14 marzo 2014

"Il prospettivismo in Don Chisciotte" di Emilio Michelotti




Nel XVII sec. l’Europa è percorsa da una vena di follia. Incantesimi, caccia alle streghe, superstizione, Inquisizione, magia, alchimia intralciano e aprono al contempo la strada alla rivoluzione scientifica.
L’arte barocca raccoglie e amplia la duplicità insita nei nuovi tempi: razionalità connessa alla spiegazione/riduzione matematica del mondo, fuga verso realtà illusorie e drammaticamente coinvolgenti.

La Spagna è una terra sostanzialmente estranea alla nuova scienza naturalistica. La modernità, lì, pare frantumarsi in imperizia e approssimazione. Cervantes s’inserisce perfettamente in questo clima sonnolento, conformista e antiereticale com’è, attratto com’è dalle stravaganze della diversità e dall’appiattimento sui poteri costituiti.

Il Don Chisciotte è un meticoloso réportage sull’arretratezza della provincia spagnola. Ma allegorie e simboli ne dilatano enormemente lo spazio, dilagano oltre la cornice e assurgono a emblema, convincente per lo scetticismo che lo anima. Un esempio può essere la discesa nella caverna di Montesino, nel cuore dell’arida Mancia eppur percorsa da un fiume carsico, la Guadiana.

L’ambiente irreale, “magico”, apre la possibilità ad una sorta di rito iniziatico. Il tempo reale non coincide col tempo mentale: Chisciotte crede di permanere tre giorni (come Gesù nel sepolcro).
Sancio mimerà una ironica iniziazione cadendo nell’anfratto di antiche rovine.
Il Don Chisciotte può essere visto – forse in modo troppo scaltro o troppo ingenuo – come un gioco di specchi, in cui l’inganno dell’occhio e della mente fa pendant col “desencanto”.  A tale esito e sentimento lo sfaldamento dell’impero di Carlo V da un lato, la persecuzione antislamica e antiebraica seguita alla “reconquista” dall’altro, hanno gettato il Paese (un popolo in apnea, dice Ortega Y Gasset).

Il Don Chisciotte è come un tromp-d’oeil: una serie di piani potenzialmente infiniti s’accavallano e si rispecchiano in rimandi continui (Velasquez con Las Meninas può rendere l’idea al livello pittorico di tale sommatoria rapsodica di prospettive: il quadro è già dentro il quadro, il pittore stesso ed il punto di vista dell’osservatore stesso vi sono già compresi).

Che cosa è reale, dov’è l’inganno? Impossibile discernere: il prospettivismo, portato alle conseguenze estreme, ammette e, al tempo stesso, confuta tutte le affermazioni senza bisogno di prove
L’arabo Cite Hamete Benengeli è evocato da Cervantes come il mitico primo autore di un romanzo ispirato alle gesta dell’hidalgo.
Successivamente egli si pone come semplice traduttore. Nel capitolo XXIV (2a p.) si scopre che Benengeli era già, a sua volta, traduttore di una storia più antica.

Entra poi in scena De Avellaneda che, effettivamente, ha pubblicato una seconda parte apocrifa del romanzo. Cervantes se ne serve per arricchire ulteriormente i riccioli del suo affresco barocco (costui ”rischia il rogo, e lo merita, per avermi descritto così”, dice Don Chisciotte).
Intanto l’opera sul “vero” personaggio si va compiendo all’unisono con le sue avventure, la storia si vive mentre la si scrive (un gioco simile al "ritratto" di O.Wilde). Nel XXXIII (2a p.)si dirà: “ma questo nella storia non c’è ancora”.

Il tempo si dilata, si sfasa e diviene a sua volta illusorio. Nel II e III (2a p.) Il romanzo figura già stampato. “Vendute 30.000 copie”, si precisa nel XVI. Come in una macchina del tempo, Chisciotte agisce anche sul passato (LIX,2). Avvertito da de Avellaneda, cambia il corso degli eventi e va a Barcellona anziché a Saragozza. L’autore spiega al lettore: “Mi accusavano di denigrazione, allora ho cambiato carattere ai personaggi”. E nel XXX, 2: “molti hanno già conosciuto, dopo aver letto il romanzo” (ancora non scritto) “le gesta del Cavaliere dalla Triste Figura”
Nel cap. LXXII,2 si viene a sapere che lo stesso Don Chisciotte ha già letto la sua storia. La finta Altisidora racconta che nell’inferno i diavoli giocano col romanzo già finito. All’inizio del XLIV,2 compare un nuovo primo traduttore di Benengeli.

Il travestimento è l’aspetto fondamentale della crisi d’identità che diviene il motivo dominante del romanzo moderno.
Questo capitolo, il XLIV, 2, è quasi una teorizzazione della genesi del romanzo, della sua necessità storica. E’ la parte nella quale il maggiordomo “è e non è” la Tribolata. Altrettanto “Sono e non sono” tutti i personaggi cervantiani, da Dulcinea al Cavalier del Bosco, Dalla principessa di Miccomiccone al cavaliere degli specchi-maschera della morte. E’ e non è la realtà stessa. In questo modo la maschera di Cervantes s’oppone e rovescia in ironia il sogno rinascimantale di Calderon e dell’Ariosto (la vita non è sogno, è teatro e commedia). Così egli scioglie anche il dubbio  di Amleto: l’essere è anche il non-essere.

O almeno così sarebbe se non intervenisse, senza sosta e puntualmente, l’esito realistico (spesso per mezzo di Sancio oppure dell’autore stesso che, in prima persona, chiama il lettore a giudicare), che riporta al pensiero comune, all’ovvietà del senso. Con molti distinguo, però: non c’è cosa né oggetto che, filtrato dalla ragione della mente, permanga immutata. Il dubbio si riproduce, inesausto, al livello più elevato (o se preferite più profondo) dell’intelletto. E così via, all’infinito, specchio dopo specchio.

24 settembre 2012

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