08 gennaio 2026

"Cari amici . . . libri" di Giulietta Isola

 


Cari amici . . . libri,

                        grazie per aver raccontato anche nell'anno appena passato un po’ della mia storia. Ho letto di assenze, conflitti, confini e di ormai quotidiana disumanità. Assieme abbiamo attraversato il dolore degli ultimi e dimenticati, delle minoranze sconfitte, delle donne maltrattate, delle guerre “bastarde” sempre. Assieme abbiamo ascoltato tante voci, con loro abbiamo spesso pianto, più raramente riso. Abbiamo viaggiato per paesi e culture, ci siamo stretti per alleviare il dolore e riscaldarci il cuore. Non mi avete mai fatto mancare la speranza e la forza . Grazie per quella luce sottile, ma tenace che mi lasciate sempre intravedere, siete stati tanti, in pochi mi avete deluso, in tanti mi avete donato qualcosa e gratificato con il vostro affetto e la vostra fedeltà

                                                                                  Giulietta 

 

02 gennaio 2026

"Quello che possiamo sapere" di Ian McEwan

 


di Marigabri

Parte sottotono Ian McEwan affidando la prima parte del suo romanzo alla narrazione di Thomas Metcalfe, studioso ed esperto della letteratura compresa tra il 1990 e il 2030. L’apocalisse da più parti annunciata in quegli anni si è infine compiuta. Anzi, si tratta di svariate apocalissi, che non hanno impedito però all’essere umano di ricominciare da capo, cioè a partire dalle rovine.

Rivoluzione climatica, scioglimento dei ghiacciai, inquinamento radicale, innalzamento dei mari, esiti disastrosi delle ultime scellerate guerre. E chi più ne ha più ne metta.

Siamo nel 2119 e la celebre biblioteca Bodleiana ha dovuto traslocare da una Oxford ormai fatiscente fin sulla cima delle imperturbabili montagne del Galles.

Ed è là che ci accompagna Metcalfe, ossessionato, insieme alla sua collega e compagna Rose, dalla “Corona per Vivien”, un sonetto dalla struttura classica che il celebre poeta Francis Blundy aveva dedicato all’amata moglie e di cui si sono irrimediabilmente perse le tracce. I due analizzano pedissequamente tutti i documenti reperibili, a cominciare dai dodici volumi del diario di Vivien, per finire con la disamina del materiale digitale ancora disponibile.

Entrambi insegnano letteratura all’università e vorrebbero sensibilizzare i loro studenti, non solo allo studio delle opere letterarie come documenti testimoniali, ma anche alla critica consapevole dell’era del Grande Disastro (ovvero la nostra).

E qui abbiamo il primo dato interessante e sconfortante: a quei giovani dei loro predecessori idioti non importa nulla.

Anzi: tendono a liquidarli proprio definendoli tali e a occuparsi esclusivamente del futuro. Al punto che anche l’insegnamento di Thomas e Rose è destinato al naufragio.

Ma tant’è. Le ricerche dei due, le citazioni dei poeti fondamentali dell’Ottocento e Novecento inglese, il riassunto della vita di Vivien e Francis e i frammenti narrativi della famosa cena di compleanno in cui Blundy declamò la -ahimè- ora scomparsa “Corona” alla presenza di pochi eletti amici, occupano tutta la prima parte del libro, strappando più di un plausibile sbadiglio.

McEwan semisaggista un po’ annoia, bisogna ammetterlo, eppure qualcosa di forte, lucido e incisivo nella sua prosa impedisce di riporre il volume. Infatti il capitolo si chiude con una ardimentosa ed eclettica caccia al tesoro che stimola il desiderio di proseguire la lettura.

E arriviamo così alla seconda parte, dove si cambia completamente registro, perché la narrazione è affidata alla stessa Vivien, dalla cui voce scopriamo una versione ben diversa e, per dirla con un eufemismo, molto meno idilliaca di come appare nei diari.

Qui lettrici e lettori avidi di trama se la godono, e tuttavia l’aplomb di McEwan scrittore regna imperturbato, concedendosi uno spazio thriller pur senza cadere nel cliché del genere. Tanto che, una volta conclusa la seconda parte si vorrebbe tornare alla prima per osservarla meglio, alla luce delle rivelazioni di Vivien.

Per concludere: quello che possiamo sapere è poco, rimane sempre un po’ discosto dalla verità, eppure che mondo spaventoso è quello in cui si azzera il passato per sprofondare nell’oblio del puro presente! Che mondo temibile è quello in cui la letteratura è poco più che un balocco per vecchi barbogi!

Che la storia non insegni nulla ormai è chiaro (forse proprio perché non vogliamo saperne?); che la letteratura non cambi il mondo, pure.

Ma a noi piace ripetere con Dostoevskij che è la bellezza, è solo la bellezza che lo salverà.

"Quello che possiamo sapere" di Ian McEwan. Einaudi 

 

22 dicembre 2025

"Ombre sullo Hudson" di Isaac Bashevis Singer

 


di Giulietta Isola

"Perché Dio–se esiste un Dio–aveva bisogno che sei milioni di ebrei venissero annientati fra atroci tormenti? Era necessario bruciare i bambini? Forse gli adulti avevano peccato, oppure Dio voleva metterli alla prova. Ma i neonati cui gli ufficiali tedeschi fracassavano la testa? E quelli lasciati morire di fame? E i padri costretti a scavare la fossa per sé e per i figli, mentre i nazisti se ne stavano lì a guardare come se si trattasse di un colossale scherzo? Che bisogno aveva Dio di tutto questo? “

Ombre sull’Hudson è un'opera maestosa, complessa, avvincente, penetrante che già dal titolo illustra al meglio l’oscurità della Shoah che persiste dentro le tragicomiche vicende di Grein, il protagonista da operetta che passa da una donna all’altra senza cavare un ragno dal buco. 

Ambientato nella New York degli anni '40, comincia con una cena ospitata da Boris Makaver, un ebreo polacco rifugiato, profondamente religioso ,che ha fatto fortuna negli Stati Uniti .Tra gli ospiti c’è Hertz Grein, un uomo tormentato dalla sua sete carnale, dal richiamo di un'osservanza religiosa a cui proprio non riesce a sottomettersi, e dalle sue relazioni con tre donne: la moglie Leah, l'amante di lunga data Esther e la giovane Anna, vitalissima figlia di Makaver. 

A far da contorno una comunità originaria di piccoli villaggi dell’Est Europa ancorata alle tradizioni religiose ortodosse e lo scontro con la modernità laica di New York e le passioni e le tentazioni individuali è inevitabile. Sono tutti sopravvissuti all'immensa tragedia dell’Olocausto che , fra i tanti drammi personali e famigliari, sono incapaci di comprendere e assimilare l’enormità della malvagità umana, arrivano persino a dubitare dell’esistenza di Dio e la sua bontà. La Seconda Guerra Mondiale è finita da pochi anni, la presenza dell'Olocausto è quasi ossessiva, un'ombra che aleggia su ogni pagina, una ferita aperta che non può essere ignorata, un grido di disperazione e di ricerca di senso da parte di una comunità superstite ancora sconvolta dalla tragedia. 

Ma Ombre sullo Hudson non è solo un romanzo sull'Olocausto. Singer, attraverso i suoi personaggi complessi e autentici, ci parla anche della natura umana, della lotta per la sopravvivenza, dell'ambizione e dell'amore, la sua New York è descritta in maniera vivida e poetica. I personaggi sono tratteggiati minuziosamente ognuno con il proprio tormento, le proprie ossessioni, desideri e rimorsi, personaggi che ci diventano famigliari e poi indimenticabili. 

Ma la vera forza di questo magnifico romanzo sono le riflessioni etiche ,le domande sulla fede, sull'identità e sulla moralità affrontate con grande profondità, questo romanzo è anche un inno alla vitalità della letteratura ebraica della diaspora. Singer è un uomo intriso di cultura ebraica, caustico, penetrante, sottile, divertente e qui dimostra la forza dirompente del mondo yiddish dell'emigrato occidentale; dimostra la stoffa, il genio, il caratteraccio e l’ instabilità emotiva e l’'enorme baratro dentro, figlio dell'Olocausto, dimostra la dirompente resilienza di un popolo che ha attraversato i secoli e i massacri conservando la propria identità. "Oggi gli ebrei sono l’unico popolo che, scacciato dalla propria terra da duemila anni, non ha perso l’identità, la religione, la lingua.” 

Ombre sull’ Hudson è un classico senza tempo da leggere per le tematiche universali e la prosa intensa che scintilla e lascia senza fiato, è una lettura essenziale per chiunque sia interessato alla letteratura ebraica, alla storia dell'Olocausto, o semplicemente alla complessità della natura umana. Lo sguardo lucido di Singer carico di compassione mi fanno ritenere questo romanzo uno dei capolavori del secondo Novecento .

OMBRE SULL’HUDSON di ISAAC BASHEVIS SINGER ADELPHI EDITORE

 


28 novembre 2025

"Saluterò di nuovo il sole" di Khashayar J. Khabushani

 

 

di Giulietta Isola
 
“L’aria densa e polverosa mi riempie la bocca con un sapore di immondizia bruciata e benzina, mi si attacca alle gengiva e ai denti, mi riempie le narici.”
 
         K è iraniano e vive in America, a Los Angeles insieme ai suoi genitori e ai suoi due fratelli più grandi. Sono perfettamente integrati, vanno a scuola ,giocano con i coetanei americani e nessuno dei tre fratelli vuole tornare in Iran, l’America è la loro “casa” , quella dove stanno bene. K che non svela mia il suo nome è un ragazzino dolcissimo, adora sua madre che fa l’infermiera e guarda con preoccupazione Baba, suo papà che era un ingegnere di successo e adesso è senza lavoro, beve e sperpera i pochi soldi nel gioco d’azzardo. Un bel giorno decide che lui e i suoi figli faranno un viaggio inaspettato in Iran. La madre non andrà, ma ad attenderli c’è il nonno con il suo grande affetto e la bellezza polverosa dell’Iran. 
 
        Ricordi e pianti, un evento terribile che lo segnerà per tutta la vita, K riuscirà a sopravvivere grazie alla compagnia e l’affetto dei fratelli. Quando finalmente tornerà in America, crescerà e scoprirà che per il suo migliore amico, Johnny prova un affetto diverso , un affetto prima rifiutato e poi accolto. 
 
      Un particolare romanzo di formazione almeno per molti criteri: la narrazione in prima persona , il protagonista che cresce e cambia e affronta un viaggio metaforico e uno fisico verso un luogo che non conosce, ma chi narra è un ragazzo che non ha gli strumenti necessari per poter analizzare razionalizzare le vicenda della sua infanzia. 
 
      Interessante l’utilizzo del presente semplice per l’intera narrazione, come se il lettore fosse testimone di tutto quello che accade proprio nel momento in cui sta accadendo. Non c’è tempo per riflettere, non si può ragionare a mente fredda, è tutto qui e ora. La lotta di K per crescere, per preservare la sua natura, per affermare chi è e ciò che vuole , per combattere contro l’odio, per conquistare la sua indipendenza e costruire il proprio futuro è ciò che troviamo in queste pagine dense e scritte con naturalezza. 
 
      Un esordio delicato, struggente, potente, intimo e collettivo che mi sento di consigliare.
SALUTERO’ DI NUOVO IL SOLE di KHASHAYAR J. KHABUSHANI NNEDITORE

11 novembre 2025

" La sicurezza degli oggetti" di A. H. Homes

 

di Marigabri
 
…] «chi era tutta questa gente nel centro commerciale, che girava con grosse borse della spesa piene di chissà cosa?»
 
      Dieci racconti che rivelano uno sguardo implacabile e impietoso verso una umanità mediocre, senz’altro appiglio che la lenta transumanza degli oggetti. Simboli inconsistenti, paraventi inutili, schermi di una disperazione senza via d’uscita.
 Il contesto americano, poi, rende tutto più esasperato, teso e feroce.
 
     La Homes è bravissima, la sua penna è precisa e crudele.
Leggerla affascina, ma toglie ogni minima possibilità di consolazione.

19 settembre 2025

"La musica e la vergogna" di Claudio Orsi

 



di Elisa Bertoni 

               Perché associare alla musica un termine come vergogna e non piuttosto onore, orgoglio, successo?

               Il titolo del libro di Claudio Orsi potrebbe sembrare un ossimoro che ribalta la percezione istintiva che solitamente accostiamo alla parola “musica”. Di quale “vergogna” si tratta e in relazione a quale “musica”?
Invece di rispondere alla domanda proviamo a mettere in relazione tra di loro due noti aforismi. Il primo di Miguel de Cervantes recita: “Dov'è musica non può esservi nulla di cattivo”. Il secondo di Friedrich Wilhelm Nietzsche afferma: “Chi chiami cattivo? Chi mira soltanto a incutere vergogna”. Da un rapido confronto si potrebbe desumere in modo indubitabile che la vergogna, associata ad un comportamento moralmente riprovevole, si confà a pennello a chi muove il dito inquisitorio e accusatorio per suscitare vergogna e non piuttosto a chi, pur con mezzi rudimentali più o meno improvvisati, tenta di muovere i suoi passi nella musica, attività mai cattiva in sé, adatta a tutte le età nelle declinazioni più svariate dei suoi generi.


               Già dal titolo, dunque, l'autore provoca il lettore, sfidandolo ad adottare una lente ironica e disincantata, necessaria per approcciarsi al testo, un testo che sa toccare momenti cruciali della nostra storia novecentesca fino ai giorni nostri, con un piglio narrativamente godibile per la sua leggerezza, resa altresì corposa grazie ad un humour garbato, capace di costruire gustosi quadri di costume, di regalare delicate emozioni, di suggerire acute riflessioni.


               Si può forse rimproverare a Vincenzo, protagonista del primo racconto, di essere rientrato tardi a casa, a mattina quasi fatta, zuppo di pioggia, se si è lasciato sedurre dalla Rossina, fatalmente attratta dai suoi colpi alla batteria? Galeotta fu la bacchetta! Si può forse criticare la generazione dei Beat, al centro del secondo capitolo, definiti a Lucca con icastici appellativi quali “panchinari” e “cialtronpower” se nella loro musica e nelle loro scelte di vita emergeva il desiderio di distinguersi dalla massa di “borghesi benpensanti, consumisti e conformisti” così come da quella “dei popolani moralisti e reazionari” e dei “superuomini violenti”?
E certamente non possiamo imputare niente a Mandarino, l'io narrante del terzo racconto, se, suonando con la sua giovane band all'Hotel Bixio per l'ultimo dell'anno del 1968, matura una esperienza cruciale per le sue future scelte politico-ideologiche. E, percorrendo rapidamente gli ultimi due capitoli, non possiamo neppure censurare un settantenne se continua, divertendosi, a suonare nei pub, e a illudersi nel sogno di un disco, che tante speranze prometteva, rifiutato poi come un figlio storpio dell'antica Sparta.


               La chiave, quella per comprendere il libro, è proprio effigiata sulla copertina: serve per accordare i tamburi. Ritmo e accordo. L'autore svela così come ogni possibile nube di vergogna svapori se a spingere le mani e il cuore c'è desiderio di armonia, il riflesso musicale di una pace agognata tanto nel privato quanto nel pubblico, nella speranza di una società nuova. “All you need is love”! Nessuna vergogna, dunque, qualsiasi sia la musica, quando in essa va ricercato un bisogno stringente di amore personale e collettivo, che detti i suoi ritmi.


               Del resto per concludere con il poeta Torquato Tasso: “La vergogna ritien debile amore;/ma debil freno è di potente Amore”. Questo libro testimonia in modo indubitabile quanto l'Amore di Claudio Orsi per la musica e per l'armonia che essa rappresenta è tutt'altro che debole, oltre ogni vergogna.