29 agosto 2013

"Del Sedere" di Maurizio Della Nave



"La sedia di Gauguin" di Vincent Van Gogh

Prendiamo una sedia.  Con la sua struttura oramai consolidata, qualcosa che da terra si alza per arrivare ad un piano su cui sedersi e dal quale eventualmente continua una superficie d’appoggio..., con forme e materiale diversi è pur sempre una sedia. Nessuno si sognerebbe di farla capovolta se non per pura espressione artistica o di design estremo..., la sua funzione è perfettamente espletata da una primitiva struttura di base che nel tempo non è mai mutata.

In fondo, ciò che cambia effettivamente in una sedia è l’essere umano che vi si siede (tralasciando di considerare particolari esperimenti da circo con elefanti e cose similari). Non tanto per la diversità personale, quanto per l’azione del sedersi.., sempre diversa e con angolazioni e posizioni dissimili. Certo esistono delle regole di postura, regole ergonomiche che imporrebbero misure e posizioni ben definite in funzione della persona.., ma raramente vengono rispettate.  E del resto lo stesso essere umano costruisce delle sedie che nulla rispettano della struttura ottimale, creando egli stesso anomale posture che fanno ingiustamente imputare alla sedia colpe di dannosa scomodità.

Cosa deve sopportare una sedia!... Per non parlare di come viene trattata e di cosa gli tocca subire: stoffe ruvide e sporche, deretani pesanti e sudati, odori nauseabondi e suole di scarpe... Non c’è rispetto per chi da sempre si dedica al riposo ed allo stato di comodità dei sedenti. I quali, poveretti, non hanno neppure ancora raggiunta una stabile e consolidata struttura di base non ostante (sembrerebbe) esistano da maggior tempo delle sedie stesse.

Una veloce analisi di queste disquisizioni porterebbe naturalmente a pensare che la sedia, nel suo silenzio secolare, ha raggiunto un equilibrio ed una maturità senz’altro infinitamente più profondi di un qualunque essere umano.., e ciò la dice lunga su questo pianeta. Dove invece si tenta spesso di eliminare la sedia in quanto ostacolo all’attività sempre più frenetica di produzione e di movimento fine a sé stesso. Quando l’essere umano scomparirà le sedie resteranno ma forse avranno perso la loro funzione... Esiste dunque un rapporto di simbolica simbiosi tra le due entità: l’uno ha bisogno della sedia per non stancarsi della vita e l’altra ha bisogno della vita per non perdere il suo significato strutturale...

 Una meditazione da considerare...

  © 2012

"La famiglia Karnowski" di Israel Joshua Singer



di Fabio Greco

Ho appena letto La famiglia Karnowski di Israel J.Singer, fratello maggiore del Premio Nobel Isaac (e non solo per età). E ora?

Mi arriva sempre, dopo aver letto uno dei rari romanzi straordinari che allargano la mente e scombussolano l’anima, la paura di non riuscire a riadattarmi alla letteratura di tutti i giorni. Così è avvenuto anche dopo la lettura di questa epopea tragica che accompagna tre generazioni di ebrei nei conflitti, nelle miserie, negli sconvolgimenti e nelle sofferenze di mezzo secolo (da fine Ottocento alla vigilia della seconda guerra mondiale), attraversando con straordinario realismo dialettico realtà diversissime come la Polonia, Berlino, New York.

Una grande tragedia collettiva e individuale, che però Israel Singer  racconta con sguardo asciutto e lingua limpida, onesta, senza calcare mai le tinte con la retorica, senza  ricorrere mai ai sotterfugi del melodrammatico.

E ora?
Bisognerà riadattarsi, perché non sarebbe neppure conveniente aver sempre per le mani libri che ti fanno i vivere la vita degli altri in modo così intenso, lancinante, talora insopportabile. Bisogna pur vivere anche la propria vita.

C’è da aggiungere che La famiglia Karnowski è anche una grande lezione di storia. Credo che sia quasi impossibile trovare qualche saggio storico che sappia ricostruire con altrettanta ricchezza documentaria, con altrettanta penetrazione psicologica e sottigliezza antropologica la vita di intere comunità. Tra l’altro risulta evidentissimo dalle pagine di Singer la sostanziale astrattezza dello stesso concetto di “ebreo”, così come venne imposto dall’ideologia nazista all’Europa intera. Nella Berlino degli anni Trenta, c’erano “ebrei” borghesi che non avevano niente in comune con il popolino ebraico di piccoli bottegai e immigrati, e che si sentivano tedeschi a pieno titolo, e c’era la povera gente “ebrea” che condivideva la stessa sorte della classe operaia del quartiere accanto. C’erano le classi, non le razze.

Consiglio dunque a tutti la lettura della Famiglia Karnowski. Soprattutto può essere un buon antidoto per quelli che si emozionano solo con Dan Brown o con Murakami Haruki. Non gli farebbe male tornare a piangere, ridere e riflettere sulla storia e sulla vita reale.

ISRAEL JOSHUA SINGER, LA FAMIGLIA KARNOWSKI, ADELPHI, MILANO 2013

28 agosto 2013

"L'attesa" di Fulvia Quirici



Quanto ci sbagliamo.

A volte si progetta febbricitanti per l'entusiasmo un viaggio, si attende con ansia una festa, un incontro, spesso struggiamo al pensiero di un acquisto ambito che si potrà realizzare di li a poco; ancora di più si mette in gioco quando si tratta di un traguardo di vita.
Si sovraccarica l'evento/obiettivo di un nutrito pacchetto di aspettative e ci si approccia con il candore di un adolescente, crescente al diminuire del tempo che ci separa al verificarsi dell'evento stesso.

Immancabile, quasi ineludibile, sulla soglia di quel bramato momento c'è la signora Delusione. Entra senza mitigare, è padrona ... e io in quei casi mi trovo imbarazzata: come poter rinnegare l'entusiasmo abnorme di un attimo prima? Deludere a mia volta le aspettative di chi per certo mi spacciava felice? Come poter dire di essermi sbagliata nell'aver desiderato tanto? E' una botta all'orgoglio, uno schiaffo sonoro all'amor proprio. Un doversi giustificare più mortificante del mancato godimento.
Allora alla signora Delusione si affianca la sorella zitella, acida e poco foriera di buone cose: l'Amarezza.

Cosa diversa è invece misurare, soppesare, disvelare e masticare i particolari con lucidità. Avere tutto il tempo per metabolizzare. Così descritta sembrerebbe a tutta prima una logica elaborazione di circostanze; uno scandagliare 'dati' per potervi applicare modelli dedotti dal buon senso e dalle personali esperienze.
Invece provo a dire: decidere un giorno, per una miccia accesa chissà per quale motivo, di staccarsi dall'immagine di se che nel disagio non si riconosce, non si sente, non si ama più, è forse una delle esperienze più sconvolgenti.
Ricordarsi della leggerezza di molti anni prima ma avere sulle spalle una 'costruzione' che permette pochi voli pindarici e che di continuo ci richiama a bomba verso le catene dei nostri doveri, ha una componente di alto rischio, che genera moti e associazione di idee fortemente destabilizzanti. Ma è una sicura rivoluzione. Un'esplosione silenziosa.

E talvolta i miei occhi brillano di questi tempi, me li sento, più che vederli ... è la pazzesca lucidità con cui centellino i miei brividi o trattengo il fuoco che divampa o carezzo la bimba piccola che in me soffre quando gli torco un paio di volte a vite l'anima e alla fine ... 'recupero'. Ovvero mi fermo, respiro, allargo i polmoni e guardo avanti spostando un poco i paletti, accomodando non per facilità ma per possibilità il mio orizzonte, quello che mi sono solo abbozzata, il solo che mi lascia la più ampia possibilità di manovra.


E allora di cosa mi preoccupo? Ho in cantiere un grande progetto, lavoro alacramente per portarlo a compimento nel migliore dei modi: ”Ho deciso di smettere di preoccuparmi di piacere alla gente” (faber).

25 agosto 2013

"Viaggio nel Trentino" di Gianni Quilici




                                        foto gianni quilici

Viaggio nel Trentino

… e poi trovare laghi
laghi da tuffarsi
distendersi alla luce
dimenticarsi
                25 agosto 2013 
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24 agosto 2013

"L’umorismo perturbante nel teatro pittorico di Arnaldo Mangini" di Davide Pugnana



Creatura a disagio, spaesata, 
il poeta intona nel folto dello sfacelo
i tempi di una sua ‘sinfonietta’, 
recita i numeri di una guitteria, 
stralunato,bramoso di cantilene e di Kitsch,
 e così appassionato di metafisica,da sembrar
filisteo, come un archivista di Hoffmann.
E per affiorare dalla baraonda
della banalità, dal grigiore dell’iterazione, 
non esita a travestirsi, 
assumendo nomi diversi, 
a cercare rifugio  negli anacronismi,
 indossando maschere ormai inusitate
 di incantatori e pierrot,
 sussiegose marsine e bombette.”
(A.M.Ripellino, Sinfonietta)




A gettare uno sguardo d’insieme sull’opera pittorica di Arnaldo Mangini ci sentiamo come rassicurati dal candore con cui egli dichiara l’eredità dei suoi padri elettivi. Così, dentro gli scenari delle sue tele il nostro occhio favoleggia di un mondo senza conflitti, senza incrinature drammatiche nel dialogo serrato con la tradizione novecentesca dei maestri: Magritte in primis; la lezione dell’automatismo surrealista e il pescaggio nella logica rovesciata dell’inconscio; qua e là, incursioni nell’atmosfera metafisica degli oggetti decontestualizzati, memore di quell’abrasione dechiriniana generata dal guanto di lattice arancione, pendente contro il frammento classico; e, proseguendo, si colgono sintesi alla Carlo Carrà nella semplificazione degli alberi, ritti come lame di coltello e silenziosi come obelischi, incastonati contro un cielo fabbricato per far da quinta alla plasticità delle nuvole, sparse e biancheggianti sopra i tetti delle case e sui birilli, mentre gli oggetti ludici del “secondo mestiere” di Arnaldo (la vita di palcoscenico) sono strumenti di una clownerie sul punto di dichiararsi figli del baule di Alberto Savinio; non ultimi, in questa galleria di padri, sono la chiostra di denti e le bocche urlanti di baconiana memoria. 
Gli stessi dispositivi formali sono in linea con un solido ritorno al mestiere pittorico: il disegno tenuto alto nel nitore del contorno; le masse chiaroscurali; la gestione attenta degli oggetti nelle scatole spaziali; la giustapposizione dei colori puri; l’accurato grado di finitezza dei soggetti, si uniscono a formare gli elementi costitutivi della lingua pittorica di Arnaldo Mangini, e, largamente, della grammatica figurativa familiare alle nostre abitudini visive. Pare insomma che in questo mondo pittorico tutto torni. Si prova quasi un piacere prossimo alla gratificazione nel calare la ricerca di Arnaldo Mangini nel solco della grande tradizione novecentesca, nel misurarla sulla lezione dei maestri della modernità. Eppure se fermiamo lo sguardo su questo tavolo espressivo, su cui le carte si dispongono ben allineate, sentiamo che ci assale un sospetto. Si sa, quando in una ricerca pittorica i referenti stilistici sono scopertamente confessati dobbiamo diffidare della loro reale incidenza. Nel caso del mondo figurativo di Arnaldo Mangini, le fonti additate si scoprono fragili crisalidi, a metà tra splendide bugie e parvenze formali.
Da dove vengono i sogni pittorici di Arnaldo Mangini? Più che dal dominio della pittura, essi escono da un sistema di saperi che l’artista ha interiorizzato nel tempo. Nessun sentimento, nessun palpito o erotismo, nessun affondo lirico scuote la limpida luce meridiana di nocturne (2013)1 o il corpo dell’Oca italica (2012), riecheggiato con maestria nell’arco verde con il tricolore sullo sfondo. Il viaggio a ritroso nella tradizione pittorica novecentesca ci porta, quindi, ad un vicolo cieco. Il profondo nucleo generatore dell’immaginario pittorico di Arnaldo è altrove. 
A voler cercare il midollo conoscitivo delle sue tele, tele così intimamente pensate, la bussola non si allontana dal quadro sperimentale del primo Novecento; ma dal Nord delle avanguardie dobbiamo spostare l’ago verso altri linguaggi. Tutto quanto compone le visioni pittoriche di Arnaldo è permeato dalla letteratura e dalla psicoanalisi. Nomi come quelli di Pirandello e Freud sono molto più che un letto di suggestioni libresche. Termini quali umorismo e perturbante (2) si configurano come modelli attivi della ricerca espressiva di Arnaldo: la loro simultanea presenza forma la graduazione necessaria affinché possa avvenire la messa a fuoco delle lenti critiche sulla visione pittorica. È dal loro terreno comune che prende corpo l’iconografia di Arnaldo, la cui cifra di realismo visionario la rende stilisticamente tanto riconoscibile. 
Esemplare in questa direzione è Il mal di denti di Apollinaire (1997). Che cosa vediamo? In pochi centimetri di tela (35X50), Mangini allestisce un sistema simbolico nel quale gli elementi in gioco sono il ritratto di Apollinaire, incastonato in una lunetta, fissato in un rictus e bendato per la ferita di guerra; in basso, a fungere da contraltare muto, un toro rosso fa capolino da una buca nel terreno e guarda il poeta; sullo sfondo, una gigantesca “A” è inscritta in un rombo fatto di tiranti e sfere agli angoli, a sua volta contenute in una seconda geometria rettangolare suggerita dal brandello di muro e dal palo di metallo, il tutto organizzato in un calibrato schema compositivo. La simbologia, colta e allusiva, non è di immediata lettura. 
Lasciamo per un momento in sospeso il rebus e passiamo ad una seconda tela: Ci rivedremo a Filippi (2012). Qui tutto il proscenio è focalizzato sul gesto di saluto dell’uomo in giacca e cravatta e dalla gigantesca bocca che pare scuotere le fuggitive apparizioni alla sue spalle: il paesaggio tutto d’invenzione e le due nuvole, pigre e svagate tra alberi e architetture, pronte a metamorfosarsi nel numero 3. Descritta questa soglia, possiamo affidarci all’interpretazione iconografica, isolare i soggetti e verificarne la tenuta alla luce di svariate chiavi di decifrazione; ma ciò ci porterebbe lontano. Quello che deve emergere nella presentazione di un artista è la sostanza primaria dei suoi dipinti: quella che Karen Blixen chiamava “il disegno della cicogna”(3), ossia la figura complessiva che possiamo ricavare dall’insieme di un racconto e che, nel caso della personale di Arnaldo Mangini, si lascia scoprire e conoscere attraverso l’unità figurale della narrazione per immagini. In questo senso, la compresenza, in mostra, di dipinti e disegni suggerisce al meglio questa uniformità di poetica.
Dove possiamo cogliere, infine, la presenza di Pirandello e di Freud nella ricerca pittorica di Arnaldo Mangini? Poniamo mente alle definizioni. Dell’umorismo noi sappiamo che è il “sentimento del contrario”(4), ossia una singolare condizione di riflessione che, azionandosi, mette un freno al riso liberatorio del comico e ci fa pensosi; mentre il perturbante è la condizione per la quale gli oggetti, esteriori ma soprattutto radicati in noi come oggetti del mondo interno, da familiari mutano in presenze ‘sinistre’, straniere e minacciose, generando un senso di profondo spaesamento. Entrambi i termini sono forme di conoscenza della natura umana ed è in questa accezione che Arnaldo Mangini le intende, intrecciandole nel suo teatro pittorico. Un teatro in cui nulla di quanto rappresentato è frutto del caso: i cieli aperti e luminosi; le irreali campagne, inondate da una luce che satura i colori; le cravatte multicolori e i colletti che chiudono menti e bocche sataniche; gli archi che danno asilo a nuvole in viaggio; l’evocazione del silenzio meridiano in cui si fissano elementi di un rebus in cerca d’autore; l’u;niverso oggettuale clownesco che punteggia gli scenari sono singole parti di una costruzione dell’opera sempre cosciente nell’artista. “Un quadro - scriveva Baudelaire -  è una macchina in cui tutti gli ingranaggi sono intellegibili a un occhio esercitato; dove tutto ha la sua ragion d’essere, se il quadro è un vero quadro; dove un tono è sempre chiamato a farne risaltare un altro, dove un errore occasionale di disegno è talvolta necessario per non sacrificare qualcosa di più importante.”(5)
Opere cruciali come Il mal di denti di Apollinaire e Ci rivedremo a Filippi sembrano configurarsi agli occhi del fruitore come teatro simbolico dell’interiorità dell’autore. Per questo, a gettare uno sguardo d’insieme sul corpus di disegni e dipinti di Arnaldo Mangini, presentati nella mostra personale alla Galleria “Lancillotto” di Sarzana, si profila nei nostri occhi un’autobiografia attraverso figure e paesaggi, nei quale la risata è tenuta al limite del grido o del rottame verbale e gli oggetti, che punteggiano lo scenario di elementi ludici e clowneschi ma in realtà straniati, sono tutt’altro che totem innocenti della fiaba e del gioco.

Note:
(1) Per le opere citate nel testo critico consultare il blog dell’artista: http://blog.arny.it/index.php/tag/pittura/

(2) Per i termini “umorismo” e “perturbante” le edizioni consultate sono: L. Pirandello,  L’Umorismo e altri saggi, a cura di E. Ghidetti, Giunti Editore, 1995, p.374; e S.Freud, Il perturbante, Bollati Borginghieri
(3) L’espressione “il disegno della cicogna” è utilizzata da Karen Blixen nel romanzo La mia Africa (“Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?“). Su questa riflessione si incentra il saggio di Adriana Cavarero, Tu che mi guardi tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli, Collana Elementi, 2001, p.92
(4) L’esempio chiarificatore della poetica umoristica pirandellina è quello celebre della “vecchia signora”.  
(5) C. Baudelaire, Salon del 1846, in Scritti sull’arte, a cura di Ezio Raimondi, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2004, pp. LIV-380

L’umorismo perturbante nel teatro pittorico di Arnaldo Mangini, mostra personale di pittura, Galleria “Lancillotto”, testo critico di Davide Pugnana. Vernissage sabato 24 agosto, ore 18:30, via Lancillotto Cattaneo, n. 12, Sarzana (Sp). Ingresso gratuito.

"L'ombelico di Adamo" di Stefano Tofani



di Luciano Luciani
Una favola contemporanea, questo L’ombelico di Adamo, primo romanzo di Stefano Tofani, giovane scrittore toscano: una bella prova d’Autore, la sua, non solo divertente, ma utile alla comprensione del nostro presente nelle sue larghe zone oscure e nei suoi rari punti di luce.

In una fredda notte di uno degli ultimi giorni di un anno di questi ultimi nostri malmostosi, come dal nulla, nella piazza principale di Cùzzole “uno di quei tranquilli paesi di passaggio, pigri e anonimi, che se ne stanno adagiati tra i monti e la camionabile” fa la sua apparizione una strana statua: un nudo maschile, gli occhi coperti da una maschera, stretto in mano un mappamondo da cui è stata cancellata una remota e settentrionale area del pianeta: l’Islanda. Ma il particolare più bizzarro è quello di un perizoma leopardato che cela un particolare anatomico (indovinate quale!) di ragguardevoli dimensioni, ma spezzato. Nasce così la fama di Piporotto, che, ben presto, si allarga oltre i ristretti confini municipali per assurgere a una fama nazionale e oltre. Mentre si moltiplicano i visitatori e cresce il conseguente indotto economico di questo inopinato, originale “bene dell’umanità”, si acuiscono anche gli interrogativi che attraversano e agitano la piccola comunità. Chi ha collocato lì la statua? E perché? Chi ne è l’autore? Qual è, se esiste, il messaggio nascosto? E l’Islanda, di cui viene negata l’esistenza, cosa c’entra? Tante domande, nessuna risposta. Va senza dire che le autorità preposte all’ordine pubblico “brancolano nel buio”, quelle politiche cercano di sfruttare in termini di consenso ogni novità, mentre le tradizionali dinamiche del piccolo borgo conoscono accelerazioni e torsioni, pettegolezzi velenosi e chiacchiere maligne … Fino a quando il mistero buffo si trasforma in tragico: dieci settimane dopo quella straordinaria epifania che sta rendendo un paesotto come tanti famoso in tutto il mondo, viene ritrovato un cadavere vestito, o meglio spogliato, come l’ormai celeberrimo Piporotto. Ora, il cono d’ombra delle insinuazioni e dei sospetti non risparmia più nessuno: non il sindaco e neppure l’assessore alla cultura, il play boy locale e il parroco, il barista e l’operatore ecologico che è “strano” perché scrive poesie. E chi è davvero la giovane bella e misteriosa restauratrice impegnata a portare a nuova vita un antico mosaico della chiesa parrocchiale?

A poco a poco, con fatica, vincendo le reticenze vischiose figlie di tanti piccoli egoismi personali, cominciano a emergere schegge di verità: si tratterà solo di ricomporle in un quadro più vasto, dietro il quale si intravvedono non pochi né piccoli interessi e intrecci affaristico/malavitosi: insomma, il nostro Paese, oggi.
L’ordine tornerà a regnare a Cùzzole? Sì, ma non sarà più quello di prima: sarà appena appena migliore, un po’più sincero e condiviso, un po’ meno impastato d’ipocrisia.

Godibile la scrittura di questo romanzo, tutta intrisa di un umorismo sottile; ben impaginata la storia, verosimili, nonostante l’assunto di partenza, gli scenari. Condivisibile, poi, il messaggio d’amicizia, d’amore, di tolleranza proposto dall’Autore, ben reso attraverso un mix lieve di ironia, malinconia e speranza: sì, speranza, malgrado tutte le piccole e grandi miserie che ci affliggono, ci appesantiscono l’esistenza e rendono peggiore la porzione di tempo e di mondo in cui ci è stato concesso di vivere

Perché, dietro Cùzzole e il suo microcosmo di storie paesane e personaggi minimi, non abbiamo dubbi che de te, Italia, fabula narratur.

 
Stefano Tofani, L’ombelico di Adamo, Giulio Perrone editore, Roma, 2013, pp. 192, E. 13,00










16 agosto 2013

"Lo scrittore fantasma" di Philip Roth



nota di Gianni Quilici

Mi ha “preso”.
Perché c'è la durezza dell'io narrante -il giovane scrittore
nei confronti del padre e della comunità ebraica;
perché ci sono le ossessioni (creative e materiali) di uno scrittore famoso,
perché c'è una moglie-vittima che si ribella nella sua impotenza,
perché c'è una ragazza dalla personalità indefinita,
perché c'è una scrittura fluente, ricca, elaborata
ed una ricerca della verità dei personaggi
che è oltretutto morale
.

Philip Roth. Lo scrittore fantasma. Einaudi 

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"La Grande Guerra e i suoi interpreti" di Luciano Luciani






Una letteratura sterminata.

Sterminata la letteratura intorno alle origini della Grande Guerra. Non erano ancora stati sparati i primi colpi di cannone che già ciascuno dei Paesi belligeranti si adoperava per attribuire ai propri avversari le responsabilità dello scoppio della conflagrazione mondiale. Soprattutto negli anni del conflitto e in quelli immediatamente successivi, la storiografia risentì del calore delle polemiche nazionalistiche e della imponente produzione di documenti e memorie di uomini di Stato e militari tendenti a spiegare all’opinione pubblica, spesso da punti di vista settoriali se non addirittura personali, decisioni e scelte politiche, iniziative strategiche e operazioni tattiche. Si trattava di lavori in genere tendenziosi e propagandistici che ruotavano prevalentemente attorno al tema delle responsabilità degli Imperi Centrali e del loro personale politico e militare: questi, oltre a “premeditare” la guerra, avrebbero approfittato dell’assassinio dell’arciduca austriaco a Sarajevo come di un avvenimento favorevole che aveva offerto loro il pretesto, tanto insperato quanto desiderato, per scatenare una guerra che avrebbe imposto l’egemonia germanica sul mondo. Una letteratura comunque importante perché legata alla questioni, che avrebbero avvelenato l’Europa nei decenni successivi: i trattati di pace e le riparazioni di guerra.

Un fronte compatto.
Un fronte storiografico compatto che, però, già a partire dagli anni venti iniziò a mostrare le prime crepe. Questo avvenne quando la giovane Unione Sovietica cominciò a far uscire materiali documentari che illustravano le responsabilità del governo zarista e dei suoi alleati, Francia e Inghilterra, parimenti coinvolti nella conduzione, già orientata in senso bellicista, della diplomazia di quei Paesi e nella preparazione di un clima d’odio nei confronti della Germania. Un’ondata di pensiero storico “revisionista” che segnò profondamente soprattutto l’opinione pubblica francese e quella americana sino a quel momento tenacemente attaccate alla tesi dell’unica responsabilità degli Imperi Centrali: una tendenza storiografica che conobbe anche posizioni estreme che attribuivano in particolare alla Francia e alla Russia, che avrebbero scientemente precipitato il mondo nell’immane catastrofe di una guerra mondiale, tutte le colpe, prossime e remote, del conflitto
Così, a dieci anni dallo scoppio di una guerra che aveva radicalmente ridisegnato gli assetti politici e sociali del continente europeo, il giornalista e scrittore francese Alfred Fabre-Luce riassumeva la tormentata questione delle colpe e responsabilità: “La Germania e l’Austria hanno compiuto i gesti che hanno reso il conflitto possibile; la Triplice Intesa ha fatto quelli che l’hanno resa certa”. Una formula, questa, che non arrestò negli anni successivi, fino almeno alla seconda guerra mondiale, il confronto tra storiografia antitedesca e storiografia revisionista: anni in cui si facevano strada, però, anche impostazioni diverse per interpretare avvenimenti così decisivi nella storia europea e mondiale. Lo scrittore pacifista francese Victor Margueritte, per esempio, elevava un fiero atto d’accusa nei confronti di tutti i governanti europei, formulando al tempo stesso un’assoluzione piena per tutti i popoli, mentre nel 1927 lo storico sovietico Eugenij Viktorovic Tarle in una sua celebre Storia d’Europa 1871 – 1919 proponeva un’interpretazione di quella tragica vicenda bellica come “preparata dal giuoco complesso dei contrastanti interessi economici generali del capitalismo in Europa”.

Eugenij Viktorovic Tarle.  Le responsabilità del capitalismo.
Storico russo già affermato nel suo Paese e apprezzato all’estero quando i bolscevichi assaltarono il Palazzo d’Inverno, Eugenij Viktorovic Tarle (1874 - 1955) non era marxista e non partecipò alla rivoluzione. Un decennio più tardi, nel 1927, il suo libro Storia d’Europa, 1871-1919, gli valse l’ingresso nella prestigiosa Accademia sovietica delle Scienze, ma gli attirò anche gli strali polemici degli storici di regime più ortodossi che l’accusarono di essere uno pseudo marxista, un interventista e uno storico favorevole ai Paesi dell’Intesa. Accuse che gli comportarono un esilio durato quattro anni.
La Storia d’Europa 1871-1919 ridimensionò radicalmente la questione, agitata in chiave soprattutto nazionalistica, delle maggiori o minori “responsabilità” nel conflitto di questo o quel governo europeo, per concentrare invece l’attenzione sulle dinamiche economiche e finanziarie del periodo 1871-1914,
Secondo lo storico sovietico, “mai, prima d’allora, in tutta la storia del capitalismo moderno, l’industria, il commercio, la borsa, l’agricoltura, i trasporti avevano avuto a propria disposizione capitali liberi così ingenti”. La formazione e l’espansione di formidabili capitali che finanziavano e organizzavano tutta la vita commerciale e industriale dei moderni Paesi capitalistici avevano favorito il formarsi di un’ “economia mondiale” che non determinava affatto però il quadro idilliaco dell’emulazione pacifica sognato sin dalla metà del secolo XIX  da studiosi e utopisti politici come Buckle o Cobden. Ne era derivato un conflitto tra potenze imperialistiche: in ogni Paese gli industriali si erano adoperati per spingere i loro Stati a intervenire in armi per conquistare nuove risorse di materie prime e vantaggiosi mercati di sbocco per le merci. Un comportamento simile fu tenuto dalle banche e dalle borse che, soprattutto negli anni prima del 1914, chiedevano un attivo appoggio diplomatico e militare dovunque si proponessero di investire i capitali disponibili. Una condotta che unificava gli industriali tedeschi ai capitalisti inglesi, i capi della Borsa parigini ai grandi commercianti russi. A tutto ciò, secondo Tarle, non corrispose, poi, un’adeguata presa di coscienza dei rischi insiti in quella particolare fase della politica e dell’economia europee da parte della classe operaia del continente e delle sue organizzazioni politiche e sindacali che, soddisfatte delle conquiste economiche e sociali ottenute negli ultimi decenni in termini di mantenimento dei posti di lavoro e di aumenti salariali, avevano abbandonato le parole d’ordine rivoluzionarie e della solidarietà internazionalista di classe.

Il dibattito storiografia dopo il 1945.
Se nel dibattito storiografico fece, dunque, allora il suo ingresso il tema della Grande Guerra come conflitto tra potenze imperialistiche, non per questo si esaurì il confronto sulla questione delle colpe e responsabilità, riacceso inevitabilmente dal secondo conflitto mondiale, dai suoi tragici esiti, dalla nuova sconfitta della Germania. Nel clima ancora caldo della lotta antinazista, ripercorrendo la sterminata documentazione già nota, ripropose l’argomento della colpevolezza tedesca, lo storico inglese di convinzioni laburiste A. P. J. Taylor con il suo libro L’Europa delle grandi potenze da Metternich a Lenin 1848-1918, 1961 (titolo originale The struggle for mastery of Europe 1848-1918, apparso nel 1954). Un orientamento ripreso con vigore e la forza di nuovi materiali d’archivio dallo storico tedesco Frantz Fischer, con un lavoro rimasto famoso perché letto ben oltre la cerchia ristretta degli storici di professione, Assalto al potere mondiale, 1965, che mise inconfutabilmente in luce i piani aggressivi elaborati dal governo e dai militari tedeschi prima e durante il conflitto voluto a tutti i costi dalle forze economiche dell’impero germanico.

Wolfgang J. Momsenn. Il deficit di democrazia della Germania.
Wolfgang J. Momsenn (1930 – 2004), appartiene alla generazione di storici tedeschi indotta dalle tragiche vicende del secondo conflitto mondiale a indagare sulla continuità tra la Germania dell’età guglielmina e quella nazionalsocialista. Studioso della storia tedesca e inglese nei secoli XIX e XX, Momsenn nel suo L’età dell’imperialismo 1885-1918 sostenne che alla modernizzazione economica della Germania non avrebbe corrisposto un’adeguata modernizzazione sul piano politico e civile come invece era avvenuto per la Gran Bretagna. Una fragilità del tessuto politico e un deficit di democrazia che, intrecciati con un poderoso sviluppo industriale, con le tradizionali aspirazioni tedesche all’espansione territoriale, col nazionalismo e il militarismo prussiano, fecero ricadere sulla Germania il peso delle maggiori responsabilità nello scoppio del primo conflitto mondiale. Infatti, mentre nei dieci anni che precedettero il conflitto si assisté in Inghilterra a un’ampia diffusione dei principi politici del liberalismo riformista e radicale, in Germania, negli stessi anni, l’idea dello Stato democratico ristagna o arretra. Così, in Inghilterra le elezioni del 1906 portarono ben 54 rappresentanti laburisti alla Camera dei Comuni e il governo liberale fu sollecitato ad “andare oltre gli obiettivi del Labour Party tramite una generosa politica di riforme sociali”; in Francia, nello stesso anno, Clemenceau, su mandato degli elettori, formò un governo fondato su una larga maggioranza radicalsocialista con l’appoggio dei socialisti, che, tra divisioni e contraddizioni, entrarono stabilmente e da protagonisti nella vita politica del Paese e contribuirono al progressivo ordinamento democratico dello Stato; in Germania, invece, nonostante le speranze di una nuova stagione di progresso democratico all’interno del Paese, il sistema politico e sociale rimase prigioniero degli interessi dei gruppi più conservatori. Si mantenne il potere di comando del Kaiser sottratto a ogni controllo, i politici non riuscirono a ridimensionare il ruolo sino ad allora tenuto dai militari nelle scelte governative e la Germania continuò a essere governata con metodi autoritari mentre la politica estera di Guglielmo II era guidata da preoccupazioni nazionalistiche e la classe dirigente tedesca la usava per tenere a bada le richieste di democrazia che provenivano dall’interno del Paese. Politici, militari, grandi industriale costituivano per Momsenn un blocco di potere destinato a rimanere sostanzialmente intatto anche negli anni tumultuosi della repubblica di Weimar per approdare, con reciproca soddisfazione, al Terzo Reich.
Pesantissimi, per il vecchio continente, gli esiti politici, materiali e morali del conflitto che ne seguì.

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21 luglio 2013

"Viaggio in Sardegna" foto di Gianni Quilici



Una lima di polvere in fuga
sotto cerchi spinti veloci dal fiato
nell'azzurro lungo di un cielo intuito
e la terra che cola morbida
dentro al mare.
                                   Caterina Donatelli

17 luglio 2013

"Vezzi d'arte" mostra di Aldo Bandini



Aldo Bandini, o la pittura
 come vocazione alla chiarezza

“i pochissimi pittori che hanno il cervello a
posto e  gli occhi puliti si accingono a ritornare
alla scienza pittorica secondo i principi e gli
insegnamenti dei nostri maestri antichi.”
(Giorgio De Chirico, Ritorno al mestiere)   

di Davide Pugnana



Ci sono artisti la cui opera acquista senso e valore alla luce della distanza storica. Gli occhi della generazione contemporanea, che la vede nascere e crescere, spesso non è pronta ad intenderne la portata. Ci vogliono decenni, talvolta secoli per una buona messa a fuoco. Sono scatti di accelerazione espressiva che conosciamo bene e che la storia dell’arte, al volgere di ogni secolo, ci racconta mostrandoci un ‘caso’ esemplare. Lotto, Caravaggio e Van Gogh, per dire i primi che vengono alla mente, sono lì a dimostrarcelo. La comprensione delle loro poetiche ha richiesto tempo e fatica. Eppure non sempre il prezzo dell’impopolarità al cospetto del proprio presente si sconta imboccando la via della rivoluzione. A generare esclusione e silenzio può talora contribuire la fedeltà ad una scelta d’origine; una sorta di atto di coscienza talmente risoluto da decidere la linea destinale di un’intera carriera. Ne è un esempio il patto di fedeltà verso uno status creativo come quello della pittura figurativa che ha contraddistinto la ricerca di artisti nati nella seconda metà del Novecento. Per molto tempo, in Italia, ci sono state personalità il cui profilo e la cui operosità sono stati oscurati dalla luce potentemente sperimentale dell’arte d’avanguardia. Il frutto di questa eclisse dentro il secolo è quella “città sotterranea” che Vittorio Sgarbi ha descritto con grande esattezza nel saggio che apre i contributi raccolti ne La stanza dipinta e che porta l’eloquente titolo di Arte segreta. Vale la pena porre mente ad alcuni passaggi, utili per introdurre l’attività pittorica di Aldo Bandini. Eccone il passo saliente: “Così è sorta una città sotterranea, dove si sono rifugiati orgogliosi e imperturbabili, artisti di sicuro talento, e dove giungono, come naufraghi sopra una terra insperata, alcuni temerari che non hanno piegato le vele nella direzione del vento favorevole e hanno affrontato tempesta e bonaccia per arrivare a un luogo di cui avevano sentito parlare, ma della cui esistenza non erano neppure certi fino in fondo. Si è trattato per molti, fin dalla prima generazione di questo secolo, di scavalcare le avanguardie, di attraversarle ignorandole, di riagganciarsi all’ultimo gesto della mano con il pennello o con la pietra, di ricominciare dove il discorso si era interrotto. Per molti è stata una testarda coerenza, una polemica ragione di vita, nell’isolamento e nel silenzio; per altri, e soprattutto ora, è una dimostrazione di riscatto. C’è un intero arcipelago, ancora in buona parte sommerso o inesplorato, di cui l’unico iceberg emerso, universale e quasi sprezzante nell’affermazione di un valore non comparabile con la moneta corrente, è Balthus. Al suo fianco e nella sua direzione e nell’opposta, ma con lo stesso metodo di paziente e pensata elaborazione dell’immagine, ci sono altri, anche grandi; e non saprei dirvi dove poterli incontrare, se non nei loro studi, in qualche rara mostra: certo non nei templi consacrati all’arte.”

Un luogo sconsacrato e la rara mostra di un rappresentante di questo “arcipelago” di pittori figurativi descritto da Sgarbi è possibile averli sotto gli occhi, proprio in questi giorni, a Carrara, con la personale di Aldo Bandini, un pittore dall’operosità silenziosa, lontano dall’assordante clamore della notorietà e dalle vetrine delle gallerie. La recente produzione trova uno spazio d’eccezione nella vasta sala espositiva della bottega Vezzi d’arte.

Le note che seguono sono lontane dal voler restituire un quadro complessivo della ricerca pittorica di Aldo Bandini. Esse non sono che glosse sparse, suscettibili di ripensamenti e di ampliamenti, depositate in margine ad una produzione la cui complessità è lungi dal mostrarsi docile ad un immediato addomesticamento storico-critico. Una collocazione dell’opera di Bandini nel contesto di una storia della pittura tra fine Novecento e nuovo millennio, alla luce dell’evoluzione di un certo tipo di figurazione, è ancora una sfida aperta. Tanto più che tra le buone maniere della critica figura quella che raccomanda di aver gettato uno sguardo sull’intera produzione dell’artista, di averne classificata tutta l’opera. Condizione che, nel caso di Aldo Bandini, si annuncia da subito come difficile impresa, dal momento che le sue tele vivono disseminate in varie collezioni private, in banche, in chiese, in uffici, in studi di avvocati, in case di industriali, e una cernita, anche parziale della sua produzione, richiederebbe molto tempo e un sereno piglio sistematico.

Quando si intende parlare dell’opera pittorica di Aldo Bandini si deve mettere da parte la veste complicata del linguaggio critico, il suo tecnicismo, la sua oscurità spesso inaccessibile, e lasciare che le parole scorrano con eloquente semplicità sulla sua pittura. Occorre verificare, per quanto possibile, che ogni vocabolo sia aderente al fatto figurativo che intende descrivere. Qualsiasi intervento critico sulla sua ricerca pittorica non può che essere, a sua volta, una professione di chiarezza. Chiarezza di pennello come chiarezza di pensiero. Un’equazione sacra che muove da sempre la ricerca espressiva di Bandini. Non c’è spaccatura tra la figurazione e le forme del reale. Nella sua pittura, la chiarezza è non solo l’assenza di retorica, di letteratura e di facili cenciate; è il senso del mestiere e della tecnica messi al servizio dell’espressione. Il fine artistico che Bandini persegue è quello di una pittura non tradisca se stessa e il suo statuto; che non si allontani dal suo midollo. E certo, in questo suo procedere, Bandini trova in Raffaello Borghini, scrittore d’arte attivo nell’ultimo ventennio del Cinquecento, un’equivalente sponda teorica. È proprio il Borghini a sostenere che la figurazione trova il suo motore immobile ne “l’abito intellettivo” della pittura.

E a chi salga alla bocca, di fronte alle opere in mostra, il nome di Brueghel, di Bocklin e di De Chirico, di certo realismo novecentesco, certo non sbaglia nell’intuire i referenti stilistici verso i quali Bandini si volge; ma è bene esser coscienti che questa suggestione non è che il punto di partenza. Il Novecento ha custodito un continente di pittori la cui tensione espressiva nasceva dal girare le spalle a Duchamp e Burri, e che ancora Vittorio Sgarbi raggruppa sotto la categoria di “pittura permanente”. Ossia una pittura di valore e di qualità che intende resistere nel tempo, incurante delle generazioni e delle mode. Se è vero che la tensione figurativa di molti maestri è stata, da un lato, straordinaria pittura, e dall’altro ha generato infiniti seguaci di una debolezza senza appello, per Bandini quella vocazione alla chiarezza di visione e di stile funge da cifra di autenticità. Anzitutto, perché Bandini è un pittore che la sa lunga: conosce Brueghel, conosce Rubens; sa quale abisso di pensiero pittorico passa tra Piero della Francesca e Cosmé Tura; dalla linea Tiziano Veronese Delacroix ha appreso cosa sia il colore; mentre da quella Rembrandt-Velàzquez gli è arrivato il libero miracolo del tocco. Sa come imitarli, piegando l’assimilato alla sua personalità; guardando a procedimenti e soluzioni espressive senza per questo contaminarsi coi loro cascami ‘accademici’, anzi uscendone al momento giusto, per rientrarvi d’improvviso e rinnovarli. Pittore da sempre, quasi per consanguinea appartenenza, Bandini sa cosa vuol dire essere figurativi, e non ha mai temuto di misurarsi col linguaggio pittorico che una tradizione così impegnativa reca in sé. Detto ciò, Bandini sa altrettanto bene di perdere terreno rifiutando la stendhaliana conversione della sua arte all’uniforme del secolo; ma sa anche benissimo di guadagnarne sia presso i figurativi di razza, sia in seno alla tradizione stessa, risvegliando efficacemente il prestigio della pittura, ridonandole l’imbattibile solidità dei suoi valori. A guardare quel suo piccolo medaglione ovale, finalmente sotto gli occhi di tutti, ci occorre subito marcare il motivo più schietto della sua pittura: quel dipingere chiaro, sempre teso alla verità delle cose. Ebbene, non solo la sua ma tutta la pittura figurativa, ieri come oggi, è ferma nell’affermazione che il peccato imperdonabile, la menda carica di gravità mortale, è l’opacizzazione del Vero. Per questo, sulle tele di Bandini, tutto si scopre; tutto gioca a manifestarsi in modo da non lasciar dubbi nel rapporto tra cosa e pittura.

Non è facile essere figurativi. È vero. Misurarsi col realismo, categoria senza tempo, significa possedere mestiere, immaginazione, senso delle cose e delle forme, potenza percettiva. Su questo terreno è facile scivolare e farsi male. Per un artista figurativo le imperizie  e le lacune espressive sono sempre in agguato, pronte ad esplodere sulla tela come oscenità. Se si sceglie, come ha fatto Bandini adolescente, la via della figurazione, bisogna essere coscienti che il viaggio sarà difficile e carico di responsabilità. In questo senso, fermarsi a meditare sulla recente produzione in mostra significa non tanto chinarsi a descrivere temi e tecniche; ma dare voce ad una concezione della Pittura che, tela dopo tela, vediamo prendere corpo. Bandini risolleva il primato della figurazione là dove gli era stato tolto. Ricomincia, ogni volta, laddove la Modernità l’aveva dimenticata. Il suo gesto è quello liturgico della mano con il pennello, ossia di ostinata fedeltà agli strumenti. Il suo mondo figurativo senza crepuscoli o gesti d’effetto, lontano dagli ismi, è l’incontro di una pittura vasta, pacata, intellettiva, con un lavoro sodo tutto teso all’onestà di visione. Se potessimo assimilare o calare in un luogo ideale il suo pensare artistico esso sarebbe in tutto simile ad un tempio o ad una corte, due spazi profondamente umanistici. Un pensiero pittorico, quello di Bandini, severamente limpido e in perenne continuità con la tradizione storica della grande pittura europea. Possiamo verificarlo in presa diretta sulle opere esposte. Vediamo che la tenuta di questo abito mentale si riflette nella coerenza di unità stilistica delle tele; nel passaggio, tutt’altro che scontato, dal medio al piccolo formato – quello riservato ai bozzetti o ai rapidi appunti visivi. La mostra carrarese testimonia la serrata unitarietà della poetica di Bandini, attraverso il dispiegarsi dei generi artistici, dal ritratto alla natura morta, passando per il paesaggio e il nudo.

La grande limpidezza visiva fa di Bandini un artista lontano da un approccio intellettualistico, criptico o capzioso. Se c’è una posizione da occupare dentro la storia della pittura, questa non può che essere quel bilico singolare che fa di Bandini un temperamento artistico insieme di cerniera e di frontiera. Questo bifrontismo dialettico finisce per incarnare il secondo punto di forza. Si è detto della vocazione alla chiarezza pittorica come profondità di pensiero, da un lato; va aggiunto, dall’altro, il senso di continuità e rinnovamento del vocabolario espressivo, a contatto con un continuo aggiornamento e studio della tradizione figurativa europea. Nel mezzo, si situa l’ossessiva passione per la regola dell’immagine. Bandini è un artista che crede alla bellezza della pittura. Ed è una fede nella quale la pittura è vissuta non tanto come forma di terapia (come, spesso, afferma la vulgata); ma è qualcosa da praticare come una scienza. Lo stesso mito romantico dell’ispirazione non trova spazio e viene sostituito dal dialogo con la storia delle forme e con il recupero del mestiere. L’osservazione della realtà deve essere esatta, permeata da quella particolare forma di esattezza che per il pittore figurativo è il grado di interpretazione, il realismo e l’intensità lirico-visionaria dello sguardo.    

Parliamo di pittura, insomma. Cioè: di luce, di colore, di composizione, di movimento, di scatole prospettiche, di bellezza di disegno, di trasfigurazione individuale della realtà. Se ci mettiamo di fronte al dipinto dei Viandanti sulla neve ne riceviamo il primo sentore. Di fronte al passo felpato dei due viandanti-guerrieri siamo portati nel cuore di una narrazione dilatata, dove il tempo è quello circolare ed immobile della fiaba. Sopra quelle teste, coperte da elmi e cappelli, spiccano alberi e rami: grossi, minuti, scheggiati, spruzzolati di neve si alzano e crescono assieme a tutta la complessa macchina del paesaggio, fino ad incidersi in un’aria di perla, dove la luce che nuota nel cielo è quella argentea della luna, arcana e stupenda sopra la chiostra di fiumi e colline a loro volta lunari. Come è possibile non intendere una visione come questa? E c’è poi quell’inconfondibile pasta pittorica che vibra di stesure condotte senza mai scadere su effetti di porcellanea compattezza; sono impasti risolti con una fittissima tessitura di pennellate, con un colore avaro e ridotto ad una timbrica essenziale di bruni, ocre e bianchi, al limite del monocromo; un colore usato come disegno nella resa di una gestione dello spazio che, magistralmente, incastra due scatole spaziali, sovrappone due linee d’orizzonte, conferendo all’insieme della composizione un moto di mistica ascensionalità.

Chi è, dunque, Aldo Bandini? Viareggino di nascita. Carrarese, per carriera scolastica e per docenza all’Accademia di Belle Arti. Sembrerebbe che tutto torni su questo tavolo esistenziale con le carte da gioco ordinate ed in regola. Ma Aldo Bandini è un artista che ha svolto il suo decisivo romanzo di formazione direttamente a contatto con il panorama europeo dei maestri. Alcuni li abbiamo già ricordati. Né viareggina, né carrarese, la sua pittura ha un respiro intrinsecamente nordico ed europeo. Le sue profonde molle generatrici risentono solo in parte delle ragioni biografiche e geografiche. Il loro humus è quella vertiginosa cultura figurativa che, fin dagli esordi, Bandini ha studiato e assimilato attraverso l’apprendimento delle tecniche e degli stili: in un primo tempo da studente (con una copia della Gioconda della quale ancora si mantiene intatta memoria al Liceo Artistico Artemisia Gentileschi); approfondendo la sua iconografia con fonti filosofiche e letterarie (dalle Vite di Plutarco ai romanzieri russi; da Fulcanelli a Guénon; da Platone all’amato Shakespeare); arrivando, alle soglie della maturità, a mutare un’attività di meccanica riproduzione dell’immagine, come quella di copista per mestiere, in una forma di studio matto e disperatissimo della scienza pittorica antica, procedendo cioè ad uno scavo quasi chirurgico del processo creativo dei maestri che andava a riprodurre, imparandone i segreti di bottega. Anche in questo caso, Bandini non si è contentato di apprendere un procedimento, ma ha sentito di doversi spingere nel sottopelle del fatto figurativo. Anche lui, a suo modo, ha grattato le lacche di Tiziano.

Nel tempo, il suo dialogo ininterrotto con la lezione della pittura europea è diventato un luogo di appartenenza e di identità. In questa dialettica Bandini è del tutto simile ad un altro toscano d’eccezione: Niccolò Machiavelli. Li lega la concezione umanistica del colloquio con gli antichi e un culto interiore per l’aristocrazia dello spirito. Nelle serate dell’esilio alla tenuta dell’Albergaccio, dopo una giornata passata ad ingaglioffirsi tra boscaioli, beccai, mugnai, fornai e un’indistinta fauna di avventori d’osteria, Machiavelli rientrava a casa e, spogliatosi dai panni maculati “di fango et di loto”, si ritirava nel suo scrittoio fasciato di libri e di voci illustri. Lì, incapsulato per quattro ore in un dorato spazio senza tempo, inviava struggenti interrogativi ai pensatori classici: “e rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandarli della ragione delle loro actioni; e quelli per loro humanità mi rispondono, e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tucto mi transferisco in loro.”

Non credo esistano, nel nostro Umanesimo, parole più esatte di questa confessione di Machiavelli all’amico Francesco Vettori per restituire la dinamica del rapporto di Aldo Bandini con i maestri dell’illustre genealogia pittorica. Quante volte, negli ormai dieci anni della nostra amicizia, ho visto Aldo togliere da una scaffale o sollevare da terra una monografia e avvicinare il naso ad un dipinto di Holbein o di Franz Hals, seguire un panneggio in iscorcio del Guercino o fermarsi a considerare un colpo di luce di Vermeer, sorridendo e tenendo la pagina sospesa a pochi centimetri dalle stesse lenti con le quali, poco dopo, e non prima di avermi congedato, avrebbe dipinto gli alberi, gli scudi, le torri e le nuvole del notturno sotto la neve; i riflessi sul vetro di un’ampolla e le curve della clessidra; il pane indurito e gli acini d’uva di una natura morta adagiata su di un panno pesante; o per portare a finitura le minute rugosità del carnato di Enea. Come Machiavelli, anche Bandini ha talmente frequentato i suoi autori che il loro dialogo quotidiano ha fatto della distanza storica e cronologica un mero accidente. Ciò che veniva assorbito in quelle lenti da pittore era molto più che un’immagine da citare o un carattere riflesso della lezione pittorica dei maestri. Vi rimaneva impressa la sintesi di una domanda che chiedeva “ragione” di un rovello estetico che, forse da anni, giaceva irrisolto o da risolvere. Nell’accostamento tra Machiavelli e Bandini il trait d’union rimane, insomma, quel pensiero umanistico che non conosce il dolore della frustrazione competitiva o della vergogna; ma trasforma la forza del dubbio critico in curiositas, e, infine, in identificazione vitale. In quei momenti di silenziosa interrogazione dello sguardo, avevo l’impressione che Aldo davvero tutto si trasferisse in loro.
Ma le analogie con Machiavelli non si arrestano al colloquio con gli spiriti magni. C’è una sorte da esiliati che accomuna i due toscani. L’uno per funeste ragioni politiche; l’altro per ragioni, almeno in parte, di rifiuto del mercato. Se andiamo a cercare cataloghi, monografie, articoli critici, curriculum che ci diano lumi sull’opera di Bandini rimarremo delusi. Delle numerose mostre, tra Viareggio, Lecco e Milano, ad esempio, non rimane traccia documentaria che non sia il prezioso album di fotografie conservato dall’artista. Queste stesse note non sono supportate da una pur minima storiografia precedente. Eppure chiamare in causa le ragioni dell’esilio volontario dalle logiche del mercato dell’arte non sembra lasciarci pienamente soddisfatti. Se gli chiedessimo spiegazioni sulla sua marginalità, credo che Aldo ci risponderebbe che il sistema dell’arte contemporanea è, per lui, quello della buona pittura e che la sola forma di immoralità è un quadro dipinto male, cioè con cattiva coscienza. Oltre al primato della Pittura, c’è, però, in Bandini l’idea che a parlare sia l’opera e nessun’altro. Se l’artista è lo stile e non l’uomo, questo assunto è tanto più vero davanti al suo caso. Bandini, pittore di opere e non di biografia. Su questo asse non si incrocia solo il nome di Proust, che, nel cuore della sua celebre teorizzazione contro il metodo biografico di Saint-Beuve, teneva distinti l’io biografico e l’io artistico; quanto, più vicino a noi, ci viene alla mente il gesto risoluto di Balthus, allorché, durante una retrospettiva alla Tate Gallery , gli venne chiesto di cedere qualche informazione sulla sua vita e sulla sua poetica; l’allora più che settantenne pittore liquidò i curatori con la celebre frase: “Balthus è un pittore di cui non si sa nulla e adesso guardiamo i dipinti.”
Questo sferzante epigramma balthusiano si offre come il miglior viatico alla mostra personale di Aldo Bandini. Popolata di eroi, di amici e di brani di natura, la mostra, allestita nell’ampia sala espositiva di Vezzi d’arte, è la sintesi poderosa di un immaginario figurativo e, nel contempo, un’antologia visiva dell’iconografia e delle forme che, da decenni, permeano la ricerca pittorica di Aldo Bandini. Una ricerca che non si sottrae alla molteplicità dei generi artistici. Contro le pareti bianche si squaderna una figurazione attraversata da una pluralità di temi e di tempi storici; talvolta, sono scenari poeticamente atemporali laddove l’immaginazione indugia nella narrazione di una bolla notturna con le impronte dei viaggiatori che marcano sulla neve il pellegrinaggio verso un’ideale, tolkieniana Gerusalemme. Oppure, è il ciclo di disegni a matita e acquerello che con timbro elegiaco ci raccontano gli enigmi speculativi delle ammantate e solitarie figure, stagliate contro rovine, abbandonate su strapiombi e campagne che hanno il sapore delle visioni severe di un Piranesi, corrette appena da uno stupore leopardiano mutuato da Friedrich, a sua volta, qua e là toccato dalla bellezza misteriosa da dettagli alla Max Klinger. All’opposto, racchiusi nel piccolo formato quadrato, i nudi femminili acquistano diverse polarità. Uno, sorpreso da tergo con sguardo voyeuristico, posa nella penombra di una stanza, come una Susanna nell’atto di concedersi un bagno, ma sbracata e tutta domestica, e dove anche i vecchioni barbuti sono ridotti alla stregua di maschere ghignanti da commedia dell’arte; il secondo nudo evoca, all’apparenza, l’iconografia dei San Giorgio e il drago, ma non manca di introdurre un’esile vena metafisica, con un’aggiunta d’ironia che assimila la figura del santo ad una statua classica e la donna ad una Eva/Venere insidiata dal serpente. Se cerchiamo una prova di genere ritrattistico come esplorazione psichica prima che omaggio alla verosimiglianza, essa è affidata al mirabile Ritratto di Enea, l’amico viaggiatore. Un’opera che rappresenta il perfetto equilibrio di sintesi tra contenuto e forma, ossia tra analisi fisiognomica, risolta a partire dal fuoco compositivo del corrugamento della fronte e dello sguardo fermato nell’acuta ricerca della lontananza, e da una lenticolare descrizione del carnato, sul quale si effonde la resa plastica  del dosaggio chiaroscurale, mediante l’uso di una tecnica vicina a quella dell’affresco. Un discorso a parte merita il piccolo capolavoro ovale della donna con gatto. Ma ci torneremo sopra tra poco. Se, fino a questo momento, il primo e più facile dei pregiudizi è quello dell’accusa di anacronismo o di realismo fotografico, questo piccolo ritratto femminile tutto d’invenzione è la risposta, e direi l’antidoto, alla sbrigativa superficialità dei giudizi estetici di gusto.

A quest’altezza è giunto il momento di recuperare le due direttrici del nostro discorso critico: la ricerca di un’idea di Pittura come vocazione alla chiarezza; e la tensione conoscitiva che fa di Bandini un pittore di cerniera (nel senso chiarito dall’esempio di Machiavelli) e di frontiera (per la sua incessante sperimentazione dentro la grande pittura). Gli stessi assunti potrebbero essere utilizzati per spiegare il caso pittorico di Pietro Annigoni. Ma se in quest’ultimo la meditazione sui massimi sistemi verteva spesso sulla testiera metafisica ed esistenziale (pensiamo all’Ecce homo, come manifesto dei valori e di pensiero e pittura, e al riuso del manichino), in Bandini ogni presenza sulla tela è un’emanazione della memoria. Non di una memoria comune, ma di un tipo  particolare di memoria che potremo definire sentimento dello sguardo. Quegli eroi solitari calati in struggenti prospettive bucoliche, prossime a misurarsi con l’infinito; quelle figure femminili immerse negli interni o figlie delle favole mitologiche; le pieghe nel viso di Enea; la luce lunare che tace immobile sul muscolo geologico di case e sull’incedere dei viandanti; la vita silente degli oggetti sparsi come amuleti, torno torno la figura di bellissima Venere moderna con gatto, sono tutt’altro che copie della realtà. Il Vero è una categoria messa in crisi dallo sguardo pittorico di Bandini. Ho scritto sguardo, ma avrei dovuto dire memoria. Nella sua officina, Bandini lavora dentro le sue immagini. Ogni suo gesto conoscitivo è motivato dalla tensione di portare a chiarezza immagini che sono concetti della sua interiorità. La tecnica stessa, la linea, il colore, la luce non hanno bisogno di modelli dal vero. La forme di Bandini sono oggetti del suo mondo interno: squarci paesistici, marine, volti, sguardi, stoffe, reveries di gusto mitologico o biblico, foglie, melograni, acini d’uva, sono elementi che, in un dato giorno ed ora lontani, sono entrati nel suo campo visivo, sono accaduti dentro di lui, e hanno poi macerato nelle maglie della sua memoria, incontrandosi, o fondendosi, con le immagini dipinte dai maestri della grande tradizione figurativa. Fedele ad una materia alimentata da forme della memoria intrise di un palpito di luce nuova, Bandini annulla il pericolo della fotografia e dell’eccesso di verosimiglianza, per misurarsi con la pittura, ossia con l’interpretazione individuale, nella sua singolare declinazione di sentimento dello sguardo. Così, scopriamo che ogni tela è una camuffata autobiografia dello sguardo pittorico, pronta a restituisce gli oggetti visti e interiorizzati, e, ora, ri-composti da una tecnica pittorica lirica e sofisticata, antiretorica nella sua visione sfrondata, ripulita e sapiente. Una pittura costruita nei suoi valori di materia e di luminosità, di plasticità e di vibrante nitore, e venata di afflati anche minimi di poesia e realismo.

Eccoci tornati di fronte al capolavoro in mostra: il ritratto ovale, dove cogliamo la sintesi suprema di questa concezione pittorica. Lungo pochi centimetri di tela, Bandini racchiude una summa della sua poetica, della sua vocazione alla chiarezza, dalla sua memoria come sentimento dello sguardo e del suo mestiere. Due tendaggi di bellissimo carminio, sbrecciati e mossi dal vento, aprono su un cielo nordico gonfio di nubi minacciose. Le nubi sono avvitate a vortice e quasi assorbite nel gorgo di un occhio da ciclope, che fissa, nel centro, una fenditura di luce, dove sembra prossimo a manifestarsi la presenza di un evento divino. In primo piano, in un’invisibile forma piramidale, una donna dal volto felino ci sorride guardandoci dritta negli occhi, e trattenendo nelle braccia un gatto nato dalla sua stessa sostanza cromatica. Lentamente, attraverso la veste di questa apparizione spettrale, si compone nel nostro sguardo un paesaggio che, per nitore e realismo visionario, richiama gli sfondi di Piero della Francesca e di Bocklin. Affiora e si snoda silente un fiume, bloccato in una trasparenza di quarzo; ai suoi lati si profila un paesaggio altrettanto immobile, addolcito da un dolce sentore di campagna toscana negli alberelli e nelle case. Al centro del fiume serrato tra colline e isolette, la sola presenza umana è il barcaiolo sospeso su uno specchio equoreo di silenzioso cristallo, ottenuto per velature fitte e finissime sopra solidi impasti.

Quest’opera ci dimostra prima di tutto un aspetto fondamentale. Come quella di Balthus, di Annigoni, dei fratelli Bueno e degli altri pittori dell’arcipelago figurativo, anche la pittura di Bandini segue una via che non è quella dell’illustrazione, della narrazione di genere o del citazionismo. La direzione ostinata e contraria della sua figurazione non è – secondo la distinzione di Campigli – arte ‘applicata’. Il suo versante è all’opposto, verso l’arte ‘implicata’. Implicata per quel suo viscerale ficcarsi dentro le immagini; per il lavorio della doppia memoria, quella del vissuto personale e quella della cultura visiva educata sulla tradizione. Per quel percorso di costruzione che ha al centro lo stile. In pittori della tempra di Bandini, il dipinto non è mai un corpo sul quale i tormenti, la nausea, il pessimismo, il male di vivere possano incidersi. Il mondo pittorico di Bandini non proviene dal basso. Non è figlio della moderna disperazione esistenziale. Non sappiamo nulla dei fardelli biografici dell’uomo.  E di questa forma di discrezione gli siamo grati. La sola percezione nella quale siamo immessi è la poesia visiva della memoria: quel distillato di esperienze, di osservazioni, di conoscenza della realtà che, fluida, trapassa sulla tela. Di fronte ad una concezione di questo tipo non possiamo fare a meno di pensare ad un’altra celebre risposta, questa volta di Nabokov: ciò che conta in un artista è la “biografia dello stile”.

Giunti su questa soglia, che è anche quella della mostra carrarese, si spalancano i valori della pittura: un decalogo stratificato, dove si intrecciano fantasia, senso eroico, sentimento, acume, lirismo, memoria, facoltà di assimilazione della tradizione e di asservire l’assimilato alla propria personalità. Ma Aldo sa bene che una tela, per quanto autonoma sia, non va lontana. Lo pensa da tutta la vita. La buona pittura è un “abito intellettivo” che non conosce fine, e che per esistere ha bisogno della buona materia pittorica. Occorre che una tela ben fatta sia seguita da altre che ne continuino il discorso, lo sviluppino e soprattutto siano d’accordo con la sua verità profonda. Solo allora, sentiamo che proprio lì dobbiamo tornare pienamente.

Mostra personale di Aldo Bandini, con la presenza dello scultore Gabriele Vicari. Vezzi D’Arte, via E.Chiesa, 1/f, Carrara. Ingresso Libero. Aperto tutto i giorni. Apertura: Venerdì 12 luglio 2013, ore 18-30