21 febbraio 2014

"Inizi di poesia" di Gianni Quilici





Mi piace giocare.
E come certi personaggi dei romanzi di Nick Horbny classificare.
L'ho fatto con amici e amiche,
l'ho fatto in solitario.

Classificare non solo per giocare,
ma per selezionare,
per fare i conti
con i nostri gusti.

Classificare per non consumare,
per sedimentare una memoria labile,
se non coltivata.

Ecco “ Inizi di poesia"
non però quelli che necessariamente
 amo di più,
gli inizi di poesia secondo 
uno stile o un sentimento,
una tematica o una qualità intrinseca.

Anche per esprimere (io) una soggettività,
per aprire possibili scambi
per continuare a giocare, selezionare, memorizzare. 







 Poesia come nitidezza
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna.
                        Giacomo Leopardi

Poesia come narratività
Era di mezzo luglio. un bellissimo giorno.
Io solo, per le crepe del ghiareto salivo,
in cerca delle svolte nell'ombra, lentamente.
                                    Antonio Machado
trad. Oreste Macrì

Poesia come interrogativo
Deve il mattino sempre ritornare?
La potenza terrestre avrà mai fine?
Consuma un vano affaccendarsi il volo
celeste della notte. E mai l'offerta
segreta dell'amore
arderà in eterno?
                                   Novalis
trad. Giovanna Bemporad


Poesia come nostalgia
Sì! ora è deciso. Irrevocabilmente
ho abbandonato i miei campi nativi.
Sopra di me con il fogliame alato
più non stormiranno i pioppi.
                                             Sergèj Esènin
trad: Angelo Maria Ripellino 

Poesia come gioco apparente
Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
“follia”.
                       Aldo Palazzeschi


La poesia come epigramma
Non siete mai esistiti, vecchi pecoroni papalini:
ora un po’ esistete perché un po’ esiste Pasolini.
                                         Pier Paolo Pasolini


La poesia come erranza
Andavo i pugni stretti nella tasche sfondate,
Ed anche il mio pastrano diventava ideale;
Andavo sotto il cielo, Musa, ed ero il tuo fido;
quanti splendidi amori ho mai sognato allora!
                                                     Arthur Rimbaud
Trad. Ivos Margoni

Poesia come distanza
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.   
                      Eugenio Montale

Poesia come visione musicale
La nebbia a gl’irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
                            Giosue Carducci

Poesia come essenzialità       
M’illumino
D’immenso
              Giuseppe Ungaretti

Poesia come perdita
Tutti i luoghi che ho visto,
che ho visitato,
ora so – ne son certo:
non ci sono mai stato
              Giorgio Caproni

Poesia come dialogo apparente
Io non sono Nessuno! Tu chi sei?
Nessuno –neanche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Spargeranno la voce!
                              Emily Dickinson

Poesia  come desolazione
Aprile è il più crudele dei mesi: genera
Lillà dalla morta terra, mescola
Ricordo e desiderio, stimola
Le sopite radici con la pioggia primaverile.
                                   Thomas Stearns Eliot
Trad. Mario Praz   

Poesia come aforisma
Felice chi è diverso
Essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
Essendo egli comune.
                     Sandro Penna

Poesia come lugubre, notturno mistero
Un tempo –era una lugubre mezzanotte – studiavo
Stanco e triste, bizzarri codici dimenticati,
e quasi m’assopivo quando, improvviso, un colpo
udii, come un leggero bussare alla mia porta.
“Qualche visitatore che bussa alla mia porta, -
                           -mi dissi,- e nulla più”
                                          Edgar Allan Poe
Trad. Franco De Poli

Poesia come fugacità
Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol essere lieto sia
Di doman non c’è certezza
                              Lorenzo dei Medici

Poesia come maledizione
S’i fosse foco, ardere’ il mondo;
S’i’ fosse vento lo tempesterei
                                  Cecco Angiolieri

Poesia come lapidaria disillusione
Non vi fate sedurre:
non esiste ritorno.
Il giorno sta alle porte,
già è qui vento di notte.
Altro mattino non verrà.
                     Bertolt Brecht
Trad. di Franco Fortini

Poesia come erotismo
Vieni, entra e coglimi, saggiami e provami...
comprimimi discioglimi tormentami...
infiammami programmami rinnovami.
Accelera... rallenta...disorientami.
                                                Patrizia Valduga         


Poesia come dichiarazione amorosa
Maravigliosamente
un amor mi distringe
e sovenmi ad ogn’ura
                        Jacopo da Lentini

Poesia come denuncia civile
La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
è diventato quotidiano. L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito sulla linea di fuoco.
                                   Ingeborg Bachmann
Traduz. M. T. Mandalari

Poesia come eros effimero
Ero per strada, in mezzo al clamore.
Esile e alta, in lutto, maestà di dolore,
una donna è passata. Con un gesto sovrano
l’orlo della sua veste sollevò con la mano.
                                    Charles Baudelaire
Trad. Giovanni Raboni


18 febbraio 2014

"Antologie letterarie vecchie e nuove". Una discussione su Face Book




Scartabellare per sollazzo, nel crepuscolo del meriggio domenicale, le vecchie antologie di storia della letteratura italiana, comparandole di poi con quelle attuali, non solo getta in un'impagabile flanerie giocata tra incontri e scoperte; ma restituisce la misura di quanto abbiamo perduto nelle "riduzioni" moderne.

 E' vero, forse i manuali di oggi (penso all'insuperato Luperini-Cataldi) hanno guadagnato in bellezza grafica (il nitore e la varietà dei caratteri tipografici e dell'impaginazione; gli specchietti intertestuali che ti suggeriscono i nessi con la filosofia e le arti sorelle; le "sintesi" a piè di pagina di quanto enucleato nel capitolo); in chiarezza comunicativa (le mappe concettuali sciorinate già bell'e pronte); in analisi testuali (nessuna antologia precedente si soffermava a mostrarti viti e bulloni, cerniere rotanti e addentellati, piedritti e giunture, dei testi antologizzati).

 E pensando al buon tempo antico tutti abbiamo sulle labbra un nome: il De Sanctis, il capolavoro manualistico per eccellenza, quel volume che in nemmeno 500 pagine ha 'svecchiato' l'imponente enciclopedismo erudito del Tiraboschi, consegnandoci il più bel romanzo mai scritto dei fatti letterari italiani. Eppure nella scia del Tiraboschi le ottime filiazioni non mancavano. 

A questo proposito cade in taglio la "Letteratura italiana" del D'Ancona-Bacci che un amico bibliotecario mi ha regalato, salvando dall'oblio del macero: sei volumi plasticamente rilegati in pelle nera, pubblicati in prima battuta nel 1892 e ristampati, con aggiunte, nel 1920. 

Mi chiedo, quando abbiamo deciso di espungere dal capitolo sulla lirica siculo-toscana e stilnovista le meste elegie dall'esilio di Gianni Alfani ("Lei pingi come gli occhi mia son morti/ per li gran colpi e forti/che ricevette tanto/ da' suoi nel mio partir, ch'or piango in canto") ? Quando quel gran pianto amoroso di Dino Frescobaldi ("Ché i miei dolenti spiriti,c he vanno/pietà caendo, che per loro è morta/ fuor della labbia sbigottita e smorta,/ partirsi vinti, e ritornar non sanno.") e le sensuali allitterazioni di Ciacco dell'Anguillaia ("Più rende aulente aulore/che non fa una fera,/ch'a nome la pantera")? Perché abbiamo deciso che, in zona fine Trecento e Quattrocento, dovessero esser tolte le pagine degli artisti? Giunto al secondo volume del D'Ancona-Bacci trovo Cennino Cennini con un brano in cui l'intonaco, le sinopie e i colori son vivi come i personaggi di una novella; questo incipiti meraviglioso dai "Commentari" del Ghiberti: "Ancora ho veduto in una temperata luce cose scolpite molto perfette e fatte con grandissima arte e diligenzia"; e alcune riflessioni di Leon Battista Alberti sull'educazione intellettuali dei fanciulli ("E chi non sa la prima cosa utile ne' fanciulli debbano essere le lettere?"). Risalendo il fiume chi si ricorda di aver visto le descrizioni delle feste fiorentine di Vespasiano da Bisticci, i sonetti di Vittoria Colonna, il ritratto burlesco che Francesco Berni fa della sua donna; la prosa di diamante di Daniello Bartoli sulla navigazione dei portoghesi nelle Indie o quella sua pagina sulle chiocciole che sembra già prefigurare Francis Ponge! Nulla sopravvive nella rigida canonizzazione delle letterature del nostro tempo. Ma, amici, non erano forse letteratura anche gli slarghi descrittivi sul Teatro Mediceo di Filippo Baldinucci e sulle palme di Lorenzo Magalotti? Ditemi, vi prego, non c'era un grado di letterarietà (come si usa dire oggi al posto di "poesia e non poesia") nell'evocazione polifonica che Ludovico Antonio Muratori dedicava alle feste e ai giochi italiani: in quei variopinti elenchi di "cantambanchi, buffoni, ballerini da corda, musici, sonatori, giocatori, istrioni ed altra simil gente, che coi loro giuochi e canzoni di e notte divertivano grandi e piccioli"? E che dire del monologo gridato "Se fossi Re!" di Anton Giulio Barrilli? E' un vero peccato che gli studenti di oggi non serbino memoria di questi autori. Perché non ristampate allora il D'Ancona- Bacci?

Caro Davide, ti sei dato la risposta da solo quando parli di nitore grafico, di intertestualita' e immediatezza di immagini dei nuovi testi. I ragazzi di oggi sono veloci e sbrigativi, hanno bisogno di sintesi e specchietti già pronti per recepire i concetti più essenziali e non amano soffermarsi sui particolari o sui cosiddetti "minori".
Certo, c'era tanta letteratura anche in loro ma si fa fatica a far digerire il grande Leopardi, ritenuto dagli studenti un depresso che non si sapeva godere la vita, figurati cosa succederebbe se gli si presentasse un "minore" o una letteratura approfondita e degna di questo nome. ...
Io insegno fa 32 anni ed ho visto assottigliarsi i contenuti sui testi anno dopo anno. Ora quelli che vanno per la maggiore sono quelli che attualizzano i contenuti e riportano i giovani al loro mondo e ai loro problemi che non sono certo la conoscenza letteraria ne' la voglia di approfondimento. Purtroppo! !!!

Io da parte mia ho sempre usato le antologie come repertorio di testi. I collegamenti gli spunti critici , persino le vicende biografiche erano opera mia , spesso distribuita in fotocopie .  Certo questo comportava un mio duro lavoro di collazione di testi , ma mi dava la libertà di comunicare i miei entusiasmi insieme alle conoscenze . Nessuna antologia mi ha mai soddisfatto .

E' un gran peccato e non lo dico per pedante necrofilia o per gusto antiquario. Lo dico perché queste storie letterarie di primo Novecento, figlie della cattedrale enciclopedica del Tiraboschi, erano (sono) in sé piccoli e preziosi scrigni portatili: apri a caso un volume del D'Ancona-Bacci e in qualsiasi punto cadi scopri una bella pagina; e la scopri soprattutto nei "minori", o meglio quelli che io chiamo gli "esclusi" dalla cosiddetta formazione del canone manualistico: un'operazione pianificata a tavolino, con tutte le epurazioni che conosciamo. Paradossalmente, una ristampa oggi dei sei volumi del D'Ancona-Bacci (come la recente "Letteratura dell'Italia unita" di Gianfranco Contini) credo farebbe un gran bene; magari non come lettura che minacci di ingobbire i quattordici o quindici anni; ma ritrovata a trenta o quaranta sono certo sarebbe fonte di sorprese, soprattutto se i volumi sono fruiti nella forma dello "zapping".

Zapping letterario. ... bellissimo! !!!! Hai ragione Davide, tu sei un buongustaio della cultura!

Quelle antologie certo che mi sarebbero piaciute così come mi piace il De Sanctis 
.
Capisco Davide, capisco Salvina e Elvira (o credo di capire). Perché amo i libri e la letteratura, perché non vorrei perdere niente di ciò che davvero comunica, perché so per esperienza che un insegnante, in qualsiasi classe di età si trovi a lavorare, deve appassionare, coinvolgere, affinare, far sentire, far ragionare, far vedere.

 Per questo la mia ipotetica antologia letteraria per la scuola sarebbe un sogno. Il sogno di intrecciare la bellezza, la profondità, il linguaggio, la storia della letteratura e affini all'adolescente (dalle medie inferiori alle superiori) per quello che è, per quello che potrebbe essere, partendo dalla constatazione che siamo in un "società liquida", di pensieri brevi, di poca memoria, banalmente visiva... non per adattarsi ad essa, ma senza "saltarla".

Amico mio grazie per essere intervenuto con queste tue parole che mi spronano a fermarmi e a meditare, ad allargare la questione anche ai livelli contestuali, extratestuali e antropologici: c'è tutta una nuova modalità di ricezione giovanile dei testi dei testi letterari che ha mutato statuto, tempo, che si adatta ad una memoria abbreviata e sembra confliggere con una sedimentazione di lunga durata quale è, o voleva essere, quella dello studio letterario; studio che si misura e a sua volta si conforma con una "parola" speciale, fabbricata per resistere al tempo e persistere nella memoria. So bene che le modellizzazioni hanno il limite di sfociare in vagheggiamenti senza costrutto, me se posso indugiarvi un momento vorrei aggiungere un pensiero. È vero che la perfetta antologia di storia letteraria non esiste e che la carne viva e pulsante delle lezioni è indomabile a qualsiasi gabbia libresca. Guai a subordinare il taglio e l'acutezza derivati da una vita di esperienza e di "collazioni" testuali alle aride linee manualistiche. 

Ho avuto una professoressa di letteratura francese che spiegava i romanzi di Balzac e Flaubert con le pagine di Marx sul denaro come generatore di senso, senza essere marxista, e con Freud e Levi-Strauss. So che Elvira faceva leggere ai suoi studenti il "Gattopardo" colmando così un'assenza del manuale; mentre altri si spingevano ad introdurre Dante con quel gioiello che è "Biondo era e bello" di Tobino. Tornando alla storia letteraria come strumento necessario, come pietra angolare di conoscenza di quanto prodotto da una civiltà, credo sia possibile un compromesso tra enciclopedismo e narrazione storica: un testo che,per intenderci, metta assieme la lenticolarità documentaria del Tiraboschi/D'Ancona-Bacci e la capacità di vigorose sintesi plastiche e di ritrattistica, di narrazione tutta "cose" e di stile del De Sanctis. Un tale anello di congiunzione è certo utopistico e fa la parte della cavalcata donchisciottesca; così come volutamente paradossale è il mio sproporzionato elogio anticrisi di una antologia del 1900. Ma la discussione ha preso proprio la piega e la profondità che avrei voluto, per i tanti temi emersi.

Ho provato( sono in pensione solo da due anni) moltissime antologie nel triennio, e in ciascuna c'era qualcosa di buono: ma mai mi sono sentita di dire: studiate da pag. tale a pag. tal'altra. Secondo me il centro è l'insegnante : il libro di testo fornisce testi (che a volte vanno integrati, comunque), e suggerimenti, ma se non c'è un input personale e non si trasmettono direttamente le proprie conoscenze e le proprie riflessioni, filtrando magari testi critici difficili, ma fondamentali, nessuna antologia è quella “giusta”.


13 febbraio 2014

"Venice, you and me..." di Eva Scatena



Venezia. Per la seconda volta mi torna in mente pensandoci. Dobbiamo venirci  più spesso - sorrido. Un angolo di magia e un angolo di fogna pieno di giappo con la nikon - adesso è digitale ma sempre Nikon - al collo. E gli americani obesi con il bollino msc sulla camicia a fiori, i russi che parlano a voce troppo alta non lo capiscono che questo posto ha un tempo tutto suo, un ritmo tutto suo, fatto di silenzio e cantilena.  E sempre più qui è una fogna di turistame, di gente che pare autistica, non ha più il senso dello spazio e del corpo e si ferma in mezzo a far la foto e chi è intorno non esiste.
Ma noi ci arriveremo un giorno, turistame o non turistame. In questa fogna miliardaria fatta di qualcosa che o lo senti o non lo senti, c’è poco da far foto, poco da comprar mascherine, questo è un mondo e c’è da stare bene attenti alle cose piccole per capirlo fuori dalle rotte  delle guide. 
Un mondo che fa anche incazzare per carità, che qui non si sbrigano mai e c’è sempre da aspettare, neanche in Africa, ma qui ci si muove a piedi, qui ci si saluta, qui il tempo è dilatato e siamo noi a sbagliare, noi che sotto i piedi abbiamo terra e non acqua e che corriamo per andare dove?
E guarda quel gondoliere come voga, guarda il remo, guarda che sembra stia dipingendo e ha un metro per parte di distanza dal muro, questo è equilibrismo a remi, questa è arte, riesci a vederlo? Chissà se la gente lo capisce quanto è difficile portare una barca grande come quella gondola mentre si bacia o fa foto sotto a Rialto.
Ci arriveremo un giorno qui, poco importa se è una follia, se questo è un punto morto. E vieni che ti faccio vedere questo pezzo di fine  di mondo che lo so che non ci sei mai stato  per davvero. Guarda solo la luce delle poche finestre accese e  senti il vento che porta l’odore del mare, in questo pezzo di mondo che sembra fatto solo dei fili per la biancheria e del rumore delle onde che fa batter le barche sull’acqua, di questa marea che adesso è così alta che quasi la tocchi con i piedi. Un limbo, un passaggio che non sai più dove sei questa notte. E non c’è un altrove che sia tanto casa come qui, stasera, con questo bicchiere di vino in una mano e questa polpetta nell’altra.
Stasera faremo l'amore guardando la Laguna, con l'acqua nelle orecchie e l'odore di legno ammuffito nel naso: non ci resta che riconoscerci  col tatto.
Che bella esperienza!
Niente foto please.
Solo sensazioni.
11 febbraio 2014 alle ore 17.40

10 febbraio 2014

"Celle Puccini. Viaggio in Mediavalle" di Gianni Quilici



12.10. Sono incerto. Per partire ho bisogno di motivarmi: di lavorare sull’immaginazione. Avvio la macchina. Sul viottolo peri disadorni e buche di acqua sporca.

12.20 Nuvole bianche e nere attorcigliate lassù alle Pizzorne. A quest’ora la domenica  c’è per strada un’aria sonnolenta che mi piace molto: poche macchine, niente camion. Di colpo esce la luce e si diffonde intorno. Sensazione velocissima d’un miracolo!

foto gianni quilici
12.30 Diecimo. Mi colpisce sempre, prendendo la strada per Pescaglia, la bellezza marmorea del campanile merlato, isolato dal paese, che si staglia alto (36 metri), contro i colori della montagna, vagamente malinconici, di un marroncino grigiognolo. A vederlo da vicino il campanile ha la bellezza, anche, dei dettagli: le bifore, le trifore, le quadrifore, le cornici marcapiano nell’insieme d’un prato verde e d’una bella casa abbandonata. La facciata della pieve romanica di Santa Maria Assunta della fine del XII-XIII secolo è disegnata con un’armonia e semplicità esemplari. Peccato che non ci sia una vera piazza, che dia unitarietà e socialità!
Il paese è deludente. Una strada stretta e asfaltata, che lo percorre in tutta la sua lunghezza con parcheggi-macchine, che si susseguono quasi ininterrottamente. C’è soltanto nel centro, affogata, la torre di Castruccio (neppure segnalata) in una piazzetta con qualche panchina.

foto gianni quilici
Ore 13. Celle Puccini ( 371 metri, 45 abitanti). La strada sale stretta con bei tornanti. Uno spiazzo della strada  l’unico parcheggio. Poggi di olivi e di viti e poi inizia la viuzza di sassi stretta tra case e qualche bel palazzo che arriva alla casa della famiglia di Giacomo Puccini (oggi museo). Mi piace immaginare Puccini che viene quassù, tra contadini e pastori, artista di fama e borghese di classe… Sul museo, chiuso, una lapide. Leggo: “A ricordare che in questa casa retaggio dei suoi padri frequentemente dimorò Giacomo Puccini celebrato artefice di musica immortale il comune fascista di Pescaglia per desiderio del popolo decretò e pose. XXVI ottobre MCMXXIV “. Vuota retorica populista dietro cui si cela violenza e ignoranza.
Qui il paese finisce, iniziano i campi. Mi si affianca un uomo di mezza età, capelli brizzolati, pullover celeste. “Se vuole” mi dice “c’è un viottolo che porta ad uno spiazzo qui vicino, da cui si vedono la vallata e i paesi vicini”. Vado. A una prima vista niente di esaltante, però individuare dei paesi da lontano dà il piacere di una ricognizione geografica.  Si parla del paese. “Si figuri” mi dice “c’era addirittura l’idea di fare una specie di anfiteatro davanti al museo di Puccini, abbattendo il muro di fronte. Se ne parlava tempo fa, ora sembra ritornata in auge. Ora, a parte che mancano i soldi, ma poi che senso avrebbe abbattere quei muri, che hanno una storia. Per fare cosa? Un anfiteatro!”

foto gianni quilici
Ore 14.10 Gello (481 metri, 132 abitanti) è poco più avanti. Da lontano  si vede il campanile alto e svettante, parente povero di quello di Diecimo: merlato e con bifore, ma senza la stessa lucentezza e ricchezza.  Una strada asfaltata con platani nudi, un ruscello che scende vertiginosamente scrosciando  verso la valle. All’ingresso del paese,  la strada si fa più stretta e sassosa. Qualche bel palazzo, qualche scalinata che sale, panni bianchi e arancioni stesi alla luce del vento, un ragazzo che ci saluta, un gatto che ti studia allarmato pronto a scappare.

Ore 14.50 La strada scende tortuosa verso la valle della Pedogna.  Cerco una sintesi, mentre guido veloce. Penso che per capire, anche semplicemente paesi piccoli come quelli, bisogna viverci. Posso dire soltanto che ho visto pochissima gente. Faccio il conto: 3 a Diecimo, 6 a Celle, 2 a Gello... a parte qualcuno in macchina.      

     

"La banda Sacco" di Andrea Camilleri



di  Camilla Palandri

Una storia vera tanto incredibile da confermare come talvolta la realtà superi la fantasia.
Siamo nella Sicilia degli anni Venti a Raffadali ,paese rurale in provincia di Agrigento .
I Sacco sono una famiglia di contadini che ha costruito la propria agiatezza sul lavoro onesto . “E’ gente conosciuta per l’onestà, la serietà, il rispetto assoluto della parola data.”
“Ma c’era la mafia”;

“Al principio degli anni venti del Novecento Raffadali è completamente cummanata dalla mafia che si è in tutto e per tutto sostituita allo Stato;”
Mafia che interviene in tutte le questioni che riguardano la vita dei privati cittadini, dalle “sciarratine familiari” ai furti di bestiame e denaro, ai matrimoni , all’acquisto di terreni o all’apertura di negozi;
“Il capomafia ‘nzumma si portava appresso diverse facci: ora s’ammostrava un pater familias bono e accomodante, ora un mediatore accorto e capaci, ora un judice severo, cchiù spisso un boia feroci. Ma resta sempre e comunqui un esattore spietato;”
La vita dei Sacco inizia a cambiare da quando Luigi, il padre, si rifiuta di pagare il “pizzo”, osando così ribellarsi alla mafia locale. Il suo atto di coraggio segnerà l’inizio di una lunga serie di sfortunate vicissitudini per la sua famiglia.
Luigi Sacco non si limita ad opporsi alla mafia, ma segnala anche l’abuso rivolgendosi al maresciallo dei carabinieri. Il militare “lo talia strammato “perché nessuno fino ad allora aveva mai osato presentare denuncia ed il suo atteggiamento, perplesso e impacciato , rivela tutta l’impotenza delle forze dell’ordine che non riescono a garantire la tranquillità dei cittadini facendo rispettare le leggi, ma si adeguano ai soprusi.
Luigi fa la denuncia una prima volta ed altre ancora, perché non si arrende alla prepotenza e pagherà il suo ostinato rifiuto di sottomettersi con la vita. Verrà infatti ucciso in un agguato mentre sta andando a cavallo ad Aragona a trovare il figlio Vanni incarcerato e condannato per “rapina a mano armata”grazie ad una falsa testimonianza.
La mafia in questa occasione abbandona il suo “codice d’onore”che impone il rispetto di anziani, donne e bambini.
Ai figli che vogliono sapere com’è morto il padre , il medico risponderà “per cause naturali”.
Da questo momento è un susseguirsi di eventi incalzanti che vedono coinvolti i quattro fratelli Sacco, Salvatore, Girolamo, Giovanni e Alfonso costretti , loro malgrado, a difendersi da soli e da tutti.
Dalla mafia e dalle forze dell’ordine, dai paesani complici e dai traditori, tra tentativi di omicidio, accuse infondate e false testimonianze.
I Sacco dopo il ritiro del regolare porto d’armi da parte dei carabinieri con un atto coercitivo,non potendo più provvedere alla propria incolumità, sono costretti ad abbandonare le proprietà , le famiglie e il lavoro per darsi alla latitanza sulle montagne come dei veri banditi.
Il peggio arriverà quando la mafia comincerà a servirsi di un'arma molto più potente : la legge. Sarà infatti un avvocato opportunista e senza scrupoli, punto di riferimento dei mafiosi del posto, a imbrogliare le carte, trasformando i persecutori in perseguitati e viceversa.
Il piano perverso riesce in pieno.
Il regime fascista ed il “prefetto di ferro” Cesare Mori , che era stato mandato da Mussolini proprio per sradicare la mafia per questioni di potere politico, completeranno l’opera.
Perché i Sacco, oltre ad opporsi alla mafia, hanno un altro grosso difetto: sono socialisti da sempre, quindi vanno presi .
Così nasce “la banda Sacco”.
Da persone integerrime i quattro fratelli vengono trasformati ,attraverso un’abile campagna di diffamazione , in un gruppo di pericolosi briganti ai quali vengono ascritti reati ed omicidi . Costretti a fuggire continuamente, inseguiti da mafiosi e carabinieri, imputati di tutto l'imputabile anche senza prove, si fa il deserto intorno a loro, tutti i parenti e gli amici vengono arrestati, persino l'anziana madre .
Poi è il loro turno: braccati dei carabinieri vengono feriti, arrestati , accusati di quattro omicidi e condannati all’ergastolo.
I Sacco girano tante carceri e in alcune fanno degli incontri importanti come Umberto Terracini e Antonio Gramsci. Anche dopo la caduta del fascismo non avranno la revisione del processo e passeranno decenni prima che, su sollecitazione di Terracini stesso, i Sacco ottengano la grazia dal presidente Segni nel 1962.

Come un cantastorie Andrea Camilleri narra una complessa storia del Novecento. Le vicende sono ricostruite con cura e dovizia di particolari attraverso l’analisi di documenti ufficiali e atti giudiziari forniti all’autore da uno dei figli di Girolamo Sacco.
Quella dei fratelli Sacco è una storia tragica fatta di prevaricazioni, abusi e ingiustizie.
Una storia che lascia un profondo senso di amarezza per lo strapotere della mafia garantito dall’omertà della popolazione da un lato e dalla connivenza delle istituzioni dall’altro; mafia che non solo uccide, ma sconvolge per sempre la vita delle persone che non si piegano ai suoi soprusi.

Andrea Camilleri. La banda Sacco. Sellerio editore Palermo. Euro 13, 00

04 febbraio 2014

" Di là dal cuore" di Giorgio Bassani



di Davide Pugnana

Ma cosa mai riflette nella corte,
con le sue mille lastre la finestra
della chiesa, ove luce, riverbero e silenzio
si mischiano, si bevono, s’appannano, s’esaltano
in colori fantastici, come fa un vecchio vino.
(R. M. Rilke, Béguinage, II )


La raccolta di saggi letterari è certamente un “genere” più popolare e fortunato rispetto alla monografia. È un’affermazione della critica sociologica? No. Lo dicono la bilancia delle vendite e gli scaffali delle librerie. Se chiediamo ad un bibliotecario di provincia quali siano le preferenze degli utenti in fatto di saggistica probabilmente ci aprirebbe il registro puntando l’indice sul lungo elenco dei saggi misti: le miscellanee comprese tra le duecento e le trecento pagine, punteggiate di articoli, saggi brevi, recensioni, ricordi d’infanzia, note autobiografiche. Mentre di fronte al romanzo promettiamo a noi stessi di leggerlo per intero, non fosse altro che per discuterne il giovedì sera al club dei lettori, un saggio monografico di rado alimenta una fede altrettanto fervida e ostinata. Perfino nel caso in cui dovessimo trascegliere un’opera nell’elenco di una bibliografia universitaria, che, per esempio, accolga le Operette morali e lo Zibaldone, d’acchito punteremo al secondo, pregustando l’avventura di un viaggio per l’alto mare aperto del pensiero, all’insegna della varietà e della sorpresa. Le ragioni di questa inclinazione del gusto a favore delle “miscellanee” risiede (ma è un’ipotesi!) nel desiderio latente del lettore di esorcizzare l’angoscia della banalità, cercando (e talora trovando) lungo strada un complice di genio: uno scrittore o uno studioso che affronti, nel suo “diario di lettura”, un comune manipolo di testi e di amori letterari che figurano nella nostra libreria. Così, sapere che Claudio Magris ha letto Elias Canetti e Hoffmansthal; che Pietro Citati tiene a portata di mano le Confessioni di Sant’Agostino e le lettere di Abelardo ed Eloisa; che Pasolini ha disegnato l’affresco della poesia dialettale del Novecento o che Primo Levi ha letto più di una volta Tartarin de Tarascon e a sua volta ci ha dato un meraviglioso resoconto delle sue “giornate di lettura” ne La ricerca delle radici, dà al lettore il sapore di una conferma; una sorta di beneplacito apposto come un sigillo scarlatto sulla giustezza e profondità delle sue scelte. Si potrà muovere l’obiezione che gli autori sopracitati siano tutti “classici” e che la loro presenza nel canone di formazione e di gusto di qualsiasi studioso sia oltre che scontata, necessaria. Sta bene. Ma non dimentichiamo che sul loro arcipelago i lettori hanno bisogno di sentirsi un po’ meno soli e confusi. Hanno bisogno di tendere un occhio alla luce intermittente del faro. L’esempio, forse, più celebre è la raccolta stilata da Italo Calvino sui “classici” che andrebbero letti e riletti per tutta la vita: l’Odissea, l’Anabasi, le Metamorfosi, la Storia naturale di Plinio, l’Orlando furioso, Candido, la Certosa di Parma; e poi Dickens, Tolstoj, Twain, Henry James, Pasternak, Gadda, Borges, Queneau, Pavese, Fenoglio, passando per Cyrano, Galileo e Girolamo Cardano.        

Se diamo retta a questa ipotesi, credo che nessuna raccolta italiana di saggi come quella di Giorgio Bassani rafforzi il nostro desiderio di appartenenza alla “Repubblica delle Lettere”. Di là dal cuore - la cui materia è mutuata e arricchita da aggiunte dal precedente Le parole preparate e altri scritti di letteratura -  è il più intimo e palpitante documento autobiografico di Bassani: la sua storia interiore affidata all’esperienza, ai suoi amori, umani e letterari; a quei narratori e poeti che hanno punteggiato la sua adolescenza; a storici dell’arte e registi cinematografici; a libri preziosi come totem; a temi storici e ricordi di un vissuto che, travalicando il particolare fatto personale, si svelano come ‘eventi’ buoni per tutti. Bassani trasforma così la sua raccolta di saggi sull’arte e sulla letteratura in un “giardino”: un “giardino” accessibile e luminoso, come quello dei Finzi-Contini, nei cui confini minacciati dalla violenza della Storia le grida, i giochi e la giovinezza dei protagonisti scorrono fluidi e smaglianti sotto il cielo levigato di Ferrara.

Bassani dispone la sua materia come se dovesse versare le liriche di tutta una vita nel cavo finemente lavorato di un “canzoniere”, preferendo cioè allo spirito geometrico della cronologia i nuclei tematici portanti e le stazioni di senso; illuminando le “affinità di contenuto” tra argomenti, anche distanti nel tempo e nel genere, e restituendoci il tic-tac del metronomo di un gusto accordato ed educato alla luce di maestri e autori prediletti. In questo zibaldone di duecentocinquanta pagine troviamo saggi e articoli letterari di carattere generale; acutissime analisi di opere della contemporaneità frammiste a pagine di sapore documentario e occasionale, come le due interviste apparse su “Nuovi Argomenti” e sull’ “Europa letteraria”, fino a toccare questioni sottili come il rapporto tra cinema e letteratura.

Oltrepassata la soglia del cancello, sul viale principale di questo “giardino” umanistico troviamo ad aspettarci il Romanticismo milanese di Alessandro Manzoni e Carlo Porta, ed è subito tutto un brio narrativo ad investirci grazie alla lieve e fragrante prosa bassaniana: “Mi sembra, ad ogni modo, abbastanza sintomatico, che quando venne in Italia, e cominciò nella solitudine della Roma papalina a scrivere Le anime morte, Gogol mostrasse interesse non già per il Manzoni, ma per un poeta dialettale come il Belli. Cicikov, al suono di una parola dialettale lanciatagli nella scia della troika di un malizioso contadino, si rovescia indietro, contro la spalliera della vettura, a ridere di cuore. Leggendo o ascoltando recitare i sonetti del Belli, Gogol, lo sappiamo, rideva fino alle lacrime. Avrebbe potuto ridere con altrettanto gusto delle paure di don Abbondio e dei pareri di Perpetua? Il nome di Manzoni, per una di quelle segrete corrispondenze che solcano la mente dei lettori di razza, lo ritroviamo nel saggio su Addio alle armi, al fianco di Hemingway: “La Milano del tenente Henry non è la città della peste, no. Tuttavia, sebbene sia piena di ospedali dove i soldati reduci dal fronte riacquistavano l’uso delle articolazioni offese e il gusto della vita, ha ben poco in comune con la città della speranza che accoglie e redime i profughi di Olate: Renzo Tramaglino, Lucia Mondella, e il frate Cristoforo. Ciò che Milano fu per Renzo, è stata, per il tenente Henry, Gorizia, la città testimone dell’amore e della guerra: la città della grande avventura sentimentale, insomma, della quale, a Milano, urge ormai sbarazzarsi.[…] Un amico di adolescenza soleva spesso mettermi in guardia contro gli accostamenti suggestivi, non autorizzati dalla prospettiva storica. Hemingway e Manzoni: il paragone, lo so bene, non regge che su un piano di paradosso. Ciò nondimeno, pensiamo un istante al significato che ebbe una città come Milano per i nostri più grandi romantici (Porta, Manzoni); a quel che suggeriva l’odore cavallino delle sue strade a uno scrittore, e a un uomo, come Stendhal; ed ecco, forse non sembrerà più così arbitrario immaginare che qualcosa di più urgente e più necessario del puro caso abbia condotto attorno ai bastioni di questa città straordinarie fantasie poetiche fra loro tanto diverse.” (I bastioni di Milano)

Ancora ai Promessi sposi Bassani dedica uno scritto del 1956, che osserva il romanzo da un’angolazione non letteraria ma di equivalenza visiva. Per una nuova edizione cinematografica dei Promessi sposi ci porta nel cuore di una disputa che si rinfocola ogni volta che sui grandi schermi del cinema o su quelli più piccoli della televisione un regista decide di dare corpo “visivo” ad un romanzo. Quanto è legittimo trasporre un’opera che vive di parole in un medium costruito sull’immagine? Che cosa si acquista e che cosa si perde nel passaggio dalla pagina allo schermo? Come ridurre una materia larga come quella manzoniana in una narrazione filmica di due ore? Come rendere le ombre interiori dell’Innominato o le scene corali del tentato rapimento di Lucia col chiaro di luna e le campane? Come la polifonia della sommossa milanese e l’assalto al forno delle Grucce? Come il cupio dissolvi che sembra incombere sulla processione indetta per stornare dalla città il flagello della peste? Bassani sa bene che il salto dalla pagina allo schermo non è indolore. C’è nel mezzo quel processo di riduzione che abbrevia e frantuma una partitura ampia e sofisticata come la pagina manzoniana, rovesciandola in “sceneggiatura”; c’è la consistenza fisica e il carattere del personaggio: don Abbondio e Renzo acquistano un volto tangibile che, visto anche solo una volta, annullerà per sempre quegli apporti della fantasia capaci di rendere magico e inesauribile il realismo del romanzo, realismo in fieri, realismo rinnovabile ad ogni età e stagione. “Ciò premesso, - scrive Bassani - com’è mai che il film, nonostante la sceneggiatura più che discreta, l’esatta scelta degli attori, la regia attenta e sensibile, l’evidente impegno della produzione, risulti, alla fine, tirare tutte le somme, così lontano dal soddisfarci? […] Difatti, è vero, I personaggi dei Promessi sposi non sono, a rigore, dei personaggi. A differenza di un Balzac, di un Tolstoj, di un Flaubert, di un Maupassant, di un Dostoevskij, - a differenza, cioè, di quello che per solito fanno i cosiddetti romanzieri di razza -, il Manzoni non si oggettiva mai totalmente nelle sue creature. Sopra di esse, per dirla con lo Scalvini, non si apre la gran curva azzurra del libero cielo; grava un’ombra, bensì, l’ombra d’una cupola. O quella di un’altra creatura, aggiungiamo noi, dalle spalle di gigante. E questa creatura di proporzioni michelangiolesche non è che il Manzoni stesso, il quale, incombente e nascosto come un burattinaio, manovra da maestro i fili a cui sono appesi i suoi burattini.”

Bassani riserva uno degli angoli più spaziosi del suo “giardino” ai ritratti degli scrittori suoi contemporanei e dei loro romanzi. Di esemplare nitore sono i profili di Carlo Levi, di Comisso, di Soldati, Mario Tobino. Percorrere queste pagine di Bassani, con i loro giudizi ben sagomati e i loro aneddoti, equivale a contemplare una medaglia la cui effige, appena rilevata sul fondo con poverissima materia, riesce a restituirci la potenza di carattere del personaggio. Affondando l’occhio nei lineamenti di Carlo Levi cogliamo il tratto nostalgico di chi insegue un incanto, “quel rimpianto, quel rimorso di epoche magnifiche, di secoli interi e robusti, di uomini dotati di qualità fisiche e morali d’eccezione”. (Levi e la crisi) Sotto l’aria di spavalderia di Soldati, Bassani scava per mostrarci la prima educazione del fanciullo nel collegio torinese dei Gesuiti: “Ciò che è rimasto, insieme col gusto delle buone lettere, sarà se mai il ricordo del primo brivido, della prima gioia che il ragazzo provò, allora, a sottrarsi di nascosto all’assillante vigilanza del direttore spirituale, e che prelusero a quell’altro brivido e a quell’altro gioia, più grandi e più liberi, seguiti, anni dopo, alla decisione di rinunciare alla sottana sacerdotale.” (Soldati, o dell’essere altrove

Che Mario Tobino sia stato medico psichiatra è un dato biografico che non significa nulla se preso di per sé; ma affermare che il medico fosse un’identità professionale fittizia e di comodo, sorta di controfigura utilizzata da Tobino per far respirare e vivere operoso lo scrittore, suona più che un paradosso una realtà testata dalle opere. Qualcosa di questa dualità permanente ci racconta Bassani introducendo il romanzo giovanile Il figlio del farmacista: “Abolito ogni distacco critico, lo scrittore si era dato a saccheggiare la propria esistenza con una sorta di furia, insieme sensuale e moralistica: come se quello stesso delirio, da artist as a young man, di cui, certo, geniale adolescente, era stato protagonista, adesso egli intendesse nuovamente viverlo, con pari abbandono, con pari impeto, nell’atto medesimo di assumerlo a materia d’arte. Non già romanziere, dunque, ma creatura ancora ben viva, tuttora gemente e dolorante, Tobino non si rassegnava che i suoi ricordi restassero memoria, vagheggiamento elegiaco di un possesso perduto nel tempo, idoleggiata fantasticheria condotta sul filo del rimpianto, mentre, nel frattempo, a chi li esibiva, fosse dato svolgere con bella calma, con cauta finezza, la sua trama letteraria. Tutto, al contrario, doveva tornare a vivere.” (Prose e poesie di Mario Tobino). 

Artemisia non fu un romanzo buono per un paio di generazioni e poi scomparso; né ebbe bisogno dei restauri ideologici del femminismo che vide nella pittrice secentesca Artemisia Gentileschi una tra le prime a sostenere “colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito tra i due sessi”. Bassani capì subito la sua statura di capolavoro; si impegnò a ripulirlo dalle scorie ideologiche e a ricondurlo alle reali intenzioni della scrittrice. Artemisia è, prima di tutto, un frutto perfettamente formato del grande albero del romanzo storico italiano, quello stesso sul cui tronco, ancora nel Novecento, cresceranno le opere di Maria Bellonci e Marguerite Yourcenar. “Allo stato attuale, il libro è questo, e più. Infatti, oltre ad essere una narrazione compiuta della vita di Artemisia Gentileschi, dall’infanzia fino alle soglie della vecchiezza; oltre a restituire un’immagine vivacissima dell’Europa secentesca: è anche, per molti riguardi, un autoritratto della scrittrice, la quale ha voluto intrecciare al racconto della vita lontana ‘virtuosa di pittura’ alcuni elementi non secondari della propria vicenda di donna as an artist.” 

Così per il Gattopardo di Lampedusa, di cui Bassani fu lo scopritore dopo la stroncatura di Elio Vittorini. Nella prefazione al romanzo Bassani delinea un ritratto indimenticabile del suo incontro con Giuseppe Tomasi: “Era un signore alto, corpulento, taciturno: pallido, in volto, del pallore grigiastro dei meridionali di pelle scura. Dal pastrano accuratamente abbottonato, dalla tesa del cappello calato sugli occhi, dalla mazza nodosa a cui, camminando, si appoggiava pesantemente, uno lo avrebbe preso a prima vista, che so?, per un generale a riposo o qualcosa di simile.[…] Quando gli fui presentato, si limitò a inchinarsi brevemente senza dire una parola.” (Prefazione al Gattopardo)

Ma il ritratto più intenso della raccolta è quello dedicato al suo maestro degli anni universitari, a Bologna, lo storico dell’arte Roberto Longhi, di cui Bassani riporta la celebre battuta: “Critici si nasce; poeti si diventa”. Ed è proprio nell’orbita di Longhi che prende vita e si forma quella vivace e felice officina bolognese nella cui fila si raccolsero allievi del calibro di Francesco Arcangeli, Alberto Graziani, Attilio Bertolucci, lo stesso Pier Paolo Pasolini. Come appariva Longhi? “Difficile immaginare un tipo più diverso dagli altri professori, anche fisicamente. Alto, simpatico, elegantissimo, con un viso dai tratti molto asimmetrici, di una espressività eccezionale: più che a un professore, a uno studioso, Longhi faceva pensare a un pittore, a un attore, a un ‘virtuoso’ d’alta razza e d’alta scuola, insomma a un artista. Non c’era nulla in lui dell’enfasi curialesca della tradizione carducciana imperante all’università di Bologna, di quell’unzione accademica che per tutto l’anno precedente mi aveva riempito di venerazione e di noia, nessuna posa erudita, in lui, nessun sussiego di casta, nessuna boria didattica e didascalica, nessuna pretesa che non riguardasse l’intelligenza, la pura volontà di capire a far capire; e per questo, non per altro, ci si sentiva a un certo punto osservati dai suoi occhi nerissimi che lustravano, piccoli e malinconici come per febbre, dietro il taglio spiovente del pince-nez e delle grandi palpebre brune (occhi da spadaccino italiano del Seicento, mi sorpresi un giorno a pensare bizzarramente). E se quello stesso sguardo che aveva frugato sardonico e affettuoso in te, ti arrestava, subito dopo, diventando a un tratto freddo, altero, e ristabilendo per così dire le giuste distanze, anche a questa operazione immediatamente successiva di distacco ci si acconciava volentieri, senza soffrire di delusioni di sorta, perché era ancora una volta l‘intelligenza, l‘oggettiva necessità di comprendere che così volevano.” (Un vero maestro) E’ con questo doppio sguardo che, anche noi, dal nostro tempo, dobbiamo continuare a leggere i saggi di Giorgio Bassani. A incantarci nei viottoli del suo giardino.       


Giorgio Bassani, Di là dal cuore, Mondadori, Milano, 2003, pp. 398, euro 7,80
Giorgio Bassani, Le parole preparate e altri scritti di letteratura, Einaudi, Torino, 1966, pp.248


"Ho scolato 21 bottiglie" di Mario Lena



di Luciano Luciani

Come lascia intuire il titolo, Ho scolato 21 bottiglie, questa è la ventunesima raccolta poetica di Mario Lena. Una quarantennale frequentazione con la scrittura poetica, la sua: la prima antologia, Resistere, risale, infatti, all’ormai lontano 1973, appunto 40 anni fa, quando il poeta di Bagni di Lucca, dopo aver covato nella prima parte della sua esistenza temi e stati d’animo, parole e forme espressive cominciò a partecipare ai Lettori il suo mondo emotivo. Dapprima con un andamento discontinuo, quindi regolarmente a partire dal 1993, acquisiti, con consapevolezza e sicurezza, il tono, il timbro, il passo giusto per la propria, personalissima voce poetica: originale nel suo taglio prosastico-meditativo che ora muove verso un andamento colloquiale, cordiale, ora s’impenna nella speculazione filosofica, o, addirittura, nel ragionamento scientifico.

 Sì, perché Mario Lena è uno dei rarissimi poeti, forse l’unico della Libera Repubblica delle Lettere, che non ha mai avuto particolari remore nel portare sulla pagina nei suoi discorsi in versi le questioni complesse che attengono alla matematica, alla fisica, alla chimica… Nodi problematici che nella sua inusuale rielaborazione si trasformano in grumi di interrogativi esistenziali dove scienza, filosofia, poesia e vita diventano un tutt’uno. Un’alchimia non facile, delicatissima, che può realizzarsi solo in quel crogiuolo straordinario rappresentato dall’esperienza di vita di Mario Lena: uomo di pace, educatore appassionato, amministratore lungimirante, didatta in anticipo sui tempi, organizzatore di cultura, scrittore, poeta… E probabilmente non sono che alcune delle molte delle facce di quel diamante trasparente che è stata la vita di Mario. 

Tutto senza enfasi, senza retorica, senza gli orpelli del compiacimento, forte di una memoria imperterrita, tenace. Una linea di pensiero tanto sommessa quanto concentrata, un dialogo interiore del poeta con se stesso che ha al suo centro un tema semplice e alto: “sono veramente belle e importanti / tutte le cose che costano / lavoro e fatica”. Senza dimenticare un’altra irrinunciabile convinzione: noi riceviamo per dare. Gli insegnamenti morali fondativi acquisiti in famiglia vanno sempre restituiti, magari moltiplicati, per esempio, attraverso l’agire educativo…

Un motivo di rammarico. Forse, l’attenzione di Mario Lena per la poesia e le sue cure hanno sottratto tempo e motivi ispiratori alla scrittura in prosa: infatti, per mantenere la metafora del titolo, c’è vino, c’è buon vino anche nella sua cantina narrativa: lo dimostrano con ampia facoltà di prova gli scritti della seconda parte di questo libro, Pagine sorprendenti per chiarezza di esposizione, per il piglio del narratore di razza, per la capacità di delineare con pochi tratti luoghi, tempi, situazioni, caratteri, dinamiche, dinamiche psicologiche ed emotive. Ora la felice descrizione di un episodio dell’adolescenza tra le montagne, i dirupi e i boschi dell’Appennino, prova d’iniziazione al mondo adulto di un gruppo di teenager di settant’anni fa (Avventura all’orrido di Botri); oppure la remota, ma intensissima, memoria familiare di un colloquio col padre alla vigilia di un passaggio decisivo della vita dell’Autore, che, appena diciottenne, si trovava a dover indossare la divisa in una guerra sbagliata, ingiusta e perduta (Il coltellino rosso); o anche l’asciutta descrizione del male, quello fisico, che ti prende all’improvviso, contro cui è necessario attivare tutte le risorse possibili. Quelle personali e quelle dell’ampia cerchia degli amici solleciti e partecipi in questa umanissima vicenda affrontata dall’Autore con l’animo di un antico filosofo classico…


Mario Lena, Ho scolato 21 bottiglie, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2013, pp. 144, Euro 13,00