09 giugno 2021

"Anna Edes" di Dezso Kosztolanyi

 

di Giulietta Isola

“Non l’hanno trattata come un essere umano, ma come una macchina. L’hanno resa una macchina. L’hanno trattata in maniera disumana. L’hanno trattata ignobilmente.”

Anna Édes è pungente, moderno, di straordinaria bellezza e semplicità, in qualche modo destabilizzante. 

       L’autore crea fin dalle prime pagine una forte tensione narrativa, un’atmosfera cupa ed oscura che riflette completamente gli animi dei protagonisti e che calza perfettamente alla storia. Siamo a Budapest nel 1919, primo dopoguerra, cade il regime comunista durato pochi mesi, i confini sono stati ritracciati, povertà ed invasioni devastano la città tormentata da rivoluzioni e controrivoluzioni, divisa tra chi è “un rosso” e chi no, sono gli esordi di un regime lungo e drammatico che toccherà al paese fino alla caduta del muro di Berlino. 

       Nel romanzo il contesto politico non è né marginale, né totalizzante, ma semmai è correlazione fra ciò che avviene all’interno dei salotti e ciò che avviene all’esterno con le marce militari ed i tumulti, il dialogo fra i due ambienti ,tratteggiato da Deszo con tocco impressionistico, arricchisce la storia dal punto di vista sociologico e psicologico. 

       Quasi senza accorgercene entriamo nella quotidianità della famiglia borghese Vizy. Angela, la signora, è assillata da un unico problema: trovare una cameriera che non le dia troppi fastidi, che sia pulita e che non consumi molto. "La compagnia delle serve è comoda per le padrone quanto l'amore delle ragazze di strada per gli uomini. Nel momento in cui non servono più possono essere mandate via." Del resto, è risaputo che in ogni rivoluzione come in ogni regime, le signore sono signore e le cameriere restano cameriere. 

      Anna Edes sembra incarnare la cameriera ideale, è “una figlia del popolo”, ha diciannove anni, mite, diligente e coscienziosa, pulita, discreta, di sobrie abitudini e lavoratrice instancabile. Inizialmente la ragazza mal si adatta alla nuova sistemazione, si sente estranea a quella casa abituata come era ad accudire bambini, la sola compagnia degli adulti la disturba, dorme con difficoltà nel lettuccio in cucina, ma deve adattarsi, si muove silenziosa fra le stanze, sembra quasi che venga assorbita dalle mura della casa restandone a tutti gli effetti aliena (il pensiero vola a Emerenc di La porta della Szabo). Di lei sappiamo pochissimo e quello che sappiamo è filtrato dagli occhi e dall’animo degli altri personaggi che la descrivono chiusa, introversa e molto triste. Questa giovane donna umiliata, defraudata, sottomessa sente su di sé il peso del mondo, cerca di sostenerlo, si piega sotto di esso fino a quando non ce la fa più. 

       Dezso Kosztolanyi è riuscito a portare in scena il dramma esistenziale, quel tipo di malessere che si nutre di solitudine, emarginazione e infelicità, di Anna non spiega le azioni, è impercettibile e sfocato il punto di rottura, eppure con la sua sottilissima, acuta ironia e con grande realismo fotografa Budapest ed i suoi abitanti con le loro mille contraddizioni, un mondo dove tutti divorano tutti nell’indifferenza prescritta dalle convenzioni sociali, evidenzia come le azioni di una persona spesso siano la diretta conseguenza di quelle altrui ed allora anche i tratti psicologici di Anna diventano improvvisamente più nitidi. 

       Scissioni e paradossi, luci e ombre, piccoli sprazzi di apparente felicità e tragici momenti di agonia creano un quadro lucidissimo di sfarzo e rovina. 

      Molti e ben caratterizzati i personaggi di servi e padroni cito Jancsi, giovanotto troppo ben vestito, orgoglioso schiavo dell’avere e dell’apparire al quale “mancava quell’empatia che considera la vita degli altri tanto fatalmente necessaria quanto la propria”, il dottor Moviszter, l’unico dotato di umanità, il più malato di tutti ma l’unico che vede lo stato di carenza e ipocrisia morale in cui versano i suoi simili. 

      Una lettura interessantissima che mette in evidenza le contrapposizioni sociali e disegna, al di là della cronaca dei fatti, una ironica e dolente commedia umana, la scrittura è frammentaria, bellissima ed elegante e poco importa se su Anna non è svelato tutto: del resto mai a nessuno sono importate le ragioni degli ultimi, donne, bambini e poveri, le ragioni dei diversi. 

         Un grande incontro letterario che consiglio moltissimo.

 ANNA EDES di DEZSO KOSZTOLANYI ANFORA EDIZIONIE TRADUZIONE di ANDREA RENYI e MONIKA SZILAGYI Euro 17,00

08 giugno 2021

"Logique juridique et logique probabiliste à l’âge moderne" di Angela Giovanna Palermo

 

di Sergio Scalise

Questo volume si caratterizza per una scrittura densa, competente, dietro la quale si sente tutto il lavoro di ricerca svolto; si respira serietà scientifica ad ogni pagina con richiami ai più illustri pensatori che si sono espressi sull’argomento, da Leibniz a Pascal, da Vico a Foucault.

A chi scrive, che non è specialista del settore, ha fatto piacere scoprire nozioni di un certo fascino (come la ‘geometria del caso’) e meditare su rapporti cui non aveva mai dedicato attenzione, come i rapporti tra probabilità e giurisprudenza o le implicazioni che intercorrono tra il concetto di probabilità e la storia della logica giuridica.

Libro importante dunque e per le interconnessioni tra nozioni complesse (basterebbe il titolo del primo paragrafo a sottolineare l’importanza dei concetti analizzati: I fondamenti della logica giuridica moderna) e per la loro ‘storia’ nel corso del tempo, corredata da un ampio ricorso alle fonti primarie.

          Chi scrive si occupa di linguistica e dunque la sua attenzione si è concentrata sulle nozioni linguistiche. Discuterò pertanto brevemente due punti.

La nozione di 'segno linguistico simbolizzato' (p. 21) pone qualche interrogativo. Tutta la linguistica contemporanea si basa sulla nozione saussuriana di ‘segno’, che è, come è noto, l’unione arbitraria tra un significato e un significante. Non è dunque chiaro  cosa voglia dire quel ‘simbolizzato’. E dunque non è chiaro come “il segno abbia la stessa importanza delle parole” (p.22).

Per la linguistica contemporanea, un segno è (anche) una parola o meglio: una parola è (sempre) un segno, in quanto dotata di un significato e di un significante, dove il rapporto tra queste due facce inseparabili (come il retto e il verso di un foglio) è ‘arbitrario’  (nel Cratilo di Platone si discute se le parole siano  per ‘nomo’ o 'fisei’ e la risposta odierna è ovviamente ‘nomo'. Naturalmente, gli autori citati sono tutti di epoca pre-saussuriana e dunque la loro nozione di segno non coincide con il segno saussuriano. D’altra parte è stato notato che diversi autori francesi importanti (Derrida per es.) facciano speso un uso, come dire, ideologico di nozioni tecniche, ma questa è la tendenza generale di chi fa più storia della disciplina che praticare la disciplina al fine di scoprire, e possibilmente spiegare, meccanismi specifici del linguaggio umano. Un solo esempio: a p. 72 si dice che secondo Foucault (1926-1984) il pensiero classico sarebbe un ‘pensiero per segni’ dove un significante astratto rinvia ad un significate concreto. Ora, il “Cours de linguistique générale” di Ferdinand de Saussure è del 1916, dove la nozione classica del ‘segno’ comporta che il significante sia sempre concreto; non esistono significanti astratti. Astratta può essere l’altra faccia del segno, il significato. Ma Foucault non sembra voler intervenire sulla questione.

 Un altro punto che ha attirato la mia attenzione è la frase di Wittgenstein posta nell’esergo: Les limites de mon langage signifient les limite de mon univers.

E’ lecito chiedersi quali sono questi limiti. Sono quelli della mia lingua, della lingua che si parla attorno a me o sono i limiti di quel che io ho appreso. In altri termini sono limiti strutturali o limiti -diciamo così- della mia educazione linguistica?.

La domanda ha a che fare anche con una questione terminologica di un certo peso, dato che langage è ‘linguaggio’, facoltà del linguaggio e si oppone a langue, che è la lingua, una data lingua storica.

Mentre language sembra dire che si tratta della prima ipotesi, mon language sembra rimandare alla seconda.

Dal punto di vista della linguistica contemporanea, langage è una facoltà umana (e solo umana) innata e dunque sarebbe, è, improprio parlare de ‘il linguaggio degli animali’. Langue è la somma delle potenzialità che una lingua ha, è il ‘sistema’  che a sua volta si oppone a parole come atto concreto (de Saussure). Vi è dunque una sorta di gerarchia: langage, langue, parole dove il primo termine indica una facoltà umana, il secondo è il sistema astratto di una data lingua storico-naturale (il francese, il basco), il terzo rappresenta gli atti concreti, le realizzazioni linguistiche. A tutto questo si potrebbe aggiungere il termine ‘idioletto’ che rappresenta quanto un parlante padroneggia della sua langue. Tutti coloro che affrontano temi legati al linguaggio, alla lingua dovrebbero, oggi, tenere presente questa articolazione. E cosi’, ci possiamo legittimamente chiedere a quale di questi livelli Wittgenstein desiderava riferirsi: alla langue o all’idioletto?

 Gli interrogativi che il libro in oggetto pone sono rilevanti per una varietà di discipline: la logica, la retorica, l’arte giuridica dove queste nozioni si intersecano in vari modi e alla fine rimandano al rapporto ‘ragione/passione’ nel discorso giuridico: qual è il limite dell’arbitro del giudice nelle questioni di giustizia? (p.246). Il limite è rappresentato dalle norme giuridiche o dalla coscienza? Domande che rimandano a questioni esistenziali fondamentali, come il dramma di Antigone (obbedire alle leggi umane o a quelle della coscienza?) o come il problema della giustizia ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij con il suo invito a pensare attraverso le emozioni se si vuole evitare di non credere più alla giustizia, dato che una giustizia puramente razionale può generare dei mostri.

          Il volume di Angela Giovanna Palermo è un lavoro stimolante, vasto, articolato in sei densi capitoli dove la densità concettuale non ostacola la lettura, dato che è sempre chiaro e puntuale e riccamente documentato.

 Angela Maria Palermo.  Logique juridique et logique probabiliste à l’âge moderne. Perspectives pour une philosophie du langage. Editions Mimesis, 2019.

07 giugno 2021

"Yoga" di Emmanuel Carrère

 

di Marigabri


       Al culmine della felicità per una vita che ha realizzato i suoi intenti, Carrère progetta di scrivere Yoga, un piccolo libro che distilli l’essenza della sua lunga pratica di meditazione.

      Ma sul più bello, è proprio il caso di dirlo, la sua esistenza subisce un tracollo improvviso, un rovesciamento radicale. Ecco che lo scrittore si trova ad affrontare il suo personale Avversario: “un ego ingombrante e dispotico” che lo porterà al ricovero in clinica psichiatrica, con una diagnosi di “disturbo bipolare di tipo 2”.

        Ma poiché la scrittura, per Carrère, è il territorio della verità e la letteratura “è il luogo in cui non si mente”, ecco svolgersi sotto i nostri occhi questo implacabile resoconto. Ovvero “un improbabile libro sullo yoga- cioè, un libro che doveva essere sullo yoga e che, a conti fatti, dopo varie vicissitudini forse lo è.”

       Questo racconto comincia dall’esperienza del Vipassana, percorre la storia di un dolore nevrotico che porta alle soglie della pazzia e stranamente approda sulle coste di un’isola greca, dove l’autore si occuperà di alcuni giovani migranti, fino a concludersi (forse) con il ritorno alla normalità, complice l’intensa poesia di Catherine Pozzi che Carrère ama ripetere a se stesso come un mantra salvifico.

        Un libro discontinuo ma avvolgente che racconta la vita come viaggio periglioso verso la consapevolezza.

Emanuelle Carrère. Yoga. Adelphi.

03 giugno 2021

“Tentazioni: partire” di Gianni Quilici

 

Lago Scaffaiolo                      foto di Gianni Quilici

     Partire è dimenticare, dare un colpo d’accetta al passato.

     Partire è alleggerirsi. 

    Partire è cercare il mai visto, immergersi nel quasi mai vissuto o esplorare di nuovo ciò che si è intravisto. 

    Partire è allargare spazio, conoscenza, dare senso al tempo. 

    Partire è aprire gli occhi due volte, destrutturare ciò che si è per cercare di ristrutturarsi di nuovo, nuovi. 

    Partire è lasciarsi andare, se necessario osare.

    Partire è vivere nuove rappresentazioni, scolpirle negli occhi e in tutti i linguaggi che amiamo.

01 giugno 2021

“L’accusata” di Slavenka Deakulić

 


di Angela Giovanna Palermo

 Leggere “L’accusata” equivale a farsi trapassare il cuore e la mente da una lama bollente.

Slavenka Deakulić aveva già dato prova della sua finezza psicologica, della sua sensibilità verso il dolore, soprattutto femminile, nel bel romanzo Il letto di Frida; ma ne L’accusata raggiunge vette altissime di introspezione, attraverso una prosa che riflette la sua vocazione di giornalista e di cronista.

La storia narrata è quella di un processo a una donna che ha ucciso sua madre. Durante il processo che la vede imputata, la donna di cui, non a caso, non si conosce il nome, non si difende, non parla, ma ricorda, proprio come Lo straniero di Camus che in tribunale non cerca di difendersi dall’accusa di omicidio. Anche per lo Straniero, apparentemente privo di qualunque emozione, persino di fronte alla morte di sua madre, il banco degli imputati diventa il luogo ideale per un processo al suo passato.  

I ricordi dell’Accusata simili a frame di un film di Bergman, riportano alla luce la storia di una bambina, “la Bambina”, termine ripetuto lungo tutto il romanzo in maniera quasi ipnotica, attraverso una prosa scarna, lucida, precisa, che trasforma il flusso di coscienza attraverso cui sono raccontati, in un bisturi capace di affondare nella mente del lettore.

Il nucleo del romanzo è costruito intorno al rapporto madre-figlia che diventa un viaggio terribile e perturbante attraverso i meccanismi perversi della simbiosi, della dipendenza, della violenza fisica ed emotiva più atroce, che si consuma da tre generazioni lungo una linea matrilineare.

La bambina protagonista è la figlia indesiderata di una donna gravemente disturbata che è stata, a sua volta, una bambina non amata e abusata. Il tòpos psicopatologico della vittima che diventa, a sua volta, carnefice, viene reso con un realismo che non lascia spazio a nessuna banalizzazione psicologica.

L’accusata è anche una piccola summa di psicopatologia della vita famigliare; uno spietato reportage dei complessi circuiti della dipendenza amorosa, del sadomasochismo, dell’autolesionismo, della diffusione dell’identità, del numbing, della sindrome di Münchhausen per procura.

Nessuno dei protagonisti di questa storia famigliare ha un nome, a voler sottolineare come l’abuso fisico, psicologico ed emotivo siano in grado di spogliare chi lo subisce di ciò che lo rende “persona”, in senso rogersiano: un organismo nella sua totalità in cui vi è una intrinseca spinta verso la tendenza attualizzante, una tendenza, cioè, ad attualizzare tutte le proprie potenzialità. 

Le emozioni e le sensazioni che la bambina riporta prima, durante e dopo le violenze subite, arrivano al lettore con la stessa ferocia delle frustate e delle scottature che il suo corpicino deve sopportare, vuole sopportare, pur di essere “vista” dagli occhi totalmente anaffettivi della madre:  

Sarebbe inutile spiegare a lei o a chiunque altro che il dolore che la mamma mi infliggeva era un segno di attenzione, come un semplice tocco grazie al quale sentivo di esistere per lei, di essere percepita. E che quando si allontanava troppo da me, quando mi escludeva dal suo mondo con l’aiuto delle pastiglie, ero come una pianta appassita. È difficile immaginare che qualcuno possa diventare dipendente dal dolore fisico. Tuttavia, il dolore era la prova della presenza dell’altro nella mia vita, la prova che non ero sola e che esistevo. Il dolore ci univa, era la base del nostro rapporto, come per altri può essere la tenerezza.

La bambina deve pagare perché ella è la materializzazione di un errore imperdonabile da parte della donna che l’ha generata la quale ripete incessantemente, come un macabro ritornello: “Tu sei mia. Io ti ho dato la vita, io te la posso togliere”.

L’errore imperdonabile della madre rappresenta la colpa archetipica delle pretese dell’amore fusionale, una luce gettata sull’imperdonabile fragilità maschile, una macchia indelebile che guasta la logica di una pavida società borghese retta dall’impalcatura di un incomprensibile silenzio, del far finta di niente, pur di non rinunciare alla tiepida tranquillità di una normalità apparente, meschina e colpevole.

Diventata adulta, la bambina sembra trovare nell’amore, nell’accoglienza del calore totalmente estraneo di una casa, la possibilità e la speranza, presto tradite, di recidere il cordone ombelicale d’acciaio che la lega alla madre:

Quando stavamo insieme mi sentivo come un naufrago tratto in salvo. Per sentirsi salvi è sufficiente che al mondo ci sia una sola persona che, almeno per un po’ di tempo, ti accetti per quello che sei e ti faccia sentire al sicuro. Avevo bisogno di questo sentimento di unione e di appartenenza.

La normalità dell’innamoramento viene descritta come uno spazio esterno che all’inizio sembra vuoto e senza limiti e che ben presto apparirà mostruoso e minaccioso, in quanto sembra la controparte della possibilità di pensare a una realtà “altra”, intesa come possibilità di separarsi da un sistema di relazione fusionale e sadomasochistico divenuto indispensabile alla sopravvivenza delle due donne.

Con un acume psicologico raro, l’autrice ha tentato di descrivere il difficile e fallimentare percorso della bambina del trovare e ritrovare quel senso individuale di sé, come in un meccanismo di partenogenesi, attraverso l’amore che trascende quel rapporto fusionale e violento in cui tra madre e figlia non ci sono differenze né limiti.

L’analisi di questo rapporto patogeno, francamente perturbante, ricorda molto da vicino le atmosfere cupe e mortifere de La pianista, film del 2001 diretto da Michael Haneke, tratto dall'omonimo romanzo di Elfriede Jelinek, in cui si mette in scena il dramma dell’impossibilità di soddisfare il bisogno assoluto di fusione con un oggetto primario e totalizzante: la madre. Entrambe le donne protagoniste del romanzo e del film, nel tentativo angoscioso di emanciparsi dalla fusionalità perversa con la madre, attraverso relazioni amorose che assumono le caratteristiche di oggetti transizionali, sperimentano in maniera tragica l’insuperabilità delle loro inibizioni e la carica distruttiva della loro ambivalenza che assume le forme dell’alternanza tra ritorni e abbandoni nel libro, e quella della disinibizione sadomasochistica nel film.

 

La simbiosi è l’elemento per comprendere un altro tema centrale nel romanzo, ma anche nel film di Haneke e in un altro film capolavoro sui rapporti madre-figlio: “Mommy”, pellicola del 2014 diretta dal regista prodigio Xavier Dolan. Il desiderio di simbiosi dei tre protagonisti porta all’annullamento di altri desideri infantili da parte del bambino che viene costretto, suo malgrado, a una maturazione precoce, per farsi carico delle problematiche della madre ambivalente. Questa dinamica è stata riconosciuta e studiata dallo psicanalista e psichiatra ungherese Sándor Ferenczi ne Il sogno del poppante saggio[1]. Il “poppante saggio” è il bambino che cerca di non frantumarsi, di tenere insieme i pezzi della sua esistenza con la volontà di diniego da parte della madre. Di fronte al trauma inelaborabile del diniego, il bambino rinuncia a una parte del sé, a causa della disperazione di non essere capace di sentirsi connesso alla madre, nell’impresa impossibile e tragicamente eroica di ricomporre la propria immagine nella mente della madre, al fine da garantire la sopravvivenza di entrambi. In un’altra sua celebre opera, la Confusione delle lingue[2], Ferenczi parla di “confusione che traumatizza”: l’incontrollabile paura che il bambino prova per l’adulto, lo obbliga a una saggezza idealizzata e fantasticata. In questo modo il bambino compensa la sua confusione di fronte all’ansietà della madre, investendo in fantasie di conoscenza. Il bambino diventa così, come descritto nel romanzo, il protettore di una madre fragile, allontanando in questo modo la sensazione di impotenza:

Forse la colpa era mia. Qualsiasi cosa mi facesse, non riuscivo a lasciarla, tornavo sempre da lei. Per amore o per dipendenza. Mi teneva legata a sé con la paura, con la compassione e il senso di colpa con cui controllava la mia vita. Non potevo staccarmi del tutto da quella donna, oramai impazzita e infelice. Mi dispiaceva che si sentisse così legata a mio padre che invece non voleva più saperne. Sognavo spesso di tornare da lei. Qualcuno doveva assumersi la responsabilità di quell’essere ripudiato da tutti. Qualcuno doveva prendersene cura. Comunicava con me maltrattandomi, non sapeva fare altrimenti. Fin da bambina comprendevo che questo era il suo modo di manifestare attenzione nei miei confronti.

  La saggezza della bambina protagonista de L’accusata, serve come antidoto alla mancanza assoluta di difese, ai sentimenti ingestibili di impotenza e vergogna. Ella diventa il “contenitore” delle parti psicotiche della madre, a scapito di un’amputazione di una parte di sé.

 Quello che Ferenczi ci descrive è un meccanismo per cui, in risposta al trauma, avviene una vera e propria frammentazione del Sé: stati e sensazioni corporee vengono represse, fino al punto in cui è come se l’individuo sparisse dalla scena. La risposta estrema al trauma, scrive ancora Ferenczi, è un ritiro dal corpo in cui la persona “considera il proprio essere distrutta o mutilata con interesse, come se non fosse più il suo sé, ma un’altra persona ad essere sottoposta a questi tormenti”. La persona è oltre sé stessa, fuori da sé, lontana da sé, incapace di produrre meccanismi fondamentali di introiezione, avviluppata in un processo di depersonalizzazione, di dissociazione dal corpo. Questo complesso processo dissociativo è superbamente descritto nel romanzo, in cui la prosa è parte integrante della dissociazione traumatica, fino a divenire immagine stessa del trauma.

La conclusione del romanzo non lascia spazio a nessuna forma di redenzione.

Lì dove non arriva l’amore a recidere le maglie delle pesanti catene di un dolore patologicamente necessario alla protagonista arriva, infine, la morte, con tutto il suo carico di distruzione e di pace.

Per interrompere il meccanismo della violenza che si ripete da generazioni, nel tentativo di proteggere “l’altra bambina”, l’“Altro da sé”, interviene ancora una volta la violenza, come in una mise en abîme che sembra riecheggiare, con tragica liricità, il racconto della maledizione della stirpe di Edipo.

La bambina che rappresenta la nuova generazione viene salvata dalla furia cieca che potrebbe abbattersi su di lei, ma non viene salvata dal trauma emotivo in cui è rimasta impantanata sua madre, e la madre di sua madre, “come in un mare di catrame fuso”, come in un eterno ritorno dell’identico.   La bambina non ha paura del futuro, non ha paura del presente. In tribunale il suo passato “si ritira come la bassa marea”, donandole una straniante sensazione di libertà.

La descrizione del fluire denso della temporalità che comporta un congelamento del proprio vissuto temporale in un perpetuo, eterno presente, ci riporta, per analogia, a uno scritto di Stolorow il quale spiega la temporalità traumatica con la dottrina nietzschiana dell’eterno ritorno. Il linguaggio poetico di tale dottrina sembrerebbe cogliere magnificamente, secondo Stolorow, “la nullità e l’infondatezza della nostra esistenza [3]”, suonando come una condanna ineludibile:

“Le esperienze del trauma emozionale diventano fermo-immagini all’interno di un presente eterno in cui qualcuno rimane intrappolato per sempre, o a cui è condannato a fare perpetuamente ritorno attraverso i lasciapassare forniti dalle fionde e dalle frecce della vita. Nella regione del trauma, tutta la durata o il protendersi collassa; il passato diventa presente, e il futuro perde tutto il significato eccetto quello della ripetizione senza fine [4]”.

Nemmeno l’amore innocente di un figlio che nasce può recidere il legame traumatico che lega per sempre la bambina a sua madre.

Il tentativo sofferto di amare la bambina, metafora vivente di una nuova possibilità di vita, viene immolato sull’altare di una follia sacralizzata.



[1] Ferenczi, S., 1923: “Il sogno del poppante saggio”, p. 184, vol. III, in “Sprachverwirrung zswischen den Erwachsenen und dem Kind (Die Sprache der Zärlichtkeit und der Leidenschaft)”. Trad. italiana: Opere, Cortina editore, 1992.

[2] Ferenczi S.,1933: “Sprachverwirrung zswischen den Erwachsenen und dem Kind (Die Sprache der Zärlichtkeit und der Leidenschaft)”. International Zeitschrift für Psychoanalyse, 19, pp.5-15. Trad. It: “Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino. Il linguaggio della tenerezza e il linguaggio della passione”. In: Fondamenti di Psicoanalisi, a cura di G. Carloni ed E. Molinari, 4 voll., Guaraldi, Rimini, 1972-75, e in: Opere, a cura di G. Carloni, Vol. IV (1927-1933), Raffaello Cortina, Milano, 2002, pp.91-100.

[3] Stolorow, R. D., 2011, World, Affectivity, Trauma”, Routlede, NY, p. 56.

[4] Ibidem, p. 55.

 

“L’accusata”   Slavenka Deakulić.  Keller editore, 2016