14 febbraio 2013

“Verso la Città Territorio” a cura di Gabriele Corsani, Laura Guidi, Giorgio Pizziolo



di Gianni Quilici

“Verso la Città Territorio” è un libro, che raccoglie i contributi del  seminario Dall’omile alla città/territorio: il senso della comunità e il divenire dell’esperienza di Danilo Dolci, tenutosi alla Facoltà di Architettura di Firenze nel 2008. Ed è un libro, che non ha niente di accademico, vuole comunicare non esibire. 

Per almeno due ragioni.
Primo: vuole trasmettere una figura complessa, quella di Danilo Dolci, che è insieme sociologo e (in qualche misura) filosofo, educatore e psicologo, poeta e architetto e infine un pacifista militante.

Ed è straordinario, perché ha e vuole avere una visione e una pratica complessa dell’individuo e della società. Complessa, perché collega il micro con il macro, l’azione con lo studio. Perché sottolinea l’intreccio tra soggetto e gruppo, tra gruppo e comunità, tra la città e il territorio, tra il territorio e una visione planetaria della realtà. Da qui anche una visione alternativa dello stato delle cose: uomo nuovo e società nuova.

Secondo merito del libro: è aperto, perché coglie la riflessione di  Danilo Dolci in uno dei suoi aspetti peculiari: l’essere un pensiero-azione in divenire, quindi attuale, anche perché alcune ipotesi sono metodologicamente valide per ogni realtà,  perché è un libro- cantiere in movimento da approfondire e articolare nel mutare dei fatti,  per il nostro presente, per il nostro futuro.

A cura di Gabriele Corsani, Laura Guidi, Giorgio Pizziolo. Verso la Città Territorio. L’esperienza di Danilo Dolci. ALINEA EDITRICE.


13 febbraio 2013

" Quando leggiamo un libro..." di Mirta Vignatti



                 Pensavo che quando leggiamo un libro è anche come se il libro leggesse noi. C'è una specularità che magari sarà già stata detta e indagata da altri, anzi sicuramente, comunque è un aspetto che in questo momento a me interessa molto e provo a chiarirlo e a chiarirmelo scrivendo all'impronta.

Credo che tra l'autore e il lettore si stringano dei legami molto stretti; personalmente quando leggo un libro che mi piace voglio subito conoscere quanto più è possibile della vita dell'autore e possibilmente osservare anche le sue foto; poi è quasi automatico che mi disponga a leggerne tutta l'opera disponibile. Mi è successo con la Oates, con Irene Nemirovsky, con Murakami Haruki, con Marìas, con De Giovanni, con la Veladiano e con decine e decine di altri autori.

 La lettura dei libri per me è un dialogo con l'autore, anche al di là della trama, che finisce per essere solo un pretesto o un punto di partenza. Succede che il mio sguardo che scorre la pagina finisce dopo un po' per trapassarla e -sull'onda dei pensieri e delle riflessioni indotte dal libro- passo ad intessere dialoghi immaginari con l'autore, ipotizzando situazioni biografiche che abbiano potuto determinare certi passaggi, sistemando o smontando certi tasselli, cogliendo citazioni o rimandi ecc.

Ci sono insomma dei fili molto stretti che a mio parere legano chi legge e chi scrive, sul piano psicologico e soprattutto su quello affettivo-emozionale. Ugualmente -e qui divago- credo che ci siano dei fili che legano me che scrivo e tu che stai leggendo: tutti i nostri scambi di opinioni, valutazioni, giudizi, osservazioni varie, segnalazioni non soltanto libresche in realtà sottendono -io credo- un legame reciproco di forte empatia, fili che ci stringono sul piano della stima, della simpatia, della credibilità.

 E alla stessa maniera -come scriveva Bruno Morchio in un post di qualche tempo fa- ci sono dei fili che legano le persone distanti e le tengono in comunicazione: le linee ferroviarie, le rotte aeree, le fibre ottiche, le autostrade e anche quelle digitali, che uniscono per esempio via modem me che scrivo e tu che leggi. Fili che ci uniscono e ci consentono scambi di idee e di affettività. Insomma, nella virtualità del web e nella cerebralità del rapporto lettore/scrittore, percepisco dei fili molto stretti che dovrebbero essere impalpabili ma che finisco per sentire molto concreti e piacevolmente tangibili.

10 febbraio 2013

"L’uomo che piantava gli alberi" di Jean Giono, Tullio Pericoli





di Gianni Quilici

“L’uomo che pianta gli alberi”, che riesce a trasformare una zona arida e desolata,  “un’antica regione delle Alpi che penetra in Provenza”,  in un territorio ricco di vegetazione e di acqua, che si rianima anche di vita, contiene un messaggio pedagogico molto evidente: quello che ha fatto questo pastore lo può fare, in una certa misura, chiunque.

Ma questo messaggio funziona, perché riesce a mantenere, per buona parte del racconto, una sua poetica attualità.
Primo: trasmette una nostalgia per ciò che era e non c’è (quasi) più: cioè luoghi nell’Occidente completamente disabitati, dove ci si può perdere, con il rischio di morire di sete, come poteva succedere allo scrittore stesso, Jean Giono.

Secondo: rappresenta un pastore che, per alcuni versi, potrebbe condensare un modello di “uomo nuovo”, in una società altamente tecnologizzata come la nostra. E cioè: un’estrema concentrazione verso uno scopo non individualistico, ma sociale; un rapporto direttamente fisico con la natura, la cura dell’ambiente e il suo sviluppo armonico; la precisione e la meticolosità nell’operare.

La parte finale del racconto è più debole, anche se fosse realistica, perché troppo ottimisticamente lineare, da sembrare un po’ favolistica, rispetto a ciò che è successo e sta succedendo nell’occidente europeo.    

I disegni del grande ritrattista Tullio Pericoli sono avvolgenti e grandiosi, ma, in questo caso, non vanno molto al di là dell’illustrazione del racconto.

Jean Giono, Tullio Pericoli. L’uomo che piantava gli alberi. L'Homme qui plantait des arbres. Traduzione di Luigi Spagnol. Salani Editore. Pp. Euro 16,80.

09 febbraio 2013

“Vipera” di Maurizio De Giovanni

di Mirta Vignatti

                 Da “Ciribiribin” a “Signorinella pallida”: non soltanto canzonette...

Insomma, avevo acquistato “Vipera” di De Giovanni per leggerlo durante il periodo pasquale, così come avevo fatto con “Per mano tua” in concomitanza del Natale, ma non ho resistito.

Naturalmente l'ho divorato in un battibaleno (De Giovanni ancora una volta supera se stesso) e ora mi piacerebbe condividere alcune riflessioni, legate ad elementi non propriamente letterari ma a un certo contesto “melodico” che mi viene da immaginare come possibile colonna sonora di quel “ventennio” carico di vizi e vezzi che fa da sfondo ai romanzi del nostro.

Riflessioni innescate non solo dal titolo dell'ultimo romanzo di De Giovanni (la canzone “Vipera” vi è citata 2 volte) ma da tutto un clima della Napoli dei primi anni '30 così ben descritta dall'autore, nella quale mi piace immaginare le prime radio galeniche (o quelle con l'occhio magico) che -magari dalle finestre della signora Maione o della famiglia Colombo- diffondevano tra il vicinato e i vicoli le note di “Fili d'oro”, “Maria La-O” (per la voce di Carlo Buti) o di “Parlami d'amore Mariù” (interpretata da Vittorio De Sica).

Certo, se ci pensiamo bene, De Giovanni non nasconde i propri riferimenti a culture non minori come quella della musica di intrattenimento. E ne trae motivi di ispirazione. A parte il giudizio malizioso di un lettore che ha affermato che la vera ispirazione per il romanzo non sia venuta a De Giovanni dalla canzone “Vipera” ma da “Non è un capello ma un crine di cavallo”, come non identificare la signorina Enrica Colombo con la “Signorinella pallida”, la dolce dirimpettaia osservata ritualmente dall'algido Ricciardi?

De Giovanni correttamente si avvale del contesto melodico (a volte facendovi riferimento esplicito) sincronico ai tempi descritti, che rappresenta perfettamente il modo di essere e di sentire dei suoi personaggi; di sentimentalismo, lontananza, amori non ricambiati, nostalgia, maliarde, signorinelle e belle Gigogin sono pieni i repertori musicali degli anni '30, così come di passioni sfrenate (“La spagnola”) e di cultura postribolare (“Ciribiribin” e il tango “A media luz”, quest'ultimo intonato dal dott. Modo al funerale di Vipera). E il ricorso a questi elementi, che in gran parte ritroviamo in “Vipera” e negli altri libri di De Giovanni, trovo che sia un ottimo espediente per rendere al meglio il clima storico-sociale che l'autore vuole descrivere; d'altra parte interessanti chiavi di lettura trasversali di un periodo storico (Braudel insegna) possono essere proposte anche attraverso elementi e/o culture particolari. Non era stato Ettore Scola che in “Ballando ballando”, proponendo una serie di balli senza dialoghi, riusciva a offrirci la misura e il significato di tutto un periodo storico?

 Penso che lo stesso risultato si potrebbe ottenere con una serie di canzoni degli anni '20-'30: si otterrebbe, credo, una buona approssimazione al clima sentimental-culturale di quel periodo. E di questo clima, la cultura postribolare -come “Vipera” correttamente dimostra- fa la parte del leone. Mi sembra di capire che la doppia morale del regime (quella chiesastico-familiar-ipocrita e quella machista da bordello) fosse una delle caratteristiche fondanti dell'antropologia di quel periodo. Tant'è che -curiosamente- la censura si adoperava in modo sciagurato su tutto (penso ancora a un altro bellissimo film di Ettore Scola, “Una giornata particolare”), tranne che sulle volgarità e su tutto ciò che atteneva al sesso a pagamento. Per esempio, la canzone “Ciribiribin”, che soltanto venti-trenta anni dopo sarebbe stata senz'altro censurata come accadde a “Tua” (Jula de Palma) o a “Nuda” (Domenico Modugno) per molto molto meno, non solo era ampiamente tollerata, ma con tutte le sue esplicite allusioni (soprattutto dell'ultimo verso) era uno dei motivi diffusi in sottofondo o eseguiti al piano nelle “case”, dove faceva anche da pubblicità ad una delle prestazioni del tariffario. Che poi la canzone fosse diffusa ed eseguita ovunque non disturbava nessuno: stimolava anzi gli ammiccamenti e i doppi sensi beceri e ipocriti. La moglie per i figli e per stare ai fornelli e “Vipera” e le sue compagne per provare quelle cose.

 Ma il potere -soprattutto quando affonda le radici nel terreno melmoso della sottocultura- mostra inevitabilmente la sua idiozia: “Ciribiribin” e “La spagnola” non vengono censurate, mentre le innocenti e candide “Maramao perchè sei morto?” e “Pippo non lo sa” varranno aspri rimbrotti al povero Panzeri (l'autore) per alcuni passaggi del testo ritenuti allusivi e lesivi del decoro del regime. E se pensiamo che Panzeri rischierà nuovamente la censura anche per “Papaveri e papere” e per “La casetta in Canadà” nel clima dell'Italietta degli anni '50, certo non per allusioni di sesso ma perchè i papaveri sono alti alti mentre chi governava... (e immagino in quegli anni che trattamento avrà avuto “La famiglia dei gobboni”) allora sì che ci viene da ridere.

Be', certo che il potere ha tante facce e tante manifestazioni ridicole. I governanti, alti o bassi -ma in Italia a quanto pare prevalentemente bassi- vanno avanti e a noi viene da ridere. E non soltanto per quello che fanno e dicono (in quel caso ci sarebbe da piangere) ma anche per come si chiamano (ed è questo -oltre alla nostra risata che li seppellirà- il loro karma pesante): si va da una onomastica da bestiario medioevale (Lupi, Leone, Gatti, Galli, Galletti, Pollastrini, Porcu, Merlo, Mosca, Pecorella, Formichella, Formigoni, Grilli, Piccioni, Delfino, Porcino, Pastore, Vaccaro), a non meglio qualificabili riferimenti a volte anche da fascia protetta (Bocchino, Bucchino, Passera, Fava, Cazzola, Chiappetta, Culicchia, Pelino, Tettamanzi, Boccia, Coscia, Foti, Casini, Scarpa Bonazza Buora, Meschini, Nullazzo, Trappolino, Barba, Corsaro, Lamorte, Laboccetta, Maroni, Brunetta e così via). Come prenderli sul serio?

E sempre a proposito di papaveri alti alti alti, levatemi un dubbio che non mi fa dormire la notte: ma il ministro Brunetta è parente della brunetta dei Ricchi e Poveri o no?


Titolo: Vipera. Una storia del commissario Ricciardi
Autore: Maurizio De Giovanni
Editore: Einaudi
Collana: Einaudi. Stile libero big
Data di Pubblicazione: Giugno 2012
Pagine: 360

"La musica è un tutto" di Daniel Barenboim



di Maddalena Ferrari

E’ uno di quei libri nati senza un intento di costruzione organica; è una raccolta di testi di varia natura.

Si suddivide in tre sezioni: Occasioni: 4 brevi saggi, il discorso in occasione del conferimento del Premio “Willy Brandt”, il discorso ufficiale per il novantesimo anniversario del Festival di Salisburgo; Conversazioni: 4  conversazioni a cura del musicologo Enrico Girardi: sulla West-Eastern Divan Orchestra (e altro), su “Carmen”, su “Die Walkure”, su “Don Giovanni”; Epilogo : In memoria. Dietrich Fischer-Dieskau, Epilogo verdiano. 

Tuttavia, pur nella sua eterogeneità di forme e di argomenti, oltre ad offrire una lettura sempre interessante e godibile, comunica “un tutto”, proprio come l’autore dice che è la musica, e questo tutto è un rapporto con la musica che è il rapporto con la vita, nel senso che l’esperienza è dentro la musica e a sua volta questa è dentro il pensiero e l’azione, la morale e la politica. Quindi nessuna rinuncia di vita è richiesta dalla musica.

Nel libro sono essenziali tre contenuti. In  primo luogo, l’approccio filosofico con la musica; non per niente “Etica ed Estetica” è il titolo del primo saggio, il più lungo.
La musica è un processo di conoscenza, dove si mettono in gioco lo studio, la comprensione del fatto musicale e la consapevolezza di sé. Essa quindi comporta una scelta etica, una scelta di sincerità. “Eseguire capolavori è il lavoro di una vita e comporta la responsabilità, direi quasi l’obbligo morale, di un’applicazione totale.” Cosa che non deve significare l’annullamento di sé; solo che l’interprete ha l’obbligo di “ricreare l’opera con sincerità e dedizione, non di esprimere la propria personalità”.

Eseguire musica è un processo sempre in divenire: presuppone ricerca, scoperta, riflessione, emozione ed anche l’impatto contingente con il pubblico in una sala. Non ha molto senso chiedersi quale differenza ci sia tra un’esecuzione di oggi e quella della stessa opera di, mettiamo, un anno fa: l’esecuzione è hic et nunc. Ma, al tempo stesso, è una realtà in fieri. Tale convinzione pone Barenboim in netto contrasto rispetto a quegli interpreti, che cercano la perfezione assoluta nell’uso delle più sofisticate tecnologie nelle sale di registrazione e ci dice che per lui la musica è un corpo vivo, sacro.

 Dalla musica Barenboim afferma di aver imparato l’importanza di associare idee e ambiti diversi e ciò è l’opposto del processo di specializzazione, che parcellizza la conoscenza; un brano musicale è infatti un tutto organico, dove ogni aspetto –melodia, armonia, ritmo e così via- si relaziona all’altro; ed anche la necessità di conciliare esigenze immediate e strategia lungimirante.

Questa affermazione si lega al secondo contenuto del libro: il dramma, vissuto personalmente, del conflitto israelo-palestinese, a cui l’autore non perde occasione di fare riferimento, riflettendo sulla sua natura, sulla situazione attuale e sugli sbocchi auspicabili. Egli è convinto che si tratti di uno scontro tra uomini, tra popoli, le cui ragioni vanno al di là delle questioni politiche vere e proprie; e che, se la politica deve intervenire, può farlo solo conformandosi all’esempio di un grande statista come Willy Brandt e cioè agendo sulla base di tre qualità essenziali: lungimiranza, strategia e coraggio.

La West-Eastern Divan Orchestra, fondata dal Maestro e da Edward Said nel 1999 e formata da giovani musicisti israeliani e arabi, anche se non ha gli strumenti per operare per la pace, è uno strumento di conoscenza, contro le soluzioni false e illusorie. Non può influenzare i politici, ma vuole creare un piccolo modello di società, con valori diversi rispetto alla realtà esistente. E’ un esempio di come, attraverso la musica, possiamo capire il valore di esprimere se stessi, ascoltando gli altri, e di come organizzare la musica e la strutture che la producono abbia a che fare con le scelte, anche politiche.

Il terzo contenuto del libro è la trattazione della musica e dei musicisti: l’analisi dello spessore e della profondità, della lettura e dell’interpretazione, della resa del discorso musicale e della sua agonica, senza dimenticare un giudizio di sintesi. Barenboim ci parla degli artisti, che hanno particolarmente segnato la sua vita musicale, come Mozart e Wagner ( con il quale ha modo di tornare sul tema di Israele) e delle loro opere, rappresentate nelle ultima stagioni alla Scala; e anche della “Carmen”, di Verdi, del grande baritono Dietrich Fischer-Dieskau, recentemente scomparso. Se il discorso manca di organicità, non per questo vengono meno la competenza e la gradevolezza

Daniel Barenboim. La musica è un tutto. Etica ed estetica. Feltrinelli. Pp 121. 

08 febbraio 2013

"Al caffè di Daniela" di Daniela Bartolini



Un piccolo ‘quaderno’ racconta vent’anni di iniziative culturali a Lucca

Caffè, cultura e simpatia
di  Luciano Luciani

                        Davvero ragguardevole il bilancio di attività che Daniela Bartolini e il suo Caffè sono in grado di presentare al popolo degli amici, estimatori, simpatizzanti..

Un rendiconto notevole per qualità e quantità:
nella ricchezza dei contenuti proposti (dal corso di cucina alla mostra di pittura, dall’intrattenimento musicale alla presentazione di libri di poesia, narrativa, saggistica… );
nella capacità di durare nel tempo in anni in cui gli stessi programmi istituzionali si fanno invece più radi, effimeri, volatili;
nelle profonde intenzioni civili che hanno sempre sovrainteso a tali attività;
nel calore dell’accoglienza che in ogni occasione ha ispirato il Caffè e la sua Animatrice.

Sì, Daniela ha saputo davvero fare del suo Centro di animazione culturale un luogo sereno, ospitale, gradevole. Mai seriose e mai banali le sue proposte di confronto e intrattenimento, costantemente improntate a un tono di grande dignità culturale e capaci di illuminare esperienze nuove, ricerche interessanti, pratiche originali.
Occasioni importanti, significative per rendere visibili e partecipate abilità e competenze, capacità e sensibilità.

Con intelligenza e generosità, Daniela ha saputo individuarle, metterle in relazione, socializzarle, compiendo in ogni volta piccoli miracoli organizzativi, comunicativi, economici, individuando soluzioni, reperendo risorse, scegliendo protagonisti.

Al Caffè di Daniela va riconosciuto un grande pregio: avere difeso e dato risalto a quel patrimonio di cultura diffusa che costituisce tanta parte del tessuto connettivo della socialità cittadina e provinciale che, sola, può impedire la regressione e il declino della qualità della convivenza e delle relazioni.

Onore al merito, quindi.
Soprattutto se l’uno e l’altro sono vissuti con la misura e la discrezione che da sempre rappresentano la cifra di questa benemerita promotrice di innumerevoli opportunità di conoscere e condividere il Bello e il Buono. Quelli che magari non ti aspetti perché hanno dimora dietro l’angolo di casa e mai ti saresti accorto di loro. Perché i loro creatori sono timidi e incerti sulla bontà dei loro prodotti; perché sono snobbati dai Grandi Circuiti Culturali in quanto estranei al giro delle iniziative che fanno business. Tutti loro, invece, hanno trovato spazio, voce, simpatia all’interno del Caffè di Daniela: un minuscolo territorio liberato, un piccolo patrimonio di umanità e dell’umanità da difendere, valorizzare e mettere in sicurezza. Affinché, anche negli anni a venire, sia possibile continuare a sedersi ai sui tavoli, scambiare due parole in amicizia, ascoltare ed essere ascoltati, condividere momenti d’allegria e di cibo… Insomma, dare senso a un presente sempre più ostico, sempre più impraticabile.


Al caffè di Daniela, pp. 60. Euro 10,00. Da richiedere a saperiesapori@alice.it

06 febbraio 2013

La bella di Buenos Aires" di Manuel Vàsquez Montalbàn:

di Mirta Vignatti

Ho letto "La bella di Buenos Aires", libro postumo del grande Manuel Vàsquez Montalbàn: un gran bel leggere.

 Scrittura che sa alternare l'ironico e la finezza d'ingegno col drammatico delle descrizioni delle turpitudini dei boia argentini all'epoca del regime militare. Il clima da milonga è reso come meglio non si poteva, e fuori da ogni stereotipo.

Unico neo: la copertina vagamente disturbante.

Manuel Vàsquez Montalbàn. La bella di Buenos Aires. Feltrinelli. 

05 febbraio 2013

"Peo si tuffa nell’arte” di Fusako Yusaki

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di Mimmo Mastrangelo

                             Se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. E non è la solita frase di comodo o circostanza. La casa  editrice romana Gallucci costituisce nel panorama dell’editoria nazionale  davvero un’unicità. Si presenta prevalentemente con un carrello  di proposte di  letteratura per bambini (e ragazzi), ma i suoi  bei libri illustrati,   a cui spesso si accoppiano cd o dvd, vengono consigliati  a tutti,  ad un pubblico  che può andare dai quattro ai novantanove anni.

                           Tra le ultimissime uscite Gallucci due cofanetti- cult sul cinema animato della  giapponese  (ormai trapiantata in Italia da oltre quarant’anni) Fusako Yusaki. I tanti ( e pure nostalgici) spettatori  del Carosello di un tempo di sicuro  ricorderanno i brevi corti-spot  della Fernet-Branca in cui delle creazioni in plastilina  della Yusaki prendevano mirabilmente  ad animarsi. Da quell’affermazione in tv, la carriera della designer e regista è andata via via coronandosi  di successi in tutto il mondo, e le sue opere  ormai sono quasi una presenza fissa alle rassegne e festival del cartoon e non solamente.

                         Una volta Bruno Bozzetto disse  che in ogni lavoro della Yusaki si “ritrova lo stupore continuo della novità e della trasformazione e la gioia vera della creazione”. E tanto stupore (tanto per i piccoli che per gli adulti) si può provare con le immagini (coloratissime) di “Peo  e i maestri della pittura” e “Peo  si tuffa nell’arte”, ciascuno dei citati cofanetti  contiene tredici inediti episodi di Peo, l’incontenibili  cane blu  in giacca e cravatta che – questa volta –  si cimenta strombazzando nell’esplorazione dei territori nobili  dell’arte.
                         Ad iniziare da Giotto, maestro innovatore dell’arte italiana medievale  tra il duecento e il trecento, fino a Lorenzo Cambin, artista vivente di Lugano che crea installazioni-land con materiali della natura e seguendo particolari riti preparatori, passando per le figure e le armonie di Botticelli e Michelangelo, le tensioni  di Hodler,   Bruegel  e  Rembrand, l’abilità ritrattistica di Velazquez , l’intimismo  di Vermeer, le geometrie di Escher, la delicatezza gioiosa di Klimt e Kandinski e il tormento pittorico degli autoritratti della sudamericana Frida Kahlo.
Un viaggio di conoscenza  in cui lo spifferante Peo mette i panni della guida di un ipotetico museo  e accompagna i minori (e gli adulti)  alla scoperta della grande arte di tutti i tempi.

                       Altrettanto didattico ed interessante è il camminamento che  la Yusaki  e  Peo    invitano a compiere lungo   le rotte dell’ avanguardie del novecento: da  Lichtenstein a Haring a Dalì, da Mirò a Rotko a Hopper, da Magritte a Munch a Klee. Ancora una volta le meravigliose invenzioni in plastilina  che escono dalla caleidoscopica e  poetica fantasia della giapponese sono qui un appagamento per lo sguardo. Si struttura, sfoglia e dissolve in tempi rapidissimi il plasticismo animato della Yusaki, assume la facciata di un intrattenimento didattico che fa incondizionatamente bene. E’ pulito ( poetico) e non  intorpidisce  minimamente  la materia grigia di piccoli. Ed adulti.

Fusako Yusaki. Peo si tuffa nell’arte. Gallucci. Euro 13,90

04 febbraio 2013

"Dettagli di un sorriso" di Gianni Zanata




di Luciano Luciani
         
           Romanzo singolare, questo Dettagli di un sorriso di Gianni Zanata, solo in parte assimilabile ai recenti noir italiani, ormai troppo simili l’uno all’altro e pubblicati più che altro perché il genere dopo quasi vent’anni tiene e ‘tira’ ancora.

Protagonista indiscusso, presente dalla prima all’ultima pagina di questa storia dai bordi affilati e velenosi, un cattivo a tutto tondo. Un malvagio totale e compiaciuto di esserlo, in tutto e per tutto un degno figlio della inabitabilità del nostro presente e della catastrofe etica e culturale che è davanti ai nostri occhi, Si chiama Valdo Norman ed è un ex giornalista specializzato in sputtanamenti a comando e ricatti su commissione. Riciclatosi come ‘operaio specializzato’ al servizio dei poteri criminali, consegna e riceve valigette ventiquattrore piene zeppe di droga o di soldi e non si fa particolari scrupoli nell’eseguire incarichi tanto delicati quanto sporchi. Vive solo: è un ‘lupo solitario’, privo però della primordiale nobiltà dell’animale dei boschi. Aggressivo e violento è forte coi deboli, subalterno verso i forti: soprattutto un Vice prefetto, “un carissimo amico”, uno che procura lavoretti extra legali e pericolosi ma ben pagati.

Inusuale, poi, lo sfondo che fa da scenario alle sue imprese di operatore dell’illegalità: non Roma o Milano, ma la Sardegna. Olbia, Sassari, Villasimius, Tortolì, Lanusei, Porto Torres e soprattutto Cagliari… “Mi fanno ridere quelli che pensano che Cagliari sia una città diversa dalla altre. Quelli che pensano che certe cose a Cagliari non si facciano. Quelli che pensano che Cagliari tutto sommato non sia nemmeno una città meridionale. Quelli che pensano che a Cagliari la mafia non ci sia. Quelli che pensano che a Cagliari conti soltanto la massoneria”. Una Sardegna non solo cartolina per turisti, ma realtà contraddittoria, dove vallate dalla natura rigogliosa e stagni protetti abitati da fenicotteri rosa si alternano a ‘luoghi non luoghi’: supermercati, fabbriche dismesse, scheletri di casupole, ruderi di ex miniere, agglomerati di case popolari, cortili di sfasciacarrozze…

Un mondo in rovina con la nostalgia del bello raccontato dietro la cifra del poliziesco che, nonostante l’usura di troppi autori, libri e collane continua a rivelarsi come il genere più capace di raccontare la vischiosa e opaca politicità della vita quotidiana, l’ambiguità delle relazioni sociali, l’imbarbarimento del senso comune diffuso. L’unico, almeno a parere di chi scrive, in grado di elencare con precisione entomologica i segni quotidiani che muovono nella direzione di un abisso di cui non riusciamo ancora a immaginare i contorni. Un noir rude e violento, ironico e feroce, che viene partecipato al Lettore in una scrittura urgente e precipite: la più adeguata per portarsi vicino al nocciolo duro e tossico del male e provare a svelarne il senso o la sua assoluta mancanza.


Gianni Zanata, Dettagli di un sorriso, Quarup editore, collana Il buio fuori, 2012,  pp. 118, Euro 12, 90


31 gennaio 2013

"Racconto di un naufrago" di Gabriel Garcia Marquez




di Gianni Quilici

Un racconto lungo che  scorre via velocemente, travolge e assorbe narrativamente. Può piacere a chiunque: dai bambini delle elementari al più sofisticato dei lettori.

Storia vera raccontata a Gabriel Garcia Marquez, allora giornalista, da un marinaio, Luis Alexandro Velasco, che  era stato trovato moribondo su una spiaggia deserta, dopo essere stato per dieci giorni su una zattera alla deriva nel Mar dei Caraibi, in seguito al naufragio del cacciatorpediniere, del cui equipaggio faceva parte.
Grazie alla “spiccata tendenza all’arte del narrare, alla capacità di sintesi e a una spaventosa memoria” del giovane ragazzo, utilizzato come eroe in Columbia dalla dittatura militare e folcloristica del generale Gustavo Rojas Pinilla, Marquez ci restituisce una storia palpitante in uno scenario nitidamente visivo. Noi viviamo, con il protagonista, una miriade di situazioni: il mare calmo piatto e tempestoso, il sole torrido e il vento gelido, la fame e la sete più atroci, le allucinazioni e la presenza terrorizzante di pescicani, l’oscurità e la perdita di ogni orientamento, il corpo coperto di bolle e di piaghe sanguinolente con le spalle e le braccia scottate…

Un linguaggio fluente e stringato, rapido e cinematografico, tutto azione, dove l’azione –questo è il punto di forza del racconto- è sostenuta psicologicamente da una ricchissima analisi dei mutevoli cambiamenti di stato d’animo del protagonista, nella sua lotta per la sopravvivenza, continuamente sospeso tra vita e morte. Il timbro di voce dell’io narrante emerge, quindi, limpido e vero da chi, trovandosi a vivere in una situazione così estrema, non può che essere autentico, privo di qualsiasi ambiguità, unicamente proteso verso l’esistenza.

Gabriel Garcia Marquez. Racconto di un naufrago. Traduzione di Ignazio Delogu. Editore Riuniti.

La storia del romanzo
“Racconto di un naufrago” raccoglie le quattordici puntate di una storia raccontata da Luis Alejandro Velasco a Gabriel García Márquez e pubblicata nel 1955 sul quotidiano colombiano “El Espectador”, per il quale lo scrittore lavorava come giornalista. La storia rivelava alcune scottanti verità. In particolar modo, emergeva che su un cacciatorpediniere non poteva esserci un carico di elettrodomestici come quello descritto dal naufrago, e che, di conseguenza, questi venivano trasportati in Colombia di contrabbando. All'epoca la Colombia era sotto la dittatura di Gustavo Rojas Pinilla, e il regime fece chiudere il giornale. In seguito a questi avvenimenti, Luis Alejandro Velasco fu completamente abbandonato dal governo e dimenticato da tutti. Tutto ciò non è descritto nel racconto del naufrago, ma nell'introduzione al romanzo del 1970 di Gabriel García Márquez. (da Wikipedia)

30 gennaio 2013

"Ritratti" di Man Ray





di Gianni Quilici

Ritratti  di Man Ray. Un divertimento per lui e intrigante, credo, per molti lettori, su foto sue, di più o meno grande valore, perché in sé contengono l’anima, a volte  la sperimentazione fotografica, perché questi sono ritratti quasi tutti di personaggi famosi, soprattutto, della pittura e della letteratura. In questo libretto troviamo, infatti, Picasso e Matisse,  Virginia Woolf e Henry Miller,  Bunuel e Eisenstein, per citarne solo alcuni.

Man Ray si è divertito a dare un voto alle sue foto: da 1 a 20, come facevano i surrealisti, e come si fa oggi quasi dappertutto; e a dare giudizi ai fotografati, spesso dipendenti dalla simpatia e antipatia verso il personaggio ritratto.

I più interessanti sono forse i giudizi critici o malevoli. Di T. S. Eliot scrive: “Non mi interessa più di quanto io non interessi a lui”. Di Fernand Léger invece: “La sua opera è talmente pesante che sembra tagliata nella massa”. E di James Joyce: “ Un corso di letteratura inglese può aiutare ad apprezzarlo”. Il giudizio più amorevole forse è per Nush Eluard, la moglie di Paul:” Nessuna fotografia potrebbe restituire il fascino e la dolcezza di questa donna”.

L’unica foto a cui dà il massimo foto, 20, è per Juliet Ray, la moglie; 19 per Marcel Duchamp e  18 per André Breton, Erik Satie, Marx Ernst, Tristan Tzara, tutti suoi cari amici.

Immagino che sia uno dei libri non pubblicati in vita, ricavati dalle carte post mortem, come accade per gli artisti che hanno ancora un pubblico. Piacevoli, come schegge libere da quei controlli, che soffocano quella libertà di non avere riguardi, anche se poi non aggiungono e non tolgono nulla ai loro autori.

Il libro costa comunque troppo rispetto alla dimensione delle pagine, ma si può sfogliare, riflettendoci sopra, in poco tempo, in una di quelle librerie aperte alla lettura, con sedie o poltrone, sorseggiando magari una cioccolata calda.

Man Ray. Ritratti. Edizioni A, Abscondita. Traduzione di Guido Alberti. Pag. 73. Euro 12,50  
  

24 gennaio 2013

"Volevo fermarmi ad ascoltare" di Anna Pieroni



Foto di Gianni Quilici
                                                      
Volevo fermarmi ad ascoltare

Oggi ho sentito le ultime cicale
raccontare la storia di questa estate

Volevo fermarmi ad ascoltare
avrei dovuto
ma una ruota girava
e l’altra seguiva
e i pedali andavano
e si portavano dietro il piede
e l’altro seguiva

e le cicale celebravano

Sono passata così
attraverso la porta delle mura

attraverso un improvviso silenzio

Al di là nessun canto
nuvole soffici
un tepore settembrino

Avrei voluto tornare indietro
avrei dovuto

a riprendermi un pezzo
di splendore estivo
di malinconia marina
di sera selvaggia
di stelle cadenti
di ambra e corallo
di turchesi e giada
di erbe profumate
di intese e abbandoni
di passato
passato

Ma una ruota girava
e l’altra seguiva
e io andavo
così
nella traccia obbligata

E non era in mio potere
Fermarmi
             Anna Pieroni



Leggo questa poesia di Anna Pieroni e immediatamente mi colpisce.

Primo: per l'andamento prosaico di chi racconta una scheggia di vita quotidiana che scorre.

Secondo: per il ritmo che i versi quasi subito assumono con l'uso di tutte quelle forme retoriche (l'anafora e l'iterazione, l'alliterazione e l'assonanza ), che danno musicalità e movimento stesso allo scorrere delle immagini.

Terzo: per i contenuti stessi della poesia, che sono-diventano movimento. Si “pedala”, infatti, sia nel paesaggio che muta (la porta delle mura e le nuvole soffici), sia nello snodarsi dei “suoni” ( le ultime cicale e l'improvviso silenzio).

Quarto: la semplicità (apparente) della poesia si fa complessa, senza tuttavia perdere la sua (apparente) semplicità. C'è come un salto filosofico, ma lieve da sembrare quasi involontario.

Ecco, infatti, stagliarsi di fronte a noi in un frenetico succedersi, il Passato, che ha il ricordo, la nostalgia abbagliante dello “splendore estivo”: la malinconia marina, la sera selvaggia, le stelle cadenti le intese e gli abbandoni eccetera, eccetera. E però questo passato è fuggito, non può essere ripreso, così come è appena fuggito (...“una ruota girava/e l'altra seguiva”...) il presente: quel canto delle cicale. Dunque: il passato è passato, ma pure il presente è passato. Ci resta soltanto inevitabilmente il flusso del presente, che tuttavia non può essere fermato, neppure per un istante.
 Ecco fondersi nella poesia canto e immagine in movimento, semplicità e complessità, vita quotidiana e senso filosofico dell'esistenza.

Ma chi è Anna Pieroni? Nel profondo è la sua poesia. Da sempre ella scrive, ma solo da pochi anni ha iniziato “timidamente” a “mostrarsi”. Con risultati anche visibili:  3° Premio Nazionale di Poesia “Giancarlo Galliani” e quest'anno 1° Premio nazionale “città di capannori”. Ma soprattutto Anna Pieroni, mi dice, sta scoprendo in se stessa “nuove forze, nuove passioni, nuovi orizzonti”.  
                                                                                                   Gianni Quilici
                                                                                                                                                                                                               


19 gennaio 2013

Jean Clair, "La crisi dei musei. La globalizzazione della cultura" di Davide Pugnana





Il museo  non può essere unico 
e uguale ovunque,
secondo generali principi standardizzati, 
ma, nel rispetto di regole tecniche 
riconosciute  le migliori 
dallo studio scientifico 
dei problemi di conservazione degli oggetti,
 deve assumere di volta in volta,
 il carattere che il suo patrimonio 
e la sua storia esigono.
(Franco Russoli, Il museo nella società)


Clair il catastrofista. Clair l’apocalittico. Clair il reazionario. Clair l’anticristo di tutto quanto sia in odore di neo-avanguardia e di aniconismo. Clair il savonaroliano fustigatore di quell’arte contemporanea che va scrivendosi sotto i nostri occhi, mostra dopo mostra, biennale dopo biennale, attraverso poetiche individuali non ancora munite della patente di Storia dell’arte, non ancora mappate; ma, forti di questa sbrigliata imprevedibilità, tanto più seducenti. Clair il conservatore e il nostalgico. L’anacronistico Jean Clair. Questi epiteti condensano alcuni tra i molti luoghi comuni che si sono depositati sulla figura e sul pensiero di questo saggista francese. E non perché Clair sia un ribelle tout court, un pessimista integrale ed arrabbiato per la piega che l’arte sta prendendo nel nostro millennio. L’antipatia che solleva il suo operato e permea i temi della sua scrittura, costantemente avversati dagli intellettuali allineati al potere, assume connotazioni talmente amplificate e morbose da far trasparire una radice molto più profonda: qualcosa che viene percepito dall’egemonia culturale come minaccia pronta a rovesciare, o scoprire, l’inganno delle carte in tavola. Tutta questa mobilitazione non esisterebbe se Clair non si inserisse nel solco di una tradizione di intellettuali scomodi al potere, obliqui e indomabili ad ogni ideologia dominante; tradizione che conta molti nomi di spicco nel panorama novecentesco. Clair reca nel suo atteggiamento verso le grandi questioni della storia della cultura e dell’attualità artistica la cifra identitaria di questa linea che è culminata nel grido ‘corsaro’ di Pasolini del “Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro […] Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti di cui si sono resi colpevoli. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembra regnare l’arbitrarietà, la follia, il mistero.” Queste parole che Pasolini scriveva, nel 1974, per il “romanzo delle stragi”, riecheggiano nell’indignazione saggistica e morale  di Clair sulla “strage dei musei”. Ogni paragrafo de La crisi dei musei è l’assembramento di tessere scheggiate e vaganti, apparentemente senza legami; ma che un’indagine accurata sui fatti e sulla cronaca, sulla tradizione e la storia, sulle concezioni intellettuali e sulle istituzioni museali,  ricompone in un mosaico “coerente”, nel quale vige una logica politico-economica interna alla conservazione e tutela dei beni artistici.   Di tale fattura è lo sguardo intellettuale che Jean Clair sui fenomeni in atto e crude sono le verità che ogni suo saggio porta in superficie. Verità scrutate e cucite sui fatti, talora su eventi di cronaca che passano per lo più inavvertiti. Leggendo le pagine de La crisi dei musei scopriamo dinamiche, disegni di potere, degradi, rovesciamenti di senso che mettono a nudo le leve storte dell’ufficialità culturale. Come Pasolini, Clair è scomodo perché eccentriche - ossia non allineate con il baricentro della leadership militante - sono le sue posizioni. Lo spirito che serpeggia in ogni sua pagina, e che contagia anche il lettore ‘non addetto ai lavori’, ha un nome proprio, che pare essere svanito dal vocabolario dell’etica e dell’agire umanistico del nostro tempo: indignazione. Oggi assai raramente le nostre orecchie e la nostre menti sono pungolate dalla voce di un indignato. Quando ci passa accanto sentiamo che la sua onda d’urto genera una certa tensione liberatrice. Clair l’indignato: è questo l’epiteto che suona più aderente al robusto temperamento culturale e all’implacabile vena di dissenso che anima la ormai trentennale attività di questo saggista, affacciato sulla scena dell’arte dalla fine degli anni Settanta. Francamente, anche nel milieu degli intellettuali italiani si sente la mancanza di questa virtù eclissata che è l’indignazione. Voci che si levano, tuttavia, non mancano, soprattutto nell’ambito della storia e della tutela dei beni culturali, basti riandare con la memoria ad alcune memorabili querelles di Vittorio Sgarbi, di Argan, di Achille Bonito Oliva, di Salvatore Settis sul paesaggio e sulla tutela, legislazione e conservazione del patrimonio dei beni culturali in Italia. Ma è altrettanto vero che, se si parla di indignazione, non si può non rammentare l’inconfondibile stile di Federico Zeri. Come quella di Pasolini e di Sciascia, la voce di Zeri era talmente sottile e incisiva che oggi più che mai ne sentiamo la mancanza. Certamente, Zeri avrebbe sottoscritto le indignate riflessioni di Clair sul destino del museo nell’epoca della globalizzazione e sulla crisi che ha investito un’istituzione che sembrava intoccabile.

Che cos’è diventato il museo? In che cosa lo ha trasformato il nostro tempo? È ancora quell’istituzione capace di farsi strumento di educazione e di interagire con la varietà del pubblico? Quanto ha inciso il primato dell’economia nella gestione delle collezioni? È giusto de-localizzare i musei a scopo di lucro? L’opera d’arte, appartenente ad una collezione, può essere noleggiata, venduta, mercificata? Perché “Louvre” e “Picasso” sono passati dalla sacralità del nome proprio a ‘marchi’ di un museo progettato ai limiti del deserto e di una linea automobilistica? Sono questi gli scomodi interrogativi che attraversano le centosette pagine de La crisi dei musei. La globalizzazione della cultura, Skira, Milano, 2008, pp.109, euro 16.

Molti di noi coltivano ancora un’idea poeticamente romantica e sacrale del museo. Quando pensiamo alle stanze del Louvre, alla National Gallery, al Sofia Reina di Madrid, all’Ermitage, al Poldi Pezzoli di Milano, ci vengono in mente i dipinti neoclassici di Giovanni Paolo Pannini, dove in bella e composta conversazione uomini e donne, dame e antiquari, avvicinano i nasi alle tele, si chinano per ammirare, o siedono e discutono sulla bellezza che anime stanze di gallerie silenziose, vertiginosamente gremite di dipinti e sculture. Oppure ci proiettiamo al fianco di Mengs e di Winckelmann mentre, sul limitare della sera, passeggiano e conversano nei corridoi della collezione di antichità, assieme al loro magno protettore, il cardinale Albani; o entriamo nel campo visivo di Diderot e di Baudelaire, mentre osservano e annotano la pittura dei Salons al tempo di De Lacroix e di Ingres, vincendo, nel rigore del metodo, la fatica di “divinare i quadri”. Per molti di noi il museo è un cerchio magico e inviolabile, la soglia di una dimensione spirituale nella quale entrare muti, senza scarpe e in punta di piedi, come in un tempio; e dove dimenticare la prosa della vita quotidiana. È su questo fiabesco stupore misto a venerazione che si apre il saggio di Clair. L’autore ricorda che tra i sette e gli otto anni, in una scuola di periferia, un maestro mostrava, per la prima volta, ad un gruppo di bambini la riproduzione di un dipinto di Matisse. In quel giorno del 1947, la dolcezza ineffabile delle “linee curve” e dei “viola e i verdi del paesaggio di Matisse” si scolpirono per sempre nella pupilla di Jean Clair. Sessant’anni dopo, la stessa penna che copiava il dipinto si tuffa in quei ricordi colorati e riemerge con una feroce e dolorosa consapevolezza: tutto è cambiato e ciò che un tempo era considerato un valore sacro oggi è rovesciato nel suo opposto. L’estasi dell’abbandono ingenuo alla bellezza che rapiva un bambino, e che molti adulti avrebbero scoperto attraverso il museo, è diventato qualcosa da proteggere. In questa sovrapposizione di memoria e presente, di autobiografia e attualità, l’acuta analisi saggistica della crisi del museo è anche la cronaca di un “disincanto”: quel divario che sancisce l’impossibilità del Jean Clair adulto di chinarsi a raccontare al Jean Clair bambino quel “turbamento artistico” che lo aveva segnato davanti ad un dipinto di Matisse. “Cerchiamo il ricordo di quell’incontro unico come di un amore di cui cerchiamo di ritrovare l’emozione.” Al maturo saggista non rimane che assottigliare quella distanza e quel desiderio con la lucida diagnosi della “crisi” che ha travolto il suo mito. Jean Clair ne disegna le infinite propaggini nell’architettura del saggio, scandita in tre capitoli che recano il nome di tre vizi capitali: la Simonia, la Vanagloria e l’Accidia.

Museo, museologia e museografia: breve cronaca di un divorzio?

Nella concezione di Jean Clair - conservatore generale del patrimonio francese dal 1989 - la gestione di una collezione, l’organizzazione di un museo e la tutela di un patrimonio sono priorità da salvaguardare e proteggere. Le sue armi sono gli strumenti elaborati dalla museologia e dalla museografia, termini complementari di ogni ricerca sul campo che intenda costruirsi uno statuto di sistematico rigore. Se la museologia riflette sulla storia della collezione e, attraverso teorie, norme ed esperienza ne definisce lo specifico profilo e il sistema degli oggetti; la museografia dà corpo a questa progettualità, elaborando indicazioni di funzionamento, gestione degli spazi, proposte e soluzioni operative. Il dialogo sincronico di questi due approcci ha plasmato le fisionomie dei più grandi musei del mondo. Ma in tempi di simonia, ossia di compra-vendita e di mercificazione di opere d’arte, anche i ruoli della museografia e della museologia sono minati e quasi vanificati. La loro funzione scientifica è saltata nel momento in cui il museo è stato assimilato ad un’impresa. E non perché il museo sia un’isola astratta ed anacronistica, separata dai mutamenti della storia e della società che lo circondano. Numerosi musei si sono aperti ad istanze di rinnovamento, alle aspettative e alle richieste del pubblico. Hanno accolto, con una disponibilità prima sconosciuta, iniziative di tipo teatrale, musicale e cinematografico, introducendo concetti come “museo per la società” e “museo creativo”. Ma la denuncia di Jean Clair tocca corde più drammatiche. Ad esempio, la gestione dello spazio museale: “Il piacere di visitare un museo ha finito per soccombere alla fatica che si fa per provarlo: la coda, interminabile, poi la ressa, la confusione, il chiasso. Invece del paradiso, un rumore d’inferno, lo stordimento che si può provare in una sala d’attesa o in una piscina coperta […] l’impossibilità di rimanersene immobili davanti a un’opera senza vedere la nuca o il braccio di un curioso insinuarsi incongrui nel proprio campo visivo, senza essere distratti dalle stupide battute scambiate a proposito di un opulento sedere di marmo, senza essere accecati dai flash, e alla fin fine senza essere urtati, spinti, trascinati contro la propria volontà in un flusso ora agitato ora languente.” Stessa sorte tocca al criterio museografico delle fonti di luce sulle opere, profondamente cambiato: “La maggior parte dei musei aveva delle magnifiche vetrate zenitali, come è giusto, che dispensavano una luce uniforme e fredda, capace di ricreare le condizioni di luminosità delle botteghe nelle quali le opere erano state dipinte, la sola che si adatti al cromatismo di un quadro. […] La luce artificiale quindi ha preso il potere ovunque, giallastra, pisciona, irrispettosa dell’equilibrio dei colori.” A questo si aggiunga la disponibilità del Louvre a girare nelle sue sale alcune scene del Codice Da Vinci, affinché poi “un percorso segnalato attraverso il museo permetteva di seguire le tracce del protagonista, con l’eventuale partecipazione, a pagamento, di una guida.” In questo quadro, Clair giunge a parlare del sovvertimento di valori che, fino vent’anni fa, le istituzioni per la tutela dei beni culturali avrebbero additato come fantascientifici. Il caso-limite che percorre come un leitmotiv tutto il saggio è il progetto di dar vita “a un piccolo Louvre nella capitale dello Stato federale degli Emirati Arabi Uniti  - non un museo di copie alla maniera Lascaux-bis, non un museo della pittura occidentale, ma un luogo che si chiami “Louvre”, con delle opere prese a nolo dalle collezioni francesi.”

Il “Louvre” di Abu Dhabi: la crisi come de-localizzazione e mercificazione della collezione

La simonia nel mondo globalizzato ha assunto forme bizzarre. La lettura del saggio di Jean Clair ci squaderna un catalogo degli orrori contemporanei. La concezione museale in mano alle logiche economiche del mercato e la stessa mercificazione delle collezioni ci sta portando verso un quadro distopico (ossia di negazione dell’utopia museale) dei beni culturali. L’esempio del “Louvre” di Abi Dhabi trascina con sé interrogativi inquietanti. Il primo dato della crisi è il progetto di clonazione di uno dei musei più importanti del mondo, sradicato dal suo contesto storico-sociale e calato in una cornice in stile Disneyland. Al suo interno dovrebbero figurare opere “mai esposte” presenti nei depositi del Louvre. E le opere sarebbero cedute a nolo o vendute: un’operazione che va contro tutti i principi della deontologia professionale sui quali si forma il più grande come il più oscuro conservatore di un patrimonio artistico. Lo stesso ICOM (International Council of Museum, organismo dell’Unesco con sede mondiale a Parigi) con parole illuminate ha sancito che: “i musei sono delle istituzioni permanenti senza scopo di lucro a servizio della società e del suo sviluppo, aperte al pubblico. Acquisiscono, conservano, diffondono ed espongono a fini di studio, di educazione e di diletto, le testimonianze materiali e immateriali dei popoli e del loro ambienti.” Ma il risvolto più doloroso di questo progetto di Abu Dhabi è “l’appello” sottoscritto da ben trentanove conservatori del Louvre (poi ritrattato sotto minaccia di licenziamento), in cui si approvavano: prestiti decennali “(trecento opere delle collezioni pubbliche per tre anni; poi duecento per i tre anni successivi; infine cento opere per altri tre anni)”; una programmazione annuale di dieci mostre, rese possibili grazie al prestito di altre opere appartenenti a collezioni pubbliche; la “consulenza dei musei francesi per l’acquisto di opere destinate a costituire la collezione permanente del museo, tutte opere della più alta qualità”. I prestiti a pagamento di opere del Louvre destinate ad una filiale denominata “Louvre”, istituzione de-localizzata ed eretta in un luogo esotico, suona come un tradimento dell’etica e della deontologia museale “che ha per fondamento la gratuità dei prestiti, sola garante della tutela delle opere e di una equa diffusione della cultura.” Scrive Jean Clair: Questo fatto è senza precedenti. Nessuno Stato ha mai alienato le sue collezioni, e neppure le sue competenze, agli interessi di un privato. Il fatto che un passo simile sia stato compiuto obbliga a porsi la domanda sulla quale è incentrato questo libro: il museo, figlio dei Lumi e della Nazione, può sopravvivere alla loro scomparsa?” Il fine di questi progetti è quello di puntare sull’organizzazione e la gestione di musei pubblici, come il “Louvre” nel deserto o altre filiali, secondo i principi di un’impresa privata, preoccupata solo della “gestione dei flussi” e della “gestione dinamica del suo capitale immateriale.”    

“Louvre” e “Picasso”: la desacralizzazione del nome proprio

Nel mezzo della crisi dei musei e della cultura globalizzata, Jean Clair ci dice che non si cedono solo opere di una collezione alla stregua di prodotti da mercato; né si cedono solo a nolo dipinti e sculture collocate in un piccolo territorio lontano, detto Abu Dhabi, speculando su beni artistici come su standardizzati oggetti industriali. E se, messi di fronte a questo atto di inciviltà, pensiamo all’aura infranta delle opere con la quale Benjamin delineava il destino dell’arte nell’epoca della “riproducibilità tecnica”, il concetto ci appare improvvisamente datato e paradisiaco. Perfino il nome proprio dell’istituzione museale viene inglobato nel circuito commerciale. Da cifra identitaria di un museo nazionale, Louvre denoterà il nome di un “marchio”, il cui diritto per l’uso sarà ceduto e depositato per trent’anni al costo di 400 milioni di euro. Qualche anno prima, era toccato ad un nome d’artista: Picasso. “Cederemo quindi  il marchio ‘Louvre’ , come, qualche anno fa, si era ceduto a un fabbricante di auto il marchio ‘Picasso’. Significa supporre che la parola ‘Louvre’ brillerà a sua volta nel buio dell’ignoranza come l’insegna luminosa di una banca o di una compagnia di assicurazioni. In un’economia globalizzata, lo scopo del museo consisterà nel mettere le sue opere al servizio non del pubblico e della memoria visibile del Paese, ma del suo ‘marchio’, così da far guadagnare un punto di crescita all’industria Francia.[…] Non molto tempo fa, Vermeer e la sua Lattaia per commercializzare i vasetti di yogurt, o un autoritratto di Van Gogh per celebrare i coloranti industriali.”
Clair non si ferma a denunciare cambiamenti epocali e disastrosi rovesciamenti nell’ambito della tutela e conservazione del patrimonio museale. La crisi dei musei ha radici nell’ambito dell’economia globalizzata e nel lessico manageriale del mercato. Questa concezione ha travalicato i suoi confini ed è arrivata, a partire dagli anni Novanta e con maggior incidenza dal 2002, all’organizzazione museale. Clair ne parla diffusamente nel paragrafo L’economia dell’immateriale. Il progetto del “Louvre” di Abu Dhabi sottintende non solo la creazione di una faraonica struttura estesa su “un’isola artificiale di 27 kilometri quadrati, con 19 kilometri di spiaggia […] un trentina di alberghi di gran lusso, 8000 ville altrettanto sontuose, campi da golf, tre porti turistici capaci di accogliere un migliaio di barche, una pista da sci con neve artificiale”; quanto la messa in opera di un concetto da diffondere: “l’economia dell’immateriale”. La parola “immateriale” applicata ai beni artistici è un’ennesima contraddizione all’orecchio del conservatore, mentre cade perfettamente in taglio nel lessico finanziario, venendo a rappresentare la “moneta fiduciaria costituita da un’opera d’arte - a partire quantomeno dal momento in cui lascia il luogo in cui è conservata per circolare come un biglietto di banca, per essere reintrodotta in un circuito economico - garantita da pegno in un contratto dall’importo esattamente calcolato.” Il museo come impresa, si è detto; ma si può aggiungere il museo come lussuosa “industria”: sorta di clonazione di un grande Museo Nazionale, dotato di ’marchio’, di “flussi” gestiti al millimetro, di mostre scandite annualmente secondo un numero fisso e con un portafoglio di attivi “immateriali”, ossia di opere prelevate dai depositi e noleggiate per decenni. È la desacralizzazione dei musei e dei principi della conservazione; o meglio è il crepuscolo del Museo in quanto unicum e dell’immobilità della collezione, della sua importanza storica, come da sempre ci insegna la museologia. Il modello di riferimento, ci informa Clair, a livello di “economia immateriale” è la fondazione Salomon Guggenheim di New York, “casa madre di un sistema di filiali, di diramazioni di ‘franchising’, autorizzate a fregiarsi del marchio Guggenheim, a beneficiare della competenza dei professionisti Guggenheim, e che ospitano mostre riunite a partire dalle collezioni del museo d’origine.” In virtù di questo sistema, possiamo trovare succursali a Soho, in Brasile, a Singapore e Hong Kong, fino a Venezia e Berlino. Il peccato capitale della simonia è alla base della mercificazione delle collezioni e della moltiplicazione delle succursali denunciata da Clair; e, nel passaggio al nuovo millennio, ha trovato un’ulteriore accelerazione a contatto con la baumaniana “società liquida” globalizzata. Esportare, monetizzare, gestire, noleggiare, politicizzare e privatizzare sono tessere interconnesse di un lessico finanziario e di un abito mentale che, rotti i confini della loro competenza e giunti a contaminare i musei, si appoggiano sui privati e sulle banche, al punto che le banche e le Fondazioni si fanno promotrici di un mecenatismo umanistico, superficiale ma di notevole lustro mondano.                    

Il lessico della critica d’arte al tempo della crisi: “culturale” e “universale”

La crisi di un’istituzione, radicata e difesa, qual è di fatto il museo rivela la crisi, ben più profonda, di paradigmi umanistici da tempo minati. Jean Clair spinge la sua analisi fino a percorrere la rifondazione semantica di parole proprie del lessico umanistico. Termini come “culto”, “cultura” e “universale” sono passati a significare qualcosa di opposto alla loro etimologia. “Culto” è parola che proviene dall’ambito contadino, riguarda una “componente terrosa, fangosa, agricola” ed è stata poi riconvertita dagli umanisti nel sostantivo “cultura” che segna le conquiste dell’intelletto umano in fatto di civiltà (“il Rinascimento, le scoperte, l’avventura verso mondi lontani, le geografia, l’astronomia”). La regressione introdotta da un sapere globalizzato è l’aggettivo “culturale”, che ha spodestato la parola “cultura”. Scrive lucidamente Clair: “La cultura è una, il culturale è plurale. La cultura è una qualità, un’identità, che unisce e che innalza. Il culturale disperde, sparpaglia, degrada,  ci fa ripiombare nei numeri, con la pesantezza del quantitativo: i beni culturali, le attività culturali, gli attori culturali, gli ingegneri culturali, i giacimenti culturali, le industrie culturali. La cultura, fedele alla sua origine, era il culto, la fondazione del tempio, e,  letteralmente la nascita della ‘con-templazione’, la delimitazione di un luogo sacro nello spazio e la fedeltà a questo luogo. Il culturale è l’esportazione, il commercio, la politica delle banche. Oggi non si incontra più nient’altro che funzionari culturali.” In questo insieme di fenomeni descritti da Clair, “culturale” è tutto quanto si è descritto fino ad ora: la de-localizzazione dei musei, trasformati in imprese; la cessione del nome come ’marchio’; le filiali e le succursali dei musei pubblici; il tradimento di quei “funzionari culturali” che un altro grande saggista francese, Yves Michaud, chiama “i commissari”: i conservatori, i compilatori di cataloghi, i direttori, i curatori, i critici militanti, i mercanti, i collezionisti, i galleristi - gli attori che, attivi sulla scena artistica del nostro tempo, hanno dettato tempi e forme dell’estetica; di che cosa sia ‘arte contemporanea’ e di che cosa non lo sia; di che cosa produrre per essere artisti e di cosa evitare per non apparire attardati classicisti. Nell’orbita del “culturale”, l’opera d’arte entra a far parte del circuito della logica monetaria: tutto si può vendere e noleggiare; tutto può essere contaminato; ogni “contenitore” è una scatola flessibile e polimorfa. Un sinonimo di “culturale” è “universale”, un concetto di cui Clair discute nella sezione centrale del saggio, dal significativo titolo di Vanagloria. Mentre “culturale” serpeggia nella bocca dei ‘commissari’, nelle mostre e nei musei, “universale” ricorre come una nenia ossessiva nella retorica dei discorsi ufficiali, per i quali il museo deve aspirare al raggiungimento di un respiro “universale”, come se l’insieme delle singole opere delle collezioni e delle acquisizioni che le caratterizzano, per profondità storica e sublime qualità, non recasse già in sé il segno di un’intima vocazione all’universalità.     

La perdita delle radici illuministiche: nuova fenomenologia del museo contemporaneo, dal ‘museo - buco nero’ al ‘museo-cenotafio’.

Ma il lemma “universale” non è sempre stato questo guscio vuoto in mano alle logiche economiche, e non sempre ha cozzato sonoramente con “culturale” e “immateriale”. In origine, il termine “universale” faceva parte dell’apparato concettuale e utopistico della cultura illuminista; e nel suo ampio grembo enciclopedico rifulgeva di nobiltà. “Universale” era l’idea di un progresso favorito dalla conoscenza illuminata, dalla sinergia tra sapere umanistico e sapere scientifico esemplata nelle linee pulite e armoniche delle tavole esplicative di Diderot e D’Alembert. “Universale” era un principio insieme ordinatore e morale. “Universale” -scrive Clair - è un termine troppo nobile perché lo si usi per far andar giù la pillola amara della ‘globalizzazione’. Alla fine dell’Ottocento si usava la parola ‘universali’ per connotare le grandi esposizioni, non tanto per sottolineare il numero di nazioni che vi erano rappresentate, quanto piuttosto per nascondere le mire coloniali su quei popoli e quei paesi che ancora non ci trovavano posto. […] La decisione di affittare agli Emirati, per decenni, opere appartenenti alle collezioni nazionali, in nome di un irraggiamento della nostra cultura e dell’universalità dei suoi principi, potrebbe essere inscritta in questa generosa politica di ridistribuzione, di apertura, di diffusione? […] Si può chiamare ‘universale’, ai nostri tempi, un’eteroclita presentazione di opere prelevate, a seconda del bisogno e della disponibilità, nelle collezioni dei musei statali francesi?” Le ultime due domande, purtroppo tutt’altro che retoriche, trovano risposta in alcune configurazioni distopiche del museo contemporaneo, immaginate dal saggista come elementi di una fenomenologia in corso: il museo-foro; il museo-buco nero; il museo-cenotafio. Il “museo-buco nero” fu prefigurato da Goethe, sulle soglie della modernità e davanti al neonato Museo pubblico, ne Il collezionista e la sua cerchia. Goethe intuì che, passando alla collettività, le collezioni avrebbero subito una profonda trasformazione: avrebbero cioè allargato a dismisura i loro confini, calamitando “oggetti diversi”, con un effetto di aumento della quantità a scapito dell’affettività e della cura. Secondo Jean Clair, la “massa magnetizzata”, dall’Ottocento ad oggi, non ha mai smesso di “accrescersi, di appesantirsi”, facendo dello spazio museale un enorme “buco nero” fagocitante, dove “tutto ci entra e niente ci esce”. All’opposto troviamo il “museo-cenotafio”: un monstrum ideato dalle logiche megalomane della globalizzazione. A differenza dello stomaco pieno del “museo-buco nero”, quello del “museo-cenotafio” si lascia ammirare per i suoi spazi vuoti e inanimati, per la sua “architettura sconosciuta e fantastica”, nel cui nudo silenzio il turista d’arte cammina fino a smarrirsi. Lì nessuna grande collezione lo accoglie e lo attornia, come nei quadri di Pannini. “Conta soltanto l’involucro che dovrà essere prezioso, impressionante, fatto di marmo, di granito, di vetro e metallo. Il contenuto? Il contenuto verrà dopo o non verrà affatto. […] ci si muove tra muri enormi, sotto soffitti da vertigine, cercando invano un’opera che, da qualche parte, potrebbe permetterci di fermare lo sguardo.[…] La Rivoluzione aveva inventato la tomba senza corpo, e noi avremo inventato il museo senza opera.  Fra questi due momenti, per poco più di due secoli,  si sarebbe compiuta la vita del museo, dalla sua nascita alla sua scomparsa.”       

Globalizzazione del sistema delle arti, della tutela dei beni artistici e descolarizzazione del pubblico: l’inverno è sceso sui musei.

Il Riccardo III di Shakespeare si apre con il memorabile monologo del protagonista che culmina nella bellissima metafora dell’ “inverno del nostro scontento”: un malessere che, nell’oggi, sembra profilarsi senza consolazione. Il malinconico lamento di Riccardo, “frodato in corpo dalla falsa natura/ deforme, mal finito”, si è propagato nelle epoche successive, nei crepuscoli e nella decadenza delle civiltà. Nel nostre tempo globalizzato, l’inverno dello scontento è sceso anche sui musei, preparato da un autunno di inarrestabile spoliazione delle linfe vitali. Il suo paesaggio, fragile e desolato, è quello ricomposto e descritto nella lente di Clair con infinito dolore e implacabile denuncia. La “crisi dei musei” non si arresta all’incapacità dei conservatori; alla mercificazione e alla de-localizzazione; alla riduzione del museo ad impresa; alla simonia delle collezioni, divisa tra noleggi e vendite di opere; alla confusione dei linguaggi; alla cattiva amministrazione, senza nessi e sintonie con altre istituzioni. C’è, infatti, un altro aspetto che Clair prende in considerazione: la perdita della funzione “educatrice” del museo. Nessuno, vent’anni fa, poteva immaginare che un intellettuale sarebbe tornato a chiedersi “A cosa serve un museo?” Sono domande che decenni di museologia e di museografia hanno contribuito a chiarire e a fissare, elaborando principi sacri e intoccabili come articoli della Costituzione. Ma così non è, se non nella bella illusione che ci soffia dentro l’immagine di un museo come intoccabile isola felice. L’indignazione critica di Jean Clair ci svela un’opposta fotografia del presente. Ci troviamo a dover rimeditare, oggi più che ieri, su interrogativi che sembravano assodati per sempre e su questioni nodali come la mediazione tra l’opera e il pubblico. Il tema museografico della “fruizione” all’interno del percorso museale attraversa il saggio di Clair. Il quale restringe il campo al problema della scarsa conoscenza iconografica: “Se la mancata conoscenza dell’iconografia - l’ignoranza del senso delle opere - impedisce al semplice visitatore di comprendere cosa ha davanti, egli mantiene comunque, nella visita rituale di un museo, l’ingenua convinzione che i quadri o le sculture che vi sono conservati gli parlino direttamente, che comunichino con lui senza che egli debba sforzarsi di comprendere cosa rappresentano. Come per gli oggetti sacri agli occhi dei fedeli, persiste, con effetto immediato si potrebbe dire, una magia dell’arte i cui effetti si manifesteranno a chiunque non appena avrà superato la soglia di un museo. Benefica, con un semplice sfioramento visivo la visione di un dipinto saprebbe essere automaticamente consolante, rassicurante, terapeutica, come lo è sfiorare le dita del piede della statua di San Pietro a Roma.” Il tema sottinteso ma toccato da Clair riguarda uno dei compiti più difficili della museografia: fornire al visitatore gli occhiali di lettura per fruire al meglio l’opera d’arte, a partire dalla sua storia. L’obbiettivo è orientare il pubblico nel passaggio dal giudizio estetico ‘di gusto’ a quello ‘di conoscenza’: ossia, dal “semplice sfioramento visivo” all’educazione estetica. La “crisi dei musei” ha messo in discussione anche questo livello. Tradizionalmente, alla base di ogni visita c’era la mediazione di una figura la cui formazione era forgiata sulla triade che Clair sintetizza in “faticare, studiare, imparare”. Il duro tirocinio professionalizzante garantiva la migliore ‘scolarizzazione’ del pubblico non specialista, distruggendo il pregiudizio della “cieca fiducia nelle virtù istantanee dell’immagine”. Va ricordato, inoltre, che nella storia del museo il potere educatore dell’istituzione si esprimeva anche nel lavoro di copia degli artisti che piazzavano i loro cavalletti nelle sale, per ’imitare’ la lezione dei maestri del passato; pratica questa invalsa ancora in pieno Novecento avanguardistico e oltre. Quando, nel XVIII secolo, le collezioni vennero trasformate in “musei” aperti al pubblico, accanto all’addestramento degli artisti prendeva corpo l’insegnamento dell’arte al pubblico di ‘amatori’ secondo il diletto. Il museo scopre un aspetto che non lo abbandonerà mai più, ma, anzi, ne identificherà uno dei compiti portanti: la vocazione per il pubblico. L’analisi di Jean Clair si riallaccia a questo tema sempre aperto, ma lo pone in relazione alla presenza dell’arte contemporanea nel museo, che spesse volte viene esibita senza adeguate mediazioni di lettura: “Non abbiamo forse investito di un simile privilegio gli artisti contemporanei? In una società anomica ed egualitaria, dove si tratta di negare tutte le differenze mettendo in pericolo l’unità umana, di consacrare tutte le culture, di celebrare il primato dell’identico, l’artista appare più che mai e incoerentemente come un essere a sé stante, un ispirato, un creatore, che gode di un’impunità pressoché totale: rispettato, invidiato, adorato, come il prodotto, non c’è dubbio, di un mutazione genetica della specie, uno che genera i ’capolavori’.”   

La collezione di fronte a “quel trasferimento funesto all’Europa”: il sogno e l’incubo di Quatremère de Quincy

Non fu Goethe il solo scrittore europeo ad essere dotato di portentosa chiaroveggenza. Nella Francia post-rivoluzionaria ad un certo punto uscirono le Lettres à Miranda sur le déplacement des Monuments de l’Italie. Autore: l’archeologo e storico dell’arte Quatremère de Quincy, futuro amico di Antonio Canova, al quale dedicherà un voluminoso saggio. Ancora fresco dello strappo epocale del 1789, Quatremère porta le sue riflessioni sul destino delle opere d’arte. Teniamo presente che alle porte si prepara l’ascesa napoleonica, e la storia del museo è appena ai suoi inizi sulla scia dell’età illuminista, ignara di trovarsi, di lì a poco, di fronte al vero e proprio “secolo dei musei”, l’Ottocento, punteggiato di musei colmi di oggetti sradicati, scaturito dalle campagne napoleoniche. Quando Quatremère scrive le Lettres à Miranda siamo nel 1796: sul crinale, cioè, di due secoli che testimoniano due concezioni politiche e due visioni del mondo, due culture - Illuminismo e Romanticismo - tese tra continuità e rottura. E Quatremère teme soprattutto le rotture. Sente prepotente il senso della conservazione, tanto da sentire il bisogno di elaborare una teoria per la quale un’opera - quella che noi, oggi, chiamiamo bene artistico - “appartiene al luogo che la vista nascere e non può dunque essere sradicata, strappata al suo paese d’origine, alla sua nicchia ecologica” per volontà del potere politico e dell’economia. Se l’opera venisse tolta dal suo contesto storico, essa perderebbe di significato: diventerebbe altro. Diventerebbe, scrive Quatremère, una mostruosa opera “campione”. Questi “modelli del bello” non possono essere ridotti alla stregua di “pacchi di mercanzie”: già nel 1796 egli aveva intuito il pericolo della de-localizzazione della collezione e l’importanza del nodo opera d’arte/territorio. Scrive Clair: “il fine perseguito da Quatremère […] è il principio che fa del paese il museum vero e proprio, ò’unità intatta di una collezione nazionale (come un grande libro, scrive ancora di cui è importante tenere unite tutte le pagine). Non soltanto una collezione è il riflesso della storia di una nazione, ma non si può, in nome di interessi mercantili, strappare impunemente al suo luogo geografico, storico, estetico e sociologico.” Quatremère ha straordinariamente intuito, come poco dopo farà Goethe, il pericolo della dispersione e frammentazione del patrimonio di beni artistici propri di una nazione a fini commerciali: “Quel trasferimento funesto all’Europa, diviene inutile anche per il paese che ne sarà stato il favoreggiatore”. Le parole di Quatremère racchiudono un sogno e un incubo: il sogno di tutela proprio di tutti i conservatori e il timore che il potere lo sovverta. Da qui, le armi intellettuali di chi prende la penna per denunciare, con indignazione, la simonia, mista a superbia e accidia, che è arrivata alle collezioni d’arte, ai depositi dei musei nazionali, come avviene nella modernità globalizzata descritta da Jean Clair: una “crisi” del sistema culturale dove, ancora nell’evoluto nuovo millennio, fare a pezzi una collezione “non è propagare, ma disperdere i Lumi.”