuovo sentire.
Dunque
questo è Viaggiare:
renderli nuovi
ad un nuovo sentire
Una
poesia intitolata proprio VIAGGIARE lo
ribadisce :
dettagli assorbiti e che talvolta per incanto quasi prendono
forma e forse poesia si fanno.
Cosi
ci ricordiamo che c’è anche una poesia
in epigrafe, a specchio all’ultima:
viaggiare continuamente viaggiare anche
soltanto a Km zero
Viaggiare
:
quando è nel dare senso che si viaggia
Poesia
talismano, nei momenti in cui la poesia
ti abbandona. I componimenti poetici sono mnemotecniche per non dimenticare i
momenti del senso, del contatto. Poesia che si interroga su se stessa. Talora
solo puri elenchi , l’esito più radicale del minimalismo
di Gianni, un minimalismo da canzone, ritmato, pieno di assonanze…
Le mura di rosso mattone
il verde del prato
un ragazzo che corre
un sax solitario
un gabbiano
Baudelaire
le chiama correspondances.
L’enumerazione
fotografa verbalmente lo stato poetico delle cose, uno stato latente che solo
lo sguardo ci rivela, nella sua selezione e ri-composizione . Il modo del
vedere è il primo atto poetico. Il senso
è nell’armoniosa e misteriosa corrispondenza
delle cose, quando tu le corrispondi. Chiamala se vuoi bellezza.
Poesie
visive , poesia che vede. Vedere che in Gianni diventa anche fotografare. La
foto non cattura la realtà, ma lo sguardo con cui ci posiamo
su di essa. Lo dice :
Mi piace fotografare
Perché “ faccio mio”
Ciò che in quell’attimo
Mi intriga
Se
partiamo da un’immagine là fuori il fotografare sembra avvantaggiato: cattura
l’esterno. Ma il fotografare ambisce a catturare
anche l’ interno, le risonanze, lo sguardo che vede. E rispetto
all’interno sono le parole allora che
sembrerebbero avvantaggiate, ma le
parole a loro volta ambiscono a catturare
anche l’esterno. C’è una poesia, una
metapoesia -SCATTO FOTOGRAFICO- che
descrive la foto che sarebbe, se fosse una foto:
la
bellezza di scatti difficili a farsi
…Un
gioco di matriosche … una poesia contiene una possibile foto e una foto una
possibile poesia …Gianni dice che tra scrivere e fotografare non può esserci
armonia…
se
fotografo non scrivo e viceversa.
Mi
permetto di dissentire . Lo scatto poetico e fotografico non si cimentano assieme, materialmente, ma l’uno evoca l’altro
, come modalità di una stessa postura .
Quest’uomo per esempio ,
che sale sul ponte
la schiena ricurva
l’ombrello e il cane,
lo scatto è dal basso
col grigio del cielo
la pioggia battente
che incombe
e Venezia.
D’altronde
la storia di amorosi sensi tra parola e immagine è proprio la storia di Gianni. Il cinema è per l’appunto all’incrocio
di immagine e parola. Ma ricordiamo anche quel suo libro di fotografie con testo a fronte, una foto e
uno scritto dedicato a quella foto; tutti noi, dico noi amici, fummo invitati a prendere
parola accanto a un’immagine che ci coinvolgeva. Il doppio binario è in realtà
uno solo , secondo una
triangolazione transitiva: A e B , versi e foto, amano entrambe C e in questo amore si riconoscono : C è la
realtà della vita che Gianni non smette mai di corteggiare, di sedurre, perché
risponda.
Fino ad esaurire cuore e occhi
con lo slancio di un poeta antagonista- antagonista a se
stesso- al suo destino di morte
Poesia
antagonista. Il manifesto del 74 è questo:
prometto di amare, creare, lottare come se questa fosse sempre l’ultima ora .
Più
di quarant’anni dopo Gianni si chiede
(2005) :
e quali parole
oggi
potrebbero allacciare
passione e progetto
azione e trasformazione?
La
politica che c’è stata e quella che può esserci, nel tempo della fine della
politica, sono una cosa sola: la politica come dimensione radicale, dimensione di idealità, forza poetica, la
forza che porta senso alle cose
attraverso l’amore che portiamo alle cose.
sono rivolta. Sono impotenza. Noi siamo
(
1998)
Quando
la rivolta sperimenta la propria impotenza ci resta la potenza dell’esserci,
fedeli a se stessi.
prometto di amare, creare, lottare come se questa fosse sempre l’ultima ora
Il
manifesto del 74 è più vivo che mai. Una rivoluzione attorno al proprio cuore, per renderlo sempre più affinato, problematizzato, elastico,
purificato, aperto, vibratile coraggioso folle avido di prendere e di dare…qualità
care
a Gianni, per fare esprimersi al meglio la realtà della vita, che è realtà
del tempo.
Desiderio furente di dare senso al tempo
mi fermo per catturare ciò che mi
fermenta …per fare del tempo il mio tempo
L’interlocutore
– meglio l’antagonista principale di Gianni e del suo viaggio è forse proprio
il tempo. Il viaggio si snoda nell’arco
di 50 anni di poesie, nel 1967 ovviamente Gianni era in fasce ma già poetava , eterno adolescente in corsa contro il tempo“,
sono parole sue. Contro il tempo. Perché il tempo viaggia, anche lui, non sta fermo un attimo.
Magari potessimo fermarlo…
che l’estate si fermi- che i tramonti si
fermino - per un agosto almeno
Ma
il tempo non si ferma. E allora torniamo a quell’ultima poesia, LA CORTE.
Vedo ora ciò che poi non vedrò.
Poi
quando? Poi quando sarò altrove? O nel poi della morte, l’altrove radicale?
Ma
c’è un modo di essere presenti al tempo che scongiura il tempo, il tempo come destino
di morte. L’abbiamo visto, è il
tempo poetico, il tempo dell’anima. Eternizzare l’attimo, una contemplazione
avida, erotica, che ti fa sentire unito all’essere in un modo senza fine. È la
grande lezione di Proust e della sua ricerca del tempo perduto e ritrovato. Lui
la chiamava la fede creatrice. Una fede che
Gianni ri-testimonia dall’interno del suo viaggio , la vita-viaggio:
Uno soltanto è questo viaggio: il mio .
Il
già detto, il già visto, non è mai un
deja vu, perché la testimonianza è ogni volta la stessa e diversa, e conta
proprio perché va a sommarsi a tutte le altre, in una corrente, in un flusso umano che sostiene chi inizia , e dà forza, durante il viaggio, a
chi perde forza. È la civiltà, la nicchia di civiltà in cui riconoscersi…e
proseguire.
laddove l’io più intimo tocca l’intera
storia
vedere me che osservo e sento che mi
sento parte.
novembre 2018
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