13 novembre 2010

"Parole e musica del Risorgimento" di Luciano Luciani

Nella nostra storia nazionale poche epoche come quella risorgimentale hanno affidato alle parole e alla musica i sogni e le speranze, le rabbie e le passioni del loro tempo: infatti, la cultura romantica che pervadeva tutti gli aspetti, pubblici e privati, della vita di quegli anni così fervidi individuava proprio nella musica e nella poesia le forme d'arte più adatte ad esprimere gli impulsi più veri della interiorità.

E se il Risorgimento trova in Giuseppe Verdi l'interprete più consapevole, colui che sapeva rivelare musicalmente nella maniera più piena ed intensa, l'anima profonda del popolo italiano, pure ogni piazza, ogni piccolo paese della penisola aveva il suo modesto "vate" locale: capace di offrire parole, spesso semplici e cordiali, e sonorità, magari elementari, a favore dello spirito nazionale proprio dell'età. Un'epoca apparentemente lontana nel tempo, ma fondativa della nostra storia civile dell'oggi.

Addio, mia bella addio…

Prendiamo per esempio un anno: il 1848, l'anno fatidico, l'anno “dei portenti”. In Europa ed in Italia rivolgimenti, libertà conquistate e perdute, Costituzioni e rivoluzioni...mentre le classi subalterne cominciavano finalmente ad affacciarsi sulla scena della storia. In Italia quale motivo faceva da colonna sonora a tali e tanti sommovimenti politici e sociali?

Lo spirito di quell'anno formidabile è bene espresso dalla "più popolare gentile canzone che sia stata scritta e cantata da coloro che combattevano le guerre dell'Indipendenza" (P. Gori): Addio, mia bella addio, intitolata in origine La partenza del volontario o anche La partenza del soldato.

I versi, celeberrimi, sono stati attribuiti ora al poeta marchigiano Luigi Mercantini, ora al letterato napoletano Alessandro Poerio, morto nel 1848 durante la difesa della repubblica di Venezia.

Invece, pare che siano da attribuirsi a Carlo Bosi, studente fiorentino di giurisprudenza, che lo firmò, anagrammando il proprio nome come Basocrilo, nelle drammatiche settimane che precedettero le vicende del '48 italiano.

Il primo verso suonava Io vengo a dirti addio..., ma il sentimento popolare lo mutò nel più patetico Addio, mia bella addio.... Per la parte musicale il Bosi fece ricorso, riadattandola, ad una melodia popolare che già esisteva e circolava da tempo a Firenze.

Immediata la diffusione di questa canzone patriottica: il 21 marzo del '48 appena a Pisa furono conosciuti i fatti d'arme delle Cinque Giornate milanesi non fu possibile contenere l'entusiasmo degli universitari toscani, che per manifestare la loro passione nazionale intonavano dappertutto il testo recente del loro collega fiorentino.

Le parole e la musica di quella bella canzone patriottica avrebbero di lì a qualche settimana accompagnato l'epopea del Battaglione universitario toscano nel nord Italia, a Curtatone, divenendo in breve tempo un inno modesto ma efficace ad entusiasmare e commuovere.

Quante aspettative, quanti sogni ingenui, individuali e collettivi, quante lagrime hanno accompagnato queste strofe:

Addio, mia bella addio,

l’armata se ne va:

se non partissi anch’io

sarebbe una viltà.


Non pianger, mio tesoro,

forse ritornerò:

ma se in battaglia io moro,

in ciel t’aspetterò.


Il sacco è preparato

sull’omero mi sta

aon uomo e son soldato;

viva la libertà…

Ero povero ma disertore

Ma il senso della profonda disaffezione dall’Austria e dai suoi destini, ormai diffuso anche tra i ceti più popolari, era stato largamente propagandato da un altro testo di poco precedente il 1848 e destinato, in seguito, ad entrare in tutti i repertori della canzone militare fino al secondo conflitto mondiale:

Ero povero ma disertore

e disertai dalle mie frontiere

e Ferdinando l’impè - l’imperatore

che mi ha perseguità.


Valli e monti ho scavalcato

e dai gendarmi ero inseguito

quando una sera mi addo – mi addormentai

e mi svegliai incatenà.


Incatenato le mani e i piedi

e in tribunale mi hanno portato

ed il pretore mi ha do- mi ha domandato

Perché mai sei incatenà?”


Io gli risposi francamente:

Camminavo per la foresta

quando un pensiero mi vie- mi viene in testa:

di non fare mai più il soldà”


Caro padre, che sei già morto,

e tu madre, che vivi ancora,

se vuoi vedere tuo figlio alla- alla tortura,

condannato senza ragion.


O compagni che marciate,

che marciate al suon della tromba,

quando sarete su la – su la mia toma

griderete: pietà di me.

Io vorrei che a Metternicche

Ma i nostri bisnonni erano capaci - chi l'avrebbe mai detto? - di contenuti assai più corrivi, per non dire volgari, ma sicuramente espressivi: è il caso di Io vorrei che a Metternicche... dove Metternicche sta per Klemens Wanzel Lothar, principe di Metternich-Winneburg, uomo politico austriaco di origine tedesca, uomo simbolo della Restaurazione, della Santa Alleanza, della reazione europea e dell'oppressione austriaca sull'Italia:

Io vorrei che a Metternicche

gli tagliassero le gambe;

le mettessero per stanghe

alla carrozza del suo re.


Io vorrei che a Metternicche

gli tagliasser le basette

ne facesser le spazzette

per le scarpe del suo re.


Io vorrei che a Metternicche

gli tagliasser le budella

vorrei farne le bretelle

per le brache del suo re.


Io vorrei che a Metternicche

gli mozzassero la testa

vorrei farne una gran festa

nel palazzo del suo re.


Io vorrei che a Metternicche

gli tagliassero i coglioni

vorrei farne di bottoni

per la giubba del suo re

.

E, a partire dal 1847, si inventarono sempre nuove quartine, sempre più beffarde e cruente, che accompagneranno e scandiranno, di lì a breve, le marce dei volontari verso i campi di battaglia della prima guerra d'indipendenza.


Fiori toscani

Anche i motivi musicali più semplici e spontanei conoscono in questo clima una riconversione in senso politico: è il caso di alcuni stornelli toscani, dai testi polemici, essenziali, diretti:


Fior di ginestra,

il nemico ha a andare via di casa nostra

dalla porta, se no dalla finestra.


Fior di giunchiglia,

chi di far guerra agl'Italiani ha voglia,

sappia che tutti siamo una famiglia


Fior di limone,

tutti alla nostra Italia vogliam bene:

dall'Alpi all'Etna abbiam giurato unione.


Evviva, Italia, evviva il tuo buon anno!

Or che svegliata sei dal lungo sonno,

per te non vi sarà mai più malanno.

Più letterari, invece, il Canto degli Italiani (1847) di Novaro e Mameli, divenuto più tardi il nostro inno nazionale, e quell' Inno a Giuseppe Garibaldi (1858), che, peraltro, l'Eroe dei due mondi non amava troppo per quell'incipit piuttosto macabro Si scopron le tombe: si levano i morti...: parole del poeta marchigiano Luigi Mercantini, celebre allora e oggi per la sua Spigolatrice di Sapri e musica di Alessio Olivieri che dirigeva la banda musicale della Brigata Savoia.

Versi romani e note musicali dal 1846 al 1849

Come sempre accade parole e note accompagnano le speranze e le illusioni che alimentano le aspettative dei patrioti: così, nel 1846, al momento dell'ascesa al soglio pontificio del cardinale Mastai Ferretti col nome di Pio IX in fama di sentimenti liberali, il cieco Alessio Tarantoni, un famoso stornellatore romano, non può fare a meno di registrare l'entusiasmo generale intonando per la strade della città dei papi:

Oh, Dio! Oh, Dio!

tutta l'Italia è un gran pollaio ov'io

nun ce sento cantà che: Pio! Pio!...

Anche Angelo Brunetti detto Ciceruacchio, rispettata figura di capopopolo e futuro martire della Repubblica romana si infiamma per il Papa patriota e liberale e improvvisa versi ingenui e inni facili ma sinceri:

Dall'Alpi a Palermo

non s'ode che un suono

evviva Pio nono

che ci benedì.

.

E anche:

Viva la Guardia Civica

più non temiam perigli

d'antichi eroi siam polvere

del nono Pio siam figli.

Un fervore che doveva durare pochi mesi. La fuga del papa da Roma e la proclamazione della Repubblica sono scanditi da testi popolari di tutt'altro tono e contenuto:

Se il Papa è andato via

buon viaggio e così sia.

Non morremo d'affanno

perché fuggì un tiranno,

perché si ruppe il canapo

che ci legava i piè.

Viva l'Italia e il Popolo

e il Papa che va via.

Se andranno in compagnia

via pure gli altri re.

Anche l'assedio a cui fu sottoposta la Roma repubblicana dalle truppe francesi sollecita poeti e musicisti popolari:

All'armi Romani

la patria ce chiama

all'armi Romani

la patria a sarvà

All'armi Itajani

da popolo fiero

contro un impero

bisogna marcià.

E il cieco cantastorie Tarantoni così cantava sotto le bombe francesi per le strade e le piazze di Roma:

Ciavemo Garibbardi

ciavemo Calandrelli

sti boja de francesi

nun sò potuti entrà

l'amo respinti indietro

nun ponno aritornà..

Strofette antirisorgimentali

E gli "altri"? Con quali versi e quali melodie cercavano di convincere, commuovere ed entusiasmare ai propri ideali, ai propri miti gli avversari del Risorgimento?

Bisogna dire che anche gli oppositori del processo nazionale e unitario non andavano davvero leggeri nella polemica con la loro controparte politica. Queste che seguono alcune strofette di segno reazionario diffuse in Toscana dopo lo sfortunato epilogo delle vicende del '48 e del '49:

Diceva un codino

e aveva ragione

che il re più coglione

è il popolo re.

Su dite, fratelli

ov'è Montanelli?

Su dite, minchioni,

Mazzoni dov'è?

L'infame Guerrazzi,

facendo fagotto,

diceva -M' infotto

del popolo re. / ...

e via di questo passo, picchiando duro sugli sconfitti di quella contingenza storica.

Questo in Toscana, ma anche nel Veneto la sconfitta dei Piemontesi lasciava spazio alla propaganda austriacante che, intelligentemente, cercava nel dialetto e nell'oralità i modi per una diffusione larga e generalizzata:

I Piemontesi son partiti

con la piva nel suo saco,

Carlo Alberto è un gran macaco

ch'el vogliamo fusilar.


I Piemontesi coi suoi bafi

j è 'na manega de mati birbanti,

i coparemo tuti quanti,

i metaremo soto i piè.

La Bella Gigogin

Sì, la generazione del ’48 fu costretta a chinare la testa e a subire, in silenzio, vessazioni, prepotenze e sarcasmi. Fu duro accantonare di fronte alle ragioni del più forte speranze e progetti e tornare a lavorare nell’ombra, in silenzio: agitazione, propaganda, educazione e…pazienza. In attesa di giorni migliori che si fecero attendere per dieci, lunghi anni quando giunsero, si annunciarono con una festosa tiritera piena di doppi sensi: La Bella Gigogin.

Rataplan tambur io sento

che mi chiama alla bandiera

che gioia o che contento

io vado a guerreggiar.

Rtaplan non ho paura

Delle bombe e dei cannoni

Io vado alla ventura

Sarà poi quel che sarà.


E la bella Gigogin col tremila-lerillalera

La va a spass col so pigin col tremille-lerillelà


Di quindici anni facevo all’amore

dàghela avanti un passo

delizia del mio cuore.

A sedici anni ho preso marito

dàghela avanti un passo

delizia del mio cuore.

A diciassette mi sono spartita

dàghela avanti un passo

delizia del mio cuor.


La ven la ven la ven alla finestra

l’è tutta l’è tutta l’è tutta insipriada

la dis la dis la dis che l’è malada

per non per non per non mangiar polenta

bisogna bisogna bisogna aver pazienza

lassala lassala lassala maridàr…

Diffusa e cantata soprattutto a Milano e in area lombarda La Bella Gigogin è costituita da un miscuglio di strofe popolari non tutte lombarde: Gigogin, per esempio, è il diminutivo piemontese per Teresa. La musica è del milanese Paolo Giorza, compositore e direttore d’orchestra che la eseguì per la prima volta la sera di San Silvestro del 1858 al Teatro Carcano di Milano: fu un successo strepitoso, tanto e vero che la banda civica dovette ripeterla per ben otto volte consecutive.

Il testo è denso di allusioni politiche che oggi ci appaiono vaghe, ma che dovevano risultare ben chiare ai milanesi in trepida attesa dei grandi eventi che si preparavano per l’imminente 1859.

“Daghela avanti un passo” stava per certo a significare un sollecito al re del Piemonte perché si adoperasse in senso antiaustriaco; “bisogna aver pazienza, lassala maridar”, un invito a pazientare ancora un poco, fino a quando ci fossero state le condizioni migliori per unire la Lombardia al Piemonte; la ragazza che “la dis che l’è malada per non mangiar polenta” si potrebbe identificare nella stessa Lombardia, o forse l’Italia intera, che non tollera più la bandiera austriaca di colore giallo polenta.

Gli austriaci non capirono o fecero finta di non capire.

Certo, di lì a pochi mesi, nel corso della seconda guerra d’indipendenza, il segnale della battaglia di Magenta tra austriaci e franco-piemontesi (4.VI.1859) fu dato proprio dalle note della Bella Gigogin.

Il povero Luisin

Ma ogni guerra, anche se motivata dalle ragioni più valide, comporta sempre un prezzo terribile di sangue, dolore, lutti…: il senso di perdita successivo ad ogni vicenda bellica, anche la più fortunata, anche la più gloriosa è ben registrato dalla canzone popolare successiva alla seconda guerra d’indipendenza. Lo dimostra Il povero Luisin, il contraltare pensoso e malinconico alle ilari, beffarde strofe della Bella Gigogin: un testo di delicata, struggente poesia, un lamento per la morte di un giovane soldato dell’unità nazionale, caduto combattendo al Castellino nella campagna militare del 1859:

Un dì per sta contrada

passava un bel fiò

e un masulin de ros

l’ha trà in sul pugiò


E per tri mes de fila

E squasi tuti i dì

El pasegiava sempre

Dumà per vedem mi


Vegnù el cinquantanov,

che guera desperada!

E mi per sta contrada

L’ho pù vedù pasà.


Un dì pioveva, vers sira

S’ciupavi dal magun,

quand m’è rivà ‘n lètera

cul burd de cundizion


scriveva la surela

del pover Luisin

che l’era mort in guera

de fianc al Castelin


Hin già pasà tri an,

l’è mort, el vedi pù

epur stu pover cor

l’è chi ancamò per lù.

Stornelli fiorentini del 1859

Se l’anno eroico del nostro Risorgimento è il 1848, quello decisivo dal punto di vista militare, politico e diplomatico è senz’altro il 1859. Un anno importante anche per la Toscana, che, se non fu teatro di imprese di particolare epicità, pure vide la deposizione del granduca di Toscana Leopoldo II (24.IV. 1859); la formazione di un governo provvisorio composto da Peruzzi, Malenchini, Danzini; la reggenza del principe Eugenio di Savoia come prodromo all’unione col regno di Sardegna.

L’Italia cresceva a fatica, un pezzetto per volta e i salaci stornelli del popolo fiorentino esprimono bene gli umori dell’opinione pubblica fiorentina patriottica e liberale:


O Leopoldo, vecchio rimbambito,

e tutta la Toscana hai rovinato:

dal tanto bene ora tu ci hai tradito.


Nel mezzo dello mare c’è una stella;

leva quella bandiera nera e gialla,

mettila tricolore, ch’è più bella.


Fiorin di mela!

Dentro a palazzo Pitti c’è paura;

e c’è Leopoldino nella bara.


Fior di Limone!

Più non ci togli dalla bocca il pane,

né i liberali più metti in prigione.


Fior di limone!

Il granduca poté toccar con mano

Come si sbalza il re dal seggiolone.


Se stiamo saldi

La libertà ci costa pochi soldi

Andando tutti sotto Garibaldi.

A Roma, dalla Repubblica romana a Porta Pia

A Roma, dopo i generosi entusiasmi repubblicani della primavera '49, il clima della normalizzazione era stato particolarmente pesante. E se Giuseppe Gioacchino Belli si "ravvedeva" delle sue caute aperture liberali di appena qualche mese prima con un sonetto sarcastico ed irridente nei confronti di Mazzini, Saffi ed Armellini, i triumviri sconfitti, l'opposizione al governo del papa-re continuava a manifestarsi tra il popolo romano. Ora assumeva le forme improvvisate della canzonetta, ora le note dei melodrammi verdiani La battaglia di Legnano e Il Trovatore, incautamente ammessi alla rappresentazione dalla occhiuta censura del governo pontificio: i patrioti facevano propria, modificandola lievemente, la famosa aria di Azucena:

Ai nostri monti ritorneremo

la bella Patria noi rivedremo

.

Ma è nelle strade, nelle piazze, nelle osterie romane che si esprime con maggiore libertà e pregnanza la volontà di libertà e di ritorno all'Italia del popolo romano:

Ai monti de Cesena

sentirai passà la banda

Vittorio comanda

e li preti mai più.

.

Oppure:

Guardate Garibaldi

che bella barba cià

co' la camicia rossa

oh quanto bene sta.


Co' la camicia rossa

e i pantalon turchini

la carabina in spalla

semo garibardini.


Evviva Garibaldi

gridavano le belle,

evviva Manuelle

viva la libertà.


Evviva Garibaldi

gridavano le donne

e se l'Italia dorme

presto se svejerà.

E sulle note che, ancora oggi, costituiscono la facile melodia della caratteristica Fanfara dei Bersaglieri così cantavano i romani al 20 settembre 1870:

O vojantri berzajeri

che ciavete la gamba bona

fate presto a venì a Roma

a portacce la libertà.

Berzajeri avanti

prima Vittorio

poi Garibbardi.

Berzajeri indietro

verso San Pietro

s'ha da marcià....

Per la città dei papi, la libertà è alle porte. Anzi, a Porta Pia…Mentre il processo di unificazione nazionale trova un suo primo, faticoso compimento, il popolo e le sue canzoni già da qualche anno si sono rivolti a cantare altre dolorose oppressioni ed altre difficili forme di resistenza.