05 novembre 2013

Ragazza nuda" foto di Willy Ronis



di Gianni Quilici

Al centro della foto, lei, la ragazza. La bellezza della sua nudità non è data soltanto dal giovane corpo: il piccolo seno dal capezzolo eretto e il ciuffo ricco di peli nerissimi del sesso, o la pelle morbida ed ombreggiata e i lunghissimi capelli lisci, ma anche dal fatto che è stata colta nell’attimo felice, in cui si spazzola i capelli e con l’altra mano li sfiora, coprendo il volto che rimane così misterioso. 

Ne esce fuori una posa scultorea ed insieme naturale.

A questa giovanile scultorea bellezza fa da sfondo la cameretta nella sua espressiva autenticità. Un’autenticità che vive dalla semplicità degli oggetti che la arredano.
Mobili e infissi modesti, che richiamano quel lavoro artigianale fatto pazientemente  con il legno un pezzo alla volta.

Una foto domestica ed insieme erotica, di quell’erotismo limpido così difficile a farsi.

Willy Ronis. Ragazza nuda. Gordes (Provenza). 1971.

04 novembre 2013

"Storia della masturbazione" di J. Stengers e A. Van Neck



Autoerotismo: 
storia di un’ossessione

di Luciano Luciani

La storia millenaria della Chiesa ha conosciuto di tutto: l’eroica resistenza, con le conseguenti persecuzioni, al potere politico e l’alleanza con esso; la faticosa definizione di una gerarchia; scismi e Concili, eresie e antipapi… Sorprende, quindi, che all’interno della comunità dei credenti in Cristo, nel corso dei secoli, sia stato possibile dedicare tante delle proprie energie e intelligenze allo sforzo di confinare nella sfera dell’immoralità ogni manifestazione sessuale. Non c’è santo, Padre o Dottore della Chiesa che a questo aspetto della condizione umana non abbia riservato almeno una parte della propria riflessione e del proprio agire con l’obbiettivo di contrastare e condannare l’erotismo, non disdegnando talora di ricorrere anche alla repressione e al terrore. Nella perenne tensione della Chiesa a regolare e uniformare tutte le emozioni umane, anche le più private, le più intime, quindi quelle che attengono alla sfera della sessualità, ritornano ossessivamente soprattutto due comportamenti da normare e punire: la mollicies e il vitium sodomiticum.

Per una trattazione del secondo e della sua percezione nelle leggi e nel senso comune, rimandiamo alla sempre più fitte e documentate pubblicistica e letteratura di orientamento omosessuale. Per quanto attiene invece alla mollicies, ovvero la masturbazione, e l’ ossessione che essa ha costituito per legioni di teologi e moralisti, igienisti e psichiatri, questa Storia della masturbazione, opera di due serissimi storici della Libera Università di Bruxelles, rappresenta davvero “un quadro completo, esauriente, inquietante dei cambiamenti sociali, di come il corpo e il piacere siano stati il terreno di scontro e di incontro di ideologie, presunte concezioni mediche mai realmente documentate, visioni apocalittiche collegate alla religione” (Mazzuccato).

Chiunque compia la polluzione volontaria all’infuori del matrimonio, chiamata dai teologi mollities, pecca contro l’ordine naturale… La polluzione volontaria e compiuta in stato di veglia, tramite la manipolazione degli organi sessuali, l’evocazione di fantasie voluttuose, i cattivi discorsi o le conversazioni con donne o uomini, la lettura di libri impudichi o tramite qualunque altro mezzo, è peccato mortale.

Affermazioni siffatte le ritroviamo nella Somme des pechez, scritta nel 1584 del francescano francese Benedicti e rimandano al rigore controriformistico di una Chiesa profondamente coinvolta nel progetto radicale di una santificazione della vita quotidiana di tutti, su cui impegnare allo spasimo le autorità religiose e richiamare con intransigenza quelle civili.

La masturbazione è contra naturam e, come tale, condannata, un secolo dopo l’altro, dal fior fiore dei teologi morali: peccato contro natura per il domenicano Tommaso d’Aquino è la polluzione “che avviene senza unione carnale, per ottenere il piacere dei sensi”; “abominevole purulenza” la giudica Jean Gerson (1363 – 1429) teologo transalpino, filosofo e mistico, Doctor Christianissimus, che s’interroga in maniera accorata su come estirpare dall’animo dei fanciulli “quel peccato detestabile che chiamano mollities”. Per lui il peccatum molliciei fin dai più teneri anni non è colpa da sottovalutare: “anche se, per via dell’età, non è stato seguito da polluzione… ha distrutto la verginità di un bambino più che se questo, alla medesima età, avesse frequentato le donne”. Contro natura lo considera anche sant’Antonino da Firenze (1389 – 1459), il “campione della serietà”, arcivescovo di Firenze, teologo tardo scolastico e letterato. Un giudizio ribadito in pieno Rinascimento laico e libertino anche dal Cardinal Caetano (1469 – 1534), generale dell’Ordine domenicano e consigliere papale: le manipolazioni e l’eiaculazione volontaria costituiscono un peccato mortale.

Una condanna radicale che veniva da lontano e affondava le sue radici nientemeno che nella Bibbia, nella parola divina. Nella Genesi (38, 6-10), infatti, leggiamo che:

Giuda prese una moglie per il suo primogenito Er, la quale si chiamava Tamar.Ma Er, primogenito di Giuda, si rese odioso al Signore e il Signore lo fece morire. Allora Giuda disse a Onan: “Unisciti alla moglie del fratello, compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così una posterità per tuo fratello”. Ma Onan  sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra, per non dare una posterità al fratello. Ciò che egli faceva non fu gradito al Signore, il quale fece morire anche lui.
Dunque, Onan non vuole dare a Tamar un figlio perché, secondo il Levirato, (consuetudine ebraica secondo la quale se un uomo sposato moriva senza figli, suo fratello o il parente più prossimo doveva sposare la vedova), il loro figlio primogenito sarebbe stato considerato legalmente figlio del defunto. Preferisce, allora, masturbarsi o, come sostengono i più, praticare il coitus interruptus. Fatto sta che, in entrambe i casi, disperde il seme, contravvenendo, così, al disegno divino della discendenza. Un peccato gravissimo agli occhi del Dio giudaico che non esita a colpire Onan nel bene stesso della vita, la stessa che il secondogenito di Giuda aveva negato al figlio potenziale e mai nato.

A questo passo dell’Antico Testamento si era aggiunto, poi, san Paolo (5 – 67), il fondatore del Cristianesimo come religione universale, che in passo della prima Lettera ai Corinzi (6, 9-10) così aveva ribadito: “Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati (molles), né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio”. Molles, coloro che si dedicavano alle mollities.

È così che si aprì la caccia ai mastupratores, responsabili di un crimine enorme e orrendo. Una contrapposizione frontale alle mollicies che ha impegnato per secoli generazioni di confessori ed educatori, medici e tuttologi e che solo in tempi recenti, la seconda metà del secolo scorso, appena ieri, sembra aver perso la sua virulenza. In mezzo duemila anni di reprimende e sensi di colpa, frustrazioni e angosce, senza escludere rimedi radicali tra il bizzarro e l’atroce: per gli uomini, salassi, cinti antimasturbazione, legacci; per le donne, l’infibulazione e la clitoridectomia. Percepito, l’onanismo, come molto più maligno e rovinoso del coito e perfino degli eccessi con le donne: perché quello è guidata dall’immaginazione (che, si sa, è sempre pericolosissima!), questi sono figli di impulsi naturali e facilmente riconducibili a luoghi deputati, i bordelli, separati ma controllati, segregati ma sorvegliati dal potere, sia civile sia religioso.

E tra gli avversari conclamati dell’autoerotismo tanti che davvero non ci saremmo aspettati. Per esempio, Kant, il pensatore ai vertici del pensiero europeo tra il Secolo dei Lumi e il Romanticismo: “Niente indebolisce di più lo spirito e il corpo quanto quel genere di voluttà che si soddisfa da sé e che contrasta tanto con la natura umana” (Trattato di Pedagogia, 1803); anche Rousseau, il filosofo del sentimento della natura, non scherza: “quella terribile abitudine, la più funesta cui la gioventù possa mai soccombere”. Durissimo in materia il barricadiero Proudhon: “Un vizio vergognoso che decima la gioventù. Tolstoj nella Sonata a Kreutzer racconta come in collegio, a sedici anni, pur senza aver mai conosciuto una donna, pure avesse cessato di essere innocente: “La mia solitudine era impura. Soffrivo come soffre il novantanove per cento dei nostri ragazzi, provavo orrore, penavo, pregavo e ricadevo… Mi autodistruggevo”. Per Emmanuel Mounier “L’attività masturbatrice è un’attività deviata dal suo fine e privata della disciplina della realtà. Chi ne diventa schiavo agisce ormai senza scopo… la sua volontà è rovinata. La sua vita affettiva è dominata dalle componenti infantili, egoismo e violenza distruttrice… Mescola un brutale cinismo a una morbosa timidezza”, mentre lo scrittore antitotalitario ungherese Arthur Koestler non va oltre l’idea di contrapporre all’autoeroismo, inteso come “malattia”, una “cura” fatta di igiene, alimentazione appropriata, un sano esercizio fisico. Per non parlare di Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, sospettosissimo nei riguardi della masturbazione, che, a suo parere, comporta ogni genere di negatività: disordini nevrotici e nevrastenia, un’alterazione della normale potenza sessuale, la trasformazione del carattere un allentamento dei legami dell’individuo con gli altri una prevalenza della vita immaginaria sulla realtà, un mantenimento della condizione infantile…

Una lettura colta e avvincente, un ottimo antidoto contro la stupidità umana travestita da verità scientifica.



J. Stengers – A. Van Neck, Storia della masturbazione, prefazione di Francesca Mazzuccato, Odoya Bologna, 2009, pp. 237, Euro 16, 50

"Il cipresso" di Gianni Quilici




SENESE, foto di Gianni Quilici
Il cipresso non è un uomo, 
ma nasce, vive, soffre, muore.

Lo guardo. Lo guardo esteticamente.

Il primo aggettivo: alto e svettante, un fusto e una chioma.

Il secondo: compatto, raccolto, essenziale.

Il terzo: elegante e severo, senza fronzoli nel suo abito verde scuro,
 ideale per la sua bellezza austera e antica anche per i cimiteri.  

Il quarto aggettivo: collettivo. 
Che senso ha un cipresso in un campo o in un giardino?
 Come sono belli invece una fila di cipressi lungo un viale, o meglio ancora sul profilo di una collina! 
Ci sono zone d’Italia, il Chianti, il senese, in cui la fila di cipressi lungo un’altura verdeggiante sono diventate immagini simbolo di quella zona, così fortemente estetiche da diventare richiamo internazionale.  

L’incipit. “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti



di Gianni Quilici

L’inizio (ma anche il proseguo) di “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti è molto cinematografico. Leggiamolo:

Stavo per superare Salvatore quando ho sentito mia sorella che urlava. Mi sono girato e l’ho vista sparire inghiottita dal grano che copriva la collina.
Non dovevo portarmela dietro, mamma me l’avrebbe fatta pagare cara.
Mi sono fermato. Ero sudato. Ho preso fiato e l’ho chiamata. - Maria? Maria?
Mi ha risposto una vocina sofferente. - Michele!
- Ti sei fatta male?
- Sì, vieni.
- Dove ti sei fatta male?
- Alla gamba.
Faceva finta, era stanca. Vado avanti, mi sono detto. E se si era fatta male davvero?
Dov’erano gli altri?
Vedevo le loro scie nel grano. Salivano piano, in file parallele, come le dita di una mano, verso la cima della collina, lasciandosi dietro una coda di steli abbattuti.

Inizia infatti con un’azione, senza spiegare niente. Lo farà dopo. Ci sono personaggi: l’io narrante, la sorella Maria, un compagno, Salvatore, ci sono altri, di cui sappiamo soltanto che stanno correndo, che la corsa è competitiva, su una collina, attraverso campi di grano. Così come accade oggi in molti film, che hanno un preambolo, non, per intenderci, il “c’era una volta”.

Ed è un’azione in corso molto visiva, una mini-sequenza cinematografica, che si potrebbe leggere utilizzando diverse inquadrature: primo piano, campi medi e lunghi, con relativi montaggi, soggettive e oggettive.

Infine delinea uno stile, lo stile di Ammaniti, che percorre tutto il romanzo: l’azione diventa anche riflessione con se stessi e questa alternanza tra agire e pensare fa diventare il pensiero stesso azione.

In questo senso il romanzo è molto adatto anche agli adolescenti.
Primo per la ragione suddetta: l’azione-pensiero coinvolge sia in direzione narrativa che nella riflessione dei temi che sviluppa.

Secondo: questi temi sono attraversati da un ragazzino, che vive la fase di passaggio tra infanzia e adolescenza, e possono durare a lungo.
Ci ritroviamo infatti: l’immaginario dell’infanzia-adolescenza tra paura e bisogno di identificazione; le dinamiche di gruppo tra leader e gregariato, crudeltà e sofferenza, tradimento e amicizia; il desiderio di avventura e di scoperta; il progressivo e doloroso distacco critico da genitori non all’altezza; l’aderenza fisica ad un luogo e a una stagione;  il rapporto (inconsapevole) con la cronaca e la storia.

Niccolò Ammaniti. Io non ho paura. Einaudi editore.
       









01 novembre 2013

"La Chiesa e l’omosessualità: storia di un’intolleranza millenaria" di Luciano Luciani



Quella contro il vitium sodomiticum è la storia di un’intolleranza millenaria che affonda le sue radici nelle Sacre Scritture. 

Accanto ai celeberrimi episodi di Sodoma e Gomorra vanno aggiunti quelli dell’annientamento dei Gabaiti e Beniamiti a causa del loro orientamento sessuale.

 In assoluta coerenza con le indicazioni dell’Antico Testamento la Chiesa ha sempre riguardato con autentico orrore alla sodomia. Al Levitico biblico (Cum masculo non commiscearis coitu femineo quia abominatio est) si aggiunsero poi san Paolo e sant’Agostino (flagitia quae sunt contra naturam, ubique ac semper repudianda ad punienda sunt, quia Sodomitorum fecerunt… quod a tanta immunditia Angeli fugiunt ac demones etiam oculos claudunt)) che influenzeranno pesantemente il legislatore civile che non avrà particolari remore a comminare la pena di morte: in genere, il rogo, come nella legislazione ebraica, oppure la decapitazione. 

Le Novellae Constitutiones di Giustiniano definiscono l’omosessualità diabolica atque illicita luxuria… impia et nefaria actio, quae ne a brutis quidem animalibus invenitur commissa, sempre capace di suscitare la iusta Dei ira et vindicta e quindi estendeva alla sodomia l’identica pena della decapitazione con la spada prevista per l’adulterio. 

Mezzo millennio più tardi san Pier Damiani (1007 – 1072), teologo, latinista illustre, cardinale e Dottore della Chiesa cattolica nel suo Liber Gomorrhianus, scritto soprattutto per contrastare la diffusione dell’omosessualità tra il clero, porterà ulteriori, definitivi argomenti nella condanna del vitium contra naturam. Agli occhi del santo eremita la sodomia è velut cancer che porta con sé il disfacimento del corpo, la rovina dell’anima, l’abbrutimento della carne, l’annientamento della ragione, l’espulsione dello Spirito Santo e la comparsa del demonio tentatore. Tuona contro “l’abominevole peccato della maledetta sodomia” anche il santo francescano e predicatore insigne Bernardino da Siena (1380 – 1444), invocando sui sodomiti gli stessi castighi biblici: “O fuoco di Dio, come non discendi tu di cielo, a ciò che tu dibrugi tutti questi paesi!”.

L’Alto e il Basso Medioevo non offrono in materia altro che un susseguirsi di orrori teologici e mostruosità giuridiche con tutto il loro carico di tragiche conseguenze: il diritto ecclesiastico e quello civile fanno a gara nel precisare, con una cura maniacale del dettaglio, gli ambiti della trasgressione del crimen sodomiae per reprimere, controllare e punire un peccato individuato come foriero di molte e gravi disgrazie, la guerra e la peste, la carestia e i disordini civili. Non fa, dunque, meraviglia constatare come gli statuti dei principali Comuni italiani - Milano, Roma, Firenze, Ferrara, Trieste, Belluno senza escludere comunità più piccole – trattino la sodomia come oggetto di solenni condanne e punizioni esemplari.

Un breve florilegio di mostruosità legali, tutte figlie dei “luminosi” anni rinascimentali, basti e avanzi al Lettore: a Milano, Pavia e Vigevano la legislazione comunale prevede il rogo per i sodomiti; a Reggio Emilia è contemplata l’impiccagione, il rogo del corpo e una multa; sempre in Emilia, a Scandiano, i colpevoli siano bruciati, ma se minori di quattordici anni soltanto duramente frustati in pubblico. A Urbino i sodomiti maggiori dei vent’anni siano bruciati, se minori di vent’anni condannati a una multa e, se insolventi, fustigati pubblicamente. Più mite il legislatore in quel di Firenze, che, per una prima trasgressione, prende in considerazione pesanti multi e pene corporali, in caso di recidiva condanna a morte o a remare a vita nelle galee granducali. A Roma, va senza dire, il sodomita, se riconosciuto colpevole, sale sul rogo.

Con tali fondamenti del diritto si infittiscono durante il XVI secolo le condanne: roghi di omosessuali vengono innalzati nelle principali città italiane – Genova, Bologna, Milano, Venezia, Firenze, Roma, Palermo… - e anche nei centri minori. Una cupa, accanita, follia persecutoria a cui non fanno da schermo né l’età e neppure l’appartenenza sociale, tetro prodromo all’incombente demonopatia, la caccia alle streghe, che di lì a pochi decenni non risparmierà nessun angolo dell’Europa cattolica o protestante. Tra le vittime illustri, un mite e dotto umanista, Jacopo Bonfadio (1508 – 1550), docente di filosofia all’università di Genova: mal visto dalle potenti famiglie genovesi degli Spinola e dei Fieschi per i giudizi contenuti nella sua opera più importante, gli Annales Geneundis, fu accusato di aver intrattenuto rapporti omosessuali con un suo studente. Condannato, fu decapitato e il suo corpo arso. Durissima, dunque, nei modi e nei numeri, la repressione dei comportamento omosessuali. 

I risultati? Modesti. Se al tempo di Dante, la stimmate sodomitica è percepita come propria di categorie di individui socialmente o intellettualmente elevate, soprattutto “cherci/ e litterati grandi e di gran fama,/ d’un peccato medesmo al mondo lerci./” (Dante, Inferno, XV, 106-108), due secoli più tardi l’attenzione a essa riservata dagli Ordinamenti comunali ne indica l’ampia diffusione tenuta d’occhio con sempre maggiore preoccupazione dalle autorità laiche e religiose.

A scorrere l’elenco delle condanne capitali per sodomia eseguite nel corso del XVI secolo, non si può fare a meno di costatare come tutte le aree della società siano coinvolte in tali consuetudini sessuali: non solo preti e letterati, ma anche garzoni e figli di famiglie abbienti, staffieri e vinattieri, tessitori e soldati. E, nonostante le condotte omoerotiche siano ovviamente diffuse in tutta la penisola, è a Firenze che, secondo il senso comune, sembrano trovare la loro terra d’elezione: non è un caso che in Germania, in età rinascimentale, fiorentino sia sinonimo di sodomita e florenzen, ovvero “fiorentineggiare”, corrisponda a un più che esplicito “fare l’amore alla fiorentina”. Una fama che la città toscana poteva, comunque, tranquillamente spartire con Roma, Milano, Bologna, Genova, Venezia, Palermo…

In questo scenario, un ruolo decisivo, ad maius peccatum evitandum, è attribuito alla prostituzione e alle sue protagoniste, le puellae lupanaris, soprattutto se concentrate nel bordello, regolato e controllato. Agli occhi delle autorità del tempo la frequentazione delle prostitute rappresenta la migliore misura di contenimento delle violenze sessuali diffuse e una valvola di sfogo , socialmente accettata o almeno tollerata, per un sempre maggior numero di giovani maschi costretti a rimandare sine die, e a volte per tutta la vita, il matrimonio a causa di condizioni economiche inadeguate.

Contrastata e repressa l’omosessualità, orientata e finalizzata l’eterosessualità, nel corso di almeno due secoli, le classi dominanti del nostro Paese, impegnate nel faticoso e contrastato processo di accentramento del potere nelle mani di un unico principe, si posero l’ obbiettivo di governare non solo la sfera politico religiosa dei propri dominati, ma anche quella della disciplina della sessualità, consapevoli che “chi controlla l’erotismo dei sudditi possiede le chiavi della sopravvivenza del corpo sociale (Saba Sardi).






30 ottobre 2013

"Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi



di Gianni Quilici
  
Sostiene Pereira è un romanzo con una voce che senza volere s’impone : quella del protagonista.

Una voce che ha una sua musicalità: soprattutto per la ripetizione continua di quel “sostiene Pereira”, ma anche per elementi narrativi assillanti: il caldo torrido e il ventilatore, l’omelette alle erbe e la limonata con molto zucchero. Leit motiv, formali e nello stesso tempo sostanziali, perché contribuiscono a delineare  una città e un personaggio .

Una voce che trasmette dei sentimenti articolati, che diventano poi attimi di poesia: la malinconia, di chi vive nel ricordo, nel ricordo della moglie, con la cui fotografia continua ancora a parlare, o della giovinezza viva e spavalda; la stanchezza (e la pigrizia, anche sessuale) di chi deve portarsi dietro un corpo grasso, flaccido e sofferente di cuore; un senso di morte (e dei morti) attraverso anche una complicità letteraria; il compiacimento per essere il responsabile della pagina culturale del quotidiano del pomeriggio  “Lisboa”, ed infine una percezione contraddittoria tra la scelta di neutralità politica nella Lisbona del 1938 sotto il fascismo di Salazar e nello stesso tempo il senso di  inquietudine per la semimilitarizzazione della città, per le voci che corrono di delitti del regime contro lavoratori e manifestanti.

E’ questo contrasto che dà forza alla trasformazione di Pereira, che si trova interrogato, criticato e coinvolto, che vede coi suoi occhi ciò che prima non voleva vedere e che sceglie, che agisce, che si responsabilizza rispetto alla sua terra e alla storia, aiutato da incontri, parole, fatti, che hanno una radice in lui già all’inizio, quando difende la sua neutralità e quella del giornale rispetto alla politica.

Ed è un personaggio,  quello di Pereira, mediato. Non scrive in prima persona, ma viene tradotto da chi lo, per così dire, lo trascrive (Antonio Tabucchi) . Un personaggio che, pur essendo colto sul versante letterario, spesso non sa interpretare le ragioni di ciò che ha pensato e fatto; che, a volte, rifiuta di raccontare ciò che ha provato, perché si prefigge di far conoscere soltanto una parte della sua esistenza, quella più pubblica. Un personaggio quindi, articolato e poetico, con uno spazio di mistero, che ti cattura perché reso nel tumulto di questa trasformazione.
 
Ma tutti i personaggi del romanzo hanno una loro precisa caratterizzazione, scolpiti senza ambiguità: a favore del regime, come il direttore del Lisboa o la portiera, o decisamente contrari come il dottor Cardoso e padre Antonio…

Su tutti forse Marta è il personaggio più intrigante, perché è quello che, agli occhi di Pereira, appare il più desiderabile e misterioso come si evince dal primo momento che la vede:” La ragazza che arrivò, sostiene Pereira, portava un cappello di refe. Era bellissima, chiara di carnagione, con gli occhi verdi e le braccia tornite”.


Sullo sfondo il fluire della vita di una Lisbona sfavillante nella sua bellezza, ma anche   cupa nella sua ottusa, opprimente ferocia fascista. La bellezza vive in quei sentimenti veri e contraddittori che corrono nel romanzo e che lasciano il desiderio di viverli o ri-viverli anche a noi lettori.

Antonio Tabucchi. Sostiene Pereira. Feltrinelli editore. 

28 ottobre 2013

“Antologia di un urlo” di Nico Parente

Antologia di un urlo
di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

La collana Horror Project diretta da Daniele Francardi si arricchisce di un piccolo gioiello, che nasce da una tesi di laurea scritta con competenza da Nico Parente per diventare una miniera d’informazioni per ogni appassionato.

Come sottolinea il professor Marcello Aprile si tratta di “un lavoro serio e scrupoloso, al tempo stesso leggibile e interessante, che ci aiuta a ricostruire uno spaccato di un lato molto sottovalutato della storia italiana recente”. Non solo, è “un corposo manuale, un’enciclopedia della paura con informazioni che vanno dalla letteratura al cinema”. Fin qui l’opinione del docente.

Nico Parente è un giovane saggista, classe 1986, ha il difetto che caratterizza gli autori alle prime armi – pur dotati – di voler mettere troppa carne al fuoco. Il materiale è sovrabbondante: Edgar Allan Poe, Mary Shelley, H. P. Lovecraft, Bram Stoker, Alda Teodorani (intervistata), la narrativa gotica, Tiziano Sclavi… Il terrore su grande schermo, analizzando per sommi capi il cinema di Riccardo Freda, Mario Bava, Lucio Fulci (ringrazio per il mio Filmare la morte in bibliografia), Antonio Margheriti, Ruggero Deodato, Dario Argento, Luigi Cozzi, Joe D’Amato, Lamberto Bava…

Corposa la parte dedicata alla critica dei film più importanti, ma ancora più interessante la sezione interviste, fusa in un solo corpus narrativo. L’autore ha avvicinato: Ernesto Gastaldi, Dardano Sacchetti, Edoardo Margheriti, Ruggero Deodato, Barbara Magnolfi, Eleonora Giorgi (ve la ricordate protagonista di Inferno?), Sergio Stivaletti, Marco Weba, Luigi Cozzi, Antonio Tentori. Il lavoro termina con un’appendice dedicata al fumetto e alla musica, divagando sulle fascinazioni horror dei generi popolari.

Antologia di un urlo non ha il pregio di essere un lavoro unico dedicato a questo tipo di suggestioni. Il lettore può approfondire gli argomenti trattati consultando opere di Luigi Cozzi, Antonio Tentori, Antonio Bruschini, Roberto Poppi, Rudy Salvagnini, Manlio Gomarasca, Davide Pulici, persino qualche mio libro, ma l’elenco sarebbe interminabile.

Nico Parente ha il vantaggio della scrittura fluida, del taglio 
informativo, della facilità di approccio con il lettore. Si rivolge a chi non conosce la materia e divulga il verbo dell’orrore, con stile secco e asciutto, senza fronzoli da critico impegnato e soprattutto senza pregiudizi. Un libro interessante per il neofita che vuole avvicinarsi al mondo dell’horror italiano, scritto da un autore così bravo a maneggiare la penna (la tastiera, padon!) che sto tentando di convincerlo ad aiutarmi a redigere il quinto e (per me) faticoso volume sulla Storia del Cinema Horror italiano

Non sono più molto giovane e credo che Parente conosca meglio di me i talenti dell’ultima generazione che andranno a comporre l’ultimo tomo della ricerca.

Nico Parente
Antologia di un urlo
UniversItalia – Collana Horror Project
Pag. 430 – Euro 30,00
Edit

27 ottobre 2013

"Il bambino di Essauira" di Sergio Tori




di Gianni Quilici

Di Sergio Tori ho scritto in precedenza quando ci aveva lasciati a poco più di 50 anni. Lo avevo definito foto-poeta. Del poeta scrivevo “aveva il sentimento bruciante delle 'cose', la trasfigurazione metaforica, la forza ritmico-musicale”.
Del fotografo vorrei ragionare in questo blog.

Sergio fotografava da sempre nei suoi numerosi ed errabondi viaggi nel mondo; ma sopratutto dalla fine degli anni '90 questa passione era diventata ancora più divorante e professionale. Era entrato a far parte del Circolo fotografico lucchese “PhotoLife” nel 2001 ed aveva iniziato ad esporre. Mostre a Lucca e, ogni anno, a Montecarlo, al Teatro dei Rassicurati, e infine nel 2003 a Milano e a New York. 

Per non scrivere astrattamente scelgo una sua foto qui riprodotta (“Il bambino di Essauira”) che è quella che a me pare la più poetica e complessa anche formalmente.

Ad un primo sguardo colpisce quel sentimento di libertà che il bambino che corre (colto col piede alzato), i gabbiani che volano distendendosi con le loro ali, l'orizzonte stesso indefinito esprimono con rara efficacia.

Questo sentimento liberatorio, osservando con più attenzione la foto, viene “esaltato” da due aspetti: la simbolicità maggiore che il bambino e i volatili acquistano nello scatto in campo lungo e in controluce, con il quale diventano quasi delle silhouette; la bellezza formale dell'inquadratura, che si divide cromaticamente (bianco-nero) in due parti più o meno uguali e in contrasto tra loro. 

 Risultato: una foto che, per un verso, si avvicina all'astrazione della grafica (molto moderna); per un altro verso è invece non solo concreta, ma poetica (la cattura dell'attimo bressoniano).

Sergio Tori. Il bambino di Essauira. Marocco.
                                                                                   



16 ottobre 2013

"Le nu provençal" di Willy Ronis

di Davide Pugnana
Si sa: la prima regola per una corretta lettura del 'testo' fotografico è la scelta di un lessico critico che rifugga dalla terminologia propria della pittura. Provenienti da processi creativi opposti, lingua della pittura e lingua della fotografia rischiano di darsi battaglia dentro lo spazio di un comune telaio lessicale.
  Ma è pur vero che non esiste 'scatto' che non (s)muova depositi inconsci di immagini della tradizione figurativa: la forma e la luce di una mela fissata dall'obiettivo recherà in sé fatalmente la cifra di Caravaggio e di Cézanne, al di là del giorno e dell'ora. Il nudo di donna al bagno di Ronis è esemplare del dialogo fecondo tra pittura e fotografia.
 Lo vediamo d'acchito, spingendo l'occhio nella fessura voyeuristica nella quale l'autore ci costringe: quel taglio prospettico obliquo, risolto nello scorcio della sedia che fa d'abbrivio al racconto e costruisce la spazialità di una bolla intima. 
Ma l'immagine non si apre solo allo spazio; la fotografia è arte del tempo, come la pittura. La sua fissità è sostanza apparente. Il suo tempo è il disporsi muto degli oggetti e del gesto ben oltre l'attimalità della cronaca quotidiana. 
Nel disporre la composizione, Ronis trova continuità temporale nella diagonalità sedia-brocca che riecheggiano a distanza per evocare la profondità. E il tempo è anche la narrazione della luce e dell'ombra. Impariamo tutto da quell'effondersi pulviscolare di una luce di calce e miele, implacabile e lenticolare nel dire le rugosità striate del legno; il mortaio dimenticato nell'angolo; le piastrelle irregolari; il residuo d'ombra umana, in corsa oltre il campo visivo; fino al catino incandescente e pericolosamente in bilico. 
Così non rimangono inespresse alcune finezze prossime all'astrazione, quali: l'eco replicata, dal basso verso l'alto, delle geometrie circolari del tappetto e dello specchio, passando per i dischi della struttura in ferro, quasi metafore del tempo immobile e pausato della stanza; e al centro la posa, l'accademica posa neoclassica da Venere al bagno che Ronis sottrae alla tentazione del ritratto per farle riassume in sé tutte e donne.
 E' qui lo schiaffo della luce sui capelli, sulle spalle e le scapole gracili, lasciato come una frusta a precipizio nel conteggio arcuato delle vertebre e delle costole in penombra, fino alle piante dei piedi, classicamente disposte secondo il contrapposto di una gamba in tensione e l'altra lasciata flessa e libera. 
Tutti questi elementi, fusi in uno scatto vertiginoso, rendono la foto di Willy Ronis la più 'degasiana' del Novecento. Non una citazione o un omaggio fotografico al pittore francese; ma un'assimilazione profonda della sua visione pittorica nella logica formale di costruzione dell'immagine fotografica. 
Ronis supera così l'immediatezza e la casualità del 'clic' fotografico recuperando la causalità intenzionale del classicismo di matrice degasiana, quello del sincretismo spazio-luce-figura. 
Willy Ronis. Le nu provençal. 1949



"La scena" di Cristiana Comencini






di Michela Del Testa




Un turbinio di vita, così viene da definire “La scena”, nuovo lavoro teatrale scritto e diretto da Cristina Comencini, rappresentato in prima nazionale al “Teatro del Giglio” di Lucca.

Un turbinio che sviscera ogni sentimento della vita di una donna: l’amore, la paura, il dolore, l’amicizia e tutta la fragile forza femminile di questo mondo, legata però inesorabilmente alla sfera maschile, temi che da sempre si riscontrano nell’opera letteraria, teatrale e cinematografica della Comencini.

Ad incarnare tutte queste sfaccettature due creature l’una l’opposto dell’altra, l’una la complementarietà dell’altra, interpretate da due delle più eclettiche attrici del panorama italiano: Angela Finocchiaro e Maria Amelia Monti. Tutto prende vita da una scena che Lucia, interpretata da una splendida caratterista quale è Angela Finocchiaro, attrice professionista, deve recitare l’indomani e che per questo prova di fronte a Maria, amica d’infanzia con la quale si confida e si confronta da sempre. L’interpretazione delle due donne della medesima scena è totalmente diversa, come diverse solo le protagoniste: una seria, legata al suo lavoro e con un passato sentimentale che l’ha resa guardinga verso l’intero mondo maschile; l’altra fantasiosa, spensierata, passionale come la serata che ha appena trascorso con un giovane trentenne, interpretato dal giovane e promettente Stefano Annoni, improvvisamente si presenta in mutande, desideroso di conoscere l’universo femminile , ma anche di farsi conoscere e di far conoscere quindi i sentimenti e i pensieri di un uomo.  Così, ben presto dalla scena teatrale si entra poco a poco nella vita reale e nelle diverse interpretazioni che le due donne ne danno. Visione, non più esclusivamente femminile, bensì profonda analisi dei rapporti tra uomo e donna, tra genitori e figli, aprendo a ben più vasti orizzonti ed eliminando, man mano che la discussione tra i tre personaggi va avanti sempre in modo brillante e senza assumere mai toni pesanti o grotteschi, il concetto di colpa e di chi sia effettivamente il carnefice o la vittima nei rapporti tra i due universi.

L’opera ha un ritmo serrato, sapientemente calibrato, è ricca di umorismo, mai banale e lo stretto legame tra vita immaginaria e reale, che continuamente si avvicenda sul palcoscenico, crea un turbinio di incalzanti emozioni che assorbe lo spettatore fino alla fine.

LA SCENA
di Cristina Comencini
Regia Cristina Comencini
Scene Paola Comencini
Costumi Cristiana Ricceri
Disegno luci Sergio Rossi
Con Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti, Stefano Annoni
Compagnia EnfiTeatro

  










15 ottobre 2013

"Hannah" di Beppe Calabretta



 L’insondabile mistero di Hannah

di Luciano Luciani

A vent’anni dalla sua prima raccolta di racconti, (Epolenep, Nerosubianco, Lucca 1993), Beppe Calabretta torna alla narrazione breve, individuata come la forma espressiva più adatta a illuminare il nostro presente, le sue contraddizioni e angustie.

Dodici i racconti, tutti dalla parte dei più deboli: anziani, adolescenti di ieri e di oggi, giovani dalla figura sociale incerta e fragile, anziani, donne… A testimonianza di una radicata ispirazione civile, mai contraddetta nella ormai lungo e meritorio lavoro di scrittura di questo Autore calabro-toscano dalla parola netta e comunicativa.

Ed è Hannah, il racconto eponimo, quello che dà il titolo all’intera antologia, a rimanere più e meglio nella memoria e nel cuore del Lettore: la storia dell’incontro, amicizia e separazione di due vite in ricerca. “Galeotta” Lucca, città dal fascino sottile che non ti aspetti mai, che ti sorprende sempre con le sue piazze, le sue strade al gusto di Medioevo, le chiese, le leggende dei suoi santi e delle sue donne famose.
Al solito un uomo e una donna: lui un Calimero venuto dal sud che cerca senso e appartenenza in una militanza politica indefessa e coerente; lei, una ragazza “senza tetto né legge” dalle origini lontane, tormentata da inquietudini esistenziali e familiari. Due tipici esponenti dei giovani e delle ansie di quella generazione sbrigativamente definita del “sessantotto e dintorni”: lui tempra la sua voglia di libertà con le pratiche quotidiane della politica, immergendosi in toto nella storia del suo tempo; lei, invece, più fragile, più mossa, più tenera e tagliente insieme, senza certezze, provvista solo della forza di un’antica saggezza, vorrebbe volare. E una sera si arrampica in cima a una famosa colonna, mimando il volo e suscitando così lo sgomento del suo compagno, più impacciato, più terrestre più legato alla concretezza ma anche alla prosaicità del quotidiano.

Ecco Hannah è la storia di un’amicizia inconsueta, difficile: “Lo sapevamo noi di che filo era fatta la nostra tela e ci bastava”. Forse perché entrambi erano venuti da lontano, in fondo stranieri in una terra straniera.

E alla fine sarà lei, l’anima meno rasserenata, a partire di nuovo alla ricerca delle proprie, problematiche radici.

Le anse, le pieghe, gli anfratti di questa storia d’amicizia e d’amore sono esplorati con attenta sollecitudine da Beppe Calabretta anche grazie a un linguaggio ora scabro e realistico, ora fortemente evocativo del mistero di Hannah. Sempre comunque capace di descrivere gli scenari magici della “città murata” e i sinuosi sviluppi dei sentimenti.
Muto testimone del trovarsi, prendersi e separarsi dei protagonisti la statua di San Michele arcangelo, che svetta sulla chiesa omonima e della piazza sottostante controlla, da quasi un millennio, amori e affari, traffici e sentimenti.
San Michele arcangelo, vincitore, ancora una volta, sul drago della solitudine e del disamore.


Beppe Calabretta, Hannah e altri racconti, prefazione di Antonio Seracini, Bonaccorso editore, Verona 2013, pp.100, Euro 12,00

" Priebke e la mia nonna Pipina" di Caterina Donatelli



foto di Caterina Donatelli
Questa mattina ascoltavo su radio3 l’avvocato di Priebke ripetere le volontà del suo assistito, così mi sono ricordata del racconto di mia nonna Pipina, che scrissi tempo fa: credo ci sia differenza tra un soldato che ‘eseguì solo degli ordini’ e un capitano delle SS che ha agito perseguendo un obiettivo politico non solo in quel preciso periodo storico, ma per tutta la vita, dato che non ha mai tolto la divisa interiore, da gerarca nazista!
Il revisionismo storico strisciante che si manifesta in queste circostanze è un assassinio a mani fredde, della memoria!




Storie semplici

Da piccola nessuno mi raccontava le favole; non conoscevo i sette nani di Biancaneve, né le scarpette di vetro di Cenerentola, o le avventure spericolate del Gatto con gli stivali, c’era qualcosa di più speciale da raccontare: c’erano le storie di famiglia. Storie semplici, rubate all’infanzia di mia madre e alla “grande casa gialla”, dimora colonica di tenaci mura in mattoni e ciottoli di fiume intonacate, pronte a contenere il palcoscenico vibrante del quotidiano, dove si esprimeva protagonista la vita, in un misto di tinte forti intrise di gioie, dolori, passioni e morte.
Adoravo sedere davanti alle sue ginocchia, o perdermi tra i bianchi capelli sottili e opachi dei nonni, quando decidevano di tirami dentro al microcosmo del loro passato; era un esercizio fecondo per l’immaginazione, oltrepassare le parole, lasciarsi catturare dal suono delle voci che mutava nella descrizione degli avvenimenti e scoprire negli sguardi, impalpabili veli di nostalgia.
Raccontavano di vite sconosciute, forse di sogni mai realizzati o di verità nascoste; una sorta di controstoria fatta di piccole cose, un cesto pieno di straordinari particolari secondari, che restituivano un circuito fiabesco di sentimenti, in un affollato mondo di presenze quasi mitologiche e simboliche, come nei quadri narranti di Henri Rousseau.
Molte di queste storie appartenevano al periodo della guerra: i soldati tedeschi, gli sfollati, i bombardamenti, le corse notturne nelle campagne per raggiungere i rifugi dove, pressati l’uno all’altro, si respirava l’odore aspro della paura.
Spesso, nei racconti di mia nonna riaffiorava il volto di un giovane soldato tedesco di nome Andrea; entrò nella sua vita per pochi giorni, ma bastò per lasciare nella memoria una traccia di malinconia che il tempo non fu capace di cancellare.
Era l’autunno del ’43, o del’ 44, gli alberi si preparavano ad assumere i colori caldi del tramonto, la natura è indifferente agli avvenimenti degli esseri umani.
I soldati tedeschi combattevano lungo la costa; spesso le truppe si ritiravano verso l’interno, forse per riposare e fare rifornimenti prima di ritornare al fronte, così capitava di averli attorno e in casa: Nin ci faciôie ni’ende¹, volevano solo un po’ di cibo, rubavano delle galline o qualche frutto.
A volte li sorprendeva a giocare con i bambini, ma bastava che passassero degli aerei tedeschi per vederli correre urlanti, tenendo le braccia in alto fino alla fatica, su e giù per le terre attorno a casa, come fossero loro stessi dei bambini.
Poi un giorno arrivò Andrea. Era mattino, il sole aveva da tempo illuminato le pareti; in cucina sul misero tavolo di legno, attendevano tre grosse tazze di latte caldo con vicino delle fette di pane, coperte dal tovagliolo di lino del corredo tessuto dalle sue mani, prima di maritarsi.
Lei trafficava nelle stanze con i figli appena svegli, sentì dei rumori e si affacciò sull’ uscio: poco lontano vide un carrarmato tutto crivellato di colpi, probabilmente era arrivato durante la notte.
Ne uscì un soldato con la divisa imbrattata di sangue, trascinandosi come un vecchio si avvicinò indicando con gesti mescolati a poche parole in italiano, il carrarmato dove c’era il suo camerata morto, non sapeva cosa fare; doveva restare lì e aspettare l’arrivo di nuovi ordini.
Lo guardò bene, era giovane, avrà avuto ventidue-ventitrè anni, i capelli spettinati un po’ scuri, due sopracciglia marcate, il corpo stanco segnato dalla paura: gli chiese se avesse fame, il ragazzo rispose di sì con la testa e così entrarono in casa. Disse di chiamarsi Andrea, questo era il nome che lei ricordava, in Germania aveva la famiglia, gli amici e voleva sposarsi, da tempo aspettava notizie da sua madre e dalla fidanzata. Jie friccicôje l’uecchie quande m’arcundôie di la mamme² .
Restarono a chiacchierare a lungo, il soldato aveva voglia di parlare, quella donna che lo ascoltava mentre sbrigava le faccende giornaliere circondata dai suoi bambini, i profumi semplici della cucina, tutto lo riconduceva a una normalità oramai dimenticata, probabilmente gli dava la sensazione di avere ancora una possibilità. Passò il giorno.
La mattina successiva arrivò una lettera, non erano notizie né della madre né della fidanzata, ma l’ordine di tornare al fronte, di tornare a combattere.
Corse da mia nonna, piangeva e tremava, con lo sguardo smarrito le mise la lettera tra le mani, lei non sapeva leggere, ma bastò poco per capire. Seguì un lungo silenzio. Ferma con i pugni sui fianchi abbassò gli occhi, sentiva il peso della rassegnazione che il ragazzo intimamente provava, allora con un gesto deciso, si arrotolò sulle braccia le maniche del vestito, pronta ad allontanare quella triste sensazione il più possibile.
Richiamò suo marito dai campi e gli disse di andare allo spaccio del paese a comprare la medicina per il sapone. Accese un bel fuoco, mise a bollire l’acqua dentro un’enorme pentola appesa al gancio annerito che dondolava al centro del focolare, poi aprì la credenza per preparagli il pranzo con quello che aveva - erano “a masseria”, una mezzadria feudale che obbligava la restituzione di parte dei raccolti ai padroni, ma quello che avanzava era sufficiente per sfamare tutti e per avere le dispense con qualcosa dentro, da mangiare.
Il soldato seguiva ogni operazione in silenzio, rapito, quasi assente, lasciò che i suoi occhi si abbandonassero ai movimenti precisi e rassicuranti della donna che, con il suo impegno e la sua presenza, stava tessendo intorno alla sua disperazione una tela di speranza. Quando mio nonno tornò dal paese, lei ordinò al ragazzo di togliersi la divisa di dosso e meticolosamente la mise a lavare nella tinozza con l’acqua bollente e la medicina. Sinnù ‘nzi scuticciôie³.
In fretta uscì e andò a raccogliere dei ceppi e della legna che mise ad ardere nel forno: quelle dua ci si cucioie lu pane4. Quando la cupola di mattoni divenne incandescente prese degli stracci bagnati, li arrotolò intorno ad un bastone e con bracciate energiche ripulì il piano dalle ceneri; strofinò con forza la divisa e la lavò per bene nella vasca dove si sciacquavano i panni, prese una sedia e la “cacciò dentro” al forno con lo schienale rivolto verso la semisfera e vi poggiò sopra i vestiti del soldato, che si asciugarono con il tepore.
Lo rivestì come si fa con un bambino, vide che mancavano dei bottoni ed allora si procurò la divisa del compagno morto e li ricucì uno per uno con il filo doppio, così non li avrebbe più persi.
Quando fu pronto gli mise in mano un fagotto con del pane, un tocco di prosciutto, del formaggio e un pezzetto di turrune chi li carracine5, un dolce ch’era riuscita a procurarsi per i suoi bambini, barattandolo con delle uova fresche.
A quel punto il soldato ruppe il silenzio e chiese a mia nonna un fazzoletto, lei prontamente andò in camera e dal cassetto del comò ne tolse uno tutto nuovo, era bianco, da uomo; il ragazzo lo prese, se lo passò tra le mani, sapeva di pulito, come fosse un oggetto prezioso lo mise delicatamente in tasca abbozzando un sorriso.
Si salutarono sulla porta e lei ricorda che disse: “Se mai campo, voi sarete i miei primi parenti”. E andò via. Camminava con la testa girata all’indietro e quando i tratti del viso non si distinguevano più, lentamente tirò fuori dalla tasca il fazzoletto bianco e  lo sventolò fino a quando non scomparve dietro agli alberi. Non è più tornato.
Una volta per provocarla le dissi: “Nonna! Hai dato da mangiare a un tedesco, i tedeschi hanno ammazzato la nostra gente”. Lei, con un sorriso strappato alla compostezza rispose: Ere sule nu bardascie6.

1 Non ci facevano niente
2 Gli brillavano gli occhi quando mi raccontava della mamma
3 Altrimenti non si pulivano
4 Quello dove si cuoceva il pane
5 Torrone con i fichi secchi
6 Era solo un ragazzo
ô ed û si leggano come eu ed u francese