di Luciano Luciani
Partiamo dal titolo del libro: Il Mastro, il sigaro e la sedia. Romanzo calabrese. Mastro è il termine con cui ancora oggi si indica un artigiano specializzato, che eccelle in qualche attività al punto da poterla insegnare agli altri. È attributo di rispetto: e Mastro Andrea il rispetto lo merita, perché ama la cultura e soprattutto ama la bellezza degli oggetti ben fatti, che debbono sfidare il tempo e aiutare l’uomo a vivere meglio. È un falegname, lavora il legno, un materiale caldo, vivo… Costruisce cose concrete, tangibili. A partire dalle sedie. Perché una sedia è un progetto: c’è da scegliere il legno migliore, prendere le misure, definire le connessioni e gli incastri, le rifiniture, l’impagliatura, la lucidatura... E tutto evitando gli sprechi, di materiale e di tempo, intollerabili in una società povera come quella calabrese del secolo scorso.
La sedia è il paradigma del dovere, della fatica, del lavoro ben eseguito.
Piacere è il sigaro.
Un piacere misurato, intelligente, che aiuta a volte a concentrarsi, talora a rilassarsi. Un piacere critico e ragionato, non nevrotico come la sigaretta.
Nel titolo Il Mastro, il sigaro e la sedia. Romanzo calabrese, troviamo, dunque, le coordinate etiche (e geografiche) dell'Autore e l’indicazione del vero protagonista morale - Mastro Andrea, appunto - di questa storia. Che ha per oggetto più di un secolo di vicende di una famiglia meridionale, calabrese, formata da Nicola, pescatore, e Annina, contadina. Il romanzo racconta soprattutto la storia del loro unico figlio, Vincenzo, che rimasto orfano di padre in tenerissima età a neppure dieci anni, andrà a bottega da Mastro Andrea, da quel momento la sua figura adulta maschile di riferimento. Una sorta di padre putativo, come fu Giuseppe, anche lui falegname, per Gesù.
Ragazzino sfortunato, Vincenzo: perché alla perdita del padre nella Grande Guerra, si accompagnerà quella della madre, Annina, che impazzita di dolore per la morte del marito, sparirà per lunghi, lunghi anni fino a riapparire, inaspettata, molto più tardi…
E Vincenzo affronterà il difficile mestiere di crescere senza la madre, in compagnia della nonna, l’affabulatrice della famiglia e della zia Vittoria, sorella di Annina, sarta dalle mani d’oro, ma sfortunata in amore: suo marito,infatti, emigrante, partito per "la Merica" per fare fortuna, non è più tornato.
Sullo sfondo, a suo modo protettivo ed educante, il piccolo borgo di Vela, le sua piazza animata, luogo della della diffusione delle notizie attraverso l’esibizione del cantastorie, l’unica fonte d’informazione per quei luoghi e quegli anni… Protettiva Vela: infatti, Vincenzo andrà difeso, perché le zanne della Storia grande, che non avevano risparmiato suo padre Nicola mandato a morire nel corso del primo conflitto mondiale, si allungano anche su di lui: il fascismo non perdona al giovane il suo rapporto filiale con Mastro Andrea, spirito critico e libero, e sia il Mastro sia il suo discepolo, in tempi diversi, saranno costretti ad allontanarsi dalla piccola comunità calabrese. Il Mastro andrà lontano e sarà partigiano, Vincenzo troverà nelle montagne calabresi, già luogo privilegiato di santi e briganti, la necessaria tutela in attesa di tempi migliori. E questi, sia pure a fatica, arriveranno e saranno i giorni del riscatto civile di Vela con il Mastro e Vincenzo indubbi protagonisti.
In questo romanzo storico e di formazione, l’Autore ci regala una serie di personaggi di prima fila difficilmente dimenticabili: la figura tragica di Annina; il tenero Nicola, suo marito; Vincenzo, loro figlio; il Mastro; zia Vittoria... Figure robuste e ben tagliate come gli oggetti che uscivano dal laboratorio artigiano di Mastro Andrea, personaggi ben definiti e coerenti nel loro agire, curati nella psicologia e nella vita interiore.
Una saga familiare mediterranea, questa di Beppe Calabretta, che rielabora vicende private, autobiografismo, motivi storici, ideali civili in un‘epopea paesana paradigmatica. Vela, i suoi abitanti, le loro storie racchiudono in sé i termini di questioni più larghe: un secolo di rapporti subalterni del Sud con lo Stato unitario dal punto di vista degli umili. Raccontano il brigantaggio, l'emigrazione, la Grande Guerra, il fascismo, il problema meridionale: il difficile, e ancora attuale, riscatto del mezzogiorno; la sempre complessa, e a volte dolorosa, relazione tra tradizione e modernità .
L’esistenza quasi secolare di Vincenzo riassume in sé tutti questi temi e la narrazione della sua vita ne offre una lettura complessa e contraddittoria, ma anche carica di speranza per un domani tutto da costruire e forse migliore.
Pagine meditate e probabilmente sedimentate a lungo queste del Mastro, il sigaro e la sedia di Beppe Calabretta, una delle sue opere più complesse e impegnative.
Il risultato è una lettura appassionante e un messaggio umanissimo e positivo da consegnare al pubblico dei Lettori.
Beppe Calabretta, Il Mastro, il sigaro e la sedia. Romanzo calabrese, Tra Le Righe Libri, 2015, pp. 240, Euro 15,00
12 ottobre 2015
29 settembre 2015
"Alma Mater" di Yuval Avital
di Maria Teresa Landucci
Installazione icono-sonora per una foresta di 140 altoparlanti, leggendarie etoiles del Teatro della Scala e merlettaie.
Una breve sosta nell'anticamera appositamente oscurata e poi via .... immersione totale in una foresta di suoni, luci, immagini.
Nella "cattedrale" della Fabbrica del Vapore a Milano, incubatore e fucina di creatività, hai l'impressione di calarti in un mondo al primo impatto sconosciuto. Sul pavimento del grande e suggestivo spazio architettonico, di archeologia industriale, una serie di cerchi, delimitati da orbite di luce mobile, si susseguono uno dopo l'altro, evidenziati da elementi in terracotta.
Forme volumetriche perfette, sfere e cilindri, che fungono da diffusori di nenie, canti, racconti, favole e preghiere che si sovrappongono una all'altra, intrecciandosi ai suoni della natura. Lingue diverse, timbri di voce differenti, ma ugualmente femminili.
Al primo sentire ognuna sembra parlare una lingua propria, ma oltre il primo e superficiale ascolto i suoni paiono unirsi, fondersi in un'unica melodia. Voci femminili che sembrano nascere dalla terra, ma alimentate da una sorta di spirito ultraterreno (i diffusori di suoni sono globi o cilindri in argilla cotta o pietra, alimentati al centro del cerchio di luce, da un fascio di cavi elettrici provenienti dall'alto, dalla copertura della sala).
Nella navata del grande spazio-cattedrale, baricentro dell'installazione, quasi fosse un immaginario ombelico, tre anelli contigui, evocazione del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, tracciati sul pavimento tramite cumuli di terra. Simbolico legame fra passato, presente e futuro, ventre materno ed infinito cordone ombelicale.
Mi stendo all'interno di uno dei tre anelli e mi lascio trasportare dal turbine di suoni, luci ed immagini di volti femminili che si alternano alle danze delle etoiles della Scala, Liliana Cosi e Oriella Dorella, proiettate in formato gigante, sulla facciata interna della cattedrale. Luogo di un immaginario altare, dove la bellezza non è artificiosa messa in scena, ma eleganza di movimenti e di corpi, che divengono danza e ricchezza espressiva di volti segnati dal tempo. Nessuna linea spigolosa, qui tutto è curvo e sinuoso, come a ricordare le forme femminili e avvolgenti, nell'abbraccio del ventre materno, luogo magico del concepimento e della vita.
A margine della grande sala, nella navata sinistra, presenze femminili concrete: le donne dell'Accademia del Merletto a Tombolo, intente a lavorare ad un'opera d'arte fatta di fili e di infinita pazienza. Il lavoro quotidiano che diviene performance d'arte, che tramanda e mantiene viva la perizia di queste donne.
Mi muovo fra le orbite di luce, ognuna all'occhio individuabile come un pianeta indipendente. Mi fermo, concentrandomi sulla miriade di suoni diversi che bombardano il mio orecchio, fino ad astrarmi dal luogo in cui mi trovo e percepire tali suoni come un'unica melodia, appositamente composta ed orchestrata. È questa la melodia della vita, che rimanda al mistero che in ogni istante si rinnova, tramite la donna come motore e principio generatore, ma anche porta di ingresso di un ideale viaggio che dalle origini, attraverso il presente, ci conduce nel tempo futuro.
21 settembre 2015
"Non è che l'inizio" di Gianni Quilici
![]() |
| da "Lucca che vive" di Gianni Quilici |
Lettera di Andrea Appetito
ho terminato da poco di leggere Non è che l’inizio. Grazie per avermelo inviato. Grazie per la
fiducia.
Mi ricordo quando da un internet caffè qui vicino ti scrivevo
e leggevo il tuo blog Gettare il corpo
nella lotta
Nel protagonista del tuo libro c’è una disperata vitalità
Tutto è un’ipotesi
per usare una parola che ripeti più volte
Un’ipotesi di lavoro
Un’ipotesi di amore
Un’ipotesi di vita…
C’ è un’erezione continua che lo attraversa
Un’ipotesi di coito
spesso interrotto
alla vigilia di una svolta “epocale”
Quella del PCI
Alla vigilia di qualcosa che ancora non si dà o che sbuca
appena
di corsa
come il bambino nell’ultima foto
Mi piace leggerlo come un’ipotesi di romanzo
senza freni
Spesso molto mentale spesso attraversato come scrivi da una
voglia di manifestarsi così forte
da scomparire
una disperata vitalità nei rutti, nelle pisciate, nelle
scopate, nelle fantasie erotiche o artistiche
Un’altra impressione: l’ho sentito a volte autobiografico
non so se realmente lo sia
ma a volte si sente molto autobiografico
e come lettore a volte mi è sembrato di inciampare nel cordone
ombelicale che lega il protagonista all’autore
Mi piace l’ipotesi di romanzo
il romanzo come ipotesi
cioè un coacervo di appunti poesie frammenti elucubrazioni
voglie deliri fantasie erezioni
Il coacervo del protagonista però mi pare a volte troppo
legato al suo autore
Il contesto
Lucca e i suoi vicoli le piazze che si aprono improvvise come
certi desideri che affiorano al contatto o alla vista o al passaggio è una geografia
provinciale che come lettore sento che ci sta bene addosso al protagonista
Il passaggio simbolico legato alla fine del Pci
è un contesto storico che mi aiuta come lettore ad amplificare
il passaggio del protagonista dalla giovinezza all’età adulta (e tutte le sue
resistenze…)
Forse come lettore mi è mancato un contesto più abbozzato
qualcosa di più sugli effetti
sulle vite
sulle relazioni di tutti i militanti di quel tempo
compreso il protagonista
che sta sempre
a parte
ma poi dice una cosa che sento molto tua
su quei comunisti che si sono sbrigati a definirsi non più
tali
e che forse comunisti non lo sono mai stati
(condivido quel pensiero, un pensiero da gianni q di gettare il corpo nella lotta...)
Ci sono queste tre
righe che mi sono segnato perché ho pensato che più forte della caduta del Pci
Rimpiangeremo molto quel rumore
quel tonfo come scrivi che facevano un tempo le nostre lettere
che cadevano nelle cassette postali
(come la lettera che lui scrive ad Eloisa… interessante nome per un Abelardo che- piuttosto che evirato- è
un’erezione permanente…)
“sento come un soffio
la caduta leggerissima della lettera
sul
fondo della cassetta postale”
Ho apprezzato molto anche l’ironia che affiora nel “diario”
del protagonista…)
Per quello che conosco e ho conosciuto gianni q
sento che la sua tensione è stata quella di corrispondere e
creare trame
Oggi credo che la nostra battaglia culturale spesso invisibile
e anonima
passi attraverso quella trama delicatissima e vitale
che dobbiamo tessere e ri-annodare pazientemente insieme
Perciò di tutti i predicati che usi nella postfazione qui
ricopio quello che sento più urgente
Ri-creare
Andrea Appetito pubblica nel 2001 il libro "Cluster Bomb" per Altrastampa Edizioni (Napoli). Nel 2005
realizza "Quién es Pilar?",
cortometraggio in co-regia con Christian Carmosino, selezionato in oltre 30
festival internazionali, riceve numerosi premi in Italia e all’estero. Nel 2007
un suo racconto "L’Eredità"
viene messo in scena a teatro a Rio de Janeiro (Brasile) ed è tuttora in
cartellone con oltre 80 repliche. Nel 2008 realizza "L'ora
d'amore" con Christian Carmosino, presentato in anteprima alla 3° edizione
del Festival Internazionale del Film di Roma e vincitore di numerosi festival.
18 settembre 2015
“Orfanatrofio” di Francesco Zizola
di Gianni Quilici
Due sono gli
elementi che spiccano e si fondono fulmineamente nello sguardo che posiamo su
questa foto di Francesco Zizola; foto presente nel bellissimo libro Born Somewhere, che ha come soggetto l’infanzia
vittima della povertà, dello sfruttamento e della guerra.
Il primo elemento: l’oscurità che avvolge quasi l’intera immagine; secondo: i volti di quattro ragazzi di un orfanatrofio somalo.
Questi volti
sono intensi, ognuno con una propria
psicologia, evidenziata con forza dal primo piano: la dignità distaccata del
più grande, la richiesta sofferta del bambino in basso, quella forse rassegnata
del bambino sovrastante e infine soltanto l’indefinibile luce dell’occhio del
bambino più piccolo.
Il buio che li avviluppa
e le stesse ombre che si disegnano sui loro volti evidenziano e drammatizzano i
loro primi piani. E’ uno di quei casi, in cui il vigore della forma diventa esso
stesso contenuto e in cui non si può fare una netta separazione tra l’uno e l’altro,
perché è nella loro simbiosi la potenza dello scatto.
Francesco Zizola.
Baidoa. Somalia. 2000.
12 settembre 2015
"Memorie dell’estate" di Emilio Greco
di Gianni Quilici
L'espressività di un culo snello e carnoso
Le braccia intrecciate sul capo come libertà o riposo
Il volto forse assorto e enigmatico
sulla via centrale di Tarquinia
Le braccia intrecciate sul capo come libertà o riposo
Il volto forse assorto e enigmatico
sulla via centrale di Tarquinia
per gli occhi possibili di tutti.
Una scultura in
cui la bellezza erotica,
in una contorsione
plastica del corpo fluida,
è esibita, ma non
compiaciuta,
anzi distaccata,
allontanata
come se il senso
della vita
fosse non in ciò
che è immediatamente evidente
ma altrove,
in quel volto
indecifrabile,
di una
misteriosità pensante.
Emilio Greco. "Memoria
dell'Estate". Tarquinia 1980.
11 settembre 2015
"Il Flauto Magico" di Mozart
E’ stato
davvero bello, il 16 agosto, ascoltare e vedere Il Flauto Magico nel cortile di
San Micheletto a Lucca. La messa in scena di un’opera di Mozart, purché abbia alle
spalle studio, amore e dedizione, ha sempre del miracoloso.
Questo
allestimento, curato da AEDO- Accademia Europea dell’Opera,nell’ambito di un
festival internazionale organizzato da University of Western Ontario e da
Centro Studi Opera Omnia Luigi Boccherini, ha visto la partecipazione di giovani
cantanti, che si sono avvicendati nel corso di tre serate ( due a San
Micheletto, la terza al Real Collegio) ed anche nel corso di una stessa recita,
su un nudo palcoscenico, sostenuti da una piccola orchestra coesa, sotto la
direzione del maestro Simone Luti.
I
movimenti avvenivano nella totalità della struttura ambientale, tra il
porticato e il giardino, di fronte al pubblico, ma anche intorno ad esso, senza
quasi scenografia; semplici costumi e oggetti che fungevano da segni o simboli
davano riconoscibilità alle fasi del
Singspiel e, nonostante la povertà dell’impianto complessivo e alcuni
tagli operati, la messa in scena ha restituito l’incanto della fiaba, una
“favola per la ragione”, come recita il titolo del bel saggio di Renato Musto e Ernesto
Napolitano edito da Bibliopolis ( 1 ).
Nella
rappresentazione, ben controllata dalla regia attenta di Mariano Furlani, molto
suggestive sono apparse le apparizioni della Regina della Notte, interpretata
da due cantanti, Amalea Lutsenko nel I atto e Laura Mackay nel II, che hanno
dato spessore di terribilità al personaggio, rendendo le arditezze delle arie
funzionali al ruolo e al momento; dal canto suo, l’ accompagnamento orchestrale
ha saputo cogliere il senso di sospensione e di mistero avvolgente della
partitura.
La
scelta, giusta a mio parere, di mantenere la lingua tedesca per le parti
musicali e di tradurre in italiano quelle recitate ha permesso di coniugare la
fedeltà all’originale con la comprensibilità dell’intreccio.
I
cantanti, dotati di belle voci, sia pure, quale più avanti, quale meno, in un
percorso che necessariamente dovrà essere di maturazione, spinti dal desiderio
di far bene e dall’entusiasmo, hanno dimostrato presenza scenica e abilità
recitativa; hanno colpito soprattutto le due interpreti della Regina della
Notte e Anthony Rodriguez, scherzoso,
lieve e dignitoso nei panni di Papageno.
(1) Renato
Musto Ernesto Napolitano UNA FAVOLA PER LA RAGIONE – Miti e storia nel Flauto
magico di Mozart
06 settembre 2015
"Lanzarote, la finestra di Saramago" con testi di Josè Saramago
di Laura Di Simo
Per puro caso, aggirandomi tra le pile di libri dello studio, pericolanti, variopinte e disparate, il mio sguardo è stato attratto da un volume, arrivato di recente: Lanzarote la finestra di Saramago, edito da Quarup, luglio 2015. Proprio così, il mio sguardo è stato attratto dalla copertina: uno squarcio di cielo, una riva rocciosa e frastagliata che si affaccia su un mare nero. Un'immagine simbolica e molto evocativa di Lanzarote, la più occidentale delle Canarie, isole vulcaniche che dalla costa africana si protendono verso l'Atlantico.
E così pagina dopo pagina, mi sono lasciata catturare dalle inquadrature a tutto campo, quasi esclusivamente in bianco e nero (rarissime sono le macchie di colore), un bianco-nero raffinato e percorso nelle sue innumerevoli sfumature. Queste immagini spesso contengono considerazioni e frasi, coinvolte nel medesimo gioco di contrasti (bianco su nero e nero su bianco) ora sussurrate in caratteri minuti, ora gridate a caratteri cubitali.
Il volume dunque ha una potenza visiva di grande impatto: non per niente è un omaggio di un grande fotografo Joao Francisco Vilhena all'amico Josè Saramago. Due protagonisti assoluti dell'arte contemporanea si sono incontrati in un abbraccio che dura oltre la morte. Lo racconta il fotografo Vilhena, nella breve introduzione al volume, in cui, sintetizzando i tratti salienti di una amicizia, esplicita le motivazioni della sua narrazione, fatta di immagini ovviamente. E così scorrono una dietro l'altra le foto dell'isola, arida, stratificata sulla lava, divenuta nel tempo dura pietra nera: il profilo essenziale è sporadicamente interrotto da ciuffi d'erba e alberelli stentati, sopravvissuti al calore del sole, alla violenza del vento e alla mancanza d'acqua; prolificano invece i cactus che protendono enormi dita pelose verso il cielo.
Questo è il paesaggio di Lanzarote, ma è un paesaggio che “...risulta vuoto senza la
persona che lo inquadra...”. Sono parole di Pilar Del Rio, la moglie di Saramago, che ha scritto la postfazione. La persona che inquadra e quindi anima la natura è senz'altro il fotografo, ma anche lo stesso Josè Saramago, che, facendosi ritrarre , diventa parte integrante dell'opera d'arte. La sua presenza infatti da vita alle splendide immagini, ora dominandole in posizione centrale, ora arricchendole con una visuale alternativa, ora sottolineandone il mistero con le sue parole.
Il libro dunque vuole essere un dono al grande scrittore portoghese, che ha scelto negli ultimi anni di ritirarsi in questo luogo, in cui l'esistenza è, giorno per giorno, una scommessa, è un grido strappato alla morte, che incombe dietro l'angolo. Chi conosce Saramago sa quanto la sua letteratura, la poesia, i romanzi siano legati alla sua terra, alla storia del Portogallo ripercorsa fin dalle epoche di un glorioso passato. E allora è inevitabile chiedersi il perché di questa scelta.
In realtà, molti altri personaggi del mondo dell'arte e della cultura, ieri come oggi, sono approdati alla stessa meta: fuggendo dalla fama e da un pubblico spesso troppo invadente, hanno cercato un luogo appartato dove trascorrere gli ultimi anni , una specie di finis terrae, dove potersi concentrare sull'essenzialità della vita. Tuttavia, considerando il suo modo di vivere la natura e di rapportarsi ad essa (come si può ricavare da questo volume), mi sembra che la figura di Saramago si possa paragonare a quella del grande Leopardi, che, quasi due secoli prima, decise di vivere i suoi ultimi giorni su una terra di lava, sotto la minaccia incombente del Vesuvio, sperduto nell'immensità di un universo, in cui annegare le sue pene.
A mio parere infatti, suonano molto leopardiane le didascalie, con cui Saramago accompagna e completa le immagini di Vilhena; tra le tante due mi sono sembrate, pur nella loro sinteticità, significative:
“E giunto a questo punto, un dubbio inquietante mi assale: che senso ho io?”
“Dio, definitivamente, non esiste”.
Lanzarote la finestra di Saramago, foto di Joao Francisco Vilhena, testi di
Josè Saramago, Quarup editrice, Pescara 2015, Euro 19,90
Per puro caso, aggirandomi tra le pile di libri dello studio, pericolanti, variopinte e disparate, il mio sguardo è stato attratto da un volume, arrivato di recente: Lanzarote la finestra di Saramago, edito da Quarup, luglio 2015. Proprio così, il mio sguardo è stato attratto dalla copertina: uno squarcio di cielo, una riva rocciosa e frastagliata che si affaccia su un mare nero. Un'immagine simbolica e molto evocativa di Lanzarote, la più occidentale delle Canarie, isole vulcaniche che dalla costa africana si protendono verso l'Atlantico.
E così pagina dopo pagina, mi sono lasciata catturare dalle inquadrature a tutto campo, quasi esclusivamente in bianco e nero (rarissime sono le macchie di colore), un bianco-nero raffinato e percorso nelle sue innumerevoli sfumature. Queste immagini spesso contengono considerazioni e frasi, coinvolte nel medesimo gioco di contrasti (bianco su nero e nero su bianco) ora sussurrate in caratteri minuti, ora gridate a caratteri cubitali.
Il volume dunque ha una potenza visiva di grande impatto: non per niente è un omaggio di un grande fotografo Joao Francisco Vilhena all'amico Josè Saramago. Due protagonisti assoluti dell'arte contemporanea si sono incontrati in un abbraccio che dura oltre la morte. Lo racconta il fotografo Vilhena, nella breve introduzione al volume, in cui, sintetizzando i tratti salienti di una amicizia, esplicita le motivazioni della sua narrazione, fatta di immagini ovviamente. E così scorrono una dietro l'altra le foto dell'isola, arida, stratificata sulla lava, divenuta nel tempo dura pietra nera: il profilo essenziale è sporadicamente interrotto da ciuffi d'erba e alberelli stentati, sopravvissuti al calore del sole, alla violenza del vento e alla mancanza d'acqua; prolificano invece i cactus che protendono enormi dita pelose verso il cielo.
Questo è il paesaggio di Lanzarote, ma è un paesaggio che “...risulta vuoto senza la
persona che lo inquadra...”. Sono parole di Pilar Del Rio, la moglie di Saramago, che ha scritto la postfazione. La persona che inquadra e quindi anima la natura è senz'altro il fotografo, ma anche lo stesso Josè Saramago, che, facendosi ritrarre , diventa parte integrante dell'opera d'arte. La sua presenza infatti da vita alle splendide immagini, ora dominandole in posizione centrale, ora arricchendole con una visuale alternativa, ora sottolineandone il mistero con le sue parole.
Il libro dunque vuole essere un dono al grande scrittore portoghese, che ha scelto negli ultimi anni di ritirarsi in questo luogo, in cui l'esistenza è, giorno per giorno, una scommessa, è un grido strappato alla morte, che incombe dietro l'angolo. Chi conosce Saramago sa quanto la sua letteratura, la poesia, i romanzi siano legati alla sua terra, alla storia del Portogallo ripercorsa fin dalle epoche di un glorioso passato. E allora è inevitabile chiedersi il perché di questa scelta.
In realtà, molti altri personaggi del mondo dell'arte e della cultura, ieri come oggi, sono approdati alla stessa meta: fuggendo dalla fama e da un pubblico spesso troppo invadente, hanno cercato un luogo appartato dove trascorrere gli ultimi anni , una specie di finis terrae, dove potersi concentrare sull'essenzialità della vita. Tuttavia, considerando il suo modo di vivere la natura e di rapportarsi ad essa (come si può ricavare da questo volume), mi sembra che la figura di Saramago si possa paragonare a quella del grande Leopardi, che, quasi due secoli prima, decise di vivere i suoi ultimi giorni su una terra di lava, sotto la minaccia incombente del Vesuvio, sperduto nell'immensità di un universo, in cui annegare le sue pene.
A mio parere infatti, suonano molto leopardiane le didascalie, con cui Saramago accompagna e completa le immagini di Vilhena; tra le tante due mi sono sembrate, pur nella loro sinteticità, significative:
“E giunto a questo punto, un dubbio inquietante mi assale: che senso ho io?”
“Dio, definitivamente, non esiste”.
Lanzarote la finestra di Saramago, foto di Joao Francisco Vilhena, testi di
Josè Saramago, Quarup editrice, Pescara 2015, Euro 19,90
27 agosto 2015
"Tipologie" di Patrizia Manganaro
L'uomo
che tiene gli spiccioli nel "tacco", quella sottospecie di borsellino
in pelle o similpelle, a forma di ferro di cavallo o di tacco, appunto, creato
una ventina d'anni fa, credo, o almeno così mi suggerisce la memoria, in
corrispondenza dell'ingresso in Italia dell'euro...forse? ...non so.
Ma,
a parte l'oggetto che è antiestetico in sé, non vorrei più vedere gli uomini
compiere il gesto di frugare- spidocchiare dentro il tacco, alla strenua
ricerca delle monetine per pagare il caffè, ma le monetine quelle più piccole
di rame, da un centesimo e due centesimi...
E
li vedi arraffare con le due dita che nemmeno gli ci entrano in quella fessura
così minuscola per la mano di un uomo che in genere è grande come una pala e ci
mettono un quarto d'ora nel racimolare il misero tesoro e lasciano immaginare
di essere in preda all'avarizia, ai confini con l'avidità e che questa sia
estesa anche nei rapporti affettivi, nella socialità, nell'umanità...
E
anche ci leggo, nel gesto, una insopportabile mancanza di rispetto verso chi il
caffè glielo ha servito, perché devo dire che compiono quel gesto come se non
ci fosse nessuno. Infatti, nello sguardo che non mi vede, c'è lo stesso intimo
piacere di chi con le dita si stia scavando una galleria nelle narici, in una
toilette pubblica, ma in segretezza privata...invece, davanti ai miei occhi di
barista, discreti, sì, ma vivi...
E non sono sessista, semplicemente il
"tacco" è un oggetto, ripeto, orrendo, mai visto nelle mani di una
donna. Il portafoglio è più dignitoso per tutti.
24 agosto 2015
"La giada cinese" di Raymond Chandler
nota di Gianni Quilici
Leggo uno dei
primi racconti – anno 1937- di Raymond
Chandler “La giada cinese”, quando il suo detective privato si chiamava John
Dalmes, antesignano, per molti aspetti, del detective forse più famoso della
letteratura mondiale Philip Marlowe,
affascinante anche nel suono della parola.
Senza entrare nel
merito del racconto (modesto) vorrei sottolineare un aspetto soltanto del suo
stile narrativo: la distanza, ossia uno sguardo freddo innervato di un’ ironia
grottesca spesso acida, che utilizza l’iperbole, tramite similitudini e
metafore, e qualche volta forse anche abusandone.
Alcuni tra i
diversi esempi possibili.
Ecco come
tratteggia l’indiano Second Harvest, un tipaccio che farà una brutta fine:
“… pareva colato
nel bronzo…un nasone carnoso che pareva la prua corazzata d’un incrociatore…
spalle d’un fabbro ferraio… dilatò le narici, già abbastanza larghe da farci
passare una coppia di topi…”
Oppure la
segretaria di Soukesian, il metapsichico:
“…un sorriso
secco, appassito, che si sarebbe polverizzato al tatto… le mani erano
piccoline, brune, avvizzite, adatte agli anelli quanto le zampe di una
gollina…”
Una distanza anche
verso personaggi positivi, come risulta essere la ragazza, Carol Pride, che lo
aiuta nell’inchiesta e che lo desidera; una distanza che attua innanzitutto il
protagonista, John Dalmes, spavaldo fino alla provocazione, solitario ma amato,
squattrinato ma incorruttibile, coraggioso e brutalizzato ma alla fine vincente.
Una figura, che si presta, come sarà con Marlowe, alla mitizzazione per il sottofondo di romanticismo che incarna.
Ma questo è un altro discorso ben più profondo.
Raymond Chandler. La giada cinese.
Traduzione di Attilio Veraldi. Il sole 24 ore.
"Non è che l'inizio" di Gianni Quilici
![]() |
| foto gianni quilici |
lettera di Susanna Pellis
Caro
Gianni,
ho finalmente letto il tuo
libro, che scorre veloce, si fa leggere molto volentieri.
Delle cose che mi sono più
piaciute, su tutte senz'altro Lucca. Non so se ci sono altri romanzi così
fortemente ambientati nella tua città, di certo il tuo è intrinsecamente
lucchese, la città non è solo presente, è essenziale nel racconto, e poi
descrivi tutti i posti per immagini anche vivide: sarà perché a Lucca sono
stata più di una volta, e sarà perché Lucca mi piace, ho
trovato tutto addirittura familiare, vicino.
La scelta di inserire le foto
funziona molto anch'essa, inutile dirti che la mia preferita è a pagina 90, una
foto meravigliosa, per la diagonale oltre che per il soggetto.
Poi mi è piaciuta l'attenzione
alle sensazioni, se non ai sentimenti, la scelta di certi
aggettivi, la descrizione dei dubbi, delle urgenze, delle delusioni, del
girare a vuoto del protagonista. Mi è piaciuta l'ironia (o almeno di ironia mi
pareva si trattasse) con cui riporti i dialoghi in sezione, che sono anche
molto realistici, senza dubbio e purtroppo.
Per come sono fatta io, non ho
sopportato invece i rapporti con le
donne, tanto meno la loro descrizione; ma si sa che per me questo è un
argomento delicato, e che il mio modo di pensarla non è precisamente dentro gli
schemi. Il tuo
racconto insiste molto su
questo aspetto, eppure questa
insistenza non mi ha impedito di apprezzarlo.
Sono curiosa di sapere,
piuttosto, fino a che punto il romanzo è autobiografico; e come mai lo hanno
letto in anteprima solo donne?
Bravo. Coraggioso, anche.
Un abbraccio
sus
Gianni Quilici. Non è che l'inizio. Tra le righe libri. Euro 13,00
21 agosto 2015
“Inganno” di Philip Roth
nota di Gianni Quilici
Non essendo un
critico, ma soltanto un lettore critico molto farraginoso, senza studi metodici
alle spalle, e per di più impossibilitato allora a prendere appunti, mentre
leggevo per un infortunio contingente alla spalla, ho letto Inganno
di Philip Roth attraversato da
pensieri e sentimenti contraddittori: dalla noia all’interesse, dalla sorpresa
infine a quella ammirazione che ti suggerisce la parola grandezza.
Ed è il penultimo
capitolo ciò che mi ha colpito fino all’entusiasmo: il dialogo tra il
protagonista, uno scrittore americano ebreo, Philip, che vive a Londra, e la
sua moglie. La donna ha letto casualmente le pagine del romanzo (un taccuino
dice lui), quelle che abbiamo letto anche noi, in cui lui si intrattiene dialogando
di tradimenti e di sesso, di antisemitismo e di psicanalisi , dopo o prima
l’amore, con una donna inglese più giovane di lui, bella, acuta e colta, ma
rassegnata a un matrimonio insoddisfacente.
La moglie dello
scrittore, dopo giorni di silenzioso rimprovero, sollecitata da lui, esplode:
“Tu non vai nel
tuo studio a lavorare, tu vai nel tuo studio a scopare! Tu vedi una donna nel
tuo studio”. “L’unica donna presente nel mio studio è la donna del mio romanzo,
sfortunatamente”, la sua risposta.
Da qui inizia uno
scontro tra lei che lo accusa di mentire, perché le cose che lui rappresenta
sono davvero accadute e lui che obbietta che ciò che scrive è un accurato
esercizio di memoria e un altro accurato esercizio di immaginazione e che
immaginare una relazione amorosa è niente altro che il suo lavoro. Questo
scontro tra la realtà delle cose scritte ( rivendicata dalla moglie) e la
finzione letteraria (rivendicata dallo scrittore) è filtrato attraverso sottili
sfaccettature psicologiche e ideologiche che culminano nel momento in cui lei gli
chiede di togliere, se questi taccuini
dovessero essere pubblicati, il nome Philip, come se il protagonista fosse lo
stesso Roth, con l’altro, spesso
utilizzato come alter ego da Roth, cioè Nathan, per evitare a lei pettegolezzi
e vergogne.
A questo punto lo
scrittore esplode, rivendicando la libertà di scrivere senza condizionamenti
reali o immaginari, perché il vero delitto per lui non è la vergogna, ma
arrendersi alla vergogna. Dice:
“Io scrivo ciò che
scrivo nel modo in cui lo scrivo e, se e quando questo dovesse accadere,
pubblicherò quello che pubblicherò nel modo in cui lo vorrò pubblicare, e non
ho nessuna intenzione di cominciare adesso a preoccuparmi di cosa la gente
potrà travisare e capire male!”
Rimane tutta l’ambiguità
tra realtà e finzione, in questo continuo gioco di rimbalzo tra l’autore Philip
Roth e il personaggio Philip Roth, in un romanzo complesso non sempre risolto,
ma originale e libero, ironico e drammatico.
Philip Roth. Inganno. Deception. Traduzione
di Raol Montanari. Einaudi.
19 agosto 2015
"Non è che l'inizio" intervista a Gianni Quilici
di Angelica D'Agliano
"Ho
avuto l'opportunità di leggere "Non è che l'inizio" quando era
manoscritto e poi riscoprirlo romanzo, sempre coerente nella forma ma stavolta
ampliato e rinvigorito da contributi fotografici e poetici che mi hanno
piacevolmente colpita. C'è ritmo, ho pensato, c'è freschezza, c'è
effervescenza. E in effetti questa per me è una narrazione che corre sotto un
qualche segno ideale e solare, una narrazione che gioca e combatte, che invita.
Non c'era molto da fare, bisognava lasciarsi andare, bisognava concedersi il
lusso della scoperta. E così ho fatto."
"Non è che
l'inizio", un titolo che è quasi una citazione, che apre e chiude un
cerchio: per parlare del tuo libro cominciamo da qui?
“Non è che l’inizio” mi si è imposto subito
e così naturalmente che non ne ho pensato neppure le ragioni. Ti rispondo ora
così. In Zeta, il protagonista, c’è una continua tensione che ha varie valenze.
Una molto istintiva e potente: scopare. L’altra profonda: trovare l’altro da
sé, quel connubio di corpo-anima che possiamo definire con parola abusata
“amore”. E infine c’è un desiderio perenne di inventare, di creare se stesso e
situazioni creative nella supplenza scolastica, nell’iniziativa abortita con il
PCI, ma anche nel rapporto con se stesso: mangiare, pensare, correre. Nessuna
di queste tensioni si risolve, tutto rimane sospeso. C’è un orizzonte ancora
aperto: la lotta continua.
Perché Zeta?
Banale! Zeta nasce dal più grande contrasto
che personalmente vivo: tra il Tutto e il Nulla. Il desiderio di essere Tutto e
la percezione di essere Nulla. In questa
antinomia ho scelto realisticamente il nulla, rappresentato
simbolicamente dall’ultima lettera dell’alfabeto, Zeta. Una scelta tutta
istintiva, soltanto adesso ragionata.
In questo libro Lucca si svela e si
nasconde, presenza quasi femminile, quasi una mappa dei desideri spirituali e
carnali di Zeta, che si muove a due gambe e a due ruote, spera, progetta e
pretende nell'arborato cerchio. Quanto Lucca fa parte della storia di Gianni
Quilici?
Molto. Nel periodo
in cui è stato ambientato il romanzo… anni ’80… moltissimo. Vivevo, infatti, in
affitto in un appartamento minuscolo, ma arioso in pieno centro storico e
quelle stanzine erano anche un punto di incontro politico… il manifesto prima,
il PdUP dopo .. .in congiunture sociali, in cui fare politica voleva dire
esprimere forti passioni: incontrarsi, discutere, confrontarsi, approfondire,
decidere, organizzare, organizzarsi per agire. In più Lucca è ai miei occhi una
città che oscilla tra il realismo e l’onirico, per le mura che delimitano senza
chiudere e per la struttura architettonica dove si fondono armoniosamente rinascimento
e medioevo. E soprattutto la notte o al crepuscolo, in certe serate mute e
solitarie, evoca un’atmosfera sognante e poetica, quasi metafisica come
pochissime città in Italia.
Non è che l'inizio" per chi lo sfoglia è un libro con molte (belle) foto in bianco e nero, per chi lo legge è un libro rosso, decisamente rosso. Zeta si scontra con un partito comunista alla fine, un partito "posato", "realista", quasi demotivato. Sei d'accordo con questa lettura? ce ne vuoi parlare?
Sì, sono
d’accordo, però va ricordato, perché oggi di questo non si ha per niente
consapevolezza, che il Pci è stato nella storia italiana un grande partito non soltanto perché ha contribuito alla
vittoria sul nazi-fascismo o alla stesura di una costituzione di altissimo
livello, ma anche perché è stata una scuola decisiva per milioni di uomini e donne
poveri e semianalfabeti, che nelle sedi del Pci hanno trovato un’identità e una
consapevolezza di sé e dei propri diritti. Nel romanzo Zeta rappresenta
simbolicamente il desiderio di mutamento in un momento in cui il Pci deve
decidere come rifondarsi: se a sinistra o verso una deriva moderata come è
successo da D’Alema-Veltroni fino al partito di Renzi. Zeta nel romanzo esprime
il cambiamento nel desiderio di creare una comunicazione viva e che sorprenda
contro le abitudini consolidate.
In questo romanzo di donne ce ne sono tante,
ma le più importanti sono tre. Una separata, una sposata e una, forse, un poco
idealizzata. Solo una ha un nome ed è forse la più misteriosa di tutte, perché?
E’ la più
misteriosa di tutte perché, pur essendo disponibile, non si concede, è
fuggitiva. E rappresenta, invece, per Zeta l’aspirazione alla simbiosi, al
desiderio sempre irrisolto, dell’unicità. Che sia idealizzata è vero ed è, a
volte nella vita, inevitabile. Ma non è un’idealizzazione romanticheggiante,
perché Eloisa interagisce, ha una sua personalità e determinazione.
Zeta è un post adolescente ma è anche un
supplente, un precario in lotta, che vede i problemi, li affronta e ci si
scontra entusiasmandosi e rompendosi, talvolta, anche le scatole. Vogliamo
parlare dell'insegnamento?
E’ un insegnamento
che pone domande e che aiuta a dare risposte, che cerca di attivare conoscenze
e immaginazione, desiderio di esplorare i sentimenti e i linguaggi, creandone
anche di propri. Tutto l’opposto della “cattiva scuola” di Renzi.
Ma che cos’è un post-adolescente?
Rispondo con una
battuta: è un’adolescenza responsabilizzata di sé e del mondo. Non è ancora, se
mai lo sarà, la maturità.
Come è nato il romanzo?
Da un film dal
titolo “1985: a zonzo per Lucca”. Un video molto amatoriale, in cui tre giovani
sono incaricati dal PCI di fare un film sui problemi di Lucca. Un film sul film
dunque, ironico alla Nanni Moretti, che venne proiettato in Piazza Guidiccioni
di fronte a una marea di gente. Dopo un po’ di tempo sulla falsariga di quello,
ma mutandolo e approfondendolo è uscito dopo circa 20 anni Non è che l’inizio.
Perché così tanto tempo?
Perché ho una
visione sacrale del romanzo e del libro in genere. Di più: per essere
pubblicato oggi,in questa iper-produzione editoriale, un libro deve avere un
grande senso. Il mio romanzo non ha un grande senso, ma un senso, credo, ce l’abbia
e per me è stata una liberazione, la rottura di un tabù che potrà farmi bene.
Nel senso che…
Nel senso che non
è che l’inizio. Immagino, infatti, di avere ancora qualcosa da dire, forse più
articolato e profondo.
E perché lo hai diviso in dieci giornate?
Perché è un
romanzo al presente, sull’attimo in cui si pensa, si parla, si agisce; perché
in poche giornate si può intravedere un’esistenza in movimento ma per niente
risolta; perché mi piacciono i numeri e enumerare le cose; perché mi attira il
disordine nell’ordine e viceversa.
Le immagini che scandiscono questi giorni
sono tue? In base a quali criteri le hai scelte?
Certo che sono
mie, compresa la copertina, come forse sai. Le ho scelte collegando i palazzi,
le vie, le piazze, le mura ai suoi abitanti: uomini e donne, cani e gatti.
E quanto Zeta fa parte della storia di
Gianni? Si può parlare di romanzo autobiografico?
Sì Zeta sono io e
non sono io. Del resto Io chi sono? Questa è la prima risposta e solo
apparentemente una battuta.
La seconda: si può
certamente parlare di romanzo autobiografico, perché c’è un io (Zeta) e delle
situazioni, che mi appartengono profondamente, anche quando non le ho vissute.
L’importante è : non confondere l’io del romanzo con l’autore. In altri termini
lo scrittore Quilici ha più consapevolezza
di quanta ne abbia il personaggio Zeta e
non tutto ciò che fa e dice Zeta è condivisibile da chi lo ha creato.
Cos'è un taccuino da combattimento?
E’ un
mini-quaderno tascabile, facilmente portatile e utilizzabile nel quotidiano
vivere, che serve a Zeta sia per rappresentare che per riflettere, spesso contro
se stesso.
"Non è che l'inizio"... se fosse
un film , che film sarebbe?
Sarebbe un film
realistico ed insieme onirico, dove l’onirico non è soltanto nei sogni, ma
anche in quell’utopia, che è la ricerca dell’altrove, che è, credo, il
sottotesto più profondo del romanzo.
Quali scrittori e poeti, se ce ne sono, ti
hanno ispirato?
Devi sapere che ho
cercato, diversi anni fa, di scrivere, sull’onda di un libro di Henry Miller,
“gli scrittori della mia vita” dando però alla parola scrittori un significato
ampio: non solo romanzieri o poeti, ma filosofi, psicoanalisti, sociologi e
perfino politici. Ho iniziato così a fare una lista di coloro che mi avevano,
in qualche misura, influenzato o interessato. Iniziai, ma ben presto mi fermai.
La mia risposta
dunque è duplice.
La prima: sono
tanti coloro che mi hanno intrigato e però nessuno veramente fino in fondo.
Accenno brevemente, per dare un’idea, a Sartre per la filosofia della libertà;
a Moravia per la capacità di costruire l’azione anche attraverso il flusso dei
pensieri; a Pasolini per l’acutezza semiologica e per quel “gettare il mio
corpo nella lotta”; a Leopardi per quei versi visionari che camminano e insieme
cantano; a Edgar Morin per il tentativo eroico di cogliere la complessità del
Pianeta unificando le molteplici discipline; a Lucio Magri per la limpidezza e
lucidità nella ricerca delle radici ultime nell’analisi politica e potrei
continuare con Tolstoj e Dostoevskij, Rimbaud e Stendhal, Henry Miller e Anais
Nin, Gramsci e Roland Barthes, Hammett e Patricia Highsmith, Philip Roth e Bukowski….
Secondo: nessuno
forse mi ha veramente influenzato, almeno stilisticamente. Perché ho una mia
voce, che scrivendo ricerco, ed è una voce che deve trovare un ritmo, una
musicalità, il cui timbro ritrovo anche in ciò che malamente scrivevo
nell’adolescenza. Ed è una voce che ha in sé un imperativo categorico: un
immaginario lettore, non necessariamente colto, ma che vuole capire, che vuole
sentire.
Che cosa stai progettando, se non è una
domanda indiscreta?
Ho tante poesie.
Troppe. Vorrei pubblicarle. Dovrei fare una scelta. Dare un’unitarietà e
andando oltre il libro di poesia.
Ho tante foto.
Vorrei fare il mio secondo libro su Lucca. Ci vuole un finanziamento, oggi
difficile da trovare. Però . . .
Ho iniziato il
secondo romanzo, sull’oggi.
Mi piacerebbe
promuovere un libro sui poeti a Lucca, perché sono tanti ed alcuni di grande
valore.
E poi ci sarebbero
i 70 anni del Circolo del Cinema di
Lucca nel 2018 e il cinema su cui ho scritto tanto. Ed allora: riuscirà il
nostro eroe? . . .
Iscriviti a:
Post (Atom)

















