di Davide Pugnana
Sulla vita e l'opera di Emily
Dickinson, sul loro reciproco compenetrarsi o escludersi, sui silenzi e i vuoti
di un giorno o di un'ora trascorsa, è stato scritto moltissimo. Biografi e
studiosi hanno frugato fin dentro la rugosità più minuta del suo privato; fiore
dopo fiore, voce dopo voce, come esperti botanici e abili mappatori. Ma il
continente della sua poesia, il suo Heimat creativo, rimane sommerso e continua
ad affascinarci per la sua impevedibiltà. Per capire il fascino di questa
abrasione tra ciò che cade nel quotidiano e l'assoluto della trascrizione
poetica basta scorrere l'epistolario e leggere la prima lettera scritta da un'
Emily undicenne (18 aprile 1842), indirizzata al fratello Austin. Con estrema
freschezza, veniamo a sapere del pollaio di casa (salute delle galline e
inventario delle uova). Intorno a questo minimo evento - come dalla tazza di tè
proustiana - affiora un mondo sommerso e vivente: si aggregano voci, volti,
desideri; prende corpo un paese filtrato attraverso percezioni finissime, quasi
in miniatura, simili a quelli fiabeschi dipinti da Brueghel. Scorrono corpi in
movimento, suoni slegati, riti arcaici: nulla va perduto sotto questa penna che
arriva a registrare con puntiglio le nascite, i matrimoni, i traslochi e le
morti per tubercolosi dei giovani di Amherst. E accanto alle parole, i fiori di
giardino sempre pronti ad entrare nei simbolici mazzetti da inviare alle
amiche. Anche questo gesto, più tardi, si sublimerà nella vita della Dickinson
poetessa, fino ad assumere il valore di un messaggio incorporeo, dalla forte
valenza propiziatoria.
E' sopra notazioni come queste che la letteratura critica ha costruito vari
ritratti della poetessa; che si è mossa per individuare le radici lontane della
sua scrittura, andando a cercare fin nelle lacerazioni e nei dolori taciuti,
nei due tagli wolfiani di gioia e dolore; nei risarcimenti artistici capaci di
portare equilibrio in una vita vissuta per metà, tra le mura di un giardino. Ma
nessuno - per quanto io sappia - si è spinto fino ad una analisi profonda del
temperamento della poetessa attraverso una fotografia, osservata e scomposta in
tutti suoi elementi, messa in relazione con la temperie dell'epoca e con i
versi. E' quello che ha fatto lo scrittore Antonio Moresco nel breve saggio:
"La più grande poetessa d'America".
Uno studio che mette i brividi per le cose latenti, invisibili, che riesce a
portare alla luce. Vengono in mente due riferimenti in questa lettura: il
primo, non può che ricordare (ma solo in parte) il metodo che Roland Barthes
utilizza nei Miti d'oggi, ossia il lento, inesorabile smontaggio
dell'oggetto reale attraverso "lo sguardo" semiotico: la spogliazione
progressiva, segno dopo segno, della cosa, fino alla sua essenza e alla sua
ragion d'essere (dai giocattoli alla fotogenia elettorale dei politici); il
secondo aspetto riguarda (questa volta da vicino) sempre Barthes e l'intuizione
portante del suo saggio più bello: La camera chiara, nel quale la lente
della semiologia viene spostata ad analizzare alcune famose fotografie, in un
viaggio di recupero che culminerà nella riscoperta dell'archetipo materno,
luogo e approdo definitivo. Come per le visitazioni memoriali di Proust, anche
per Barthes la fotografia è il "ritorno del morto"; è la presa di
coscienza extra-temporale di frammenti puri di vita che formano depositi
inconsci, giare mai più schiuse, fino a che un contatto speciale non li rivela,
e ci riporta tutto un fascio di dettagli che non avevamo mai percepito davvero.
In questo senso, tornare a guardare un'immagine fotografica coincide con un
"rischiaramento": il ricordo affiora dall'oscurità; la figura che ci
sta davanti si rivela, rinuncia alla sua "aura" - come la
definiva Walter Benjamin - e porta l'osservatore a trovare il "punctum",
l'aspetto emotivo e conoscitivo, l'intermittenza epifanica, la 'puntura'
interpretativa attraverso la quale chi sta osservando viene irrazionalmente
colpito da un dettaglio particolare della foto; dettaglio che ne scopre
l'essenza non detta. Esempio analogo lo ritroviamo solo nell'esperimento di
lettura, o, meglio, di critica d'arte figurativa, che Salvador Dalì fece su un
dipinto di Millet dal titolo l' "Angelus", pubblicato poi col
titolo Il mito tragico dell'Angelus di Millet: laddove la critica aveva
visto un raccoglimento delle figure in preghiera, un momento di pausa dalla
vita dei campi, il pittore spagnolo aveva intuito altro, ipotizzando un lutto e
addirittura la presenza della tomba di un bambino, poi coperta da una piccola
carretta. Radiografie successive hanno rivelato la presenza di una massa scura,
in basso, ai piedi delle due figure.
Questa operazione è presente anche nella lettura iconografica che Antonio
Moresco fa su un dagherrotipo di Emily Dickinson, traendone risultati
incredibili, quasi 'magici', o meglio 'perturbanti'. La sensazione è quella di
uno sguardo-sbrego capace di lacerare l'aura distanziante del classico, con
estrema eleganza e ferocia, così da avvicinarlo, profanandone l'immobilità
della posa e del tempo.
* * *
"La più grande poetessa d'America"
di Antonio Moresco
Nel 1848, in
una cittadina del New England di nome Amherst, una ragazza di diciotto anni –
destinata a diventare la più grande poetessa d'America – immobile su una sedia
all'interno di uno studio, è intenta a fornire l'unica immagine fotografica di
sé rimasta nel mondo.
Non proprio "fotografica", perché si tratta in realtà di un
dagherrotipo, procedimento fotografico diretto, senza negativo, inventato dal
francese Daguerre, che sarebbe morto tre anni dopo il fissaggio di questa
inquietante immagine femminile.
Avviciniamoci un po' a questa ragazza immobile e in posa per ben dieci-quindici
minuti: tanto ci voleva per realizzare questo salto fantasmatico di dimensioni
e di piani e questa alchimia. Perché era necessario così tanto tempo? Perché –
così leggo su un'enciclopedia – la dagherrotipia "consisteva nella
sensibilizzazione, mediante vapori di iodio, di un sottile strato d'argento applicato
elettroliticamente su una lastra di rame, e nello sviluppo dell'immagine
latente (prodotta per l'esposizione alla luce) mediante vapori di mercurio e
successivo fissaggio con una soluzione di iposolfito di sodio".
Conosciamo l'anno, ma non la stagione, il mese, il giorno, l'ora. Dall'immagine
che abbiamo di fronte agli occhi non è possibile stabilirlo, perché è stata
ottenuta in un interno e il vestito della ragazza immobile non ci dà
indicazioni significative. Si sarebbe potuto indossare in ogni stagione dell'anno.
Né ci danno indicazioni utili il nastro che la ragazza porta al collo, il
tavolino su cui appoggia il polso e la mano destra, sicuramente una scenografia
fissa dello studio. Neppure i fiorellini che la ragazza tiene con due dita
della mano sinistra ci possono dare indicazioni significative sulla stagione e
sul mese, perché in quel punto, proprio in quel punto, l'immagine è sfuocata,
segno che, nonostante il resto del suo corpo e della sua testa fosse immobile
per un arco di tempo così lungo, la sua mano sinistra – quella che stringeva il
mazzolino di fiori – tremava.
Cosa stava avvenendo intanto nel 1848, anno di sommovimenti e rivolte, proprio
mentre questa inquietante ragazza stava alchemicamente immobile per comunicarci
qualcosa di enorme tramite la sua stessa figura corporea che a poco a poco si
materializzava attraverso il tempo e lo spazio nel turbine elettromagnetico e
chimico delle particelle? Difficile dirlo con esattezza, visto che non si
conosce il mese e il giorno, ma, scorrendo gli avvenimenti di quello stesso
anno, possiamo ipotizzare che – mentre lei se ne stava là immobile nella sua
cittadina del New England – si stessero verificando alcuni di questi
avvenimenti:
- Il grande capo Comanche Bull Hump sta compiendo una delle sue ultime scorrerie
in Messico.
- Il Trattato di Guadalupe Hidalgo, stipulato dopo la sconfitta del Messico,
consegna agli Stati Uniti parte della California e del Colorado, il Nuovo
Messico, l'Arizona, il Nevada e lo Utah.
- In seguito alla scoperta dell'oro nei dintorni di Sacramento, arrivano negli
Stati Uniti più di due milioni di cercatori da ogni parte d'Europa.
- Edgar Allan Poe pubblica Eureka, poema metafisico "in cui l'intuizione
di un universo armonico è dimostrata matematicamente, ed è poi proiettata nel concetto
dell'opera d'arte come organismo perfettamente ordinato, e nell'etica in modo
da spiegare e rendere sopportabile l'esistenza del male".
- Melville sta scrivendo Mardi, romanzo arditamente sperimentale e filosofico.
- In Francia Baudelaire sta scrivendo I fiori del male.
- In Danimarca Kierkegaard pubblica La malattia mortale.
- In Russia Dostoevskij pubblica Le notti bianche.
- In Inghilterra Marx e Engels pubblicano il Manifesto del Partito Comunista.
- In Francia il popolo di Parigi insorge.
- Insurrezione a Vienna, barricate a Berlino.
- La Russia invia le sue truppe per reprimere le insurrezioni in Polonia,
Ungheria, Moldavia, Valacchia.
- In Italia avvengono insurrezioni popolari a Palermo, Venezia, Milano. Carlo
Alberto dichiara guerra all'Austria. Battaglie di Pastrengo, Montanara e
Curtatone, Peschiera, Goito, Custoza. Garibaldi torna in Italia. Pio IX fugge a
Gaeta…
Ma osserviamo adesso più da vicino il dagherrotipo di questa ragazza immobile.
Perché prima ho detto che si tratta di un'immagine "inquietante"? E
ancora: perché la sua mano sinistra – a differenza del resto del suo corpo
impassibile e impavido – trema?
Trema per l'enormità di quanto stava rivelando di sé al mondo.
Sì, perché questa immagine nasconde (o, al contrario, rivela come più non si
potrebbe) una verità esplosiva che nessuno, per più di un secolo e mezzo, ha
voluto cogliere, anche se ci viene così palesemente e insurrezionalmente
sbattuta in faccia.
Proviamo a guardarla davvero, per la prima volta senza paraocchi e senza diaframmi,
questa immagine. Che cosa – con la sua immobilità rotta appena dal tremito
della mano sinistra – ci sta rivelando questa ragazza intenta a far arrivare
fino a noi il suo composto grido?
Avviciniamoci ancora di più a questa sconvolgente rivelazione. Guardiamo
insieme, come non abbiamo mai fatto, questo volto. Però prima andiamo a cercare
la riproduzione del dagherrotipo originale, non una delle tante manipolazioni
successive ottenute tramite ombreggiature stilizzanti o puliture occultanti,
oppure i disegni ingentiliti ed edulcorati che sono stati tratti via via
dall'immagine originale. Concentriamoci sulla testa: gli occhi sono grandi e
sporgenti, molto distanti l'uno dall'altro, il naso è enorme, le narici sono
larghe, la bocca è molto grossa, sporgente e tumida, i capelli sono appiattiti
e come snervati, sembrano artificiali, incollati: la tipica impressione che
danno i capelli crespi lungamente e penosamente stirati…
Vorrei che fosse chiara una cosa. Quello che sto cercando a poco a poco, con
fatica, di dire non è un paradosso culturale, non è un gioco. È una cosa – per
quanto possa apparire incredibile e assurda – in cui io credo davvero e che
sospetto da tempo. Di più: mi sembra una cosa inequivocabile e nello stesso
tempo impossibile, una sorta di scambio che ha a che vedere con la nostra
visione infinitamente parcellizzata del configurarsi della materia nel
paesaggio cosmico e nelle sue molteplici dimensioni.
Insomma, la verità plateale e addirittura, a mio parere, gridata, la verità che
nessuno ha mai osato vedere anche se questa ragazza ce l'ha sbattuta
arditamente in faccia, è che la più grande poetessa d'America è nera, è di
razza nera.
Non mi credete, lo so. Ma, prima di chiudervi a riccio nella difesa del vostro
fossilizzato giudizio, provate almeno a guardare davvero questa immagine, a
guardarla come non avete mai fatto, senza pregiudizi culturali, senza strutture
mentali ossificate. Guardatela intensamente, guardatela a lungo. Quelli che
avete di fronte agli occhi sono davvero i lineamenti di una ragazza bianca?
"Ma la pelle è chiara!", direte.
Sì, in effetti è così, dall'immagine almeno sembrerebbe così. Ma – insisto – se
avete davvero di fronte agli occhi la riproduzione del dagherrotipo originale
potrete anche notare con chiarezza che ci sono molti segni di sfregamenti e
abrasioni nella parte alta del ritratto, proprio dove c'è il volto. Alcuni di
questi segni e di questi graffi sono così fitti e marcati che tutta l'immagine
è attraversata verticalmente da veri e propri tagli, come se qualcuno ci avesse
sfregato sopra febbrilmente e rabbiosamente delle sostanze solventi nel
tentativo di cancellare quella abnorme e inequivocabile verità.
Ma poi, anche se la mia ricostruzione fosse azzardata, se quei segni
indicassero solo un tentativo della ragazza di infierire sul proprio volto e di
cancellarlo per altre ragioni dopo avere giudicato insoddisfacente l'esito
della seduta di dagherrotipia, si sa che ci sono e ci sono stati molti
"negri bianchi" e "negre bianche", persone cioè nate
dall'incrocio tra queste due razze ma che non si possono riconoscere dal colore
della pelle. In questo caso, se ciò che a me sembra incontestabile fosse
davvero la verità nascosta e nello stesso tempo assolutamente palese – il che
farebbe di questa immagine il più grande terremoto culturale e la più
incredibile "lettera rubata" di tutta la storia della letteratura –
allora vorrebbe dire che la madre Emily o il padre Edward – di quest'ultimo
conosciamo da fotografie e ritratti il volto dalla postura integerrima – si sono
accoppiati con un uomo o con una donna di razza nera e che da questo
congiungimento è nata una bambina che hanno evidentemente voluto tenere con sé,
tanto più che il colore della pelle non smascherava questo sconveniente
segreto.
In quegli stessi anni vivevano negli Stati Uniti più di quattro milioni di
schiavi neri impiegati nelle piantagioni di tabacco e cotone o nelle case delle
famiglie benestanti come serve o servi. È solo nel 1863 che Lincoln abolisce la
schiavitù negli stati del nord-est e poi, nel 1865, al termine della guerra
vinta contro gli stati del sud, nell'intero paese.
Ma non c'è solo questo. Se infatti guardiamo i volti dei famigliari ci
accorgiamo subito che il volto di questa ragazza non assomiglia a nessun altro,
che è completamente diverso da quello del padre, della madre, del fratello
William Austin. Nessuno di loro, assolutamente nessuno, ha le stesse labbra
tumide e grosse, lo stesso naso, né gli occhi altrettanto sporgenti.
E allora possiamo arrivare a pensare che siano dovuti all'enormità di questo
segreto famigliare il bisogno di autoreclusione così vivo in questa ragazza e
poi in questa donna, la sua ossessione per il colore bianco: il suo famoso
vestito bianco pieno di pieghe, la sua camera chiara e dalle tendine bianche,
da cui poteva vedere il giardino pieno di fiori, di api e di uccelli, che danno
vita al suo animistico mondo poetico così assoluto e così ultimativo.
D'altronde, se non ci basta ciò che questa ragazza ci ha rivelato così
arditamente con la sua stessa immagine corporea, non ce lo rivela anche e
continuamente coi suoi versi e con le sue lettere? Le sue poesie – che hanno la
primitiva concentrazione di una poetessa africana che abbia letto la Bibbia e
Shakespeare – sono disseminate di espressioni che rivelano l'incombenza di
qualcosa di abnorme e alieno, di cui bisogna occultare la presenza. Faccio
soltanto alcuni esempi:
Io mi nascondo nel mio fiore.
Oppure:
Il popolo più vasto
non è notato da nessuno.
Oppure:
La mia vita era stata un fucile carico.
Oppure:
La geografia mi attesta che ci sono
vulcani in Sud America
e in Sicilia -
ma esistono vulcani più vicini.
E cosa pensare di molte zone del suo epistolario. Ad esempio di questa
epifanica frase di apertura che troviamo in una lettera indirizzata a Thomas W.
Higginson:
Caro amico,
questa mattina, la vista di una Donna Indiana con tra le braccia una bambina
splendida e delle Ceste dai colori allegri, sulla porta della Cucina, mi ha
commossa e mi ha ricordato la sua piccola Louisa – il Ragazzino della Donna Indiana
"era morto una volta", così disse lei, secondo lei la Morte lo aveva
scacciato – io le chiesi che cosa piacesse alla Bambina, lei mi rispose
"entrare". Davanti alla Porta la Prateria era illuminata di Fiori di
Fieno, io l'ho fatta entrare.
Oppure dell'enigmatico attacco di una lettera allo stesso destinatario:
Caro Amico,
non ho pensato che le forze Planetarie si fossero annullate – ma che avessero
subito uno Scambio di Territorio, di Mondo.
Questa lettera è stata scritta nel febbraio del 1863, esattamente l'anno in cui
viene abolita la schiavitù dei neri negli stati americani del nord-est, di cui
fa parte il New England, cuore puritano degli Stati Uniti e centro di forti
movimenti antischiavisti, dove una veggente africana fragile, indomabile e arcaica,
vissuta nel nuovo mondo e negli stessi anni trascendentalisti di Thoreau, di
Emerson, di Melville, Whitman, Hawthorne, Poe, Beniamino Franklin – che indagò
a fondo i fenomeni elettrici e a cui dobbiamo una teoria elettrostatica basata
sull'ipotesi dell'esistenza di due fluidi dotati di opposte proprietà – stava
fronteggiando le forze planetarie e lo scambio di territorio e la dislocazione
del mondo.
(Questo scritto di Antonio Moresco è apparso per la prima volta su
"Iconoteca" (gennaio 2010), secondo numero di «Rivista», luogo d'arte
e pensiero fondato da Pietro Babina, Jonny Costantino, Flavio de Marco; poi è
stato ripubblicato sulla rivista "Il primo amore")