14 aprile 2026

"Al vostro posto non ci so stare" di Fabrizio Bartelloni

 


di Daniele Luti

       Il mio interesse per la scrittura di Fabrizio Bartelloni nasce da un elemento per me centrale, a più livelli: il rapporto con ciò che studia o descrive o sfiora, con la delicatezza di un pianista rapito da ogni nota, fa capire subito che, secondo lui, in poesia, e anche nel lavoro critico, "non si sceglie mai, si è scelti". Come ci ricordano Spitzer e Citati, appunto, la scrittura critica non può mai essere disgiunta dalla voluttà. Essere filologo vuol dire essere voluttuoso. Ebbene il suo bellissimo testo, Al vostro posto non ci so stare, è organico a questo modo di pensare alla critica visto che è un esempio fulgido di identificazione immaginativa, di metapoesia.

        La descrizione di Genova, del nostro paese nella sua intierezza, fatta da Bartelloni, "avviene" avendo come modello, visivo e auditivo, la lettura del Vero che ci offre, con la sua dolcezza disperata, Fabrizio De André: le periferie infette, la fame e il freddo, la prostituzione, le persecuzioni, l'isolamento, la solitudine disperante, l' infelicità di esseri umani emarginati, naufraghi nel mare sempre inquieto dell'esistere non sono visti come effetti della sorte, ma la logica conseguenza di un sistema malato, ottuso e quindi incapace di crescere nella dignità e nell' eleganza, nello stile, nemico com'è di ogni emancipazione dei lavoratori, dei derelitti, dei paria del mondo moderno. Il paleo e il neocapitalismo, il marciume che tutte le rivoluzioni industriali hanno portato e portano con loro, reprimendo persino l'idea di un'uguaglianza anche solo giuridica, sono visti da De André, e raccontati dal suo Aedo Fabrizio Bartelloni, con una rabbia che si trasforma in pietà, pensando alle vittime condannate alla tristezza e al lutto della infelicità. Questo complesso sentimento mostra radici che affondano, magari inconsapevolmente, nel terreno fertile e ricco del cristianesimo, considerato nella sua scintillante luce primitiva, e nel socialismo privato dalla retorica, ma ricchissimo di poesia proprio come si era presentato alla compassione e alla solidarietà degli umili e degli oppressi nella seconda metà dell'Ottocento. 

        Bartelloni racconta magistralmente, attraverso l'analisi puntuale delle canzoni del poeta genovese, l'aridità morale propria del vincente individualismo, sempre arido ed egoistico, del tracotante disprezzo dovuto non alla articolata filosofia dell'uomo unico nato dalla cultura umanistica e rinascimentale, ma al disprezzo e alla superficialità di una classe privilegiata ed elitaria di arricchiti che ragiona, priva com'è di complessità spirituale, solo in termini di forza e di controllo, a ogni costo, del potere per difendere i suoi privilegi.

        Il testo, comunque, vibridato in maniera leggera anche dalla formazione giurisprudenziale del suo autore, avvocato e magistrato, non è legato soltanto alle tematiche ribelli, radicali, anticonformiste del poeta De André ma anche alla sua cura, quasi calviniana (cfr Le Lezioni americane), del linguaggio. La lingua, come sanno De André e Bartelloni, del resto è, come sosteneva Tabucchi, la vera patria di tutti gli uomini, in modo particolare quella che sa deridere con l'efficacia del sarcasmo la mediocrità e l'ottusità della classe dirigente in tutte le sue articolazioni. Proprio per questo il testo, in nome di una completezza concettuale, non si limita all'analisi delle canzoni dove la denuncia e il languore rivoluzionario sono più evidenti. L'analisi di un sistema complesso che ama inchiodare per tutta la vita, implacabilmente, gli esseri umani ai loro errori, a ogni rabida debolezza, nel testo arriva da un lungo, e moralmente faticoso, viaggio attraverso tutti, proprio tutti, i passaggi che si trovano dentro l'esistenzialismo di De André.

         Un mio vecchio professore aveva il vezzo di chiedere, alla fine di una lezione o della lettura di un testo, "Che titolo potremmo dare a questo nostro dialogo?" Ecco, il titolo di questo folgorante, luminoso viaggio dentro l'esistenza di Faber potrebbe essere "la compassione". Certo, sottraendo la parola al suo degrado, alla degenerazione semantica dovuta al paternalismo e alla ipocrisia malata di una classe sociale abituata a commuoversi per la propria bontà convinta com'è, nella prospettiva di un post mortem "congegnato" secondo premi o condanne eterne (e, quindi, blasfemo rispetto al pensiero di Gesù di Nazareth), di riuscire a "fregare" persino il Padre eterno. Non a caso Bartelloni riconduce, la parola, compassione, dico, alla sua purezza primigenia, al suo etimo latino tratto dal greco antico, sumpatheia. Del resto, Giovanni Boccaccio, nella sua sensibilità razionalistica, carezzata da una luminosissima e gioiosa lectio evangelica, ha solennemente detto: "Umana cosa è l’avere compassione degli afflitti". Boccaccio, il riformatore della scrittura e della morale, colui che ha tentato di liberare la coscienza umana dalla prigione della sua minorità, per dirla con Kant, eliminando anche la paura nella ricerca di Dio.

        A sostegno di questo mia lettura legata a quella che Piero Gobetti chiamava cultura politica , sta il fatto che, nel volumetto bartelloniano, accanto alla "corte dei miracoli" degli ultimi, dei marginali, dei malvissuti, dei manovali del crimine, dei quartieri bassi genovesi, ci sono anche le esperienze forti della vita di De Andrè, dall'alcolismo al forsennato tabagismo alla frequentazione di un mondo sospeso tra passività e rivolta oltre la coscienza, al rapimento subito in Sardegna assieme a Dori Ghezzi. Al vostro posto non ci so stare, come scrive lo stesso autore, dimostra "come non ci fossero gradi di separazione fra il modo in cui viveva (De André) e ciò che affidava alle sue straordinarie canzoni".

 Fabrizio Bartelloni, Al vostro posto non ci so stare. Dei delitti e delle pene secondo Fabrizio De André, Pisa, Pacini editore, 2025

 

 

 

16 marzo 2026

"Sinfonia dei morti" di Abbas Maroufi


 

 di Giulietta Isola

“Una persona finché non legge delle storie non può capire il senso della vita”

Sull’Iran, paese che amo molto e che ho visitato spesso, ho letto e scritto molto. Dai grandi classici ai contemporanei, dalle poesie ricche e vibranti di Rumi e Hafez a quelle segnate da temi di amore, libertà, critica sociale e identità di Forugh Farrokhzad .Tante le voci che riflettono le tensioni politiche e sociali, come quelle emerse nelle proteste per la libertà e contro la censura, usando metafore potenti per esprimere speranza e resistenza. Oggi le strade del Paese sono piene di persone che protestano spesso a rischio della vita, leggerne e parlarne è un modo , seppur piccolo e ininfluente, per partecipare.

Le voci di donne e uomini si alternano come in una sinfonia per testimoniare le loro esistenze fra dolori e gioie. Sono loro ad animare le pagine dello straordinario romanzo di Maroufi rivelando la forza e la bellezza della poesia e la sua capacita di catturare i significati essenziali.. Siamo a Ardabil, nel nord dell’Iran, neve e ghiaccio riempiono le strade, in questo paesaggio dove cielo e terra hanno lo stesso colore, si muove Urhan Urkhani, il fratello del poeta Aidin che come Caino è intenzionato a uccidere. Nella narrazione presente e passato si rincorrono e si rivelano le anime sensibili della sorella Aida, di Sormeh e il dolore urlato e silenzioso della madre. 

Siamo nel 1982, sulle pagine dei giornali riecheggia un fatto cruento di cronaca nera: un fratello uccide il fratello per trentaquattro toman. Abbas Maroufi pubblica il romanzo nel 1989 ispirandosi a questo fatto. Libro osteggiato, censurato e poi divenuto uno dei più importanti dell’Iran postrivoluzionario. Due anni dopo la pubblicazione Maroufi è vittima di una campagna denigratoria che lo vede accusato di offesa alla religione, al clero e alla guida suprema e viene condannato a morte. Per un evento fortuito, il fatto che il futuro ottavo presidente dell’Iran avesse trovato il suo libro fra quelli di un influente religioso, il suo caso viene trasferito alla corte che si occupa degli organi di stampa e viene assolto. Ma il giro di vite contro gli intellettuali continua e nel 1996. Maroufi viene condannato ora a due anni di carcere, alla fustigazione e i suoi libri vengono messi al bando. In seguito egli si trasferirà a Berlino con la famiglia e qui nel 2003 inaugurerà la Casa delle arti e della letteratura Hedayat che diventa un punto di riferimento per tutti gli intellettuali e scrittori iraniani in esilio. 

Nel Corano la storia di Caino e Abele, nel libro dei Re di Ferdusi quella di Rostam e Shaghad rappresentano l’archetipo del fratricidio ben presente nella cultura persiana , Maroufi lo rilegge in chiave moderna per farci comprendere la realtà dell’Iran nei momenti cruciali del Novecento, dalla rivoluzione costituzionale al colpo di stato contro Mossadeq fino alla Rivoluzione del 1979. L’autore utilizza un linguaggio sperimentale che paga debito alla sua conoscenza della letteratura sudamericana dove il reale si mescola e si unisce al sogno e alla magia. 

Il libro ci fa comprendere attraverso le figure del poliziotto Ayaz, ma anche di quella di Urhan e del padre Jaber, l’ambiente conservatore e tradizionalista dell’Iran che vuole impedire ai giovani il desiderio di libertà e modernità. Il giovane Aidin lotta per i suoi sogni, gli bruciano i suoi libri e lui lavora in condizioni difficili per poterli riacquistare.

 Lettura non sempre facile per la sovrapposizione dei piani temporali, l’alternarsi di racconti in prima e terza persona, lo scambio di voci rischiano di far perdere il filo del racconto. La trama costruita in cinque movimenti è una polifonia di flussi di coscienza e narrazioni , l’oggi diventa ieri, il reale diventa immaginario, delirio, sogno, parole e eventi, i ricordi dolorosi e le perdite risultano difficili da elaborare per i protagonisti ma alla fine tutto di ricompone per mostrarci il declino di una famiglia fra i colori e i sapori di un Iran, di ieri e di oggi.

Urhan si concentrò ad ascoltare il silenzio della neve. Non sapeva cosa sarebbe successo. Non sapeva se alla fine avrebbe trovato Aidin. Era sicuro che fosse vivo, e adesso che aveva preso la decisione definitiva, aveva intenzione di andare fino in fondo. Avrebbe sbrigato la faccenda, così senza il pensiero di Aidin avrebbe potuto occuparsi delle proprie miserie. Poteva facilmente legarlo e abbandonarlo da qualche parte in mezzo alla neve, senza che ci fosse bisogno di strangolarlo, versare sangue, o picchiarlo. Poteva legarlo alla porta della stalla. O anche spingerlo giù da una roccia e farlo cadere nel lago Shurabi, così sarebbe annegato e passato in fretta a miglior vita...”.


SINFONIA DEI MORTI di ABBAS MAROUFI FRANCESCO BRIOSCHI EDITORE

08 gennaio 2026

"Cari amici . . . libri" di Giulietta Isola

 


Cari amici . . . libri,

                        grazie per aver raccontato anche nell'anno appena passato un po’ della mia storia. Ho letto di assenze, conflitti, confini e di ormai quotidiana disumanità. Assieme abbiamo attraversato il dolore degli ultimi e dimenticati, delle minoranze sconfitte, delle donne maltrattate, delle guerre “bastarde” sempre. Assieme abbiamo ascoltato tante voci, con loro abbiamo spesso pianto, più raramente riso. Abbiamo viaggiato per paesi e culture, ci siamo stretti per alleviare il dolore e riscaldarci il cuore. Non mi avete mai fatto mancare la speranza e la forza . Grazie per quella luce sottile, ma tenace che mi lasciate sempre intravedere, siete stati tanti, in pochi mi avete deluso, in tanti mi avete donato qualcosa e gratificato con il vostro affetto e la vostra fedeltà

                                                                                  Giulietta 

 

02 gennaio 2026

"Quello che possiamo sapere" di Ian McEwan

 


di Marigabri

Parte sottotono Ian McEwan affidando la prima parte del suo romanzo alla narrazione di Thomas Metcalfe, studioso ed esperto della letteratura compresa tra il 1990 e il 2030. L’apocalisse da più parti annunciata in quegli anni si è infine compiuta. Anzi, si tratta di svariate apocalissi, che non hanno impedito però all’essere umano di ricominciare da capo, cioè a partire dalle rovine.

Rivoluzione climatica, scioglimento dei ghiacciai, inquinamento radicale, innalzamento dei mari, esiti disastrosi delle ultime scellerate guerre. E chi più ne ha più ne metta.

Siamo nel 2119 e la celebre biblioteca Bodleiana ha dovuto traslocare da una Oxford ormai fatiscente fin sulla cima delle imperturbabili montagne del Galles.

Ed è là che ci accompagna Metcalfe, ossessionato, insieme alla sua collega e compagna Rose, dalla “Corona per Vivien”, un sonetto dalla struttura classica che il celebre poeta Francis Blundy aveva dedicato all’amata moglie e di cui si sono irrimediabilmente perse le tracce. I due analizzano pedissequamente tutti i documenti reperibili, a cominciare dai dodici volumi del diario di Vivien, per finire con la disamina del materiale digitale ancora disponibile.

Entrambi insegnano letteratura all’università e vorrebbero sensibilizzare i loro studenti, non solo allo studio delle opere letterarie come documenti testimoniali, ma anche alla critica consapevole dell’era del Grande Disastro (ovvero la nostra).

E qui abbiamo il primo dato interessante e sconfortante: a quei giovani dei loro predecessori idioti non importa nulla.

Anzi: tendono a liquidarli proprio definendoli tali e a occuparsi esclusivamente del futuro. Al punto che anche l’insegnamento di Thomas e Rose è destinato al naufragio.

Ma tant’è. Le ricerche dei due, le citazioni dei poeti fondamentali dell’Ottocento e Novecento inglese, il riassunto della vita di Vivien e Francis e i frammenti narrativi della famosa cena di compleanno in cui Blundy declamò la -ahimè- ora scomparsa “Corona” alla presenza di pochi eletti amici, occupano tutta la prima parte del libro, strappando più di un plausibile sbadiglio.

McEwan semisaggista un po’ annoia, bisogna ammetterlo, eppure qualcosa di forte, lucido e incisivo nella sua prosa impedisce di riporre il volume. Infatti il capitolo si chiude con una ardimentosa ed eclettica caccia al tesoro che stimola il desiderio di proseguire la lettura.

E arriviamo così alla seconda parte, dove si cambia completamente registro, perché la narrazione è affidata alla stessa Vivien, dalla cui voce scopriamo una versione ben diversa e, per dirla con un eufemismo, molto meno idilliaca di come appare nei diari.

Qui lettrici e lettori avidi di trama se la godono, e tuttavia l’aplomb di McEwan scrittore regna imperturbato, concedendosi uno spazio thriller pur senza cadere nel cliché del genere. Tanto che, una volta conclusa la seconda parte si vorrebbe tornare alla prima per osservarla meglio, alla luce delle rivelazioni di Vivien.

Per concludere: quello che possiamo sapere è poco, rimane sempre un po’ discosto dalla verità, eppure che mondo spaventoso è quello in cui si azzera il passato per sprofondare nell’oblio del puro presente! Che mondo temibile è quello in cui la letteratura è poco più che un balocco per vecchi barbogi!

Che la storia non insegni nulla ormai è chiaro (forse proprio perché non vogliamo saperne?); che la letteratura non cambi il mondo, pure.

Ma a noi piace ripetere con Dostoevskij che è la bellezza, è solo la bellezza che lo salverà.

"Quello che possiamo sapere" di Ian McEwan. Einaudi