20 gennaio 2010

"La crisi della parola" di Gianni Quilici



Spesso usiamo un linguaggio fatto di parole morte,
di cliché, di ripetizioni, di termini generalizzati e convenzionali,
senza neppure quella necessità che viene dalle contraddizioni della vita...

C'è, da tempo, una crisi della parola,
c'è una crisi dei contenuti che stanno dentro le parole
c'è la necessità di "curare le parole", di inventare un nuovo vocabolario-linguaggio
fatto di concretezza e di ricchezza, di tensione intellettuale e di ricerca, di ritmo e di emozione, di verità.

Quali sono le radici di questa “morte”, mi chiedo.
Rispondo per titoli, ossia schematicamente.

Nella stupidità della cultura di massa
Nel sovraccarico di informazione e di frammentazione della “società liquida” in corsa.
Nella violenza con cui il berlusconismo si è insediato nel pre-conscio della maggioranza della Popolazione.
Nel conformismo dell'opposizione che nella ricerca interclassista e moderata della mediazione non dice le verità, non “parla” alla coscienza e cultura del Paese.
Nella marginalizzazione di chi, invece, è radicale (va alla radice) nelle analisi ed è espressivo e vibrante nella comunicazione.

“A me stesso” di Oswald Spengler


di Gianni Quilici


Che tipo di recensione -mi sono chiesto- si può scrivere su questi appunti così personali?
La prima risposta è ovvia: cercare di tratteggiare la personalità di Oswald Spengler così come appare da queste note autobiografiche scritte tra il 1911 e il 1919, nel periodo, cioè, in cui lo scrittore tedesco era impegnato alla stesura del suo libro più celebre Tramonto dell'Occidente.

Il nucleo centrale di questi ricordi, aforismi e riflessioni è la solitudine, una solitudine estrema.
Scrive infatti Spengler: “Sono sempre assillato e tormentato da una paura indefinibile e sconfinata che mi impedisce il sonno... Ho paura a prendere in affitto un appartamento, di aprire una lettera, di scrivere qualcosa... di tutto ciò che è femminile, timidezza esagerata, ridicola... di ogni adulto, anche dei miei compagni di scuola...Incubi: l'orribile verme che allunga la testa fuori dal braccio. Paura della morte; lo strappo via. Subito, al suo posto, un'altra testa. E poi un'altra e un'altra ancora".

Questa paura ha una causa: “Ciò che sono diventato lo devo all'educazione sbagliata e mortificante di mio padre...l'infelice matrimonio di mia madre.. mia madre, sempre incerta... mai ci insegnò come comportarci. Lasciava che fossimo noi a trovare la forma e, se facevamo errori, ci biasimava, come se potessimo imparare da soli...”

In contrasto con questa paura nevrotica, immaginazioni di gloria, della cui irrealtà era, però, consapevole. Scrive: “ Insensatezza della mia vita. Fin da bambino la smania di essere Napoleone, grande uomo politico, statista, di modificare la carta geografica...ho sempre pensato che sarei dovuto diventare una specie di messia. Fondare una nuova religione del sole, un nuovo regno universale, un paese incantato, una nuova Germania, una nuova concezione del mondo...”

Aspirava più modestamente, anche, a orizzonti possibili: “...il desiderio di una abitazione solitaria, tre o quattro conoscenti, che sappiano tutti parlare di cose ultime... una fanciulla con un bel corpo, di buon umore, silenziosa e di buon carattere... Niente cani. Pochi libri...” Soprattutto ciò che lo angustiava era “la mancanza di compagnia intellettuale...di spiriti del mio stesso rango in grado di apprezzare e comprensivi...”
Da qui uno sdoppiamento: “...e, mentre parliamo, il mio secondo io che interviene: per l'amor del cielo non dire la verità, non dire niente di profondo, non verrebbe capito...”

Tutto questo lo capisce ma sente di non avere la forza di cambiare. “...Per un'intima viltà e debolezza, ho seguito il branco ingoiando e ricambiando i suoi scherzi insulsi, la sua filosofia piatta, le sue squallide visioni della vita... Ancora oggi non so spiegarmi per quale motivo mi manchi la forza di scuotermi di dosso queste persone...”

Infine convivono in lui un atteggiamento aristocratico (“ un uomo superiore”), che nasce forse da una condizione oggettiva (“il sordido popolo di letterati che bighellona scribacchiando...”) e soggettiva (l'isolamento), ed uno, invece, di compassione nei confronti delle persone più umili: “Quando vedo una vecchia entrare timorosamente in un negozio, o esaminare le merci esposte in una vetrina, oppure contare i soldi, vengo colto da un così tremendo senso di compassione...”.

La seconda risposta è più problematica e complessa e qui posso soltanto segnalarla: quali sono, cioè, le ragioni del contrasto profondo tra questo tipo di uomo debole e disperato e l'immagine completamente diversa che si ricava da Tramonto dell'Occidente? Vale a dire “l'uomo d'acciaio, dall'animo forte e del tutto ametafisico, che vede quale suo modello il Romano senz'anima, l'uomo d'azione che disprezza il Graeculus histrio artista e filosofo...” come scrive nella sua articolata nota il curatore Giovanni Gurisatti.

Sembrerebbe quasi che il suo pensiero politico-filosofico nasca da una illibertà, da condizionamenti, che sia, cioè, anche una rivalsa ad una condizione di frustrazione personale o un “voler essere” soltanto vagheggiato.

Oswald Spengler. A me stesso. A cura di Giovanni Gurisatti. Adelphi. Pag. 130. Euro 6.20.

"Silvio Micheli che mise la sua pagina al servizio degli umili"


di Luciano Luciani


Vent’anni fa
Nel marzo del 1990, presso l’ospedale “Tabarracci” di Viareggio, dopo una lunga malattia, moriva, all’età di 79 anni, Silvio Micheli, lasciandosi alle spalle una fama di scrittore civilmente impegnato e intelligente organizzatore di cultura. Con la sua scomparsa giungeva alla sua conclusione un itinerario culturale, politico e umano che era iniziato nella Viareggio degli anni ’30, quando la città era ricca di presenze culturalmente significative come quelle di Mario Tobino, Lorenzo Viani, Enrico Pea, Elpidio Jenco…

Era nato, Silvio Micheli, il 6 gennaio del 1911 da “una famiglia di lavoratori. Brava gente versiliese che ha seguito per generazioni il lento ritirarsi del mare sino a Viareggio”. Diplomatosi perito tecnico industriale a Pisa, nel corso della sua vita aveva lavorato in un primo tempo alla Piaggio e in seguito alla Fiat come disegnatore meccanico. La sua attività lo aveva portato negli anni ’40 anche a Napoli, presso le Industrie Meccaniche e Aereonautiche Meridionali, la sua “più duratura e soddisfacente esperienza lavorativa”. Qui era entrato in contatto con il mondo del lavoro, la sua cultura e le sue lotte per migliori condizioni di vita. Probabilmente a Napoli maturò la sua poetica di narratore realista, all’interno della quale assumeva una particolare importanza la classe operaia: Micheli sentiva di condividerne le ansie quotidiane, le speranze, le aspettative per una società più giusta e umana. Napoli e i suoi lavoratori furono per Micheli decisivi per il suo “primo vero contatto con la realtà nell’agganciare le sorti della letteratura a quelle della vita”.

Un intenso dopoguerra
“Anch’io ho subito tutta la guerra. Mi detti al ‘bosco’ nel 1942, quando mi chiamarono alle armi. Ho molto lottato e molto sofferto. Ancora ho mia moglie e il figlio e ho scritto”. Così, in una lettera a Fidia Gambetti del dicembre 1945, Micheli sintetizza gli anni della guerra trascorsi in condizioni molto simili alla clandestinità nella casa della madre e insieme alla famiglia. Nella battuta finale “ho scritto” l’individuazione di una vocazione e di un destino.

Infatti, ritornato a nella cittadina versiliese dopo l’esperienza napoletana, Silvio Micheli decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e per vivere collaborò a quotidiani e riviste politicamente schierate come “L’Unità” e “Vie Nuove”. Certo, le sue idee politiche non lo aiutarono a fare carriera o a raggiungere una tranquilla situazione economica.

Il suo esordio letterario è comunemente indicato nel romanzo Pane duro, scritto tra il 1940 e il 1942, che gli valse il Premio Viareggio edizione 1946, la prima dopo il conflitto mondiale e la liberazione: un lavoro di evidente ispirazione neorealista, che denunciava la guerra e chi l’aveva voluta, le sue devastazioni e le sue miserie materiali e morali.

Secondo Italo Calvino, Pane duro rappresentò uno dei primi tentativi della nostra letteratura di mettere il lavoro al centro di un’opera narrativa, di costruire un “romanzo di fabbrica” sul modello della letteratura sovietica, allora imitata e ammirata: a suo giudizio, si trattava di un’operazione non del tutto riuscita, ma in ogni caso interessante, nuova, apprezzabile per vigore di stile e sincerità d’ispirazione. Da una ricerca condotta alla Fiat nei primi anni ’50 fra settemila operai risultò che Micheli era uno degli autori più letti: non fa meraviglia, quindi, se il romanzo Pane duro e il successivo Tutta la verità, Einaudi 1950, furono tradotti con grande successo in Polonia, Romania, Cecoslovacchia e Unione Sovietica.
Per Cesare Pavese, Pane duro fu una delle prime esperienze narrative che contribuì a svecchiare i condizionamenti letterari parlando un linguaggio “nuovo e intatto”. Protagonista del romanzo, una famiglia: un uomo, una donna, un figlio e una vecchia madre. La storia comincia con lo scoppio del secondo conflitto mondiale il 1 settembre 1939 e arriva fino all’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940. Il protagonista, che narra in prima persona e resta anonimo sino all’ultima pagina, mobilitato per gli eventi bellici, si ritrova per un lungo periodo su un’isola dove scrive e racconta la disaffezione del cittadino comune nei confronti di una guerra che non condivide. Non è una cronaca, ma la testimonianza di uno stato d’animo diffuso, ribadito dall’affermazione “Diario mio e di tutti“. Nella seconda parte compaiono i bombardamenti delle città italiane e l’invasione tedesca. Alla fine di questa esperienza il protagonista ha vissuto quattro anni senza mai vedere né la moglie, né il figliolo: la clausola finale del romanzo è “ma la guerra mi ha lavato gli occhi e io dico: noi siamo la verità.“

I libri sulla marineria versiliese

Pane duro sarebbe dovuto essere tradotto anche negli USA, ma le idee di Micheli, ribadite con coerenza e con forza nel clima pesante della “guerra fredda”, bloccarono questo progetto e lo stesso accadde per l’idea di un film sui palombari dell’Artiglio. Micheli non faceva distinzione tra storia e cronaca. Per lui nulla era più reale della cronaca e proprio per questo si imbarcò nell’impresa di raccontare la vicenda e i protagonisti dell’Artiglio: una storia nascosta che ancora aspettava di essere narrata, quella della vita e delle gesta dei palombari e marinai viareggini che erano stati capaci di recuperare un tesoro sommerso in pieno Atlantico. Scrupolosissimo nel suo lavoro di ricostruzione, Micheli decise di intervistare i superstiti di questa straordinaria avventura, vecchissimi, in alcuni casi addirittura novantenni, e per documentarsi non esitò a trasferirsi a Trapani.

Da questo scrupolo documentario nascono anche Gran Lasco e Una famiglia viareggina sui mari del mondo, 1972, dedicati al mare e ai suoi eroi, quelli veri, quelli della navigazione a vela: lavori che hanno contribuito a diffondere la fama marinara della Versilia e in cui non interviene mai la rielaborazione letteraria ma prevale la presentazione fedele di dati, testimonianze, informazioni, interviste ai lavoratori del mare. Il linguaggio utilizzato è quello specifico dei marinai, gergale, secco, prosciugato. La sintassi, assolutamente sobria, ricorda l’essenzialità dei libri di bordo.

Un uomo di cultura schierato con gli umili

Uomo colto, Micheli, amava l’arte e, nel tempo libero dal lavoro, dipingeva e scolpiva: non a caso, tra i suoi amici più intimi sono da annoverare i pittori Mario Marcucci, Eugenio Pardini e Renato Santini.
Da buon viareggino era legatissimo al mare, ma, almeno fino a quando la malattia non lo costrinse ad abbandonare, praticò con passione anche l’alpinismo. Tra le numerose attività culturali che lo hanno visto protagonista – a testimonianza di un’acuta sensibilità per la modernità e il mutamento – non va dimenticato uno dei suoi ultimi impegni, quello di direttore di “Televersilia”, una delle prime emittenti televisive locali. Attivissimo nella vita culturale della sua città fu spesso giudice nelle giurie del Carnevale di Viareggio di cui, con grande sapienza letteraria, amava rievocare le origini che lo apparentavano al mare: “A quel tempo il carro del Carnevale nasceva odoroso di ragia e pece come un bastimento, nello stesso cantiere, a colpi d’ascia e a colpi di mazzetta… Un colpo d’ascia e una carezza a palmo aperto perché la mano potesse sfiorare il disegno, perché l’occhio potesse seguirne le linee: come a bordo. Marinai e calafati, sbozzatori e carpentieri, qualche imbianchino segretamente iniziato all’arte del pittore o per dir meglio alla decorazione, e sozzellai e intagliatori; erano questi, ciascuno a modo suo, a dare l’opera dopo il travaglio giornaliero a bordo o nei cantieri.”

Tutta la verità

Ma la personalità di Micheli la ritroviamo soprattutto nelle sue pagine, nei romanzi e nei racconti. In ognuno c’è qualcosa di lui, del suo modo di pensare, della sua poetica: “ Comincio con lo scrivere quello che sento di avere da raccontare; un giorno troverò anche il modo migliore di dirlo”. Nel romanzo Tutta la verità, 1950, s’impegnò a fondo per rappresentare il mondo del lavoro, una realtà ritenuta “bassa” e poco degna di attenzione e di letteratura. La sua sensibilità muove verso l’ “uomo” con la u minuscola, la gente comune e tende anche alla rivalutazione della cultura tecnico-scientifica da sempre trascurata nella nostra narrativa. Ed ecco che si comprende meglio la sua espressione “noi siamo la verità”, che appare nel suo Pane duro, proprio per ribadire che la verità si ricava non dalla storia dei grandi uomini, ma da quella dei piccoli, modesti eroi quotidiani che sperano, soffrono, lottano… Altro grande successo di Micheli, Tutta la verità rappresenta un tipico esempio di romanzo che punta ad affrontare un nocciolo fondamentale della società italiana: la differenza tra le classi sociali.

Il facilone

Micheli tornerà a parlare della condizione operaia anche nel romanzo Il facilone, 1959, costruito sulla figura di un operaio che si trova a gestire una piccola azienda familiare. Fabbrica e famiglia sono tutto il suo mondo e le sue ragioni di vita, ma le responsabilità che ne derivano non sono vissute chiaramente e fermamente. L’uomo tende sempre a sfuggirle, ripiegando dalla fabbrica alla famiglia e dalla famiglia alla fabbrica. Alla prospettiva di un sacrificio o di un impegno, perdute le speranze fiorite nel dopoguerra, anche gli uomini sembrano mutati: l’individuo si ritrova solo e non c’è ambiente o idea che possa risollevarlo e farlo sentire uomo tra gli uomini. Cogliendo la minuta verità quotidiana di una fabbrica e di una famiglia, Micheli svolge un tema morale altamente drammatico, quello della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. I destini personali cedono alla storia, anzi alla Storia che incombe su tutti.

"Tonno. Una Storia d'Amore" di Richard Ellis


di Elisabetta Bastai

Pollo di Mare…Non avrei mai pensato che una ditta che produce prodotti di mare in scatola americana paragonasse il magnifico tonno ad un pollo. Da un lato questo paragone mi fa pensare erroneamente a cibo che è poco costoso ed abbondante come se il tonno fosse un’animale domestico allevato in una fattoria e non uno dei pesci più veloci dell’oceano. Dall’altro questo ‘pseudonimo’ è piuttosto appropriato, perche’ l’apparenza e la qualità della carne di alcune specie di tonno ci può ricordare proprio quella del pollo. Tuttavia, una ragione meno conosciuta per chiamare giustamente il tonno Pollo del Mare è che questo pesce fisiologicamente assomiglia di più ad un animale a sangue caldo come un’uccello che a un pesce. Al contrario della maggioranza dei pesci, il tonno ha la capacità di ritenere l’energia termale prodotta dal suo metabolisimo e mantenere una temperatura corporea superiore a quella dell’acqua che lo circonda.

Io non conoscevo questa incredibile caratteristica fisiologica del tonno finchè recentemente vidi per puro caso nella mia bilbioteca locale l‘edizione paperback del libro di Richard Ellis Tonno, Amore, Morte e Mercurio. Fin da bambina sono sempre stata un’entusiasta del mare ed essendo un’artista non c’è da meravigliarsi se l’illustrazione , dipinta dall’autore stesso, di un tonno sulla copertina del libro ha attirato la mia attenzione e mi ha fatto ricordare sapori ed odori del mio paese di nascita: l’Italia. Senza esitare presi in prestito il libro ed incominciai a leggerlo con estrema curiosita’. Pochi giorni dopo comprai l’edizione hardcover del libro (intitolato in modo leggermente diverso: Tonno Una Storia d’Amore) durante una visita ad una libreria di Seattle.

Fino a quando avevo circa 27 anni ho mangiato regolarmente qualsiasi tipo di pesce, frutto di mare e tonno in scatola, talvolta anche fresco. A quei tempi vagamente avevo sentito parlare della mattanza, un modo di pescare il tonno con grandi reti ed arpioni usato in Sicilia. Non mi è mai venuto in mente di saperne di più di questo ed altri metodi di pesca che i pescatori commerciali usavano , ed ancora usano, per catturare questo pesce migratore. Non sapevo che la maggior parte di questi metodi di pesca decimavano non solo la popolazione del tonno, ma anche quella di altri animali marini, delfini inclusi. Per anni ed anni ho preso il tonno per scontato e non mi sono mai scomodata di leggere qualche altra cosa riguardo a questo pesce.

Nel 1991 ho smesso di mangiare pesce e frutti di mare. Circa un’anno fa sono diventata una subacquea ed ho incominciato ad esplorare le acque dell’oceano Pacifico del Nord. Successivamente incominciai a fare del volontariato all’acquario di Seattle. Fare la volontaria all’acquario mi sta dando l’opportunità di saperne di più degli effetti negative causati dalle attivita’ umane ed ho imparato che la salute del Mediterraneao e degli oceani è deteriorata in modo allarmante da quando ho lasciato l’Italia nel 1989.

Il libro di Richard Ellis è un tentativo di farci rendere conto che il tonno, una comodita’ alimentare che milioni di persone continuano a prendere per scontato come feci io anni fa, è sull’orlo dell’estinzione. Se non cominciamo a cambiare le nostre abitudini alimentari le file di scatolette di tonno al supermercato saranno presto un ricordo del passato.

Come subacquea non vedro’ mai un tonno sfrecciare come un proiettile sott’acqua e da tempo ho smesso di mangiare la sua carne, per cui che cosa mi importa se questo pesce viene pescato fino a che sia completamente eliminato dalla faccia degli oceani?
Ellis cerca di rispondere a questa domanda descrivendo la straordinaria fisiologia del tonno, la storia dello sviluppo della pesca commerciale di questo pesce, il suo impatto distruttivo sull’ecosistema marino e l’insaziabile avidità umana per la cattura di alcune specie di tonno, in particolare quello a pinna blu (o tonno rosso), per il mercato del pesce giapponese, dove recentemente un singolo esemplare è stato venduto per $ 177,000 (circa 124.000 euro).

Inoltre l’autore ci guida tra le acque nebulose ed ingannevoli della politica internazionale che si occupa di creare regolamentazioni internazionali della pesca del tonno. La maggior parte delle quali sono sate pochi efficaci , o del tutto deleterie, per preservare la popolazione del tonno ad un livello sostenibile, perchè sono state il frutto di accordi e decisioni superficialmente valutate dalle nazioni che hanno un forte interesse nel continuare questo tipo di pesca.

In questo quadro cosi’ poco rincuorante, Ellis suggerisce che forse la salvezza del tonno risiede nell’addomesticarlo proprio come un pollo. L’autore ipotizza che allevare il tonno in ‘fattorie’ marine con tecnologie che minimizzimo l’impatto ambientale e senza effetti collaterali negativi puo’ essere una valida soluzione per salvare questo pesce dall’estinzione. Tuttavia l’acquacultura intensive di altre specie di pesci , in particolare il salmone, condotta senza riguardo per l’ecosistema marino in generale, ha creato altri problemi che stanno minacciando la sopravvivenza di popolazioni di salmoni selvatici preestitenti. I principali paesi interessati a condurre l’allevamento del tonno sono l’Australia ed il Giappone. Questo tipo di aquacultura è allo stato iniziale e solo recentemente gli acquaculturisti australiani sono riusciti a fare riprodurre il tonno a pinna blu in cattività. Con il tempo si saprà se questo tipo di acquacultura avrà successo.

Richard Ellis ha aggiunto un’estensiva bibliografia alla fine del suo libro dimostrando che ha condotto una ricerca approfondita, esprimendo diversi punti di vista.

Purtroppo, pero’, Ellis presenta il suo materiale in capitoli che sembrano essere troppo indipendenti gli uni dagli altri. La decisione editoriale di strutturare il libro in questo modo trasforma il testo in una collezione di vari articoli che sono carichi di ripetizioni e contradizioni inutili.

Nonostante la mia occasionale frustrazione ho continuato a leggere Tonno Una Storia d’Amore fino alla fine perche’ il soggetto è incredibilmente affascinante e l’urgenza per tutti noi di conoscere questa straordinaria creatura marina non e’ mai stata così impellente come ora.


Richard Ellis."Tuna A Love Story", published by Alfred A. Knopf,a Division of Random House, NW, 2009)

"Le mari en noir" di Monica Innocenti


di Luciano Luciani

Un noir col sorriso
Diciamo la verità: il noir, inteso come la variante, metropolitana e ‘cattiva’, del tradizionale romanzo poliziesco comincia alquanto a stancare. Ormai lo praticano in troppi e i suoi sgualciti protagonisti (commissari di polizia o dei carabinieri in disarmo, avvocati falliti, giornalisti privi di qualità) che senza protettori, né mezzi, né particolari abilità, si aggirano su scenari di corruzione generalizzata e violenza diffusa sono diventati ripetitivi e sempre un po’ troppo uguali a se stessi. Poche le novità e fin troppo ferreo il rispetto di un canone mai codificato ufficialmente ma sempre vincolante.

Oddio, sempre meglio degli insopportabili Poirot, Philo Vance e dei loro innumerevoli epigoni: però, anche i simpatici antieroi, inaugurati quasi mezzo secolo fa da Scerbanenco e da allora impegnati su nostrani teatri urbani o provinciali, passando per i fasti della scuola bolognese, toscana, romana, siciliana, pugliese…, finiscono ormai per produrre nel Lettore fastidiose sensazioni di déja vu.

Un effetto di saturazione contraddetto talora e nei casi migliori dall’irruzione dell’elemento irrazionale/fantastico all’interno di una storia di quotidiana normalità (Eraldo Baldini; Enzo Fileno Carabba), dall’abilità nell’impaginazione di una vicenda complessa (Giampaolo Simi), dall’accattivante recupero memoriale in chiave giallo/noir di un Italia che non c’è più (Marco Vichi; Leonardo Gori): meno male, ma rimane l’impressione che agli occhi della critica più avvertita e dei Lettori più esigenti la grande stagione del ‘nero italiano’ appaia ormai in via di esaurimento.
Poi, però, capita di imbattersi in pagine come quelle che seguono e allora qualche speranzella sui destini dei tuoi generi e sottogeneri preferiti torna a fare capolino…

Per dirla tutta, avevo cominciato a leggere il romanzo d’esordio di Monica Innocenti pregiudizialmente provvisto di una buona dose di scetticismo, convinto di ritrovarmi alle prese con l’ennesima rielaborazione in chiave toscano/lucchese di convenzioni sapute e risapute. Invece, fin dal primo dipanarsi di questa storia, l’Autrice dimostra di conoscere bene le strade per arrivare al cuore e al cervello del suo Lettore: e se non gli fa mancare l’amore (o meglio il disamore), la violenza, la morte, l’intrigo e l’indagine, che, secondo le migliori tradizioni dell’hard boiled school, si svolge tutt’intera sotto gli occhi di chi legge, riscatta, però, i soliti Luoghi Comuni con l’ironia intelligente e lo spirito simpaticamente anarchico che, dal principio alla fine, intridono tutto il romanzo.

Accattivante il/la protagonista; credibili gli scenari provinciali (proprio questa città di Lucca con tutti i suoi hinterland dal mare della Versilia alla Piana lucchese); aggiornati all’oggi e alle sue attuali mode e manie gli stili di vita, i comportamenti, la mentalità dei personaggi.

Ma i risultati migliori Monica Innocenti li ottiene con una scrittura brillante e dalla vis comica fuori dall’ordinario: un divertente impasto, in cui la lingua di comunicazione si mescola con azzeccati toscanismi, con il linguaggio dei fumetti, con la cordiale presa in giro dei modi vernacoli di un Camilleri, con una girandola di citazioni che provengono tanto dalla letteratura quanto dal cinema americani degli ultimi trenta/quarant’anni…

Ora mescolate il tutto: aggiungeteci qualche riferimento colto alla mitologia greca, insaporite con un po’ di sesso disinibito quanto basta, inserite qua e là nei momenti giusti gli adeguati riferimenti alla magica tromba di Chet Baker… Et voilà il romanzo è servito. Un raro noir col sorriso: lieve, spiritoso, scanzonato, irriverente. Mai banale. Era da un po’ di tempo che ne sentivamo la mancanza e siamo grati a Monica per averci offerto la possibilità di tornare a gustarne il sapore.

Monica Innocenti, Le mari en noir, collana “cartacarbone” 5, Daris libri e stampe, Lucca, pp.112, Euro 7.00

17 gennaio 2010

“I miei demoni” di Edgar Morin


di Gianni Quilici

E' un'autobiografia, senza poterlo essere fino in fondo per ragioni di privacy. E' una storia in divenire di pensiero e di azione punteggiata da diverse tappe: ognuna di queste individua limiti, approfondisce, muta idee e percorsi.
E' un laboratorio intellettuale e culturale, incredibilmente colto e incredibilmente umile, che sceglie la contraddizione come metodo di pensiero, la complessità come filosofia, la Terra-Patria come orizzonte.

Va letto e pensato. Impossibile sintetizzarlo. Possibile soltanto lasciare qualche suggestione.

La contraddizione come lettura del mondo e di se stessi in un incessante divenire: empirico e teorico, concreto e astratto, singolare e universale, fenomeno e contesto, religione e ragione, vita e morte, unione e divisione, concordia e discordia, realtà e irrealtà, biologia e cultura, cerebrale e psichico, razionale e irrazionale, orrore e stupore, morale e amorale...

La complessità, un pensiero, cioè, che mette in relazione ciò che, muovendo da origini diverse e molteplici, forma un tessuto unico e inscindibile. Morin pone in connessione le due culture principali, quella umanistica con quella scientifica, integrando tra loro quattro apporti principali:
la tradizione filosofica, che, nata in Occidente con Eraclito, prosegue con Nicola Cusano, Pascal, Hegel, Marx e arriva ad Adorno e Jung, sino a trovare un proprio prolungamento scientifico in Bohr, Godel, Lupasco; l'apporto delle tre teorie (dell'informazione, cibernetica, dei sistemi), nonché delle teorie dell'auto-organizzazione e dell'auto-produzione; la riflessione filosofica sulla natura della scienza: da Husserl ad Heidegger; la riflessione sulla prima rivoluzione scientifica del XX secolo nata con l'irruzione dell'incerto e quella sulla seconda rivoluzione scientifica in corso: dall'ecologia scientifica alle scienze della terra, alle cosmologie. Con la consapevolezza che la conoscenza complessa non ha termine, perché è incompiuta e interminabile. Dietro di essa c'è l'indicibile e l'inconcepibile.

E' anche un'autobiografia morale, che diventa essa stessa una parte importante della filosofia stessa. Morin la definisce auto-etica e consiste nella capacità del singolo individuo di autonomizzare l'etica, fondandola esclusivamente su se stessi, sullo scrupolo dell'autocritica, sulla consapevolezza della complessità e delle tante possibili derive umane, sulla morale della comprensione e sull'etica della comunità.

Dall'etica della comunità Morin prende l'ipotesi più affascinante da perseguire nella nostra epoca, l'idea di Terra-Patria, di estendere, cioè, l'etica di comunità a tutti gli esseri umani, ben sapendo che l'identità del nostro universo è la catastrofe, sia per la straordinaria deflagrazione che l'ha fatto nascere che per le forze di dispersione, disintegrazione, collisione, esplosione, distruzione, che lo dominano. A questa crudeltà fisica del mondo si unisce la crudeltà terrificante nelle relazioni fra umani, individui, gruppi, etnie, religioni, razze. Nell'uomo tuttavia convivono la crudeltà del mondo e la bontà. Da qui nelle ultime pagine l'appello a resistere. “Resistere innanzitutto a noi stessi, alla nostra indifferenza e disattenzione, al nostro lassismo e al nostro vittimismo, alle nostre cattive pulsioni e meschine ossessioni”. Resistere in nome e con amicizia, carità, pietà compassione, tenerezza.

Edgar Morin trasmette una filosofia ed una personalità complesse, che non finiscono mai di interrogarsi, perché sono curiose ed aperta a tutto, toccando sia le corde della ragione più sottili, che anche quelle dei sentimenti. In questa continua sintesi, che egli opera tra fisico e psichico, tra materia e esseri viventi, l'orizzonte che ha sempre presente è la nostra felicità.



Pur essendo Morin un intellettuale geniale è al tempo stesso umile, perché la sua è la genialità del lavoratore, di chi con fatica, ma con una inflessibile determinazione, illumina. Il contrario, per esempio, di Jean Baudrillard, in cui, spesso, si coglie il desiderio di stupire con acrobazie intellettuali non sempre rigorose o necessarie.

Il limite? Il bisogno forse di comunicare è così necessario, che ci sono nel libro delle riprese degli stessi concetti. Non si può parlare banalmente di ripetizione, ma è indubbio che una maggiore asciuttezza avrebbe reso più fluida la lettura.

Edgar Morin. I miei demoni. (Mes démons). Traduzione di Laura Pacelli e Antonio Perri. Meltemi. Pag. 255.

"Il vasaio e la luna" di Paolo Folcarelli


di Luciano Luciani


Faccenda davvero strana, davvero complicata, la poesia e cosa assai ardua definirla, fissarla con chiarezza in concetti espressi con termini precisi.
Per Alfred de Vigny, grande aristocratico e isolato poeta francese della prima metà dell’Ottocento, “la poesia è una malattia del cervello”: un’interpretazione morbosa della poesia, la sua, che trova corrispondenze in Franz Kafka per cui “poesia è malattia”. Una concezione della poesia come infermità morale, affezione dello spirito: un malanno da cui riguardarsi. Infatti, “un uomo sano arrossisce sempre quando ha composto una poesia” per dirla con lo scrittore tedesco Franz Wedekind. Un’idea patologica del fatto poetico, diffusa tra illustri uomini di lettere ma che non trova concordi tutti gli addetti ai lavori.
Per Alphonse de Lamartine, infatti, “la poesia sarà la ragione cantata” e per Francesco De Sanctis “ la poesia è la ragione messa in musica”: una linea di pensiero in cui prevale l’elemento raziocinante, intellettivo, il dato della normalità, della sanità mentale.
Jorge Luis Borges si sofferma, invece, sulle oscure, inesplicabili alchimie del processo poetico. “Ogni poesia è misteriosa: nessuno sa interamente che cosa gli è stato concesso di scrivere”. La poesia, dunque, come dono segreto, elusivo, enigmatico… Che il nostro Pascoli spiega in termini sicuramente memoriali: “Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo”.

Quale di queste definizioni si attaglia meglio alla raccolta poetica di Paolo Folcarelli? Quale affermazione spiega, precisa, identifica con più chiarezza la poetica – ovvero cosa dire e come – dell’autore del Vasaio e la luna? Ce la potremmo cavare asserendo che in ognuna di queste frasi, di questi frammenti di sapienza letteraria c’è qualcosa di utile per comprendere l’esperienza poetica di Paolo.

Limitarci, però, a questa constatazione, a questa considerazione un po’ ovvia, sarebbe un modo davvero ingeneroso per avvicinarsi ai versi di Paolo e al suo rivelarsi a poco a poco, con la discrezione, direi quasi con la timidezza, che gli sono proprie e che costituiscono la parte più bella della sua personalità di uomo che ama cimentarsi con le discipline più diverse: ora con la ricerca storica – mi sia qui consentito ricordare una pregevole monografia di Paolo Folcarelli, La Manifattura Tabacchi di Lucca Una fabbrica…Una storia, il lavoro più compiuto, più complessivo su questa secolare istituzione lucchese - ; ora con la pittura (una sua mostra ha ottenuto un buon successo e non solo tra i numerosi estimatori di Paolo); ora con la poesia. Ma ora è avverbio improprio, perché Folcarelli pratica la poesia fin dalla giovinezza: si guardi la data del primo testo poetico di questa silloge, risale al giugno del 1964! Dunque, Folcarelli ha frequentazione con i versi, letti e scritti, da quasi mezzo secolo, e solo ora, vincendo pudori e ritrosie, ha deciso di parteciparceli.

Il vasaio e la luna, come ha scritto nella bella introduzione la professoressa Iris Fusaro, che lo ebbe suo studente (ed è toccante questa consonanza docente/discente che si mantiene calda, affettuosa, rispettosa ancora dopo cinquant’anni!) nasce davvero “attraverso un travaglio di sofferta riflessione”: scrivere, poi buttare via tutto, tornare a scrivere con maggiore consapevolezza, correggere, rivedere, ritoccare…
Ed è da qui, da questo titolo un po’ criptico, Il vasaio e la luna, che dobbiamo partire, se intendiamo penetrare, almeno in parte, il mistero, il dono misterioso, per dirla, appunto, con Borges, delle poesie del nostro Autore.

Un titolo, in cui, senza nessun criterio gerarchico, c’è il basso e l’alto, la concretezza del quotidiano e l’aspirazione a salire.
Il vasaio lavora con le mani, le sporca di argilla, di creta, impasta, piega, modella, dà forma all’indistinto, alla materia bruta. Persegue un suo ideale, magari semplice, di bellezza, di armonia e per realizzare i suoi manufatti si serve di elementi primordiali: la terra, l’acqua, il fuoco che nobilita in forme ancestrali vagamente femminili.
I vasi, il vaso: luogo magico in cui si operano magie, meraviglie. E’ il seno materno, l’utero in cui si forma una nuova vita. Il vaso, vedi il Graal delle letterature medievali, contiene il tesoro per eccellenza, il tesoro dell’esistenza. E il vasaio è il padre dell’Autore.

Poi, la luna che torna frequentemente nei testi della raccolta sia da protagonista, sia da elemento contestuale. Da sempre fonte di innumerevoli miti, leggende e culti quanti nomi ha la luna: Iside, Ishtar, Artemide o Diana, Ecàte… Simbolo cosmico esteso a tutte le epoche, dai tempi più remoti fino ai nostri giorni generalizzato a tutti gli orizzonti, la luna esprime il potere fecondante della vita animale e vegetale.

Sempre nettamente femminilizzata la luna di Folcarelli: ora amante delusa, frustrata nella vana ricerca del suo amato, incapace di penetrare con la sua luce fredda gli ambienti caldi e affocati in cui lavora il vasaio; ora pronuba degli amori altrui; spesso elemento paesistico, mai però mai puramente esornativo, ma sempre attrice delle azioni e dei sentimenti degli uomini.

Dunque, le poesie di Folcarelli vivono tra la terra e il cielo. Uno spazio tutto riempito dai dati di un’esistenza tanto appartata quanto piena, ricca di affetti, familiari e amicali, di un’intensa, partecipe attenzione ai destini delle persone e all’anima dei luoghi.

Ma attenzione è forse un termine inadeguato: meglio dire simpatia piena d’amore. Per esempio, nei confronti del lavoro umano. Quello del padre vasaio, dai gesti armoniosi; il lavoro faticoso delle sigaraie di Lucca, assunte ancora bambine e costrette a cottimi feroci, avvinte da regolamenti assurdi e vessatori, prede di una ferrea disciplina, derubate con salari mai sufficienti per una vita dignitosa; oppure la fatica degli operai ciociari, intravisti nell’attesa della corriera che portava a scuola il poeta, e la pena per “ le loro voci dolenti e irate/ le confidenze sull’incerto futuro/ i presagi di amare emigrazioni…”

Fortissimo nelle poesie di Paolo il legame con le proprie radici; continuamente ribadito - e non c’è vincolo di tempo o di spazio che tenga – il suo senso di appartenenza a una terra lontana geograficamente, ma mai lontana dal cuore, aspra e gentile insieme: la Ciociaria. Recuperata nei suoi scenari, panorami, città, fiumi, strade, monti, uomini e donne - si notino le date dei testi poetici - , con l’affetto, la tenerezza, lo stupore della fanciullezza, con la vivezza, la freschezza e la felicità che solo gli occhi di un bambino possono donare. E’ ancora così vivo, così intenso questo rapporto con la propria terra, che, vincendo il filtro di un controllo formale sempre attento, e talora piuttosto severo, prorompono sulla pagina le parole, i termini, le espressioni della lingua nutrice: toponimi, versi di antiche canzoni popolari, rassegne di luoghi geografici un tempo consueti oggi idealizzati nella “carità feroce del ricordo”.
Vocabolario, pronuncia e cadenza ci dicono che la Ciociaria è già Sud e lo confermano i fiori, i frutti, gli animali, i colori e gli odori, i tratti fisici e i lineamenti degli uomini e delle donne che popolano i testi di Paolo. E’ già Sud coi suoi riti religiosi al limite della superstizione, la sua antichissima cultura, le sue sempre deluse aspettative di riscatto sociale…

Questa la materia, mai fredda, mai inerte su cui lavora il poeta, che, come il vasaio Francesco suo padre, modella e rimodella l’argilla dell’ ispirazione in forme sempre uguali e sempre nuove, ogni volta diverse.
Densa, concentrata la sua parola poetica che, a volte, ma solo a volte, sale troppo, attribuendo un’eccessiva importanza all’espressione elevata, al vocabolario nobile, rischiando così la sonorità un po’ stentorea o la vibrazione modulata su una nota troppo alta.

Ma si tratta di notazioni di dettaglio.
Qualcuno ha scritto che se la poesia è dentro di te, prima o poi dovrai concederle uno spazio. Ciò che conta è che possa riuscire a percorrere la sua giusta strada. Umilmente.
A Paolo Folcarelli è successo.

11 gennaio 2010

"Ilia di notte" di Giuliana Dal Pozzo e Elisabetta Pandimiglio


di Gianni Quilici

Ilia di notte è uno dei romanzi che rischia di sparire, ma che merita di restare.

Mi ha avvinto. E mi ha avvinto, perchè ragione e sentimento sono diventati una cosa sola. La ragione è nella struttura. Soprattutto nel modo complesso e veritiero in cui Giuliana Dal Pozzo e Elisabetta Pandimiglio rappresentano Ilia, la protagonista, intorno alla quale ruotano personaggi vivi e corposi; e nell'utilizzare la formula del romanzo nel romanzo,che qui ha una duplice funzione: farci capire meglio madre e figlia, sfuggire ad una narrazione datata.

E tutto questo diventa anche avvincente, perché in ogni momento la protagonista si trova di fronte se stessa: il suo passato condizionante, un presente spesso grigio e irrisolto, che la costringono a cercare di capire, a lottare, a oltrepassarsi. Diventa quasi un giallo, ma con la leggerezza, che nasce dalla rappresentazione stessa.

Ne viene fuori anche una fase della storia italiana (dal periodo che da dopo la resistenza arriva alle Brigate Rosse) in una delle sue province, Siena , vista attraverso uno sguardo femminile, in cui anche i personaggi secondari hanno una loro felicità (la vicina su tutte). Contrariamente a quello che pensavo, in un primo momento, la storia d'amore con Alex è riuscita, e la giornata a Punta Licosa, nella sua complessità, rappresenta il punto forse più alto per incanto e dolore.

Dal Pozzo Giuliana, Pandimiglio Elisabetta. Ilia di notte. Datanews. Pag. 153
€ 9,81

“ Coppia di amanti in un caffè” di Brassaï


di Gianni Quilici

E' una delle foto più famose di Brassaï . Una di quelle foto, che, riprodotta in cartolina, facilmente si acquisterebbe.

Perché c'è l'atto: la seduzione del bacio. Ci sono i volti: lui e lei (intravisti). C'è l'atmosfera: il caffè notturno. Può trasmettere un desiderio. Il desiderio di esserci.

Però se a quel punto il nostro sguardo evapora sazio, la foto non si conquista. Si consuma. Non è nostra. Non si colgono i dettagli. Non si coglie l'insieme. Perché qui c'è sapienza dell'inquadratura, felicità della scelta dell'attimo, forse anche fortuna, come spesso succede.

Al centro Lei e Lui. Lui si sta avvicinando alle labbra di lei, una mano sui suoi fianchi; lei sorride, un sorriso di trionfo e di gioia, di provocazione e di sfida. Non è lui che sembra condurre il gioco, ma lei. Non vittima, semmai preda da conquistare. Ed anche la sigaretta tra le dita, siamo nel 1932, le unghie laccate, il bicchierino dinnanzi suggeriscono un tipo di donna con una certa autonomia.

Nella centralità dei due corpi, il volto di lei è evidenziato e scolpito, quasi fosse incorporeo, dal nero profondo dei vestiti e del buio.

Non solo: i due sono collocati in un angolo tra due specchi, incrocio di linee che li riflette in due triangoli: in uno Lui con gli occhi abbassati, i capelli lisci impomatati con la scriminatura centrale; nell'altro specchio Lei con la bocca aperta, protesa, gioiosa, provocante, ma ancora libera dalle labbra di Lui.

Cosa manca, mi viene da chiedermi, per essere uno scatto perfetto di “seduzione”? Né l'attimo, colto nel momento in cui rimane sospeso; ne' la composizione equilibrata fra il nero ed il bianco-grigio e tra il taglio dell'inquadratura che seziona a metà gli specchi ed i riflessi di essi. La cosa stupefacente (e qui c'entra anche quel briciolo di fortuna che la realtà spesso dona) è che gli specchi aggiungono inquadrature nuove che completano l'attimo: il volto di lui, che altrimenti sarebbe nascosto; e la distanza che li separa, che nello scatto diretto è quasi annullata.

Brassaï. Coppia di amanti in un caffè. Place d'Italie. Paris, 1932.

Due o tre cose su Brassaï

Gyula Hal ász , conosciuto con lo pseudonimo di Brassaï, fotografo ungherese, nasce a Brasov il 9 settembre 1899. A soli tre anni Brassai si trasferì con la famiglia a Parigi; suo padre fu professore di letteratura alla Sorbona. Imparò il francese leggendo Proust e Prévert. Di quest'ultimo e di Henry Miller diventò grande amico, frequentando l'arrondissement di Montparnasse.Una volta radicato nelle viscere del territorio parigino, la sua attenzione fotografica nei confronti della città diventò assoluta.Amò Parigi di notte o sotto la pioggia, le ville, i giardini, il lungosenna e le stradine senza tempo dei quartieri antichi. Adottò lo pseudonimo di Brassai in memoria della sua terra d'origine (significa "di Brasov" - Brasso, in ungherese).
Nel 1933 pubblicò il suo primo libro di fotografie, "Paris de nuit", che riscosse un grande successo, soprattutto nell'ambiente artistico. Miller lo soprannominò "l'occhio di Parigi".Si interessò anche all'alta società, agli intellettuali, al teatro e all'opera.
Immortalò, tra gli altri, Salvador Dalí, Pablo Picasso, Henri Matisse e Alberto Giacometti.

10 gennaio 2010

"Fossili di romanzo poliziesco" di Luciano Luciani



1 Bibbia e non solo

“Caino disse al fratello Abele: ’Andiamo in campagna!’. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?’ Egli rispose: ‘Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?’ Riprese: ‘Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra ”

Il gusto per il mistero e il piacere intellettuale dell’indagine per risolverlo sono da sempre parte dell’immaginario e, quindi, della vita dell’uomo. Lo dimostra l’episodio appena citato: alcuni hanno voluto individuare le origini del romanzo poliziesco addirittura nella Bibbia, il Libro per eccellenza. E non è l’unico esempio: c’è un altro passaggio nella Bibbia in cui la narrazione assume, in maniera ancora più marcata, le movenze dell’indagine che saranno poi proprie del romanzo poliziesco. Eccolo: “Il re si recò insieme a Daniele nel tempio di Bel e i sacerdoti di Bel gli dissero: ‘ Ecco, noi usciamo di qui e tu, re, disponi le vivande e mesci il vino temperato; poi chiudi la porta e sigillala con il tuo anello. Se domani mattina, venendo, tu riscontrerai che tutto non è stato mangiato da Bel, moriremo noi, altrimenti morirà Daniele che ci ha calunniati’. Essi però non se ne preoccuparono perché avevano praticato un passaggio segreto sotto la tavola per il quale passavano abitualmente e consumavano tutto.
Dopo che essi se ne furono andati, il re fece porre i cibi davanti a Bel: Daniele ordinò ai servi del re di portare un po’ di cenere e la sparsero su tutto il pavimento alla presenza soltanto del re; poi uscirono, chiusero la porta, la sigillarono con l’anello del re e se ne andarono. I sacerdoti vennero di notte, secondo il loro consueto, con le mogli, i figli e mangiarono e bevvero tutto. Di buon mattino il re si alzò, come anche Daniele. Il re domandò: “Sono intatti i sigilli, Daniele?’ ‘Intatti, re’ rispose. Aperta la porta, il re guardò la tavola ed esclamò: “Tu sei grande, Bel, e nessun inganno è in te!” Daniele sorrise e, trattenendo il re perché non entrasse, disse: ‘Guarda il pavimento ed esamina di chi sono quelle orme’ Il re disse: ‘Vedo orme d’uomini, di donne e di ragazzi!’ Acceso d’ira, fece arrestare i sacerdoti con le mogli e i figli; gli furono mostrate le porte segrete per le quali entravano a consumare quanto si trovava sulla tavola. Quindi il re li fece mettere a morte, consegnò Bel in potere di Daniele che lo distrusse insieme con il tempio.”

Altri ravvisano nell’Edipo re di Sofocle gli elementi fondamentali del romanzo poliziesco, delitto, indagine, colpo di scena finale quando Edipo scopre di essere egli stesso l’assassino. Per non parlare dell’Amleto di Shakespeare: inscenando il suo delitto e ricostruendone i meccanismi, il pallido principe di Danimarca, pur privo di prove materiali, riesce a sollecitare la confessione dello zio Claudio.

Nel 1748 lo Zadig di Voltaire sa interpretare gli indizi come e meglio di Sherlock Holmes descrivendo in maniera completa e dettagliata la cagnetta del re senza averla mai vista.

Altri aficionados del genere, alla continua ricerca di patenti di legittimità, si rifanno ora ai racconti persiani, ora alle antiche cronache cinesi, oppure non hanno scrupoli a recuperare alcuni racconti delle Mille e una notte.

Anche se il delitto e il mistero che lo circonda, l’investigazione e il suo protagonista, l’investigatore, lo smascheramento del colpevole sono presenti in esperienze letterarie che risalgono fino alla notte dei tempi tutto questo non è però sufficiente per trasformare un’opera di narrativa in un romanzo poliziesco. Manca, come ha notato acutamente e spiritosamente il critico inglese George Bates, la polizia, pubblica o privata che sia: “come si potrebbe, allora, scrivere qualcosa di poliziesco prima ancora che il poliziotto esista?”.

2 Le origini sociali e letterarie del poliziesco

Senza dubbio alla creazione del poliziesco hanno contribuito i formidabili mutamenti sociali e culturali in atto durante tutto il corso del XIX secolo. L’organizzazione del lavoro in fabbrica si trasforma razionalizzandosi e parcellizzandosi: l’uomo è sempre più dipendente dalle macchine e le antiche abilità artigianali entrano in crisi. L’operaio non svolge più un lavoro affidato alla propria abilità individuale ma si trasforma in un addetto alla manutenzione della macchina, si costituisce un’aristocrazia operaia, mentre la maggior parte del lavoro viene svolta da operai comuni che eseguono solo compiti elementari, monotoni, ripetitivi al servizio della macchina e sono perciò facilmente rimpiazzabili. Importanti innovazioni tecnologiche contribuiscono a porre le basi per una forte ripresa dello sviluppo economico: il treno, il telegrafo senza fili, la fotografia e poco più tardi il telefono, il cinematografo, l’automobile, la macchina per scrivere cambiano nel profondo i modi di vivere lo spazio e il tempo e gli stili di vita. Se il capitalismo imperialista tende ad unificare sotto il proprio controllo tutti i continenti e la vita umana si mondializza, la fotografia e poi il cinema consentono di vedere come realmente sono uomini, paesaggi e paesi mai visti e visitati direttamente. Declinano le macchine a vapore, progressivamente sostituite da quelle elettriche. Le luci, prima a gas e poi elettriche, illuminano le città. La natura tende a diventare artificiale, a trasformarsi in una “seconda natura”, questa creata esclusivamente dall’uomo. L’intero campo dell’esperienza umana risulta radicalmente sconvolta.

Ne risentono le arti, la letteratura, la poesia. L’orizzonte dei letterati non è più quello della tradizione: il loro orizzonte è ora quello degli asfalti grigi, delle strade scintillanti di luci artificiali e di merci, della folla anonima. L’intellettuale è cosciente delle trasformazioni intervenute e si aggira estraneo e spaesato nella sua stessa città.

3 La paura delle folle proletarie

Forte l’incremento della popolazione delle periferie urbane che vive in condizioni misere e nell’assenza dei più elementari ammortizzatori sociali. Nei quartieri proletari delle città industriali si addensano masse di ex contadini rimasti senza terra: la loro condizione è fatta di infinita sporcizia, laidezza, malattie, fame sfruttamento, soprattutto delle donne e dei bambini. Ne consegue un preoccupante aumento della criminalità e una sua sempre più assillante e angosciata percezione di questo fenomeno presso l’opinione pubblica. Cresce il numero degli alfabetizzati e dei lettori e si allarga l’interesse della stampa popolare per la cronaca nera: negli anni a metà del secolo si moltiplicano le grandi inchieste sociali sulla delinquenza, sulla prostituzione e i dibattiti sui diversi sistemi repressivi e penitenziari.

Un esempio è rappresentato in Francia dalla importante opera di Frègier, Sulle classi pericolose della popolazione nelle grandi città, apparsa nel 1840. Va anche ricordato che sempre in Francia non erano pochi gli scrittori di romanzi d’appendice che, a partire dal 1825, traevano più di un motivo d’ispirazione dalla “Gazette des tribunaux”. Dalla paura per le masse proletarie si sviluppa la tendenza a studiarne la psicologia e i comportamenti.

E se all’inizio esse sono viste come tendenzialmente portate a delinquere (La folla delinquente del 1891 è il titolo significativo di un importante studio sull’argomento dell’italiano Scipio Sighele), successivamente il medico francese Gustave Le Bon corregge questa considerazione pessimistica e nel suo Psicologia delle folle del 1895 giunge ad una posizione più equilibrata individuando nella massa una moralità collettiva disposta sia ai peggiori delitti, sia ai più grandi atti di eroismo e di sacrificio.

Decisivo poi il largo sviluppo di un esteso spirito razionalista e scientista proprio dell’età del positivismo, quell’indirizzo filosofico che, nato in Francia nella prima metà del XIX secolo, si sviluppò nella seconda in tutti i paesi europei a partire dall’Inghilterra. Lo storico Carlo Ginzburg in un suo importante saggio, Miti emblemi spie. Morfologia e storia illustra il paradigma della “spia” ovvero dell’indizio, che viene elaborato in questo clima culturale in discipline diverse: nella storia dell’arte con Giovanni Morelli, nella psicanalisi con Sigmund Freud e nel romanzo poliziesco con Arthur Conan Doyle. In tutti questi ambiti si attivano procedure di identificazione e conoscenza a partire da dettagli apparentemente secondari, da piccoli eventi marginali.

Non bisogna poi trascurare il fatto che nella sua fase aurorale il romanzo poliziesco, ancora privo di autonomia, ancora non consapevole della propria esistenza e dei propri statuti, si alimenta anche di altre suggestioni letterarie, attinge ad altri generi: per esempio, la bibliothèque bleue (collana di libri economici in cui erano pubblicati romanzi d’avventura, romanzi cavallereschi o storie di briganti); il romanzo gotico inglese; le cronache giudiziarie inglese e francesi; le biografie romanzate di banditi e briganti; le memorie di funzionari di polizia. Un pentolone ribollente da cui, circa a metà del XIX secolo, emergeranno con più nettezza e coscienza di sé le strutture portanti di un genere letterario che doveva segnare un secolo e mezzo di storia letteraria a venire.

06 gennaio 2010

"Tre uomini in bicicletta" di Paolo Rumiz e Francesco Altan

di Gianni Quilici


E' un bellissimo libro di viaggio.
Bellissimo perché utile, ispirato, comunicativo.
Un viaggio a tre: il giornalista di Repubblica Paolo Rumiz, Altan,il più grande, con Vauro, tra i vignettisti italiani, e Emilio Rigatti, professore, nonché il più “ciclista” dei tre.
Viaggio in bici da Trieste fino a Istanbul. Duemila Km percorsi in 18 giorni. Ogni giorno una tappa.

Una scrittura rapida e sintetica, visiva e viva, ironica e evocativa, colta e popolare.
Fa venir voglia di viaggiare. Di percorrere (noi) quel viaggio. Un viaggio dalla Mitteleuropa verso l'Oriente tra covoni, prati rasati, cascate, faggi secolari, cicale, locande, temporali erranti, vento tra i pioppi, rane, grande silenzio, luna arancione, case rurali, saliscendi, oche, cantine da vino scavate nel pendio, vecchie in nero, chioschi di frutta e pomodori, macchie compatte di querce, cielo pieno di rondini, birra fresca liberatoria, gialla, color del sole, rampe brevi e durissime, fieno bagnato, campi di girasole giallo elettrico, guglie a meringa, ragazze a spasso come puledri, cavalli liberi a pelo lungo, maiali ruspanti, moschee, chiese ortodosse, cimiteri turchi, campanili a cipolla....

Fa venire voglia di viaggiare, ma anche di osservare, di memorizzare, di vivere, di trasmettere, di scrivere... Perché Paolo Rumiz non è soltanto giornalista e viaggiatore, è uno scrittore, che sa cogliere dalle cose, fulmineamente, i diversi strati, anche storici, da cui queste sono prodotte.

Un esempio tra i tanti, possibili.
Dopo aver lasciato Sofia, i tre si trovano tra villaggi sfiancati e popolati da anime morte. La strada sale fino a 1200 metri tra la pioggia battente, le betulle e nella discesa le mani si gelano. Entrano nell'unico bar che trovano zeppo di gente che mangia e beve.
Scrive Rumiz: “Non uno che alzi lo sguardo verso i visitatori. L'indifferenza è ostentata, totale. Le facce di legno. Un legno grigio, da miseria. Lo segna un nerume carbonifero, entrato nelle rughe in profondità, spalmato intorno agli occhi inespressivi, in mezzo a facce quasi andine, fisse come le teste di pietra dell'Isola di Pasqua
Si vede che lo sguardo di Rumiz sugli uomini va oltre la fotografia, incorpora la materia, una materia dura e ottusa, che ha aggrovigliato sensibilità e intelligenza, rende queste facce di uomini pittura espressionistica quasi.

E', inoltre, un libro utile, perché si può utilizzare come possibile viaggio. E', infatti, diviso in tappe, come una guida. Ogni tappa ha come copertina una vignetta di Altan, le caratteristiche tecniche del percorso, la cartina geografica del tratto percorso e l'articolo di Rumiz.

Le vignette di Altan, infine, sono, come sempre, “geniali”, sopratutto nelle battute.
La prima. Dice la donna: “Dove vai?” con il ditino inquisitorio puntato. Risponde con dolcezza l'omino con casco, bici da corsa, polpacciotti e pancetta: “A portare a spasso il bambino che è in me”.

Paolo Rumiz, Francesco Altan. Tre uomini in bicicletta. Note tecniche di Emilio Rigatti. Feltrinelli. Pag. 168. Euro 9,00.

04 gennaio 2010

"Con la Befana, contro la globalizzazione" di Luciano Luciani




La Befana ‘vien di notte ‘ e “con le scarpe tutte rotte” perché giunge da lontano: niente meno che da tempi remoti e arcaici, e arriva tra noi, magari solo un po’ appannata nella sua originaria forza eversiva, da quel sostrato di miti e leggende che precedono l’era cristiana e con cui la religione della croce ha dovuto fare a lungo i conti per appropriarsene, rimodellando gli uni e le altre alle proprie esigenze di propaganda ed egemonia.

La vecchia dalle fattezze sgradevoli della tradizione ci appare, infatti, molto simile all’immagine che per secoli è stata attribuita alle streghe, bruciate a migliaia, (qualcuno dice a milioni, ma sono i soliti esagerati) sia dai cattolici, sia dai protestanti nel corso dei secoli pre-post rinascimentali: una vera e propria demonopatia quella che colpì in questo periodo l’occidente cristiano, una malattia diffusa della mente e del cuore, una macchia sulla coscienza dell’uomo europeo quella della ‘caccia alle streghe’, che spopolò intere aree del nostro continente e che, per intensità e ferocia, troverà un corrispettivo solo nell’Olocausto di 60 anni fa.

E mentre bruciava le streghe la religione cristiana faceva di tutto per impadronirsi della figura di chiara derivazione pagana della Befana, immagine femminile legata ad antichi rituali di fertilità, procreazione, abbondanza.

Un esempio? La Befana per dispensare i premi e le punizioni, i doni e il carbone, utilizza una vecchia calza che nella sua stessa forma rievoca la cornucopia di tanta iconografia classica. Un altro esempio? La scopa con cui la Befana vola: un attrezzo prodigioso che ricorda la bacchetta magica, legata all’albero e quindi ad antichi culti naturalistici, simbolo fallico e priapico. Così come nei rituali bacchici/dionisiaci un elemento importante era rappresentato dal tirso, il mitico bastone dei Satiri, avvolto in foglie d’edera e di vite. Nella sua parte più alta, la pigna, altro elemento legato alla fertilità tramite i suoi frutti, i pinoli celati all’interno.

Non è senza significato che l’epifania, la festa dell’apparizione del Cristo cada 6 gennaio e coincida con il giorno della nascita di Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza. Ma non perdiamo di vista la scopa, lo strumento stregonesco con cui la Befana vince la maledizione della legge di gravità e vola, riaffermando così anche simbolicamente la sua assoluta libertà: non mi soffermo sul significato che tanta psicoanalisi assegna al volo, al sogno di volare, alla paura di volare… Quale oggetto è più domestico, casalingo, femminile della scopa? Simbolo priapico e guarda un po’ dov’è collocato: appunto tra le gambe della Befana, una posizione che la ricollega alla garanzia della fertilità, alla generazione, al dono della vita, alla continuità della specie.

La Befana, dunque, come lontana, nascosta sacerdotessa di culti naturalistici e pagani connessi alla Grande Madre, figura dai tanti nomi: Ardoia, Berta, Donazza, Gianepa, Maratenga… Miti, leggende fiabe che ci arrivano dalla notte dei tempi: il cristianesimo li ha assorbiti per dirottarli verso omologhi rituali e liturgie senza però riuscire ad appropriarsene del tutto e a riproporre le ancestrali manifestazioni del fantastico e del mostruoso che popolavano nei culti precristiani i luoghi e i momenti del vago, del mistero, della paura.

Il cristianesimo ci ha dato gli angeli, i diavoli e una sfilza di santi, ma non è riuscito a proporci controfigure credibili per le Arpie, gli Orchi, le Sfingi, le Sirene, le Erinni, le Sibille, le Moire, le Ninfe, le Muse, gli Elfi, i Folletti… Ed ancora adesso per la Befana possiamo parlare di lavori in corso per l’egemonia su questo personaggio: un confronto iniziato tra la fine del IV secolo e l’inizio del V, quando la Chiesa distinse e fece coesistere due feste, il Natale e l’Epifania, che erano in realtà un’unica e identica celebrazione dell’incarnazione del Verbo divino. In oriente la chiamavano epifania, apparizione, e la festeggiavano il 6 gennaio, a Roma era il Natalis Domini e la celebravano il 25 dicembre. Nel giro di un secolo le Chiese accolsero l’una e l’altra: a Roma, la Chiesa sostituì il Natale del Signore al Natalis Invicti, la festa del nuovo sole che viene soppiantato nella sua origine pagana e cristianizzato. Dal cristianesimo orientale proviene, invece, la festa dell’Epifania che sostituisce la pagana ‘festa della luce’, ovvero la celebrazione del solstizio invernale, fissato al 25 dicembre in coincidenza con il rinnovato aumento del tempo di luce. Quando questo fenomeno è consolidato, a 13 giorni di distanza dal solstizio, i cristiani celebravano l’epifania di Gesù, che è vera luce: anzi, secondo l’evangelista Giovanni, (Vangelo I, 9), il Verbo fatto carne è “la luce vera che illumina ogni uomo”.

Tu guarda quanti problemi pone quella che in apparenza sembrava solo una timida, fragile vecchietta… E non basta!
Le festività natalizie hanno confermato ancora una volta come nella nostra società sia in corso un processo di colonizzazione e omologazione, che, a una prima lettura, appare per tanti versi inarrestabile.
Sto parlando di un fenomeno sotto gli occhi di tutti e di cui la Befana rappresenta una spia significativa: quella cioè che attiene ad una vicenda in atto nel nostro paese, ma non solo, di quella americanizzazione dei costumi e delle abitudini. Un processo in pieno svolgimento almeno dalla fine del secondo conflitto mondiale e riassumibile nell’atteggiamento generalizzato per cui tutto quello che arriva da oltreoceano è sentito come buono e bello purché attivi un cospicuo indotto economico e favorisca buoni affari. E’ quello che sta accadendo anche con la Befana, figura che abbiamo visto di antichissima tradizione, ma che negli ultimi anni appare pericolosamente insidiata da altre figure, altri miti estranei alla nostra storia e cultura. Pensate a quanto è scialbo e buonista Babbo Natale, così mediocre e zuccheroso: vuoi mettere con la vegliarda delle nostre tradizioni, per niente accattivante e anzi capace con la cenere e il carbone anche di una sua ruvida severità contadina?

L’invadenza di Babbo Natale esaltato dai media e da troppi film hollywodiani, potenziata e resa apparentemente invincibile dalla perversa alleanza con la Coca cola, ripropone, come anche la festa di Halloween, una forzatura culturale, figlia della globalizzazione e dell’omologazione planetaria e destinata a vivere la stagione effimera di tutte le mode importate da fuori.

Sì, perché è convinzione dei demologi più accreditati e degli studiosi più seri del folklore e delle tradizioni popolari, che l’omologazione planetaria non sia passata, non si sia realizzata. Le agenzie internazionali dell’omologazione non sarebbero riuscite a superare la soglia della superficialità nell’influenzare i comportamenti e “anziché creare omologati avrebbero realizzato frammentari caleidoscopi in cui ancora si riconoscono le diversità. Gli uomini e le donne che all’apparenza sembrano cedere ai messaggi planetari distruttori di civiltà in realtà li acquisiscono e ad essi resistono… finendo per costruire un grande bricolage che è quello che ritroviamo nelle nostre periferie dove convivono bisogni di identità e mode generalizzate”.

E, all’interno di questa ricchezza di fenomeni di resistenza e opposizione alla massificazione, la Befana fa la sua brava parte: sono, infatti, migliaia in tutta Italia le manifestazioni che continuano a contrassegnare la giornata del 6 gennaio e quelle immediatamente precedenti e successive. Bambini (tanti!), giovani, adulti anziani continuano a rendere omaggio a questa vecchia signora millenaria, né buona, né cattiva, ma metamorfica e capace di modulare e riesprimere l’intera gamma dei sentimenti umani: e perciò assai simile agli uomini e alla loro vita, piena di bene e di male, di luci e di ombre strettamente intrecciati tra loro.

E tra i ricordi infantili indelebili stanno l’amarezza e il disincanto che mi pervasero troppi anni fa, quando l’amichetto più grande e smaliziato svelò che la Befana non esisteva e che i registi delle magiche mattine del 6 gennaio non erano altro che i genitori affettuosi e solleciti: la vita vera rivendicava i suoi diritti. Una rivelazione del genere ti lasciava sì più adulto, ma carico di un senso di perdita e di inquietudine pari a quello di poche altre scoperte: il disvelamento della vita sessuale dei tuoi genitori che tu avevi pensato sempre e solo per te, ma che esistevano anche tra loro e per loro; o i sintomi puntuti, spigolosi della gelosia per quella compagna di scuola che sorrideva a tutti, ma proprio a tutti, e trascurava solo te…

02 gennaio 2010

"Antonio Stoppani. Sacerdote e patriota, scienziato e divulgatore"


di Luciano Luciani

Un tempo, quando l’Italia era giovane – cento anni or sono o giù di lì – le migliori “penne” del Paese non si facevano particolari scrupoli nel dedicare all’infanzia competenze, abilità, entusiasmi intellettuali.
Come risultato si ebbe un’intensissima stagione letteraria nettamente orientata in senso pedagogico: accanto a Collodi e a De Amicis e ai loro celeberrimi Le avventure di Pinocchio (1883) e Cuore (1886) figurano Le memorie di un pulcino (1875) di Ida Baccini e la generosa attività pubblicistico/giornalistico/editoriale di un nutrito gruppo di scrittrici come Anna Vertua Gentile, Emma Parodi, Sofia Bisi Albini, Maria Torelli-Viollier. Virginia Treves Tedeschi direttrice del milanese “Giornale dei fanciulli “, Onorata Grossi Mercanti.

Certo, dietro questa attenzione per le giovani e giovanissime generazioni – per altro sincera negli esponenti più significativi della vita culturale e letteraria di allora – c’era, fortissima e diffusa, l’esigenza di favorire un’unificazione culturale in senso nazionale e sotto il segno dell’egemonia intellettuale della borghesia settentrionale e dei suoi valori ispirati ad ideali di illuminato e cauto progresso.

Intelligentemente, la classe dirigente di quell’Italia lontana non offrì ai suoi figli più piccoli solo burattini, Minuzzoli, Giannettini, Garroni e Franti, fiabe e leggende locali, romanzetti per adolescenti imitazioni nostrane della Alcott, ma anche buoni libri di lungimirante divulgazione scientifica. Pensati per l’età successiva alla fanciullezza, quando agli infiniti perché dell’esistenza si cominciano a pretendere risposte più sistematiche ed esaurienti, ed esemplati sul modello francese del quindicinale “Magasin d’Education et de Récréation” dell’intraprendente Jules Hetzel, l’editore di Verne, questi testi miravano ad istruire piacevolmente, emancipandosi dal modello del libro scolastico e presentando già i caratteri delle moderne riviste di volgarizzazione scientifica: bassi costi, illustrazioni, cura grafica e tipografica.

Tra gli scrittori italiani per l’infanzia che per primi si cimentarono nella difficile arte di educare al sapere scientifico attraverso l’apparenza del passatempo vanno ricordati Giovanni Lessona che pubblicò una Storia naturale illustrata e Conversazioni scientifiche; il vicentino Paolo Lioy, che, autore di Piccolo mondo ignoto, La vita dell’universo, Storia naturale in campagna fu anche impegnato redattore scientifico del “Giornalino della Domenica” di Vamba il più riuscito esempio di periodico per l’infanzia, durato dall’età giolittiana all’avvento del fascismo; Tommaso Catani, scolopio fiorentino, affabulatore – e volgarizzatore – di questioni zoologiche e botaniche con i suoi Le avventure di due scarabei, Il Cavaliere Mirtillo, Al paese dei canarini, Al paese verde.

Ma il più popolare tra questi due letterati/scienziati che si sforzarono di interpretare e soddisfare le esigenze di informazione e consapevolezza scientifiche degli italiani in “calzoni corti” fu senz’altro Antonio Stoppani, non solo “scrittore per ragazzi”, ma personaggio significativo della cultura italiana del secondo Ottocento: sacerdote, scienziato insigne – geologo, paleontologo, naturalista – patriota, fu anche filosofo di ferventi convinzioni rosminiane, aspirante poeta, divulgatore piacevole e cordiale, sempre capace di unire una sincera ispirazione pedagogica con una vera, seria preparazione nelle scienze naturalistiche e geografiche.

Era nato a Lecco nel 1824. Ordinato sacerdote nel 1847 ed avviato all’insegnamento a causa delle sue convinzioni liberali e patriottiche fu perseguitato dalle autorità austriache ed avversato dal clero reazionario: la polemica con l’intransigentismo cattolico lo accompagnerà per l’intera durata della sua esistenza, amareggiandogliela non poco. Nel 1848 per aver preso parte insieme ai suoi studenti alle Cinque giornate milanesi conobbe l’espulsione dal seminario; una quindicina d’anni più tardi, nel clima cupo e arroventato del cattolicesimo degli anni tra il Sillabo e Porta Pia, partecipò alla redazione di un periodico milanese, “Il Conciliatore” attestato su posizioni cattolico-liberali, che venne soppresso d’autorità dal vescovo preoccupato per le critiche e i richiami negativi che giungevano da Roma.
Più di vent’anni più tardi, nel 1887 e quasi al termine della sua vita operosa, lo Stoppani fu costretto a citare in giudizio per diffamazione l’ ”Osservatore romano“ e il suo direttore don Davide Albertario, scatenati in una sistematica campagna di ingiurie e denigrazione contro di lui – come sacerdote e come scienziato – colpevole di aver pubblicato un anno prima Gli intransigenti alla stregua dei fatti nuovi e nuovissimi, un polemico libro contro l’oscurantismo papale e clericale. Il processo e il dibattito che ne seguirono assunsero il valore di un aspro confronto tra il cattolicesimo liberale, ricco di quelle istanze rosminiane che avrebbero dovuto trovare soddisfazione solo con il Concilio Vaticano II°, e l’ala marciante dell’oltranzismo cattolico. Gli ambienti più reazionari, retrivi e passatisti della Chiesa e del cattolicesimo italiano mal tolleravano l’attività di un sacerdote scienziato e naturalista che nella sua fede, larga e generosa, in una Natura ministra di Dio e prodiga di bellezze nei confronti dell’Italia riusciva ottimisticamente a conciliare fede, scienza e amor di patria.

E se il titolo di patriota gli era dovuto per la sua partecipazione al ’48 milanese, alla Prima e alla Terza guerra d’Indipendenza, quella del ’66, quando il nostro abate e naturalista interruppe insegnamento e ricerche per arruolarsi nel Corpo d’Armata del gen. Cialdini – però sotto le insegne della giovanissima Croce rossa italiana, appena costituita nel 1864 - , anche la fama di studioso della Terra e della sua storia lo Stoppani l’aveva guadagnata sul campo: intanto con gli Studi geologici e paleontologici sulla Lombardia, 1856; poi con una famosa Paleontologie Lombarde, 1856-1881, che scritta in francese, gli aveva assicurato fama e rispetto anche all’estero. Importanti anche i suoi lavori per la “ Rivista geologica della Lombardia “ in rapporto con la Carta geologica della regione pubblicata nel 1859 da Francesco Hauer e un Corso di geologia, 1871-1873, in tre volumi, assai apprezzato fino a tempi recenti. La sua vena divulgativa emerge con Il mar Glaciale a’ piedi delle Alpi, in cui rende conto della scoperta da lui fatta a Balerna e in tutte e regioni dell’anfiteatro morenico del lago di Como, dalle quali risulta che gli antichi ghiacciai della Lombardia e di tutta l’Italia settentrionale incontrarono il mare ai confini delle pianure piemontese, lombarda e veneta e che anche il mare stesso si insinuava nel cuore delle Alpi.

La sua operosità investe, però, anche altri campi del sapere e della cultura del suo tempo: nel Dogma e la scienza positiva si esprime sulla missione della Chiesa e dei suoi uomini nel conflitto tra ragione e fede; nel 1874 rende un caldo omaggio all’autore dei Promessi sposi, scomparso l’anno prima con una biografia intitolata I primi anni di Alessandro Manzoni, ricca di informazioni e aneddoti a cui attingono ancora oggi gli storici della letteratura; in Asteroidi, 1879, si cimenta anche con la poesia, lasciandoci versi, per la verità non proprio memorabili e affidando all’Exameron o Cosmogonia mosaica, pubblicato postumo nel 1893/1894, il suo messaggio ad un’umanità che si avviava verso un secolo nuovo e ricco di problemi formidabili ed inediti.
Non si trascuri, poi, l’importanza che ebbe il suo insegnamento sugli sviluppi della cultura scientifica del tempo. Professore universitario a Pavia, all’Istituto tecnico superiore di Milano, a Firenze, direttore del milanese Museo civico di scienze naturali, contribuì alla formazione di giovani scienziati come il Marcalli, il Salmoiraghi, il Taramelli.

Il lavoro che rese lo scienziato/scrittore lombardo popolare al grosso pubblico fu il Bel Paese, 1875, pensato in origine per i piccoli lettori, ma che, in breve tempo, con le sue oltre ventimila copie pubblicate si trasformò in uno, dei primi best-seller della nascente editoria nazionale.
Il libro consiste in ventinove conversazioni intitolate Serate – se ne aggiungono altre cinque nella edizione del 1889 – in cui uno zio, l’autore stesso, in forma piana, garbata, colloquiale ad un pubblico rappresentato dai nipoti e dai loro amici descrive le “bellezze naturali, la geologia e la geografia fisica“ dell’Italia, senza trascurare osservazioni anche acute sugli usi, i costumi, il lavoro, le tecniche, l’economia delle genti della penisola, nel tentativo tutto politico, comprensibile in un intellettuale che usciva a testa alta dalle lotte risorgimentali, di sollecitare nei suoi lettori una coscienza nazionale unitaria e l’orgoglio di essere italiani, giovani figli di un giovane paese.
Come scrive nell’introduzione rivolta Agli Istitutori l’abate lombardo, parafrasando Manzoni, si propone “ per fondamento il vero, per pregio la naturalezza, per scopo l’istruzione e il miglioramento morale “: per lui cattolico-liberale, rosminiano, manzoniano, geologo e naturalista il Risorgimento non poteva che continuare nel nosce te ipsum: studiare, cioè, l’opera di Dio iniziando col conoscere a fondo la storia fisica e naturale delle proprie terre.
E così l’autore “pigliando per ciò le mosse dalle Alpi, discorre dell’alpinismo moderno come di un nuovo elemento educativo; descrive le principali rocce alpine, le cascate, i ghiacciai, intrattenendosi principalmente della teoria glaciale che ha tanta parte nella geografia fisica e nella geologia di quella regione. Passa in seguito a dare un’idea delle Prealpi, descrivendo una delle più belle fra le valli prealpine, che gli porge occasione di discorrere delle caverne e dei fenomeni che si presentano nelle caverne. Disceso al mare, ne descrive i grandiosi spettacoli: la levata del sole, la tempesta, la fosforescenza notturna. Nell’Appennino considera specialmente tutti i fenomeni così interessanti per la scienza e per l’industria, di cui, più che di naturali bellezze è ricca quella catena; tratta cioè dei petroli e dell’industria petrolifera, delle salse, dei vulcani di fango, delle fontane ardenti, cercando di dare un’idea esatta delle leggi che presiedono ovunque alle manifestazioni secondarie delle attività vulcaniche. Una diversione ad una delle più importanti caverne delle Prealpi gli offre il destro di mostrare quanto possa divenire interessante anche in Italia lo studio del regno animale. Si porta, in seguito, al gruppo così poco noto, e in condizioni così speciali, delle Alpi Apuane, che gli danno argomento d’intrattenersi sopra uno dei primari rami dell’industria nazionale: quella dei marmi. Termina finalmente nella regione vulcanica, che è tanta parte dell’Italia meridionale e delle isole. Il Vesuvio e l’Etna, i due grandi vulcani dell’antichità e della moderna storia naturale d’Italia, gli giovano a mettere in evidenza le leggi che governano quelle manifestazioni primarie della vulcanite, per cui l’Italia è la più interessante tra le regioni fisiche d’Europa” (Il Bel Paese, Agli Istitutori, p.8)

Qua e là un certo sentore di provincialismo e di chiuso, certo percepibile più oggi che allora: per esempio, quando propone le sue pagine come antidoto a “quelle opere di Verne che hanno inondato l’Italia, e a cui la nostra gioventù e gli stessi uomini seri corrono dietro con puerile curiosità… mostruosa miscela di vero e di falso”. Ma la vera intenzione del Bel Paese era forse ancora un’altra: soprattutto contrastare con un’opera esemplare e popolare quello scientismo che si andava largamente diffondendo nella cultura italiana e nel senso comune del tempo.

"Il dottor Gräsler medico termale" di Arthur Schnitzler


di Gianni Quilici

Il dottor Gräsler, protagonista di questo breve romanzo, è contemporeamente vecchio come personaggio e anticipatore del nuovo.
Vecchio nell'avere 48 anni e considerarsi tale, non tanto rispetto ad una ragazza di 28 anni, quanto al suo complessivo rapporto con il mondo. Oggi avere 40-50 anni può rappresentare, invece, il massimo di successo personale per molti uomini.
Nuovo nell'essere, quasi suo malgrado, un personaggio precario. Non la precarietà del libertinaggio di un Bukowski o di un Henry Miller; la precarietà inconsapevole dei sentimenti.

Come spesso succede in Schnitzler, anche qui, ci imbattiamo in un piccolo gioiello. La figura irresoluta e romantica, suscettibile e meschina del dottore risulta rappresentata in moltissime sfumature. Pure risultano vivide le figure femminili: la chiarezza sottile e dolorosa di Sabine, la gioiosa disponibilità della commessa, l'ambiguità della vedova.
Debole forse soltanto la storia della sorella suicida e dell'amico.

Ma a parte ciò il romanzo risulta compiuto, quasi perfetto ed anche sorprendente. Non immaginabile a priori. Ha uno stile disteso, ma anche serrato psicologicamente. Parla della borghesia, con il linguaggio della borghesia, contro la borghesia, con una consapevolezza diversa da parte dell'autore rispetto ai personaggi che descrive. Racconta per comunicare un livello diverso di conoscenza dei movimenti che stanno dentro queste storie, ma senza voler muovere, dinamicizzare il lettore. Non ti comunica che occorre fare, muoversi, lacerarsi. Da qui un interesse anche sociologico.

Arthur Schnitzler. Il dottor Gräsler medico termale. A cura di Giuseppe Farese. Oscar Mondadori. Pag. 143.

30 dicembre 2009

“Hyères, Francia, 1932” foto di Henri Cartier-Bresson


di Gianni Quilici

Ci sono delle foto che mi affascinano. La ragione -mi dico- è in me e nella foto.
Una di queste foto è qui: di Henri Cartier-Bresson.

Se dovessi definirla soltanto con una voce scriverei “linee di fuga”. Sono le linee di fuga che mi affascinano.
La linea di fuga della strada semicircolare, la linea di fuga delle scale, le linee di fuga delle ringhiere.
Su tutto il ciclista: corpo immobilizzato dallo scatto fotografico, ma che, nonostante ciò, appare più mobile degli altri “segni”. La sua mobilità risiede in ciò che si immagina, non in ciò che si vede. Nell'immaginario: egli viene e va in un attimo, sparisce.

Ecco il fascino che avverto: quella transitorietà, che da un lato rappresenta il desiderio di sfuggire all'immobilità, alla stasi, alla fissità: pedala, corre, passa, fugge; dall'altro però si può fermare, fissare con un disegno, una poesia, un fotogramma, un semplice click.

E però questo contrasto acquista un senso, si scolpisce, come qui nella foto di Cartier-Bresson.

Questa è la filosofia che ho colto all'interno dell'immagine, ma anche semplicemente osservando, oltre il primo sguardo, non si può non cogliere la bellezza compositiva delle geometrie che si sovrappongono, i leggeri contrasto di bianco e nero, la forza poetica di quell'uomo in bici così fugace.

C'è, infine, un altro elemento, che sottilmente mi commuove: il fotografo, Cartier-Bresson, il suo aspettare. Lo immagino. Ha trovato un luogo ed un punto ideale per una foto. Ora aspetta un corpo, che dia senso esistenziale e storico alla bellezza di esso. Eccolo arriva: il ciclista veloce. Lo aspetta e lo ferma nell'attimo giusto dopo la ringhera, prima che sparisca.

Henri Cartier-Bresson. Foto scattata a Hyères, Francia, 1932.

28 dicembre 2009

"Intervista a Erri De Luca di Fabio Fazio"


di Emilio Michelotti

L’invito a chiunque abbia votato per gli xenofobi a distruggere la capanna che nel presepio ospita “Miriam-Maria” e il suo bambinello clandestino, per quanto conseguente, mi ha sgomentato per la sua radicalità. E’ una visione estremamente conflittuale, quella di Erri De Luca, confermata dalla giustificazione del ricorso alla violenza “per difesa, per reazione contro l’oppressore”, e dalla parallela condanna del dominio sul mondo naturale.

Soccorre De Luca, mi pare, la rilettura in chiave greca del mito cosmogonico ebraico: in Adamo come in Prometeo c’è il seme della rivolta contro ciò che l’ha originato.

“La bestia sa la morte”, come per Pavese. La sapienza suprema è indicibile, misteriosa, inesplicabile e, soprattutto, tanto ignara di sé quanto necessitata. L’uomo, come per Nietzsche, “ultimo arrivato al banchetto della natura”, costruisce una divinità mostruosa, “a sua immagine” dotata in modo blasfemo della stessa “volontà di potenza”, seppure in quantità ultra umana.

Tutto ciò con due battute in un talk-show televisivo.

Brevi impressioni sull’intervista di Fabio Fazio a Erri De Luca (Che tempo che fa, Raitre, domenica 29.11.09)