25 giugno 2013

" Libri per la nostra estate"




LA DOMANDA:
cosa suggerite di leggere (un libro almeno con una motivazione anche brevissima) per questa estate... tempi più lunghi..e forse più raccolti?


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Ilaria Sabbatini Io consiglio vivamente "Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all'età moderna" di Giacomo Todeschini. Servirà a capire molte cose di come si forma un pregiudizio.

Simona Cappellini 2666 di Bolano..

 Michele Constantine Marguerite .Duras, L'amante

Giovan Sergio Benedetti Per il mio bisogna aspettare ottobre, ma nel frattempo, come non credente consiglio un po’ di Bibbia, sul serio
 
Francesca Dossena "I Capricci del destino" bellissimi racconti di Karen Blixen

  Nevelya Alyveen Tempo di uccidere di Ennio Flaiano.

Irene Balducci "Geografia commossa dell'Italia interna" di Franco Arminio ed. Bruno Mondadori - 2013. Perchè Franco è un poeta, perchè ha uno sguardo lungo con cui ama le cose piccole, perchè crede che la politica abbia bisogno di poesia.

Alda Trovatelli concordo in toto con Irene Balducci. Arminio è poesia, gentilezza ed è pure bello lui

Marco Ciaurro Io sto rileggendo "I fuochi del Basento" di Raffaele Nigro ed è un gran bel libro. Di Roland Barthes "Critica e verità" è senz'altro tra io suoi quattro o cinque capolavori

Cosima Di Tommaso  ’Un amore’’, Dino Buzzati, Oscar Mondadori, 1995
Magnifico Buzzati in un romanzo erotico (apparentemente). Egli dipinge mirabilmente, le sfumature relative al sentimento d’amore e morboso, vissuto dagli occhi, dalla pelle, dal sentire di un uomo. Stupefacente non tanto o, non solo, per il fatto narrato in sé, quanto per la precisione oggettiva della lingua.
E’ un libro che ‘’prende’’ molto, avvinghia il lettore.
[...]
''Solo, e nessuno era in condizione di aiutarlo e neppure di capirlo, forse di compatirlo neanche. E il lavoro, la famiglia, gli amici, le serate in compagnia non gli dicevano più niente, intorno a lui tutto era vuoto e senza senso. Non si era liberato, ecco la questione, non si era affatto liberato.''
pag. 135

Nevelya Alyveen "Muri" di Claude Quétel

Patrizia Manganaro Nei tempi più raccolti, ad esempio prima di dormire, tempo breve e raccolto anche perché è un tempo intimo, in cui si può pensare in silenzio, un tempo indisturbato che aiuta ad immergersi, inviterei a leggere due titoli, abbastanza freschi, contemporanei, da leggere a perdifiato, appunto in una sera, al massimo in due.
 Il primo, il più veloce per coinvolgimento emotivo è '' Io e te'', di Niccolò Ammaniti, romanzo dal quale Bernardo Bertolucci ha tratto il suo ultimo omonimo e bellissimo film. Una storia vera, per chi ha visto il film, il romanzo ha un finale sorprendente che non ci si aspetta, un finale struggente, che commuove e che si vorrebbe cambiare se si potessero cambiare certe drammatiche realtà giovanili, dove l'intelligenza e la gaiezza vengono trasformate dall'inganno del vizio in percorsi obbligati e difficilmente hanno un ritorno, percorsi dolorosi e morenti...la storia di una giovane raccontata da suo fratello molti anni dopo, quando egli per forza di cose racconta di un periodo adolescenziale trascorso in circostanze avventurose con la sorella, e ne dipinge il ritratto limpido e senza sbavature, amorevole ma amaro per l'epilogo finale delle vicissitudini di lei. Suggerisco di leggerlo perché tratta temi difficili ma con l'umanità e il senso di appartenenza al prossimo che disarmano.
Sempre per un tempo breve, magari mentre la sera all'aperto si ascoltano in sottofondo le cicale. Si tratta di ''Doppio misto'', di Raffaele La Capria, più episodi autobiografici romanzati, un libro a tratti bizzarro, a tratti sensuale, e anche romantico, con lo scrittore che racconta in prima persona dei tempi giovanili di quando lavorava ai suoi studi negli Stati Uniti d'America, dei suoi amori e le passioni, delle persone conosciute e dei sogni. Molto bello il cameo prima dell'inizio del romanzo, una poesia alla libellula, una delle cose più poetiche e leggiadre che ho letto in questi ultimi tempi, di profonda sensibilità, un vero piacere.
Per i tempi più lunghi, quando c'è più spazio intorno a noi, quando il sottofondo è più fitto di suoni, quando il giorno ancora è troppo lungo da trascorrere, inviterei a leggere altri due titoli, un classico e un contemporaneo. Il primo è ''Storia di una passione'', di Anais Nin e Henry Miller, perché non mi stancherò mai di leggerlo e di rileggerlo, una storia d'amore e di simbiosi intellettuale, di avanguardia amorosa continua, venti anni di corrispondenza intensa, con frammenti di intimità in un legame stretto pieno di aspettative sessuali e travolgenti, di due individui di elevata statura culturale. Una storia affascinante e complessa. È stimolante leggere di questi due geni della letteratura.
 Il secondo, più divertente, è '' Il trono vuoto'', opera prima di Roberto Andò, il regista che ne ha poi tratto il film '' Viva la libertà'', l'affresco di una fazione politica in crisi d'identità, che ben rispecchia il mondo politico odierno e le sue contraddizioni morali, la sua etica al contrario. Un romanzo succulento, con una storia paradossale ma convincente tuttavia, perché spesso la realtà supera la fantasia, perché se sono paradossali i personaggi del libro, sono inseriti comunque in un contesto veritiero. Un segretario di partito che fugge dalle proprie responsabilità per una crisi improvvisa che lo fa allontanare da tutto e da tutti, e che viene sostituito in maniera del tutto fortuita e casuale dal fratello gemello che ne ricalca le sembianze con un successo inatteso, e che darà origine a equivoci e interrogativi. Un libro divertente ma anche molto profondo, spietato per certi versi, evidenziando il vuoto politico che tutti ci troviamo realmente ad affrontare. Questi sono alcuni dei libri che mi hanno fatto compagnia in quest'ultimo periodo, e sono fluidi, non estivi, ma scorrevoli, piacevoli. È bella questa idea, mi sono divertita, grazie.

Cristina Cri Caturegli "L'eleganza del riccio" di Muriel Barbery perchè è un bel romanzo filosofico alla scoperta di ciò che sta sotto le apparenze.

Ilaria Sabbatini Nei boschi eterni - Fred Vargas

Rita Lazzari Kate Mansfield "Tutti i racconti" delicatezza sullo scorrere della vita, ma solo apparente perché non tutto scorre come dovrebbe; e un libro diversissimo che mi ha sorpreso anche
Poi un secondo libro molto diverso,un altro mondo,ma appunto sorprendente, perché da Agassi non mi aspettavo questa introspezione, l'epica ..."Open"

Loredana Giannini Nella breve convalescenza mi son fatta fuori "La donna del tenente francese": epoca vittoriana, romanticismo ottocentesco, personaggi indagati nelle profondità psicologiche ed emozionali. Bello, ne voglio ancora… perfetto per una inguaribile romantica come me.

Patrizia Colt Cadau qualsiasi cosa di una nobel austriaca Elfriede Jelinek. Magari "Le amanti".

Donatella Adorno Andrea Camilleri - "Come la penso"
 
Camilla Palandri "Il dolore perfetto" di Ugo Riccarelli. La saga di due famiglie che si snoda in un arco temporale di circa un secolo, dalla fine dell'Ottocento alla metà circa del Novecento. Sullo sfondo tutti i cambiamenti storici avvenuti.
Un romanzo, a mio parere, bellissimo e coinvolgente da leggere tutto d'un fiato.

Patricia Howie "La bellezza femminile nel tempo" di Marianna Solari
 
Adele Ci "Il canto delle parole perdute" di Andrès Pascual, una storia molto coinvolgente che costringe a riflettere sulla questione dell'energia nucleare

Carmela Linda Longo DONNE CHE CORRONO COI LUPI di Clarissa Pinkola Estés .....bello e caro !!!
 
Eloisa Guidarelli "L'uomo che ride" V. Hugo

Caterina Donatelli una scrittrice tenace: Grazia Deledda. una terra corposa e invadente: la Sardegna. un uomo in lotta fra il desiderio del bene e l'abbandono al peccato: Elias Portolu.

Serena Isola 'La sottile linea scura' Joe R. Lansdale e 'La generazione' Simone Lenzi

Cri Salide Che tu sia per me il coltello di David Grossman

Laila Pifferi " La luna e i falò " , da leggere e rileggere, ogni volta ci trovi qualcosa che non avevi notato, che ti era sfuggito... " Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti." Ecco a me basterebbe aver scritto questo in tutta la mia vita, in Pavese io trovo ciò che sono e mi piace sapere che qualcuno l'ha scritto...
 
Ilaria Borelli "Cose che nessuno sa" di Alessandro D' Avenia

 Andrea Carraro Consiglio Le condizioni della luce (Gaffi), nuovo romanzo dello scrittore-poeta Fabio Ciriachi, per parecchi motivi.
Anzitutto perché è uno dei pochissimi romanzi italiani che racconta in modo onesto e affidabile gli anni 70/primi 80, con personaggi veri, reali, palpitanti, non proiezioni ideologiche dello scrittore o macchiette da commedia.
Poi perché offre uno splendido ritratto femminile.
Infine perché si confronta con il tema della morte, cioè con il "tragico" con leggerezza, eleganza, pietas.

Gianni Quilici Tra i libri letti quest'anno uno mi ha colpito profondamente fino a stupirmi per la sovrabbondanza di elementi, a volte perfino eccessivi, Il teatro di Sabbath di Philip Roth.
Perché c'è un personaggio Sabbath libero, quasi completamente libero da ogni super io, che dice la verità a se stesso e agli altri, la dice da grande intellettuale, funambolo della parola e della provocazione, desideroso di cogliere e di suscitare desideri erotici, ma anche reazioni cattive. Dentro questa libertà c'è anche un grande dolore di una vita che non c'è più, di persone amate che non ci sono più, di un amore sconfinato che può solo ricrearle e che ce le ricrea nella loro grandezza...Drenka, l'amante croata. con cui non conosce limiti nella sfrenatezza erotica e sessuale eccetera, eccetera

21 giugno 2013

"Profumo di città" di Odino Raffaelli



di Luciano Luciani

Apprezzato “scrittore autobiografico”, in tutti i suoi libri - tre dal 2009, il primo dei quali pubblicato alla bella età di 78 anni - Odino Raffaelli ci ha abituati a una pratica delle memoria insieme sociale e sentimentale, fitta di personaggi minori, o addirittura minimi, della prima metà del secolo scorso. Storie, le sue, intrise di vita quotidiana e perciò stesso cariche di utilissime informazioni storiche, antropologiche, di costume. Sia che racconti la dura esistenza delle genti dell’Appennino tosco-emiliano tra le due guerre (Una carezza sui ricordi), sia che riporti alla memoria, sua e dei Lettori, le dure condizioni di vita dei “lavoratori del mare”, i marinai della marina mercantile, negli anni cinquanta e sessanta (La valigia sull’acqua), Raffaelli, l’occhio costantemente attento e sollecito nei confronti dei meno fortunati, mantiene anche in questo Profumo di città una lucida e inossidabile capacità di ricordare anche i particolari che sfuggono e invece sono significativi e una scrittura garbata, cordiale, fruibile. E alla fitta rete dei suoi ricordi non sfugge una vicenda dai forti connotati umani, sociali ed economici che, negli anni dell’infanzia e gioventù, lo vide testimone tanto interessato quanto discreto. Ovvero, l’emigrazione locale temporanea di giovani e giovanissime donne della montagna emiliana che, per tutta la prima metà del secolo scorso, si recavano “per serve” nelle città della costa: un cospicuo flusso di lavoratrici domestiche che nelle famiglie urbane e benestanti, in cambio dell’ospitalità e di una modestissima retribuzione, svolgevano una pluralità di funzioni ed erano al tempo stesso cameriere e badanti, balie asciutte e governanti, cuoche e bambinaie… 

Odino Raffaelli le segue passo passo queste ragazzette di montagna, spesso illetterate quando non del tutto analfabete, e ne racconta il momento triste e doloroso della partenza dalle povere famiglie d’origine e l’impatto traumatico con l’ambiente cittadino; le rare occasioni di gioia e, soprattutto, i dolori nel rapporto con la nuova famiglia che le accoglie; i numerosissimi doveri e gli scarsi diritti, senza tacere le ingenue strategie attuate da queste donne per sopravvivere e magari ritagliarsi piccoli spazi per un’esistenza decorosa e, in casi eccezionali e fortunati, vere e proprie posizioni di potere all’interno della nuova dimensione familiare.

Emerge dalle pagine di Raffaelli la narrazione puntuale e accorata di condizioni materiali di vita disagevoli e diseguali, sempre pesantemente segnate in senso paternalistico: non collaboratrici familiari, non datori di lavoro, ma “serve” e “padroni”, anzi “Padroni”. Queste lavoratrici, numerosissime (quasi mezzo milione di donne compresa tra i nove a e gli oltre 65 anni d’età) che a ridosso della Grande Guerra costituivano circa un terzo della intera forza lavoro femminile del Paese, risultarono, poi, marginalizzate anche all’interno dello stesso movimento dei lavoratori: svolgevano, infatti, una prestazione d’opera, il lavoro domestico che, privo com’era allora di regole e prescrizioni, manteneva uno “stigma d’inferiorità” che lo faceva “disprezzare e sfuggire da tutta la gioventù lavoratrice più intelligente ed evoluta” (Rignano Sullam, 1914).

Zone d’ombra, dunque, ma anche qualche luce. Tramite non pochi esempi, sempre tratteggiati “con simpatia piena d’amore” per le ragazze di montagna, l’Autore ci evidenzia anche i modi concreti con cui queste donne, entrando in relazione con situazioni sociali e culturali più mosse, più dinamiche e moderne, seppero a poco a poco, emanciparsi dai ruoli tradizionalmente assegnati loro nelle famiglie d’origine. Così, pazientemente e intelligentemente, la subalternità iniziale delle “serve” e delle balie seppe assimilare nuovi stili di vita e trasformarsi in un potente veicolo di mutamento ideologico e comportamentale che, riportato nell’ambiente domestico e nei luoghi di provenienza, ancora attardati e arretrati, contribuì, e non poco, all’onda lunga dei diritti e delle conquiste femminili.

Un processo che si fece addirittura inarrestabile dopo il secondo conflitto mondiale e dopo aver attraversato la Ricostruzione e il “miracolo economico”, la Prima Repubblica e la Seconda, dura ancora ai nostri giorni e si rivela tuttora capace di rinnovare le istituzioni e la società.



Odino Raffaelli, Profumo di città, Daris Libri e Stampe, Lucca 20013, pp. 240, Euro 12,00

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15 giugno 2013

"I due mondi" e "Senza via d'uscita" di Elio Moriconi



di Luciano Luciani

La scrittura può essere tante cose: effusione lirica o narrazione oggettiva, creazione di mondi fantastici o documentato rendiconto memoriale.. Se per Hemingway l’impegno dello scrittore deve essere rivolto a “scrivere una cosa in modo tale da farla diventare parte dell’esperienza dei lettori, Kafka intendeva la scrittura come “una forma di preghiera”. Essere narratori significa in primo luogo saper narrare se stessi, perché “la narrazione che ognuno fa della propria storia rimanda continuamente al senso della propria identità… È rivelatrice dei significati che la persona ha attribuito alla sua storia e insieme al senso di sé che ha costruito” (Parsi). È sostanzialmente questa la strada che ha intrapreso Elio Moriconi, che, dietro il velo sottile del racconto d’invenzione, propone al Lettore contenuti marcatamente autobiografici su scenari storici del tutto verosimili perché personalmente conosciuti, vissuti e praticati dall’Autore.

Ambientate negli anni sessanta e settanta, le sue storie raccontano di uomini e donne di un’Italia ormai lontana: un Paese che, velocemente ma in maniera disordinata, si emancipava dai vincoli di un’economia arretrata e una cultura superata ed elitaria e realizzava importanti conquiste sociali. Ma, mentre i ceti storicamente subalterni trovavano la forza e per procedere a una significativa ridistribuzione dei poteri economici e politici, gli interessi minacciati procedevano a una poderosa riorganizzazione e a una controffensiva feroce che non escluse la strategia della tensione, l’utilizzo senza scrupoli e a volte criminale di settori deviati dello Stato, il terrorismo e un battente condizionamento ideologico instillato quasi molecolarmente nella pubblica opinione del tempo attraverso uno spregiudicato uso dei mass media, in primis la televisione. 

È la storia italiana di appena ieri quella che Moriconi ci racconta, in due libri Senza via d’uscita e I due mondi l’uno complementare all’altro, attraverso le vicende di due coppie che, in una società in tumultuoso cambiamento dalla tradizione alla modernità e avvelenata dal conflitto ideologico, non riescono a trovare il necessario punto di equilibrio per una sensata esistenza comune. Soffoca il promettente rapporto tra i giovani Enrico e Virginia, stretto tra le angustie della precarietà e della disoccupazione, l’orgoglioso carattere di lui e il familismo amorale della famiglia di lei. Quindici anni più tardi la bene avviata relazione tra Eugenio e Luisa, una coppia di adulti di modesta condizione sociale, ma colti e consapevoli, viene irrimediabilmente guastata dal peso opprimente dell’ambiente domestico della donna, conformista, chiuso alla tolleranza, al rispetto della libertà degli altri, ai diritti dell’amore.

L’una e l’altra storia si concludono, dunque, nel segno della sconfitta, della frustrazione delusa dello scacco che, a leggere bene tra le righe, non è solo individuale, ma generazionale, collettivo, storico. A fallire non sono solo i progetti di vita personali di un paio di giovani coppie di amanti, ma è l’intera società italiana di quegli anni che non riesce  a conseguire i fini, alti e generosi, che la sua parte più avanzata e sensibile si era prefissi. Far parte della “meglio gioventù”, sembra metterci sull’avviso l’Autore, non significa necessariamente vincere. Anzi, spesso proprio questa appartenenza è apportatrice di delusioni che lasciano segni, cicatrici profonde nell’esistenza delle persone.

Libri interessanti questi di Moriconi, Problematici, privi di qualsiasi happy end consolatorio, sollecitano a interrogarci sulla nostra storia recente e sul ruolo in essa giocato da ciascuno di noi con i suoi comportamenti e le sue scelte individuali. 

Fruibile la scrittura, talora diretta sino a diventare esplicita se non addirittura cruda, mentre un eccesso di digressioni colte rallenta il procedere dell’azione, l’evolversi dei sentimenti, il crescendo del sentimento amoroso prima, del disamore poi.



Elio Moriconi, I due mondi, (LULU, COM 2011), pp. 146, E. 13,00

Elio Moriconi, Senza via d’uscita, www.lulu.com, pp. 106, E. 11,00

I romanzi di Elio Moriconi sono reperibili presso “LuccaLibri”, corso Garibaldi, 54, Lucca, tel. 0583 469627, dove I due mondi è stato presentato nel gennaio 2013.
Chi, fuori dal capoluogo, fosse interessato alla loro lettura, può acquistarli anche tramite Internet, contattando il Centro stampa internazionale LULU.com, oppure Google, ad esso collegato, facendo presente titolo e Autore.

08 giugno 2013

"Gli oggetti... i colori" di Isabella Eugenia Monti


foto di Gianni Quilici

… credo che gli oggetti siano un prolungamento mentale e fisico di noi stessi e in qualche modo siano il nostro specchio, riflettono chi siamo e cosa amiamo e loro ci parlano solo perché noi stiamo osservando e parlando alle nostre emozioni

…eppure quante volte le stesse "cose" che amiamo e poi detestiamo, così volubile il nostro umore, ci rendono gioiosi o tristi

…in essi proiettiamo i nostri sogni e i nostri desideri le nostre paure, eppure siamo sempre noi..noi mentali..e loro lì.. oggetti inanimati e concreti, utili e belli come il nostro occhio vuole e desidera.. noi siamo e amiamo solo ciò che già ci appartiene, ma saperlo, viverlo e con consapevolezza lucida, riconoscerlo ci aiuta a mantenere vigile la nostra sensibilità, la nostra attenzione del qui ed ora.. a riconoscere una dimensione di spirituale magia, che oltrepassa la banale apparenza ci eleva alla dimensione del sogno.. ricerca l'energia profonda che anima l'inanimato e lo rende amico fidato, segreto custode

....ed io che parlo ai colori...ai verdi brillanti alle lacche solferine, violette e vermiglie ai gialli di cadmio... ai blu oltremare.. ai rossi vivaci.. meravigliosi e belli.. so che tutti i colori del mondo sono un semplice tubo di metallo e pasta... ma quante volte mi son sentita dire ... mi illumini di immenso...

07 giugno 2013

"Gli oggetti" di Gianni Quilici


LUCCA. foto di Gianni Quilici

Gli oggetti parlano solo se noi parliamo a loro.
E noi parliamo  a loro solo se li osserviamo come se fossero quasi un miracolo.
Altrimenti rimangono (a noi) muti, assenti, invisibili, anche quando non sono oggetti nati dalla creatività umana, ma natura, che nasce, cresce, muta, muore.

Ampliare il nostro sguardo significa assumerci, quindi, dentro tutto il creato non solo gli uomini, non solo, come sempre più accade, gli animali, non solo la natura e gli elementi naturali, ma anche tutto ciò (o molto di ciò) che l’uomo  ha creato e che crea sempre più vertiginosamente: la penna con cui scrivo, il computer con cui trascrivo, il pavimento di mattonelle su cui cammino, la finestra da cui mi sporgo, la macchina lungo la strada, la pavimentazione di pietra e così via.

Guardarci intorno, assorbire questo pullulare di esistenze, catalogare, cogliere le forme, andare all’anima delle cose, se e quando l’anima ce l’hanno.  

01 giugno 2013

“Ja” di Thomas Bernhard



di Gianni Quilici

La prima tentazione: lasciare perdere, inesorabilmente chiudere. Perché lo stile dell’ultimo  Bernhard fatto di periodi lunghi, dove un fatto viene lasciato e ripreso più volte, creando una circolarità ossessiva, mi aveva respinto, pur avendo letto notevoli romanzi simili, come per esempio “Perturbamento” e “Cemento”.

Ho invece continuato la lettura ed ho capito ben presto che mi sbagliavo. Bernhard è uno scrittore dialettico, un tipo di dialettica negativa e ossessiva.
Dialettico, perché questo nucleo narrativo iniziale, apparentemente statico, si articola e nello stesso tempo si approfondisce. Si articola, cioè il romanzo diventa storia anche avvincente; e si approfondisce, perché scolpisce i caratteri dei personaggi nel loro nucleo più profondo.
Questo movimento narrativo e penetrante esprime una visione dell’uomo e dell’esistenza spietata, di un nichilismo che nessuno salva, neppure l’io narrante.

L’io narrante è uno studioso di scienze naturali, che vive in una casa orribile, in un luogo orribile dell’Austria, è malato, misantropo,  apatico, fallito come studioso e senza uno scopo, ha pensato per tutta la vita al suicidio, senza però avere il coraggio di eseguirlo. E in uno stato spaventoso si reca dal suo unico amico Moritz, agente immobiliare, per rovesciare su di lui tutto d’un colpo e nel modo più brutale la sua vera situazione psicologica, finora a lui nascosta… quando appare una coppia matura, lui, uno svizzero ingegnere famoso che costruisce centrali nucleari, lei persiana. Fin dal primo momento lo studioso è affascinato dalla donna….

Progressivamente, attraverso questa prosa circolare che accumula musicalmente e ossessivamente fatti su fatti, Thomas Bernhard ci fa capire e sentire i protagonisti: l’abilità nel suo lavoro e la forza di carattere di Moritz, la crudeltà implicitamente disumana dello svizzero, la meschinità e la malvagità della padrona dell’hotel e di tutto l’ambiente circostante, il masochismo autodistruttivo della persiana. L’io narrante sembra salvarsi dalla sua “infermità psicoaffettiva”, grazie al rapporto benefico con la donna persiana . Nel suo raccontare, però, il protagonista non dice tutta la verità, non è spietato con se stesso come lo è stato inizialmente. Vittima di un ambiente carnefice, anche lui diventa un carnefice. Il romanzo finisce con un sì, (lo Ja tedesco, titolo del romanzo) pronunciato dalla donna ed è un sì, che diventa l’ultima estrema lapidaria affermazione di negazione della vita.

Un romanzo di grande spessore analitico e anche visuale. Perché questa prosa è’ talmente maniacale, che non solo i personaggi, ma l’ambiente e i vari habitat( il  campo tristissimo, su cui dovrà essere costruita la casa della coppia, l’hotel, le voci della gente) rimangono e ben si incidono nell’immaginazione.

Quale potrebbe essere il limite di “Ja”? Ho pensato per un attimo alla donna persiana, un personaggio più letterariamente simbolico che reale, per molti versi, speculare all’io narrante. Però è l’io narrante che la vive e che ce la racconta secondo la sua percezione e i suoi sentimenti, non è lo scrittore. Perché, ci si può chiedere, un rapporto tra i due, che inizialmente è intenso, diventa poi insopportabile? Lo scienziato narrante non lo analizza, ce lo dice come fatto, che sembra non avere cause. Perché il suo interesse per la donna è svanito. Quindi questa figura rimane indefinita, diventa comunque la visione del mondo di Thomas Bernhard, orribile, nichilista.

Thomas Bernhard. Ja. Traduzione di Claudo Groff. Ugo Guanda editore. Pg. 103. Euro 12,00.

     

   

31 maggio 2013

"L'integrazione" di Luciano Bianciardi



di Gianni Quilici

Avevo letto anni fa Il lavoro culturale, gustosissimo, e soltanto ora ho ripreso il suo secondo romanzo, che ne è la continuazione L'integrazione.
Pure gustosissimo e divertente, ma con qualcosa in più. Sbaglia chi considera Bianciardi, solo o anche soprattutto, come un umorista. Bianciardi non vuole far ridere in sé, è un realista che coglie i fatti a distanza vedendone gli aspetti inconsapevolmente (per i protagonisti) comici. Non c'è deliberata forzatura, ma capacità di rappresentare le convenzioni, le manie, i modelli culturali, di quella particolare fase storica.

In questo romanzo, che  analizza con feroce divertimento il mito dell'industria culturale negli anni del cosiddetto miracolo economico a Milano, con i suoi dirigenti e impiegati, c'è un'amarezza profonda, però appena sullo sfondo.
Marcello, l'intellettuale non integrato, libero e precario, solitario e socialmente sconfitto rispetto ai valori dominanti, è l'alter ego, ma non è l'anti-eroe con cui è  facile identificarsi.

Luciano Bianciardi. L’integrazione. Bompiani.


30 maggio 2013

" Arte e bellezza" di Antonio Paolucci



di Davide Pugnana

Credo sia la prima volta che mi capiti di iniziare una recensione partendo da un piccolo aneddoto personale, quello che i francesi chiamano il petit fait vrai. A poco o nulla sono valse le più sottili strategie di resistenza all’io; o la feroce mortificazione autocritica messa in atto per temperare, frenare, debellare qualsiasi tentazione autobiografica. Uno alla volta, i numerosi tentativi di incipit ‘oggettivi’, tenuti sul filo di un approccio, come si dice in gergo, “lavorato con distacco critico” sono precipitati nel dimenticatoio. Eppure mi ero preparato a scrivere un’impeccabile, inamidata pagella del libro, puntellandola di tutti i crismi dell’analisi critica: il tuffo nel magma dei concetti e delle frasi per ridisegnarne la tessitura; l’elogio della finezza del tenore intellettuale; la corsa - come si fa davanti ad un pensiero baciato dall’originalità - ad accendere la luce nei corridoi laterali, per collegarli con stanze inesplorate e porte comunicanti. Questo è il galateo di ogni buona recensione. Ebbene, se questo metodo poteva calzare per molti libri sottoposti a recensione, questa volta l’obbedienza all’oggettività dava allo scritto un vero e proprio sapore di tema scolastico. Anche il tradizionale rimedio di lasciar sedimentare la materia, ignorandola per settimane, fingendo che non esista o non possa aver sviluppo, è apparso come un infantile gioco del nascondino. Alla fine ha vinto la prima persona. Le prime parole che mi vengono sotto la penna sono, quindi, queste note di diario, le sole capaci di restituirmi il senso di un incontro speciale, prima che con un oggetto di carta con una persona. Anzi, con una voce.

È vero che accade spesso – mi accade spesso -  di identificare uno scrittore con l’impressione che ne ebbi la prima volta. Anche se passano gli anni, e scorrono altre letture, e il palato si impreziosisce di nuove essenze, quella impressione può tornare prepotente a guidare l’ascolto. Talvolta è una tessera interna al proprio gusto, il segno di una presenza rimesta a metà tra l’intelligenza del cuore e quella della mente; altre volte può mostrarsi giusta e vera. Il che vuol dire che quel contatto aurorale con lo scrittore ha lavorato in un silenzio inavvertito, fino a condensare quella prima impronta fugace nella consistenza plastica di una figura. Una figura che finisce per appartenere all’intimo dominio della propria storia e biografia intellettuale. Ora, Antonio Paolucci è legato per me all’impressione che ne ebbi quando sentii la sua voce la prima volta. Cadde nella mia vita al di fuori dei contesti ufficiali delle conferenze e delle lezioni (dove mi sarei aspettato di scoprirla), visitandomi in un contesto di ovattata, normale, quotidianità. Non è facile isolare il punto di inizio di un rapporto. Difficile tener separata la folla di sensazioni nella loro successione narrativa. Ricordo solo che quella voce mi colpì da subito per la grana, per la consistenza timbrica, lieve e profonda. Velata e materica a un tempo. Questa voce singolare proveniva dalla stanza accanto. Ricordo che mi ero fermato per ascoltarla, preso dallo stesso piacere che si prova quando, camminando distratti per strada, da una finestra aperta un suono ci raggiunge, magari una frase musicale o un motivo che ci sono familiari, ma dei quali non ricordiamo la fonte. Non sembrava la voce cadenzata e monocorde dei messaggi televisivi: quella voce umana che, filtrata dal passaggio nell’audio meccanico e sparata nello spazio dai lati dello schermo o dalla base, giunge spogliata di colori e stravolta nella forma. La voce che arrivava dall’altra stanza era più calda ed effusiva. La sua tramatura fonetica creava una tonda geometria senza smagliature calata in un’interna, serena cavità minerale di quarzo che ne metteva in evidenza all’orecchio le trasparenze. Trasportava nell’aria un ritmo, incarnava un dettato, segnava nella mente un’idea di garbo che avevo ‘ascoltato’ sui libri o, raramente, raccolto in qualche aula universitaria come un’epifania. Eppure, non potevo dire che fosse la voce di Narciso, innamorata delle proprie risorse espressive e schiava d’una compiaciuta abilità oratoria. Di un attore non aveva la dizione educata e pulita. Forse era la voce di qualcuno che stava leggendo un testo famoso, un classico della letteratura o della storia. Ricordo bene che mi ero fermato d’improvviso, proprio come fossi stato colto da una melodia trovata per strada. Ascoltandola nelle sue vene possenti o seguendola nei suoi rivoli minuti; fermandomi nelle fessure delle pause, in quelle crepe dove i concetti sembravano fissarsi in incanti improvvisi, poi dilatati in immagini fatte metafora di un sottofondo allusivo, ecco questa voce che scherzava e giocava con le parole e divagava in bellissimi voli, era un luogo fisico meraviglioso. Una sorta di vasto tempio, antico e moderno insieme. Un grembo arcaico. E in quel preciso momento, mi ha attraversato il pensiero che non solo i nomi propri di persona sono luoghi di intensità, come ci narra Proust nel finale di Du coté de chez Swann; anche alcune voci umane hanno in sé il potere evocativo di disegnare luoghi, di allestire spazi permeati da un’atmosfera che desideriamo abitare. Potevo spingermi ad affermare che in quella voce enigmatica avveniva come “nel nome di Balbec, come nella lente d’ingrandimento di quei portapenne che si comprano al mare, scorgevo onde inarcate intorno a una chiesa di stile persiano.”? Non lo so. Di una cosa però non avevo dubbi: quella voce nell’altra stanza era figlia dei libri. Con questo non voglio dire che fosse “libresca”. Tutt’altro. Una voce nutrita dai libri è uno strumento che porta in sé una fibra umanistica inconfondibile. È come passare le mani su una stoffa per saggiarne la qualità nella sua esistenza tattile. Qualsiasi cosa dello scibile essa tocchi o abbracci acquista un palpito nuovo. Certo, non potevo negarne la fattura oratoria: le frasi, sinuosamente costruite e inanellate con cura dialettica, erano degne di un fioretto sottile ed elegante. A rivelarne però questa particolare natura non era la forma, bensì il suo andamento: ossia quella cadenza in prosa che sembrava restituirmi la grazia di stile di alcuni autori. Ad esempio, poteva essere figlia del Seneca delle Lettere a Lucilio e dei Saggi di Montaigne; della linea dei moralisti classici; del timbro narrativo delle Vite vasariane o delle pagine di Luigi Lanzi, oppure poteva essersi fatta sull’ampio respiro della lingua manzoniana. Impressioni, queste, che tanto più confermavano la presunta consanguineità umanistica della voce nella scelta felice di alcune immagini-metafora: spie che lasciavano affiorare, in filigrana, il gusto educato e prezioso di un lettore di poesia.

Questa voce incarnava alla perfezione uno stile di conversazione di cui, anni prima, avevo letto una descrizione in una raccolta di scritti di Pietro Citati e che ora vado a recuperare. Vale la pena riportarne un passo: “La scrittura è fissa: o almeno il movimento tumultuoso delle parole cerca di trovare in lei una forma definitiva, sebbene il movimento verbale vi palpiti ancora. La bellezza della conversazione sta nella sua inarrestabile fluidità.”

Non credo di aver mai ascoltato una conversazione così perfetta. Per me, la bellezza della voce nella stanza accanto era proprio l’inarrestabile fluidità della conversazione che, solo più tardi, in una seconda occasione portatami ancora una volta dalle mani del caso, avrei saputo appartenere ad Antonio Paolucci. E, cosa ancor più impressionante, questa voce singolare l’avrei riscoperta intatta e fedele a se stessa sulla pagina scritta.

Arte e bellezza (collana orso blu, Editrice La Scuola, Brescia 2011) è, forse, il testo che più di altri restituisce alla perfezione l’intuizione dell’accordo elegante, la giustezza di tono e la misura classica della voce (la voce del pensiero) di un umanista del nostro tempo. Nelle belle spirali dell’ intervista-conversazione con Carolina Drago, Paolucci attraversa episodi nodali della sua biografia umana e intellettuale, muovendo il ricordo sul doppio confine dell’educazione sentimentale e intellettuale e della vitalità culturale, esperita sul campo. Dall’infanzia riminese, tra gli oggetti preziosi della bottega antiquaria del padre, fino alle battaglie da soprintendente; dalle opinioni sull’arte contemporanea al turismo culturale; dalla gestione del “museo diffuso” alla vacua terminologia critica, dove le parole non rispecchiamo gli oggetti (“beni culturali” invece che “belle arti”; “territori” in luogo del più aderente “paesaggio”). Ampio spazio è riservato alla questione della tutela del patrimonio culturale italiano. Paolucci sottolinea il primato dell’Italia in questo ambito. L’episodio cruciale di questa storia dai marcati chiaroscuri è quello che riguarda le scelte di Leone X: “Nel 1516, un papa, Leone X, Giovanni Lorenzo de’ Medici, grande intellettuale e straordinario umanista, decise che per amministrare il patrimonio storico e culturale di Roma ci voleva un tecnico. Avrebbe potuto nominare come Soprintendente al patrimonio artistico di Roma un alto prelato, un suo parente, , un sostenitore politico e invece spiazza tutti. Nomina un tecnico e chiama il più talentuoso di tutti: Raffaello Sanzio. Con Leone X, per la prima volta, cinque secoli fa, si afferma il concetto che la potestà prescrittiva e normativa nell’ambito dei beni culturali, deve essere affidata alla competenza tecnica. Per questo quando si parla di manager dei musei, di ‘bocconiani’, che dovrebbero governare ed amministrare i musei, io cito sempre Leone X dei Medici.” Da questo punto massimo, collocato nel cuore dello spirito rinascimentale, la storia della legislazione dei beni culturali in Italia prosegue come un vettore che tocca disegni di leggi definiti, da Paolucci, “capolavori di civiltà e di sapienza giuridica”, ulteriori conferme del primato italiano e di nuove forme di cultura illuministica: l’editto Pacca del 1820, nello Stato della Chiesa; la legge Bottai, nel 1939, in pieno fascismo. Una legge, quella di Bottai, che aveva alla base “consulenti come Roberto Longhi, Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi, storici dell’arte, teorici del restauro, uomini d’eccellenza.”

A questo punto, vien fatto di chiedersi da dove provenga la finezza d’eloquio di questa voce? Dov’è caduta la traccia dell’eco primario e fondante, rimasto impresso per sempre nella gola? Qual è la sua lettera scarlatta? Questa scaturigine può essere individuata in un anello della formazione di Paolucci. Nel primo capitolo, L’amore per la bellezza, egli ci racconta i suoi anni universitari a Firenze: “Dopo il liceo sono andato a Firenze dove c’era la cattedra di Storia dell’arte di Roberto Longhi, uno dei più grandi storici dell’arte italiani. A Firenze c’erano musei, c’era in qualche modo la bellezza istituzionale: il Bargello, gli Uffizi, Palazzo Pitti. Ho studiato lettere con indirizzo storico-artistico e mi sono laureato a 24 anni con Roberto Longhi, con una tesi sulla pittura ferrarese ed emiliano-romagnola del Quattrocento.” Roberto Longhi ha formato una scuola di studiosi straordinari, nomi che vanno da Francesco Arcangeli a Flavio Caroli. Figure di critici-scrittori che ci hanno lasciato tra le più belle pagine della prosa italiana del Novecento. Ma Longhi, per chi lo ascoltò e per chi lo lesse, per le generazioni di ieri e di oggi, fu anche un maestro di stile e di bellezza oratoria. Di arte e bellezza della parola. Di Roberto Longhi, anzi, si può dire ciò che Giorgio Caproni scrisse per Montale. Parafrasando il noto epigramma: “Ciascuno ha il suo Longhi/ ritagliato a misura./ Vale quello che vale/ secondo natura e statura.” Per il giovane Antonio Paolucci, questo maestro dal fascino stregonesco ha certo costituito la cifra fondante della sua voce, di oratore e di scrittore: “Roberto Longhi mi ha insegnato la conoscenza tecnica dell’opera d’arte e , insieme, la capacità che ha la parola di diventare mimetica della figura. Questo è un insegnamento prezioso: saper scegliere le parole che riescono a restituire a te stesso e agli altri la curiosità e la felicità che dà l’opera d’arte.”

L’insegnamento di Longhi lavora al fondo della capacità mimetica che Paolucci ha di filtrare il pulviscolo di materia biografica, umana, esperienziale e la percezione visiva dell’opera nei modi di un racconto: di una narrazione fluidamente orchestrata e calibrata su tempi narrativi, fitta di personaggi, di folle, di scenari storici, di luci e ombre, di oggetti. Come quando Paolucci proietta la sua fantasia verso l’ideale epoca storica, verso l’Heimat che il suo desiderio e il suo temperamento vorrebbero abitare: “Io tornerei a Roma nell’estate del 1508. In quell’estate succede che un papa che si chiamava Giulio II della Rovere chiama qui a Roma un ragazzo di venticinque anni, che era Raffaello di Urbino e un giovane uomo di trentatré anni che era Michelangelo Buonarroti e chiede a Raffaello di dipingere il suo appartamento privato e a Michelangelo di dipingere la volta della Cappella Sistina. Chissà com’era quell’estate del 1508? Chissà com’era Roma? Stava succedendo di tutto. Era già arrivato Lutero, si era fermato a Santa Maria del Popolo, veniva dal Nord, scendeva dalla Flaminia ed entrava dalla Porta del Popolo. Lutero si ferma nella chiesa agostiniana di Santa Maria del Popolo, i suoi confratelli lo ospitano e lui il giorno dopo comincia a girare per Roma, si fa in ginocchio la Scala Santa, visita le basiliche, si ferma davanti alle venerabili reliquie della cristianità, arriva a San Giovanni in Laterano dove c’era il governo pontificio. Arriva a San Pietro che era ancora quella di Costantino, l’antica San Pietro affrescata da Giotto. Come mi piacerebbe seguire i passi di Martin Lutero in quell’estate! Lui che comincia a pensare a Roma come alla nuova Babilonia, mentre i cardinali ricchissimi passano per la strade con la loro corte, con le loro amanti.”  E quando Paolucci ci descrive le sue fantasticherie di passeggiatore solitario, nella dorata solitudine delle gallerie vaticane, come un personaggio delle tele di Pannini, la nostra stessa fantasia non può che tornare alle passeggiate di Winckelmann e di Mengs al fianco del cardinale Albani, nelle belle serate romane in villa.

Questa dote di narratore di affreschi storici, di vite d’artista e di opere d’arte trasmutate in sostanza verbale, non permea solo la produzione saggistica di Paolucci. Certo, esempi memorabili li possiamo trovare nella Presentazione al catalogo della mostra dedicata alle botteghe fiorentine del Quattrocento, laddove ci accompagna nelle dinamiche dei rapporti maestro-allievo, “fenomeno complesso e affascinante che chiede di essere capito al di là dei luoghi comuni e degli stereotipi romantici.”. Li possiamo trovare nell’attraversamento della poetica e della ritrattistica di Francesco Messina; e sono le pagine nelle quali lo sguardo di Paolucci si ferma a spiegarci la koinè plastica, le radici linguistiche della scultura italiana del Novecento: “I maestri prima citati hanno inteso la tradizione non come manuale d’uso e codice di riferimento ma come ‘lingua’; l’hanno assimilata e quindi usata con la naturalezza e con la libertà con le quali ciascuno di noi usa la lingua nativa. Questo ha permesso loro di affrontare la ‘Modernità’ senza impacci, senza piombo nelle ali. Come io che scrivo uso la lingua del Lanzi e del Vasari e non saprei, né vorrei, usarne altre, così i maestri della ‘linea italiana’ hanno usato la lingua di Arnolfo e di Donatello, del Laurana e di Desiderio essendo consapevoli, tuttavia, che con lo strumento di quella lingua, essi erano chiamati a raccontare la ‘Modernità’, a dar significato agli argomenti e ai miti del XX secolo, non già a rievocare il passato.” Lo stesso palpito quasi di stupore e il medesimo afflato che anima le pagine sulla scultura di Messina, o le altre di pregnante, partecipata intensità, dedicate alle gipsoteche delle Accademie (I gessi d’accademia, fratelli sfortunati), lo ritroviamo nel tenore e nel ritmo di conversazione di Arte e bellezza, la cui fluidità argomentativa raggiunge uno dei suoi apici nel capitolo quinto: Il museo ideale. Qui, Paolucci traccia la sua ideale collezione museale e tocca una sapiente narrazione delle immagini d’arte.” Nel descrivere Las lanzas, La ronda di notte, la Madonna di Senigallia, i Coniugi Arnolfini,  l’Olympia, Guernica, la voce di Paolucci – quella stessa voce che mi ha fasciato in un giorno di normalità quotidiana nell’altra stanza e simile ad un’elegante prosa di quarzo - diventa un perfetto, accordato, strumento di equivalenza verbale del fatto figurativo. Vibrano rinnovate in quella voce, le picche della guardia e il sedere del cavallo di Velazquez; l’anno 1642 nella vita di Rembrandt e “l’immersione dentro l’Umanità che è pensiero e azione, giovinezza gloriosa e malinconici pensieri, il mistero che incombe e la struggente bellezza del mondo dal quale è così doloroso staccarsi”; “la poesia della vita silenziosa” degli Arnolfini, il cui gesto di unione avviene negli amati “interni svelati di luce” e resi attraverso il “silenzio tutto nordico di questa camera foderata di legno”; l’Olympia sentita come idolo inaccessibile, enigmatica icona che “ci trasmette una specie di fascino ipnotico, di orrore sacro”, con “il gatto nero che si inarca sul letto come una presenza demoniaca” e “la serva negra che offre il bouquet di fiori”; il Picasso “sensuale e mediterraneo, quello dei ritratti di donne di tori, di centauri”, che riesce a fissare “lo splendore dell’eros, sulle donne, anche quando le dipinge con un occhio solo e tre nasi”; e, passando per la stupenda e spiazzante analogia tra l’Estasi di Santa Teresa di Bernini e i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, Paolucci infine, arriva a parlare dell’autore d’elezione, la ‘dichiarata passione’ per Raffaello Sanzio: “Con il suo genio è riuscito a metabolizzare e trasfigurare tutto. Ha preso forme consegnate dalla tradizione, il linguaggio degli italiani, e l’ha trasformato, l’ha fatto suo, inventando la lingua di Raffaello che è il punto apicale della nostra lingua artistica. […] Vorrei avere, di Raffaello, il ritratto di Baldassare Castiglione, che è la raffigurazione dell’intelligenza e del gusto alla stato puro.”

Mi chiedo spesso perché, di tanti autori che scopriamo e che ci raggiungono in modi inattesi, durante la nostra vita, solo nel caso di poche presenze ci assale il desiderio feroce di tornare a riascoltarne la voce. Di abitarla come un luogo senza i cui confini e humus sentiremo che l’esistenza stessa sarebbe infinitamente più povera. Sembra che nel dialogo con le opere di questi autori, si apra uno spazio immutabile, dove tutto rimane fissato al giorno e all’ora particolari del primo incontro, come le sei del pomeriggio nella scena del tè del Cappellaio Matto. Talvolta cerco di spiegarmelo riaprendo Proust, in particolare quel passaggio dove spiega che i “luoghi che abbiamo conosciuti non appartengono solo al mondo dello spazio dove per semplicità li collochiamo. Essi non erano che una parte esigua del complesso di sensazioni confinanti che formavano la nostra vita d’allora; il ricordo di una certa immagine non è che il rimpianto d’un certo istante; e le strade, le case, i viali sono, ahimé, fugaci come gli anni.” Nel caso della voce di Antonio Paolucci, non mi è possibile ridurre l’impressione del primo contatto ad analisi razionale. Tanto la sua parola è coerente al pensiero, da cui è nutrita e strutturata, che finisce per costituire un’arte della conversazione e un abito della scrittura; un registro stilistico che appartiene al dominio tutto dell’onesto umanesimo italiano. Questa voce, figlia della lingua del Vasari e del Lanzi, accoglie gli oggetti delle belle arti, le opere e le vite degli artisti, fino ad assorbirle e metabolizzarle; per riconsegnarle infine, dopo un misterioso processo di trasformazione verbale, scomposte e rievocate in dettagli meravigliosi, animate da un palpito dello sguardo che è, prima di tutto, sentimento dello sguardo.

Antonio Paolucci, Arte e bellezza, collana orso blu, Editrice La Scuola, Brescia 2011, pp. 93, euro 10

                                           

29 maggio 2013

"San Giovanni Battista" di Caravaggio



di Gianni Quilici

Nella cripta del Duomo viene esposto fino al 18 agosto il “San Giovanni Battista” di Caravaggio, proveniente dalla Pinacoteca Capitolina di Roma. A parte la suggestione della cripta - tra affreschi (la resurrezione di Cristo), arcate e pareti di cotto e di tufo, gli stupendi libri su pergamena (con notazioni di musica e miniature) - ciò che colpisce profondamente è proprio il quadro di Caravaggio.

Quadro dipinto nel 1602, committente la famiglia Mattei, e qui non importa stabilire se il giovane ritratto sia San Giovanni Battista o il figlio maggiore dei Mattei. Ciò che stupisce è, innanzitutto, la grandezza realistica del quadro. Si provi a considerarlo nei dettagli, anche quelli più minuscoli: le unghie e le dita dei piedi, il pelo e le corna dell’ariete, le ombre e le luci e le loro sfumature.
E’ stupefacente l’esattezza, la cura, la verità del dettaglio. Come lo è, se consideriamo l’insieme, l’attimo in cui viene colto il giovane, che non è statico, ma dinamico. Caravaggio dipinge, infatti, con eccezionale veridicità il movimento dei muscoli nella torsione del dorso e nella postura delle gambe. Influenzato dal Michelangelo de “Gli ignudi”, come viene sottolineato nella mostra e in moltissimi libri di critica.

Michelangelo però trasmette una bellezza classica che ha ascendenze divine; Caravaggio scolpisce un adolescente, rifacendosi piuttosto a miti arcadici-pagani, rappresentandolo nella sua ingenua libertà. Una libertà naturale, poco consapevole, la libertà della nudità, del sorriso infantile, di puro e semplice desiderio di vivere, con quella sorta di autocompiacimento, di chi si sente oggetto di attenzione, l’attenzione del pittore.

Con in più un altro aspetto: la morbida reciprocità nell’abbraccio con l’ariete, simbolo della redenzione.

Un quadro scandaloso in tempi di controriforma, perché libero da ideologie. Lo scandalo di chi non vuole fare scandalo, ma essere se stesso fino in fondo, a costo di pagare prezzi alti, come a Caravaggio, nella sua breve vita, accadrà.


"Il San Giovanni Battista di Caravaggio"
Siena, Cripta del Duomo
17 aprile – 18 agosto 2013
Orari: tutti i giorni dalle 10,30 alle 19
Ingresso: € 8,00 esposizione temporanea e cripta sotto il Duomo
€ 5,00 ridotto per gruppi sup.15 pax
€ 3,00 scuole
€ 12,00 Opa Si Pass All Inclusive – ingresso in tutte le sedi del Complesso ed all’esposizione temporanea

articolo tratto da @LoSchermo

21 maggio 2013

"L'inviato della rete" di Alessandro Ticozzi



di Gordiano Lupi  
 www.infol.it/lupi


Un appassionato di cinema non resta indifferente di fronte alla quantità di materiale che Alessandro Ticozzi riesce a raccogliere nel suo ultimo libro. Piatto ricco mi ci ficco! Verrebbe da esclamare. 

E infatti si comincia con un’intervista inedita a Leonardo Celi e ad Andrea Pergolari che ha per tema l’attività brasiliana di Adolfo Celi e Luciano Salce, di certo non troppo nota. 

Tra le chicche del libro apprezziamo una rivalutazione del Jerry Calà regista, cineasta non molto considerato dalla critica alta, ma che resta un autore in grado di stupire. 

E poi ci sono i mostri della commedia all’italiana (e non solo): Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, Vittorio Caprioli, Gabriele Ferzetti, Antonio Pietrangeli (nei ricordi del figlio), Luigi Zampa, Ugo Tognazzi, Ettore Scola, Vittorio Gassmann (intervista alla figlia Paola) Bud Spencer, Steno (visto dal figlio Enrico Vanzina), Renato Pozzetto… 

Un elenco quasi interminabile. Una miniera di notizie, raccolte con passione e amore cinefilo, sistemate con cura certosina nello spazio di interviste ai protagonisti e – in mancanza del diretto interessato - a chi li ha conosciuti da vicino.

 Il libro parla anche di musica, molte interviste riguardano Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Mina e il Festivalbar. Ugo Gregoretti, Giuliano Montaldo, Milo Manara, Folco Quilici, Giovanni Spagnoletti (che riflette su Fassbinder), sono altre perle di un volume che farà la felicità degli appassionati.
 Se dobbiamo trovare un difetto a questo bel volume, sta nella mancanza di uniformità e nella estemporaneità della collazione dei singoli pezzi, disposti in sequenza senza un filo conduttore. 

Ma forse la raccolta vuol soltanto seguire il corso delle passioni di un autore che si dimostra grande esperto di cinema italiano, soprattutto commedia e pellicole d’autore, ma anche di musica popolare.
Il materiale raccolto da Ticozzi nel volume è stato tutto pubblicato in rete su riviste e media come Dedalus, News Candiani, Quarto Potere, Radiophonica, Spettacoli News e Associazione Unis@und. L’autore è laureato al Dams di Padova e va ricordato per un brillante saggio cinematografico intitolato L’Italia di Alberto Sordi (2009). Ha pubblicato anche il romanzo breve Diario di un cinemaniaco di provincia (2010). Il suo sito ufficiale è www.alessandroticozzi.it.

Alessandro Ticozzi. L’inviato dalla rete
Senso Inverso Edizioni – Euro 17 – Pag. 320