23 aprile 2016

"L'arte dell'incontro" di Caterina Donatelli



                                                                                  foto di Caterina Donatelli


“La vita, amico, è l’arte dell’incontro".
 L’esaltazione, lo stupore di un nuovo edificio da conoscere;
 la meraviglia e l’adrenalina 
fomentata dalla curiosità della scoperta…

Per un attimo senti che stai profanando
 il silenzio di anni di abbandono,
 immediatamente dopo ti arriva
 l’urlo della vita passata da lì,
incisa su ogni singolo elemento,
che aspetta di essere svelata.




"Cose da niente" di Ilaria Stabile

                                                                           Ilaria Stabile

Cose da niente

Niente..
Non ne ho di grandi cose io
solo piccole, invisibili, a parole morirebbero.
Niente...
le grandi cose non son mie,
non mi vengono incontro o
mi vedono impegnata
e cambiano strada.
Niente...
le grandi cose sull'altra strada
ed io, accovacciata, a giocare coi sassi.
Niente..
Qualcuno dice che le mie son "cose da niente"
io, solo se qualcuno me lo chiede, dico: "Son cose mie".

22 aprile 2016

“Patricia Highsmith” foto di René Burri



di Gianni Quilici

Qualche anno fa su Il manifesto vidi questa foto, la tagliai e la incollai su un quadernone, che mi accompagnava.
Non volevo perderla almeno per un po’.
Mi colpiva (colpisce) per due ragioni.

Ero allora preso da Patrice Higsmith, (e ne sono preso ancora), di cui leggevo, uno dietro l’altro, molti romanzi, perché la Highsmith riesce a creare una incredibile tensione dentro la quotidianità, anche la più apparentemente banale, facendoci vivere progressivamente, e sempre di più, situazioni sul filo del rasoio, attraverso personaggi (e situazioni) complessi, che trascinano nella lettura a mente sveglia ed occhi spalancati.

Da qui la domanda:” Ma che tipo di donna è Patricia Highsmith e che vita avrà avuto?
Ecco, la foto di René Burri è forse una sottile indicazione.

Siamo in Svizzera nel 1988 e Patricia ha circa 67 anni. La vediamo seduta  ad un tavolo con davanti un piatto vuoto, che stringe meccanicamente un bicchiere con una delle due mani. Ciò che colpisce immediatamente è il suo volto così diverso, per chi ha visto le foto, da quello piacevolissimo della sua giovinezza. E’ un volto sul filo dei generi (potrebbe sembrare anche di un uomo), ed è un viso piegato, che sembra perso sul versante disperato, per gli occhi abbassati come se guardasse il nulla.

L’acutezza fotografica di Burri, che fa grande lo scatto, è dare la giusta cornice a questo volto già di per sé fortemente simbolico.
Infatti, il tavolo non risulta essere un banale tavolo di cucina, dove si consumano i pasti, ma appare un tavolo, per così dire, totale. Ci sono, oltre agli strumenti del mangiare, anche fogli, penne ed un giornale dispiegato sopra non si sa cosa, come se mangiare-bere-leggere-scrivere potessero coesistere simultaneamente.

René Burri coglie l’intimità di Patricia Highsmith, un’intimità che può assurgere a simbolicità. Perché per un verso trasmette forse la fatica e il tormento di una creazione che non ha orari; per un altro questa creatività, difficile a farsi, la colloca in un’atmosfera che lascia indefiniti non solo gli oggetti, ma anche la stessa scrittrice, misteriosa,  come appaiono nella loro contorta e ambigua identità i protagonisti dei suoi romanzi.

René Burri. Patricia Highsmith. Svizzera 1988.         

21 aprile 2016

"Su Primo Levi saggista" di Davide Pugnana


C'è un altro modo di ricordare Primo Levi, a ventotto anni dalla sua scomparsa: ripercorrere la sua produzione saggistica. Pagine che segnano uno dei punti più alti, nel Novecento, e, nella fattispecie, della forma del saggio come genere letterario. 

Quelli che Levi dissemina nei cappelli introduttivi della sua meravigliosa antologia personale - "La ricerca delle radici" - o ne "L'altrui mestiere" sono 'essais': 'assaggi' di pensiero critico, nel significato alto e prezioso (e gustosamente autobiografico) che vi impresse Montaigne; ma con venature ironiche volterriane e una politezza di dettato dal sapore di certe operette leopardiane (soprattutto là dove riesce a far letteratura conversando delle farfalle, degli scarabei, delle calze al fulmicotone, delle complicate tele dei ragni e del linguaggio degli odori). 

E come nei romanzi, anche nei saggi c'è l'andare alla radice delle cose. C'è la sua ostinata volontà di capire, di capire tutto fino in fondo: sviscerando a mani nude il già detto; sfogliando i veli d'oscurità sulle cose; facendo saltare dispositivi e archeologie culturali così ben collaudati. 

Quella di Levi saggista è una vena ermeneutica stampigliata nel sangue da atavici innesti ebraici; com'era in Benjamin e in Canetti. Quando scrive sul pugno di Renzo, su Huxley, sulla Cosmogonia di Queneau, su Thomas Mann, sul dimenticato D'Arrigo, o disegna un finissimo medaglione di Rabelais, si avverte sempre il "clic" di una parola azionata per ricucire, ricomporre, ordinare le leve storte e ingolfate della Storia e della natura umana.

20 aprile 2016

"Il progetto nazista della distruzione dell'infanzia" di Luciano Luciani

"I bambini crescono e diventano schifosi ebrei".
La guerra di annientamento dichiarata dal nazismo nei confronti del mondo ebraico europeo è soprattutto una guerra contro i bambini: “perché i bambini crescono e diventano schifosi ebrei!”, così argomenta un ufficiale tedesco a chi gli chiedeva con quale animo potesse tenere prigionieri dei bambini, nell’Hotel Meina, sul lago Maggiore, teatro, nell’autunno del ’43, della prima strage ebraica in Italia. 50 morti ammazzati tra cui 4 bambini.
 

Con quale animo, ad Auschwitz, il dottor Joseph Mengele si recava ad ascoltare i bambini ebrei che cantavano in coro Tutti gli uomini sono fratelli, per poi avviarli alle camere a gas e ai laboratori sede dei suoi sadici, spietati, letali esperimenti di genetica?
 

Oppure quale aberrazione mentale, quale deviazione della psiche poteva spingere un attore fallito di nome Helmut Doork a trasformarsi nel clown col naso truccato di rosso che accompagnava i bambini al treno sul punto di partire per Auschwitz e per un destino di morte? Angelo pietoso delle sofferenze e delle paure estreme dei più deboli, i bambini appunto, a cui intendeva regalare un ultimo sorriso o mostruoso pifferaio di Hamelin, complice del Boia e del Male? È accaduto anche questo!
 

E se, in alcuni casi possiamo trovare risposte nella infermità psichica, nell’aberrazione mentale di alcuni, la distruzione del mondo ebraico è, certo, progetto di lungo periodo che nasce all’indomani del I° conflitto mondiale: l’idea della cospirazione ebraica domina il modo di leggere la realtà dei nazisti che utilizzeranno categorie e concetti antisemiti per spiegare tutti gli sviluppi politici ed economici all’interno e all’esterno della Germania:  il cristianesimo, il liberalismo e le ideologie di sinistra, tutto veniva ricondotto all’ispirazione e alla cospirazione ebraica.
 

Intorno alla metà degli anni Trenta la legislazione antiebraica di Norimberga per la prima volta attua il principio della diversità biologica, rendendo così gli ebrei non solo sudditi, ma sudditi di seconda classe del Reich nazista. Ovvero gli ebrei sono al di sotto degli esseri umani: possono tutt'al più posizionarsi tra gli animali e le cose. Quindi, i bambini degli ebrei sono piccoli animali, piccole cose, neppure in grado di lavorare per il Fuehrer e lo Stato assoluto.
 

Come aveva detto quell’ufficiale tedesco di guardia all’Hotel Maina! “I bambini crescono e diventano schifosi ebrei”. Così, non può sorprendere la testimonianza – una tra migliaia dello stesso tono – di Sebastiano Finzi, deportato ad Auschwitz-Birkenau: “ho veduto prendere un lenzuolo, strappare i neonati che poppavano dalle madri, metterne cinque, sei dentro, fare un fagotto così, come di panni sporchi, e buttarli violentemente sopra a un camion. Un fagotto come i panni sporchi che si lava alla lavanderia...”

I bambini, vittime e anche, talora, carnefici.
Le bambine e i bambini ebrei ormai sono stati “reificati”, “cosalizzati”. Ridotti a cose: ed è quindi consentito il loro sterminio di massa. Perché la guerra condotta contro l’infanzia dal nazismo non è la conseguenza, non è un sottoprodotto del conflitto in corso o del genocidio in atto, ma è la ragione stessa della Shoah. La Shoah ovvero lo stermino, la distruzione, la catastrofe che ha colpito con particolare durezza e ferocia sistematica l’infanzia, i bambinicome portatori di futuro. Non solo gli ebrei, ma anche i rom, i sinti, gli slavi. E, mi si permetta di aggiungere, anche gli stessi bambini ed adolescenti tedeschi: sia quelli uccisi per la loro disabilità, una minoranza ma che macchiava la purezza della razza, sia la maggioranza, quelli educati nelle scuole del Reich al culto della morte e a una feroce intolleranza. Racconta, quasi con stupore, un deportato sopravvissuto, Lello Perugia: “Una volta ci siamo fermati in una stazione in Germania e ho visto intorno al vagone dei bambini con la svastica. Sentivano le nostre grida, ma rimanevano impassibili. C’era proprio una forma di indifferenza, erano talmente infatuati del nazismo anche i bambini… Per me la responsabilità ce l’hanno anche loro. Nessuno ha avuto pietà, nessuno”.
 

Questi bambini con la svastica, spietati come i loro padri nel ricordo di Lello Perugia, sono i figli, sono il prodotto della collocazione dell’infanzia tedesca all’interno del progetto complessivo del nazismo, del suo inquadramento e della sua militarizzazione.
Il decreto che disponeva lo studio della razza nelle scuole tedesche dichiarava che ”per rispondere al desiderio del Fuehrer nessun bambino, ragazzo, fanciulla sia autorizzato a lasciare la scuola senza essere penetrato dell’importanza e della necessità di un sangue puro”.
Nel Mein Kampf Hitler scrive “il tempo del servizio militare deve essere considerato la conclusione dell’educazione normale del tedesco medio”. “La gioventù” ribadisce Hitler “appunto in virtù della sua ignoranza rappresenta quasi sempre il soggetto che meno oppone resistenza e [siccome] “i bambini di oggi saranno gli adulti di domani solo chi li ha veramente conquistati può credersi signore del futuro”.
Così soltanto il popolo tedesco sarà un popolo di guerrieri, esso solo avrà il diritto di portare le armi: gli altri popoli saranno schiavi destinati a lavorare per la casta guerriera dei tedeschi. “Non ci saranno più cinque, sei, o otto grandi popoli sul continente europeo, vi sarà solo la Germania, onnipotente”, dirà Hitler a Otto Stresser.
 

E, sempre per usare le parole del dittatore tedesco, “il nazismo dominerà il mondo per duemila anni e gli darà una pace non basata sugli scodinzolamenti di lacrimose prèfiche pacifiste, ma fondata dalle vittoriose spade di un popolo di dominatori, che si impadronisce del mondo per scrivere una superiore civiltà”.
 

Questo programma aberrante, questo disegno mostruoso, questo piano degenerato, snaturato non si è realizzato.
Che fallisse non era per niente scontato e sconfiggerlo è costato lutti e rovine inenarrabili, materiali e morali, quali mai si erano dati nella storia del mondo.
 

Nostro compito ora, oggi e per l’avvenire è operare con le armi della cultura, dell’informazione, della politica, della diplomazia per impedire che si ripetano le condizioni che hanno permesso l’orrore della Shoah.
Quindi l’impegno di tutti quanti noi deve essere quello di non dimenticare: perché la maledizione degli uomini è che essi dimenticano.
E quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo.
E quando ti chiederanno che cosa facciamo, tu gli risponderai: “Noi ricordiamo”.

" Il sesso delle ciliegie" di Jeannette Winterson



di Fortunata Romeo

“ Odio le etichette” dichiara l’autrice Jeannette Winterson in un’intervista del 1990, al tempo della pubblicazione de “Il sesso delle ciliegie” .

Rispettare il suo desiderio di non essere catalogata è l’unico modo di comprendere la natura di questo  testo che va assaporato, letto e riletto, senza preoccuparsi di metterlo in ordine .

Un libro in cui si entra lasciando senza freni l’immaginazione, seguendo le divagazioni, i salti spaziotemporali, il trasformarsi dei personaggi in un viaggio in cui non mancano  le occasioni per fermarsi a riflettere.

La storia inizia nell’Inghilterra del diciassettesimo secolo, con due personaggi principali, un bambino trovato abbandonato in un fiume a cui viene dato il nome di Jordan e la donna che l’ accoglie,  gigantesca addestratrice di cani, troppo grande e grossa per qualsiasi amore…

Sullo sfondo le vicende storiche della Londra di Cromwell, delle lotte tra realisti e puritani, un mondo di povertà  e meraviglie, di sporcizia, peste e  frutti esotici sbarcati con le navi di ritorno da nuovi mondi…

Una mondo sospeso tra realtà e sogno, tra l’andare e il restare, tra terra, mare e cielo.
La terra , il luogo del radicamento, della realtà pesante e sudicia, il mare l’ orizzonte che suggerisce nuove possibilità , il cielo regno dell’immaginario, delle le fiabe che s’intrecciano senza soluzione di continuità con le vicende reali.

In particolare delicata e struggente è la storia delle dodici principesse,  quasi un libro nel libro:  le vediamo ogni notte fuggire dai loro lettini per andare a visitare in una città sospesa in cielo, fino a che vengono scoperte e date in moglie a dodici fratelli…
Una di loro però fugge il giorno del matrimonio, leggera s’aggrappa ad una fune e vola verso il porto per salpare e non fare mai più ritorno, metafora del desiderio di uscire dai ruoli prestabiliti , verso la libertà di una vita autenticamente vissuta.
E’ lei l’oggetto della ricerca di Jordan, che avendola intravista una volta di sfuggita, se ne innamora e ne segue le tracce  per tutto il mondo.

Condotto attraverso il tempo il lettore si ritrova spiazzato ai giorni nostri, riconosce Jordan e sua madre in due personaggi contemporanei che ne riproducono le fattezze e i gesti.
Come in un eterno presente si manifestano al di là delle epoche gli stessi nuclei tematici :  terra, pesantezza, realtà, cielo, leggerezza, immaginazione, femminile e maschile…tutto si mescola e si connette..

E’ l’amore a tessere la tela, a unire gli opposti, a ricongiungere luoghi, tempi e persone, magari solo per un istante. E’ l’amore a operare miracoli , a permettere ad una madre minuta di reggere sulle spalle il peso insostenibile dell’enorme figlia,  a scardinare gli ordini sociali tanto da essere bandito, a dare speranza..

Le riflessioni filosofiche sull’amore e sul tempo scandiscono il romanzo
-“ E l’amore” le chiesi?” – Aprì le braccia e tenne una breve lezione sulla vita delle stelle marine-
Domande a cui nessuno da risposta, ma che conducono i personaggi fino alla soglia del futuro nell’ epilogo,affacciati come su un tempo anch’esso inesistente in quanto svanisce man mano che ci si avvicina e si tenta di afferrarlo…   Il tempo del sogno, della rivoluzione , di una rifondazione del mondo.

Il viaggio che la Winterson ci ha portato ad immaginare è dunque viaggio verso il futuro, verso l’amore, verso il sogno…un viaggio che nasconde altri viaggi senza nessun definitivo approdo.


IL SESSO DELLE CILIEGIE
Jeannette Winterson
1999 Mondadori Editore










17 aprile 2016

"Il fuoco dello sguardo" di John Berger



IL POETA MINATORE    

di Vianca Tancio Quinzon

“Il poeta è come un minatore che scava in profondità fino a che non trova un fondo nel proprio Io, che è comune  in tutti gli uomini. Scopre gli altri in se stesso” diceva Giorgio Caproni.
Quando ho cominciato a scrivere di John Berger non sapevo nemmeno da dove iniziare, tanta è la sua poliedricità, ma ecco che d’un sol fiato Giorgio Caproni è riuscito a descriverne il carattere più essenziale. Ora so da dove cominciare.

È stato un viaggio, un cammino che tutt’ora sto percorrendo al fianco della sua poesia, alla ricerca di un’espressione, di un’ispirazione, di uno spazio creativo.

John Berger ha ridefinito il mio spazio reale, piantandomi per terra e staccando un paio di piume dalle ali della mia speculazione. Mi ha fatto vedere la falce che taglia il grano, provare le ore eterne in una fabbrica, ascoltare il sussurro dell’acqua nei campi, sentire il dolore di una partenza, dell’assenza.

Mi riferisco, in particolare, alla raccolta di poesie “Il fuoco dello sguardo”, curata e tradotta da Riccardo Duranti, e pubblicata nel maggio 2015, dalla sua stessa casa editrice “Coazinzola Press”. John Berger ha sempre scritto poesie che però erano rimaste sparse fra i suoi saggi, romanzi, racconti ed ora per la prima volta si trovano unite in un'unica raccolta organica e compatta scoprendolo essere un poeta, ruolo con il quale non ha mai voluto identificarsi.
Le poesie sono divise ed organizzate in cinque sezioni: Parole (“Words”), La Storia (“History”), Emigrazione (“Emigration”), Luoghi (“Places”) e L’amore mio (“My love”).

Questa suddivisione pone chiare linee guida alla lettura, rendendola più scorrevole e comprensibile.
John Berger, infatti, è piuttosto un poeta - minatore che scava nei posti più remoti, un artigiano che plasma la materia con maestria.

John Berger è un artista che scandaglia a fondo le capacità umane di penetrare nella realtà con pensiero apparentemente pacato ed immobile, ma agile e dinamico nel suo esplicarsi.

Il suo è uno sguardo che non si ferma sulla superficie, ma scava in profondità, brucia le parti inutili e ne scova l’essenziale. Un occhio sensibile alle variazioni di colore, attento e vigile ad ogni movimento. Un occhio indagatore che scruta e si nasconde senza voler cambiare il fatto, lasciandolo essere.
Non è un caso il titolo in copertina, “Il fuoco dello sguardo”, che allude alla sua abilità di osservatore.

Non usa filtri di nessun tipo, nessuna pretesa di censurare il diverso, l’inusuale, il bizzarro ma racconta liberamente della storia, della vita, della natura, dell’amore, della guerra…
Sono nato dallo sguardo dei morti
fasciato nell’iprite
e allattato in una trincea
(Autoritratto 1914-1918 - da "Il fuoco dello sguardo)

L’esperienza è una parola chiave della sua poesia, che è sobria, asciutta, essenziale, vera. Le parole di cui si serve sono misurate, osate e dirette senza troppi preamboli, perifrasi. I versi sono semplici ed incisivi, liberi si aggrappano sulla pagina e nulla è lasciato al caso.

La metafora del minatore pare la più appropriata a caratterizzarlo e se proprio dobbiamo risparmiare sulla parola, come consiglia Giorgio Caproni, basterà rivolgere lo sguardo in quella miniera per trovarlo alle prese con rocce, pietre e minerali di vario genere.

Leggendo i versi bergeriani mi sembra di riuscire a scorgerlo avere tra le mani pezzi di mondo scrostati, spigolosi ammassi di roccia, filamenti penzolanti di radici, poi subito ricompattati e plasmati con la semplicità di uno sguardo.

John Berger non ha paura di osare.
Nelle lontane ombre dell’alba
sul lato occidentale degli alberi
che paura si diffuse
del giorno appena iniziato
con l’arrivo del sole.
(Per chi si nasconde - da "Il fuoco dello sguardo)

È una poesia che lascia spazio all’immaginazione, alla riflessione, e tronca talvolta le aspettative, rompendo la fluidità della storia.

Ma proprio lo scuotimento dal profondo dell’anima genera una trasformazione che devia dalle attese comuni.
Allora, “...che paura si diffuse”?
Osate immaginare, osate amare.

In una sua serie televisiva, “Ways of seeing”, trasmessa nel 1972 dalla BBC, dice:
“The process of seeing paintings, or seeing anything else, is less spontaneous and natural than we tend to believe”
(“Il processo di visione dei quadri, o di qualsiasi altra cosa, è meno spontaneo e naturale di quanto noi tendiamo a credere”)

Con questo Berger spiega che il nostro stesso sguardo è vincolato dall’essere tale, giacché anch’esso come una macchina da ripresa è basato su alcuni filtri e ottiche costitutivi dell’essere umano che non permettono la visione totale della realtà.

Ma poiché le cose sono silenziose sono molto più facili da manipolare e quindi essere trasformate in diverse forme d’arte. Ecco svelato il segreto della poesia!

La poesia è intercambiabilità di vita, condivisione totale del mio all’altro, rinascita continua e il poeta - minatore è tale perché scopre di avere nel profondo del suo Io qualcosa che lo accomuna agli uomini.
Una farfalla disturba un granello
quel granello un altro
finché c’è tale attrito nella polvere
che il cielo versa latte azzurro
sulle pietre che hanno concepito

Un giorno nasce
Giù per il precipite sguardo dei suoi occhi aperti
vengono condotti gli alberi.
(A Remaurian II - da "Il fuoco dello sguardo")

Mi sono avvicinata alla poesia di John Berger, in particolare a "Il fuoco dello sguardo", grazie a Riccardo Duranti, suo traduttore italiano.

Duranti era stato ospite nella biblioteca della mia scuola per presentare un suo libro di poesie e così in estate, io insieme ad alcuni amici siamo andati a trovarlo nel suo casale a Mompeo, immerso nella campagna della Sabina. Lì ci ha presentato la raccolta di poesie di Berger di cui mi sono innamorata facendomi rapire dal suo modo di scrivere e di presentare le singole parti della sua esperienza.

Dopo aver letto alcune delle poesie abbiamo deciso di creare un gruppo di noi ragazzi, accomunati dall'amore per la poesia, con l'intento di trasmettere questa nostra passione per l'arte ad un più vasto pubblico, facendo conoscere quelle figure che fanno fatica ad emergere e quelle realtà di cui non sempre si parla. Non a caso abbiamo scelto di chiamarci "Il non detto" riprendendo proprio il titolo di una delle poesie della raccolta.

Il 28 novembre 2015, “Il non detto”, per la prima volta, ha presentato “Il fuoco dello sguardo” presso una libreria dei Castelli romani in provincia di Roma con il prezioso intervento dello stesso Riccardo Duranti.

Insieme abbiamo scoperto nuove sfumature della sua poesia e più volte ci siamo posti delle domande, sul come ad esempio riesca ad accostare elementi del tutto differenti conferendo loro un senso, un filo logico. L'essenzialità dei versi fa sì che il lettore s'immerga d'impatto nella sua storia ed inizi a vedere con occhi diversi, con un'altra prospettiva.

Non scrive di luoghi comuni, stereotipi ma segue il suo pensiero che va controcorrente rispetto a quello della massa. Può generare sconcertamento e mettere in dubbio, solleticare la curiosità perché scrive di situazioni insolite, certe volte bizzarre, lontane da ciò che comunemente si potrebbe pensare; non è da tutti infatti associare una trota ad una montagna, o la luce ad un chiodo martellato... Insieme abbiamo discusso sulle poesie, dandone ognuno una personale interpretazione, convinti che sentire più voci apre nuovi spazi entro cui muoversi.

Alcune poesie offrono una maggior consapevolezza sulla realtà, altre inducono a domandare.
Il poeta - minatore presenta la sua esperienza, rivelandola per come è, nuda, spoglia senza edulcorazioni.
qui
la notte è tempo dimenticato
l'alba eterna
e nel freddo sogno
                    di come il pino
                    ardeva
                    come la lingua d'un cane
                    dietro le zanne
(Fabbrica - da "Il fuoco dello sguardo")

John Berger. Il fuoco dello sguardo” curata e tradotta da Riccardo Duranti.  Casa editrice “Coazinzola Press”.













16 aprile 2016

"Giacomino il drago" di Manuela Crisanti



di Laura Menesini

Proprio un bel racconto, una fiaba dentro l'altra come in un gioco di scatole cinesi o meglio come una matrioska perché al suo interno c'è l'animo dell'autrice, la sua sensibilità e il suo essere dalla parte dei meno fortunati. 

Ugualmente diversi-diversamente uguali è il messaggio più bello che ci potesse dare questo racconto così piacevole e scorrevole, questo Giacomino tanto simpatico ma anche tanto birichino che fa dannare la mamma e il nonno, che sogna i draghi che gli permetterebbero di fare giustizia e di liberare la principessa sul pisello (anche lei una diversa???). 

Abbiamo qui molti degli ingredienti delle fiabe di tutti i tempi, il gigante addolorato per la perdita del suo orsacchiotto, quel pupazzo che per un bambino è il suo compagno di giochi e al tempo stesso il figlio di cui prendersi cura, perché la cosa più brutta nel mondo è il non sentirsi utili a nessuno, il non servire a niente! E il bambino iper coccolato soffre per questa sua inutilità.
Perché tirare giù i piedi dal letto al mattino quando il calduccio delle coperte ti trattiene come se ti avesse avvinghiato, se non per una missione da compiere?
E Giacomino questo lo sa bene, lui deve diventare un drago!
Ma quando, nella fiaba delle ombre cinesi, la fantasia si trasforma in realtà, fugge e lui adesso così grande e verde incontra un omino piccolo piccolo che da sempre cerca il venerdì che gli manca.

La fantasia, e con essa tutto quello che rende vivo come se fosse lì davanti ai nostri occhi, è lo strumento migliore per affrontare l'esistenza con gioia e serenità, per superare quei momenti tristi che sempre si presentano nella vita, ma che sono anche quelli che ti fanno apprezzare meglio il dopo bufera.

Significativi e appropriati i disegni, fatti realmente da un bambino di nove anni, dai bei colori e dai particolari eccezionali come le lacrime che riempiono il lago o le mani di Caccoletta.

Uno strumento formidabile, questo racconto, per tutti coloro che si occupano di aiutare i bambini a crescere nel modo più sano e completo possibile!

Manuela Crisanti. Giacomino il drago. con disegni di  Daniele Mazzara.
I soldi raccolti dalla vendita del libro saranno devoluti all'associazione italiana dislessia sezione di Lucca


24 marzo 2016

"Cosa ha significato crescere tra le macerie del 1989 e quelle del 2001?" di Davide Pugnana




                                      EMILE CIORAN
Penso spesso a cosa abbia significato per la mia generazione esser cresciuta tra le macerie e i calcinacci del 1989 e quelli del 2001, tra i brandelli del grande muro divisorio e l'aereo che taglia la torre con la rapidità e facilità di un coltello nel burro. Non so quali cambiamenti latenti queste due "rovine" della Storia abbiano portato nell'immaginario dei nati, come me, nel torno degli anni Ottanta. Non saprei determinarlo; ma è qualcosa a cui dilettantescamente penso. 

Quelle immagini della morte, ad esempio, che ho e abbiamo avuto negli occhi - morte di un'epoca di divisioni politiche e morte di esseri umani - quanto, oggi, condizionano, o hanno messo in crisi e modificato, la riflessione sull'intreccio di paradigmi della modernità quali caducità/immaginazione/illusione? 

Penso questo spronato da alcuni passaggi di un piccolo libro di Emile Cioran, "La fascinazione della cenere" che raccoglie scritti sparsi, pubblicati tra 1954 e 1991. Lo riapro e scorro titoli che avevo dimenticato; ma che mi permettono di ritrovare alcuni nuclei generatori di interessi, oggi, ancora molto vivi in me: "Intorno a Machiavelli", "Da Vaugelas a Heidegger", "Incontri con Paul Celan", "Nicolas de Stael o la vertigine", fino a "Contro l'immagine". 

Tra questi c'è uno scritto su Leopardi. Sono poche pagine, di grande intensità autobiografica: 
"Mi sono sentito, e mi sento sempre, così vicino a lui nei miei stati di prostrazione, d'abbandono e d'orrore [...] a causa ovviamente della noia, piaga della sua vita e piaga della mia, con questa differenza tuttavia: che essa fu nel suo caso generatrice di poesie immense e non soltanto di qualche frase scucita. Ma, barbaro dei Carpazi, oso comunque paragonarmi al suo 'pastore errante' e non penso di essere stato indegno di lui quando, nella mia giovinezza, colpito dalla vastità e universalità del non senso, mi gettavo a terra tra sospiri e convulsioni, in preda ad uno spasimo estremo, certamente meno elegante in questo del pastore asiatico. "

A volte ho l'impressione che quelle immagini della morte nella Storia - che hanno mescolato lo sgretolamento architettonico alla lacerazione della pelle umana; la durezza incrollabile del cemento e del metallo alla docilità della carne, ponendoli, con un crudele livellamento, sullo stesso piano di 'cose' - abbiano agito, nella mia generazione, come allegorie di fascinazione e repulsione della "cenere"; come se esse avessero mandato in rovina non solo la dignità dell'uomo e la stessa nozione di civiltà; ma una reale facoltà di speculazione e una lotta per le illusioni che, oggi, sembra essere crollata o preclusa, o assente, alla mia generazione.

19 marzo 2016

"19 marzo" di Luciano Luciani

                                    Georges de La Tour
Giuseppe: babbo di Gesù, 
              falegname e friggitore.

Giuseppe, il santo babbo di Gesù, ne era solo il padre putativo, ma con la missione di proteggere e custodire il Verbo incarnato e sua madre. Insomma, un protagonista assoluto, strategico, del progetto divino della Salvezza, esempio di pazienza e mitezza, castità e virtù paterne. Assai apprezzato in oriente prima, in occidente poi, dove in tempi relativamente recenti è stato proclamato protettore della Chiesa universale, Giuseppe risulta molto amato a Roma, probabilmente per l’influenza esercitata nel corso dei secoli sugli orientamenti ideali e religiosi del popolo capitolino dalla Confraternita dell’Arte dei Falegnami, potentissima lobby professionale e non solo, sorta a Roma nel 1540, con san Giuseppe a suo patrono. Santo lavoratore, anzi proletario, il suo nome è stato sempre ben presente nell’onomastica delle famiglie umili della capitale che, povere di beni ma non di figli, non si facevano quasi mai mancare un Peppe, un Peppino o una Pina.

Le frittelle di san Giuseppe
Festa di precetto (19 marzo) istituita da papa Gregorio XV e mantenuta tale fino a non molto tempo fa, ha visto le sue solennità intridersi di remote usanze popolari legate al ciclo della primavera e risalenti, credibilmente, alle Liberalia romane, celebrate negli stessi giorni dell’anno in onore di Libero, antica divinità italica della fecondazione, poi identificata col greco Bacco, inventore del vino: divinità della festa e dell’allegria, della trasgressione e del piacere. Nell’antica Roma, in occasione di questa festività gli adolescenti romani sedicenni indossavano la toga virile, mentre giovani sacerdoti e sacerdotesse, il capo ornato da serti di fiori e fronde, percorrevano le vie della città offrendo al dio il foculus, una pasta dolce molto simile alle frittelle nostrane. Una consuetudine, questa, che si è ripetuta ogni anno sino almeno alla metà del secolo scorso: intorno alla metà di marzo, infatti, il centro di Roma (piazza Barberini, piazza Navona, Campo de’ Fiori) e la sua periferia nord-est, soprattutto il quartiere Trionfale dove sorge  la Basilica minore di san Giuseppe, si popolavano di bancarelle provviste di pantagruelici calderoni d’olio bollente in cui venivano fritti – e consumati, ovviamente - migliaia e migliaia di frittelle e bignè in onore del casto sposo di Maria. Giuseppe, infatti, secondo una originale versione tutta romana della storia sacra frutto della fervida fantasia del popolino romano, per campare la famiglia dopo la fuga in Egitto avrebbe esercitato per qualche tempo e con un certo successo anche il mestiere di friggitore. Così raccontano questa curiosa riconversione professionale del santo più importante di tutti quanti gli altri i versi bonari e affettuosi del poeta romanesco Adolfo Giaquinto (1847-1937):

San Giuseppe faceva er falegname
e benché fusse artista del talento
nun se poteva mai levà la fame
pe cquanto lavorasse e stasse attento:
un giorno fece: “Alò! Ccambiamo vento.
Lassam’annà ‘sto mestieraccio infame!”
Prese ‘na sporta, messe tutto drento,
e ccaricò er somaro de legname.
Poi se n’annò in Egitto co’ Maria,
e doppo un par de giorni ch’arivorno
uprì de botto ‘na friggitoria.
Co’ le frittelle fece gran affari,
apposta in tutta Roma, in de sto ggiorno
sorteno fòra tanti frittellari.


Se per l’antropologia culturale il fuoco e il fumo rimandano a riti antichi di purificazione agraria tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, a noi, ragazzi di ieri che ci aggiravamo con curiosità e stupore - e un certo appetito proprio dei figli dell’immediato dopoguerra - per le strade e le piazze di Roma, rimane il ricordo, indelebile nella memoria, di un sentore, forte e solleticante, di fritto nel naso e di un sapore, dolce e unto, nel palato.

18 marzo 2016

"Pasolini e la fotografia" di Gianni Quilici





Pasolini aveva la faccia dell’artista.
Perché era una faccia scavata, a volte quasi allucinata, con occhi piccoli e incavati, che esprimevano una concentrazione ed un’energia che strabordava, si imponeva e si impone. Una forza autentica, ma anche forse cercata: l’idea che PPP aveva di sé e voleva trasmettere. Un attore-autore con una parte sola: creare incessantemente creare. Non è un caso che, per interpretare Giotto nel Decameron, abbia scelto se stesso e che il risultato sullo schermo sia esemplare nel delineare la tensione corporea e psichica di chi crea, in questo caso, con colori e pennello.

Proprio per queste ragioni molte delle sue foto sono indimenticabili, perché vanno oltre quei volti “medi” o “piccolo borghesi”, che, la maggior parte degli artisti si porta appresso. Ha detto a questo proposito Moravia:” Quando si svegliava al mattino presto, col sonno, veniva fuori una faccia da uomo delle caverne. Abbastanza paurosa. Da primitivo. Poi si ricomponeva e assumeva la sua faccia dolce”

Questo volto è stato molto ripreso.  Soprattutto da fotografi di scena durante i suoi film: Mario Tursi, Angelo Novi, Mimmo Cattarinich, Maril Parolini, Angelo Pennoni, Deborah Beer, Divo Cavicchioli, Paul Ronald  e altri. Tra le tante foto significative una emblematica di Mario Tursi sul set di Medea: Pasolini su uno sgabello, vicino alla macchina da presa,  il volto chino, poggiato sul braccio, pensoso e scultoreo, ma con leggerezza, e completamente estraniato dalla folla di curiosi “normali”, vicini e lontani sullo sfondo. Sono queste le ragioni probabilmente, per cui sono molti sono i libri usciti, dove l’immagine di PPP e dei suoi film è predominante.

L’ultimo, “Scatti per Pasolini” di Mario Dondero (5 Continents editions), raccoglie diverse immagini di PPP e dei suoi amici, alcuni di questi antologiche come quello di Pasolini ripreso di fianco in piano americano con dietro, ad altezza di spalla, leggermente sfuocata, a formare quasi un prolungamento, la madre Susanna, così straordinariamente simile a lui. Tra gli altri fotografi, straordinari sono gli scatti di Giovanni Giovannetti, perché lo colgono, in primissimo piano,  in un dibattito alla festa nazionale dell’Unità a Firenze, attraverso una successione di immagini, che formano una sequenza cinematografica unica e nello stesso tempo variegata: mentre medita, legge, forse scrive, parla, gesticola.

 Ma gli scatti più interessanti non soltanto in sé, ma per il progetto che sottintendevano sono quelli di Dino Pedriali. Perché, come si desume dalla testimonianza dello stesso fotografo, allora giovanissimo ed alle prime armi, quelle foto iniziavano un reportage, che avrebbe dovuto essere inserito nel romanzo della sua vita “Petrolio”, poi rimasto incompiuto.

Un progetto, ecco la novità, di cui Pasolini stesso era il regista. Infatti senza togliere nulla al talento fotografico di Pedriali, confermatosi anche in seguito, forse per la prima volta, Pasolini sceglie la macchina fotografica con l’idea di utilizzarla ai fini di un lavoro creativo, di cui lui è l’ideatore e il progettista. Pochi giorni dopo sarà ucciso, ma queste prime foto delineano già il progetto: essere “colto” durante lo scorrere della sua vita quotidiana. Così lo vediamo a Sabaudia, mentre passeggia e sullo sfondo ventoso del lago, lo vediamo all’opera sui tasti della macchina da scrivere, lo vediamo infine in piedi in camera e mentre legge, nudo, sdraiato sul
letto …   
Un progetto appena iniziato, che Pasolini non avrebbe mai veduto. Cosa ne sarebbe venuto fuori è impossibile immaginare.










07 marzo 2016

“Potenza espressiva dell'amore non detto: Tolstoj e Pasternak” di Davide Pugnana




Dalla parte dei lettori, spesso non abbiamo coscienza dell'estrema difficoltà nel trattare alcuni temi all'interno del romanzo. Molte soluzioni ci sembrano scaturire da un getto naturale e spontaneo.

Prendiamo, ad esempio, lo stranoto tema dell'amore. Non la meditazione sul sentimento, non la sua resa introspettiva; bensì la sua polarità e frizione nella rappresentazione della coppia, calata nelle maglie di un romanzo.

Come renderlo? Che cosa accogliere e che cosa evitare? Niente di più difficile che narrare l'amore senza incorrere nell'infinito pozzo dei già detto. In molti romanzi, la naturalezza realistica e il taglio di alcuni episodi ci sembrano scontati; arrivati in quella zona minata sentiamo il pericolo della banalità. Temiamo di essere delusi nello svelamento di un mistero.

Fino a quando non ci soffermiamo a riflettere su due scene narrative tra le più belle e perfette nella storia del romanzo occidentale. Entrambe appartengono al romanzo russo ed entrambe condividono un comune denominatore: l'amore mancato.

 L'amore tanto più profondamente sviscerato perché innominato. L'amore che non osa pronunciare il suo nome. L'amore lasciato oscuramente inespresso dentro i personaggi; potenziato perché tenuto sul limitare del "potrebbe essere e non è", nell'interlinea di un istante mancato. L'amore come istanza vacillante e, proprio in virtù di questa condizione, dilatato nella sfera della desiderabilità, mediante il dosaggio evocativo d'un sapiente uso dei dettagli.

Non è un caso che Tolstoj, in "Anna Karenina", decida di calare Levin e Kitty in «una limpida giornata di gelo», su una pista di pattinaggio, alle «quattro del pomeriggio»: Kitty indossa «un sofisticato abito di tulle dalla sottogonna rosa» che oscilla lieve, mentre le lame dei pattini scivolano cadenzate sulla lastra gelata e scandiscono un dialogo in cui la stupenda superficialità dei temi traduce un'inaudita dichiarazione d'amore.

Qualche decennio dopo, neppure Yuri e Lara si parleranno. Quando, nel "Dottor Zivago", Yuri ritrova Lara nella biblioteca di Juriatin, non la saluta; resiste all'impulso di avvicinarsi e resta a guardarla da lontano, su una soglia dove Pasternak spalanca e tesse una distanza attraversata da emozioni, voci notturne, sogni, presagi di ciò che potrà venire: una felicità insieme terribilmente vicina e terribilmente impossibile.


E' in questa abrasione di prossimità e lontananza che Tolstoj e Pasternak ci fanno sentire tutto il passato e tutto il futuro compresenti nello spazio di vuoto pneumatico che, in una stupenda dialettica tra parola e silenzio, separa e unisce per sempre Levin e Ketty, Juri e Lara.

06 marzo 2016

"Cosa resta di noi" di Giampaolo Simi

di Luciano Luciani

Cosa resta di noi (Sellerio 2015), titolo dell'ultimo romanzo di Giampaolo Simi, si sarebbe potuto anche intitolare Scene da un matrimonio, il celebre film di Ingmar Bergman del 1973. Anche qui, infatti, come nel film del regista svedese, una coppia di sposi, Guia ed Edo, il narratore: un ménage apparentemente felice. Meglio, forse, sereno, perché, si sa, la felicità non è di questo mondo: certo affiatato. Ancora giovani, i due coniugi si vogliono bene; si rispettano; tra loro c’è complicità, ironia, una robusta attrazione fisica…

Ma, c’è un ma… manca un figlio che fatica ad arrivare nonostante ogni sforzo. Guia, bella, ricca, colta, elegante, piena di charme, non è creativa. Non riesce a creare: intanto il figlio che i due tanto vorrebbero, poi non riesce nemmeno a scrivere e a pubblicare il romanzo che sente urgere dentro di sé. Una tensione perenne logora la loro relazione, la rende asimmetrica, squilibrata a favore di Guia, più egoista, determinata, prepotente. Una condizione di subalternità che il marito in parte subisce, in parte rifiuta in una lotta tra i due sempre più feroce, scomposta, senza esclusione di colpi. Edo percepisce questa disarmonia, ma è uno che si accontenta: non è un lottatore, ma un contemplativo e, soprattutto, è perdutamente innamorato della sua donna.

Simi racconta bene, direi magistralmente, questa progressiva entropia dei sentimenti:  il loro declinare ora lento, ora tumultuoso e precipite, sino a trasformarsi in qualcosa di acido, di velenoso, contrappuntando la narrazione di un amore al crepuscolo con pagine di flash back  che descrivono, invece, i momenti alti della storia tra Guia ed Edo. In questa relazione che progressivamente si sfilaccia si insinuano il caso e il caos: ne è portatrice Anna, donna piacente ma non bella. Non raffinata, non elegante, né colta come Guia. Di origini popolari, è avviata inesorabilmente verso la mezza età, con un passato tumultuoso alle spalle e un futuro opaco davanti a sé.

Un’incredibile nevicata invernale - quando mai nevica in Versilia? - , un tradimento coniugale - desiderio? Infatuazione? Occasione? Peccato? - che si consuma in maniera tanto convenzionale quanto sordida, una misteriosa sparizione... E quella che sembrava la storia di una coppia ormai avviata verso la crisi si trasforma in un mistero: una vicenda elusiva, sfuggente, indecifrabile. Solo due persone ne conoscono, forse, i lineamenti essenziali: una è probabilmente l’assassino, l’altra non può parlare... Tra spostamenti progressivi del sentimento amoroso e dettagli criminali, una trama tutta collocata sugli scenari desolati di una Versilia invernale, in letargo, in attesa dei fasti e dei riti del divertimento estivo di massa. Un luogo non-luogo: un divertimentificio addormentato in attesa del risveglio in un dilatarsi impalpabile dell' eccitazione fino alla frenesie indiscriminate e omologate proprie della stagione turistica. Su questi luoghi e secondo questi tempi ora lenti, ora veloci e rovinosi, si degrada la passione che lega i nostri due protagonisti e cresce l'enigma che li riguarda con le sue devastanti conseguenze in un crescendo di tensione e di strazio che ogni grande amore sconfitto porta con sé.

Anche per il Lettore consumato, una prova autoriale, questa di Giampaolo Simi, di rara intensità e non fa meraviglia che a Cosa resta di noi sia stata assegnato il prestigioso Premio Scerbanenco - La Stampa 2015 in occasione del recente Noir in Festival di Courmayer.

Giampaolo Simi, Cosa resta di noi, Sellerio editore, Palermo 2015, pp. 300, euro 14,00

24 febbraio 2016

“Terra matta” di Vincenzo Rabito



di Camilla Palandri


La visione casuale di “Terramatta “un bel documentario del 2012 diretto da Costanza Quatriglio, ha suscitato in me la voglia di leggere il libro,partendo così per una volta da un ordine inverso.
Sono rimasta colpita da questa singolare narrazione , dallo sforzo notevole fatto l’autore per mettere in forma scritta la storia della sua lunga e movimentata esistenza.

Vincenzo Rabito è un siciliano di Chiaramonte Gulfi ,un paesino in provincia di Ragusa, bracciante, soldato, carpenterie; è semianalfabeta e solo a 35 anni riesce a prendere la licenza elementare. In età avanzata, si isola nella sua stanza per sette lunghi anni e con una vecchia Olivetti raccoglie in più di mille pagine ad interlinea zero senza alcun margine la sua “ molto maletrata e molto travagliata e molto disprezata vita.”

L’opera è rimasta in un cassetto fino al 1999 quando il figlio Giovanni l’ha inviata all’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano che raccoglie diari e memorie di gente comune che narrano, in varie forme, la storia d’Italia.
Nel 2000 il libro ha vinto il “Premio Pieve- Banca Toscana”. Nel 2007 è stata pubblicata la versione ridotta di quello che fu definito da un giurato il “capolavoro impossibile” .

Il testo è stato suddiviso in capitoli per dargli maggiore organicità e facilitarne la lettura che tuttavia risulta abbastanza impegnativa proprio per il linguaggio utilizzato, una forma prevalentemente orale infarcito di parole siciliane continuamente separate da punti e virgole. La versione comunque si attiene fedelmente al testo e allo stile dell’autore ed ha l’unico scopo di rendere fruibile l’opera .

Superato l’impatto iniziale, anche se la velocità di lettura è continuamente rallentata dalla necessità di capire le parole che cambiano continuamente forma pur quando sono le stesse, la narrazione coinvolge sempre di più per il ritmo intenso e le vicende e vicissitudini che si susseguono incessantemente. Mai c’è per il protagonista un momento di tregua, sempre nuove peripezie lo attendono nella sua lotta quotidiana per la sopravvivenza, sempre deve escogitare nuovi stratagemmi ,usando l’astuzia e mille
sotterfugi, cambiando camaleonticamente “casacca” a seconda del periodo storico per adattarsi al nuovo e garantirsi una possibilità di lavoro.

La narrazione attraversa cinquant’anni di storia italiana, dalla prima alla seconda guerra mondiale, al sogno fascista dell’impero coloniale, alla miseria del dopoguerra fino al boom economico degli anni 60 , “la bella ebica”, di cui godranno i figli.

Ne esce un affresco vivo e molto pittoresco, a volte comico, soprattutto quando parla del suo difficile rapporto con la terribile suocera “impriaca di nobiltà. “
Più che in una lettura sembra di essere immersi in un racconto orale , ascoltare la storia dall’altra parte, come l’ha vissuta un uomo umile, un racconto che emoziona e appassiona.
“Se all'uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare” e la vita di Vincenzo Rabito è stata un vero romanzo.

Vincenzo Rabito .Terra matta. Edizioni Einaudi, pag.411.