24 settembre 2026

"Una serata a Volterra con Manlio Cancogni parlando di Cassola" di Daniele Luti


                     Nel febbraio 1994, non so come, trovai il coraggio di invitare Manlio Cancogni a Volterra per una lezione che io volevo intitolare "Storia di una generazione", intendendo quella dei giovani formatisi dentro il fascismo: scuola, associazioni, gerarchie, Littoriali della cultura, riviste, vivacità intellettuale e prove di guerra, anche sui campi di battaglia, non solo virtuali.

             Ma poi il titolo (la democrazia a volte è scomoda o, comunque, deludente soprattutto per gli sconfitti) divenne, non so per suggerimento di chi, "Cassola - Cancogni, Storia di un'amicizia". Il "proponente demagogo" aveva avuto facile vittoria su di me perché sapeva che tutti erano rimasti sorpresi e incuriositi , nel 1978, per lo scontro durissimo che aveva interrotto il rapporto di mezzo secolo di frequentazione affettuosa, costruttiva, fatta di un dialogo intenso, di ironia, di stimoli, di pareri.

 


            Il rapporto tra Azorin (Manlio) e Mirò (Carlo) era, infatti, iniziato, a Roma, sui banchi del liceo classico Tasso dove cominciò anche il loro apprendistato letterario e giornalistico. Ovvero la collaborazione, anche redazionale, con "La penna dei ragazzi", periodico scolastico fondato da Vittorio Mussolini, secondogenito del Duce e compagno di classe di Cassola, di Bruno Zevi, di Paolo Alatri, tutti del medesimo sodalizio, poi Anno XII (e via con la crescita numerica) di cui divenne figura di spicco Ruggero Zangrandi che, nel suo "Lungo viaggio attraverso il fascismo", racconterà esperienza, vicende e formazione politica della sua generazione approdata in gran parte a quel radicalismo che darà i suoi frutti, prima, nel giudicare criticamente l'aggressione banditesca all'Etiopia, poi, nel rapportarsi alla guerra civile spagnola che molti giovani fascisti (si pensi a Romano Bilenchi) sentivano di dover combattere a fianco dei repubblicani e non del gruppo oscurantista di Francisco Franco, infine nell' "insorgere per Risorgere " degli anni del disagio seguìto alla squallida, vile fuga del piccolo re e di Badoglio. Sodalizio, quello di Manlio e Carlo, che continuò nel periodo universitario e che li vide, attivi e impegnati anche come cinefili e come studiosi della "settima arte". 

              Con Cancogni – stavolta in veste di attore nella parte di un vecchio eccentrico –, Cassola esordì nel cinema nel 1937, anno della scoperta dei Dubliners. Scrisse, infatti, il soggetto del cortometraggio avanguardistico, regista Giuseppe Lanari, Alla periferia (titolo che Carlo utilizzerà successivamente, nel 1942, per una sua raccolta di racconti), prodotto dal Cineguf di Roma e in gara ai Littoriali della cultura e dell’arte di Napoli. È proprio in questa parte degli anni Trenta che l'amicizia diviene sistematica collaborazione culturale: letture, musica, scoperte di registi , René Claire su tutti, ed editing reciproci. Carlo che suggeriva a Manlio la bellezza classica della sottrazione, il gusto dello zampillare improvviso di qualche luce lirica sbocciata dal paesaggio e Manlio che cercava di correggere sviste, le "sciatterie consapevoli"e le maniacalità lessicali dell'amico. Un esempio: far capire al suo sodale che l'uso sovrabbondante, quasi psicotico, della particella MA che, a casa sua nella logica e nella dialettica, obbligatoria nei sistemi sintattici complessi, non era però molto comprensibile nella poetica scarna, essenzialillima di Cassola...appunto.

                Di tutto questo Cancogni ci parlò durante le tre ore della sua splendida, scintillante, geniale riflessione. Davanti a sé, ne sono stato l'allibito testimone essendo, in quanto coordinatore dell'evento, seduto accanto a lui, aveva solo un foglietto giallo nella cui fluttuanza desertica, quasi un simbolo di solitudine cosmica, c'erano solo tre parole: "Pascoli" e "La ruota", vale a dire il poeta più amato da Carlo e la testata di una rivista importantissima, per contenuti, versatilità, spirito critico e sguardo cosmopolita, attiva tra il 1937 e il 1943. Il direttore era Mario Alberto Meschini. Tra i collaboratori più noti della prima delle tre serie si possono citare Carlo Cassola, Carlo Ludovico Ragghianti e Giuseppe Dessì. Dico anche che i numeri pubblicati nel primo anno di diffusione, a cadenza mensile, erano corredati da tavole fuori testo di artisti, tra i quali alcuni esponenti della scuola romana come Mafai, Scipione, Cagli e Afro. Non poco davvero.

               Ma il regalo forse più bello di quell' indimenticabile evento non fu la competenza, la creatività, il fulgido e, a volte, il provocatorio confondere, con improvvisi ribaltamenti di senso, la mediocrità dei catecumeni dei luoghi comuni, ma ciò che Cancogni fu in grado di dire, in modo poetico e ispirato, mentre attraversavamo la città per andare al Palazzo dei Congressi della Fondazione della Cassa di Risparmio di Volterra. Definì i passaggi costanti dai vicoli, che sembrano scavati nella pietra, scivoli che raccontano le diverse pendenze della città in acrobatica scala da e verso il turchese o il plumbeo piovorno del cielo, alle piazze e agli slarghi, le congiunzioni dedaliche di un immenso, logico, straordinario labirinto. Poi, mentre parlava degli artisti più noti della nostra Pinacoteca, rivelò la sua passione per Guido Reni, da lui interpretato come il solitario, malinconico, sublime teorico dell' ideale della bellezza incontaminata alla quale si atteneva contro ogni tentazione di immergersi nella violenza del Vero e, per gli ori trascendentali della pittura trecentesca; inoltre, si soffermò sulla luce che il Beato Angelico, secondo lui, dipingeva non come la gradualità constatabile in natura, ma come il riflesso di un incendio paradisiaco. 

               Poi, improvvisamente, mi chiese di accompagnarlo nel Piano di Castello. Voleva vedere l'Acropoli e il parco Fiumi. Ci muovemmo velocemente verso i basamenti dei templi. Apparivano come una scena teatrale carezzata dal sipario vegetale di un boschetto di lecci annosi. Erano il palcoscenico sospeso sopra le storie scritte in ogni tempo, delle quali arrivava a noi solo il sussurro, la voce antica. Manlio rimase per qualche minuto assorto, poi, levò lo sguardo verso la Fortezza e disse che sembrava di guardare una nave potente in lotta con una tempesta. Appariva sollevata dalle onde. Nella briosa concitazione del discorso, arricchito dal famoso passo del naufragio di Ulisse immaginato da Dante, accompagnava le sequenze con gesti velocissimi. La mano sembrava sottolineare le caratteristiche del luogo lasciato, per volontà dei suoi creatori, in pieno movimento per esaltare la poesia sempre viva nel geniale "disordine" della Natura. Corredo queste mie note con la domanda rivolta a Cancogni in una vecchia intervista ( CFR Marco Cubeddu, I 99 anni di Manlio Cancogni, Nuovi Argomenti, Lug 6, 2015):

                "E se esistesse un Paradiso degli scrittori secondo te chi ci starebbe, e chi vorresti incontrare tu? [...] Ci metto poi Betocchi, ma non so se ci vorrei parlare. E Tozzi, e Cassola certamente, anche se sarebbe difficile rimettersi a parlare dopo la rottura che ci fu tra di noi: c’è stato un grande equivoco fra noi due, che ha reso questa rottura insanabile".

 


                Sono stato indeciso, nel chiudere l'articolo, se fosse il caso di scrivere, a uso e consumo di chi li ignora, i motivi della rottura di un'amicizia così radicata nella giovinezza e così completa, profonda. Forse è giusto che lo faccia, tenendo però lontani da me e dalla mia scrittura, pettegolezzi, illazioni dei malevoli e dei mediocri e anche gli sfoghi dei due amici perché, lo si sa, nel fuoco della polemica e del dolore di una contrapposizione "gridata", possono emergere tensioni e delusioni antiche, vecchie incomprensioni rimaste inespresse. Mi limiterò quindi a dire l'essenziale: nel 1978, Cassola rende centrale nella sua vita di uomo, di intellettuale, di militante di formazione giellista e socialista, il disarmismo, l'antimilitarismo e fonda La Lega per il disarmo unilaterale. Rivolge a molti scrittori e poeti l'invito ad aderire. Riceve molti rifiuti fra i quali quello di Manlio Cancogni. Questo rifiuto e la decisione di Manlio di trasferirsi negli Stati Uniti senza nemmeno avvisarlo radicalizzarono il loro dissenso fino al silenzio. "Non ci sentimmo più", come ha scritto Cancogni.

              Aggiungo con malinconica contentezza che, nel febbraio del 1994, noi " vecchi ragazzacci volterrani" contribuimmo, con la nostra iniziativa, a riconciliare i due compagni di avventure umane, letterarie e politiche. Cancogni parlò, a sette anni dalla morte dell'amico, con rigore, con correttezza e con emozione della loro amicizia presentandola come un sentimento fortissimo che non era, nonostante tutto, mai finito. 

            Avvertenza al lettore: molte delle cose che, in questo memoria, ho sostenuto sono le stesse che ho raccontato al Centro Luigi Russo all'incontro "Molte vite e parole. Dialoghi sull'opera di Manlio Cancogni", promosso dal Circolo Culturale Fratelli Rosselli Pietrasanta nel 2016 (per la precisione, mercoledì 19 ottobre 2016) in collaborazione con l'Università di Pisa e poi confluite nel volume "Arte e Letteratura" a cura di Marcello Ciccuto.

 



22 settembre 2026

" Tempo innamorato" di Gianna Manzini

 

 


di Giulietta Isola

 “Una donna che sembra nutrire di bontà la sua bruttezza dolce e quasi contagiosa fu abbandonata dal marito. Spietatamente ragionevole, divenne amica della propria pena.”

Gianna Manzini è stata una delle più importanti scrittrici italiane del XX secolo, nata in un’agiata famiglia della borghesia locale pistoiese, si formò nell’ambiente fiorentino della rivista “Solaria”. Trascorse gran parte della sua vita a Roma. Narratrice, cronista, saggista, fine lettrice e divulgatrice dell’opera di Virginia Woolf, la sua vita fu divisa tra letteratura e impegno civile, ha esplorato temi come l’identità, la memoria, l’alienazione e l’emancipazione femminile intrecciando spesso vicende personali e collettive. 

       La sua prosa è precisa e attenta ai dettagli psicologici, i suoi personaggi sono complessi e profondamente umani. Tempo innamorato, il suo romanzo d’esordio, fu pubblicato per la prima volta nel 1928, poi ampiamente rivisto nel 1943. Nel 2025 è stato ripubblicato da Mondadori alla quale, Manzini senza eredi, poco prima di morire, lasciò tutta la sua opera. 

       L’ anticonvenzionale io narrante, i piani narrativi assolutamente scombinati, l’ambivalenza e la complessità dei due personaggi femminili Clementina e Rita rendono questo romanzo un esempio di narrativa modernista. Le due donne non scadono mai nello stereotipo: la prima è decisamente brutta, “affatica chi la guarda”. Il marito Ugo l’ha abbandonata per vivere con Rita, una vedova con due figli. Clementina, molto generosa, vuole aiutarlo a consolidare il suo stato di capo di famiglia. Possiede una bella casa “ in una strada di suburbio, con quattro facce scoperte che guardava, come un girasole, passare per la campagna tutte le ore illuminate”, la offre ai due amanti mettendo come unica condizione la possibilità di accostarsi alla loro vita. Avrebbe potuto prendersi cura dei bambini, fare loro da maestra, del resto era ingobbita a studiare. Un’ offerta destabilizzante per i due amanti che erano disorientati all’idea di condividere la loro felicità con quella creatura triste e avvilita, ne erano quasi spaventati.   Un giorno Clementina volle portare qualche libro ai piccini, andò a casa loro. Le aprì la porta il maggiore che rimase zitto e non la invitò ad entrare. Allora qualcuno, con uno spintone, la buttò per le scale. Clementina “Finse sempre di non sapere che era stato suo marito.” 

       Una favola nera, cupa, triste, ricca di preziosismi lessicali e metaforici. La scrittura di Manzini è intima e riflessiva pur restando ancorata alla realtà storica e sociale del tempo. Sono molto contenta di aver scoperto una scrittrice il cui valore è stato troppo spesso sottovalutato, il suo talento è straordinario e inimitabile ed aspetto di leggere altri suoi romanzi in via di ripubblicazione da Mondadori.

TEMPO INNAMORATO di GIANNA MANZINI EDIZIONI MONDADORI OSCAR


 

13 settembre 2026

Il Cassola di Virzì di Daniele Luti

 


               Ho recentemente letto un' intervista a Paolo Virzì (Arianna Finos, La Repubblica, 30 agosto 2026) in cui, il regista, parla di Mara, la protagonista della Ragazza di Bube, come di un fulgido esempio di una tipologia di ragazze, tra il vecchio e il nuovo, che subiscono, nell'Italia contadina, prima, durante e subito dopo la seconda guerra mondiale, disprezzo, umiliazioni, veri e propri agguati legati a pregiudizi discriminatori, ad antiche scorie oscurantiste, avendo però "fierezza e dignità". 

                 Il cineasta livornese costruisce una linea ispirativa, una sorta di teatro delle ombre, delle anime ideate dall'immaginazione artistica, che va da Adriana Astarelli, interpretata da Stefania Sandrelli, rima e specchio , personaggio di un film, "Io la conoscevo bene", di Antonio Pietrangeli, passando attraverso le donne tolstoiane fino, appunto, alla palindromia onomantica delle varie Anne e Ade, compresa Mara che palindroma lo è per tre quarti, e, magari, le Giselle, dello scrittore "toscano".

              A dire il vero, io mi ero già accorto di questa attenzione, da parte di Virzì, per la poesia di Cassola, prima ancora di Ovosodo, dove La ragazza di Bube è più volte citata in un divertente siparietto con tanto di tormentone copulatorio (e trombano..) fra operai. E il cognome Mansani, il protagonista del film, che è anche quello del protagonista del romanzo breve Una relazione. Questo interesse per Carlo del regista labronico me lo avevano suggerito certi riferimenti "biografici" presenti in alcuni dei film iniziali, il modo di raccontare i luoghi, l'indugio descrittivo sui paesaggi della intensa marginalità toscana fatta di silenzi georgici, di orizzonti crepuscolari colti attraverso il cromatismo buddista dell'Arancio e del violetto. Inoltre, Il rapporto dialettico tra analisi sociale e realtà emozionale, il contaminare l'asprezza del realismo con il sentimentalismo. E anche il racconto introspettivo che emerge attraverso viali, vicoli e piazzette, tessere urbane di un mosaico storico fatto di creative operosità e di cieli in fuga verso uno spazio color eternità. Del resto, tutto questo percorso esistenziale serve a raccontare la vita nella sua essenzialità, i brividi dell'esistere sotto la soglia della coscienza pratica, il sublimine, per dirla con Manlio Cancogni.

          


       Insomma Virzì ha capito, e la sua attività cinematografica lo dimostra perfettamente, che la novità di Cassola è stata proprio quella di aver raccontato la vita vera, il puro esistere ancora libero dai caratteri propri di un "sistema etico tolemaico" dove solo la staticità è consolatoria e il dubbio è il male. Da qui, per chi è contro, per chi è dalla parte della vita, intesa come valore assoluto, non resta che la necessità di difendere l'arte da ogni forma di diffusa di subalternità al potere e, soprattutto, dallo squadrismo oratoriale. Quello che io ho battezzato epistomizofilia, dal verbo ἐπιστομίζω (da epí, "sopra/contro", e stóma, "bocca") che significa letteralmente "mettere la museruola", "imbavagliare" o "chiudere la bocca". Quindi termine per me davvero indicato per "raccontare" il bullismo degli acrobati del gargarismo lessicale, della coazione a ripetere in climax fonico . Quello dei Capezzoni, dei Cruciani, tanto per fare qualche nome, le cui incursioni da urlatori hanno la sola funzione di intimidire e di zittire l'avversario.

           Oltre a questa attenzione per proteggere la fragilità della poesia, c'è in Virzì, come in Cassola, la convinzione della importanza civile, umana della periferia, pensata non come presente rimasticato dal passato, ma come un angolo, un luogo che permette di vedere meglio di che cosa è fatto il Potere, inteso " in senso ampio come prevaricazione" sulla marginalità sociale, come diffusore di esiti grotteschi, visto l'alternarsi del tragico e del ridicolo. Non a caso, Virzì, come molti critici hanno osservato, usa la "grafica" della commedia all'italiana: la serietà del vivere viene presentata beffardamente senza la puntigliosa pedanteria di chi vuole "bacchettare" il mondo. I personaggi, il fraseggio tra sensibilità legate a modi diversi di comprendere il reale, il contrasto tra intelligenza attiva e passiva, tra autonomia ed eteronomia tra complessità e e semplificazione (,cfr"Masscult and Midcult: Against The American Grain" di Dwight Macdonald) vengono sottratti allo schematismo e alla rigidità tetragona dei luoghi comuni grazie ai toni leggeri, alla baruffa cialtrona del teatro goldoniano.

            Ecco, questo per dire che Virzì, non a caso sensibile nel leggere la letteratura che implica poesia, innocenza, comprensione dei valori del puro esistere, concetti espressi da Cassola con la frase "Nulla è più stupefacente di un'esistenza comune, di un cuore semplice", ha fatto in modo che il suo cinema esprimesse, come dice Giovanni Bogani, "la convinzione che gli esseri umani siano fragili, contraddittori, imperfetti. Ma anche degni di essere raccontati. Non gli eroi, non i potenti, non i vincitori. Le persone comuni. Sono loro, in fondo, i veri protagonisti del cinema di Paolo Virzì. E forse anche della migliore letteratura toscana. Perché è nelle vite apparentemente normali che si nascondono le avventure più grandi".

               

 

            

 

07 settembre 2026

"Vedove di Camus" di Elena Rui

                                                                             


 di Marigabri    
 
           4 gennaio 1960. Il recente premio Nobel Albert Camus perde la vita in un incidente automobilistico.
Alla guida (incosciente e forsennata) il suo editore Michel Gallimard. Aveva insistito perché lo scrittore provasse l’ ebbrezza della velocità (appunto) a bordo della sua nuovissima, fiammante auto nuova. Che finì a schiantarsi addosso a un platano. Anzi due. Proprio come la vita di Camus e, poco dopo, anche quella di Gallimard.
 
     A piangerne l’intimo lutto sono quattro donne, quel poker di regine che appare nella copertina del libro di Elena Rui: Francine Faure, la legittima consorte; Maria Casarès, storica amante, definita in plateale ossimoro da Albert l’Unica; Catherine Sollers, attrice preferita, e Mette Ivers, detta Mi, talentuosa pittrice che aveva allora vent’anni ed è ancora in vita.
 
     L’inquieto, poliedrico Camus le amava tutte, di amore libero, esclusivo e perentorio. Elena Rui, che si è rigorosamente documentata, racconta la storia di questo doloroso lutto assumendo via via il punto di vista di ciascuna dama e svelando così le diverse sfaccettature di uno scrittore dall’indiscusso valore letterario e dal discutibile comportamento umano.

"Urì" di Kamel Daoud

 


Algeria. Nel buio della guerra civile

di Giovanna Baldini 

Urì, libro di Giovapremio Goncourt 2024, tratta dell’Algeria e delle due guerre che il suo popolo ha combattuto ma soprattutto dell’oblio di una delle due, quella civile, la più recente. Il romanzo è diviso in tre parti. Nella prima la protagonista, Fajr, Alba, resa gravemente invalida nel massacro perpetrato dai terroristi islamici nel villaggio natale, quando aveva cinque anni, racconta la sua storia. Siamo dunque in quello che viene definito “Decennio nero” e che si colloca negli anni Novanta del secolo scorso.

Oggi è una donna libera, vive a Orano con la donna che la salvò, è proprietaria di un salone di bellezza, ma si sente sempre più a disagio per la svolta reazionaria che sta prendendo la società algerina. È incinta e vuole abortire.

Nella seconda parte della storia ella intraprende un viaggio verso il luogo d’origine alla ricerca delle radici, i suoi morti e del corpo della sorella. Incontra un uomo, Aissa, anche lui vittima della guerra civile, che le dà un passaggio. Dai loro discorsi il lettore scopre le nefandezze di quegli anni.  La popolazione civile fu attanagliata tra la violenza cieca delle milizie fondamentaliste e i metodi repressivi dell’esercito regolare. Molte migliaia le vittime: gli islamisti si resero responsabili di feroci massacri nei villaggi e di attentati dinamitardi e la risposta delle forze di sicurezza dello Stato fu altrettanto dura.  Come è chiaro agli occhi dei due protagonisti, è in atto nel Paese una rimozione dei fatti accaduti in nome della pacificazione sociale, quella “concordia civile” che diventerà legge nel 2002. Aissa racconta che quando si recò in ospedale per una ferita da arma da fuoco a una gamba, che lo lascerà invalido per sempre, la lesione fu registrata come provocata da un incidente in moto…

Alba, invece, non può più parlare perché le è stata praticata una tracheotomia d’urgenza che le tagliò in modo irreversibile le corde vocali. Tiene sempre un foulard al collo per coprire la cicatrice, il “sorriso”, come la chiama lei, che ha un foro con una cannula per respirare… I due diventano emblema di una realtà che viene negata dalla storia ufficiale, falsificando anche il numero dei morti.

Nella terza parte la ragazza giunge al villaggio dove si accorge che ha vinto l’Islam  nella sua forma più bigotta e radicale; la vita pubblica è amministrata da una guida religiosa e la moschea è il punto di ritrovo della comunità. Si vive in un clima di sospetto e paura. Ospitata di nascosto da una anziana che la riconosce, Alba, in una notte stellata, rivive il dramma del massacro, dove solo lei sopravvisse: forse un segno del destino. Decide, allora, di affrontare la vita insieme alla creatura che porta in grembo.

C’è un lieto fine in questo romanzo tragico che pone in luce la storia dimenticata, della guerra civile algerina degli anni novanta, una vera e propria damnatio memoriae.

La narrazione si snoda fluida con immagini poetiche di grande bellezza e suggestione. Sono legate alla cultura di quel mondo magrebino che porta dentro, profondamente radicati, i precetti del Corano e i valori laici e civili di libertà e indipendenza.

Alba è tutto questo e la sua storia personale come quella di molti altri algerini si apre alla speranza di una lunga convivenza civile che componga i conflitti e riesca a condividere una memoria collettiva.

A mio parere, un libro bellissimo, un intreccio di altissima poesia e profondità politica. Una scrittura di cui ci sarebbe un grande bisogno ai nostri giorni.


kamel Daoud, Urì, trad. Simona Mambrini, ed: La nave di Teseo, Milano 2026, p. 438, euro 22,00

 Kamel Daoud (1970), scrittore e giornalista algerino, è un intellettuale progressista, punto di riferimento del pensiero laico e civile in Francia e nell’intero Maghreb. I suoi libri hanno fatto incetta di premi letterari in Francia e sono stati tradotti in molti Paesi.