30 maggio 2016

"Storie di vita: la grande famiglia" di Antonella Mari




                  Dal vicolo. Foto di Antonella Mari
I nomi attribuiti agli enormi mostri di cemento gettati in riva al mare servivano evidentemente a giustificare la mancanza di rispetto per quella natura così generosa. La prepotenza edilizia finiva per manifestarsi attraverso le persone che li popolavano e in breve si tramutava in arroganza verso tutti coloro che ne erano fuori. Miramare e Montedolce erano sinonimo di appartenenza a luoghi che evocavano scenari silenziosi e immuni alla bruttezza. Un'illusione collettiva o forse una consapevolezza mai confessata di quanti in quel posto ci erano nati.

Il mare c'era ed era meraviglioso. Ma non tutti da casa lo vedevano allo stesso modo. Chi non aveva la fortuna di essere in prima fila era costretto a guardarne un pezzetto attraverso il vicolo, o ad ammirarlo di traverso perché il balcone non era posto esattamente fronte mare.

 Io il mare lo guardavo attraverso il vicolo. Mi bastava per sentirne l'odore. Avevo però la visuale aperta sull'universo che si stendeva ai piedi del Montedolce, sul lato opposto al mare.

Sotto di me si muoveva una grande famiglia. Non erano zingari e non erano nomadi. Vivevano tra le lamiere e la loro esistenza somigliava alla nostra: anche loro possedevano solo un pezzo di mare. Nelle giornate di sole mia madre teneva le persiane abbassate a metà e la casa era sempre nella penombra;credo che volesse nascondere a nostri occhi la visione di quel mondo: ciò che le faceva paura era da escludere, oscurare. Nessuno ha mai parlato di loro. Erano invisibili sebbene almeno un centinaio di famiglie affacciasse su quell'enorme buco.

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Io ero curiosa e sognavo di poter incontrare un giorno qualcuno di loro. Di nascosto, tutte le mattine e tutte le sere controllavo che fossero accese le lanterne tra le lamiere per assicurarmi che quel pezzo di mondo non fosse sparito. Speravo che qualche bambino alzasse gli occhi verso la mia finestra e scoprisse che c'ero. Ma i bambini laggiù guardavano la terra e io non ho mai potuto incrociarne lo sguardo. Se almeno una volta avessero guardato per aria si sarebbero accorti dell'infinità del cielo e magari avrebbero capito che dopo la pioggia qualche volta compare un arcobaleno. Avevano la pelle e i vestiti puliti nonostante le disastrose condizioni igieniche in cui vivevano. A ora di cena le madri li richiamavano e loro sbucavano da qualche tana correndo come topolini affamati.

Per tutta la mia infanzia mi sono sforzata di capire l'architettura di quella costruzione,alla fine mi sono convinta che fosse un labirinto. Di notte gli uomini della comunità ne modificavano l'assetto in modo che, se qualcuno vi fosse caduto dentro, per caso o per curiosità, non avrebbe ritrovato la via d'uscita. Lo avrebbero squartato e diviso in tanti pezzi e si sarebbero nutriti della sua carne. E poi l'avrebbero condivisa brindando con vino rosso scadente. Io li sentivo ridere di sera. Erano felici. Di tanto in tanto qualcuno appiccava il fuoco all'erba secca intorno alle baracche e allora li vedevi correre e urlare senza comunque mai allontanarsi troppo. Rischiavano di bruciare vivi pur di proteggere il loro mondo.

Osservavo in silenzio la vita brulicante che si svolgeva sotto i miei occhi. Io che potevo giocare solo con i bambini che vivevano davanti, quelli che potevano abbracciare il mare, non parlavo degli invisibili. 
Un giorno, tornata da scuola, non ho più trovato le baracche. Non le aveva distrutte il fuoco, ma le ruspe chiamate da qualche osservatore silenzioso. Dove un attimo prima esisteva un universo di vita ora c'era niente. Non ho mai fatto domande davanti a quel vuoto che mi si apriva dentro e sotto i piedi. Mi piace pensare ad un bambino che scappando riesce per la prima volta a vedere il cielo.

1 commento:

Marcello Filotico ha detto...

un incipit molto interessante. Memorie comuni. Una grande immaginazione si trasfigura in piccoli segni. Si legge in un soffio leggero e mi riporta in quei luoghi fisicamente. E poi cominciano delle domande a cui forse non c'e` oggi una risposta. Dov'è` quel bambino, cosa e` diventato? Un meccanico, un professore, un allenatore di calcio, un venditore oppure un maresciallo di Marina? Ciao Antonella, il libro lo compro...