23 gennaio 2009

"100 Stars" di autori vari



di Gianni Quilici
Primo: il libro nasce a difesa della libertà di stampa ed è l'ultimo di una lunga serie di pubblicazioni, che hanno visto le foto di grandi fotografi come Cartier-Bresson, Salgado, Depardon, Ronis, Doisneau, Riboud ecc.
Sono curate dall'associazione francese”Reporters sans frontières”. Lo scopo: mobilitarsi in favore dei giornalisti imprigionati, informare i media delle violazioni della libertà di stampa, promuovere una riflessione sui problemi legati alla libertà di stampa ecc, ecc.
In Italia molte di queste pubblicazioni sono state edite dal “Gruppo Abele”.

Questa volta il libro è stato dedicato a “100 ritratti di Stars”, tutte attrici, tranne uno, l'attore Vincent Cassel. Le attrici sono 41, mentre i fotografi sono, per l'esattezza, 20.

Domanda: come fare una descrizione di un libro simile? Decido di catalogare le foto, raggruppandole secondo una tipologia. Vedo che il risultato è banale. Ci sono ritratti in PP e PPP; ritratti a figura intera, sul corpo. I ritratti sono, per lo più, studiati; alcuni colgono situazioni quotidiane in movimento, dove sembra contare la naturalezza.
Grandi foto alcune, buone la maggior parte, modesto qualche ritratto, considerando la qualità delle stars a disposizione.

A questo punto mi accorgo che un libro simile si può descrivere soprattutto avendo presente l'immagine stessa. E' come realizzare il catalogo di una mostra di pittura.. Come si può escludere (dal catalogo) l'immagine del quadro?

Trovo in rete da inserire due ritratti.
Il primo: Monica Bellucci ritratta da Dominique Issermann.
L'immagine che qui vediamo è stata tagliata rispetto all'originale, in cui l'attrice è rappresentata in figura intera. Due mi appaiono gli elementi che si intersecano: lei, slanciata con le braccia protese in alto, poggiate alla parete, si offre allo sguardo come una sorta di splendida sirena: fianchi stretti, sedere rotondo e carnoso; è l'intreccio di linee della porta-finestre e ringhiera, comprese le ombre, nella foto tagliate, ai piedi della Bellucci.

La seconda: Charlotte Gainsbourg, fotografata da Kate Barry.
Questo è uno scatto quasi sicuramente studiato e forse provato-riprovato, dove però si vuole cogliere la naturalezza di un attimo-movimento. Potrebbe essere una foto da Nouvelle Vague, senza molta fantasia mi ricorda il Belmondo di Au bout de souffle, nella noncuranza esibita con cui la Gainsbourg fuma sotto il piumino, i capelli scompigliati.

da www.lalineadellocchio.it
Autori Vari. 100 portraits de Stars pour la liberté de la presse. Reporters sans frontières. € 9.

"Col vento in poppa" di Anna Santucci

di Luciano Luciani




Sempre le generazioni adulte si sono trovate di fronte alla difficile incombenza di trasmettere ai figli le proprie memorie. Un compito impegnativo, che, però, il più delle volte finisce per essere disatteso: spesso, infatti, la comunicazione tra le diverse età risulta viziata dagli atteggiamenti ora troppo seriosi, ora paternalistici assunti dai ‘grandi’ nei confronti dei più giovani. Quando, poi, alla memoria non vengono attribuiti i tratti di un’ insopportabile laudatio temporis acti: “belli, straordinari, irripetibili i mie tempi, quando…eccetera eccetera”

Non è il caso dei ricordi che Anna Santucci, cremonese di nascita ma lucchese per storia personale e professionale, con il garbo e la misura di una madre intelligente, propone ai propri figli nel corso di un indimenticabile viaggio in automobile per raggiungere l’agognato paese delle vacanze estive, l’isola d’Elba. In questo modo, i tempi lunghi di un noioso itinerario tra strade e autostrade si riempiono di aneddoti familiari, di storie minime, di fatterelli curiosi, inconsueti, poco noti. Così, zie, nonne, parenti vicini e lontani nel tempo e nello spazio, visi noti o già sbiaditi nella memoria si fanno attori e protagonisti di una piccola epica familiare: forse modesta, ma senz’altro capace di attraversare con dignità e quel pizzico d’ironia che non guasta mai, tanto le vicende tragiche della guerra, quanto i difficili anni della ricostruzione post bellica.

Quattro generazioni di italiani si inseguono sulle pagine di questo Col vento in poppa, libricino lieve come un alito di brezza, ma tutt’altro che ‘leggero’. Uomini e donne, giovani e meno giovani, di condizioni sociali e culture diverse, appartenenti a luoghi tra loro lontani intrecciano i propri destini in questo ‘album di famiglia’ nel corso degli anni di quello che ormai è diventato ‘il secolo scorso’.

Con una semplicità e una naturalezza che è pari all’efficacia narrativa, Anna Santucci, raccontando ai figli storie semplici di gente comune, ci parla di questioni importanti che toccano il passato di ognuno di noi. Quando l’Italia era giovane e la vita assai meno complicata di oggi: i viaggi di nozze si facevano in treno, non esistevano i frigoriferi, i televisori erano di là da venire o un’assoluta rarità e i bambini giocavano a moscacieca, a nascondino, a bandiera. Imparavano a memoria le tabelline e le capitali di tutti i Paesi del mondo che era vasto, sconosciuto, ancora pieno di misteri…


Anna Maria Santucci, Col vento in poppa Viaggio dalla Pianura Padana alla Costiera Amalfitana, Daris Libri e Stampa, Lucca 2009, pp. 52, Euro 10,00

21 gennaio 2009

"Giovanna Botteri"


di Gianni Quilici

Una delle corrispondenti televisive di più grande impatto emotivo è, ai miei occhi, Giovanna Botteri (TG3).

Già il fatto che non abbia un fascino (immediato) per la sua presenza fisica è un elemento di forza in una civiltà in cui l'immagine produce, a volte, addirittura leader politici.

Il fascino è intrinseco, dentro di lei: nei suoi resoconti, dove c'è una passione, che dà calore e senso alla connessione delle parole.

Ma nelle parole c'è pure la capacità di saper raccontare, di evocare immagini. Un esempio di questi giorni: il resoconto del pilota, che ha avuto la freddezza e l'abilità di calare il suo aereo nelle acque del fiume Hudson a New York salvando se stesso e l'intero suo equipaggio. La Botteri l'ha raccontato evocando il fatto nel suo processo visivo, facendolo vedere-sentire nei suoi passaggi.

E questo per altre sue caratteristiche: l'accentuazione con cui evidenzia certe parole-passaggi; e la reiterazione delle stesse che finisce per dare un ritmo, un flusso alle frasi...

Nel profondo è però la passione il motivo dominante. In una civiltà (asfissiante) delle immagini, dove vige l'asettico, il simpatico, il carino, il sexy nella versione maschile e femminile è corroborante sentire delle parole che sgorgano dalle radici.

"Cucinando e impastando" di Clara Stefanangela Orsolini


di Luciano Luciani

Davvero, viviamo in tempi bui! E non solo perché finanza ed economia corrispondono sempre meno alle nostre intenzioni e ai nostri desideri, ma perché si mangia sempre peggio. Nel giro di una generazione o poco più, Nutella e merendine prima, hamburger e patatine fritte intrise di salse e formaggi fusi poi, hanno preso il posto delle sane abitudini alimentari di appena ieri, sostituendosi progressivamente ai piatti della mamma, alla cucina della nonna.

E i ‘bei’ risultati di un’alimentazione fatta in gran parte di ‘cibo spazzatura’ sono sotto gli occhi di tutti: tanto per rimanere in Toscana, circa il 40% della sua popolazione (1 milione e 400 mila persone) è a rischio di malattie cardiovascolari, mentre l’obesità riguarda ormai oltre il 10% degli abitanti della Regione.
Senza trascurare i 4 mila decessi annui per tumore che si potrebbero facilmente evitare con una dieta più equilibrata.

Le malattie indotte da una cattiva alimentazione rappresentano, inoltre, un costo economico altissimo per l’intera collettività regionale, stimato in oltre il 7% dell’intera spesa sanitaria regionale.

Insomma, mangiare meglio, anzi mangiare bene, non è solo un piacere privato, piuttosto un dovere sociale perché le buone pratiche di una corretta alimentazione contribuiscono in maniera decisiva a prevenire non pochi guasti fisici dall’ictus alle malattie cardiovascolari, dai tumori ai traumi muscolari…Per non parlare della vera e propria regressione culturale che il fast food e il cibo industriale e standardizzato hanno determinato per quanto riguarda la convivialità e la socialità familiare e amicale.

Contro questa vera e propria deriva alimentare rappresentata dal fast food e dal cibo ‘mordi e fuggi’ si sono, però, levate voci via via sempre più numerose e moltiplicate le iniziative tendenti a recuperare il buon gusto gastronomico e più seri e sensati stili alimentari.

Tra queste manifestazioni di resistenza all’impoverimento, (all’imbarbarimento, sostiene qualcuno) di un’attività antropologicamente ‘strategica’ come il mangiare, merita di essere ricordata Cucinando e impastando, edizioni Capannori Trentanni, la recente fatica editoriale di Clara Stefanangela Orsolini, gastronoma e cuoca lucchese, che, nell’ambito delle numerose pubblicazioni sull’argomento, si distingue per il suo stretto legame con la tradizione locale e la sua appassionata e coerente semplicità. Sono, quelle di Clara, le ricette cordiali della tradizione lucchese, area capannorese/compitese, rivisitate in chiave garbatamente familiare: la crema di carote di Mamma Maria; l’agnello al vino di babbo Mario; il latte alla portoghese della zia Elsa; i ‘tacconi’ al sugo di pomodoro ed erbette con scaglie di pecorino del Compitese di Clara; la torta al limone della zia Fedora; il pollo e il riso all’agro della zia Armida… Dagli antipasti ai dessert, passando per i primi, paste e zuppe, i secondi e i contorni, Clara mette in tavola straordinarie combinazioni: non solo di sapori, ma, lo testimoniano le belle foto del libro, di colori e, immaginiamo, profumi. Anzi odori di cibi per mangiatori lenti e sapienti, afrori propedeutici a quegli elementari riti alimentari che rappresentano alcuni tra i momenti fondativi nell’esistenza di ciascuno di noi.


Clara Stefanangela Orsolini, Cucinando e impastando Usando il forno a legna … e non solo, Capannori Trentanni, 2008, (s.i.p.)


Il libro di Clara Orsolini si può richiedere gratuitamente presso l’Ufficio Stampa del Comune di Capannori – Piazza Aldo Moro – tel. 0583 428204

17 gennaio 2009

"Leggerezze" di Monica Dini

foto di GIANNI QUILICI
di Luciano Luciani

Quando ero più giovane pensavo, ingenuamente, che solo la storia, anzi la Storia, quella con la S maiuscola, potesse, riparando a orrori secolari, ristabilire verità e giustizia. Compito specifico mio e dei miei coetanei, abitatori del tempo compreso tra la fine di un millennio e l’inizio del nuovo, sarebbe stato solo quello di favorirne i processi, governandoli e, se del caso, accelerandoli. Un’impresa apparentemente modesta, ma, alla prova dei fatti, titanica, prometeica: una /due generazioni ci si sono spezzate le gambe e non solo, mentre gli effetti tragici di quelle aspettative infrante durano a tutt’oggi.

Era necessario, quindi, ripensare l’intera faccenda: così, a poco a poco e sempre a mie spese, mi sono reso conto che in fondo per arrivare al cuore dell’esistenza e risvegliare le coscienze intorpidite e le intelligenze narcotizzate bastava raccontare delle storie, stavolta con la s minuscola. Storie: possibilmente semplici, dirette, lievi e, proprio per questo, efficaci. Più capaci di parlare alla testa, al cuore, alla pancia…

E tali sono quelle che racconta Monica Dini, originale affabulatrice toscana alla sua seconda prova editoriale per la benemerita casa editrice Besa: brevi, brevissimi racconti, talora quasi microstorie che trattano di donne, uomini, anziani, bambini dei nostri giorni. Gente normale, normalissima, addirittura banale che, però, dietro l’apparenza di atti quotidiani e gesti ovvii rivela angosce dolorose, traumi irrisolti, vissuti dai bordi frastagliati e lacerati ancora sanguinanti. Coppie male assortite; donne sull’orlo di maturità inattese e non desiderate; piccoli, ma puntuti disamori quotidiani; vizi meno che mediocri; asfissianti routine...

Antifrastico, quindi, il titolo della raccolta, Leggerezze, per veloci trame che di impalpabile e di tenue hanno assai poco. Raccontano piuttosto la banalità del male di esistenze provinciali che nel loro grigiore racchiudono pulsioni frustrate, rabbie esistenziali, offese non rielaborate e incubatrici di altrettanti, simmetrici odi, profondi e inestinguibili.

Solo rari e contraddittori i segnali di una qualche possibile speranza. E tutto ciò Monica Dini ce lo espone con uno sguardo distaccato, quasi algido: una modalità che accresce il turbamento del Lettore e rende ancora più urticante la sensazione della rovina incombente, che, quando accade, è accolta più come una liberazione dai ceppi di un quotidiano frustrante che come una perdita.

La scrittura della Dini, dalla frase secca, affilata, tagliente, rivela le sottili capacità di introspezione psicologica dell’Autrice, che tra i suoi meriti annovera la dote di rendere visibile, magari solo per un attimo, i recessi malmostosi e bui dell’animo umano contemporaneo: o, forse, come scrive acutamente nella Prefazione un letterato sensibile e intelligente come Julio Monteiro Martins, l’abilità di intuire e descrivere con dolorosa, vibrante intensità che lo scacco, il senso di perdita, la sconfitta hanno dimora proprio “nel cuore stesso dell’esistere”.

Monica Dini, Leggerezze, Collana Nuove Lune, BESA Editrice, Nardò (Le), pp. 126, Euro 13,00

14 gennaio 2009

"Il teatro di Bruno" di Irmo Tarabella

di Luciano Luciani




Crescere è sempre stata un’attività particolarmente complicata e impegnativa. E’ complicato, e doloroso, attraversare l’infanzia per approdare alle terre sconosciute e misteriose della adolescenza: da Charles Dickens a Mark Twain, da Daniel Pennac a Stephen King, il Maestro di Tutte le Paure Adolescenziali, negli ultimi due secoli non sono stati pochi gli scrittori che hanno saputo cogliere i crucci e le angosce di questo faticoso passaggio esistenziale.

L’incerto confine tra l’esaurirsi della fanciullezza e l’inizio del ‘teenagerato’ con tutta la sua carica di turbamenti, pulsioni e ambiguità emotive lo racconta bene, intingendo il proprio pennino nel calamaio della memoria personale, anche Irmo Tarabella, scrittore al suo felice esordio letterario. Un romanzo breve il suo, neppure cento pagine, ma perfettamente commisurato a delineare:

lo scenario, un paesino della Toscana interna all’inizio degli anni Sessanta;

i protagonisti, un terzetto di ragazzini legatissimi tra loro colti sul momento delicato del progressivo abbandono dei giochi infantili sostituiti, a poco a poco, dal Grande Gioco di crescere;

i personaggi secondari, ovvero gli adulti del paese osservati nei loro pochi pregi e molti difetti dall’occhio ancora incantato, e per questo inconsapevolmente ironico, di Brunetto, che ci racconta in prima persona questa storia dai contorni giallo – horror;

la vicenda: un improvviso fatto di cronaca nera, un omicidio dalle motivazioni incomprensibili che sconvolge le dinamiche sempre uguali e i ritmi consolidati dell’antico borgo collinare.

Un microcosmo popolato di figure convenzionali proprie del genere, o sottogenere, il poliziesco/rurale: il parroco, bonario e pacioso; il maresciallo dei carabinieri, rappresentante indiscusso dell’ordine messo in discussione e della legalità da restaurare; una vedova ancora giovane e piacente e per questo oggetto di desideri per niente oscuri; un vecchio solitario, ben fornito di soldi e dalle strane abitudini alimentari…E poi, motore della storia, i nostri piccoli primi attori: vitali, curiosi, incoercibili nella loro ansia di provare tutto, conoscere, cimentarsi con i grandi segreti dell’esistenza, dal sesso…alla morte.

L’Autore ce li racconta, con personale adesione e simpatia piena d’affetto e partecipazione, nella loro modesta epica paesana fino all’ultima, temeraria impresa: quella che, facendo il verso a una probabile verità, avrebbe potuto rivelarla al mondo adulto e alle autorità del borgo toscano.
E, attraverso questi ragazzini di quasi mezzo secolo or sono, fa riemergere con straordinaria vivacità tutto un mondo che pensavamo perduto per sempre: le merende povere di prima della Nutella, quelle fatte di pan bagnato e zucchero; i riti televisivi non ancora rigorosamente individuali ma ancora collettivi; gli adulti che giocano alla morra nella piazza del paese; i carrettini rompicollo costruiti con assi di legno e quattro cuscinetti d’automobile…Insomma, Tarabella sceglie di raccontarci un mondo che non c’è più, magari per regalarci la voglia di ripensarne un altro, nuovo e diverso.

Il teatro di Bruno si propone come un misurato, garbato “Amarcord” che si muove tenendo d’occhio Le avventure di Tom Sawyer e non perdendo mai di vista Stand by me: in salsa toscana, però, e ben calato negli anni della accelerata e caotica trasformazione della nostra società da contadina in industriale. Bambini che si fanno adolescenti in un tempo di veloci e poco comprensibili mutamenti.

Ieri come oggi, sembra ammonirci l’Autore, diventare grandi è difficile. Soprattutto perché i depositari del potere, gli adulti, non ne mollano neppure un’unghia, non ti aiutano ed è soprattutto per responsabilità loro se crescere diventa sempre un processo solitario, pieno di spigoli e tutto in salita.


Irmo Tarabella, Il teatro di Bruno, Giovane Holden edizioni, Viareggio 2008, pp. 89, Euro 10,00

13 gennaio 2009

"La passeggiata" di Robert Walser


di Emilio Michelotti

La natura e la vita umana non sono che una continua fuga di accostamenti. Parola di camminatore. Siamo poveri prigionieri fra cielo e terra ma, camminando, “idee, lampi di luce e luci di lampi” si presentano spontaneamente per essere elaborati.
Capita di essere invasi da un “indicibile sentimento dell’universo” insieme a “un fiotto di gratitudine prorompente”. Come chi muoia “per struggimento” o, forse, “per esuberanza di una gioia che, irrompendo prepotente nell’esistenza, si precipita e infrange su se stessa”. Si viene invasi da “spirito fraterno, disposto a simpatizzare, impietosirsi, entusiasmarsi, ad abbandonarsi e ritrovarsi nelle cose”. Come chi adempia a un dovere, che è al tempo stesso fonte di felicità.

Robert Walser, in questo racconto dal titolo La passeggiata, narra il fascino nascosto del muoversi a piedi, all’aperto, il lieve tremito di piacere che percorre chi riesce a compenetrare interiore ed esteriore: “Segretamente ogni sorta di pensieri e di idee seguono di soppiatto colui che passeggia”. Egli “completamente stordito da strane impressioni, dalla potenza degli spiriti, si sente magicamente sprofondare nel suolo, mentre davanti ai suoi occhi smarriti si spalanca un abisso”.

In questo caos svanisce ogni ordine, comincia ad “alitare intorno” qualcosa di “voluttuoso e insieme di malinconico, come un dio taciturno ed eccelso”. La scrittura di Walser, a tratti risibilmente pomposa, sul filo di un’ironia retorica e tronfia, venata di donchisciottismo, declina presto in un descrittivismo minuzioso, quasi “fiammingo”, e infine in sublimi voli di gusto chagalliano, deliranti: “la terra si faceva sogno, io stesso ero divenuto interiorità e procedevo come dentro di essa. Ogni forma esteriore si dissolse, il finora compreso divenne incomprensibile”.

La chiusa è sottilmente inquietante: coloro che vagano fra le case e le cose, non staranno per caso raccogliendo fiori per deporli sulla propria infelicità?

Robert Walser. La passeggiata. Adelphi (collana Piccola biblioteca Adelphi), traduz di E. Castellani. 1976, 108 p., € 8,00

12 gennaio 2009

"Il fucile da caccia" di Inoue Yasushi


di Gianni Quilici

Un poeta pubblica su una rivista di caccia giapponese una poesia dal titolo “Il fucile da caccia”. L'ha fatto soltanto per la richiesta di un suo compagno dal tempo dei licei, che dirige appunto questa rivista. Una poesia di cui un po' si vergogna una volta che riceve la pubblicazione, tanto essa è diversa da tutto il resto. Passano dei mesi e dimentica, quando un giorno riceve una lettera di un certo Misogi Josuke, che si riconosce nell'uomo che il poeta aveva delineato nella poesia: un uomo alto dal passo lento e freddo, con una giacca di pelle marrone bruciato, un fucile da caccia, un Churchill a doppia canna, e 25 cartucce nella cintura. La sorpresa per il poeta (e per noi che leggiamo) sono, però, le tre lettere che lo scrivente invia in busta separata. Sono lettere di tre donne diverse, da lui ricevute, che l'uomo chiede al poeta di leggere, prima di bruciarle al posto suo.

Questo l'incipit. Ne viene fuori una storia di amori, di tradimenti multipli e di morte...

Scrive Marilia Piccone: “Un piccolo romanzo perfetto, quello di Inoue Yasushi, in un magistrale equilibrio tra il detto e il non detto, tralasciando i dettagli della storia e puntando soprattutto sui sentimenti, sul segreto che avvolge la vita di ognuno, inconoscibile anche a chi gli è vicino, sulla solitudine che imprigiona anche gli esseri amati. E quella che finisce per prevalere è l’immagine del cacciatore solitario, con la sua arma scintillante pronta a colpire- perché tutti finiscono per uccidere qualcuno, ci sono tanti modi per uccidere, come diceva Oscar Wilde”.

Questo giudizio non mi convince.

Primo, le tre donne si somigliano: si avverte la stessa voce, lo stesso linguaggio, la stessa letterarietà. In una parola: si avverte lo stesso personaggio: lo scrittore.

Secondo: il dramma che ognuna delle tre donne vive (la figlia tradita, la madre traditrice e colpevole, la zia-sorella, tradita e traditrice) si colora di un romanticismo per un verso moderno: l'ambiguità un po' perversa; per un altro datato: letterario e soffocante.

Fuori discussione è l'abilità con cui Yasushi costruisce una storia ad incastro con cui può essere facile trovare spunti per identificarsi.

Inoue Yasushi, Il fucile da caccia, Ed. Adelphi, trad.Giorgio Amitrano, pagg. 101, Euro 7,50

04 gennaio 2009

"La moglie di don Giovanni" di Irene Némirovsky


di Gianni Quilici

In questo racconto lungo ( o romanzo breve?) Irene Némirovsky utilizza nuovamente come in Come le mosche in autunno una vecchia (così si percepisce lei) domestica. In questa storia, però, questa diventa l'io narrante attraverso una lettera, che la donna scrive, a più riprese, alla bambina di allora, oggi diventata donna e madre di due figli.
Lo scopo: svelarle un terribile segreto sulla sua famiglia, di cui soltanto lei è a conoscenza e di cui sono testimonianza alcune lettere, che ora, giunta ad una fase critica della sua vita (deve operarsi per un tumore), ha il dovere di farle avere.
Il segreto terribile riguarda la mamma e il babbo della ragazza, nel frattempo morti. Lui bellissimo e seducente; lei bruttina e insignificante, ma ricca....

La Némirovsky ancora una volta solleva il velo e scopre dietro le apparenze la realtà. Noi intravediamo, quindi, chi è lei, la mamma della ragazza, la moglie di Don Giovanni, la vittima dei tradimenti, la martire.

Però la vera protagonista, ciò che dà originalità a La moglie di don Giovanni è la domestica. La Némirovsky si cala dentro il personaggio ne assume cultura, linguaggio, convinzioni. Ed è la visione del mondo di chi, trovandosi ad un livello subordinato, osserva questo ambiente aristocratico-borghese con distacco e insieme anche con affetto maternalistico e fideistico, ma sempre senza veli moralistici, con una saggezza di tipo popolare.
“Bisogna tenere vivi anche i ricordi tristi, se si può. Quando si è vecchi o malati come sono io, e non si può più lavorare, pensare al futuro è troppo triste. Ed allora che cosa faremmo, Vergine Santa, se non avessimo niente da ricordare?”

Giustifica lui, di cui percepisce ella stessa il fascino, perché lo sente anche buono; comprende lei, di cui conosce la disperazione di fondo. Critica invece l'ambiente che vive intorno a loro, sopratutto le donne. «Tutte quelle signore che la compativano e dicevano che era una Martire l'avrebbero fatta a pezzi come tante cagne, perché è così che le donne sono spesso l’una per l’altra».

Al fondo di questo racconto, come nei grandi romanzi, c'è la vita come precarietà nella sua (desolante) finitudine. E infatti: lui, il Don Giovanni, bellissimo e seduttivo non c'è più, come pure la moglie; la domestica più che una lettera sembra scrivere un testamento e la bambina-donna è fuori campo, esiste come un fantasma, che si porta, forse, una tragedia sulle spalle.

Irène Némirovsky. La moglie di don Giovanni.Biblioteca minima, traduzione di Laura Frausin Guarino, a cura di Giorgio Pinotti 2006 , pp. 63 euro 5,50.

02 gennaio 2009

" Il principio responsabilità" di Hans Jonas


di Emilio Michelotti
La tecnologia del nostro tempo, un Prometeo irresistibilmente scatenato, ha trasformato le sue promesse in una minaccia per l’essere-uomo, per la biosfera, per l’intera eredità dell’evoluzione.

Tutte le etiche passate sono inutilizzabili, quando a un massimo di potere e di capacità corrisponde un minimo di sapere – nichilista – intorno agli scopi: prima si invocava l’aiuto del cielo, oggi non si può più rivolgere lo sguardo lassù. Eppure il dato di fatto, metafisico se pur di origine fisica, è un assoluto che ci impone il dovere supremo della conservazione: i grandi rischi della tecnologia non vengono affrontati per salvaguardare l’esistente ma per il progresso, vanno insomma più nel segno dell’arroganza che della necessità. Sul diritto al suicidio individuale si può discutere, sul diritto al suicidio della specie, invece no: poiché il dover-essere sta al di sopra di noi, rendere impossibile la vita futura è un crimine.

Lo scopo è insito nella natura, si tratta, per Jonas, di un voler-oltrepassare-se-stessa, al di là di ogni coscienza: in questa visione reincantata, anche nell’organismo più semplice si delineano già in forma pre-mentale gli orizzonti teleologici di ipseità, di mondo e di tempo, sotto l’imperiosa alternativa fra essere e non essere.
L’agire umano si contrappone in modo incompatibile col funzionamento inconsapevole del tutto: è una svolta radicale nel destino del mondo: il potere congiunto alla ragione implica di per sé responsabilità, il suo ampliamento in potenzialità distruttiva rende evidente un dovere che si estende dalla nostra specie alla totalità dell’essere.

Alle escatologie secolarizzate che promettono una trasformazione integrale dell’uomo, Jonas contrappone la conservazione integrale dell’essere, un esserci-già dell’uomo autentico; all’idea di un futuro rigenerato, quella di ogni presente storico come fine a se stesso. Liquideremo il suo grido come conservatore e di destra?


Hans Jonas. Il principio responsabilità. A cura di: P. P. Portinaro. Einaudi 2002. € 22.00

01 gennaio 2009

"Scompartimento per lettori e taciturni" di Grazia Cherchi


di Gianni Quilici
Grazia Cherchi è stata una critica (femminile di critico) letteraria con due specificità, almeno, significative: l'amore per i libri e per la letteratura, che vuol dire ad un tempo aderire,
ma anche combatterne il consumismo;
e la sinteticità argomentata e colta del suo giudizio, che ti fa capire immediatamente le ragioni di ciò che ama e le ragioni di ciò che detesta.

In questo senso può essere stata ed essere ancora oggi una piccola miniera di scoperte di romanzi, che non hanno avuto ristampe, o di scrittori scomparsi letteralmente dalla cronaca letteraria.

Per esemplificare, ecco alcune delle opere da lei segnalate, più o meno, calorosamente: “Il sindaco di Castelbridge” di Thomas Hardy, “La mite” di Fedor Dostoevskij, “La morte viene per l'arcivescovo” di Willa Cather, “Indizi terrestri” di Marina Cvetaeva, “Casa d'altri” di Silvio D'Arzo, “Infelicità senza desideri” di Peter Handke, “Ottobre” di Christopher Isherwood, “Il respiro” di Thomas Bernhard, “Incidenti” di Roland Barthes, “Il re dei bambini” di Acheng, “L'uomo è antiquato” di Gunthers Anders, “Uccidere un bambino” di Stig Dagerman, “Lo sguardo ostinato” di Serge Daney ....

Questa passione sconfinata per i libri è pure desiderio di comunicarla insieme ad un imperativo categorico: non annoiare. Ed infatti la sua scrittura è una sorta di montaggio, in cui un libro o un autore ne richiamano altri, con immancabili citazioni, e a volte aneddoti, fulminanti.
Prendo due citazioni deliziose: una di Heinrich Heine: “Da ragazzo tanto lessi che non ebbi più paura di nulla”; l'altra di Altan:” Ricordiamo che da oggi scadono gli aggettivi: drammatico, catastrofico, immane e allucinante”.

Oltre alle segnalazioni di libri, “Scompartimento per lettori e taciturni” è un'indagine veloce sull'industria letteraria italiana: sull’impostazione dei supplementi letterari italiani sino alle questioni di editing, dalla tecnica della recensione alla critica in sè, dai convegni ai premi letterari, con tutta una serie di notazioni che colpiscono per felicità sintetica espressiva.

Bellissime poi le interviste a protagonisti di primo piano della letteratura italiana, come Fortini, Cases, Berardinelli, Garboli, Pontiggia, Del Buono, Giudici, Benni, La Capria, Zanzotto, Tadini, Arbasino, Lalla Romano ecc; come pure i ritratti di Vittorio Sereni, Elsa Morante, Goffredo Fofi, Romano Bilenchi e Paolo Volponi.

Sarebbe, quindi, il caso di ristampare il libro, e non sarebbe difficile, credo, ampliarlo, aggiungendo una storia dettagliata della vita dell'autrice.

Grazia Cherchi. Scompartimento per lettori e taciturni. Prefazione di Giovanni Giudici. Introduzione di Piergiorgio Bellocchio. Cura di Roberto Rossi. Pag. 279. Feltrinelli.

27 dicembre 2008

"L'anulare" di Ogawa Yoko


di Gianni Quilici

Ciò che affascina in questo breve romanzo di questa giovane giapponese Ogawa Yoko (Okayama 1962) sono due elementi in apparente contrasto tra loro: da una parte c'è una scrittura lineare, essenziale e tradizionale in una storia che può apparire anche dimessa, perché resa al massimo grado naturale e, seppure strana, verosimile; dall'altra invece questa stessa storia si fa sempre più enigmatica ed inquietante fino a sfiorare immaginativamente, senza però mai rappresentarlo, l'horror, e, ciò che più conta, a prefigurare una metafora aperta a diverse letture (cioè ambigua) della società contemporanea e nipponica innanzitutto.

Ogawa Yoko tratteggia benissimo la protagonista: una giovane ragazza, timida e sottomessa, che ha subito una piccola amputazione all’anulare e che si trova segretaria di un laboratorio alquanto strano; invece il signor Deshimaru, proprietario del laboratorio rimane, enigmatico e inquietante, nell'ombra: forse mostruoso orchestratore, forse dotato di potere ipnotico. Il laboratorio, un palazzo fatiscente, carico di ricordi e di stanze, è lo scenario in cui il signor Deshimaru trasforma oggetti normali della vita quotidiana, che persone normali portano al laboratorio, in “esemplari” simili, simboli a testimonianza imperitura.

Un romanzo che ci trascina dentro un'atmosfera allucinata e folle nel modo più efficace: lasciandoci alla soglia e facendoci soltanto immaginare...
Immaginare non soltanto “cose orripilanti”, ma ciò che noi siamo o ciò che possiamo diventare: strumenti in mano a “qualcuno”, che può soggiogarci e da cui desideriamo essere soggiogati. Qui ci si potrebbe “perdere” in un reticolato di discorsi sociologici...

Ogawa Yoko. L’anulare. Traduzione di Cristiana Ceci. Pag. 103. Adelphi, Milano 2007. € 9.

25 dicembre 2008

"Un terribile amore per la guerra" di James Hillman


di Emilio Michelotti

Gli estimatori di James Hillman sanno che dal grande vegliardo della psicoanalisi americana non devono aspettarsi rigore e scientificità. Anche in questa recente fatica balzano in primo piano più che ineguaglianze e ingiustizie, nazionalismi e imperialismi, figure archetipiche capaci, a suo dire, di condizionare l’umano agire.

Come in René Girard, l’opzione per la pace di Hillman non nasce da una visione ottimista della ‘natura umana’, anzi. Per entrambi, seppure – mi pare - con differenti scrupoli di legittimità, antropologica, violenza e sacro – considerati costruttori della civilizzazione della ‘scimmia nuda’ – si identificano.

L’invito provocatorio è quello di aprire gli occhi su questa terribile verità: la guerra sarebbe pulsione primaria e ambivalente, dotata di una carica libidica al pari dell’amore e della solidarietà. Ogni scelta pacifista sarà vana finché Ares non verrà riconosciuto come forza primordiale accanto ad Afrodite.

Più che un’incarnazione del Male la guerra è, per Hillman, una costante costitutiva dell’umanità, in grado di determinare il nostro comportamento tanto più potentemente quanto più ne rinneghiamo la cogenza.

James Hillman, Un terribile amore per la guerra, traduzione di Adriana Bottini, Adelphi Edizioni, Milano 2005.

22 dicembre 2008

"Franny e Zooey" di J. D. Salinger


di Gianni Quilici

Confesso una prevenzione. La prevenzione che Salinger avesse scritto un solo (forse perché mitico) romanzo “Il giovane Holden”; e che gli altri si potessero ignorare.

Mi è successo di trovare su una bancarella questo Franny e Zooey per pochi euro; l'ho comprato comunque curioso, non capivo se erano due romanzi brevi o uno solo, ho iniziato subito a leggerlo e ne sono rimasto subito attratto.
[L'attrazione nasce da questo: il romanzo ti tira, non sei tu che devi tirarti il romanzo].

Eppure la storia è esilissima, non c'è una vera trama, non succede niente di rilevante da un punto di vista drammaturgico. C’è la crisi mistica di Franny, una ragazza appartenente ad una numerosa famiglia di origine irlandese composta di ex bambini prodigio. Ci sono i dialoghi tra Franny e suo fratello Zooey, tra Zooey e sua madre e l’impalpabile presenza degli altri fratelli e sorelle.

Ma cosa mi ha attratto?
Lo scandaglio psicologico. Franny, la ragazzina fragile e bellissima che Lane, il (suo) ragazzo aspetta alla stazione, non è soltanto rivelata nella sua profondità, ma questa profondità è radicale, costretta quasi senza volerlo a non accettare le approssimazioni concettuali e esistenziali di Lane. Salinger ce la presenta nella sua impossibilità dolorosa di comunicare con il ragazzo, a cui pure tiene-teneva tanto.
Con il fratello di lei, Zooey, la radicalità si moltiplica fino a diventare quasi delirante. Zooey è spietato nello smontare e distruggere sadicamente le ragioni che stanno dietro le parole ed i comportamenti falsamente intellettuali, falsamente religiosi fino, però, a diventare esso stesso vittima della sua capacità introspettiva.
Ciò che emerge in generale è la famiglia Glass, non omologabile, anzi “unica” con una madre volitiva e petulante, ed una serie di figli, oltre Franny e Zooey, di cui si parla, ma che non appaiono, uno di essi, non potrebbe: si è suicidato.

Questo scandaglio psicologico è intrinseco a uno stile inconfondibile, di cui vorrei sottolineare almeno due elementi:
i dialoghi, che sono spesso concettuali, investono la cultura, la psicologia, la religione;
e la scomposizione in dettagli di sguardi, movimenti, pensieri con una successione foto-cine-fotografica di immagini visive o psichiche, che vanno in zone oscure della psiche, poco definibili.

Se non si coglie questa psicologia comportamentale la narrazione può apparire pesante o poco scorrevole; in realtà fornisce invece quegli elementi di psicologia del profondo, che rendono articolati, sorprendenti e appassionanti i personaggi e le vicende stesse.

Jerome D. Salinger. Franny e Zooey. Traduzione di Romano Carlo Cerrone e Ruggero Bianchi. Einaudi 1979, 176 pag. € 13.50.

Il pianoforte come solista

di Nicola Amalfitano

In epoca preromantica, il clavicembalo perde gradatamente importanza come strumento solista, dal 1750, poi, viene definitivamente soppiantato dal pianoforte che realizza i nuovi ideali stilistici di valorizzazione dell'intensità e della cantabilità dei suoni.

Dal punto di vista tecnico, in quanto strumento a corde percosse, il clavicordo, piuttosto che il clavicembalo, è l'antenato del pianoforte; tra i costruttori si sperimentano innovazioni per adeguare il clavicembalo alle nuove esigenze dei compositori e, infine, Bartolomeo Cristofori, ai primi del '700, inventa il "gravicembalo col piano e forte". Si tratta di un clavicembalo opportunamente modificato nella tavola armonica e nella tastiera, le corde non vengono pizzicate, ma sono colpite da appositi martelletti in modo da adeguare l'intensità sonora in funzione della forza applicata. La strada è ormai segnata e il pianoforte, in breve tempo, assume forma e struttura ben definite, pressoché simili a quelle attuali. Nel corso degli anni si apportano migliorie per irrobustirne la struttura e rendere più efficiente la cassa armonica, le corde aumentano di spessore e di lunghezza; risultano essenziali le modifiche introdotte verso il 1780 da Silbermann e da Andreas Stein, suo allievo.

Intorno al 1750 non esiste ancora una scrittura specifica per pianoforte, i compositori si limitano a trascrizioni di brani originariamente scritti per clavicembalo; i due figli di Bach, Johann Christian e Carl Philipp Emanuel, rappresentano una prima fase tendente al rinnovamento, ma le loro partiture ancora risentono dello stile galante.
Haydn e ancor di più Mozart, riservano una maggiore attenzione virtuosistica al nuovo strumento.
Muzio Clementi è, finalmente, il primo compositore a dare una connotazione propria alla scrittura per pianoforte; il suo stile ricco di sonorità, dinamismo, contrasti, segna il passaggio dall'età di Haydn e Mozart a quella di Beethoven; significativa è l'opera "Gradus ad Parnassum".
Con Beethoven, il pianoforte acquista una dimensione "orchestrale". Come nelle sinfonie, Beethoven cerca nel pianoforte sonorità altrimenti impensabili nel clavicembalo, va alla ricerca di nuove e poderose forme espressive, le scale, gli arpeggi, gli accordi a volte lasciati in sospeso, non sono virtuosismo di moda, ma esprimono tensioni e sentimenti di un animo che cerca nella musica la sua liberazione.
Il romanticismo rappresenta il periodo d'oro per il pianoforte: i compositori sperimentano nuove espressioni, vanno alla ricerca di sonorità sempre più raffinate, si cimentano in ardui virtuosismi, caratteristica di questo periodo è la figura del virtuoso, interprete e compositore, come Chopin e Liszt.
L'impressionismo pone fine alla figura del virtuoso e porta alla ribalta musicisti tra i quali spicca Debussy: il pianoforte è come un pennello, con tratti brevi, fuggitivi, quasi indefiniti, si trasmettono all’ascoltatore impressioni, emozioni, sensazioni legate alla natura.
Sul finire dell'ottocento, nel mentre si riduce l'interesse dei compositori, il pianoforte solista trova nuove affermazioni nelle nascenti espressioni musicali del ragtime, del blues, del jazz.

17 dicembre 2008

"Il mondo è una prigione" di Guglielmo Petroni


di Gianni Quilici

Sorpresa! Un romanzo scritto da Guglielmo Petroni (Lucca 1911- Roma 1993) nel 1945 e pubblicato, dopo diverse traversie editoriali, nel 1948 da Mondadori, che non è stato -per quello che ne so- “letto”, “stampato” “caldeggiato” per le scuole, come si dovrebbe, e che conserva intatto, dopo 60 anni dalla sua comparsa, la sua forza visiva, morale e politica.

Ed è proprio per questo -per la sua asciutta, profonda, inesorabile ricerca della verità innanzitutto in se stessi- che il romanzo è stato criticato e osteggiato dalla cultura della sinistra. Qualcuno disse che trattava la lotta di liberazione «con un'ombra di disfattismo». Per Petroni fu un colpo durissimo: «Ciò rappresentò un dolore per me che la Resistenza l'avevo fatta nel segno del Partito comunista. La rivista Rinascita pubblicò addirittura un articolo dove si affermava che questo libro era una specie di denigrazione della Resistenza».

È un breve romanzo, composto da dodici capitoli titolati. Ogni capitolo, una sequenza.

A leggerlo si rimane colpiti da due aspetti, che integrandosi, sono oggi segno della modernità del romanzo, mentre allora venivano condizionati dalla “ideologia resistenziale”.

Il primo aspetto: la rappresentazione cruda e nello stesso tempo ricca di personaggi.
Due esempi. Il ritorno a casa dopo la prigionia, da Roma a Lucca. Qui si colgono la miseria e la distruzione diffusa dalla guerra, fino a toccare l'apice: sopraggiunge la notte, lo scrittore affamato, sfinito con le gambe che gli si piegano, con il freddo crudele, non trovando nessuno che lo ospiti, neppure in una capanna, decide di sdraiarsi all'aperto sotto una tettoia, quando improvvisamente appare un cane nero enorme, ringhioso, che gli si avventa addosso...
E poi, i capitoli sulle (luride) carceri in cui viene rinchiuso, dove è sottoposto a interrogatori e a torture interminabili. «Furon tre giorni d'interrogatorio quasi ininterrotto - scrive Petroni nel romanzo - tre giorni snervanti i quali mi diedero stranamente una specie di forza che mi pareva di avere del tutto perduta dentro la cella. Ora erano cortesi e perfino affabili, ora chiamavano un energumeno col petto ricoperto di medaglie e di croci, mi mettevano bocconi su una scrivania e mi frustavano ridendo come se facessero per giuoco»

Il secondo aspetto è quello più originale e moderno: ed è il malessere di vivere. Quando Petroni, il 3 giugno, esce dalle carceri, paradossalmente non sente nessuna soddisfazione, anzi, sente la nostalgia dei giorni trascorsi, uguali, lenti, pieni di noia e di sonnolenza in prigionia. Perchè dietro la libertà c'è una vita tutta da rifare, perché la guerra e le tragedie sociali non erano soltanto fuori di lui, ma pure dentro, in mezzo ai segreti più intimi. Il primo passo per ritrovare la vita era da ricercarsi, secondo Petroni, nella profondità della nostra tradizione e storia.

Insomma Guglielmo Petroni scrive un romanzo politico (sulla Resistenza attraverso la prigionia) ed insieme esistenzialista. Un romanzo che non dice soltanto, ma rappresenta, dietro cui si scorge un esistenzialismo radicale di chi non rinuncia alla verità con se stesso. Ecco la ragione per cui si può leggere oggi, dopo 60 anni, e sentirlo vivo come allora.

Guglielmo Petroni. Il mondo è una prigione. Postfazione di Stefano Giovanardi. Universale Economica Feltrinelli. Pag. 118. € 7,00.

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11 dicembre 2008

L'opera buffa

di Nicola Amalfitano

L'opera buffa vede le sue origini in Italia, con Napoli e Venezia fra i maggiori centri di sviluppo; grazie all'introduzione di significative innovazioni quali il canto simultaneo di vari personaggi, la valorizzazione dei diversi ruoli vocali, il dinamismo del discorso musicale, svolge in tutta Europa un ruolo importante nel processo di evoluzione del teatro d'opera.

I primi tratti dell'opera buffa, detta anche commedia per musica, si manifestano agli inizi del 1700 quando, tra un atto e l'altro del melodramma, si intrattiene il pubblico con "intermezzi", ovvero brevi spettacoli a soggetto popolare accompagnati da musica allegra.

Dapprima sono brevi dialoghi con spunti comici, a volte grotteschi, che coinvolgono il pubblico borghese in quanto propongono i semplici modelli della vita quotidiana; presto, però, gli intermezzi si strutturano in genere teatrale a se stante. A differenza dell'opera seria che adotta stereotipi aristocratici e mette in mostra il potere e la ricchezza, l'opera buffa porta sulla scena personaggi che il pubblico ben conosce perché fanno parte della sua realtà quotidiana. I cantanti non impersonificano eroi mitologici o cavalieri di corte, bensì raffigurano persone vere, tratteggiate nel loro usuale modo di vivere. Si evidenziano le caratteristiche e gli aspetti tipici delle figure messe in scena e le forme musicali, vivaci, briose, tengono ben desta l'attenzione del pubblico. I personaggi sono oggetto di enfasi ironica ed i singoli ruoli vocali vengono calzati sulla tipicità del personaggio per rappresentarlo nel modo più comico possibile; ecco, quindi, apparire sulla scena il servo imbroglione, il vecchio avaro, la servetta che vuole spadroneggiare, il maestro di musica intrigante. Alla struttura fastosa e imponente dell'opera seria, la "commedia per musica" contrappone forme e strutture snelle e vivaci, orchestrazione ridotta, contrasto tra le voci e l'uso predominante del recitativo sulle arie.

Tra le prime espressioni dell'opera buffa è da menzionare assolutamente "La serva padrona" di Giovanni Battista Pergolesi; ancora sono da ricordare Niccolò Piccinni con "La Cecchina" su libretto di Carlo Goldoni, Giovanni Paisiello con "Nina ossia La pazza per amore" e Domenico Cimarosa con "Il matrimonio segreto". Sul finire del 1700, l'opera buffa attenua le sue caratteristiche di comicità con l'inserimento di momenti di malinconia e di lirismo; nel 1780 si parla ormai di melodramma giocoso e a questa tipologia possiamo riferire "Le Nozze di Figaro" e il "Don Giovanni" del grande Mozart. Con "L'elisir d'amore" del 1832 di Gaetano Donizetti, possiamo considerare ormai definitivamente chiusa l'esperienza dell'opera buffa; Gioacchino Rossini, con "L’italiana ad Algeri", "Il barbiere di Siviglia" e "La Cenerentola", costituisce il trait-d'union tra l'opera buffa e il melodramma ottocentesco.

10 dicembre 2008

"Come le mosche d'autunno" di Irène Némirovsky


di Gianni Quilici
Iniziandolo a leggere ho pensato “non mi piace”, perché d'istinto non amo la nostalgia, che trovo un sentimento che falsa il passato e che fa, quindi, vivere in un presente discutibile.
Tuttavia a fine lettura mi sono ricreduto.

“Come le mosche d'autunno” è un romanzo autobiografico e non lo è.
Per un verso, infatti, Irène Némirovsky sceglie come protagonista una vecchia nutrice e questo le consente di filtrare la sua storia attraverso altri occhi. La vediamo all'inizio benedire i giovani rampolli di quella famiglia quando partono baldanzosi per la guerra, assistere all’uccisione di uno di loro durante la rivoluzione russa; correre, con i gioielli cuciti nell’orlo dell’abito, dai padroni a Odessa, dove sono scappati; ed infine trasferirsi a Parigi in un mondo che non riconosce, da cui si sente profondamente estranea.

Per un altro verso, però, questa è anche la storia della scrittrice stessa, nata a Kiev nel 1903, fuggita con la famiglia in Francia nel 1919 e morta ad Auschwitz nel 1942.

La figura della vecchia nutrice consente tuttavia a Irène Némirovsky di proiettare sentimenti e pensieri che in buona parte, sono stati anche dell'autrice, ma tenendoli a distanza.

La Némirovsky dà alle stampe, in Francia nel 1931, Come le mosche d’autunno, scolpendolo in pochi capitoli di nemmeno 100 pagine.
La forza di questo breve romanzo risiede in almeno tre ragioni.

1) La protagonista è ben delineata nei suoi sentimenti dominanti:
l'amore di chi si identifica totalmente nella famiglia aristocratica, che ha sempre servito da due generazioni e che le consente di schierarsi, senza alcuna ombra, contro la rivoluzione russa; la nostalgia profonda verso un passato che non c'è più e l'impossibilità di poterlo far risorgere; l'angoscia infine per non ritrovare più a Parigi ne' gli inverni russu con la neve, con il fiume ghiacciato, ne' la vecchia famiglia nobile e fiera, che aveva vissuto e che ora era inesorabilmente cambiata: rumorosa e sciatta.

2) Il finale con la morte della vecchia nutrice, è splendido sia per la sua lapidarietà, sia perché delinea una fine più grande: la morte di un mondo, quello aristocratico ebreo-russo.

3) Infine, scegliendo come protagonista l'occhio della nutrice, Irène Némirovsky costruisce un romanzo per sottrazione, eliminando moltissima parte degli avvenimenti storici (guerra e rivoluzione), ma facendoceli percepire intimamente.

Irène Némirovsky. Come le mosche d’autunno (Les mouches d’automne). Traduzione di Graziella Cillario Adelphi, 2007.

08 dicembre 2008

Tra Barocco e Romanticismo

di Nicola Amalfitano

Intorno al 1750 si diffonde in Europa il cosiddetto stile classico, che mira a valorizzare l'armonia con forme semplici ed ordinate; si parla anche di classicismo viennese in quanto la città di Vienna diventa il punto di riferimento per tutti i musicisti dell'epoca.

Abbandonando le ultime espressioni della musica barocca, lo stile galante o “Rococò”, in Francia e lo “Stile Espressivo”, in Germania, i compositori classici puntano all'equilibrio delle parti ponendo nuova attenzione all'armonia e alla melodia. Nel periodo barocco, il singolo movimento era rappresentato da un soggetto che veniva enunciato all'inizio e poi elaborato e articolato mediante ripetizioni in sequenza; adesso, invece, siamo in presenza di fraseggi più articolati, capaci di generare nel singolo movimento un'ampia gamma di contrasti. Il Classicismo ingloba e supera le strutture e le forme del Rococò e dello stile Espressivo; pone l'accento su forme pacate esprimendo un linguaggio organico, rispettoso delle proporzioni. La melodia, il ritmo, l'armonia, sono trattati con equilibrio secondo lo schema strutturale noto come “forma sonata”. Da questo schema si sviluppano le sonate, i quartetti e le sinfonie. Anche nella musica vocale i compositori mirano all'equilibrio fra musica e dramma, sicché i cantanti lirici non hanno più grande libertà di improvvisare virtuosismi.

In pieno Illuminismo, la musica, oltre al pubblico rappresentato dalle corti aristocratiche, vuole raggiungere una platea molto più vasta di ascoltatori, soprattutto quelli provenienti dalla borghesia emergente, che sempre più peso acquista nella vita pubblica. Il Classicismo semplifica le strutture musicali liberandole dalle complicazioni tecniche allo scopo di farsi comprendere da tutti, non solo dai tecnici; la musica deve raggiungere il cuore e la mente degli ascoltatori. Assistiamo, quindi, non solo alla formazione di un nuovo pubblico, ma anche alla nascita di un mercato musicale determinato dal declino del mecenatismo musicale. Aumentano i luoghi deputati all'esecuzione musicale; oltre che nei teatri, nei palazzi nobiliari, nelle chiese, adesso si fa musica anche nei caffè, nei salotti della borghesia e nelle sale da concerto. Gli organici strumentali devono tener conto delle nuove esigenze, di conseguenza si ampliano in funzione degli spazi e delle nuove forme musicali; nell'orchestra scompare il clavicembalo, sostituito prima dal fortepiano e poi, definitivamente, dal pianoforte; l'orchestra sinfonica si arricchisce di nuovi strumenti: i clarinetti e i timpani.

Tra i tanti compositori di questo periodo sono da ricordare gli italiani Boccherini, Cherubini, Paganini e ancora Stamitz e C.P.E. Bach. Le figure dominanti sono costituite da Haydn, Mozart e Beethoven; quest'ultimo per il suo carattere di libertà e indipendenza e per l'uso frequente delle tonalità minori in senso tragico, anticipa quello, che dopo il congresso di Vienna, sarà il romanticismo musicale.

"BATTLE COMPANY" di Tim Hetherington

di Gianni Quilici

Quando entro nei sotterranei di Villa Bottini per la mostra “Battle company”di Tim Hetherington ho già visto dell'autore lo scatto premiato come migliore foto dell'anno 2008, dal World Press Photo. Di questa immagine avevo pensato che sì, è certamente una buona foto, perché attraverso lo sbadiglio di un soldato sul fronte di guerra si intuisce tutta la stanchezza e desolazione di essa, ma allo stesso tempo mi era sembrata troppo minimalista rispetto ad altri scatti presenti nella Mostra, che presentano una maggiore complessità di segni fotografici e di senso esistenziale. E devo dire che “Battle Company”, 2° battaglione aviotrasportato della fanteria americana impegnato in Afghanistan, ha suffragato, almeno in parte, questa mia impressione.

D'accordo, le foto di Tim Hetherington sono scattate nel teatro di una guerra tra le più atroci, l'Afghanistan al confine con il Pakistan, “epicentro della lotta americana contro i militanti dell'Islam”. Sono, quindi, immagini non soltanto coraggiose, ma importanti, perché rappresentano un conflitto che le grandi potenze hanno interesse a celare.

D'accordo, ci sono altri buoni scatti: i ritratti, i soldati che in circolo scavano la terra, l'uomo che tiene in braccio il bimbo gravemente ferito, il soldato che fugge...

Ma nel complesso mi pare che, in molti casi, non si vada oltre la semplice documentazione. I soldati che si arrampicano, i bimbi sdraiati per terra vicino alla scuola, il soldato che osserva la casa distrutta, la Valle del Pesh River in campo lunghissimo ecc, ecc, sono foto che descrivono situazioni fuori dall'ordinario, ma senza interpretarle, senza darne un senso più alto.
Basta fare una controprova: eliminiamo un oggetto senza grande importanza, che richiami la guerra come la semplice divisa. Quello che rimane ( i volti, il taglio dell'inquadratura, il contesto ambientale, i contrasti cromatici ) non è che prenda, che in qualche misura ti colpisca, che ti faccia pensare oltre, che ti commuova. Documenta. Informa.

Tim Hetherington. "Battle company". Mostra fotografica del LUCCA Photo DIGITAL fest.
Villa Bottini, Lucca. 22 novembre-8 dicembre 2008.

"FOTOGRAFIE" di Alex Webb

di Gianni Quilici
E' un piacere degli occhi e di una mente, che non si accontenta di un primo superficiale sguardo, la Mostra “Fotografie”, che il grande fotoreporter americano Alex Webb ha presentato in anteprima nazionale a Villa Bottini per il LUCCAphotoDIGITALfest.

Lo si intuisce anche da ciò che lo stesso Webb scrive nella presentazione della mostra:
“L'unica cosa che so fare, è saper affrontare un luogo camminando. Questo è ciò che fa un fotografo della strada: cammina, osserva, aspetta, parla, e poi guarda e aspetta ancora un po', cercando di non perdere mai la certezza di trovare subito dietro l'angolo qualcosa di inatteso, di sconosciuto, oppure di nascosto di cose che conosce già”.

Ci sono qui alcuni aspetti che bene lo evidenziano come fotoreporter: la strada, il camminare, i luoghi, la pazienza e lo sguardo. Lo sguardo è formidabile. Ci sono delle foto che hanno del prodigioso. Perché l'autore è riuscito a cogliere in un attimo (velocissimo) la sincronizzazione di molti aspetti: oltre ai colori, ombre, geometrie, sopratutto persone in movimento, che per un momento si incrociano in situazioni particolari, sotto una luce particolare,ognuno con una sua misteriosa storia.

In Alex Webb ogni elemento fotografico viene esaltato ai massimi livelli: i colori (rosso, giallo, verde, azzurro, viola) sono accesi, sguargianti, ma naturali; le ombre e le geometrie nette; e le persone sono soggetti, per lo più inconsapevoli, di un teatro quotidiano, in cui mostrano loro stesse nel loro silenzio più che la maschera che inevitabilmente si portano addosso.

E' l'intreccio tra questa umanità povera, ma non affamata, viva ed espressiva nella sua immediatezza; è la molteplicità dei punti di vista, compresi le ombre e gli specchi; è la luce calda trasparente dei paesi tropicali come Haiti, Cuba, Nicaragua, Messico, oppure Istanbul che fa di “Fotografie” una mostra solare, senza che ciò diventi estetismo, e realistica, nella sua complessità esistenziale e sociale. Una mostra assolutamente da non perdere.

Alex Webb. "Fotografie". Mostra fotografica, organizzata da LUCCA photo DIGITAL Fest. Villa Bottini (Lucca). 22 novembre-8 dicembre 2008.

05 dicembre 2008

ORIGINI DELLA CULTURA E FINEDELLA STORIA di René Girard

di Emilio Michelotti

Ricordate l’inizio di “2001 odissea nello spazio ”? La guerra fra le scimmie antropomorfe – una crisi mimetica radicale, innescata dal desiderio di due individui di possedere lo stesso oggetto – si placa con l’arrivo, chissà da dove, del monolito. Se al posto di questo simbolo pacificatore poniamo un linciaggio, l’omicidio di un capro espiatorio, abbiamo sintetizzato la ricerca ossessiva che da quarant’anni René Girard va svolgendo sulle origini violente delle istituzioni, delle norme etiche e della scienza, come è tratteggiata nello splendido libro-intervista "Origine della cultura e fine della storia".

Un’unica struttura ambivalente, l’imitazione, e il desiderio mimetico che ne consegue consentono l’incanalarsi della violenza collettiva verso la colpevolizzazione di un solo individuo, che diventa doppio mostruoso da sacrificare. La vittima è al tempo stesso l’altro, l’alieno, l’intoccabile che il sacrificio rituale riveste di sacralità: il mostro è anche il dio.

Centrale è il carattere inconscio del meccanismo sacrificale: la categoria usata è méconnaissance, conoscimento inconsapevole dell’ingiustizia connessa alla colpevolizzazione della vittima, vicina al doppio vincolo di Bateson (imitatemi-non imitatemi – modello-ostacolo), un autoinganno – tutti stanno mentendo e nessuno lo sa.

Da qui, dalla convinzione di stampo darwiniano della religione come motore primo della civilizzazione, nasce lo status di antropologia privilegiata che Girard riserva al cristianesimo. Il suo approdo al religioso è “ateo”, “scientifico”: il mito cristiano, riletto radicalmente, è rovesciato: esso dà delle origini mitiche la lettura che permette di smitizzare e sdivinizzare la natura omicida del meccanismo mimetico.

La nonviolenza è tutta da costruire, essendo la violenza il nostro elemento costitutivo. “Conversione” è allora la scoperta del nostro essere persecutori inconsapevoli: critica e discrimine, base del progresso culturale sono azioni di espulsione, divisione, vittimizzazione. Se, al termine dell’indagine, scopriremo che i colpevoli siamo proprio noi, continueremo ad abitare questo limite che conduce all’autodistruzione?
Sic transit gloria mundi.

René Girard. Origine della cultura e fine della storia. Dialoghi con Pierpaolo Antonello e João Cezar de Castro Rocha. Raffaello Cortina, 2003. € 22.00.

26 novembre 2008

IL BALLO di Irène Némirovsky

di Gianni Quilici

Scopro soltanto ora Irène Némirovsky (nata a Kiev nel 1903 e morta a Auschwitz nel 1942) e il suo straordinario romanzo (breve) “Il ballo”, pubblicato a soli 25 anni .

La storia non va raccontata. Solo l'inizio. Protagoniste Antoinette, una ragazzina 14enne e la mamma, madame Kampf, moglie di un ebreo arricchito, che, smaniosa di affermazione sociale, decide di organizzare un grande ballo per consacrare il suo nuovo status, da cui viene, però, categoricamente esclusa Antoinette...

E' un piccolo gioiello, che le adolescenti per prime dovrebbero leggere, perchè crea piacere per il pathos della storia e un processo di partecipazione e/o identificazione (alta), che aiuta a capire e a capirsi.

C'è, infatti, l'adolescenza, quella vera: acuta e spietata nel cogliere la pochezza e le ipocrisie degli adulti; e però desiderosa di vivere un “altrove”, che ancora non si conosce, che soltanto si immagina, ma che si vuole provare immediatamente.

C'è una società ormai decrepita al tramonto -quella aristocratica più che borghese – ma la cui scala di valori è sempre presente almeno nei sogni della piccola borghesia diventata ricca.

C'è una scrittura non da educande, come sostiene Alberto Bevilacqua, ma diretta, fluida, essenziale, che diventa, per i contenuti, affilata e atroce.
Il ballo acquista una risonanza metaforica ed insieme dialettica: per un verso solitudine e vuoto, dolore e catastrofe di un mondo alla fine; per un altro, e come contrappunto, desiderio di un futuro che non si intravade di un'adolescente però viva e vitale, che questo futura ardentemente desidera.

Irène Némirovsky. Il ballo (Le bal). Traduzione di Margherita Belardetti. Piccola Biblieteca 527. Adelphi. Pag. 83. € 7.

24 novembre 2008

Aspetti della musica nel periodo Barocco.

di Nicola Amalfitano

Tra il XVII e il XVIII secolo, pur con sfumature e intensità diverse, in Europa si diffonde il fenomeno stilistico definito Barocco.
Caratteristica di questo nuovo movimento artistico, dalle forme esuberanti ed esasperate, è la ricerca dello stupore, della meraviglia. Gli artisti attingono anche a temi mitologici e della natura, si esprimono in modo ampolloso, magniloquente e spesso il loro stile esagerato risulta stravagante, bizzarro e grottesco.
Il Barocco, in ambito musicale, si colloca tra il 1600 e il 1750. Dalla fine del 1500, con la codifica definitiva delle regole dell'armonia ad opera dello Zarlino, si affermano i due modi principali della musica moderna: la tonalità maggiore e la tonalità minore; il sistema modale, non più in grado di assolvere alle esigenze di un completo cromatismo, viene man mano sostituito dal sistema tonale.
In Europa si assiste ad uno scambio intenso d’influssi stilistici, mentre si affermano nuove forme espressive: la monodia accompagnata dal basso continuo, la sonata a tre da chiesa e da camera, l'oratorio, il concerto, l'opera, le musiche per strumenti a tastiera.
Se i musicisti del Rinascimento privilegiano sonorità nitide, ben definite, allo scopo di tenere distinte le linee della polifonia, i compositori del Barocco adottano timbriche più morbide, idonee a creare impasti sonori sempre più complessi e arzigogolati.
Il contrappunto e la fuga, i cambi repentini di tempo, i virtuosismi strumentali e vocali, l'improvvisazione come prassi esecutiva, caratterizzano la produzione musicale; lo scopo essenziale è quello di stupire e divertire l'ascoltatore.
Si sperimentano nuove tematiche e nuove forme espressive, molti compositori trovano ispirazione nella mitologia e negli elementi della natura; l'ultimo periodo del Barocco è caratterizzato dalla ricerca di equilibri matematici, di simmetrie tendenti a determinare una suddivisione logica dei ruoli solistici e di gruppo.
Anche gli strumenti musicali si adeguano alla nuova realtà e si modificano per meglio interpretare partiture dense di sfumature e di contrasti.
Il modo ampolloso di fare musica, la ricerca della spettacolarità ad ogni costo, determinano l'immediato aumento degli strumentisti annessi alle cappelle; assume grande importanza la figura del virtuoso solista, vocale e strumentale. Adesso, molto più che in passato, si scrivono brani per un preciso strumento e se ne mettono in risalto la resa cantabile e gli aspetti virtuosistici; nel canto, l'improvvisazione ornamentale è lasciata alla discrezione dei cantanti e questo, a volte, dà luogo a virtuosismi fine a se stessi.
Per grandi linee, possiamo definire tre tipologie di indirizzo: lo stile concertante italiano, lo stile contrappuntistico tedesco e lo stile strumentale francese; in questa tripartizione distinguiamo, poi, la produzione strumentale da quella vocale.
Lo stile italiano presto si afferma in tutta Europa: il concerto grosso, il concerto solistico, la cantata sacra, l'oratorio, l'opera, sono modelli e fonte di ispirazione per molti autori. Nei paesi dell'area tedesca sorgono importanti scuole dove il contrappunto raggiunge altissimi livelli. La Francia vede l'affermarsi di nuove forme autonome; in campo strumentale la suite di danze sostituisce il concerto grosso, in campo teatrale si sviluppa la "tragédie-lyrique", che obbedisce a regole metriche più rigide rispetto al recitativo italiano.
Tra i musicisti più rilevanti di questo secolo e mezzo di storia, ricordiamo capiscuola quali: Carissimi, Corelli, Vivaldi, Monteverdi in Italia, Rameau e Couperin in Francia, Buxtehude e Telemann in Germania, Purcell in Inghilterra.
Fra tutti giganteggiano Bach e Haendel.

15 novembre 2008

POTERE E SALVEZZA di Jan Assman

recensione di Emilio Michelotti

L’analisi del rapporto fra politica e redenzione nelle società antiche dà modo a Jan Assmann (Potere e salvezza – Einaudi, 2002) di delineare un percorso che, per cenni e suggestioni, giunge, attraverso il cristianesimo, l’assolutismo e gli universali della modernità, fino a noi.

Poststrutturalismo e poststoricismo, estenuati dall’abbraccio del XXI secolo, generano, attorno all’idea di una contemporaneità culturale fra epoche anche lontanissime, figure emblematiche di studiosi, come Assmann in Germania e Carlo Ginzburg in Italia.

Le due tesi di fondo, innovative e sorprendenti, del volume, hanno implicazione neoaristotelica l’una – sarebbe la politica a fondare il bisogno di soprannaturale, “inventando” la religione, e non semplicemente usandola, come nella tradizione marxista - , antiplatonica e antikantiana l’altra – ogni sistema cultuale possiederebbe un segreto nucleo ateistico, ossia non troverebbe riscontro in verità esterne a noi (e neppure inscritte dentro di noi) ma in contingenze storiche impostesi come necessità.

Negli antichi culti indagati – egizio, mosaico, delfico-eleusino, ecc. – la duplex religio emerge infatti non come una costante universale ma come la costante ossimorica di una politica volta all’ ‘identico rinnovamento’, che si fa forte dell’ ‘accomodatio dei’ perché una religione di per sé sconvolgente e pericolosa (“immotivabile”, secondo Maimonide) possa divenire socialmente utile e produrre solidarietà, introducendo ricompense e punizioni.

Come i testi di Freud sull’età del bronzo, da Assmann ampiamente citati, come il suo recupero del mito arcaico, anche questo, che va inteso come una narrazione storico-letteraria, tende più a decodificare il nostro tempo che quello antico, introducendo forti elementi psicoanalitici nell’indagine storica.

Jan Assman. Potere e salvezza. Einaudi 2002

14 novembre 2008

La musica rinascimentale.

di Nicola Amalfitano

Il termine "musica rinascimentale" definisce la musica colta, composta in Europa tra il XV e XVI secolo. Nel Rinascimento, mentre giunge a maturità la polifonia vocale, si intensificano i processi che porteranno alla definitiva affermazione della musica strumentale come espressione artistica autonoma. Lo sviluppo della polifonia determina il nascere di nuovi strumenti in grado di accordarsi ai vari, definiti, registri vocali. Il liuto, con le varianti arciliuto, tiorba, chitarrone, domina incontrastato nelle corti; nuovi strumenti vengono costruiti applicando una tastiera al salterio: il cembalo, il virginale, il clavicordo.

In questo periodo si affermano la Frottola, il Madrigale, il Mottetto e la Messa. La Frottola è una composizione di genere popolaresco, di solito a quattro voci; nata in piazza e fiorita nelle corti italiane, si evolve nel Madrigale polifonico, una forma più artistica, basata su testi di autorevoli poeti e rispettosa della metrica. Tra i più grandi madrigalisti italiani dobbiamo, assolutamente, ricordare Gesualdo da Venosa e Claudio Monteverdi. Il Mottetto, in origine di carattere profano, diventa di genere religioso quando i polifonisti attingono a testi biblici o evangelici. La Messa polifonica è una forma musicale di ampio respiro; comprende tutte le parti della liturgia in lingua latina, l'esecuzione è vocale ed è denominata "a cappella" in riferimento al luogo dove si disponevano i cantori. Le musiche sono generalmente composte per quattro voci, soprano, alto, tenore, basso e sono eseguite da complessi vocali con o senza accompagnamento; iniziano a formarsi anche complessi solo strumentali organizzati per "famiglia" (fiati, archi). La nascente musica strumentale, che dalla polifonia vocale assimila la struttura, acquisisce dai movimenti della danza i contenuti ritmici e dinamici che le consentono di potersi proporre e affermare come espressione artistica a sé stante. I vari ritmi lenti e veloci che si alternano nelle composizioni musicali danno poi il nome ai movimenti che noi conosciamo come Suite, Partita e Sonata.

L'avvento della stampa rappresenta un formidabile propellente per la divulgazione e la conoscenza della musica; nascono trattati musicali, raccolte monografiche e antologiche,metodi didattici. Nel 1511, a Basilea, si pubblica l'opera del monaco Sebastian Virdung "Musica getusch und angezogen", che descrive gli strumenti dell'epoca e li classifica in base al modo di riprodurre i suoni. Un altro importante trattato è "Musica instrumentalis deudsch" di Martin Agricola, pubblicato nel 1529. Ricordiamo ancora il "Fronimo" di Vincenzo Galilei, pubblicato nel 1568 per lo studio del liuto. Notevole è l'opera di Michael Praetorius "Sintagma Musicum", un trattato in tre volumi destinato soprattutto ai musicisti ed ai costruttori di strumenti musicali; caratteristica unica di quest'opera è il supplemento "Theatrum instrumentorum seu Sciagraphia", dedicato alla raffigurazione degli strumenti musicali attraverso una serie di accuratissime xilografie.

Nel Rinascimento, la musica profana è soprattutto musica di corte. Spicca in questo
periodo la figura del mecenate. Il "signore" ospita e mantiene alla sua corte letterati,musicisti, pittori per tenere alto il prestigio della casata. Le corti dei Medici, dei Visconti, degli Estensi, dei Gonzaga e dei Montefeltro sono centri di esecuzione musicale e diventano punto di riferimento per tutti i musicisti d'Europa. È il periodo delle "Accademie" che, sotto nomi diversi, riuniscono scienziati e artisti. Giova mettere in evidenza la "Camerata de' Bardi" o "Camerata Fiorentina": da essa trae origine una nuova forma di rappresentazione teatrale, il "recitar cantando". I versi del poeta Ottavio Rinuccini sono messi in musica da Jacopo Peri e Giulio Caccini: è questo il primo germe del teatro musicale moderno.

La musica sacra trova i massimi riferimenti nelle sedi di Roma e Venezia. Alla Scuola Romana sono legati musicisti della Santa Sede e della Cappella musicale pontificia; lo stile riflette ancora la tradizione gregoriana e vede in Giovanni Pierluigi da Palestrina il suo più grande e significativo rappresentante. La Scuola Veneziana, sorta presso la Basilica di San Marco, instaura uno stile innovativo con l'apporto di musicisti fiamminghi e veneziani. Adriano Willaert, ma soprattutto Andrea e Giovanni Gabrieli, zio e nipote, adottano la tecnica dei "cori battenti" (disposizione contrapposta e sovrapposta di voci) per creare effetti sonori di grande solennità.
Alla fine del 1500, mentre stiamo per entrare nel periodo barocco, il trattato "De Institutioni Harmonicae" del veneziano Gioseffo Zarlino, codifica in maniera definitiva le regole dell'armonia con la suddivisione dell'ottava in intervalli di dodici toni; un sistema basato su scale di maggiore e minore che è alla base del moderno sistema musicale.

12 novembre 2008

"LA VITA FA RIMA CON LA MORTE" di Amos Oz

recensione di Gianni Quilici

L'inizio del romanzo è questo:
“Tali sono le questioni fondamentali: perché scrivi. Perché nella fattispecie scrivi proprio in quel modo. Ti interessa influenzare i tuoi lettori e in caso affermativo – in quale direzione cerchi di influenzarlo. Qual è il compito delle tue storie. Cancelli e correggi continuamente o scrivi direttamente per ispirazione. Com’è essere uno scrittore famoso, che effetto fa alla tua famiglia. Perché descrivi quasi esclusivamente gli aspetti negativi. Che ne pensi di altri scrittori, chi ti ha influenzato e chi non sopporti. Fra parentesi, come definisci te stesso?”

E' il romanzo del rapporto dello scrittore con se stesso, con la propria immaginazione. E' lo scrittore che vivendo non si dimentica che scrive. E' lo scrittore che vive come se stesse scrivendo, mescolando lo sguardo, le impressioni con una storia, con più storie che si intersecano, che si fermano, che mutano.

Siamo a Tel Aviv: è estate. E' una sera calda e umida.
Alla vecchia Casa della Cultura sta per iniziare la presentazione del libro dello Scrittore.
Lo scrittore si trova, lì vicino, in un piccolo caffè. Qui osserva: una cameriera con la minigonna e il seno alto, un paio di belle gambe piene, viso carino, luminoso con le sopracciglia che si toccano e sotto la gonna il contorno delle mutande. .. Mentre aspetta l'omelette lo scrittore prova a tratteggiare il primo amore di questa cameriera....osserva due tipi loschi... una vecchia signora con le gambe gonfie...
Lo Scrittore compare in sala con ritardo. Seduto appare distaccato, con un camiciotto leggero,dei pantaloni kaki e un paio di sandali. Assorto osserva il suo pubblico, attento, sudato, quasi volesse borseggiarlo. E tra il pubblico la ragazza esile, intimidita, bella ma non attraente, il giovane poeta depresso, il responsabile della Casa della Cultura, l’esperto di letteratura, l’appassionata di letteratura, l’anziano insegnante, la donna curiosa e non colta, l’impiegatuccio occhialuto e spigoloso e sua madre, l’accordatore di pianoforti.

Su questi personaggi imbastirà una storia passeggiando fino a notte fonda per le vie.
Funziona?
No, non funziona. C'è dentro troppo tavolino, troppa presenza dello scrittore che elabora, inventa. Per funzionare forse avrebbe dovuto perdersi e perdere (di più) la storia, divenire flusso più incontrollato tra presente-immaginazione-ricordo. C'è invece troppo ordine, troppa cronologia, troppo controllo.

Amos Oz. La vita fa rima con la morte. Trad. Elena Loewenthal. Pag. 106. Feltrinelli, 2008. € 10.

11 novembre 2008

EVARISTO BASCHENIS. Un pittore per la musica.

di Nicola Amalfitano

Il pittore bergamasco Evaristo Baschenis (7 dicembre 1617 – 16 marzo 1677)riveste un ruolo molto importante nel panorama musicale del XVII° secolo. Non si hanno notizie certe riguardo ai suoi maestri ed alla sua formazione artistica; di certo sappiamo che dal 1643 è noto come "Prevarisco" per il suo stato sacerdotale.
Il nuovo genere di natura morta a soggetto musicale, da lui ideato e codificato, costituisce, di fatto, una fonte sicura e autorevole per lo studio e la ricerca in ambito musicologico, in quanto nei suoi dipinti troviamo raffigurati gli strumenti normalmente in uso nell'Italia del nord, nel corso del 1600.
Di grande abilità pittorica, cura con attenzione anche i più piccoli particolari,tanto che i suoi lavori sono straordinariamente realistici: un'atmosfera misteriosa circonda gli oggetti, gli strumenti musicali sono definiti in ogni minimo dettaglio ed è anche possibile leggere le note sugli spartiti.
Dai dipinti, quindi, non solo possiamo trarre moltissime informazioni circa gli strumenti usati, ma possiamo anche stabilire con certezza che la "sonata con basso continuo" era il genere musicale più in voga in quel tempo.
Nelle opere di Baschenis, la figura umana è quasi sempre assente. Il Trittico Agliardi, considerato il suo capolavoro, comprende, invece, due doppi ritratti di suonatori; nella pala centrale del trittico sono raffigurati strumenti musicali, nelle due laterali è rappresentata l'Accademia musicale formata dai tre fratelli Agliardi e dallo stesso Baschenis alla spinetta. Alcune sue opere sono esposte a Bergamo, Milano, Bruxelles.

Musei on-line

Metropolitan Museum of Art, New York City
Museum of Fine Arts, Boston
Galleria sul WEB

09 novembre 2008

LINEA NOTTE - Tg 3 -

di Gianni Quilici

“Linea notte” è l'approfondimento del TG3, che sostituisce "Primo Piano".
Pensavo che fosse un modo per eliminare uno spazio politico “vivace”, presente poco dopo le 23, per sostituirlo con un altro “soporifero”, in onda poco dopo le 24.
Non è così.

Quali sono, allora, gli aspetti decisamente positivi di “Linea notte” in una congiuntura politico-culturale, in cui la necessità dell'opposizione si fa sempre più stringente?
1) L'approfondimento delle notizie;
2) uno sguardo che va oltre l'Italia;
3) un collegamento continuo con le notizie fresche, che arrivano dall'ANSA;
4) la presenza in studio di personaggi (da giornalisti a intellettuali, da artisti a uomini e donne di spettacolo), che non sono i soliti politici-giornalisti, che saltano da uno studio all'altro, onnipresenti.

Provate, infatti, ad andare su "Porta a porta", che è più o meno in contemporanea.
Un odore di muffa: il salotto dove si chiacchiera con i soliti personaggi, i soliti vetusti riti con un conduttore la cui ipocrisia è pari solo alla sua acidità.

08 novembre 2008

L'ABICI' DELLA GUERRA di Bertolt Brecht

di Gianni Quilici

69 poesie di Brecht, che poetizzano a latere altrettante fotografie.
Poesie e immagini che diventano racconto. L'orrore della guerra e del nazismo secondo Brecht.

Come nasce?
"L'Abicí della guerra" nasce come convergenza di due interessi di Bertolt Brecht: le immagini e la poesia epigrammatica. Da qui nacque un genere letterario inedito, l' “epigramma fotografico”, al quale il poeta si dedicò in particolare negli anni dell'esilio. Nel dopoguerra, Brecht diede poi una precisa struttura al materiale, e lo articolò cronologicamente e tematicamente dal riarmo della Germania fino alla sconfitta del nazismo. Superate le resistenze della Rdt, la raccolta venne pubblicata a Berlino est nel 1955.

Sono poesie intense che si intersecano magnificamente con l'immagine. Brecht sa cogliere quello che Roland Barthes in “La camera chiara” definisce il “punctum”, ciò che punge. Inoltre spesso si fa personaggio della foto e l'uso di un lessico semplice e della rima baciata o alternata, per la loro immediatezza, attraverso la bella traduzione di Roberto Fertonani, diventano quindi “esemplari”.

“L'abicì della guerra” fornisce molti spunti sulla 2a gerra mondiale: cause, conseguenze, fatti, ideologie ed in più consta di un'appendice con una nota per ogni foto-poesia.

Un libro utilissimo anche didatticamente. L'epigramma fotografico consente, infatti, di avvicinarsi forse più da vicino di un libro di testo all'interno di questa epoca, sia per le immagini, che hanno una loro forza, che per le poesie, che colpiscono nelle profondità.

Bertolt Brecht. L'abicì della guerra (“Kriegsfibel”), a cura di Renato Solmi e del CCM di Torino. Pag. 162. Einaudi.

31 ottobre 2008

La musica al tempo delle crociate

di Nicola Amalfitano

Deus vult! Dio lo vuole!, così Pietro l'Eremita, chiamando alle armi per la difesa del Santo Sepolcro, dava inizio alla prima Crociata, nota come "Crociata dei poveri".
Nei secoli XII e XIII il tema delle Crociate si aggiunge a quello amoroso, religioso ed epico, appartenenti alla tradizione trobadorica, e si adottano nuovi strumenti musicali sull'influsso delle sonorità orientali, principalmente arabe.
L'organo è ancora lo strumento principe per l'accompagnamento liturgico; le corti risuonano della melodica arpa e in esse si diffondono, per la loro facile portabilità, la viella ad arco, la ghironda e il liuto; si fa uso anche di strumenti più tipicamente militari quali il flauto traverso, la tromba diritta, il tamburo.
In quegli anni le forme musicali si modellano sul canto piano e il dramma liturgico, senza che il canto profano abbia guadagnato ancora una identità ben definita.
La Chiesa con la liturgia, la preghiera, il canto dei salmi quotidianamente offre occasioni di canto. Il canto "gregoriano" è preghiera: l'Antiphonarium Cento, un grande libro di canti liturgici raccolti da papa San Gregorio Magno, era legato con una catena d'oro all'altare di San Pietro per la libera consultazione di tutti i pellegrini.
Il dramma liturgico rappresenta eventi delle Sacre Scritture e talvolta episodi di vita dei santi; è una struttura con dialoghi in canto piano dove gli strumenti hanno il mero compito di sostenere la voce, accompagnandola e ripetendone la melodia.
Intorno al 1100, gradualmente si sviluppa la polifonia liturgica: all'unica linea melodia gregoriana si sovrappone una voce spostata di un intervallo di quarta o quinta, le due voci poi chiudono all'unisono. Questa tecnica di abbellimenti diventa via via sempre più sofisticata con la sovrapposizione di parti e voci diverse, dando così origine al mottetto ed alla polifonia vera e propria. Un ruolo considerevole in questo processo di evoluzione appartiene alla Scuola di Notre-Dame con i due maggiori rappresentanti, Leonin e Pérotin.
La polifonia richiede regole precise, una scala di toni esatta ed invariabile, un metodo di scrittura efficace e dettagliato che tenga conto delle armonie sempre più complicate e impossibili da ritenere a memoria.
È merito del monaco benedettino Guido d'Arezzo la codifica della moderna notazione musicale che, insieme al tetragramma, sostituisce la notazione neumatica allora in uso.
Nel XII secolo la musica profana risente ancora dell'influenza liturgica tanto da ricorrere spesso alla tecnica detta "contrafactum": si ripropongono melodie sacre dove il testo religioso viene sostituito da versi licenziosi o burleschi; ne sono massimo esempio i Carmina Burana, raccolta di canti tedeschi del 1230.
Frattanto, grazie all'opera dei menestrelli, trovatori, jongleurs, minnesänger, presso le varie corti si afferma la lirica cortese in lingua volgare; non si scrive solo secondo le convenzioni dell’amore cortese, ma si mettono in risalto anche temi guerreschi ispirati alle Crociate. I canti di crociata danno voce ai diversi aspetti del pellegrinaggio: le pie devozioni lungo il cammino, l'esortazione alla conquista del Santo Sepolcro, le dame in attesa del ritorno dei loro cavalieri. Il mottetto diventa anche strumento di satira.
Tutto questo fermento costituisce una forte spinta propulsiva che determina, finalmente, l'affrancazione della musica profana da quella liturgica; ne è testimonianza l'abbondante produzione di ballate e madrigali in Italia e Francia.

Ancora, comunque, la musica strumentale, intesa come espressione artistica autonoma, non legata a funzioni di accompagnamento, non esiste; intorno al 1325 datano i primi arrangiamenti per tastiera di composizioni vocali.

IL RACCONTO DELL'ISOLA SCONOSCIUTA di José Saramago

recensione di Gianni Quilici

Per la prima volta un uomo aspettò tre giorni alla porta del re per essere ricevuto. Alla fine sorprendentemente il re andò da lui.
“Datemi una barca, disse l'uomo.
E voi, a che scopo volete una barca, si può sapere, domandò il re.
Per andare alla ricerca dell'isola sconosciuta, rispose l'uomo.
Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più. Sono tutte sulle carte.
Sulle carte geografiche ci sono soltanto le isole conosciute.
E qual è quest'isola sconosciuta di cui volete andare alla ricerca.
Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta”.

E' una fiaba del premio Nobel José Saramago.
Protagonisti l'uomo che cerca l'isola che non c'è e la donna delle pulizie (che apriva e chiudeva la porta del re e che, d'impeto, decide di seguire l'uomo in questa avventura ).

E' una fiaba dal timbro leggero e incantato, dato da un linguaggio elementare e cadenzato per bimbi e dall'utopia, che sottende la stessa ricerca.
Perché la ricerca dell'isola che non c'è appare subito inevitabilmente votata alla sconfitta, ma già la predisposizione alla ricerca è, in qualche modo, “abitarla”.
In questo senso la ricerca dell'isola che non c'è è presente nel modo insolito che l'uomo ha di predisporsi di fronte al re, nella sua ostinazione, in quello sguardo che lui posa sulla donna delle pulizie e lei posa su lui, in un sogno che si confonde con la realtà fino a diventare colpo di scena finale: essi stessi isola che non c'è alla ricerca di se stessi.

Ecco, José Saramago riesce ad armonizzare il linguaggio semplice e ripetitivo della fiaba in un'avventura che sotto l'incanto del paradosso e del mistero diventa anche avventura psicologica e poesia. Perché riesce a trovare quel timbro leggero in cui sentimento e ragione con molta semplicità si incontrano. Viene in mente Brecht: “La semplicità che è difficile a farsi”.

José Saramago. Il racconto dell'isola sconosciuta.(O Conto da Ilba Desconhecida), a cura di Paolo Collo e Rita Desti. Einaudi.