11 novembre 2009

"La prima “Miss” veniva da Trastevere" di Luciano Luciani




Calda l’estate romana del 1911 e non solo per motivi metereologici. Le manifestazioni per il cinquantenario dell’unità d’Italia affaticavano non poco i cittadini della capitale: dalla primavera era stato tutto un susseguirsi di visite, cerimonie, celebrazioni discorsi nei quali si vantavano le glorie passate e future dell’Italia unita e di Roma capitale.
Il comitato che sovrintendeva ai festeggiamenti aveva preparato iniziative piuttosto impegnative: una mostra d’arte moderna a Valle Giulia con decine di stand d’arte internazionale e di folklore regionale; l’ apertura del museo del medioevo a Castel Sant’Angelo e quello romano alle Terme di Diocleziano. Il 27 marzo il sovrano Vittorio Emanuele III aveva presieduto una solenne riunione in Campidoglio e il 4 giugno, alla presenza di tutti i sindaci italiani, era stato inaugurato l’Altare della Patria, l’imponente monumento a Vittorio Emanuele II dell’architetto Giuseppe Sacconi che tante polemiche aveva suscitato nel corso della sua lunghissima realizzazione, durata oltre un quarto di secolo. A settembre, sul Gianicolo, si accendeva per la prima volta il Faro, offerto a Roma dagli italiani residenti in Argentina. Il sindaco di Roma, Nathan, il primo ad essere sostenuto da una maggioranza laica e di sinistra, nei suoi discorsi sottolineava ottimisticamente l’avvento dell’”Italia del popolo” e della “terza Roma”. C’era un forte, ribadito richiamo alle idealità mazziniane, ma per lo storico Alberto Caracciolo tutto quel fervore stava a significare “solo la rassegna orgogliosa e forse un po’ pacchiana di un’Italia liberale che sta vivendo gli ultimi tempi del suo progresso e del suo vigore”.

Intanto, sullo sfondo si affrettavano i preparativi per la spedizione di Libia, sostenuta da un forte sforzo propagandistico della stampa favorevole al governo Giolitti che era riuscito anche ad ottenere l’appoggio dei socialisti. L’attenzione dell’opinione pubblica della capitale, però, sembrava essere in altre faccende affaccendata…faccende un po’ frivole, se si vuole, ma capaci di infiammare gli uomini e le donne, i genitori e i figli, i giovani e i meno giovani: come succede spesso per le questioni di costume, quando vengono chiamati in causa il pubblico e il privato, il decoro e la bellezza, le piccole e le grandi vanità e gli interessi di bottega.

Ma cosa era successo per turbare nel profondo le sonnolente, canicolari giornate agostane dei romani?
Robetta, a leggerla con gli occhiali dell’oggi. L’esplosione di una bomba nell’Italietta di novant’anni fa.

Il Sindacato Cronisti aveva indetto il primo concorso per la proclamazione della “Regina di Roma”, invitando tutte le più avvenenti ragazze romane a prendervi parte.
Il risultato più immediato fu che nel giro di nemmeno ventiquattrore un brivido di indignazione e di sdegno percorse la città. Partiva dai settori conservatori della capitale, inorriditi per un simile scandalo, ed arrivava a lambire anche altre, impensate aree politico-culturali.
I parroci furono i primi a schierarsi contro l’iniziativa. Dai pulpiti di tutte le chiese romane si tuonò contro l’iniziativa: alle fedeli venne addirittura vietato di leggere il regolamento del concorso! Poi insorsero le varie associazioni per la tutela della morale e dei buoni costumi delle fanciulle. Anche le femministe dalle colonne del loro “Giornale della donna” non mancarono di scagliarsi contro la manifestazione, pubblicando un violentissimo editoriale dovuto alla penna della direttrice Teresa Salvatori. Problemi pure a sinistra: l’Unione socialista romana e i repubblicani proibirono ai propri iscritti, pena l’espulsione, di partecipare al concorso sia in veste di giurati, sia come componenti del comitato d’onore: anzi, li impegnarono ad impedire la partecipazione delle loro congiunte in qualità di concorrenti.. I consiglieri comunali socialisti e repubblicani, che in un primo tempo avevano aderito in blocco all’iniziativa si divisero in due gruppi: quelli che continuarono ad esprimere un giudizio favorevole e quanti, per disciplina di partito, divennero contrari. Paglierini, Susi, il socialista riformista Romolo Sabatini, il radicale Ettore Ferrari, Campolonghi e molti altri furono costretti a dimettersi. Una vera e propria tempesta politica!
Il comunicato dei socialisti parlava chiaro: “L’Unione socialista romana considera che i socialisti devono tutelare non solo gli interessi economici, ma anche gli interessi morali delle classi popolari. Devono opporsi all’uso di bevande alcoliche ed all’affollamento nelle osterie, all’analfabetismo, all’irascibilità di certi operai i quali maltrattano le proprie mogli, le madri e battono i figli. Agli occhi dei socialisti la proclamazione della “regina di Roma” e delle “principesse dei rioni” è una manifestazione che turba le ragazze concorrenti e desta il sentimento di vanità”.
Non pochi criticarono con asprezza che la fotografia di una donna onesta potesse apparire sulle pagine di un giornale e per tale motivo molte concorrenti subordinarono la propria partecipazione all’ impegno da parte del comitato organizzatore di non pubblicare alcuna fotografia. Molte ragazze che lavoravano negli uffici, nei negozi, nelle fabbriche temettero che la loro adesione al concorso potesse costare loro il posto e non vollero accettare di prendervi parte. Numerosissimi fidanzati, preoccupati per la tutela della dignità delle future spose, negarono in maniera drastica il loro consenso.

Il primo concorso di bellezza nella storia dell’Italia unita rischiava di fallire appena alle prime battute.
Ma i commercianti romani avevano fiutato l’affare e iniziarono una poderosa controffensiva: capillarmente costituirono in ogni rione un comitato organizzatore e si sforzarono di trovare alleati importanti. Così ai commercianti si unirono ben presto artisti di fama quali Trilussa, Pardo, Sartorio, Ballester, Cozza, Pizzirani, molti deputati e quasi tutto il patriziato romano, cui non pareva vero di schierarsi in favore del concorso dopo che socialisti e repubblicani si erano dichiarati contrari.

Dappertutto si ebbero iniziative pro e contro il concorso di bellezza. Il comitato organizzatore stabilì un premio di trecento lire per ogni Principessa rionale e di altre cinquecento per quelle tra le elette che si fossero sposate entro l’anno. La rivista “Gran Mondo” pubblicò un numero monografico per celebrare l’avvenimento. L’Associazione studenti universitari mise a disposizione la propria sede. Il pittore Attilio Invernizzi mandò da Milano un suo quadro con la promessa di eseguire il ritratto alla più bella. Anche la resistenza alla manifestazione però segnava dei punti in suo favore: nel rione Monti-Esquilino nascevano comitati “antiregina di Roma” e le femministe dal loro giornale continuavano a ribadire che “ le donne debbono provvedere a se stesse col loro lavoro e non col ridicolo fasto di un’effimera regalità”.
Ormai però la macchina organizzativa si era messa in moto e i comitati lavoravano con grande impegno sostenuti da un sempre maggiore consenso popolare. Dai primi giorni di settembre iniziarono le nomine rionali accompagnate, come sempre succede in questi casi, da polemiche e contestazioni.

Il regolamento stabiliva che l’età delle ragazze dovesse essere compresa tra i diciassette e i venticinque anni e, cosa particolarmente interessante, escludeva senza possibilità di appello tutte quelle concorrenti che “potessero impressionare per lo sguardo civettuolo e per il corpo dai movimenti di flessuosità esagerate”.
Elvira Speranzani fu esclusa dal concorso perché di professione canzonettista, mentre Lidia Durante “Principessa” dell’Esquilino fu costretta a dimettersi perché risultò essere nata a Castelgandolfo. Il giorno della premiazione Amalia Gasperelli di Testaccio, appartenente quindi al rione Ripa, appena eletta “Principessa” si dimise perché “figlia del popolo” in ossequio alle disposizioni impartite dal partito repubblicano, cui la famiglia delle bella Amalia apparteneva.

La prima “Principessa” eletta fu Cesira Fanella di Borgo Prati, a cui seguirono Palmira Ceccani, entusiasticamente acclamata a Trastevere al termine di un banchetto di oltre duemila persone, Idia Bastianelli che rappresentava le bellezze femminili del rione Monti, Fernanda Battiferri cui toccò l’onore di difendere il rione Colonna, Italia Bacchetti per Campo Marzio, Giovannina Bucciarelli di Parione, Giulia Benni di Ponte, Giovanna Refiser del rione Regola, Aurelia Repetti di Sant’Eustachio, Ida Bruni di Pigna, Irene Bisonti per Campitelli, Silvia Jechert per il rione Sant’Angelo, Adelina Mercuri, “Principessa” di Trevi... Tra loro si contavano sei casalinghe, cinque sarte, una magazziniera, una supplente postale, una studentessa…

Feste a non finire accompagnarono le nomination: illuminazioni speciali di vetrine e negozi, fuochi d’artificio, concertini, fiaccolate, serate letterarie, saggi ginnici, addobbi di balconi: una grande novità fu rappresentata dagli spettacoli cinematografici.
Sui giornali apparvero timidamente le prime fotografie: i volti sorridenti delle ragazze, la serietà e l’impegno con cui la manifestazione si svolgeva, le personalità che vi avevano aderito, la ricchezza dei premi in palio avevano molto contribuito a diradare le preoccupazioni iniziali e a ridimensionare la severità dei giudizi e dei veti che avevano accompagnato la fase aurorale della manifestazione.

Non mancò, però, la tragedia che offuscò per alcuni giorni quel clima di festa e di entusiasmo collettivi. Bianca Monti, damigella d’onore della “Principessa di Castro Pretorio”, rimproverata duramente dal fratello ufficiale dei bersaglieri si tolse la vita poche ore dopo la sua affermazione perché non sopportava, come scrisse il “Giornale d’Italia” del 14 settembre, “le acerbe censure della famiglia”.
Il lutto non arrestò il corso dei festeggiamenti. Tutte le “Principesse” erano ormai state elette e lo spettacolo doveva andare avanti. Gli “ambasciatori” delle “Principesse”, riuniti al teatro Costanzi avevano ufficializzato le nomine: era tra queste campionesse della bellezza che bisognava individuare una “Regina”, la cui elezione ebbe luogo, in pompa magna, il giorno 20 settembre al termine di un corteo trionfale in cui il cattivo gusto si mescolava ad improprie memorie storiche.
Apriva la sfilata il “Senatore di Roma” che indossava il tradizionale costume color porpora. Lo circondavano tredici “Caporioni cittadini”, vestiti con ricchi abiti secenteschi. Quindi i lancieri che precedevano diciotto berline di gala infiorate in cui prendevano posto le diciotto “Principesse”, ognuna fiancheggiata da due damigelle d’onore. Le scortavano i “Gentiluomini” della loro corte armati di spada e di alabarda e chiudeva il corteo il gruppo dei “Fedeli” in abiti di panno giallo e vermiglio, mantello rosso e tocco. Trombettieri in alta uniforme fiancheggiavano il corteo.
Tutte le concorrenti indossavano una tunica romana per mettere popolane e signore sullo stesso piano.
Furono necessari parecchi giorni per fare lo spoglio delle schede e la proclamazione ufficiale avvenne nel corso di una gran kermesse, che ebbe luogo il 1 ottobre all’albergo Excelsior, dopo la ratifica delle elezioni stesse da parte di una commissione formata dai più noti artisti presenti nella capitale.
“Regina di Roma” venne eletta Palmira Ceccani di Trastevere con 4326 voti, seguita nell’ordine da Cesira Fanella di Borgo Prati con 2398 e Ida Battistelli dei Monti con 2326.

La Ceccani aveva 17 anni e qualche mese dopo, convolando intelligentemente a giuste nozze, vinceva anche il premio di cinquecento lire del Sindacato Cronisti.
Pochi giorni prima, il 27 settembre, il governo italiano aveva inviato un ultimatum alla Turchia, intimandole di cedere la Tripolitania e la Cirenaica. Il 29, senza neppure attendere la risposta, dichiara la guerra. Lo sciopero proclamato dalla Confederazione Generale del Lavoro contro questa involuzione imperialistica della politica italiana, male organizzato, ottenne adesioni significative solo in alcune zone del Paese, minori o nulle in altre: troppo poco per bloccare la macchina bellica.
Anche in questo caso lo spettacolo doveva andare avanti.

08 novembre 2009

"L’arte di correre" di Haruki Murakami


di Gianni Quilici

“L'arte di correre” è, negli infiniti modi che un libro può essere, una narrazione autobiografica, che si concentra su una passione ( e parzialmente su due) così vorace da divenire un tratto imprevedibile per chi conosce i suoi romanzi, ma profonda dell'identità dello scrittore stesso, il giapponese Haruki Murakami.
La passione è, come lascia presagire il titolo, la corsa, ma questo libro è da consigliare, oltre a chi ama correre, a chi ama qualsiasi sport o anche a chi ha semplicemente delle passioni.

E' un libro che contiene una spiccata valenza etico-didattica, tanto più evidente e significativa oggi, nella società della frammentazione e delle apparenze, del sovraccarico di immagini e del frastuono.

“L'arte di correre” rappresenta, infatti, in modo analitico, il processo attraverso cui si progettano le proprie intenzioni, le proprie passioni. E quindi la fatica della concentrazione, la pazienza della costanza, l'irriducibilità verso l'obiettivo proposto.
Non attraverso il saggio, ma in una narrazione che questa passione scolpisce, ti fa vivere, te la comunica.

E' quindi soprattutto letteratura, a volte grande letteratura, laddove Murakami semplicemente racconta: per esempio l'ultramaratona di 100 km, percorsa in 11 ore, e la maratona classica, che, da solo, lo scrittore corre, da Atene a Maratona tra il traffico prima ed il calore devastante poi dell'estate. Qui la scrittura tocca le corde dell'esaurimento fisico: una lotta non solo fisica, ma anche e soprattutto psichica. Quando il corpo è stremato, spossessato l'unica risorsa diventa quella mentale, una volontà prodigiosa, che accumula tutte le risorse rimaste. Nella maratona dei cento Km Murakami, infatti, tiene duro con un unico pensiero in testa: “Non sono una persona, sono una pura e semplice macchina. E visto che sono una macchina, non ho bisogno di sentire proprio nulla. Devo solo andare avanti”.
Sulla corsa, invece, verso Maratona scrive:” Per quanto beva, dopo un attimo ho di nuovo sete. Ah, quanto vorrei una bella birra ghiacciata! Basta, basta pensare alla birra. E farei anche meglio a evitare di pensare al sole. E al vento. E all'articolo che devo scrivere. Mi devo concentrare soltanto sull'azione di mettere un piede davanti all'altro. In questo momento l'unico problema urgente è questo”.

Il limite del romanzo è nell'urgenza di trasmettere l'esperienza anche nei suoi aspetti pratici più minimalisti. Necessità che diventa a volte ripetitiva; a volte più sua (dello scrittore) che nostra (dei lettori).

Solo per chi aderisce a questa passione, come il sottoscritto, anche questi dettagli possono acquistare senso e valore, perché fanno (o possono far) parte di uno stesso percorso.

Alcune frasi esemplificative di questa “arte”:
* Ciò che piuttosto mi interessa è se riesco più o meno a raggiungere gli obiettivi che io stesso mi sono prefisso.
* Ciò che penso, semplicemente, è che, una volta usciti dalla prima giovinezza, nella vita è necessario stabilire delle priorità. Una sorta di graduatoria che permetta di distribuire al meglio tempo e energia.
* Vincere o perdere contro me stesso: esistono soltanto queste due possibilità
* ..la qualità del vivere non si trova in valori misurabili in voti, numeri e gradi, ma è insita nell'azione stessa, vi scorre dentro.
* Il titolo giapponese di questo libro riprende quello di una raccolta di racconti di Raymond Carver, lo scrittore che io amo tanto: Di cosa parlo quando parlo di amore.

Murakami Haruki.L'arte di correre. Traduzione: Antonietta Pastore. Pagine 157 . Einaudi. Euro 18,00

"Henry Dunant e le origini della Croce Rossa" di Luciano Luciani




Il primo premio Nobel per la pace
Dicembre, 1901: il comitato per il Nobel del Parlamento norvegese assegna il primo dei premi Nobel per la pace a Henry Dunant, un ultrasettantenne ormai stanco e malato che da anni vive nella camera numero 12 dell’ospizio di Heiden sul lago di Costanza. Fino a trent’anni prima, quell’uomo ora infermo e sofferente era stato il brillante protagonista di anni di febbrile attività in favore dell’arbitrato internazionale e del disarmo, tempra d’organizzatore capace sempre di pensieri grandi e lunghi; poi era intervenuto un lungo periodo di isolamento e oscuramento delle sue idee a cui erano seguiti, di nuovo, anni di ammirazione e di riconoscimenti per gli indubbi meriti conquistati sul campo dell’azione umanitaria e pacifista. Poco prima del prestigioso riconoscimento, in Germania era stata organizzata una sottoscrizione in suo favore; in Russia, mille medici riuniti in congresso gli avevano assegnato il premio Mosca per i servigi resi in favore dell’umanità sofferente. La zarina gli assegnava un vitalizio; la Svizzera decideva di soccorrerlo; il Pontefice gli scriveva di suo pugno e innumerevoli istituzioni benefiche ed organismi della Croce Rossa lo nominavano loro membro o presidente onorario…

Insofferente alla fama che tornava a bussare alla porta del suo rifugio, Henry si negava ai visitatori illustri e si barricava in casa contro gli intrusi, con una testardaggine pari solo all’entusiasmo giovanile con cui rilancia il proprio impegno nella lotta per la pace. Scrive pagine premonitrici sull’avvenire di sangue che attende il mondo del XX secolo, riceve alcuni rari amici e muore il 30 ottobre 1910 nello stesso anno in cui vengono a mancare due grandi figure per cui Dunant aveva sempre espresso grande ammirazione: Leone Tolstoi e Florence Nightingale.

Borghese e protestante

Henry Dunant nasce a Ginevra nel 1828, da famiglia borghese e protestante. Fin dall’adolescenza è solito utilizzare il proprio tempo libero per portare soccorso e conforto ai poveri, agli ammalati, ai carcerati. Come è stato scritto Henry aveva cominciato a prendersi cura dei “feriti” del tempo di pace già parecchi anni prima di occuparsi dei feriti di guerra. Uscito dal collegio, dopo un tirocinio in banca, come si conviene a uno svizzero ginevrino e protestante, mosso dallo spirito del Risveglio nel 1849 entra a far parte di un gruppo di giovani animati da una fede intensa e appassionata: per Henry il nucleo originario di un movimento internazionale ed ecumenico che viene fondato a Parigi nel 1855 in occasione dell’Esposizione Universale. Nasce così l’Alleanza Universale delle Unioni Cristiane, più nota sotto il nome di YMCA e a tutt’oggi assai diffusa. Ginevra ormai gli sta stretta: si trasferisce in Algeria, conquistata un quarto di secolo prima dalle armi francesi. Studia l’arabo e l’Islam e, contrariamente alla maggior parte dei cristiani del suo tempo ancora fermi ad un atteggiamento negativo e conflittuale nei confronti dell’Islam, matura per questa religione ammirazione e rispetto. Si lega alle popolazioni indigene e un suo generoso progetto di trasformazione in senso moderno di una grande proprietà agricola algerina fallisce per il disinteresse delle istituzioni. Deluso ma non sconfitto, decide allora di recarsi da Napoleone III in persona per perorare la causa dei contadini algerini: il fatto che l’imperatore francese in quel momento si trovi in Italia, in Lombardia, alla testa dell’esercito francese impegnato a fianco del piccolo Regno di Sardegna contro le truppe austriache guidate dal giovane imperatore Francesco Giuseppe non arresta il tenace zelo del giovane svizzero.

L’orrore e la pietà

Quando Dunant raggiunge la Lombardia devastata dalla guerra, le operazioni militari sono a un punto di svolta: le battaglie di Montebello, Palestro, Magenta avevano segnato senz’altro dei punti in favore dell’alleanza franco-piemontese ed incombeva lo scontro decisivo. Questa battaglia, quella di Solferino, la più sanguinosa che l’Europa abbia conosciuto dopo Waterloo, deflagra il 24 giugno 1859 e impegna l’intera armata francese e la più gran parte di quella austriaca. Più di 300.000 uomini e 25.000 cavalli si scontrano per oltre 14 ore, bombardati dal fuoco di oltre 1000 cannoni. Dunant è lì vicino: sta percorrendo quei luoghi in una carrozza privata, irreprensibilmente vestito di bianco per difendersi dal caldo, alla ricerca di un abboccamento con l’imperatore. Ode distintamente il rombo dell’artiglieria, ma non si spaventa; inorridisce, invece, quando nel vicino borgo di Castiglione cominciano ad affluire, sempre più numerose fino a diventare un fiume in piena incontenibile, le vittime di quella vicenda bellica: migliaia di feriti che arrivano dal vicino campo di battaglia e sono ammucchiati in disordine senza la minima assistenza nella Chiesa Maggiore e tutt’attorno. Dunant quel giorno non proseguì oltre perché lo fermarono la pietà e l’orrore. Lenti convogli raggiungevano il paesetto carichi di ogni sofferenza umana. Feriti a migliaia, sfiniti, istupiditi dalle sofferenze: per loro non c’era assistenza, né un ricovero e nemmeno un sorso d’acqua. Migliaia di giovani uomini giacevano sulla nuda terra trapassati dalle pallottole, mutilati dalle schegge, schiacciati dalle ruote dei pezzi d’artiglieria e dei carriaggi, le piaghe infettate, tormentati dal caldo e dalla sete. Le intendenze avevano attrezzature assolutamente inadeguate per curare quei disgraziati che per i loro commilitoni erano diventati soltanto un peso da affidare alla pietà dei civili o alla solidarietà, quando era possibile, dei compagni d’arme.
Il ricordo di quella tragica giornata rimase incancellabile nella memoria del ginevrino e iniziò ad agire nel profondo della sua coscienza. Per due anni si sforzò, senza riuscirci, di tornare ai suoi affari. Nel 1861 si ritira nella sua città natale con l’intenzione di rivelare all’opinione pubblica europea “ l’atroce verità del campo di battaglia “. Alla fine del 1862 pubblica Un ricordo di Solferino che, inviato a politici, uomini di stato, sovrani, intellettuali, suscita un forte sentimento di commozione testimoniato da quanto i fratelli de Goncourt annotano nel loro Diario: “ Si lascia questo libro maledicendo la guerra “. Dunant denuncia soprattutto la vergognosa assenza di soccorsi sanitari sugli scenari bellici e l’Europa democratica rimane profondamente turbata nel leggere le sue pagine. “Il problema sollevato da Dunant divenne per gli stati, se non un rimorso, certo un’inquietudine della coscienza e una questione all’ordine del giorno”. (L.Firpo)

Nel 1863 l’uomo d’affari ginevrino poneva all’ordine del giorno della Società ginevrina di Pubblica Utilità il problema “dell’aggregazione agli eserciti belligeranti di un corpo d’infermieri volontari”: ne derivò una commissione di cinque membri formata da Henry Dofour, capo militare dell’esercito della Confederazione svizzera; i medici Louis Appia e Théodore Maunoir; un giurista, Gustave Moynier e Dunant stesso.
La Commissione dei Cinque, forte del consenso delle famiglie regnanti d’Olanda, Prussia, Assia, Baden e del giovane regno d’Italia, tentò la strada della convocazione a Ginevra di una Conferenza internazionale per dibattere del suo progetto filantropico. Dunant viaggia attraverso l’Europa per raccogliere l’interesse e il consenso di principi e di capi militari, forte di un appello in tre punti: 1) ogni governo si doveva impegnare ad assicurare appoggio e protezione al proprio Comitato nazionale di soccorso ai feriti da crearsi in ciascuno degli stati europei; 2) a riconoscere la neutralità del personale medico militare e di tutti i soccorritori volontari; 3) a favorire durante le ostilità i trasporti del personale e dei materiali sanitari nelle zone di guerra.

Nasce la Croce Rossa Internazionale
Nell’ottobre del 1864 viene finalmente inaugurata l’assise voluta con tanta testarda fermezza dal finanziere ginevrino. Vi partecipano i delegati di 16 Paesi: l’Italia non aderisce ufficialmente, ma invia come uditore il proprio console in Svizzera; l’Inghilterra sceglie di non partecipare. Una defezione importante che non arresta, però, il processo in corso. Dopo quattro giornate di discussioni viene adottata una risoluzione in dieci punti che prevede la costituzione di un Comitato nazionale di soccorso in ognuno dei Paesi aderenti; la predisposizione in tempo di pace di attrezzature, materiali e la formazione di un corpo di infermieri volontari; la neutralizzazione delle ambulanze, degli ospedali e del personale sanitario agli ordini delle autorità militari. Unico per tutti i Paesi il segno distintivo della nuova organizzazione: una croce rossa in campo bianco, ovvero la bandiera svizzera a colori invertiti, oppure la bandiera bianca, tradizionale segno di tregua, fregiata del simbolo cristiano. Era nata la Croce Rossa Internazionale.

Dunant pagò un prezzo personale molto alto perché la sua creatura vedesse la luce. Le fatiche organizzative per trasformare in pratica concreta la sua idea lo portarono a trascurare i propri affari e lo avviarono verso un pesante dissesto finanziario. Nel 1867 la banca ginevrina di cui era amministratore lo dichiarò fallito per oltre un milione di franchi, costringendolo alle dimissioni dalla Commissione dei Cinque di cui era segretario. Quando nel 1873 si celebrarono i primi dieci anni dell’organizzazione il presidente Gustave Moynier si guardò bene dal menzionare il suo nome. Seguirono circa vent’anni di estrema povertà a cui fanno da contrappunto progetti sempre più grandi e talora velleitari sollecitati da una passione umanitaria che sembra divorare il compassato uomo d’affari di una volta. Dunant soffre la fame, dorme nelle sale d’aspetto delle stazioni ferroviarie e sulle panchine dei parchi fino a ridursi nella piccola pensione ‘Paradiso’, a Heiden nel cantone di Appenzell sul lago di Costanza dove dimora per cinque anni per essere poi accolto nella cameretta numero 12 del locale ospizio per anziani. Qui scrive le sue memorie: pagine e pagine tormentate in cui ricordi, digressioni, citazioni, polemiche per le ingiustizie sofferte si mescolano a pagine intense e profetiche sui futuri disastri della guerra in Europa e sulla società militarista e ipocrita che non potrà fare a meno di generarli.

Quando ormai tutti lo credono morto, un giovane giornalista, George Baumberger lo scopre in quell’angolo sperduto d’Europa e racconta al mondo la sua storia, le sue sofferenze, il suo ingiusto destino. Paragonabile a quella che aveva accolto Un ricordo di Solferino una nuova ondata di emozione percorre ora tutto il mondo e “l’avventuriero della carità” torna a occupare il posto che meritava nella coscienza planetaria: quello dovuto a chi, per primo, aveva intuito e tentato, tra scetticismi e boicottaggi di ogni genere, di mettere in pratica l’idea semplice e feconda di neutralizzare su tutti i teatri di guerra i sofferenti e i loro soccorritori.

04 novembre 2009

"Lilì Marlen..." di Luciano Luciani


La ragazza sotto il fanale

Il secondo conflitto mondiale durava ormai da quasi due anni e l’Europa si presentava come un unico, sanguinoso campo di battaglia. Lo scontro non risparmiava niente e nessuno: obbiettivi e popolazioni civili erano, anzi, diventati i bersagli privilegiati delle operazioni militari di un conflitto che non conosceva ostacoli combattuto sulla terra, nel cielo, sopra e sotto il mare… Che il 14 agosto di quell’anno terribile Churchill e Roosevelt si siano incontrati nell’isola di Terranova per elaborare ed enunciare i principi della ‘Carta Atlantica’ forse lo ricordano in pochi. Tutti, però, conoscono le note, severe e struggenti insieme, che vennero irradiate da Radio Belgrado alle 21.56 del 18 agosto: Lilì Marlen, un motivo che nel giro di poche settimane avrebbe oltrepassato ogni frontiera geografica e ideologica e ogni barriera linguistica, trasformandosi nell’inno non ufficiale dei soldati di entrambe gli schieramenti che lo cantarono, sempre e da per tutto, dal fronte russo all’Atlantico, dai Balcani al Baltico, con commozione e partecipazione.

Quale il tema di questa canzone che riuscì nel difficilissimo compito di affratellare uomini in divisa ‘l’un contro l’altro armati’? L’amore: o meglio l’amore, la guerra e il senso di perdita connesso a tutte le vicende belliche. Una canzone le cui parole provenivano dal precedente conflitto mondiale, dalla Grande Guerra. Le aveva scritte nel 1915 Hans Leip (Amburgo, 1893 – Fruthwilen, 1983), un giovane soldato tedesco poco prima di partire per il fronte russo e facevano parte di un testo poetico intitolato La canzone di una giovane sentinella: Lilì era il nome della fidanzata dell’autore e Marlen quello di una giovane infermiera che, prima di sparire per sempre, aveva regalato un gesto affettuoso al giovane Leip impegnato nei suoi doveri di guardia di fronte alla caserma dov’era acquartierato.

A Goebbels non piace, a Rommel sì

La canzone di una giovane sentinella era stato pubblicata più di vent’anni più tardi, nel 1937 all’interno di una raccolta più ampia ed era piaciuta a Norbert Schultze (Braunschweig, 1911 – Monaco, 2002), un musicista di successo ligio al regime nazista, autore di motivi popolari e di colonne sonore per il cinema. Nel 1938 Schultze musicò i versi di Leip e nacque Lilì Marlen, che però dovette scontare l’ostilità di Joseph Goebbels, l’onnipotente ministro hitleriano della propaganda e dell’informazione a cui non piaceva il tono dolente e la tristezza che caratterizzavano quelle parole e quella musica: ben altri, a suo parere, sarebbero dovuti essere i motivi per accompagnare la marcia inarrestabile dei soldati tedeschi. Lilì Marlen fu comunque registrata per la voce della cantante Lale Andersen, nome d’arte di Eulalia Bunnenberg (Lehe/Bremerhaven, 1905 – Vienna, 1972), a sua volta poco convinta di quell’operazione… Tant’è che il disco, inizialmente, si rivelò il classico buco nell’acqua e vendette solo 700 copie, finendo sugli scaffali della Radio Tedesca per le Forze Armate.

Relegata a una diffusione periferica tra le truppe dell’Afrika Korps, il corpo di spedizione tedesco che dal febbraio 1941 alla primavera 1943 operava in appoggio alle truppe italiane, la canzone attrasse l’attenzione di Erwin Rommel, il brillante ufficiale al comando delle forze dell’Asse. Questi, tra un’offensiva e una ritirata tra le sabbie dei deserti della Libia e dell’Egitto, trovò anche il tempo per segnalare le sue preferenze musicali al tenente Karl-Heinz Reintgen, responsabile delle trasmissioni di Radio Belgrado nella Iugoslavia ormai occupata dai tedeschi, che, non potendo rifiutare un favore alla già celebre ‘volpe del deserto’, inserì Lilì Marlen nella propria programmazione come sigla di chiusura delle trasmissioni.

Fu da subito un successo straordinario. In tutta Europa, in tutto il mondo in guerra da un fronte all’altro rimbalzarono le note di Lilì Marlen e tutti gli uomini in divisa si sentirono accomunati dalla patetica histoire du soldat che “tutte le sere/sotto quel fanal,/presso la caserma/” attendeva la sua bionda Lilì Marlen insieme alla quale dimenticare il mondo; e col mondo la guerra e i suoi orrori… Oddio, magari quest’ultimo concetto nel testo non c’era, ma derivava come diretta conseguenza da versi semplici al limite della banalità che favorirono la larghissima diffusione della canzonetta:
Tutte le sere sotto quel fanal
presso la caserma ti stavo ad aspettar.
Anche stasera aspetterò
e tutto il mondo scorderò,
con te, Lilì Marlen, con te!
Con te, Lilì Marlen


Larga quanto? Paragonabile, forse, a quella degli attuali successi della hit parade planetaria: un risultato formidabile, considerato che allora il mondo era consumato dalle fiamme del secondo conflitto mondiale e la televisione come mezzo di comunicazione di massa non esisteva ancora. L’immensa popolarità della versione tedesca impose ben presto una versione inglese. Si racconta che un editore musicale inglese, J. J. Phillips, dopo aver ascoltato le critiche di un gruppo di compatrioti in divisa, arrabbiati perché costretti a cantare la canzone del momento in tedesco, affidò al paroliere Tommie Connor la versione che, cantata da Anne Shelton, decretò il trionfo di Lilì Marlen tra i militari alleati: un successo reiterato dall’esecuzione di Vera Lynn per la BBC e consacrato dallo spettacolo per le truppe La ragazza sotto il fanale che Marlene Dietrich, la famosa attrice cinematografica di origine tedesca ma naturalizzata americana dal 1939, portò in tournee dal Nordafrica alla Sicilia, dall’Alaska alla Groenlandia, dall’Islanda all’Inghilterra. E, a partire dal 1943, non mancò neppure una parodia di Lilì Marlen in chiave antihitleriana interpretata da Lucy Mannheim.
L’VIII Armata inglese la adottò come proprio inno nonostante l’origine ‘nazista’.

Tradotta in 48 lingue, amata dal leader iugoslavo Tito, è senz’altro la più famosa canzone di guerra di tutti i tempi: forse proprio perché non parla di guerra, ma di un sogno d’amore infranto dalla spietata legge delle armi. Richiesta di spiegare l’enorme successo della canzonetta che aveva avuto la ventura di interpretare per prima, Lale Andersen rispose: “Come fa il vento a spiegare perché è diventato tempesta?”

La versione italiana, dovuta a Nino Rastelli, fu portata al successo da Carla Mignone, in arte Milly, da Meme Bianchi e soprattutto da Lina Termini a partire dal 1942. E anche in Italia non mancarono le parodie della più famosa canzone del momento che divenne così il mezzo più immediato per veicolare stati d’animo di rabbia e di una prima, ancora non del tutto consapevole opposizione al regime fascista. Ecco una strofa ‘contro’ in un comprensibilissimo dialetto piemontese:
Tutte le sere ‘nda lett sensa mangiar
e la matina a un’ora andà a lavorar,
dopu mezz dì, patati e ris,
el noster “dus” el fa on sorris…
Evviva l’italian c’on ettu e mezz de pan!

"Aspettando Tullio" di Maura Fatarella


di Laura Di Simo

E’ un romanzo completo questo di Maura Fatarella, autrice alla sua prima pubblicazione, che racconta la storia di una famiglia, focalizzata e incentrata su di una vicenda sconvolgente, per tutti i suoi componenti: la morte in un incidente del figlio maschio. Tullio è un bel giovane, un po’ bullo e sfaccendato, un vitellone di paese; gira su una vespa e tutte le donne sono sue, ma una sera d’agosto lo trovano morto, catapultato in mezzo alla campagna, nei pressi di una curva pericolosa.

Tutto si consuma nelle prime venti pagine, ma Tullio non esce di scena, bensì continua a vivere e ad agire dentro l’anima delle persone che lo hanno amato. Il romanzo, dunque, ruota attorno alla sua assenza, su cui, nonostante il passare degli anni, si infittisce il dubbio angoscioso che il giovane sia stato ucciso e l’incidente sia solo una simulazione.

Intanto la vita continua e intreccia, sotto gli occhi del lettore, le vicende dei personaggi. La madre Isolina, figura tragica, non si riprenderà più dal dolore per la morte del figlio prediletto; la sorella Vanda, ragazza ribelle in perenne conflitto con la madre prima, donna forte e coraggiosa poi; i suoi tre figli, Colomba, Palma e Lulo; il nipote Alessandro. Ale è un ragazzo problematico, affetto dai mali tipici dell’adolescenza, come la bulimia, la crisi d’identità, la mancanza di valori familiari.Con lui Vanda torna al paese ad occuparsi della vecchia madre, per accompagnarla alla morte.

Qui, nella casa della sua infanzia, tra quelle mura domestiche, la protagonista si trova a far fronte ai problemi attuali (ognuno dei tre figli gliene pone uno) e a quelli del passato: ma alla fine riuscirà a trovare una spiegazione ai grandi interrogativi che l’hanno accompagnata per tutta la vita, accettando le scelte dei figli, ricomponendo gli affetti e i sentimenti, attraverso una comunicazione istintiva, fatta di sguardi, di carezze, di abbracci e di una continua disponibilità.

La prosa di Maura Fatarella, fluida e scorrevole, sa dosare sapientemente ora il dialogo a più voci movimentato e con sfumature da commedia, ora i lunghi squarci lirici di un passato che riemerge dalla coscienza inquieta di Vanda. Sullo sfondo il paesino tra la bassa Maremma e l’alto Lazio, con le sue viuzze strette, la chiesa, la piazzetta di origine medievale: un posto splendido, lontano dal traffico cittadino, ma anche dalle comodità della vita moderna. Ritornare lì, dunque, significa riacquistare un ritmo di vita ormai dimenticato, ripercorrere la mentalità paesana spesso condizionata da gelosie e ripicche. Vanda si lascia andare intimamente a rivivere gli anni del passato con un unico obiettivo: quello di far tornare i conti e ricostruire come in un puzzle, tessera per tessera, la propria esistenza.



Maura Fatarella, Aspettando Tullio, Giulio Perrone editore Roma, euro 18,50

02 novembre 2009

“Giorni d'afa” di Eduard von Keyserling


di Gianni Quilici

Leggendolo ho provato nostalgia. Nostalgia dell'estate. Ingenuamente forse. Perché l'estate vi è rappresentata con una sensualità rara a leggersi tanto da chiedersi se non sia idealizzata.
Questa sensualità nasce dal calore avvolgente di quel microcosmo molto dettagliato di profumi, mutevolezza di colori, ronzio di insetti, mormorio di acque, fatiche dei campi, viali di tigli, sospensioni del tempo, notti magiche che l'autore riesce a far vibrare all'unisono con le psicologie dei protagonisti.

Il protagonista, infatti, è un adolescente di nobile famiglia, che vive la scoperta dell'emozione sessuale e dei dolori della passione amorosa. Ha in più un padre autoritario e distante, ancora giovane ed affascinante, da essere vissuto anche come rivale, e due cugine di una bellezza sottile e lontana, perse pure loro da mancate corrispondenze.

Potrebbe essere un piccolo capolavoro se Eduard von Keyserling non arrivasse alla tragedia del suicidio, il suicidio dell'uomo più forte, quello che forse ha in mano le redini di queste storie, di questi personaggi.
“Tutto è possibile” si potrebbe obiettare. Certamente. Ma nella scelta di far morire il padre affascinante ed esperto di esperienze di vita ci trovo una semplificazione, che ha forse un'origine romantica, ancora prima che decadente, che appartiene più all'autore che alla personalità del personaggio. E' come se padre e figlio si fossero confusi in un finale la cui tragedia rimane individuale, non appartiene né a un'età, né a un'epoca.


Eduard von Keyserling. Giorni d'afa.( “Schwule Tage”). Traduzione di Luisa Coeta. Pagina 85. Sugarco edizioni. (non ristampata).
Eduard von Keyserling. Afa. Traduttore Azzone Zweifel . Pa. 104. Collana Piccola biblioteca Adelphi. Euro 6.20.



Eduard von Keyserling (Hasenpoth, 15 maggio 1855 – Monaco di Baviera, 28 settembre 1918) è stato uno scrittore tedesco dell'epoca dell'Impressionismo.
Appartenente ad un'antica famiglia di nobiltà baltica, nacque a Schloss-Paddern, a quel tempo sotto l'impero russo e oggi parte della Lituania. Studiò dapprima nelle locali scuole tedesche, quindi all'Università di Vienna. Si stabilì nel 1895 a Monaco di Baviera, dove visse fino alla morte. Gran parte della sua produzione letteraria (romanzi, racconti e drammi) fu composta qui. Negli ultimi vent'anni di vita fu tormentato da una grave forma di sifilide, che lo costrinse a lunghi periodi di immobilità e da ultimo lo rese cieco.
Le opere di Keyserling sono state spesso definite "le novelle del castello", perché gran parte di esse sono ambientate nelle tenute della nobiltà baltica da cui proveniva. Questo sfondo è caratteristico per l'isolamento che contraddistingueva i suoi personaggi: sudditi dell'impero russo, ma di lingua e cultura tedesca, signori di vaste tenute dove lavoravano contadini di differente etnia. Traspare il senso di crisi e di esaurimento di queste casate, ritratte alla vigilia della Prima guerra mondiale e della Rivoluzione russa, che ne avrebbero decretato la fine.

29 ottobre 2009

“Fuga senza fine” di Joseph Roth


di Gianni Quilici


“Nelle pagine seguenti racconterò la storia del mio amico, compagno d'armi e di idee, Franz Tunda”
così scrive nella premessa Joseph Roth.
In realtà questo stratagemma consente allo scrittore di distanziarsi dalla materia trattata, di dialogare con il suo personaggio e con la sua storia. Personaggio e storia che lo stesso Roth avrebbe riconosciuto riflettere “in gran parte” la sua stessa esistenza di nomade e l'implacabile destino del “disperso”, che sintetizza nel bellissimo titolo “Fuga senza fine”.

Franz Tunda, infatti, percorre la vita senza mai arrestarsi, in una fuga continua. Tenente dell'esercito austriaco nella grande guerra, fatto prigioniero dai russi nell'agosto del 1916, riesce a fuggire e si rifugia in un solitario, triste casolare in Siberia, ai margini di una foresta, fino al 1919. Quando scopre che la guerra è finita, parte, attraversa la Siberia, arriva in Ucraina, nei pressi di Kiev, viene preso dapprima come spia bolscevica, diventa poi rivoluzionario, crede di innamorarsi, finisce sul Mar Nero a Baku, fino a ritornare nell'impero che non c'è più, in una città sul Reno, poi a Berlino e infine a Parigi...

E' un romanzo veloce, che attraversa un'epoca turbinosa come un fulmine: dalla rivoluzione russa, vista con gli occhi della lontananza, alla crisi non solo dell'impero asburgico, ma dell'antica cultura europea. Nel dialogo con il fratello, direttore d'orchestra di successo, sacerdote dell'arte, come egli lo definisce, Tunda mostra i mille buchi che sostituiscono nella vita quotidiana una cultura borghese ammuffita: i Buddha, i cuscini, i larghi e profondi divani, i tappetti orientali, le danze negre...

Joseph Roth ha una scrittura sintetica e asciutta, riflessiva e, a volte, potentemente satirica. I personaggi preferisce generalmente descriverli, non farli nascere attraverso i fatti. Si veda il bellissimo ritratto fisico-psicologico della rivoluzionaria ucraina, Natasa. La descrizione dettagliata che Roth fa del volto della ragazza rivela pure l'ideologia, di cui è, incosapevolmente, imbevuta: ella nega, infatti, la sua bellezza, sfida i maschi con il suo coraggio, deride i valori borghesi, ma sceglie Tunda, perché borghese, senza accorgersi neppure dell'amore degli altri uomini che, invece, la venerano: marinai, operai, contadini senza istruzione e innocenti come animali.

E' un romanzo intenso. Un'intensità tenuta a distanza e quasi nascosta dal succedersi vorticoso dei fatti, che poi, delusione dopo delusione, si fa intima, disperata “in una storia”, come scrive Alfredo Giuliani, “di una progressiva spoliazione”. Franz Tunda vive, infatti, senza mai scegliere, lasciandosi trasportare dai fatti e dagli incontri: la fidanzata, la guerra, la fuga e la perdita di identità, la rivoluzione che diventa prassi burocratica, “disciplina senza sentimento”, le donne con le quali non scatta mai una scintilla vera e profonda, l'alta borghesia intellettuale e aristocratica reazionaria, senza sapere di esserlo, piena di pregiudizi e di certezze, che vive senza sapere di essere morta. “A volte apparivano a Tunda come dei vermi, il mondo era la loro bara, ma nella bara non c'era nessuno”.

E' qui, nel finale, che “Fuga senza fine” diventa affascinante, il fascino di una indifesa, dolente nudità. Franz Tunda, uomo libero e dalle esperienze estreme (le notti rosse, il bianco intenso infinito del ghiaccio siberiano, il silenzio minaccioso delle foreste, la fame lancinante) viene trovato da Joseph Roth “sano e vivace, un uomo giovane e forte, dai molti talenti, nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo, e non sapeva cosa dovesse fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c'era nessuno al mondo”.
Non ci sono speranze, non c'è accettazione. Rimane solo la nudità dell'essere tuttavia libero, non gregario di qualcuno.


Joseph Roth. Fuga senza fine. (Die Flucht ohne Ende). Traduzione di Maria Grazia Manucci. Pag. 151. gli Adelphi. Euro 6.50.

"Racconti col fiato corto" di Giuliano Parenti


di Luciano Luciani


La nostra editoria non ama il racconto e lo considera quasi un genere minore, al più un esercizio di apprendistato letterario rispetto al ‘padre nobile’ della narrativa, il romanzo. Non c’è direttore di collana che non storca la bocca davanti a una raccolta di racconti, che non aggrotti pensosamente la fronte quando l’Autore, chiunque sia, alle prime armi o già famoso, gli propone un’antologia di narrazioni più o meno lunghe.

Eppure, il racconto, legato strettamente alle tradizioni orali, ai miti e alle leggende, ha radici antichissime che affondano in profondità nella notte dei tempi delle letterature e del genere umano. Esso costituisce quasi un organo vitale del nostro essere biologico: il narrare è strettamente connaturato all’esistenza stessa dell’uomo.

Una tesi dimostrata in base a un’ampia facoltà di prova da questi trentuno Racconti col fiato corto di Giuliano Parenti, valido rappresentante di quella creatività diffusa che, tra pagina scritta e mostre d’arte, teatro e poesia, microeditoria di qualità e laboratori di scrittura, in maniera tanto discreta quanto tenace, contribuisce, da quasi mezzo secolo, a umanizzare una Storia altrimenti spigolosa e tagliente.

Estrose le sue storie, talora stravaganti, non di rado bizzarre, sempre comunque orientate nella direzione di una critica lucida e corrosiva nei confronti delle manie dell’uomo nostro contemporaneo, insieme vittima e carnefice delle proprie fissazioni, delle complicatezze di un quotidiano di cui sembra aver smarrito il senso e la chiave. E in questa opera di demolizione dei miti di una modernità supinamente accettata, lo aiuta una scrittura essenziale, incisiva, graffiante, capace di ottenere il massimo di effetti narrativi coll’apparente minimo sforzo.
Uno stile sapiente quello di Parenti, di impianto teatrale per la sintassi secca, scabra, il gusto della battuta fulminante, l’originale invenzione delle situazioni al tempo stesso realistiche e paradossali.

Ora (Okay dall’alto dei cieli) una famiglia benestante in viaggio di piacere verso New York rammenta all’improvviso di aver lasciato solo e chiuso in casa un anziano genitore. Come soccorrerlo dall’altro capo dell’oceano? Ed è poi così importante aiutarlo?

Di aiuto, che non arriva, avrebbe poi urgente bisogno anche il protagonista di Bagliori di cenere, la cui storia, tragica e comica insieme, risolta brillantemente nel giro di tre pagine, vale più di un saggio sociologico sui devastanti effetti della dipendenza dalla ‘telecrazia’.

Oppure un Babbo Natale scambiato per un rapinatore dagli utenti in fila dell’ufficio postale di San Lazzaro Resuscitato (Babbo letale)…

E non manca una delicata, struggente storia d’amore tra un vedovo di mezza età e una postina belloccia e incerta, stroncata sul nascere (la storia d’amore, non la postina!) da legami familiari eccessivi e ingombranti (Frutti di bosco).

Per avere un saggio significativo delle qualità narrative dell’Autore si legga, poi, Un uomo dietro la porta: qui, un sans papier, ovvero un ‘barbone’ per di più nero di pelle, ricorre a tutte le proprie abilità dialettiche per farsi assumere come cane da guardia nella villa in Val d’Orcia della matura, bella, ricca e francese Brigitte Decauville…

Giuliano Parenti, deformandolo appena appena un po’, ci racconta un mondo privo di pietas, frustrato, deprimente: il nostro, senza possibilità d’errore.


Giuliano Parenti, Racconti col fiato corto, prefazione di Mario Artioli, Tre Lune Edizioni, Mantova, pp. 230, Euro 22,00

L'adottato" di Mario Del Plato


di Luciano Luciani


Raccontare storie. Ovvero intraprendere un cammino verso un territorio suggestivo e condiviso, dove si incontrano le conoscenze, le emozioni, i valori, che forniscono senso all’esistenza tanto di chi racconta quanto di chi ascolta. Fin dalla notte dei tempi è narrando che gli uomini sono sempre entrati in comunicazione tra loro e hanno imparato a conoscere più e meglio se stessi e il mondo circostante.

Concetti, immaginiamo, ben presenti alla coscienza di Mario Del Plato, che ha già felicemente praticato tale antica, umanissima modalità con il suo sorprendente L’ultimo treno per Kyoto (Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2005), un vivace reportage dai luoghi esotici dell’Oriente estremo e, insieme, dagli anfratti riposti della memoria privata.

E il ritorno col pensiero all’interno di sé, tramite la ’tenerezza feroce del ricordo’, è il canone che sovrintende anche a questo L’adottato, un’antologia di racconti proposta all’attenzione del pubblico solo nel momento in cui l’Autore si è reso pienamente consapevole e padrone dei propri mezzi espressivi.

Così, alla narrazione iniziale che dà il titolo alla raccolta, proposta in prima persona e da un originale punto di vista ‘dal basso’ che non potrà non spiazzare e stupire più di un lettore, si alterna una storia in terza persona, intrisa di autobiografismo, La soffitta. Il racconto di un tempo apparentemente remoto, ma che, se ci pensiamo bene, corrisponde al nostro comune sentire di appena ieri: quel mondo contadino fatto di famiglie allargate, di povertà materiali, di affetti forti e di grande pudore dei sentimenti, di un rapporto intenso e profondo col mondo della natura, le sue manifestazioni e i suoi più antichi abitatori, gli animali.

Alla esposizione della propria vicenda personale Mario Del Plato ritorna senza mediazioni narrative, in forma diretta, esplicita nei Frammenti di memoria: in questa terza e ultima parte della raccolta, nella maniera disordinata tipica dell’incalzare delle reminiscenze più personali, si affollano sulla pagina memorie recenti, meno recenti, oppure lontane nel tempo, familiari, professionali, private e privatissime, senza trascurare neppure l’esperienza dolorosa della propria progressiva disabilità. Ora il ricordo, ancora vivido nella memoria e nella penna, di un innocente scherzo tra colleghi, ora una notizia di cronaca che riporta alla coscienza l’encomio solenne ricevuto per aver salvato una giovane donna che stava per essere travolta da un convoglio ferroviario. Privo di costrizioni il pensiero torna ad accarezzare gli anni giovanili: figure e personaggi disegnate con veloce abilità in punta di lapis, ma anche odori, colori, sapori della propria infanzia e adolescenza in quel di Eboli, luogo paradigmatico del nostro e di tutti i Sud del mondo. Oppure, parentesi di svago con gli amici, con la famiglia, senza mai dimenticare l’imprescindibile macchina fotografica che tante soddisfazioni ha regalato all’Autore di questo libro. Momenti felici complicati, amareggiati da altri ricordi: quelli relativi alla malattia, raccontata sempre con grande discrezione, quasi sottovoce.

Emblematico in questo senso Canarini, non più di mezza pagina, venti righe intensissime: nella triste vicenda dell’uccellino in gabbia irrimediabilmente malato e confortato dalla istintiva vicinanza della compagna alata, l’Autore racconta se stesso e la sua attuale condizione di fragilità. Ma anche la solidarietà, calda, affettuosa che gli è nata spontaneamente tutt’attorno a partire dalla moglie e dalla famiglia.



Mario Del Plato, L’adottato, Maria Pacini Fazzi editore Lucca 2008, pp. 98, Euro 10,00


Mario Del Plato è nato a Eboli (Sa) nel 1943. Ha compiuto gli studi presso l’Istituto Magistrale di Campagna (Sa). Assunto a Milano nelle Ferrovie dello Stato nel 1968, è rimasto per quattro anni nel capoluogo lombardo per trasferirsi definitivamente a Lucca nel 1972 dove vive tuttora. Per molti anni in qualità di Presidente del Circolo Fotografico del Dopolavoro Ferroviario di Lucca si è interessato di fotografia, ottenendo anche importanti riconoscimenti. Ha realizzato due mostre fotografiche e ha partecipato ad alcune collettive.
Nel 2005, sempre per la Collana Via Lattea della Maria Pacini Fazzi editore, ha pubblicato L’ultimo treno per Kyoto Un sogno nato a Eboli.

27 ottobre 2009

“Il quaderno” di José Saramago


di Gianni Quilici

Scrive sull'Unità Francesco Piccolo, scrittore interessante anche sociologicamente, che la raccolta di testi dell'ultimo libro di Saramago “Il quaderno” “è irrazionale, sciatta, superficiale”, contrariamente al solito, essendo Saramago “uno scrittore raffinato e di grande qualità”

Non so se la parola “sciatta” sia giusta, ma certamente Saramago non sempre è qui raffinato. Questo, tuttavia, non l'ho avvertito come un limite. Perché?
Questo libro, come è noto, è il prodotto di articoli scritti sul blog. Ora che cos'è un blog? Uno strumento che richiede o perlomeno consente una scrittura immediata, in cui l'umoralità dei sentimenti può esprimersi nel suo presente, senza il distacco del tempo. Saramago ha scelto di pubblicare la zona di se stesso più istintiva, più vibrante, più semplificatrice forse, ma anche per questo forse più comprensibile, forse più vicina alla fervida passione delle viscere.

Per esempio i giudizi netti e taglienti su Bush e Berlusconi, su Ratzinger e su Guantànamo, su crisi finanziaria e su Israele hanno la forza dell'indignazione e della moralità e, oltre all'acutezza delle osservazioni, non sono propaganda, né contengono punte di irrazionalità. Semmai se c'è un limite nel Quaderno è un certo quotidiano legato alla sua vita pratica, che può assumere in Saramago, nell'immediatezza di quel presente, una necessità espressiva, ma che dice poco al comune lettore.

Tuttavia il modo di leggerlo che a me è parso più utile è sottolineare a futura memoria quei passaggi in cui la descrizione e la riflessione mi sono parsi utili da tesaurizzare o eventualmente da articolare e approfondire.

Ne evidenzio soltanto alcuni nella loro più estrema concisione.
* Se fosse già esistito il cinema, se le mille e una trasformazione che la città subì lungo questo otto secoli fossero registrate, potremmo vedere Lisbona crescere e muoversi come un essere vivente (...) Gli eredi di questa città sono figli di cristiani e di mori, di neri e di giudei, di indi e di gialli, di tutte le razze e fedi che sono definite buone e cattive, un magnifico meticciato non solo di sangue, ma di culture...

* Bush sa di mentire, sa che noi sappiamo che sta mentendo, ma, appartenendo al tipo di bugiardo compulsivo, continuerà a mentire anche se avrà negli occhi la più nuda della verità, continuerà a mentire anche dopo che la verità gli sarà esplosa in faccia...

* A ben poco potrà servirci una democrazia se non sarà costituita come radice di una effettiva e concreta democrazia economica e di una non meno concreta ed effettiva democrazia culturale...

* In una conferenza stampa lancio lì la prima parola, e la seconda, e la terza, come uccelli ai quali sia stato aperto lo sportellino della gabbia, senza sapere bene, o non sapendo affatto, dove mi porteranno. Parlare allora diventa un'avventura, comunicare si trasforma di una ricerca metodica di un cammino che porti verso chi sta ascoltando ...

* Marcos parlò, nominò tutte le etnie del Chapas, e per ciascuna fu come se le ceneri di milioni di indios si fossero liberate dai tumoli e di nuovo reincarnate. Non sto facendo della facile letteratura, tento, maldestramente, di mettere in parole ciò che nessuna parola può esprimere: l'istante in cui l'umano diviene sovrumano e, allo stesso passo, torna alla sua più genuina umanità.

* Ratzinger non ha mai riscossole mie simpatie intellettuali. Lo vedo come uno che si sforza di mascherare e occultare ciò che effettivamente pensa.

* Il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei.

* La sinistra non pensa, non agisce, non arrischia un passo (...) Per questo, non stupisca l'insolente domanda del titolo: “Dove sta la sinistra?” Non faccio sconti, ho già pagato troppo care le mie illusioni.

* Lo potessi, chiuderei tutti i giardini zoologici del mondo. Lo potessi, proibirei l'uso di animali negli spettacoli del circo.

José Saramago. Il Quaderno. Prefazione di Umberto Eco. Traduzione di Giulia Lanciani. Pag. 171. Bollati Boringhieri. Euro 15.00.

"Bertha von Suttner, la strega della pace" di Luciano Luciani



Quando Bertha filava le trame della pace

Negli ultimi decenni dell’Ottocento l’idea di una pace diffusa e generalizzata sembrò acquistare particolare vigore; l’interprete più appassionata di questa antichissima speranza, che si faceva tanto più forte quanto più si esasperavano i contrasti tra le potenze imperialiste del tempo, in Europa e fuori d’Europa, unica donna in un mondo di uomini sempre più impegnati ad odiarsi, fu Bertha von Suttner.
Nata a Praga nel 1843, si chiamava Berta Sophia Felicita Grafin Kinsky von Chinik und Tattau; figlia – ironia della sorte – di un feldmaresciallo, appartenente a una famiglia della grande nobiltà austriaca, come scrive Friedrich Herr, “cresce viziata, vanitosa, superficiale. Le guerre del 1859, 1866, e 1870 non le fanno alcuna impressione, non la toccano. Il grande cambiamento si verifica quando deve lottare per sposare il barone Arthur Gundaccar von Suttner, di sette anni più giovane di lei e in questa unione ideale elle sente “il matrimonio come educazione all’obbligo della solidarietà umana…”

Giornalista e scrittrice, autrice di alcuni libri di successo (Es Lowos,1883; Inventario di un’anima, 1883; Una cattiva persona, 1885) raggiunse una più ampia notorietà con due romanzi che suscitarono vivaci discussioni negli ambienti politico – culturali europei: il primo, L’era delle macchine, per le sue aspre critiche contro gli eccessi del militarismo e la sfrenata corsa gli armamenti determinò polemiche così roventi da essere addirittura oggetto di una discussione al Parlamento austriaco; il secondo, Giù le armi!, si ispirava alle vicende dei recenti conflitti europei e raccontava come la protagonista finisse per conoscere di persona e subire tutti gli orrori della guerra.

Fin dal suo apparire questo libro ottenne un successo straordinario: solo in Germania ebbe trentuno edizioni e fu tradotto in molte lingue arrivando persino nella retriva Russia zarista e nel militarista Giappone. E pensare che il manoscritto di Giù le armi! era stato respinto da più di una casa editrice, preoccupata per le reazioni che un testo del genere poteva provocare nei circoli politici e militari. Il trionfo del romanzo fu anche sancito dai lusinghieri giudizi di illustri personaggi del tempo come Alfred Nobel, Peter Rosegger, Bjornstjerne Bjorson, Friedrich von Bodenstedt, Leone Tolstoj che così espresse a Berta tutto il suo entusiasmo per le sue pagine: “La pubblicazione del vostro libro è per me un buon segno. Il libro La capanna dello zio Tom ha contribuito all’abolizione della schiavitù. Dio faccia sì che il vostro libro serva allo stesso scopo per l’abolizione della guerra”. L’accoglienza entusiastica che l’opinione pubblica internazionale riservò a Giù le armi! conferì nuovo slancio al movimento pacifista europeo e segnò una svolta nella vita di Berta: “il mondo ed io ci apparteniamo l’un l’altro e questo mondo ha bisogno di me e del mio amore”.

Sull’altro fronte, invece, quello degli ambienti bellicisti e sciovinisti e del sistema militare – industriale si moltiplicano gli insulti, gli attacchi, i tentativi di delegittimare la coraggiosa scrittrice. Per i commentatori più benevoli le conclusioni tratte dalla von Suttner nel suo libro “possono essere solo considerate con un sorriso da qualsiasi serio uomo politico”. Per il professor Felix Dahn, i veri uomini vogliono battersi; combattere è intanto un lavoro, poi un dovere. Tutte questioni che le donne non possono capire, quindi non debbono occuparsene e lasciare agli uomini le responsabilità della guerra e della pace. Con avversari ed argomenti siffatti, Bertha ha buon gioco a rispondere: “ Le donne non staranno zitte, professor Dahn. Noi scriveremo, terremo discorsi, lavoreremo, agiremo. Le donne cambieranno la società e loro stesse”. Un impegno destinato a diventare una scelta di vita: nel 1891, infatti, Bertha fonda la Società austriaca per la Pace, di cui resterà presidente fino alla morte. Sempre nello stesso anno interviene alla Conferenza per la Pace svoltasi a Roma, in Campidoglio: era la prima volta che una donna parlava in quel luogo così carico di storia e la prima volta che Bertha interveniva in un’occasione ufficiale di fronte a un pubblico vasto ed esigente. Se la cavò benissimo, al punto che l’attività di conferenziere sostituì a poco a poco quella di scrittrice: anche i malevoli giornalisti romani, che non avevano risparmiato velenose ironie alla donna che osava parlare a una platea di uomini in una sede tanto solenne, furono costretti ad ammettere la fondatezza dei suoi argomenti e la passione che li sosteneva.

Un impegno imperterrito e indefesso

A partire dal 1892 Bertha lavora al mensile “Giù le armi!”, che riprende il titolo e lo spirito del suo libro più famoso. La aiuta in questa impresa giornalistica un giovane editore, Alfred Hermann Fried, futuro premio Nobel per la pace nel 1911. Su questa testata - e su “La vedetta della pace” che dal 1899 la sostituirà – la von Suttner pubblica le sue famose “glosse alla storia del tempo”, una polemica rubrica, che aveva il potere di mandare in bestia gli ambienti nazionalisti e imperialisti di tutta Europa. Attaccata e derisa dai signori della guerra, che sono ormai abituati e definirla “la strega della pace”, imperterrita, insieme al suo collaboratore A. H. Fried, fonda a Berlino la Società tedesca per la pace (1892).

Già segretaria e poi amica di Alfred Nobel, ricchissimo industriale che doveva la sua fortuna economica all’invenzione della dinamite. lo convince a donare una cospicua parte del suo patrimonio per istituire un premio per la pace da assegnare a quanti operino per il disarmo e la fratellanza tra gli uomini. Nel corso di venti anni cruciali e durissimi interviene in migliaia di assemblee pubbliche, conferenze, congressi iniziative di segno pacifista.

Scrive e parla con accenti non di rado profetici: al quarto Congresso mondiale della Pace tenutosi a Berna nel 1892 la von Suttner, unico delegato donna, presenta una relazione per tanti versi anticipatrice intorno a un progetto di Confederazione degli Stati d’Europa; nella Conferenza per la Pace tenutasi all’Aja nel 1899, la prima a cui partecipavano finalmente uomini di stato e di governo di diversi paesi del mondo, afferma che “il ventesimo secolo non finirà senza che la società abbia abolito come istituzione legale il più grande dei flagelli, la guerra”.
La sua fama si allarga anche oltre Atlantico: nel 1904, nonostante avesse subito due anni prima la perdita dell’amatissimo consorte, tiene oltre cento conferenze negli Stati Uniti e viene ricevuta dal presidente Theodore Roosvelt, persuadendolo a promuovere la II Conferenza per la Pace dell’Aja (1907), da cui nasce la Corte permanente di arbitrato. Premio Nobel per la pace nel 1905, infaticabile convince A. Carnegie, uno degli esponenti di punta del capitalismo illuminato nordamericano, a istituire una fondazione per la pace. Ma il suo è un impegno disperato: l’opinione pubblica di tutti i paesi europei è percorsa da una volontà bellicista sempre più decisa e in tutto il mondo sembra dilagare una voglia diffusa di morte e sangue.
Questa donna dallo sguardo lucidamente utopico in un suo saggio, L’imbarbarimento dell’aria (1912), intuisce e denuncia con largo anticipo quelli che saranno i modi radicalmente nuovi e atroci di intendere e praticare la guerra. E, purtroppo, i terribili bombardamenti di trent’anni dopo daranno ragione ai cupi presagi di Bertha, a cui la sorte riserverà di non assistere agli orrori del primo conflitto mondiale. La von Suttner, infatti, muore, sfinita dalla sua dedizione totale alla causa della pace, una settimana prima che l’attentato di Sarajevo fornisca la scintilla adeguata a far esplodere la polveriera europea e mentre fervevano i preparativi per il Congresso mondiale per la Pace da tenersi a Vienna, l’ennesima iniziativa pacifista ispirata da questa donna indomabile.

Una personalità eccezionale ingiustamente dimenticata

L’eccezionale personalità di Bertha von Suttner segnò di sé e della propria attività gran parte della vita letteraria, culturale, politica tra i due secoli: il limite più evidente della generosa iniziativa che questa straordinaria figura riuscì a dispiegare sulle due sponde dell’Atlantico fu di fermarsi a un pacifismo democratico e “giuridico” che riponeva tutta la sua fiducia nell’opera illuminata dei governi e degli uomini “grandi”, piuttosto che nella lotta delle masse e dei popoli. Così, per esempio, la sua opera veniva percepita dal più agguerrito gruppo disarmista e pacifista italiano, quello di Ezio Bartalini e del giornale “La Pace”: nel 1906, in occasione del quindicesimo Congresso universale della Pace tenutosi a Milano, un editoriale della rivista rimproverava ironicamente a Bertha un eccesso di “cortesia femminile” e alla sua azione veniva contrapposta “la bussola della lotta di classe” e “la guerra di partito antagonistico”.

Basta una critica del genere a giustificare l’oblio e la smemoratezza che hanno avvolto la figura e l’opera di questa donna fuori dal comune? Ursula Jorfeld, la sua principale biografa, racconta che a Oslo, all’Istituto Nobel, fanno bella mostra di sé tre busti, tutti di uomini. Manca proprio quello di Bertha, che del premio Nobel fu ideatrice, sostenitrice, vera e propria “madre spirituale”.
Eppure, oggi, istituzioni come l’Organizzazione delle Nazioni Unite, la prassi degli accordi e dei trattati per il disarmo, la polemica contro la cultura delle violenza e della guerra e l’idea di una educazione alla pace sembrano confermare la bontà di molte sue intuizioni. Al punto da renderla meritevole di attenzione, riconsiderazione e rispetto da parte delle donne e degli uomini affacciati sul precario balcone di questo nostro terzo millennio.

25 ottobre 2009

"Il basilisco" di Renzia D'Incà

foto di Gianni Quilici
di Gianni Quilici

Renzia D'Incà ha pubblicato quattro raccolte di poesia e due saggi di teatro, ha vinto nel 1995 il Premio Poesia inedita Montepulciano ed il premio Fabbri nel 1997. Nata a Belluno nel 1966, risiede a Pisa dove lavora nella formazione e ricerca teatrale e universitaria.

Ho tra le mani il suo ultimo libro “Il Basilisco”. Leggo l'inizio, la prima strofa.
Ho incontrato il tuo occhio
sulla soglia e sono morta
morta di paura morta di voglia.

Si colgono già in questi primi versi alcune peculiarità della raccolta.
La prima: la musicalità travolgente di chi si lascia andare, sentendosi libera in un duplice senso: libera (meglio: non condizionata) dalle regole codificate del linguaggio poetico; libera di trasmettere tumultuosamente ciò che si potrebbe chiamare pre-conscio, ossia quei pensieri, impulsi, di cui si ha una conoscenza spuria, perché compressi da una resistenza interna e che richiedono uno slancio creativo, che è anche sofferenza, per essere liberati e riportati alla luce.
Ne nasce una sorta di danza (poetica) con una struttura strofica fluente, senza alcuna punteggiatura e mobilissima, dove a danzare è solo l'io (poetico) della protagonista, mentre l'Altro rimane sullo sfondo, immobile e silenzioso, ma continuamente cangiante.

La seconda peculiarità: il desiderio e la paura, due sentimenti che incontrandosi-scontrandosi producono un lungo martellante grido d'amore insaziabile, inappagato, vorace, deriso e derisorio eccetera, eccetera. Questo grido è flusso della coscienza che nella pagina diventa flusso della poesia (viene in mente Patrizia Valduga di Medicamenta o certi versi dialogici della Achmatova), che ha, nel continuo andirivieni, il suo codice più segreto e sottile. Perchè in questo flusso, che, apparentemente almeno, è incoerente e irrazionale, c'è lo zampillare, devastante e disarticolato, onirico e regressivo, mutevole e teatrale, della creazione continua. L'interlocutore, a cui l'io protagonista si rivolge, può essere tutto: Dio-Padre-Mito-Poveraccio; in ultima analisi, può essere la proiezione dello stesso io nella sua voracità di ricerca della simbiosi.

Per questo è indovinata la scelta della strofa-frammento, perché è come un ricominciare sempre da capo, perché inesauribile è la forza delle pulsioni, che vengono da lontano.
Ed anche efficace lo scorrere fluido dei versi, che si fanno ora invocazione ora maledizione, ora adorazione ora fuga.
La poesia è spesso diretta, chiara; colpisce frontalmente con il suo erotismo incensurato, ma spesso è anche simbolica, metaforica. Metafore o similitudini ardite, colte, originali.
“Il basilisco” è inoltre una storia, meglio frammenti di storia, che si offrono -se si vuole- ad una interpretazione psicoanalitica, che sia però libera e aperta al mistero.

Da ultimo (riporto) una strofa tra le tante, che dia il senso dello spessore poetico di Renzia D'Incà:
di te m'accingo a scrivere ancora
di te mi nutro mio pasto crudo
Prima ti lecco ti mordo ti rosicchio
ai bordi, dopo ti ingoio intero
infine ti sputo, oh mio rifiuto.
Quanto ci sarebbe da dire sullo spessore psicologico ed esistenziale di questi versi nel loro incontro con un linguaggio poetico ricchissimo di implicazioni formali!

da Arcipelago, periodico dell'Arci di Lucca

Renzia D'Incà. Il basilisco. Edizioni del Leone, 2006. Pag. 45. € 7,00.
Arcipelago 2008

24 ottobre 2009

"Aldo Capitini e la colonna sonora della prima marcia per la pace Perugia - Assisi" di Luciano Luciani


VERSI POLEMICI, MA PIENI DI PASSIONE CIVILE

La prima Marcia per la pace da Perugia ad Assisi
La bandiera della pace, quella con i colori dell’arcobaleno, ebbe il suo battesimo italiano in occasione della prima marcia Perugia – Assisi per la pace e la fratellanza tra i popoli. Era il 24 settembre 1961 e la promuoveva Aldo Capitini (Perugia, 1899 – ivi, 1968), straordinaria figura di filosofo, studioso di San Francesco, Gesù Cristo, Buddha, Gandhi, educatore, teorico della non violenza. L’iniziativa cadeva in un momento in cui la politica internazionale sembrava avvitarsi nella spirale della ennesima, preoccupante crisi: la guerra fredda, infatti, ovvero il contrasto globale sviluppatosi dopo la II guerra mondiale tra mondo comunista e mondo liberaldemocratico, dopo le speranze legate alla destalinizzazione e alla conseguente politica di distensione, conosceva, ancora una volta, inquietanti ritorni alla tensione degli anni precedenti. Si cronicizzavano le guerre locali nel Medio Oriente e in Africa, iniziava la guerra del Vietnam e non venivano meno politiche di riarmo e la corsa agli armamenti sia convenzionali sia nucleari. C’era ancora di che essere preoccupati per le sorti del mondo e l’iniziativa di Capitini intendeva dare voce a questo turbamento diffuso delle coscienze.

“Quando, nella primavera del ‘60”, ricorda Capitini in Opposizione e liberazione, “feci a Perugia un bilancio delle iniziative prese e di quelle possibili, vidi che l’idea della marcia, soprattutto popolare e regionale, piacque. Ma solo nell’estate essa prese un corpo preciso in riunioni apposite, che portarono alla fondazione di un comitato d’iniziativa… Come avrei potuto diffondere la notizia che la pace è in pericolo, come avrei potuto destare la consapevolezza della gente più periferica, se non ricorrendo all’aiuto di altri e impostando una manifestazione elementare come è una marcia?”

Camminare e cantare
Marciare, ovvero camminare in gruppo e nella stessa direzione: un atto semplice, elementare, eppure carico di fortissime valenze simboliche. Perché compiuto nella terra che fu di San Francesco, culla di una proposta cristiana sostanziata di povertà, mitezza e rifiuto di ogni logica di potere; perché non si rimane inattivi di fronte all’ingiustizia, non si sta fermi, ma si cammina. E soprattutto, non da soli, ma insieme, credenti e non credenti, affratellati dai colori dell’iride della bandiera della pace, rappresentazione di perdono e riconciliazione unanimemente accettata presso tutte le culture. Così come, fin dagli anni di Aristotele, è acquisita l’idea che camminare in compagnia, favorisca lo scambio delle idee, la discussione… e il canto, assecondato proprio dalla cadenza propria del passo della marcia. Ed è in questo contesto che nasce quella che è generalmente conosciuta come la più bella, combattiva, beffarda canzone di protesta antimilitarista del movimento per la pace, ancora oggi conosciuta e intonata in occasione di meeting e iniziative pacifiste. Si tratta di un breve testo con due padre nobili, che, si racconta improvvisassero, appunto camminando, lungo tutti i 24 chilometri del percorso: Franco Fortini (Firenze 1917 – Milano 1994), poeta, letterato, critico militante per le parole e per la musica Fausto Amodei (Torino,1934), cantautore civilmente impegnato, fondatore del “Cantacronache” e autore con Per i morti di Reggio Emilia della più bella canzone politica di quegli anni.

Canzone della marcia della pace.

E se Berlino chiama
ditele che s’impicchi
crepare per i ricchi
no! non ci garba più.


E se la Nato chiama
ditele che ripassi
lo sanno pure i sassi
non ci si crede più.

Se la ragazza chiama
non fatela aspettare
servizio militare
solo con lei farò.

E se la patria chiama
lasciatela chiamare:
oltre le Alpi e il mare
un’altra patria c’è.

E se la patria chiede
di offrirgli la tua vita
rispondi che la vita
per ora serve a te.

La canzone piacque
La canzone piacque e circolò, circolò, circolò… fino a raggiungere le sensibili orecchie del dott. Pasquale Carcasio, magistrato in servizio presso la procura della Repubblica di Milano che il 29 dicembre 1965 “Esaminato il disco in questione e constatato che nelle parole della canzone ‘La marcia della pace’ è insita una pubblica istigazione rivolta ai militari per disobbedire alle leggi;…ordina il sequestro, ovunque si trovi in deposito, in distribuzione, in vendita del disco…”
Si noti che appena pochi mesi prima la Canzone della marcia della pace aveva ricevuto attenzioni che erano arrivate sino ai più alti vertici istituzionali: un senatore del Movimento sociale italiano, infatti, aveva pensato bene di rivolgere un’interrogazione al Ministro della Difesa del tempo, Giulio Andreotti “per sapere se conosca che è in libera vendita un microsolco di cinico incitamento a disprezzare in pace e in guerra il dovere militare; se non intende stroncare con il sequestro tale propaganda”. Detto, fatto.
Sì, proprio questo è il buio che abbiamo attraversato!

Aldo Capitini, un intellettuale solitario

Ilare e irriverente, la Canzone della marcia della pace esprime bene l’entusiasmo che caratterizzò questa prima edizione di una manifestazione che ebbe, allora, un grande successo (oltre 30.000 presenze) e che era destinata a un futuro che arriva sino ai giorni nostri. Non mancarono, però, dubbi e distinguo anche tra le stesse fila della sinistra che pure aveva aderito all’iniziativa. Il pacifismo del Partito comunista, per esempio, non andava oltre la concezione togliattiana di un equilibrio tra potenze e il mantenimento dello status quo: e Capitini, che “parlava di nonviolenza quando la lotta armata sembrava essere l’unica via di ribellione, evidenziava i contrasti fra il nord e il sud del mondo quando tutti si fermavano alla contrapposizione fra i blocchi dell’est e dell’ovest e lottava contemporaneamente contro l’assoluto del potere (l’Unione Sovietica) e l’assoluto del benessere (gli Stati Uniti d’America) quando ognuno cercava di assimilarsi ai feticci proposti dalle ideologie dello Stato o del consumo” (Albesano), rimane, come confesserà dalla pagine dell’”Unità” a quasi vent’anni dalla sua morte il filosofo marxista Aldo Zanardo, “un uomo che non sapemmo capire abbastanza”.

Sopportato e/o utilizzato tatticamente dalla sinistra marxista, Capitini non trovò interlocutori neppure tra i laici di sinistra, pochi e per di più “arroccati al loro perbenismo piuttosto classista” (Fofi). Né maggior conforto poteva venirgli dalla Chiesa e dal mondo cattolico ufficiale e istituzionale: nel 1955 la Sacra Congregazione del Santo Uffizio aveva condannato “in indicem librorum prohibitorum” il testo più noto di Capitini, Religione aperta, e la Democrazia cristiana, saldamente al potere in Italia dal ’48 in poi, non perdonava al filosofo perugino la sua contiguità alla sinistra. Rimanevano i cattolici irregolari, quelli ‘di periferia’, ma capaci di intuizioni ed esperienze profetiche: La Pira, don Mazzolari, Nomadelfia, don Milani, le cui Esperienze pastorali, uscite nel 1958, furono definite da Capitini “il più bel libro che un cattolico italiano ci abbia dato in questo secolo”. Ammirazione, rispetto, qualche lotta in comune anche con questi interlocutori contro lo strapotere clericale della chiesa di Pio XII, ma Capitini rimase un pensatore isolato: uno spirito religioso senza chiesa, un organizzatore senza organizzazioni di partito, un profeta disarmato. Gli si attaglia alla perfezione l’epigrafe, dettata da Walter Binni, perugino come lui, storico e critico della letteratura, che compare sulla lapide della sua tomba nel cimitero di Perugia.”Libero religioso e rivoluzionario non violento”.

"O Gorizia, tu sei maledetta: versi semplici e terribili contro la Grande Guerra" di Luciano Luciani




Estate 1916
Lo scenario è quello della Grande Guerra: estate del 1916, settore orientale. L’esercito italiano è schierato davanti a Gorizia presidiata dagli austriaci saldamente insediati lungo un sistema difensivo che fa perno sulla città e sul fiume Isonzo, articolandosi sulla destra verso il Sabotino e il Podgora e appoggiandosi sulla sinistra alle alture del Monte Santo, del San Gabriele, del San Daniele e San Michele. Posizioni militarmente forti, su cui, nei primi 16 mesi di guerra, si sono infrante ben quattro offensive italiane che sono costate perdite gravi e già migliaia di fanti sono caduti in reiterati attacchi frontali. Inferiori ai sacrifici di vite umane i risultati ottenuti: appena un po’ di terreno davanti alla città e qualche lembo di terra sul margine occidentale del Carso.

Assai più determinata l’offensiva condotta nello stesso settore di fronte nell’agosto 1916. Affidato alla III Armata il compito di conquistare la testa di ponte austriaca sulla destra dell’Isonzo davanti a Gorizia, l’attacco italiano, preceduto da una sistematica, battente azione di artiglierie iniziò il 6 agosto 1916 ed ebbe il suo momento culminante nella conquista del monte Sabotino. Nello stesso giorno è conquistato il Podgora, mentre gli austriaci resistono nella zona di Oslavia. L’8 agosto abbandonano la testa di ponte e, a questo punto, il gen. Capello, comandante del VI Corpo d’armata, decise di passare il fiume e di conquistare di slancio Gorizia e le ben difese posizioni del San Gabriele e del San Michele a est della città. A Gorizia gli italiani entrano il 9 agosto e iniziano l’attacco alle restanti linee di difesa austriache che resistono strenuamente. “17 agosto: dopo quattro giorni di sforzi vani e sanguinosi contro la nuova linea di difesa austriaca, l’offensiva italiana è sospesa.”(A. Tosti, Cronologia della guerra mondiale 1914 – 1918). Il gen. Cadorna ordina la fine dell’offensiva: era terminata la sesta battaglia dell’Isonzo.

Raccontata così, col linguaggio degli storici, la guerra presenta solo il lucido nitore geometrico di una partita a scacchi, ma la sua vera natura è un’ altra. E’ fatica, sudore, paura, sofferenza, lutti. E’ il fango delle trincee e il sangue dei feriti e dei caduti che impasta la terra… Sono i poveri corpi falciati a migliaia sui fili spinati, fatti a pezzi dalle schegge dell’artiglieria, abbandonati insepolti al caldo impietoso di quella estate.

All’esaltazione nazionalistica per una tanto faticata vittoria subentrò in breve un sentimento di orrore per i tragici costi umani di quella vicenda bellica: circa 50.000 soldati e 1759 ufficiali caduti di parte italiana, 40.000 e 862 ufficiali per gli austriaci. Una carneficina, che favorì la nascita e la circolazione di un largo e condiviso stato d’animo di ripugnanza per la guerra, testimoniato da alcuni canti di protesta. Tra i più belli, diffusi e significativi dell’intero conflitto 1915 – 18 il testo che segue, intitolato O Gorizia, tu sei maledetta, nelle cui strofe, come osserva Sergio Boldini, apprezzato studioso della espressività popolare, si ritrovano “ la violenza, l’inutilità e il dolore della guerra, gli affetti che si perdono, la discriminazione di classe fra soldati e ufficiali, i morti che non ritornano”.

1
La mattina del cinque di agosto
si muovevano le truppe italiane
per Gorizia e le terre lontane
e dolente ognun si partì.

2
Sotto l’acqua che cadeva a rovesci
grandinavano le palle nemiche;
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:

3
“O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza!”
Dolorosa ci fu la partenza
che ritorno per molti non fu.

4
O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letti di lana,
schernitori di noi carne umana
questa guerra ci insegna a punir.


5
Voi chiamate il campo d’onore
questa terra di là dei confini;
qui si muore gridando “Assassini!”
maledetti sarete un dì.

6
Cara moglie, che tu non mi senti,
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio col tuo nome nel cuor.

Versi semplici, come si può leggere, ma dolenti e terribili nella loro capacità di dare anche espressione estetica a una dolorosa consapevolezza antimilitarista e di classe. Un canto di protesta che avrebbe inquietato ancora per almeno mezzo secolo la cattiva coscienza di graduati e Stati maggiori. Infatti, riproposto quasi mezzo secolo più tardi, nel 1964, al teatro Caio Melisso di Spoleto in occasione del Festival dei Due Mondi da un agguerrito gruppo di musicologi e folksingers ( Roberto Leydi, Giovanna Daffini, Giovanna Marini, Caterina Bueno, Sandra Mantovani, Michele L. Straniero) innescò una vivace polemica: alcuni ufficiali presenti in sala si ritennero offesi dai duri giudizi presenti nel testo, si alzarono rumorosamente e uscirono al grido di ‘viva gli ufficiali!’ Applausi, fischi, brusio in sala: lo spettacolo viene interrotto e le repliche dei giorni successivi vedranno addirittura un tentativo di ‘marcia su Spoleto’ da parte di un gruppo di estremisti di destra autoproclamatisi difensori del buon nome dell’esercito e delle sue tradizioni. “Qualche sera dopo gli spettatori dovevano subire una seconda chiassata di giovinastri, venuti con appositi camion da tutte le province vicine. Ma questa era una cosa che non interessava i poliziotti in servizio. Vietato cantare Gorizia, ma non Giovinezza, le cui lugubri note hanno riecheggiato per le strade della cittadina umbra” (“Vie nuove”, n. 27, luglio 1964). E siccome siamo in Italia, patria del diritto e dei contenziosi giudiziari, non mancò la solita denuncia alla magistratura contro gli organizzatori e l’intero cast dello spettacolo per oltraggio alle forze armate. Ma “L’episodio di Spoleto” scrive Stefano Pivato, storico del costume dell’Italia contemporanea “è, senza dubbio, quello che con più scalpore mette in rilievo i legami ormai profondi tra il mondo della musica popolare e la realtà della protesta pacifista che, in quella metà degli anni Sessanta, monta negli ambienti studenteschi, anche in Italia” (S. Pivato, Bella ciao Canto e politica nella storia d’Italia, 2005).

20 ottobre 2009

"L'esperienza di 'Fuori binario' " di Luciano Luciani


SENZA DIMORA, MA COL GIORNALE

A Parigi una volta li chiamavano clochard, oggi sans papiers, a New York homeless; a Managua sono i cartoneros, a Rio de Janeiros e a San Paolo del Brasile sufridores de rua, che in Italia, nella nostra lingua, diventano i senza fissa dimora… Sono il popolo dei poveri tra i poveri, coloro per i quali non sono più sufficienti le definizioni sociologico/burocratiche di “povertà relativa” o “povertà assoluta”.

Sono quelli che non hanno nulla: nessun lavoro, nessuna risorsa, casa niente e scarsa salute… Vivono in mezzo a noi nelle città, ma sempre e solo sulla strada. Di giorno dimorano in certe piazze malfamate e ad orari fissi abitano le sale d’aspetto delle stazioni ferroviarie.

Cacciati, trovano rifugio nei rari centri d’accoglienza e assistenza. Di notte la loro vita è tutta dentro una scatola di cartone. Figure erratiche, quando li incontriamo, cambiamo strada, li scansiamo, li scavalchiamo. Rappresentano il lato oscuro del nostro modello sociale in cui pochi vincenti arricchiscono senza misura; molti sono duramente impegnati a garantirsi almeno decorosi livelli di vita, continuamente erosi e insidiati; alcuni non ce la fanno.

Loro, i senza fissa dimora sono questi alcuni: uomini e donne che nel corso della loro esistenza hanno dovuto fare i conti con ogni tipo di dipendenza, dall’alcol alla droga; ex detenuti, immigrati, disadattati dalle storie più diverse, rappresentano la prova vivente, in carne e sangue, che, come scrive il poeta e saggista statunitense Paul Auster nell’Arte della fame, qui e ora “ è un momento difficile per i poveri. Siamo entrati in un periodo di grandissima prosperità. Ma mentre scorrazziamo su una superstrada di profitti sempre più vertiginosi, ci scordiamo che un numero inaudito di esseri umani precipita lungo la carreggiata. La ricchezza produce povertà. E’ l’equazione occulta dell’economia di mercato. Non amiamo parlarne ma, a mano a mano che i ricchi diventano più ricchi e si trovano somme più ingenti da spendere, aumentano anche i prezzi… Per molti altri gli aumenti hanno segnato la differenza tra avere un posto dove vivere e non averlo. Per alcuni hanno segnato la differenza fra la vita e la morte”.

A Firenze, questi “poveri invisibili” hanno una “voce” che ne esprime problemi e difficoltà, rabbie ed entusiasmi, aspirazioni e progetti. Un periodico mensile tutto loro, autogestito e autofinanziato che esce a Firenze da oltre dieci anni: si chiama Fuori binario, dodici pagine, formato 30 per 45 centimetri, piene di disegni, poesie, pensieri, racconti, argomentate polemiche contro quelle istituzioni che non fanno fino in fondo il proprio dovere nei confronti dei più deboli.

Lo promuove, con testarda sensibilità, la fiorentina Associazione Periferie al Centro. Intelligente la formula: i “senza dimora” non sono solo redattori di “Fuori binario”, ma anche distributori. Può capitare, infatti, a chi tra un treno e l’altro si trovi a trascorrere mezz’ora negli ambienti della Stazione di Firenze Santa Maria Novella di sentirsi interpellare con timidezza da uomini e donne non più giovanissimi, vestiti modestamente ma decorosamente, sul viso i segni profondi lasciati da esistenze difficili: “Vuoi acquistare “Fuori binario?” Se non sai di cosa si tratta, te lo spiegano con garbo. “Quanto costa?” Offerta libera: una parte va a coprire le spese del giornale, il resto rimane al nostro diffusore, che, mentre guadagna dignitosamente, pubblicizza la “sua” testata.

Vuoi diventare anche tu un “fuori binario”?
L’abbonamento costa 25 euro, sostenitore 50, da versare sul c.c. bancario n. 9691/00 Cassa di Risparmio di Firenze Agenzia 40; oppure c.c.p. n. 20267506 intestato a “Periferie al Centro onlus”, via del Leone, 76 50124 Firenze, telefono e fax 055/2286348; email: redazione@fuoribinario.org; sito www.fuoribinario.org
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