02 dicembre 2019

"Anche i Pisani sono esseri umani" di Luciano Luciani

                                                          Pagine da un libro d'improbabile pubblicazione
                                                          (prima puntata)
                           
                             

Pisa. L'ora del topo.

Arrivai a Pisa per la prima volta in una notte d'autunno di 47 anni fa. Mi ci condusse un treno improbabile: un localaccio in ritardo da Firenze, possibile destinazione Livorno, o magari Grosseto o forse anche La Spezia. Per me la Toscana, allora, era soprattutto Firenze e di lì ero convinto che si transitasse per andare da qualsiasi altra parte. All'atto della partenza da Roma l'idea di un collegamento diretto tra la Capitale e il capoluogo con la Torre pendente non mi aveva neppure sfiorato: così, complice anche una coincidenza sbagliata, allungai il viaggio di oltre due ore, mettendo piede, rintronato dal sonno, in una città appena uscita da un abbondante acquazzone notturno che aveva costellato di pozzanghere la piazza della Stazione e intasato più di un tombino. Mi accolse, dunque, una città acquitrino, mentre le nubi si diradavano, riapparivano le stelle e la luna faceva discretamente capoccella. 

Era l'ora del lupo, o meglio del topo: unico essere vivente visibile, infatti, un ratto di chiavica di stazza medio-grande, incerto se attraversare o meno il viale che mi/gli si apriva davanti e alle prese, presumo, coi problemi della tana allagata. Emerso dalle fogne, si proponeva come esclusivo plenipotenziario del locale Comitato per le accoglienze: appena al di là della strada ne intuivo la pelliccia umida e ruvida di peli spinosi, la lunga coda, un'aria vagamente seccata. La stessa mia mentre affrontavo il problema di attraversare quel piazzale impaludato senza inzupparmi scarpe e calzini evitando inoltre di incrociare troppo da presso l'abitatore della cloaca e di quella primissima alba.
 

Una breve corsetta appesantita dalla valigia piena di libri e del tipo omnia mea mecum porto e guadagnai i portici senza garbo della pisana Galleria Gramsci. Dieci, quindici, venti passi ancora con le scarpe mézze (termine che nel 1972 non conoscevo e che avrei imparato a usare negli anni a venire) e... "Nessun eroismo" mi ribadii. Allora, modesto ma decoroso, un po' malinconico, mi offrì ospitalità l'Hotel La Pace: per circa tre settimane - nomen/omen - la mia prima residenza nella nuova città.
 

Pisa l'avevo appena appena sfiorata e l'impressione non era stata granché. Ignoravo che quel posto così poco accogliente, per oltre sette anni sarebbe diventata casa mia, intensamente vissuta e altrettanto amata e detestata.

                                         Lavoro, non studio. Se Dio vuole, gli operai!
 

A Pisa non conoscevo nessuno e nessuno mi conosceva. Contrariamente a tanti miei quasi coetanei non arrivavo nella città toscana per frequentare i celebrati corsi di studio delle sue università. Un'onesta laurea in lettere moderne (il primo dei Luciani che si fosse mai addottorato!) l'avevo già conseguita l'anno precedente presso lo Studium Urbis: se mi ero mosso da Roma, dove ero nato e cresciuto e da cui raramente e sempre malvolentieri mi allontanavo, era per motivi di lavoro. Ero un insegnante. No, non un professore universitario, per carità. E neppure un docente di scuola secondaria di primo o secondo grado. E neanche un maestro elementare. No, io insegnavo nei Centri di Formazione Professionale, la misconosciuta figlia di un dio minore nel sistema di istruzione del Bel Paese. Ben più di oggi allora, quando le competenza in materia stavano faticosamente trasferendosi dal Ministero del Lavoro ai neonati Istituti regionali. Un settore già incoerente per via della pluralità dei soggetti che vi operavano - enti pubblici e privati; religiosi e sindacali; assistenziali e di pura speculazione - si trovava d'improvviso a dover ricontrattare tutto - sedi, strutture, finanziamenti, personale - non più con un solo interlocutore, ma con tanti quante erano allora le Regioni.
 

È in questa fase convulsa che l'Enaip (Ente Nazionale Acli Istruzione Professionale), per cui lavoravo presso il Cfp di Anzio Colonia (RM) - meccanici, saldatori, tornitori, disegnatori tecnici - in qualità di insegnante di cultura generale, accetta la mia domanda di trasferimento: nuova sede di lavoro, Pontedera, in provincia di Pisa e anche qui, vista la poderosa presenza della Piaggio, le stesse attività corsuali. Una promozione? A me, giovinotto, convinto, come molti del suo tempo, che, per immegliare il mondo, la classe operaia dovesse dirigere tutto, sembrava tale. In più da insegnante semplice ero stato promosso "coordinatore pedagogico", qualsiasi cosa volesse dire: di sicuro significava pochi soldi in più, nessun orario certo di lavoro e tante responsabilità extra, ma non m'importava. Quale migliore occasione di quella che mi veniva offerta per studiarli da vicino, conoscerli in carne, ossa e tuta blu, questi famosi operai sino a quel momento solo letti sulle pagine di Pratolini e Balestrini, portati sullo schermo da Gian Maria Volontè, cantati da Ivan Della Mea? Passavo dalla classe operaia dell'asse industriale Roma-Latina figlia dell'assistenzialismo della  Cassa per il Mezzogiorno, clientelare e che votava a destra, ai solidi e politicizzati operai nel cuore della rossa Toscana.

28 novembre 2019

"Le teste di carattere" di Franz Xaver Messerschmidt


nota di Silvia Chessa

Le teste di carattere, o Koepfe di Franz Xaver Messerschmidt (Wiesensteig, 6 febbraio 1736 – Presburgo, 19 agosto 1783): una scoperta tardiva e scioccante della particolare arte di questo scultore, perseguitato dai demoni notturni, i demoni delle proporzioni, ai quali, in una lotta impari e disperata, cercò di strappare il segreto che solo Dio detiene, ed ottenne di ricreare, almeno, in una sessantina di allucinanti busti, nei becchi umani distorti e allungati allo spasimo, lo sforzo immane di quella ricerca e delirante battaglia, personale e artistica.
Un caso lampante di Èudamonìa, o buona riuscita dei propri dèmoni.

18 novembre 2019

"Piccoli racconti di misoginia" di Patrice Highsmith


   
nota di Gianni Quilici           

Il primo racconto  troppo lineare. Il secondo migliore, ma scontato. “Che cosa ha fatto Patricia Highsmith?” penso. “Si è concessa una vacanza?”. 

Invece via via che leggo i racconti prendono forza fino a trovarne alcuni indimenticabili. Da diventare una trance de vie. Un po’ come succede in Giuseppe Pontiggia nei suoi racconti Vite di uomini non illustri.

I più belli sono: La donna oggetto, La puritana, La fattrice potente nella sua iperbolica e grottesca vicenda.  

Il campionario di donne che emerge, in questi diciassette racconti, è terribilmente feroce, da una ferocia  quasi matematica, da teorema pasoliniano. E’ come se Patricia Highsmith ci dicesse che non sempre i fatti della vita sono complessi o meglio che esiste una complessità lineare, cioè ripetitiva.

In altri termini queste donne sembrano segnate da un destino. Non si inventano. Sono quelle che sono:  finte invalide, vere assassine, mitomani, fatue, fanatiche, ossessionate,  vittime, carnefici. 

Patricia Highsmith. Piccoli racconti di misoginia. Bompiani



01 novembre 2019

"Questo il futuro che ci aspetta?" di Luciano Luciani


Giovani versus capelli bianchi

 Conoscete lo scrittore Antonio Manzini? È il romanziere che ha inventato il personaggio del vicequestore Rocco Schiavone, magistralmente portato sul piccolo schermo dall'attore Marco Giallini. 

Prima di raccontarci le avventure del suo stropicciato “eroe indagatore”, Manzini aveva scritto un libro, per tanti versi inquietante, intitolato La giostra dei criceti nelle cui pagine si ipotizza che importantissimi esponenti del nostro apparato statale concepiscano un piano, denominato “Anno Zero”, per abbattere un debito pubblico pericolosamente alle soglie del default finanziario. Un progetto tanto semplice quanto feroce: moltiplicare le dipartite degli anziani fruitori di pensione e così alleggerire la voce relativa alle spese sociali nel bilancio nazionale. 


Distopie fantapolitiche? No davvero! È notizia recente che un noto leader politico, già di professione attore comico (in verità meno che mediocre) riciclatosi come demagogo forsennato, abbia individuato un nuovo nemico da indicare alla sempre più numerosa specie degli odiatori seriali e sociali: gli anziani, parassiti della società da privare quanto prima del diritto di voto. Ecco, dopo i disgraziati sui barconi ora abbiamo un nuovo avversario da combattere: le donne e gli uomini coi capelli bianchi che con i loro trattamenti pensionistici farebbero mancare ai giovani i mezzi necessari per garantirsi un futuro dignitoso. 

Invece di prendersela con i veri detentori della ricchezza e quindi del potere - che so, per non parlare del solito Berlusconi mi vengono in mente i “paperoni” Luigi del Vecchio, patron di Luxottica: Giovanni Ferrero, il re della Nutella; Giorgio Armani, il più stilista tra tutti gli stilisti e via miliardeggiando...  -  il nostro arruffapopoli non trova di meglio che favorire un'altra frattura all'interno della società italiana: quella generazionale e dunque giovani contro vecchi. E così, oltre alla modestia degli emolumenti mensili erogati - 5,8 milioni di pensionati godono (si fa per dire!) di redditi da pensione inferiori o pari a 1000 euro - , agli acciacchi propri dell'età, a un sistema sanitario sempre più arcigno, al progressivo diradarsi delle gioie della vita e delle speranze, alle rughe sul viso e nello spirito, ora, dopo la livida lezione di un politico rancoroso, amplificata ad arte dai social media (si dice così?) i seniores dovranno imparare a guardarsi anche da figli e nipoti sempre più maldisposti verso quanti sono percepiti come i depositari di ogni bene materiale. Oggi da privare dei diritti elementari, domani chissà... Avversari da sterminare quanto prima per dividersi il bottino prima di entrare - cosa che prima o poi tocca a tutti - nel cono d'ombra della senilità.
 

Le uscite estemporanee del cinico e attempato Pennywise nostrano, oggi in grave difficoltà negli accidentati territori della politica italiana, non meriterebbero neppure una risposta se considerazioni pericolosamente simili non fossero apparse anche nella Gran Bretagna della Brexit e nell'America di Donald Trump. Dobbiamo cominciare a preoccuparci? Intanto ci torna in mente una considerazione del pittore e scrittore   Mino Maccari: “È pericoloso dare gratis ai giovani molte cose che costarono carissimo ai più anziani”.

30 ottobre 2019

“Il volto dell’amore” di Flavio Caroli


di Gianni Quilici

                           Flavio Caroli, è stata una delle  scoperte, a beneficio del grande pubblico, di Fabio Fazio. Scoperta benefica, perché ci troviamo di fronte ad un critico colto e acuto, appassionato e desideroso di comunicare con il pubblico e con  la capacità di saperlo fare.
Leggo “Il volto dell’amore”, e senza essere un critico d’arte, ne traggo benefici.
Perché?

                        Primo: Caroli ama delineare percorsi nella pittura, che, attraverso un tema, in questo caso l’amore, consentano di creare un filo che collega tra loro, con le loro specificità e differenze, secoli, correnti, pittori, senza ignorare, peraltro, la letteratura e il teatro.
                      
Secondo: l’amore viene trattato da Caroli nelle infinite possibilità in cui esso si può esprimere: dalla sensualità gaudente pagana degli affreschi pompeiani a quella introspettiva di Leonardo da Vinci, che non solo rappresenta, ma interpreta la psicologia  dell'amore; dall’amore sacro e familiare del Cinquecento all'amore naturale della pittura seicentesca e settecentesca; dall'erotismo lieve e carnale di Antonio Canova a quello magico e intenso di Francisco Goya; dal romanticismo risorgimentale di Francesco Hayez all'ossessivo tentativo di cogliere l'invisibile attraverso il visibile di Edgard Degas.
Alcuni dei percorsi segnano le tappe di un viaggio che vedrà le sue colonne d'Ercole sulla soglia del XX secolo, quando l'inconscio freudiano entrerà con prepotenza nella cultura occidentale.

                         Terzo: in questo percorso Flavio Caroli sceglie alcune opere, che a suo giudizio possono essere paradigmatiche, analizzandole con l’occhio di chi sa cogliere la complessità  nei suoi aspetti molteplici: storici, formali e  di senso.
                        
Quarto: Tutto questo consente al lettore, e al critico, una partecipazione attiva: di aggiungere o di tagliare, di polemizzare o di ampliare, perché Caroli ha il merito da una parte di essere esplicito nelle sue scelte e nei suoi giudizi; dall’altro di lasciare, anche a se stesso, la curiosità di giocare  creando nuovi itinerari dentro la storia dell’arte, come ha continuato a fare con altri libri. Non soltanto uno storico dell’arte rigoroso, ma anche giocoso, aperto e, per certi versi, smisurato.

Flavio Caroli. Il volto dell’amore. Oscar Mondadori. 2011.   
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29 ottobre 2019

"Lucca 1968: la cultura del movimento" di Gianni Quilici


Uno degli articoli tratti dal libro "E la vita cambiò - Il '68 a Lucca-" 
di autori vari. Carmignani Editrice

Che senza gli anni ’60 non ci sarebbe stato il ’68 è una banalità, tanto il pensiero è scontato. E’ soprattutto, infatti, a partire dagli anni ’60, che irrompe quel vento libertario che investe classi sociali e costumi, cultura e linguaggi fino ad invadere la politica. Anzi, si può dire che il vero '68 sono gli anni 60, compreso naturalmente il biennio 1968-69. Perché sono gli anni esistenzialmente più complessi, perché più aspro è stato il conflitto repressione-liberazione, perché la prima ondata di liberazione non è stata per niente legata a ideologie ossificate, perché anche il linguaggio è stato messo in discussione in molteplici modi e con una radicalità, che non è diventata però formalismo.

Per non farla troppo lunga, facciamo un esempio: il cinema.  Dagli inizi degli anni ‘60 esplode, infatti, un’ondata di film che rompono con il passato: il Free Cinema inglese e il cinema underground, la nouvelle vague francese e il nuovo cinema italiano, il cinema novo brasiliano e  i film della New Hollywood. Ecco emergere nuovi registi scandalosi e provocatori, visionari o anche sgrammaticati:  Cassavetes e  Mekas,  Rocha e  Oshima,  Godard e Truffaut, Resnais e Rohmer, Fellini e  Antonioni, Bellocchio e Bertolucci, Pasolini e Carmelo Bene e tanti altri ancora. E così si potrebbe dire per la musica, per le arti figurative, per il teatro, per il giornalismo, per la letteratura.

Primo scipero studentesco a Lucca

E tuttavia il movimento studentesco, che scoppiò impetuosamente e improvvisamente anche a Lucca, ha alle spalle un retroterra culturale modesto, prodotto di una società conformista, dove domina una cultura cattolico-democristiana e una scuola selettiva e classista che reprime creatività e partecipazione. Certo esistono in città punte avanzate, soprattutto individuali,  nella musica e nella letteratura, nella pittura e nel cinema, ma circoscritte al centro storico in un ambito sociale  di media e piccola borghesia.

Ci sono tuttavia alcuni avvenimenti politici internazionali e nazionali e  correnti di pensiero, che agiscono sotterraneamente in coloro che  frequentano le Università e anche in alcuni che saranno protagonisti del ’68 lucchese. In sintesi:
1) la guerra di popolo dei vietcong, che, in modo imprevedibile, oltre ogni logica di rapporti di forza,  sconfigge la grande potenza economico-militare degli Stati Uniti;
2) la presenza di esperienze cattoliche avanzate, come conseguenza del Concilio Vaticano II, e la grande influenza che avrà la pubblicazione  di Lettere ad una professoressa di Don Milani;
3) la presenza di un’avanguardia sindacale e operaia anche a Lucca, legata alla rivista dei Quaderni Rossi, che si sta organizzando nelle fabbriche più grandi del territorio;
4) il movimento dei beat lucchesi, che paradossalmente vive a Lucca una delle esperienze culturali più vive e avanzate e che per le qualità culturale e l’impatto provocatorio  dei suoi leader agisce profondamente nell’immaginario giovanile e non solo.  



La stragrande maggioranza degli studenti, che parteciperà ai movimenti del 1968-69 è però, a differenza di Pisa,  formata,  in gran parte, da studenti medi, ragazzi e ragazze giovanissimi,  senza bagagli culturali alle spalle e che scoprirà in quei mesi e in quegli anni le sue ideologie e il suo immaginario, le sue letture e i suoi maestri.
Ben presto su tutti dominerà la triade, tante volte gridata come slogan dei cortei, Marx, Lenin e Mao Tse Tung. Di Marx si legge soprattutto Il manifesto del partito comunista”, di Lenin il Che fare? e Stato e rivoluzione, di Mao Il libretto rosso e opuscoli specifici del suo pensiero. Sono letture molto ideologiche, non collocate nel contesto di un capitalismo avanzato, che muterà progressivamente e rapidamente condizioni di vita,  classi sociali, consumi e culture. Pochi di loro leggono e utilizzano i Quaderni dal carcere di Gramsci, necessari per capire la specificità italiana ( la formazione dello Stato e la questione cattolica e meridionale, la forma del Partito e il concetto di egemonia). Ancora meno vengono letti  Marcuse e i filosofi della Scuola di Francoforte, che avevano studiato quelle società di tardo capitalismo, di cui entrava a far parte anche l’Italia. Colpisce, invece, e colpirà sempre di più l’immaginario la vita politicamente avventurosa di Ernesto Che Guevara, la sua idea di rivoluzione permanente e la necessità di creare un “Hombre nuovo” e la sua immagine riprodotta in un manifesto  farà il giro del Pianeta ed è tuttora una delle icone simbolo del ‘900.
Molto importante è  la musica, come molti interventi hanno qui nel libro sottolineato. Perché la musica ha un’immediatezza in sé che la parola e l’immagine non possono avere. E quindi sia le canzoni dei cantautori nostrani da Guccini a Fabrizio De Andrè che quella gioiosa, rivoltosa, profetica che arrivava dai Beatles e dai Rolling Stones, dai Pink Floyd e Bob Dylan rappresentavano una visione del mondo “altra” rispetto al conformismo censorio e mortifero dell’Italia dominante. 
Il beat lucchese. Bruno Lugano
Non fanno, invece parte dell’immaginario e del dibattito lucchese, il cinema e la letteratura, che rimangono consumi privati, non sono oggetto ne’ di dibattito (se non in casi ristretti), ne’ soprattutto di attività produttive. Non ci sono a Lucca romanzi, racconti, poesie in quegli anni, non ci sono filmati e, purtroppo, non ci sono neppure foto, se non pochissime e casuali.
Certo c’è chi continua a leggere individualmente. E’ sempre vivo il mito on the road di Jack Kerouac e l’urlo di Allen Ginsberg, intriga l’erotismo vitalistico di Henry Miller o l’avventura mistica di Herman Hesse e forse anche la testimonianza intima del Mestiere di vivere di Cesare Pavese.
Vale un discorso simile anche per il cinema. Prima durante dopo il 68 escono film, molto diversi tra loro, che rappresentano i sentimenti e l’atmosfera di quegli anni: la rabbia e la fuga, il viaggio e  la rivolta, la lotta e i mutamenti di costume e di linguaggio. Film, molto diversi tra loro: Pugni in tasca, Fragole e sangue, Cinque pezzi facili, Woodstook,  Easy Reader,  If, Antonio Das Mortes, Blow up, “Teorema, Porcile,  ,Zasbrinski Point, 2001 Odissea nello spazio, Nostra signora dei turchi, Grazie zia. Mash, Festa per il compleanno del caro amico Harold, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Z l’orgia del potere, 12 dicembre e tanti altri. Alcuni di questi film sono stati certamente visti dai “giovanissimi sessantottini”, ma non hanno avuto spazio alcuno a livello pubblico come strumenti di riflessione e di confronto.

Forse l’unico personaggio che si impone, sicuramente nel dibattito nazionale, e, nei suoi limiti municipali, anche a Lucca, è Pasolini. Il regista-poeta-polemista, infatti, ha il coraggio e l’intelligenza sociologica da una parte di essere solidale con il movimento (realizzerà per Lotta Continua il film 12 dicembre), ma insieme di essere molto critico con la famosa poesia sugli scontri polizia-studenti di Valle Giulia a Roma. A rileggerla a distanza di tempo oggi,  al di là della modestia prosaica dei versi riconosciuta dall’autore stesso, va riconosciuto che Pasolini coglie alcuni dei limiti antropologici, oltre che culturali, del movimento stesso.  
In realtà in quegli anni tutte le energie ( o molte di esse) vengono concentrate nell’attività politica. La politica viene a coincidere, infatti, in buona parte con la vita, perché dentro la politica non ci sono soltanto riunioni, volantinaggio, assemblee, ci sono anche i rapporti interpersonali, sentimentali, sessuali. E c’è infine la propria identità in gioco in un confronto-scontro in divenire. C’è poco tempo per leggere o per scrivere, se non per ciò che riguarda strettamente la politica. 

27 ottobre 2019

"Voglio ringraziare Jack" di Maurizio Della Nave



Nel 1970 avevo 14 anni e durante quel novembre per caso ascoltai i miei primi due LongPlaying, “The Piper at the Gates of Dawn” ed “Atom Hearth Mother” dei Pink Floyd. Neppure un mese dopo mi capitò tra le mani una copia di “Sulla strada” di Jack Kerouac.

Quei due dischi li riascoltai spesso, talvolta mentre percorrevo il mio primo viaggio attraverso quelle pagine di Jack. Durante gli anni successivi ascoltai molti altri dischi e lessi molti altri libri, sempre seguendo un fiume in piena di emozioni e lentamente scoprendo mondi meravigliosi; qualche anno dopo avevo 19 anni e quel libro di Jack iniziò a dormire sotto la mia testa durante le mie prime lunghe fughe in autostop…

Forse, se non avessi ascoltati quei due dischi, se non avessi letto quel libro, se non avessi intrapreso mille viaggi attraverso tutte le direzioni che incontravo, adesso la mia immaginazione e la mia mente creativa non sarebbero state le stesse.

Dunque voglio ringraziare Jack. Certo, non solo lui, ma lui con quello e gli altri suoi libri ha dato il via al mio personale viaggio che sta ancora continuando crescendo esplorando… Un percorso che, lasciando poi Jack ed i suoi amici in lontananza, ha attraversato una manciata di anni, quei ’70 che mi hanno trovato troppo piccolo per il ’68 e forse un po’ grande per il ’77 e che mi hanno catapultato nel fantastico caos musicale e artistico degli ’80. Non avrei potuto desiderare o immaginare niente di più fantastico esaltante emozionante irripetibile sconvolgente! (Thanks a lot, life!)



Dunque voglio ringraziare Jack e molti altri, per avermi accompagnato, e devo ringraziare anche me per aver saputo ben camminare attraverso tutti quei mondi, senza troppi errori e con la capacità di accogliere esperienze con discernimento e profonda attenzione, tuttora assieme a tutte quelle musiche e tutti quei libri che si fanno sentire nella mia testa mentre vivo amo lavoro cammino creo osservo ascolto e poi tutto il resto…

 

"L'operetta italiana" di Luciano Luciani

Accompagnano l'ascesa del fascismo le melodie dell'operetta italiana

Piuttosto appannato oggi il fascino dell'operetta, la “piccola lirica” che nella stagione più piena del grande melodramma ottocentesco  cominciò ad alternare brani musicali, danze e parti dialogate: forse ci appaiono troppo rosati, evasivi e fiabeschi i suoi temi poco adeguati ai tempi complicati e difficili con cui ci troviamo quotidianamente a dover fare i conti. 
A partire da La rose de Saint-Flour di Jacques Offenbach, 1856, le melodie di questo nuovo genere teatrale, specchio della società borghese di cento e passa anni fa, una Belle Époque carica di attese ottimistiche, accarezzano ancora piacevolmente l'orecchio, nonostante l'irrimediabile caduta di tante aspettative, di tante attese ottimistiche sorte in tutta Europa tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del secolo scorso. 
Una meteora luminosa e breve l'operetta, legata a particolarissime condizioni, piuttosto rapida la sua stagione. Però, le immagini che evoca hanno i colori vividi e smaglianti e gli scenari suntuosi di un'età che noi per primi, con forza, vogliamo spensierata e felice, popolata com'è di aristocratici ricchissimi, di località amene, di scenari ridenti, di amori mai del tutto impossibili, di problemi dinastici o politici mai irrisolvibili... 

Esemplare in tal senso risulta l'operetta italiana Il Paese dei Campanelli, 1923, tarda declinazione nostrana di un genere ormai in decadenza nel resto d'Europa, progressivamente sostituito dal teatro di varietà e dalle prime commedie musicali. 

E così, mentre gli italiani assistono impotenti agli ultimi sussulti dello Stato liberale e si consumano, una a una, le residue garanzie della democrazia parlamentare asfissiata dal fascismo incombente, niente di più evasivo - e comodo - che raccontare di una località  favolosa, situata più o meno dalle parti dell'Olanda, dove campane e campanelli hanno il vezzo di cominciare a suonare ogni qualvolta che mogli e fidanzate sono sul punto di tradire i loro uomini... 
Una fiaba scritta dal librettista Carlo Lombardo e svolta musicalmente, con garbato gusto liberty, dal maestro Virgilio Ranzato, violinista alla Scala di Milano con Toscanini e concertista di fama. La prima del Paese dei Campanelli, si tiene al Teatro Lirico di Milano il 23 novembre del 1923: il giorno 13 dello stesso mese il Senato aveva approvato a ristrettissima maggioranza la nuova legge elettorale che aboliva la rappresentanza politica proporzionale e reintroduce il sistema maggioritario. 
Ma nell'operetta, si sa, non c'è la tragedia della storia, non compaiono mai o sono solo appena accennati i drammi dell'esistenza: a volte vi circola un po' di nostalgia, un lieve palpito di malinconia per il tempo che passa, per la giovinezza e la bellezza che ci sfuggono. 

Due anni più tardi i due massimi esponenti dell'operetta tricolore, appunto Lombardo e Ranzato, tentano di bissare il successo ottenuto con Il Paese dei Campanelli. Ed ecco, per un pubblico in vena di facili esotismi, la storia di Cin-Ci-Là, bella e navigata attrice francese che, in quel di Macao, tra mille equivoci maliziosi, riesce a portare a termine l'educazione sentimentale del principe Ciclamino e di Myosotis, sua promessa sposa e fidanzata inesperta.  Nozze finali e allegre feste in tutta Macao:

O Cin-Cin-Là
O Cin-Ci-Là,
mordi, rosicchia, divora,
tormenta pure chi ti vuol bene,
le tue catene son fatte di fior!

Ma ben altre sono le catene che si preparano per il popolo italiano. Il 26 dicembre 1925, una settimana dopo la prima milanese di Cin-Ci-Là al teatro Dal Verme, viene varata una legge sulle prerogative del capo del governo, Benito Mussolini, responsabile della propria azione politica solo di fronte al re, l'unico che lo può dimettere. Le Camere sono esautorate. Nello stesso giorno un decreto stabilisce che i funzionari pubblici che non diano piena garanzia di adempimento dei loro doveri o si pongano in condizione di incompatibilità con le direttive generali del governo possono essere licenziati.

02 ottobre 2019

"Vocabolario Bagaladese" di Francesco Antonio Romeo

 LA FORZA DELLE PAROLE
di Luciano Luciani

                              Tra gli alfabetizzati solo una minoranza scrive: poesie e memorie autobiografiche, racconti e romanzi... Ma un vocabolario, e per di più dialettale, è cosa rara e notevole. Francesco Antonio Romeo, “Ciccio” per familiari e amici, dopo una vita trascorsa in mezzo ai libri, - ha lavorato per quarant'anni presso la Biblioteca Universitaria di Pisa - finalmente in pensione, ha deciso di scriverlo anche lui un suo libro. 
                          
                         E come argomento ha scelto proprio quello di cui i libri, il materiale della sua professione, sono pieni, ovverosia le parole: per salvarle. perché nelle parole, - vocaboli e verbi, proverbi e modi di dire, nomi, toponimi e soprannomi - lì dentro, ci siamo noi: la nostra storia, il passato, il presente e anche il nostro futuro. 
                                 
                           E siccome custodirle tutte risultava un po' troppo impegnativo, “Ciccio” ha scelto di tutelare almeno quelle della sua lingua nutrice, il dialetto di Bagaladi, 460 metri slm 1025 abitanti, suo paese d'origine in provincia di Reggio Calabria. Le ha raccolte, le parole, con la pazienza certosina adeguata alla bisogna e con il rigoroso senso dell'ordine proprio della sua attività quarantennale.  Non da solo, ma - e questo merita di essere sottolineato - con un agire collettivo, aperto al nuovo e alla contemporaneità: il “gruppo facebook” A Bagaladi parramu così che lo ha aiutato non poco nella ricerca. 
                               
                            È stato costruito così il Vocabolario Bagaladese / Bagaladese-Italiano Italiano-Bagaladese, che nasce dalla necessità, acutamente sentita da questo appassionato estimatore della cultura locale, di documentare le trasformazioni intervenute nel dialetto della sua terra: valorizzare le palore abbandonate, quelle che si riferiscono a oggetti e situazioni della tradizione ormai sostituite dai modi di vivere attuali, e mettere il luce le parole nuove, quelle della contemporaneità, rimodulate in dialetto. 

                               Scorrendolo, questo vocabolario, si ha come l'impressione di un intreccio di passato e presente, di ieri e di oggi... Succede che maturando, invecchiando, tutti noi, come accade all'Autore, diventiamo un po' nostalgici e un po' conservatori: di un altro tempo destinato a non tornare più, e anche delle sue parole. E quindi, come hanno fatto tanti prima di noi, scriviamo versi, elaboriamo storie, mettiamo sulla carta la nostra versione dei fatti accaduti allora... 

                                 Di sicuro quelle stagioni lontane, “povere ma belle” - ma per chi c'era soprattutto povere – non furono felici e neppure particolarmente serene. Furono, però, piene di “senso”, che è proprio quello che più ci manca oggi in questi nostri giorni intrisi di smemoratezza, cattiveria e violenza. Contro questo deficit, chi ha ancora voglia e forza continua a battersi con le armi della razionalità, della giustizia, della conoscenza di cosa è giusto e cosa sbagliato. Sempre dolorosamente consapevole che “la maledizione degli uomini è che essi dimenticano”, ma altrettanto cosciente che un antidoto efficace contro una tale condanna è quello di provare, intanto, a salvare le parole e magari, perché no, a inventarne di nuove.

Francesco Antonio Romeo, Vocabolario Bagaladese / Bagaladese-Italiano Italiano-Bagaladese,  Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria 2019, pp. 192, Euro 18.00

25 settembre 2019

"Novy Mir" di Enzo Guidi


di Gianni Quilici

 “E’ un romanzo avvincente che crea subito dall’inizio una tensione narrativa, uno sviluppo avventuroso, una conclusione imprevedibile e aperta, che suscita il desiderio di leggere il romanzo anche semplicemente come pura storia.

E’ un romanzo complesso a partire dal protagonista, Riccardo Bruni, nevrotico e lucidissimo nel suo perenne interrogarsi, poetico e indifeso, che viene inghiottito e, per certi versi, manipolato da una organizzazione russa potentissima e misteriosa sulla base di una promessa: il successo planetario di alcuni dei suoi romanzi.

E’ un romanzo anche filosofico, di una filosofia tanto antica quanto contemporanea, che in “Novy Mir” si spinge oltre: sperimentare la possibilità per un uomo di assimilare una coscienza vegetale, sentire e sentirsi, cioè, come se si incarnasse in una pianta.

E’ quindi anche un romanzo originale, perché ci trasporta da un possibile incubo kafkiano dell’oggi ad una possibile utopia: allargare la nostra coscienza, oltre l’umano, in cui l’individuo perde la sua centralità sapendo di essere vita nella vita  .

E’ infine un romanzo scritto con lo stile di un vero scrittore: onirico e realistico, tenero e sarcastico, tagliente e fluente”.      

Enzo Guidi. Novy Mir. Edizione ETS.    

16 settembre 2019

"Quella volta che il Volto Santo rise" di Franco Fantozzi

Uno scanzonato - ma non troppo - private eye di provincia

di Luciano Luciani

Allora la Città Murata può vantare ancora un altro “sceriffo”, ovvero l'ennesimo eroe indagatore che, vuoi per soldi, vuoi per un'apprezzabile etica professionale, non può sopportare che il Male si aggiri per le strade e le piazze di Lucca e nei suoi immediati dintorni. Non è un poliziotto e nemmeno un carabiniere, neanche un giornalista e neppure un magistrato: è un private eye, un investigatore privato, mestiere più adatto a scenari metropolitani che a città di provincia al di sotto dei centomila abitanti. Però, i fattacci - ve lo siete già  dimenticato il Mostro di Firenze? -  accadono anche in Toscana e i suoi misteri, le sue trame efferate, i suoi feroci primi attori non sfigurano di sicuro con i truci protagonisti degli scenari mega-urbani di Roma, Milano, Parigi o Londra... 

Certo, la storia noir in salsa lucchese, sia pure abilmente elaborata dall'Autore, mantiene fin troppo riconoscibili sapori locali che però, per dirla come si usa da queste parti tra il Serchio, le Apuane e il mare, non “stuccano” perché fanno identità e sollecitano l'appartenenza. Così, non ci disturbano il gergo indigeno di Frenk, il protagonista in scena dalla prima all'ultima pagina che racconta in prima persona; certi giochi di parole un po' insistiti; location alquanto risapute e riferimenti a fatti e personaggi noti solo agli autoctoni e per di più di una certa età. 


La novità di queste pagine sono altre e riscattano a pieno certi eccessi di tipicità: per esempio, le doti ESP (extra sensory perception) del Nostro investigatore privato. Ovvero, i suoi personalissimi canali di informazione estranei alla scienza e fuori da ogni metodo scientifico: Frenk Maniscalchi, infatti, titolare della rinomata Agenzia Frenkenson, ormai oltre la mezza età e già nonno di nipoti grandicelli, parla con la gatta Lucrezia, tutt'altro che avara di dritte utili per la soluzione dei casi, anche se piuttosto sibilline, e, udite,udite, conversa niente meno che col Volto Santo, il Cristo nero e ligneo conservato nel duomo di San Martino e da quasi un millennio venerato dai Lucchesi e non solo. Se, poi, a tali formidabili aiutanti dell'eroe ci aggiungete il servizio informazioni garantito dalla Similanza, una simpatica banda di drop out  che agisce sempre in bilico sul sottile confine tra legalità e illegalità, anche il più scettico dei Lettori, oltre a essere conquistato da questa storia “al limite” tra ironia e dramma, non potrà nutrire dubbi circa la necessaria vittoria del Bene sul Male, dell'onestà sul crimine. 

Così, nei canonici tre giorni - tempo limite datosi dal Maniscalchi per la soluzione di tutti i suoi casi – il Nostro, lucense incarnazione dell'indimenticabile, ma meno simpatico, Hercule Poirot, risolve il difficile caso della morte enigmatica e violenta di un noto industriale dolciario produttore del rinomato in tutto il mondo Brucellato Delight. Trionfa, come si conviene a ogni buon poliziesco, la verità, ma lo sguardo che questa vicenda permette di gettare sui nostri tempi malmostosi non è per nulla consolante: antiche pulsioni, il denaro, la gelosia, il potere, il tradimento, si coniugano secondo nuove modalità. L'Autore, travestito da intrattenitore, le registra e prova a individuarne le oscure motivazioni: non tragga in inganno la sua maschera cordiale, bonaria, ottimista... 

Serpeggia tra le pagine, apparentemente disincantate, tutta la fatica che costa cercare di tenere a bada il caos. Frenk Maniscalchi per farlo usa le armi che può, che sa, quelle proprie degli uomini: la razionalità, un innato senso di giustizia, la conoscenza di cosa è sbagliato, una profonda pietas... Questa particolare battaglia la vince, ma, ne siamo sicuri, altre ne verranno, più sode, puntute, taglienti.

Franco Fantozzi, Quella volta che il Volto Santo rise, Carmignani editrice, Pisa 2019, Euro 13,00









05 settembre 2019

“Il tuffo” di Fernando Herráez



 nota di Gianni Quilici

Due elementi colpiscono in questo scatto del fotografo spagnolo Fernando Herráez. Due elementi, che nel loro contrasto si armonizzano, perché rendono la foto più complessa formalmente e nei suoi possibili sensi e, per chi la osserva con attenzione, forse indimenticabile.

Sulla sinistra vediamo un ragazzo colto sospeso nell’attimo in cui si tuffa, le mani protese verso l’impatto con l’oceano, le gambe ancora piegate dallo slancio ravvicinato.
Uno scatto realistico accentuato dal nero acceso dello scoglio, del ragazzo stesso e dell’amico che galleggia nell’acqua.
Sulla destra, invece, un’enorme nave naufragata, disastrata e abbandonata nello sfondo di una luce grigia nebbiosa, che dà un senso indefinito, onirico di sospensione del tempo, quasi metafisico.

Ecco che si incontrano da una parte l’atto presente,  realistico anche cromaticamente, del tuffo; dall’altra in contrasto l’immobilità di un tempo sempre uguale a se stesso e senza orizzonte.

Da qui si potrebbe filosofeggiare. Questo contrasto rafforza la foto, perché dà al tempo che scorre “l’essere vivo” nel tuffo, ma nello stesso tempo nel suo sfondo la “sua morte”. E viceversa. Che è il destino di ogni foto: rappresentare l’attimo, che subito muore.

Fernando Herráez. Castelo do Queijo, ueQQuePorto. 1978.

04 settembre 2019

"Una giacca bianca" di Nicolò Pintacuda


            Schegge d'erotismo per un discorso d'amore

di Luciano Luciani
 

Una giacca bianca, silloge poetica di Nicolò Pintacuda, al di là dell' apparenza slegata, frammentaria, potremmo definirlo un singolo, organico poemetto. È, infatti, composto di 95 brevi, brevissime strofe, alcune di appena tre versi, altre che arrivano sino a 12, massimo 14, quasi tutte senza titolo. Un' unica effusione poetica, spezzata, franta, singhiozzante in concisi, ridotti, intensi madrigali.
 

A parte due testi, Danae e Saffo, in cui il tono si eleva alla ricerca di modalità proprie della poesia classica, dove i testi di Catullo e i frammenti della  poetessa di Lesbo fungono da modelli e da ispirazione, il linguaggio è apparentemente consueto, quotidiano, ordinario. Ma non inganni una tale operazione lessicale perché qua e là compaiono termini preziosi, desueti, disusati: pervio; sturma; magato nel senso di ammaliato; silerchie; piroforo; stigma; pneuma... 

E poi, qua e là, disseminati nei versi. iperboli, sinestesie, allitterazioni, echi danteschi, echi biblici,  procedimenti ossimorici. Sono, quelli di Pintacuda. i frammenti di un discorso amoroso, squarci improvvisi di una dimensione intima, segreta, nascosta in cui domina un eros intenso, ricorrente, permanente, profuso a piene mani. Un lui e una lei: lei sensuale, provocante, carnale, voluttuosa; lui, il suo servus currens, ammaliato e narrante una donna tanto più indispensabile e preziosa quanto più irraggiungibile, inaccessibile e lontana. Talora assente. E l'Autore ne soffre, nella psiche e nella carne, sino a esiti di cupa solitudine e disperata desolazione. Ecco cosa racconta, con discreta eleganza e un innato senso della misura, Una giacca bianca, dal verso eponimo che dà il titolo all'intera raccolta: una storia d’amore intrisa di piacere e di sesso, anche audace, che si fanno legame profondo, complicità condivisa, amicizia, reciproco completamento. La parola più frequente che la individua, variamente coniugata, è labbra: la parte del corpo destinata sia al bacio, sia alla parola. E l'uno e l'altra legano, uniscono, congiungono, comunicano...
 

Sanno di eccitamento dei sensi, di euforia dei sentimenti e di frustrazione, queste brevi strofe elaborate da un docente universitario di matematica che ha abbandonato gli algoritmi e le teorie della probabilità per la parola poetica. Un’operazione riuscita che incide e lascia tracce profonde nella coscienza del Lettore. Esaltazione e profonda delusione esistenziale, a cui solo la memoria delle gioie godute sembra in grado di proporre un barlume di redenzione esistenziale.

Nicolò Pintacuda, Una giacca bianca, Collana Vianesca/Poesia e narrativa, Marco Del Bucchia editore, 2019, Massarosa, pp.56, Euro 10,00

24 agosto 2019

"I sogni del vecchio marinaio" di Beppe Calabretta


di  Luciano Mirarchi

Sembra certo che la Saggezza abbia come mamma l’Esperienza. Un po’ incerta invece è l’identità del padre, anche perché le migliori virtù portano quasi sempre un nome da donna (sarà un caso…?).

Ma parcheggiamo pure la biologia in divieto di sosta e, finché non verrà un vigile a svegliarci, lavoriamo un po’ d’immaginazione. Pensiamo, perché ci piace pensarlo, che Saggezza sia nata da uno dei tanti amplessi consumati da Esperienza e Conoscenza (due donne) in una lunghissima notte d’amore. Ora che ci siamo, immaginiamo pure che Saggezza sia nata già di età avanzata (45 forse 50, o giù di lì). Forse abbiamo esagerato con l’immaginazione ma sembra questo il nesso che tiene insieme la prima parte di questa raccolta di racconti.

L’armonia che accompagna le parole e i gesti delle persone anziane è un patrimonio inestimabile per chi gli sta (o dovrebbe stargli) vicino.

I genitori di Francesca sono “splendide persone” e “amorevoli genitori”. Al di fuori di loro non riesce a trovare molto altro se non il calore del sole che la sveglia al mattino. Gli uomini? Che delusione…

Luciana invece ha una mamma non autosufficiente, bisognosa di cure e attenzioni che lei, alle prese con le difficoltà del suo tempo, non riesce ad assicurarle. Ma alla fine comprende che la mamma ha bisogno di avere accanto una figlia non un’infermiera.

Anche la mamma di Alfredo vorrebbe che suo figlio fosse più presente e meno frettoloso nelle sue sporadiche visite, ma la metafora della ricetta, per quanto eloquente, non riesce a scalfirlo: il giovane avvocato in carriera resterà il tipo da pentola a pressione, uno da “cinque minuti e via!”.

Il topolino nella tana no. Fosse per lui rimarrebbe sempre accanto alla sua mamma. Ma la mamma la perderà a brevissimo, per legge di natura. Non prima però di avere appreso da lei gli insegnamenti indispensabili per la sua sopravvivenza.
Sono anziani anche Marco e Chiara che, dopo 40 anni di vita in comune, temono di perdersi come se fosse il loro secondo giorno d’amore.

E anche Dongo, con la sua voce soave e la faccia da cane, non dovrebbe essere giovanissimo. Viene “dal mondo” e va “in giro per il mondo”, un po’ come il quarto cane di De Gregori, che “non sa dove andare, ma comunque ci va”. È brutto come il bandito di “Una storia americana”, che si chiamava proprio così: Faccia di Cane! Dongo non vive bene il suo aspetto fisico ma… nemmeno più di tanto. In fondo ai suoi occhi, sempre nascosti dagli occhiali, chi li ha visti ha saputo notare “serenità” e “pace con il mondo”.

La storia di Alberta è un dramma vero. Il dramma di una donna che ha il coraggio di dire un NO senza girarci troppo attorno. Dice NO all’amore, quando questo conduce alla morte; dice NO al Cielo, quando il cielo ha le sembianze di un prete. Troverà conforto solo nell’abbracciare una sua “vecchia amica”: la Morte.

La morte dovrebbe essere il pensiero fisso anche per il vecchio marinaio, che ha già superato i 90. Pure lui starebbe bene sulla collina di Lee Master con i suoi calli e le sue rughe che racchiudono i suoi ricordi, belli o brutti che siano. Non ha rimpianti, se non la frustrazione di non poter accarezzare la pelle della giovane donna apparsa in sogno. Ma anche il sogno, semplicemente sognare, che grande privilegio…

È un privilegio anche per noi, che non leggiamo la rivista “Meno Tre”, scoprire questi 8 racconti di Beppe Calabretta, opportunamente raccolti in un libro che ne contiene altri già letti.
Fiumi d’inchiostro si sono riversati negli anni sul mondo giovanile e sulle sue pulsioni. Scrivere dei vecchi, delle loro necessità, delle loro passioni, dei loro drammi, ma anche del loro equilibrio interiore, raramente ha portato benefici alle casse degli editori. Questo libro offre una panoramica molto interessante per chi ama scavare nel profondo e scoprire che l’esperienza e la conoscenza fanno la saggezza, ma quasi sempre il solo vissuto è bastevole alla costruzione di un’etica personale magari non codificata, spesso disordinata, ma non per questo meno efficace di un intero volume di precetti pronti all’uso.

I personaggi di questi racconti non sono eroi hollywoodiani, sono persone vere, è la gente della porta accanto, quella che incontri per strada, sul tram di una città distratta. Sono le storie personali che non si ha la possibilità di raccontare o quelle che non si sanno leggere negli occhi degli altri. Però esistono e concorrono a formare un variegato universo di valori ed emozioni per certi versi sorprendenti.

Beppe Calabretta ha rappresentato queste storie al meglio, complice la sua penna scarna, ipotattica, ben rodata in decine di lavori che abbracciano storie lunghe e brevi con escursioni sul giallo. La grande assente nella sua produzione è la poesia. Forse non fa per lui?

Prendiamoci un po’ di pausa e riponiamoci la domanda dopo aver letto la “Filastrocca per chi se ne va”, che apre la raccolta. Ognuno ha un buon motivo per andarsene: il lavoro, un amore, la guerra, l’assenza di libertà. È una struggente ballata da raccomandare a tutti, specie a chi non ha cuore, voglia, forza, umiltà di offrire un approdo alla speranza.

Beppe Calabretta
I sogni del vecchio marinaio
e altri racconti
Tra le righe libri 
pag. 94
14,00 euro


23 agosto 2019

"Passato al presente Giochi fai da te" di Antonio e Jacopo Tolomei

                         Giochi di una volta versus videogames: chi vincerà?

di Luciano Luciani

Tu dici videogames - quei giochi elettronici così vivaci, rumorosi e colorati ormai  diffusissimi  tra bambini e adolescenti - e pediatri, pedagogisti e psicologi scuotono la testa e storcono la bocca. Perché esistono dei rischi concreti nell'uso, e soprattutto nell'abuso, di questi nuovi media che, a quanto pare, diminuiscono le inibizioni, aumentano l'aggressività, incrementano i livelli di ansia con conseguenze gravi nella vita di tanti ragazzi: una  chiusura solipsistica all'interno di un mondo fittizio e una perdita di contatto con la vita vera; un acutizzarsi dei comportamenti violenti e ostili per non parlare delle difficoltà nel sonno e di uno stato diffuso di iritabilità e affaticamento. Sono i regali avvelenati della contemporaneità, così come l'abbiamo voluta e costruita per i nostri figli: abbiamo donato loro realtà che non esistono, virtuali, che nascondono e allontanano dalla loro esperienza quelle vere, reali, concrete... E forse è giunto il tempo di cominciare a elaborare antidoti capaci, se non di contrastare, almeno di affiancare positivamente l' "irrealismo" dei videogames e le conseguenze negative che tanti fatti di cronaca ci consegnano quasi quotidianamente in tutta la loro gravità: crisi isteriche e atti di violenza nei confronti degli adulti che tentano con fatica di interrompere la spirale di dipendenza indotta dall'uso di strumenti apparentemente ludici, ma in realtà stranianti e pervasivi.

È il problema che probabilmente si sono posti i lucchesi doc Antonio e Jacopo Tolomei, rispettivamente padre e figlio, in questa loro bella e utile pubblicazione, Passato al presente. Giochi fai da te, che mira a ritrovare alcuni dei giochi con cui una volta si divertivano - e non poco - i bambini. Quelli che i ragazzini di due generazioni fa - più o meno - costruivano con le proprie mani, impegnandosi tanto nella progettazione, quanto nella loro realizzazione, utilizzando materiali poveri, di uso quotidiano, "di riporto", recuperati una volta esaurita la loro funzione primaria: vecchi giornali, filo  di ferro, cassette per la frutta, scatole di cartone, chiodi, spaghi, elastici, manici di scopa... E poi colla, forbici, olio di gomito, pazienza e tanta, tanta fantasia. Prendevano vita così i trampoli e gli aquiloni, le trottole e i caleidoscopi, il carrettino e la pentolaccia: divertenti in sé e capaci di svolgere una funzione importante nel complessivo sviluppo della sfera cognitiva e della personalità del bambino.

La solita lode del buon tempo andato, potrebbe obiettare qualcuno... E se anche fosse? Non tutto quello che ci giunge dal passato è da respingere. Anzi. Il mondo di appena ieri è pieno di tante e tante buone pratiche che potrebbero essere  rispolverate con non poco vantaggio pubblico e privato. E questo piccolo libro che si rivolge non solo ai ragazzi di oggi, ma anche a quelli di qualche anno or sono, oggi genitori e nonni, insegna piacevolmente "come si fa": non solo a costruire semplici giocattoli, ma anche a restituire un'anima alle cose. E poi, come è noto, saper rivivere con attenzione e rispetto il passato è vivere due volte.

Antonio & Jacopo Tolomei, Passato al presente Giochi fai da te, pp. 32, s.i.p. Per richiedere copie: a.tolomei@yahoo.it

“Sotto l'ombrellone” di Pier Luigi Ghilarducci






di Laura Menesini

Il nuovo romanzo di Pier Luigi Ghilarducci ci porta sulla sua amata spiaggia di Torre del Lago in mezzo alle persone che anno dopo anno la vivono per periodi più o meno lunghi, tra bambini che crescono, amori che nascono e muoiono, ma soprattutto tra “amici” che aspettano l'estate per ritrovarsi, per raccontarsi quello che è successo durante l'anno trascorso separati e per conoscere quello che gli altri hanno vissuto in quei mesi di lontananza che devono essere colmati in un batter d'occhio. Sì, perché queste sono le vacanze e quindi sono questi i giorni che contano, gli altri sono routine. E di tutto questo i testimoni sono proprio gli ombrelloni, che ascoltano tutto quello che si dice alla loro ombra e, nei bui mesi invernali, rinchiusi in magazzini più o meno maleodoranti, si raccontano le novità che hanno ascoltato e gli aneddoti più simpatici. Noi riteniamo di essere gli unici a comunicare solo perché siamo ignoranti e ci crediamo il centro dell'universo, mentre tutto e tutti comunicano, dagli ombrelloni appunto ai gabbiani che urlano al cielo e ai propri simili il dolore per un ambiente che è cambiato e che li ha costretti a migrare dai mari alle discariche; al libeccio che soffia impetuoso alzando nuvole di sabbia e impedendo ai ragazzini di avvicinarsi al mare e rovinando gli incassi al gestore del “bagno”. Per l'autore che ama così profondamente la sua spiaggia e il suo mare, tutto e tutti sono dotati di vita e di sentimenti e il caleidoscopio di persone che descrive con rapide e colorite pennellate ci appare come le comparse di un film che ha per protagonista l'autore stesso e il suo immenso amore per i nipotini ( in particolare per il più grande, cui lo lega un'intesa profonda) nonché la sua gioia di poterli crescere “sotto l'ombrellone”.

Le “comparse” sono tante e tutte ben caratterizzate ma ovviamente qualcuna risalta sugli altri, in particolare l'Alvise che, fermo nella sua postazione, scruta tutto quello che accade intorno perché per lui fondamentale è farsi gli affari degli altri.

Per chi ama l'estate e la spiaggia è un libro da non perdere perché tutti ci ritroveranno i personaggi a loro vicini e nelle fredde giornate invernali potranno consolarsi pensando che presto il caldo e l'afa torneranno e tutti saranno ancora lì con un anno in più sulle spalle ma con tanta voglia di rincontrarsi e di abbracciarsi.
Il romanzo è scritto con uno stile classico, con una scelta di termini appropriati ma soprattutto con tanto amore.

Pier Luigi Ghilarducci  “Sotto l'ombrellone”. Giovane Holden Edizioni. Pag. 144.