La quaresima
dei sensi
Debole, come è noto, la carne. E ci sono stati tempi
in cui le esigenze del corpo, i suoi desideri, le sue pulsioni risultarono
oggetto di incomprensioni profonde e severe censure. Prendiamo il matrimonio:
per la Chiesa
non è che un remedium concupiscentiae
e i rapporti sessuali tra coniugi sono ammissibili solo al fine della
procreazione. Guai a desiderare troppo la propria moglie: ci si trasforma,
allora, in peccatori, in adulteri. Tra le lenzuola la donna ha l’obbligo di
mantenersi passiva, mentre l’iniziativa e qualsiasi altra attività sono
prerogative lasciate all’uomo che le deve, però, svolgere in maniera moderata e
senza particolare entusiasmo. Severamente vietate le pratiche contraccettive, abominevole
la sodomia, non solo omo ma anche eterosessuale, condannata come diabolica
insieme a tutte le altre pratiche (masturbazione, fellatio) con cui una donna avrebbe potuto tentare di legare
maggiormente a sé un uomo. Il Decretum
del vescovo di Worms a uso dei confessori informava dettagliatamente sulle
modalità della copula tra coniugi: “se l’accoppiamento è avvenuto da tergo,
alla maniera dei cani” era prevista una “penitenza di dieci giorni a pane e
acqua”.
È l’atto sessuale in sé, anche se legittimato dal
vincolo del sacramento del matrimonio, a essere peccaminoso. In fondo,
sentenzia san Tommaso, l’atto coniugale costituisce sempre un peccato e, ancora
un secolo dopo, il santo francescano e predicatore insigne Bernardino da Siena
(1380 – 1444) consiglia agli sposi che se proprio devono intrattenere tra loro
relazioni di tipo sessuale, lo facciano almeno come un dovere, evitando
qualsiasi godimento o soddisfazione carnale.
La Chiesa, con la sua organizzazione capillare, attraverso la
predicazione e l’esempio dei suoi esponenti migliori contribuì potentemente al
diffondersi di una concezione sessuofobica e sessuorepressiva, che se anche non
prevalse con pienezza sempre e dovunque, pure lasciò tracce profonde nel
costume e nella mentalità di generazioni e generazioni di europei. Per secoli,
irlandesi e inglesi, tedeschi, francesi e italiani plasmarono i propri
comportamenti sessuali secondo dettami che risalivano a monaci, eruditi, santi
e dottori della Chiesa medioevale. Per esempio, il Venerabile Beda (672 – 735),
il cui Penitenziale prescrive
inflessibili sanzioni per ogni manifestazione della sessualità: un anno di
digiuno per chiunque si macchi della colpa di un rapporto sessuale prima del
matrimonio; quaranta giorni di digiuno per un’erezione; sette salmi da cantare
immediatamente inginocchiati accanto al letto per una polluzione notturna e
altri trenta il mattino successivo appena alzati.
Non scherza nemmeno il santo benedettino francese
Oddone di Cluny (879 – 942) quando nelle sue Meditationes si interroga su come mai quanti rifiutino di toccare
gli escrementi o la materia purulenta che promana da una piaga, possano poi
desiderare di baciare quel “sacco di sterco” rappresentato dalla donna.
Le rivoluzionarie
cortigiane.
È destinata a durare a lungo la quaresima medioevale,
mentre nel suo seno cova, lentamente la lussureggiante primavera dei sensi del
Rinascimento. Un tempo ridotto, assai più breve del Medioevo, ma tale da porsi
come un momento imprescindibile ed eminentemente dinamico nella storia
dell’umanità. Con le sue specificità e le sue contraddizioni, le sue zone di
luce e quelle in ombra, i suoi protagonisti e, per la prima volta nella storia,
una ampia leva di protagoniste. Ovvero,
donne che, partendo da una posizione subordinata quant’altre mai come quella di
prostituta, seppero riscattare la loro condizione subalterna ed esercitare, di
fatto, un potere non indifferente nella arti, nella cultura, nella politica,
nella mentalità e nel costume. Un fenomeno che riguardò soprattutto la Penisola dove abbondavano
le corti che rappresentavano centri di ricchezza e sedi di opportunità
artistiche: qui molte occasioni si offrivano a donne intelligenti, ambiziose
spregiudicate. Una minoranza, certo, ma comunque capace di impressionare in
maniera indelebile l’immaginario europeo. Toccate in qualche misura da quella
educazione umanistica che aveva conosciuta la sua massima espansione tra il XV
e il XVI secolo, queste cortigiane, al canone consolidato della mentalità
tradizionale che le voleva filatrici, tessitrici, silenziose e caste, seppero
sostituire un ideale alternativo.
Quello desunto dalla lettura e rielaborazione
del Libro del cortigiano di Baldassar
Castiglione (1478 – 1529) per il quale anche alle donne competeva la conoscenza
delle lettere e della pittura, della musica e della danza: abilità e competenze
a cui non era disdicevole, anzi motivo di merito, che si accompagnasse una
conversazione vivace, arguta, colta. Forti di queste armi, oltre a quelle
seduttive, le cortigiane osarono apertamente mettere in discussione “la duplice
convenzione della castità e del silenzio femminile: esplicite, belle e
coraggiose, la loro descrizione della propria posizione sociale e sessuale
costituisce il fulcro del loro messaggio.” Ma durò poco, solo una breve stagione.
La loro “è una lotta destinata all’insuccesso, dato che, alla fine del
Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata
riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione
femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino”.
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