20 dicembre 2011

"Emilio Salgari" di Luciano Luciani

Luci e ombre del papà di Sandokan!


Gaetano Salvemini non poteva sopportare Emilio Salgari: sosteneva, infatti, che la generazione del fascismo avesse ricavato dai suoi libri l’idea dell’azione esaltata per se stessa, la celebrazione dell’ardimento, il gusto per il pericolo, l’esaltazione della forza fisica e della violenza…

Giudizi, insieme, veri e sbagliati: sì, il fascismo, come fece per tanti altri autori, tentò di appropriarsi anche di Salgari e dei suoi personaggi, ma lo scrittore, ovviamente, non c’entrava nulla. Più suggestiva, invece, lettura di un Salgari antimperialista e paladino della libertà dei popoli, compiuta da alcuni scrittore latino - americani come il cileno Luis Sepulveda o il messicano Paco Ignazio Taibo II.

Non dimentichiamoci, poi, di quello che scriveva il cubano Ernesto Che Guevara alla figlia Hilda, a cui, da bambina, leggeva le avventure di Sandokan:

Salgari è stato il mio amore alla tua età. Diventerà anche il tuo.”

È, forse, troppo azzardato individuare una linea ideale di continuità tra Garibaldi e Guevara attraverso il trait-d’union, rappresentato dai romanzi di Salgari?

Il giudizio che vede nel romanziere veronese un anticipatore della causa dell’emancipazione dei popoli viene oggi avvalorato dalla recente pubblicazione di alcuni articoli di politica estera scritti dal romanziere agli inizi della sua carriera. Firmando con uno pseudonimo sul giornale “La nuova Arena” di Verona, Salgari si schierava nettamente dalla parte dei popoli oppressi, a favore dell’indipendenza delle popolazioni balcaniche, a fianco dei moti polacchi e albanesi contro gli imperi russo e turco.

È stato uno studioso dei moderni processi di comunicazione, Omar Calabrese, a cogliere nelle figure e nelle avventure di Sandokan e del Corsaro Nero la reincarnazione dello spirito dell’Eroe dei due mondi: l’Italia, al tempo di Salgari, unita solo da pochi anni vibrava ancora delle memorie patriottiche, risorgimentali, garibaldine. L’epopea del combattente in camicia rossa, soprattutto il Garibaldi marinaio e guerrigliero che aveva entusiasmato l’Europa democratica, l’opinione pubblica inglese e nordamericana e romanzieri come Dumas, affascinava i giovani delle prime generazioni dell’Italia unita che continuavano a guardare al Magnanimo Guerrigliero come a un modello di umanità alta, eroica, disinteressata. Dietro il Corsaro Nero e la Tigre della Malesia vi sono molti tratti della percezione che gli italiani post - unitari avevano di Garibaldi: cioè, del maggiore esponente di quello spirito risorgimentale – romantico che aveva agito potentemente nel costruire l’unità e l’indipendenza, ma che appariva ormai depresso e avvilito nella mediocrità borghese dell’ Italietta umbertina e che era destinato a rivivere e sopravvivere solo nel sogno, nel rimpianto e nel mito.

Raccontato, peraltro, piuttosto male…

E qui si apre un’altra vexata quaestio: Salgari scriveva davvero così male?

Certo, nessuno può negare che sia stato uno scrittore con grandi debolezze letterarie, una specie di incontenibile prolissità narrativa… Probabilmente veniva pagato un tanto a riga, quindi cercava di allungare le trame eccedendo nei dialoghi, spesso lunghi e talora superflui, allo scopo di aumentare le pagine e quindi i proventi.

Si notano, poi, non poche debolezze nelle descrizioni degli ambienti e anche un approccio superficiale nel trattare psicologicamente i personaggi, soprattutto quelli secondari.

Ma se questi sono i suoi difetti, le virtù sono senz’altro maggiori. Tra le altre, l’abilità nel creare protagonisti indimenticabili; una capacità di inventare sviluppi narrativi, avventure, peripezie poche volte vista nella storia della nostra letteratura; una perizia fuori dal comune nel saper costruire la continuità di una tensione drammatica senza pause. Insomma, Salgari è un grande narratore, e ai suoi affezionati Lettori non importa nulla che non sia considerato uno scrittore. Il narratore appartiene a un’altra razza; è molto più raro, può permettersi anche di scrivere male. È molto più difficile raccontare che scrivere. A scrivere, in fondo, siamo tutti più o meno capaci, a raccontare no.

E poi, Salgari è stato uno scrittore fondamentale nella formazione della personalità e dell’etica di generazioni di giovani italiani: la ricerca e la difesa di una causa giusta, il valore del coraggio, il culto dell’amicizia e della fedeltà nell’amicizia… Lo straordinario sentimento che unisce Sandokan a Yanez è stata la migliore lezione di antirazzismo ricevuta da generazioni e generazioni di adolescenti. Quindi, il romanziere è stato, soprattutto, un grande formatore di esseri umani. Perché lavorava con i valori universali della letteratura, i valori classici: il bene e il male, il coraggio e l’avventura, l’amicizia e l’amore, la bellezza e la passione per l’impresa…

Ci piacerebbe che prima della fine di questo 2011, centesimo anniversario della tragica fine del narratore più amato dagli italiani (almeno quelli del secolo scorso), qualche scuola, qualche professore di lettere, qualche libreria intraprendente, qualche istituzione culturale ne ricordasse, agli studenti e ai Lettori, la prodigiosa fantasia creatrice, la capacità di inventare storie sempre ‘moralmente’ orientate, la modesta grandezza letteraria.



"Il cinema astratto" di Luigi Veronesi”

di Mimmo Mastrangelo

luigi

La cosa importante…è sempre quella di organizzare una realtà visiva, uno spazio plastico e dinamico insieme, fuori dai canoni della rappresentazione naturalistica…”.

E’ quanto affermava Luigi Veronesi (1908-1998) uno dei padri dell’astrattismo italiano, artista di spessore mondiale che si dedicò senza superficialità alla trascrizione pittorica della musica.

Di Veronesi è in corso fino al prossimo 8 gennaio una bellissima retrospettiva alla Fondazione Ragghianti di Lucca ( a cura di Paolo Bolpagni, Andreina Di Bruno e Chiara Savettieri) in cui si può riscoprire un dinamismo pittorico, cinematografico e grafico corredato dal fantasmagorico gioco a-narrativo dei colori e della forma.

Al cinema l’artista milanese si avvicinò con la curiosità di chi vuol conoscere una tecnica e indagarne le potenzialità espressive. Il suo primo film (andato bruciato) è un tour quotidiano lungo le strade della sua città che, nonostante il canovaccio documentaristico, già lascia intravedere il seme di uno sguardo che successivamente sarà pensato come pittura in movimento, libera dall’idioma narrativo e dove la macchina da presa fa da metafora di luce sulla superficie del fotogramma.

La materia e l’essenza del cinema astratto di Veronesi viene svelata dalle sue stesse parole, “La mia pittura – diceva – continua sulla pellicola acquistando un’altra dimensione, quella del tempo e del movimento”.

Filmò numerose opere, ma diverse (come la prima) andarono perdute a causa dei bombardamenti del 1943, ed oggi di Veronesi sono rimasti solo sette film restaurati dieci anni fa dalla Cineteca di Milano e in proiezione alla Fondazione Ragghianti.

Film n 2- i caratteri” (1939) è ambientato in una falegnameria dove vengono fabbricate delle lettere tipografiche, la macchina da presa porta il suo obbiettivo sulle lettere e dal suo movimento vengono fuori delle visive composizioni astratte ispirate alle opere di Moholy-Nagy e Rodcenko.

In “Film 4” (1940) ritroviamo l’idea della progressione aritmetica della scala dei numeri di Fibonacci nonché delle scansioni di montaggio ispirate a ritmi di Stravinsky, mentre “Film 6” (1941), che è forse l’opera più bella, si apre con delle spirali in movimento che ricordano quel capolavoro del cinema surrealista che è “L’anemic cinema” (1926) di Marcel Duchamp. “Film 9” del 1947 è una sovrapposizione di sequenze astratte allegate da ritratti solarizzati che incolonnano diversificate e colorate espressioni dei volti, invece “Allegretto” (1950) rimanda alle note di Oskar Fischinger e ai più conosciuti veronesiani movimenti del colore.

Gli ultimi due film di Veronesi sono “Film 13”, realizzato oltre trent’anni dopo “Allegretto” su una pellicola avente una base fotografica non realizzata con la camera oscura ma con la tecnica del fotogramma, ed, infine, “Un giorno alla Olivetti, documentario muto di venti minuti girato nel 1946 e visto per la prima volta al pubblico al Festival di Venezia nel 2001. Ritrae gli esterni i luoghi interni di lavoro di quella “mitica università” della valorizzazione del lavoro materiale ed intellettuale voluta da Adriano Olivetti, ma il film di Veronesi si risolve in un gioco di inquadrature che esalta tanto il linguaggio delle macchine quanto quel “sentimento” sociale ed umano che regnava un tempo nello stabilimento di Ivrea.

Fondazione Ragghianti di Lucca. Retrospettiva di Luigi Veronesi, a cura di Paolo Bolpagni, Andreina Di Bruno e Chiara Savettieri.

19 dicembre 2011

"Il piccolo audace Frrr Storia di un pesce fuor d’acqua" di Giuliano Parenti e Antonio Lo Mele

di Luciano Luciani

Frr è un pesciolino d’acqua dolce, vive nelle profondità del lago Balestra e lo attende un destino da creatura acquatica, relegata, assieme ai suoi simili, nel piccolo stagno sino al termine dei suoi giorni. Forse, con la prospettiva di finire nell’olio bollente di qualche padella umana, oppure… Oppure? Beh, magari la vita può essere anche altro!

Una bella favola di formazione, questo Il piccolo audace Frrr Storia di un pesce fuor d’acqua testo di Giuliano Parenti e tavole di Antonio Lo Mele. Solo apparentemente lieve e disimpegnata è una storia per bambini di tutte le età, che si rivela, fin da subito, densa, ricca di numerosi, profondi significati: la simpatia piena d’amore per protagonisti e personaggi marginali, diversi per sensibilità e talenti; la fatica per essere riconosciuti e apprezzati, scontando pregiudizi e incomprensioni; la conquista di una contraddittoria, laboriosa accettazione. E come in tutte le favole l’eroe deve sottoporsi a una serie di prove iniziatiche prima di conquistare libertà e coscienza. Pesce di terra e poi anche d’aria il piccolo audace Frrr è una creatura ossimorica, strana e in ricerca: della sua vera natura, della natura e delle ragioni degli altri, della proprie radici. Un Ulisside sempre in movimento, ingenuo e tenace, testardo e coraggioso, disponibile a mutare, a ibridarsi, curioso delle novità e pronto, se del caso, a ricominciare da capo.

Tutta animale questa storia: gli uomini sono ombre lontane, in genere portatori di guai e negatività. Sono i piccoli esseri viventi non umani a prendere il loro posto: pesci, rane, topi, gatti, formiche, cicale, gabbiani e super gabbiani appaiono in genere migliori degli uomini, ma non privi di qualche difetto, e accompagnano Frrr nel suo cammino di ricerca e scoperta dalle profondità del lago Balestra all’azzurro più azzurro del cielo.

Favola luminosa, trasparente, felice nelle scelte dei temi, dei personaggi, della lingua, Il piccolo audace Frrr si avvale di una parte iconografica che fa proprio il testo, lo rielabora, lo trasforma in segno e colore secondo una cifra originalissima: quella di Antonio Lo Mele, pittore e grafico foggiano, le cui 104 bellissime tavole ampliano la storia, ne arricchiscono e dilatano la fantasia creatrice, aggiungono originalità grafica e estrosità linguistica, ne moltiplicano gli effetti di creazione, suggestione e fascino. Non possiamo, quindi, che essere grati ad Antonio Lo Mele per aver permesso alle sue favole di restituirci con pienezza, con grazia e intelligenza, tutto il sorriso di Giuliano Parenti, scrittore e uomo di teatro recentemente scomparso. Ed è soprattutto la sua ironia insolita, sorprendente, surreale, spiazzante, mai, però, irridente o cinica, sempre invece ricca di poesia, di sogni e di speranza, a intridere testo e tavole.

Così, la parola si fa immagine e l’immagine racconto.



Giuliano Parenti, Antonio Torquato Lo Mele, Il piccolo audace Frrr. Storia di un pesce fuor d’acqua, edizioni La Meridiana, Molfetta, pp. 112, E.18,00

16 dicembre 2011

“Solo Bontà” di Jhumpa Lahiri

di Gianni Quilici


Questo racconto lungo o romanzo breve ha il pregio di essere una narrazione piana di una nevrosi nascosta, la dipendenza alcolica, e forse di un'altra più imprevedibile, perché nascosta nelle pieghe della vita quotidiana.

Protagonisti due giovani bengalesi, fratello e sorella, emigrati in America. Lui, da piccolo, appare predestinato: bello, intelligente, adorato; lei sembra destinata a rimanere nell'ombra: buona e brava, ma senza eccellenze. Non sarà così, o almeno così sembra che non sia.

Lui sarà infatti espulso dalla Università, vivrà isolato, rifugiato nella sua camera sulle spalle dei genitori; fuggirà, scomparirà per riapparire presso la sorella (apparentemente) mutato. La ragione: l'alcool.

La sorella nel frattempo, invece, farà ottimi studi, avrà un buon lavoro, sposerà un inglese colto, affettuoso, disponibile ed ora ha un bel figlio che sta crescendo.

Cosa manca a questo racconto?

L'approfondimento. Perché lui è dipendente? Quali angosce, difficoltà, inquietudini ha incontrato nel suo corso esistenziale?

Il protagonista è visto quasi sempre dagli occhi della sorella, che dapprima lo adora, poi è preoccupata, cerca di parlarci, ma mai riesce ad inoltrarsi nel suo vissuto e noi con lei.

Ma questa è forse una scelta di Jhumpa Lahiri. E' la sorella l'oggetto principale della sua attenzione. Ed è alla sorella che dedica il momento più intimo e poetico del racconto, quello rivelatore di una nevrosi, più banale, poco evidente, molto più gestibile, forse.

Il fratello se ne sta andando con il taxi, quasi da lei cacciato...Lo vede dalla tenda della finestra, mentre si lascia scivolare sul sedile posteriore e poi rimane a fissare la luce grigia del mattino, mentre l'auto si allontana. Ritorna in cucina, apre un armadietto, scalda il latte, taglia il filo del palloncino legato al seggiolino del figlio e pensa “al marito che non si fidava più di lei, al figlio il cui pianto proprio in quel momento la interruppe, alla famiglia che quel mattino aveva rotto il guscio come un pulcino, tipica e terribile quanto qualsiasi altra”.

Un finale poetico, asciutto, con un sentimento doloroso che risuona come un orizzonte grigio, senza speranze. Troppo poco, però. Ci sarebbe stato un altro racconto da scrivere, ben più profondo: quello sul fratello.


Jhumpa Lahiri. Solo bontà. Traduzione di Federica Oddera. Il Sole 24 ore.

" Poesia in cucina I cibi e la salute" di Libertario Raffaelli e Antonio Tolomei

di Luciano Luciani

La sanità degli uomini sta più nell’aggiustato uso della cucina, che nelle scatole e negli alberelli degli speziali”: così Francesco Redi, poeta bizzarro, naturalista sistematico e rigoroso e protomedico della corte medicea. Ovvero, suggeriva il grande letterato aretino, mangia sano e potrai tranquillamente fare a meno di medicine e cataplasmi, farmaci e cure.

Fedeli a questo insegnamento, ispirato al miglior buon senso della tradizione, gli Autori offrono ai Lettori sobrie ricette della cucina toscana a cui si alternano i garbati e cantabili sonetti di argomento gastronomico, nati dalla fervida penna del poeta lucchese Antonio Tolomei. Semplici prescrizioni per una cucina “a misura d’uomo”e versi semplici per riaffermare non solo il piacere del cibo, ma della convivialità e dell’incontro a tavola: un momento irrinunciabile, antropologicamente forte nell’esistenza dell’uomo, nei suoi comportamenti, abitudini, stili di vita…

Sì, perché non solo il corpo, ma anche lo spirito, forse soprattutto lo spirito, si appagano della tavola, dei suoi rituali e liturgie, delle sue soddisfazioni. Questa sintesi tra dato morale e materiale l’aveva ben compresa la scrittrice inglese Virginia Woolf quando, nell’importante studio sociologico Una stanza tutta per sé, scriveva che “Un uomo non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene”. Cosa che accade quando si coniugano assieme soddisfazione e misura, benessere ed equilibrio.

E a tale proposito Poesia in cucina I cibi e la salute propone anche tabelle, standard quantitativi delle porzioni, consigli su come elaborare diete precise, calibrate, personalizzate e, a riprova che “si mangia anche con gli occhi”, le bellissime tavole a colori di noti pittori lucchesi come Muscatello, Possenti, Varetti, Benvenuti, Della Rosa Ceragioli, Rocca, Bistulfi: tutto in uno stile piano, cordiale, accattivante, senza specialismi e capace di avvicinare chi legge per renderlo più consapevole dei problemi della propria costituzione corporea e della propria fisiologia.

Una consapevolezza da non trascurare sin dai tempi di Nerone, quando il suo letterato preferito, il celebrato Petronio Arbitro, ribadiva nel Satyricon che oportet etiam inter cenandum philologiam nosse, “anche per desinare bisogna saper fare uso dei principi della scienza”.

Insomma, come ci ricordano con amabilità gli Autori, la tavola è importante, anzi importantissima e, senza arrivare a condividere la brutalità dell’affermazione per cui “l’uomo è ciò che mangia”, certo il cibo, i procedimenti per elaborarlo, le tradizioni gastronomiche e perché no?, anche le invenzioni culinarie appartengono, a pieno titolo, alla storia della cultura. Anzi, ne rappresentano un “bene” di saperi e sapori, di esperienze e gusti, di pratiche e godimenti che va tutelato, salvaguardato, rielaborato con saggezza e amore. È quello che fanno, in maniera lieve e al tempo stesso esperta, i nostri Autori e noi non possiamo che essere grati dei loro consigli e suggerimenti e adoperarci per metterli in pratica.

Attenti sempre a non guastare l’originaria sobrietà nutritiva dei cibi di una volta con salse, sughi e intingoli, consapevoli che, come nell’arte, anche in cucina la semplicità è essenziale ed è quantomeno pericoloso ignorarla perché, come è noto, “i golosi sono soliti scavarsi la fossa coi denti”.


Libertario Raffaelli – Antonio Tolomei, Poesia in cucina I cibi e la salute, Lucca 2011, pp.124, sip

14 dicembre 2011

"Il nomade" di monsignor Agresti, arcivescovo di Lucca

di Luciano Luciani


Un uomo ormai maturo per età, un bancario, superata la soglia dei sessant’anni, alla vigilia del pensionamento, decide di abbandonare la vita di ogni giorno, casa/lavoro, lavoro/casa e le altre modeste incombenze quotidiane, per farsi scientemente nomade. Ovvero, vivere spostandosi da un luogo all’altro: non da pitocco, però, non da picaro… Invece con il decoro, con la dignità di un lavoro: quindi sceglie per sé una professione, anche questa ambulante per eccellenza. Farà l’arrotino, mestiere imparato a bella posta, in poche settimane, proprio in previsione di questo cambiamento profondo del proprio stile di vita. Così, il protagonista di questa avventura, il nomade appunto (di cui, per tutto il libro, non sapremo mai il nome e d’altronde anonimato e nomadismo vanno molto d’accordo) da uomo stabile, stanziale – e cosa c’è di più stabile, stanziale, più “a dimora” di un bancario? – si muta in uomo in perenne movimento, in incessante divenire: un uomo in ricerca.

Una condizione ribadita dal suo modesto mezzo di trasporto, la bicicletta in cui l’equilibrio è dato solo dal movimento: sulle due ruote il movimento è tutto, perché se stai fermo cadi. Una splendida metafora della vita.

Inizia così, con questa brusca scelta esistenziale, un vero e proprio incipit vita nova, un romanzo sorprendente, uscito dalla penna di un arcivescovo: un libro, comunque, per niente devozionale, un racconto che assume e mantiene per tutte le sue 330 pagine un punto di vista decisamente laico. L’ha scritto monsignor Giuliano Agresti, arcivescovo di Lucca sino al 1990, anno della sua scomparsa. Un testo rimasto inedito per vent’anni e meritoriamente pubblicato per le edizioni Feeria e per volontà delle Comunità di Gesù/Missionarie Laiche che Agresti e Leda Minocchi fondarono nel lontano 1967: un’esperienza di fede a cui Agresti, anche quando divenne vescovo di Spoleto dal 1969 al 1973, e poi come arcivescovo di Lucca, dedicò sempre cura, attenzione, affetto.

Un libro strano: pagine che raccontano le storie di un viaggio lungo un anno. Un viaggio in bicicletta, adattata a piccolo laboratorio mobile per affilare lame, coltelli, forbici, falci… Un vagabondaggio lento in cui al movimento si alternano numerose le soste: occasioni per riscoprire il mondo con gli occhi del nomade e opportunità di incontri, confronti, scontri nei quali il mite arrotino dà prova di una dialettica affilata e tagliente come gli oggetti appena passati sulla sua mola.

I luoghi, mai indicati coi loro nomi, ma con toponimi di fantasia, sono quelli di una Toscana concreta e verosimile. I tempi quelli dell’appena ieri: una generazione fa e un anno preciso, il 1980, l’annus horribilis, uno dei tanti anni orribili della nostra storia recente, come si scopre da riferimenti precisi e circostanziati che punteggiano le pagine del romanzo.

Il nostro Paese non è ancora uscito dal trauma del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, mentre il terrorismo, rosso, nero e mafioso, impazza; semina vittime innocenti, mina sicurezza e stabilità, mettendo in discussione i fondamenti stessi della convivenza civile.

Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia; Vittorio Bachelet, vicepresidente del CSM; Valerio Verbano, giovane militante antifascista; Walter Tobagi, giornalista del “Corriere della sera”; Mario Amato, magistrato che indaga sulle trame neofasciste: questi, solo in quell’anno, i nomi dei caduti in una guerra mai dichiarata, ma condotta con efferatezza da delinquenti politici e poteri criminali. Si aggiungano, il 27 giugno la strage di Ustica e il 2 agosto la terribile strage alla stazione di Bologna. C’è un governo Cossiga, il secondo; poi un governo Forlani. Il 30 settembre cinque Tv private del nord Italia uniscono il segnale per dar vita alla nuova rete televisiva, Canale 5, dell’imprenditore Silvio Berlusconi; il 14 ottobre a Torino la marcia dei quarantamila contro i sindacati fa emergere la cosiddetta la maggioranza silenziosa, nuova protagonista di un’Italia sempre più delusa, spaventata, rancorosa… È attraverso questo anno insanguinato che pedala il nostro arrotino, cercando, dove può e come gli riesce, di farsi pellegrino e insieme testimone di un “dio familiare”, un “dio delle piccole cose”: gesti modesti, ma concreti fatti di simpatia piena d’amore per tutti, ma soprattutto per gli ultimi, i deboli, i perdenti.

La Storia, quella con la esse maiuscola, non lo abbandona mai e raggiunge continuamente il nostro pedalatore, ora attutita, ora, invece, con lancinante acutezza: ora sono alcuni ragazzi tossicodipendenti; ora un uomo impazzito, manifestazioni di antiche e nuove povertà, sofferenze secolari e dolori inediti… Costante, ribadito a ogni stagione, a ogni tappa, l’invito a trasformare la realtà, a cambiarla, se questa opprime oppure ci rende partecipi dell’ingiustizia, del dolore, del male. Una sollecitazione che percorre tutte le pagine del libro.

Lo sguardo di Agresti è quello del moralista animato da una fortissima passione etica e civile: pietoso nei confronti delle vittime, severo verso i responsabili. Convinto, però, che un qualunque gesto di bene non è mai inutile: il bene porta sempre con sé un esempio che invoglia a imitarlo. Viene recepito, provoca, accende, diffonde la sua forza, si moltiplica. È una cosa semplice, ma indimenticabile. E lascia tracce durature che non possono essere più cancellate dalla vita degli uomini.


Giuliano Agresti, Il nomade. Una parabola per quattro stagioni, Edizioni Feeria/Comunità di San Leolino, Prefazione di Domenico Maselli, Postfazione di Carmelo Mezzasalma, pp. 335, Euro 21,00

13 dicembre 2011

"Leggiucchiando Serge Daney" di Gianni Quilici

Quando sono sul water closet (con rispetto parlando) leggiucchio. Tra il davanzale della finestra e la vasca da bagno ho dei ripiani su cui sono appoggiati una pila di una ventina di libri, che posso sfogliare qua e là, appunto leggiucchiare.

Uno di questi è un diario “Il cinema e oltre” di Serge Daney, grande critico cinematografico dei “Cahiers du cinéma” e di “Libération”, morto a 48 anni e che, dal 1988 al 1991, tenne un diario di analisi, riflessioni, ipotesi, ricordi, incontri, di cinema, di immagini, di presente e di passato.

Lo leggo e provo il piacere di capire poco, quasi nulla. Eppure ne rimango affascinato. Perché sento che in ciò che Daney scrive non c'è esibizionismo cinefilo, e se pure si può immaginare che ci sia, esso esprime grande cultura e acutezza.

Solo che lo sguardo con cui vede cinema-film-immagini-regista non è il mio. Il mio è lineare e testuale e porta ad un giudizio o a un'impressione, più o meno, motivata.

Lo sguardo di Daney coglie dettagli, rimandi, associazioni, collegamenti concettuali che non ho visto, che non ho colto e che poco capisco.

Ma è proprio questo che mi affascina: la possibilità, che comprendendolo possa diventare domani quasi un altro, cioè trasformato, con un occhio più concatenato e imprevedibile.

Quindi la mia lettura diventa un colloquio. Non giudico, cerco di inoltrarmi o rimango sulla soglia. In attesa.


Serge Daney. Il cinema, e oltre. Diari 1988-1991. Acura di Jean-Claude Biette e Emmanuel Crimail. Traduzione di Enrico Nosei e Silvia Pareti. Editrice Il Castoro.

11 dicembre 2011

"Domenico Barbaja, il principe degli impresari" di Luciano Luciani

La sera del 19 ottobre 1841 c’era spettacolo al teatro San Carlo di Napoli. All’improvviso, la bacchetta del direttore d’orchestra s’arrestò a mezz’aria, i cantanti interruppero i loro virtuosismi e lentamente sul palcoscenico calò la tela, mentre il pubblico, ammutolito, si allontanava dalla sala: questa la reazione dei partenopei amanti della musica e del bel canto alla notizia della morte, avvenuta nella sua villa di Posillipo, del grande impresario teatrale Domenico Barbaja, uno degli uomini più ricchi, famosi e potenti del suo tempo al punto da essere considerato dalla voce popolare il vero “viceré” di Napoli…

E pensare che le sue origini erano state, invece, modestissime…

Nato a Milano nel 1778, Domenico si era dovuto accontentare di una posizione assai dimessa nella scale sociale: sguattero in una taverna dei bassifondi. Ma il giovane Barbaja, che mal tollerava la modestia della sua condizione e sentiva, prepotente, un innato talento artistico e musicale, anelava, con l’ardore e la tenacia dei suoi vent’anni, a cogliere l’occasione propizia che gli avrebbe consentito l’inizio di un’ascesa sociale destinata negli anni a diventare irresistibile.

I suoi non rari detrattori raccontano che un giorno, per soddisfare i capricci di una ragazzetta dai costumi un po’ liberi e di un personaggio di qualche rinomanza politico-mondana in quegli anni napoleonici, capitati per caso nella sua bettola in cerca di sensazioni nuove, il Nostro preparasse per loro un intruglio dal colore indefinibile e dal discutibile sapore. Era la “barbajata”, un mix tra cioccolato, panna e caffè che se godette di una fama effimera, ebbe, però, il merito di attirare nel locale altre personalità e altre donne generose delle proprie grazie. La taverna divenne di moda, Domenico Barbaja fece delle conoscenze preziose e, soprattutto, con abilità e determinazione, seppe profittarne. Nemmeno un anno più tardi, l’ex sguattero godeva dei benefici dell’appalto dei giuochi d’azzardo nel ridotto del teatro della Scala, faceva un sacco di soldi e viaggiava in carrozza per le strade milanesi circondato dalle raffinatezze e dai conforti di una vita particolarmente agiata. Ma l’amore per la musica non lo abbandonava e il teatro gli era ormai entrato nel sangue: almeno quanto gli erano diventati insopportabili le brume lombarde e il freddo di Milano. Così, l’antico garzone scelse di muoversi verso la luce e i colori del sud e di stabilirsi in una villa a Posillipo, a Napoli, allora una delle capitali europee dell’arte e della musica. E qui si immerse nella vita mondana e affaristica di quella città, destreggiandosi abilmente tra i nostalgici dell’esule Borbone e i fautori del giovane Murat. Questo sino a quando, rientrato a Napoli Ferdinando, le nuove esigenze politiche gli imposero un rapporto d’amicizia e collaborazione con il tiranno ancora sospettoso e guardingo.


Nel 1816 il teatro San Carlo era chiuso: un incendio l’aveva distrutto. Dinanzi a quelle rovine, tutti i giorni, all’ora consueta del passeggio, il Barbaja faceva sostare la sua carrozza e si immergeva in pensoso raccoglimento guardando la facciata dell’edificio, ora desolata come una vedova in gramaglie.

Cosa andava mai considerando quell’uomo straordinario? Forse di cogliere l’occasione per accattivarsi definitivamente le simpatie del re, tali da obbligarlo a relegare tra i ricordi destinati a cadere nel nulla qualche tiepida tresca del suo suddito col passato regime? Sì, probabilmente la sua vanità lo sollecitava in questa direzione, ma certo non andava disgiunta da una profonda passione per l’arte, una sincera attrazione per il palcoscenico, un’acuta sensibilità per la musica e il canto, nate e alimentate durante il soggiorno milanese presso la Scala.

Come altrimenti potremmo spiegare nel Barbaja quello amore per il bello e quell’intuito originalissimo che gli rese agevole presagire in cantanti e compositori, all’inizio appena della loro carriera, future celebrità o autentici geni; e organizzare in Italia e all’estero stagioni artistiche e musicali fortunate e pregevoli?

Fu così che un giorno, dopo un’ ennesima, approfondita riflessione dinanzi ai relitti melanconici del San Carlo, egli si presentò al re, offrendosi di far ricostruire a proprie spese il teatro. Con il consenso del sovrano, il Barbaja si pose all’opera e nello spazio di dieci mesi il Real Teatro San Carlo fu di nuovo in piedi, pronto ad accogliere spettacoli per i quali il suo ricostruttore e impresario era determinato a impegnare, insieme con il massimo sostegno finanziario, gli accorgimenti più degni della più raffinata sensibilità artistica e del buongusto. Ma probabilmente non si trattava solo di questo: un osservatore attento e perspicace come Stendhal colse in pieno la natura politica di quel mecenatismo, insieme imprenditoriale e regale, e assistendo alla solenne riapertura dopo l’incendio del 1816, non esitò a definire il Teatro, con sapida immagine, un coup d’état.

Dopo la gestione magnifica del San Carlo, Barbaja assunse poi quella di altri teatri cittadini, sino ad estendere la sua diretta ingerenza nelle imprese teatrali di altre città italiane e all’estero. Una oculatissima sovrintendenza, la sua, che riuscì a trarre dai locali il massimo attivo, mentre i giuochi d’azzardo e un’intensa attività edilizia continuarono a fornire al Barbaja larghi proventi: il che, insieme con l’incondizionata protezione del sovrano, fece dell’accorto impresario, in breve tempo, l’individuo più blandito, temuto e potente del regno. Barbaja, infatti, volle sempre al suo fianco artisti di prima grandezza, che egli, guidato da uno speciale fiuto, scovava in ogni parte d’Italia. Riuscì a catturare, e poi a tiranneggiare e viziare in sette anni di feconda collaborazione, Gioacchino Rossini. Successivamente stabilì un lungo sodalizio con Gaetano Donizetti, terminato nel 1838, quando il grande compositore bergamasco lasciò la sua città d’adozione contrariato per la censura del suo Poliuto e deluso per la mancata assegnazione della direzione del Conservatorio, al quale aveva dedicato grande impegno e passione in qualità di maestro di composizione. Barbaja, per tutti i lunghi anni della sua gestione, affidò la direzione dei musicisti del San Carlo a Giuseppe Festa, il miglior direttore d’orchestra che fosse allora in Italia, e, con qualche breve interruzione, ebbe come scenografo Antonio Niccolini, il famoso architetto toscano. Fu così che egli poté mettere in scena più di cento rappresentazioni all’anno e un gran numero di prime assolute, compreso Bianca e Gernando, l’opera che diede avvio alla breve e luminosa carriera di Vincenzo Bellini.

Intorno a quest’uomo si concentrarono curiosità e malevolenza, riconoscenza ed elogi, pettegolezzi e fantasie per non parlare dell’attenzione e dell’interesse con cui personaggi anche insigni riguardarono a lui. Domenico Barbaja alimentò una vasta e contraddittoria letteratura da cui è assai difficoltoso trarre un giudizio obbiettivo sulla sua personalità. C’è chi definì avido, avaro e strozzino, chi sordido e vizioso. Per alcuni fu di aspetto deforme, per altri di piacevole aspetto e quasi attraente. Tutti d’accordo, però, nel riconoscergli una grande versatilità che compensava la sua scarsissima cultura. Accorto uomo d’affari, fu buono, generoso, mai vendicativo nei confronti dei suoi numerosi avversari. Potente più che i ministri del sovrano tanto da essere definito il “viceré” di Napoli, egli profittò di quella sua condizione privilegiata soltanto per rendere più belli, addirittura splendidi, i suoi spettacoli. Ricco, straricco, dovette la sua fortuna solo al proprio talento, e della opulenza ebbe una concezione rinascimentale che lo spinse al mecenatismo verso singoli, e alla costruzione di edifici sacri e profani capaci di dare una sempre maggiore dignità alla sua amata Napoli.

Certo, ebbe un carattere difficile e soggiacque fin troppo spesso e volentieri al fascino dell’eterno femminino fino a divenire, egli autoritario e indipendente, arrendevole come un fanciullo nelle mani di una sua primadonna, che, se aveva parzialmente perduto la voce, aveva però mantenuto tutte le caratteristiche estetiche di una straripante sensualità: Isabella Colbrand. Fu amico di molti, sincero e leale soprattutto verso Gioacchino Rossini, che aveva chiamato a Napoli a scriver musica per i suoi teatri e con il quale mantenne saldi rapporti affettivi anche dopo che il musicista pesarese un giorno, improvvisamente, si dileguò con la vezzosa refurtiva appunto della Colbrand che poi divenne sua moglie il 15 marzo 1822.

A un certo punto il Barbaja, forse stanco, abbandonò la gestione anche del San Carlo, ma più tardi struggendosi di nostalgia per l’ambiente cui aveva dedicato tutta una vita di febbrile attività, fece ricostruire un malandato teatro sotto Monte Calvario che assunse così il nome di Nuovo. Là raccolse le giovani speranze della musica e della danza e attivamente le incoraggiò e le protesse.

Così un giornale napoletano dell’ottobre 1841 descrive il funerale di Domenico Barbaja: ”Ne accompagnavano la salma al Camposanto i suonatori e i cantanti del Real Teatro San Carlo, del Fondo e del Teatro Nuovo, la compagnia francese di prosa, quella del teatro dei Fiorentini e una infinità di amici. Vecchi cantanti malati e infermicci si fecero portare in bussola e qualcuno andava strascinandosi appresso sorretto da due persone…”

Non era più tempo ormai per la blandizie dell’adulazione servile e quella dimostrazione compatta di stima e d’affetto non poteva rappresentare che il compianto sincero di cuori grati e affranti.



Luciano Luciani

"La Festa di Guy Fawkes" di Luciano Luciani

Un penny per il Guy, signore?” Se vi trovaste in una qualsiasi città inglese - ma anche australiana o neozelandese - nel periodo che va dalla fine di ottobre ai primi di novembre, potrebbe capitarvi spessissimo di sentirvi interpellare, soprattutto da giovani e giovanissimi, in questi termini, un po’ perentori e cortesi insieme. Gli spiccioli così raccolti serviranno per l’acquisto di fuochi d’artificio per la grande festa che avrà luogo la sera del 5 novembre in tutto il Paese, dai piccoli borghi ai grandi agglomerati urbani. Solo pochi pennies per rinnovare una memoria ancora importante nella percezione e nell’immaginario dell’opinione pubblica inglese. Fuochi pirotecnici e roghi, nelle piazzette e nei giardini dietro casa, alimentati da foglie e rami morti, scatole di cartone e vecchi mobili rotti. Qualsiasi cosa capace di ardere serve benissimo ai fuochi della festa di Guy Fawkes.

Una manifestazione di giubilo con cui gli anglosassoni amano ancora rievocare e festeggiare un avvenimenti che ebbe luogo più di 400 anni fa. Alla mezzanotte del 5 novembre 1605, infatti, un uomo dello Yorkshire, un certo Guy Fawkes, fu arrestato nei sotterranei della Camera dei Lords, dove si era nascosto in compagnia di ben 36 barili di polvere da sparo. Era sua intenzione compiere un gesto terroristico, l’atto finale di un complotto contro il re, la sua famiglia, il Parlamento: un attentato, che, per fortuna, fu sventato in tempo:

Fawkes venne rinchiuso nella Torre di Londra, fu orribilmente torturato per ben cinque giorni e solo alla fine rivelò i nomi dei mandanti e degli organizzatori della congiura. Fu giustiziato il 30 gennaio 1606 e qualche giorno più tardi il Parlamento dichiarava il 5 novembre giornata nazionale del ringraziamento.

Ma chi era questo Fawkes e in cosa consisteva la congiura? Come venne scoperto?

Fawkes era nato nell’antica città di York ed era stato battezzato nella chiesa di San Michael-Le Belfrey. Fanatico cattolico, divenne fin dagli anni giovanili un fautore della causa antiprotestante, entrando a far parte dell’ organizzazione che agiva contro il re e il parlamento inglese. Suoi compagni in questa impresa furono sir Everard Digby e Thomas Percy, di una famosa famiglia originaria del Northumberlands. Il loro disegno consisteva nella eliminazione di tutta la famiglia reale e del Parlamento, risparmiando solo la giovane figlia del re, Elisabetta, convertitasi al cattolicesimo, per insediarla sul trono d’Inghilterra.

Così, nel 1604, Thomas Percy prese in affitto una casa nei pressi del Palazzo dei Lords e insieme ai complici scavò un tunnel in direzione dei sotterranei dell’edificio. Un lavoro immane che si protrasse per settimane. Alla fine i congiurati sbucarono in una segreta del fabbricato. L’ambiente fu stipato di barili di polvere e qui si rinchiuse anche il Fawkes, il quale aveva il compito di dare fuoco alla miccia e fuggire: solo 15 minuti il tempo a sua disposizione,.

Ma il destino aveva stabilito che le cose andassero diversamente: Lord Monteagle, Pari d’Inghilterra per la Chiesa Cattolica Romana, fu avvertito del complotto. Egli ricevette una lettera anonima, si pensa scritta dal proprio cugino Francis Tresham, uno dei cospiratori, nella quale veniva informato del pericolo che le massime istituzioni inglesi del tempo stavano correndo.

Il Lord avvertì immediatamente la gendarmeria e la congiura fu sventata.

Fawkes fu interrogato e sottoposto a indicibili tormenti per cinque giorni consecutivi, nella tristemente famosa Torre di Londra che vide torturare moltissimi altri prigionieri durante il regno di re Giacomo. La confessione di Fawkes aprì le porte del carcere anche ai suoi complici. Dopo il processo a Westminster Hall, i prigionieri furono riportati nella Torre di Londra e fatti passare sotto il ‘Cancello dei Traditori’ tra la riprovazione del popolo inglese.

L’antico episodio, nonostante il suo finale tragico, viene celebrato ancora ai nostri giorni con particolare gaiezza: fuochi, manifestazioni, canti hanno tramutato il triste avvenimento in un vero e proprio carnevale. Negli antichi villaggi del Sussex, il giorno di Fawkes viene rievocato anche con spettacoli pirotecnici e con illuminazioni fantasmagoriche delle sue viuzze dei suoi vicoli medioevali.

Così suona il testo di una canzoncina ormai entrata nella memoria collettiva delle genti inglesi e di origine anglosassone:

Ricorda, ricorda, il 5 novembre

polvere, tradimento, complotto.

Noi non vediamo la ragione perché

polvere e tradimento siano dimenticati.

No, polvere, tradimento e complotto non sono stati obliati… Avviene, anzi, che Guy Fawkes si stia prendendo una significativa rivincita sulle piazze in fermento di tutto il mondo. Lo racconta il “New York Times”: la riproduzione del volto del congiurato cattolico, trasformato in una maschera beffarda, sopracciglia marcate, pizzetto e baffi all’insù, riappare nella capitale inglese a OccupyLondon e sulle piazze ‘indignate’ del nord Africa.

Una rinnovata popolarità il cui merito va ascritto a un film del 2006 V per vendetta a sua volta tratto da una fortunata storia a fumetti scritta da Alan Moore e illustrata da David Lloyd: dove si racconta di una Gran Bretagna sprofondata in un medioevo prossimo venturo, dominata da un feroce potere tirannico. Unico serio oppositore un misterioso uomo mascherato che si fa chiamare semplicemente “V” e che progetta un attentato da realizzarsi con un treno carico di esplosivo da lanciare contro il Parlamento inglese: una trama fin troppo elementare che, però, per i suoi contenuti intrisi di romantico e ribelle idealismo, di spettacolarità e d’azione ha saputo intercettare il gusto dei pubblici giovani e sempre più arrabbiati di tutto il mondo.

Adottato, poi, come simbolo dal gruppo di hacker di “Anonymus”, segnalatosi per una serie di incursioni informatiche contro siti on line di istituzioni governative e grandi corporations, Guy Fawkes, da fosco terrorista al servizio della reazione cattolica quale ce lo ha consegnato la storia, è stato trasformato dalla percezione popolare e giovanile in un eroe anarchico senza macchia né paura, “l’unico uomo onesto a essere entrato in Parlamento, perché il suo obiettivo non era fare politica ma farlo saltare”.

Oggi, con oltre centomila pezzi la maschera con le fattezze di Guy Fawkes risulta la più venduta al mondo: più di Batman, più di Henry Potter, più di Spiderman…





06 dicembre 2011

“Paura” di Stefan Zweig

di Gianni Quilici


Si rimane meravigliati leggendo “Paura” di Stefan Zweig dall'acutezza di analisi con cui lo scrittore delinea Irene, la protagonista, una bella viennese, figlia della migliore borghesia, moglie di un noto penalista, che, mentre scende le scale dopo essere uscita dall'appartamento del suo amante, un giovane pianista, viene fermata da una donna che, con voce sguaiata e beffarda, la ferma ostruendole il passo e trattandola come una donnaccia, a cui, sotto le spoglie “di una signora perbene ...come si suol dire!” non basta” avere un marito, tanti soldi e tutto il resto, deve anche soffiare il moroso a una povera ragazza...” Da questo incontro inizieranno i ricatti, che si faranno sempre più pesanti e stringenti...


Stefan Zweig narra la storia attraverso il succedersi di molti stati d'animo, anche antitetici tra loro: la vergogna e la colpa, la paura e l'ebrezza dell'avventura, il rimpianto e il desiderio di espiazione, eliminando molto spesso il dialogo e gli aspetti più descrittivi, riuscendo progressivamente a creare quasi un thriller psicologico, con una sorta di pathos quasi doloroso, anche per il lettore, perché sembra portare ad una inevitabile tragica conclusione.


Quando sembra che stia per succedere il dramma, ecco il colpo di teatro, che non si può rivelare al lettore e che a me pare il momento debole della storia, troppo costruito a tavolino, poco convincente psicologicamente per come si configurano i caratteri dei protagonisti e per come risulta la psicologia dell'epoca.


Lo scrittore, che si era inoltrato nei meandri tortuosi della vergogna, della paura e di un'angoscia non più sostenibile, invece di inserire dialetticamente l'altro decisivo personaggio, la figura enigmatica e complessa del marito e di risovere lui e lei eventualmente con una maturazione e catarsi, che cambi tutti, non solo Irene, sceglie in conclusione la strada più facile, più rettilinea: quella della macchinazione, di una trama ordita alle spalle di lei, una sorta di lezione poco credibile e un po' moralista.


Stefan Zweig. Paura. Piccola biblioteca Adelphi. Traduzione di Ada Vigliani. Euro 10,00


05 dicembre 2011

"Il cielo senza sole" di Beppe Calabretta

di Manuela Alessia Pisano


«Quand’ è che ho cominciato a vivere?. Ogni volta che si faceva questa domanda gli venivano i brividi… Il legame tra il suo pensiero e il suo corpo lo sentiva come un torto che gli veniva da qualche nemico sconosciuto che chissà per quale motivo ce l’aveva con lui». Una domanda esistenziale, leit-motiv di tutta la narrazione, che disturba il protagonista mentalmente e fisicamente.

«A quel punto della sua irritazione, diventava lucido, preveniva il pericolo e lo combatteva. … alzava ancor più la testa, allargava le spalle, inspirava profondamente e lentamente e poi, con un rumore sordo, buttava fuori d’un colpo tutto il fiato che aveva raccolto. ».
Tutto questo dava a Normale l’apparente sensazione di annientare quel ‘nemico invisibile’, come l’autore lo definisce, in altre parole di vincere tutte le sue insicurezze.

Un incipit interessante -che dura tutto un capitolo- e richiama reazioni di carattere psicologico costantemente presenti nell’essere umano. Il 2° capitolo ci introduce la figura di Normale: un uomo che non ha ancora raggiunto la quarantina e che si sente «giovane». «Quand’ è che ho cominciato a vivere?» è la domanda che accompagna Normale nel lungo viaggio all’interno di se stesso, un chiodo fisso che torna e ritorna traghettandolo sino alla risoluzione finale. L'intero racconto scaturisce dalla sopraccitata domanda e da un interrogarsi insistito del protagonista. Vengono così ripercorsi i primi 20 anni della vita di Normale che scopriamo essere un bambino curioso continuamente pronto ad interrogarsi e ad interrogare chi lo circonda.

Attraverso la strutturazione in capitoli l’autore ripercorre i momenti salienti della sua esistenza passando per il distacco dai genitori e la conquista dell’autonomia che poi lo condurrà inevitabilmente alla maturazione sociale; dalla scoperta del sentimento amoroso e sino alla capacità di realizzare relazioni d'amore, ed ancora dalla descrizione delle prime curiosità sessuali di Normale -in particolare dal passaggio verso le sensazioni corporee dell'eccitamento sessuale ai suoi successivi sviluppi, non senza dimenticare i cosiddetti ‘riti d’iniziazione e di passaggio’.

­­Nel romanzo coesistono e si intrecciano, dunque, molteplici tematiche. Il tema dell’alfabetizzazione attraverso la scoperta di Normale del valore significativo dell’istruzione, il valore dell’amicizia e l’approccio psicologico alla religione, senz’altro influenzato dall’ideologia comunista cui aderiva la militante famiglia di Normale, sono alcuni tra gli altri aspetti ripercorsi dall’autore. Normale e il suo vissuto aprono anche uno squarcio sulla socialità nei paesi meridionali intorno alla metà degli anni ’50 del secolo scorso, sul grande esodo dal sud d’Italia verso i grandi poli industrializzati del settentrione, sulle prime battaglie politiche per la difesa dei propri diritti.

Arriviamo così al capitolo 17 che si apre con le parole del titolo «Il cielo senza sole.» e prosegue con un monito: «non smettere di interrogarti, non smettere di pensare!». E’ dalla forza di quest’interrogazione che si scatena un impeto nuovo che si espande a macchia d’olio, una forza costruttiva che ha il potere di stravolgere le cose e di far tornare il sole. «Il sole è negli occhi di tutti, negli occhi di lui, Normale, che canta».

Il capitolo 18, l’epilogo, ci riporta al motivo iniziale ovvero alla permanenza forzata di Normale a Creta. Le due settimane di degenza lo hanno portato ad interrogarsi sul suo essere, come mai prima d’ora e le riflessioni appuntate su un quadernetto hanno finalmente chiarito il suo passato, permettondogli di cogliere una luce nuova nel presente.
«Addio quaderno, addio isola, non è forse vero che anche oggi incomincio a vivere?».
Si chiude così il libro di Beppe Calabretta.

‘Il cielo senza sole’ è un romanzo di carattere prevalentemente descrittivo con micro sequenze dialogiche. Un libro che si legge con facilità, scorrevole nonostante i numerosi temi trattati. Il linguaggio con cui fatti, luoghi e personaggi vengono descritti è concreto, schietto e arriva dritto al lettore. È indubbio che proprio alcuni elementi dal riflesso probabilmente autobiografico, favoriscano questa vicinanza di ‘cuore’.

Intramezzato da alcune immagini alquanto minuziose e particolareggiate come la descrizione del campo di grano, quello della tempesta, della fila di muli descritti finanche nei dettagli anatomici, ‘Il cielo senza sole’ fa spesso ricorso a similitudini, alcune delle quali particolarmente riuscite. Un quadro attento alle dinamiche emozionali e cognitive che cattura e coinvolge ulteriormente il lettore, specie in alcuni punti quali ad es. la scena in cui il padre di fronte alla convocazione di Normale da parte del Maresciallo del paese si fa prendere da un eccessivo stato di agitazione.

Ad onor del vero vi sono alcune contaminazioni di irrealtà, tipo la monta del mulo sull’asina –peraltro assai efficace in quanto a descrizione, che, tuttavia, per la loro irrilevanza di fondo non nocciono all’insieme.

È un meccanismo di maturazione quello che avviene tra le ‘righe’: uno dei passaggi più interessanti in questo senso è quello in cui- come durante un sogno- le immagini cominciarono ad inseguirsi nella mente di Normale, dapprima sfocate, poi sempre più nitide, sino a restituirgli alcuni reali ricordi d’infanzia.

Maturazione anche artistica e personale. Normale -qui nelle vesti di paziente- dialoga con il suo alterego ‘camuffato’ da analista. Scrupoli, pentimenti, dubbi travolgono la controfigura dello scrittore che attraverso un percorso faticoso, spesso doloroso, giunge alla maturazione.

Meccanismi culturali e dinamiche psicologiche vengono ripercorsi nelle pagine del romanzo come riproblematizzazione delle vicende importanti della propria esistenza e come via attraverso la quale ricongiungersi alla propria identità più intima.

Questo, a mio parere, il merito maggiore del percorso di scrittura effettuato da Beppe Calabretta.

Beppe Calabretta. Il cielo senza sole. Postfazione di Luciano Luciani. Bonaccorso.

01 dicembre 2011

"1948 Di sani princìpi" a cura di Monica Innocenti e Luca Cosci

di Luciano Luciani


L’anno del 150esimo anniversario dell’unità nazionale ha coinciso con un momento storico particolarmente delicato di acuta crisi morale, istituzionale e politica. Un diffuso disagio, una sorta di generale ‘male di vivere’, sembra aver colpito la nostra comunità nazionale, causa e conseguenza, al tempo stesso, di difficoltà economiche e urgenze finanziarie.

Se è vero che il nostro Paese sta attraversando un cono d’ombra che pare non avere fine, proprio per questo si impongono iniziative atte a portare alla luce e far riflettere, soprattutto i più giovani, sui temi di più stringente attualità, cercando di rispondere tutti insieme alle domande più assillanti della nostra contemporaneità.

Un primo passo in tale direzione può essere rappresentato dalla rilettura con occhi nuovi del testo della nostra Carta costituzionale: è quello che si sono proposti Monica Innocenti e Luca Cosci, curatori di 1948 Di sani princìpi, un libro-intervista pubblicato per i tipi di Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2011, che cerca di attualizzare e far rivivere il messaggio più profondo della Costituzione italiana, proiettandola dalla pagina alla vita di tutti i giorni.

Il libro è soprattutto un messaggio per i giovani, oggi particolarmente disorientati nel difficile compito di organizzare il presente e porre solide premesse per il futuro, ribadendo la necessità di una salda democrazia nell’ottica della costruzione di un reale progresso civile. Attraverso 16 interessanti interviste a personaggi comunque significativi della nostra vita pubblica, il volume costituisce un importante contributo alla riflessione aperta sul destino del nostro Paese proprio a partire proprio dalla sua legge fondamentale.

La particolarità di 1948 Di sani princìpi sta nel fatto che i due curatori, Monica Innocenti e Luca Cosci, sono due non addetti ai lavori, due persone comuni, una commessa e un impiegato, e la loro sollecitazione è quella di quanti intendano condividere i valori fondativi della nostra nazione.

Ecco i nomi dei i 16 personaggi della nostra contemporaneità individuati dagli Autori che hanno espresso il loro pensiero in questo libro: Enrico Bertolino, Ilide Carmignani, Danila Comastri Montanari, Edoardo De Angelis, Giancarlo De Cataldo, don Paolo Farinella, Domenico Gallo, Sabrina Giannini, Margherita Hack, Kat-Rasta (Alberto Catella), Loriano Machiavelli, Dacia Maraini, Mario Monicelli, Irene Pivetti, Daniele Protti, Pippo Russo.

Il volume si conclude con il confronto fra due personalità apparentemente distanti tra loro ma con molti punti in comune, Don Paolo Farinella e Domenico Gallo, magistrato del Tribunale di Roma. È, poi, un perspicace narratore del nostro presente come Loriano Macchiavelli a tirare le conclusioni con l'invito a leggere con occhi nuovi il testo della Costituzione che, come ha affermato autorevolmente, con parole di affettuosa cordialità, il suo massimo garante, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, merita ancora tutto il nostro rispetto: “la Costituzione è una signora di sessant’anni che presenta assai più valori giovani che rughe. Si possono togliere le rughe dal volto di una bella signora, ed è quello che dobbiamo fare, l’importante è lasciare intatti, conosciuti e amati, i suoi lineamenti fondamentali, quelli che hanno fatto della nostra Repubblica una democrazia, una scuola e un presidio di libertà” (discorso per il 60mo della Costituzione).


a cura di Monica Innocenti e Luca Cosci. 1948. Di sani principi. Marina Pacini Fazzi.




24 novembre 2011

"Fantasmi d'amore" di Roberto Curti

di Gordiano Lupi www.infol.it/lupi

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Roberto Curti è uno studioso competente e appassionato del nostro cinema di genere, collabora con Blow Up e al Mereghetti, ha scritto un’interessante monografia su Tonino Valerii e il fondamentale Sex and violence – percorsi nel cinema estremo (Lindau, 2003), insieme a Tommaso La Selva.

Fantasmi d’amore è una vera e propria bibbia, indispensabile per tutti i cultori del gotico, quel cinema nostrano caratterizzato dalla presenza di cripte, cimiteri, tombe scoperchiate, castelli cadenti, scienziati pazzi, servitori storpi, teschi e scheletri, passaggi segreti, streghe, vampiri, visioni di morti scarnificati, balli con musica d’altri tempi e quadri che ricordano antenati scomparsi.

Curti non si limita al cinema, ma opera riferimenti colti di tipo letterario, sottolineando l’importanza del melodramma, della letteratura scapigliata e decadente, ma anche della poesia sepolcrale inglese. Il gotico mette la figura femminile al centro della scena, presta grande attenzione al mito del vampiro, dà importanza al bianco e nero, ma anche a una colorazione soffusa.

I primi film gotici italiani portano la firma di due grandi autori come Mario Bava e Riccardo Freda, che con La maschera del demonio (1960) e I vampiri (1957) dettano le basi fondanti del genere. I vampiri è universalmente considerato il primo film horror italiano e si ricorda come la data di nascita del gotico cinematografico.

Il gotico lascerà il posto agli spaghetti western, ma non scomparirà del tutto e vivrà una seconda giovinezza in alcune pellicole minori degli anni Settanta e Ottanta.

Negli anni Sessanta il gotico fa furore anche nella letteratura di bassa lega, nei fumetti neri e porno – horror, nei Classici di Dracula, nelle collane pulp della Ediperiodici e nei fotoromanzi di Killing.

La televisione non è indenne dal fascino dell’orrore, molti gli sceneggiati importanti che attraggono il pubblico: Il segno del comando e Ritratto di donna velata non sono che due esempi. Il gotico mette in scena vizi e perversioni, sadismo e lato oscuro dell’animo umano, grazie a sceneggiatori come Ernesto Gastaldi che scrivono opere intense e piene di colpi di scena come L’oscuro segreto del dottor Hichcock, La frusta e il corpo, La cripta e l’incubo. Scrittori classici come Le Fanu vengono saccheggiati a piene mani dagli autori del gotico italiano, al punto che Carmilla, perverso vampiro al femminile, è un personaggio che troviamo modificato in tutte le salse possibili e immaginabili. Nel suo libro Curti parla anche di tecnica e fa capire come il gotico segni la nascita dello zoom nel cinema di genere, per semplificare la preparazione delle inquadrature e velocizzare le riprese, eliminando i carrelli.

Roberto Curti ci regala un’opera straordinaria, cinquecento pagine zeppe di dati, considerazioni, appunti, annotazioni critiche, curiosità che faranno la felicità dei cultori ma anche dei semplici appassionati di una materia meritevole di un serio approfondimento.

Il prezzo è un piccolo difetto, ma non dipende dall’autore: 32 euro sono eccessivi per un libro in brossura, stampato in digitale e su carta scadente. Vero che è un lavoro dedicato a una nicchia, ma est modus in rebus


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Roberto Curti

Fantasmi d’amore

Il gotico italiano tra cinema, letteratura e TV

Lindau – Euro 32,00 – Pag. 500

"Il caffè" di Luciano Luciani

foto di Gianni Quilici

Giunto dal Medio Oriente a Venezia nel 1615, il caffè - e il quasi universale rito della tazzina della nera bevanda – presenta una storia complessa che si intreccia strettamente con le vicende, magari meno visibili ma non per questo meno importanti, della formazione delle abitudini, del costume e del gusto dell’uomo moderno. Divenuto, in breve tempo, Amsterdam il principale mercato all’ingrosso del caffè di tutto il mondo, si moltiplicarono in Europa le “botteghe del caffè”, i bar di allora: nel nostro Paese, già nel ‘700, il veneziano ‘Florian’ assurgeva a fama mondiale come luogo di sopraffine delizie del palato. In Inghilterra il primo caffè, venne aperto a Oxford nel 1650 e due anni più tardi anche Londra conobbe questa nuova ‘istituzione’. Ma passeranno vent’anni prima che anche Parigi si adegui alle mode provenienti dalla capitale inglese.

Un successo apparentemente inarrestabile, quello della amara pozione: eppure, anche al caffè toccò il destino di essere al centro di polemiche, accuse, diatribe. Se i suoi sostenitori, forse esagerando, lo presentarono come eccellente rimedio per curare le malattie dello stomaco e del fegato, per rafforzare il tono cardiaco, per eliminare l’idropisia, per combattere la scabbia, i dolori della milza, le infiammazioni polmonari, i vermi e un’infinità di altri guai fisici, non mancarono i feroci detrattori dello scuro beveraggio venuto dall’Oriente.

Bacone da Verulamio, per esempio, in contrasto con l’opinione della maggioranza, non esitava a condannare il caffè come un potente narcotico.

Francesco Redi, nel suo festosissimo e celeberrimo ditirambo, Bacco in Toscana, dichiarava: “Beverei prima il veleno,/Che un bicchier, che fosse pieno/dell’amaro e rio caffè”. Il letterato toscano, tuttavia, ci ripensò e in una lettera privata giudicava il caffè, purché ben corretto dallo zucchero, una bevanda deliziosa.

Per lungo tempo, i “tuttologi” di tre secoli orsono si divisero riguardo alle virtù dimagranti o ingrassanti del caffè. Innumerevoli, e tutti discutibili, gli argomenti portati a sostegno dell’una o dell’altra parte: rimase famosa la prova cosiddetta “dei Turchi”, basata sul fatto che tra gli abitanti dell’Anatolia (famosi allora come sfrenati consumatori dell’aromatico infuso) sembravano assai più numerosi che tra gli altri popoli gli individui decisamente obesi e tendenti alla pinguedine: ciò rappresentava – secondo alcuni – la prova migliore delle virtù ingrassanti del caffè.

Non si riuscì, naturalmente, a individuare l’argomento decisivo in favore dell’una o dell’altra tesi e le discussioni si esaurirono a mano a mano che si diffondeva il consumo del caffè.

Non mancarono, però, nel tempo molte altre accuse: si attribuì alla scura pozione il potere di provocare cecità, emorragie, paralisi, coliche intestinali, febbri perniciose, infiammazioni epatiche e renali… Ma una delle offese più terribili mosse alla bevanda fu certamente quella di rendere l’uomo impotente. Il Linneo, famoso naturalista svedese, lo chiamava addirittura potus caponum, bibita dei capponi e questa calunnia contribuì di sicuro a diminuire la celebrità e il consumo di caffè tra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII secolo. Luigi XIV, ad esempio, fu decisamente contrario all’uso della bevanda e i maligni sussurravano che tale avversione gli fosse stata suggerita dalla marchesa di Montespan, che in dodici anni di relazione dette al re Sole la bellezza di sette figli. Anche la facoltà medica di Parigi si allineò alle direttive regie in fatto di filtri e infusi e con atto solenne dichiarò, nel corso di un’assemblea, che il peggior vino era sempre più innocuo e giovevole alla salute del miglior caffè.

Monarchi assoluti e tiranni non lo ebbero mai in molta simpatia: non solo il re Sole fu un antipatizzante della nera pozione, ma Carlo II Stuart (1660 -1685), appena rientrato in patria e da poco insediato sul trono dopo la parentesi di Cromwell, non manifestò particolari scrupoli nell’ordinare la chiusura di buona parte delle “botteghe del caffè”, moltiplicatesi in Inghilterra a partire dal 1650, timoroso che potessero diventare centri di opposizione e di rivolta.

E il sospettoso Stuart non aveva tutti i torti a temere i locali in cui si somministrava il caffè come luoghi privilegiati per la diffusione delle idee rivoluzionarie: cento anni più tardi, a Parigi, saranno proprio i Caffè le sedi in cui si ritroveranno i letterati, i filosofi e gli oppositori della monarchia francese. Proprio da uno di questi locali, nel luglio 1789, partirà l’appello per quell’assalto alla Bastiglia, che segnerà l’inizio della rivoluzione francese.

Nei primi anni del XIX secolo, con la scoperta del principio attivo del caffè, la caffeina e con il successivo isolamento di quest’ultima, avvenuto nel 1820, si entra in una nuova fase della complessa storia del caffè: quella scientifica e in particolare sul suo principio attivo si moltiplicarono gli studi e le ricerche.

E del ‘cappuccino’ cosa si sa? Sembra che nel XVII secolo il Neihof, ambasciatore olandese in Cina, al suo rientro in patria abbia riportato con sé l’uso in voga presso i cinesi di mescolare il caffè con il latte. Anche il caffellatte fu ben presto oggetto di critiche e il Thierry, storico ed esponente di punta del romanticismo francese, lo accusò di provocare nientemeno che la leucorrea nelle donne e la cefalea negli uomini.

Fu questo l’ultimo e un po’ velleitario tentativo di ostacolare la lunga e trionfale marcia della popolare bevanda e di contrastare l’ormai quasi universale – e ripetuto più volte al giorno – rituale della tazzina.

Oggi gli italiani ne consumano oltre 30 miliardi l’anno: una tazzina e mezzo a testa al giorno, una quantità enorme che pure non colloca il nostro paese ai primi posti in Europa nell’uso – e nell’abuso – dell’amara pozione. L’Italia è superata di gran lunga dalle nazioni del nord Europa, dove ogni abitante beve in media ben quattro tazze di caffè ogni giorno. Per questo il Cic (Comitato italiano caffè) non esita a ritenere che i consumi possano essere ulteriormente aumentati, soprattutto tra i giovani.

Ed ecco spiegate certe interessate campagne stampa, secondo le quali cinque o sei o anche sette tazzine al giorno non fanno male. Anzi, danno tono, stimolano l’attenzione, incrementano la concentrazione, sollecitano i succhi gastrici e quindi favoriscono la digestione e così via caffeinizzando.

Ad uso del lettore e pro bono suo si ricordi che il nero stimolante venuto dall’Oriente contiene una quantità di caffeina che va da 0,10 a 0,20 grammi per tazzina e che già l’assunzione di un solo grammo quotidiano di questo alcaloide può creare seri disturbi al sistema nervoso, neuromuscolare e cardiovascolare. In parole semplici tanti casi d’insonnia, eccitabilità, tachicardia e disappetenza sono spesso da imputare non a cause remote e misteriose ma a quotidiane, inconsapevoli overdose della tanto familiare bevanda.





21 novembre 2011

"Paloma e l’Angelo" di Fabiana Taddeucci

di Luciano Luciani

Lucca o forse no, la Città raccontata in Paloma e l’Angelo di Fabiana Taddeucci. Il tempo, assomiglia a questo nostro presente, ma potrebbe anche essere un qualsiasi altro medioevo prossimo venturo, tanto rare e inessenziali appaiono nella storia le tracce della modernità. Paloma, il nome della protagonista: Paloma, ovvero colomba nella lingua di Cervantes; simbolo evangelico di purezza e semplicità, portatrice del ramo d’ulivo dopo il diluvio universale, metafora di pace e concordia.

Paloma, la protagonista di questo romanzo breve, è, invece, una giovane donna tormentata dalla memoria di un passato difficile.

Ha conquistato con fatica, Paloma, la propria libertà e quella delle proprie scelte e dei propri comportamenti e appare “strana” agli occhi dei conformisti, dei benpensanti, dei perbenisti: fuma, cammina scalza, porta uno zaino sulle spalle, veste di rosso, il colore dell’eros libero e trionfante, dell’ardore e della bellezza, della forza impulsiva e generosa.

Paloma non lo sa, ma incarna in sé tutte queste doti quando decide di entrare nella Città che sorge dalla pianura.

Una città bellissima: una sintesi mirabile di storia, arte e natura abitata, però, da uomini gelosi della propria condizione privilegiata ed egoisti, satolli e per niente ospitali.

Paloma e la Città: la protagonista e l’Antagonista.

Una favola: crudele e feroce come tutte le favole. Sì, perché Paloma, la nostra eroina, come in tutte le storie mitiche, sarà sottoposta a dure prove iniziatiche: la solitudine; un lavoro accettato solo per sopravvivere; la morte, tragica, del primo amico incontrato; l’amore, quello vero, fatto di passione e carnalità, trovato e poi perduto.

E al posto di quel sentimento smarrito, al posto del cuore strappato, non le resta che un bel dono, un regalo prezioso: una pietra di giada. Che sarà pure il simbolo dell’energia cosmica e della rigenerazione del corpo e dei sentimenti; sarà pure il simbolo dell’immortalità e della perfezione ma niente, niente può consolare dell’assenza di un amante amato come mai nessun altro prima… E allora per Paloma/colomba suonerà la musica dura dei rimpianti, dei conti con se stessa, delle memorie che sopraggiungono sempre più acute, taglienti, dolorose.

Il finale con tutte le sue possibili interpretazioni è affidato alla intelligenza e alla sensibilità dei Lettori.

È importante, invece, sottolineare la qualità della scrittura. Un modo di raccontare, quello della Autrice, allusivo, insieme fantastico e realistico. Un mix originale, personalissimo, capace di evocazioni profonde e suggestioni sottili, che, senza parere, narra il nostro oggi, il nostro qui e ora. Per esempio gli inferni di una vita interiore non placata, ma perennemente in ricerca; i bordi frastagliati e affilati della nostra vita civile o incivile che dir si voglia; i lineamenti essenziali della catastrofe etica che è sotto gli occhi di tutti.

Non pensiamo, però, a questo libro solo come a un teatro della crudeltà: c’è posto, e tanto, per l’amore, l’amicizia, la pietas. In fondo ne basterebbe così poca per migliorare la vita quotidiana di tutti.

Pietas: ovvero rispetto, affetto, tenerezza, benevolenza…

Tutte doti di cui è provvisto abbondantemente Giò, ovvero Giovanni, barman generoso e altruista, disponibile e compassionevole in una città segnata dall’intolleranza e dall’incomprensione per ogni sia pur piccola diversità. Riuscita figura di deuteragonista, Giò nel senso di Giovanni, per amore,arriva ad accettare anche il diritto all’opacità di Paloma, il diritto al caos dentro di sé. Consapevole che gli esseri umani sono compositi, multipli, complessi, polimorfi e che ridurli alla trasparenza può voler dire solo diminuirli e impoverirli.


Fabiana Taddeucci, Paloma e l’Angelo Favola di fine millennio, Libertàedizioni, Lucca 2011, pp.64, Euro 10,00

"Il nuovo inquilino" di Javer Cercas

di Gianni Quilici


E' un romanzo che si legge in un volo.

Una mattina Mario Rota, professore di Fonologia in un’università del Midwest, negli Usa, facendo jogging cade slogandosi una caviglia. Da quel momento, sta tornando a casa sudato e zoppicante, iniziano le sue disavventure: l'affittuaria gli presenta il nuovo inquilino, Daniel Berkowickz, brillante, monopolizzatore e seducente, che, in pochissimi giorni, gli sottrae spazio lavorativo, credito, ragazza, amici.

Una storia psicologicamente avvincente, perché raccontata con chiarezza, con personaggi veritieri, dialoghi efficaci e pensieri sottili, che progressivamente creano un'atmosfera di persecuzione e di processo, di condanna e infine di incubo, fino a creare nel protagonista quasi uno sdoppiamento. Ho pensato, per qualche associazione, ad un film, ben più delirante di questo romanzo, come “L'inquilino del terzo piano” di Polanski, oltre che naturalmente a Kafka.

Tutto, infatti, sembra preludere ad una conclusione inesorabilmente catastrofica. La svolta finale è sorprendente e non può essere raccontata, perché se la si conoscesse, oltre a eliminare la sorpresa, produrrebbe forse anche un diverso tipo di lettura.

Ed è la svolta, che a me pare deludente, perché pretestuosa, in quanto produce un salto non motivato né stilisticamente, ne' ideologicamente, rispetto a ciò che fino a quel momento avevamo letto.

E' come se Javer Cercas avesse avuto paura di andare fino al fondo dei caratteri e della situazione ed avesse cercato di risolvere con un'idea brillante, perché inaspettata narrativamente e soprattutto aperta a tutte le ambiguità dell'interpretazione.

Ed è un peccato, perchè Mario Rota è delineato efficacemente, colto nella sua dolorosa, consapevole, automatica debolezza, come pure è tratteggiato vigorosamente il mondo universitario nei suoi banali modelli di efficienza e nella sua ipocrita ferocia.

Il nuovo inquilino” è il secondo romanzo di Cercas, scritto nel 1989, prima di due famosi romanzi, “Anatomia di un istante” e soprattutto “Soldati di Salamina”, vincitore quest'ultimo del Premio Grinzane e del Premio Mondello.

Javer Cercas. Il nuovo inquilino. Traduzione di Pino Cacucci. Ugo Guanda editore.

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