13 settembre 2026

Il Cassola di Virzì di Daniele Luti

 


               Ho recentemente letto un' intervista a Paolo Virzì (Arianna Finos, La Repubblica, 30 agosto 2026) in cui, il regista, parla di Mara, la protagonista della Ragazza di Bube, come di un fulgido esempio di una tipologia di ragazze, tra il vecchio e il nuovo, che subiscono, nell'Italia contadina, prima, durante e subito dopo la seconda guerra mondiale, disprezzo, umiliazioni, veri e propri agguati legati a pregiudizi discriminatori, ad antiche scorie oscurantiste, avendo però "fierezza e dignità". 

                 Il cineasta livornese costruisce una linea ispirativa, una sorta di teatro delle ombre, delle anime ideate dall'immaginazione artistica, che va da Adriana Astarelli, interpretata da Stefania Sandrelli, rima e specchio , personaggio di un film, "Io la conoscevo bene", di Antonio Pietrangeli, passando attraverso le donne tolstoiane fino, appunto, alla palindromia onomantica delle varie Anne e Ade, compresa Mara che palindroma lo è per tre quarti, e, magari, le Giselle, dello scrittore "toscano".

              A dire il vero, io mi ero già accorto di questa attenzione, da parte di Virzì, per la poesia di Cassola, prima ancora di Ovosodo, dove La ragazza di Bube è più volte citata in un divertente siparietto con tanto di tormentone copulatorio (e trombano..) fra operai. E il cognome Mansani, il protagonista del film, che è anche quello del protagonista del romanzo breve Una relazione. Questo interesse per Carlo del regista labronico me lo avevano suggerito certi riferimenti "biografici" presenti in alcuni dei film iniziali, il modo di raccontare i luoghi, l'indugio descrittivo sui paesaggi della intensa marginalità toscana fatta di silenzi georgici, di orizzonti crepuscolari colti attraverso il cromatismo buddista dell'Arancio e del violetto. Inoltre, Il rapporto dialettico tra analisi sociale e realtà emozionale, il contaminare l'asprezza del realismo con il sentimentalismo. E anche il racconto introspettivo che emerge attraverso viali, vicoli e piazzette, tessere urbane di un mosaico storico fatto di creative operosità e di cieli in fuga verso uno spazio color eternità. Del resto, tutto questo percorso esistenziale serve a raccontare la vita nella sua essenzialità, i brividi dell'esistere sotto la soglia della coscienza pratica, il sublimine, per dirla con Manlio Cancogni.

          


       Insomma Virzì ha capito, e la sua attività cinematografica lo dimostra perfettamente, che la novità di Cassola è stata proprio quella di aver raccontato la vita vera, il puro esistere ancora libero dai caratteri propri di un "sistema etico tolemaico" dove solo la staticità è consolatoria e il dubbio è il male. Da qui, per chi è contro, per chi è dalla parte della vita, intesa come valore assoluto, non resta che la necessità di difendere l'arte da ogni forma di diffusa di subalternità al potere e, soprattutto, dallo squadrismo oratoriale. Quello che io ho battezzato epistomizofilia, dal verbo πιστομίζω (da epí, "sopra/contro", e stóma, "bocca") che significa letteralmente "mettere la museruola", "imbavagliare" o "chiudere la bocca". Quindi termine per me davvero indicato per "raccontare" il bullismo degli acrobati del gargarismo lessicale, della coazione a ripetere in climax fonico . Quello dei Capezzoni, dei Cruciani, tanto per fare qualche nome, le cui incursioni da urlatori hanno la sola funzione di intimidire e di zittire l'avversario.

           Oltre a questa attenzione per proteggere la fragilità della poesia, c'è in Virzì, come in Cassola, la convinzione della importanza civile, umana della periferia, pensata non come presente rimasticato dal passato, ma come un angolo, un luogo che permette di vedere meglio di che cosa è fatto il Potere, inteso " in senso ampio come prevaricazione" sulla marginalità sociale, come diffusore di esiti grotteschi, visto l'alternarsi del tragico e del ridicolo. Non a caso, Virzì, come molti critici hanno osservato, usa la "grafica" della commedia all'italiana: la serietà del vivere viene presentata beffardamente senza la puntigliosa pedanteria di chi vuole "bacchettare" il mondo. I personaggi, il fraseggio tra sensibilità legate a modi diversi di comprendere il reale, il contrasto tra intelligenza attiva e passiva, tra autonomia ed eteronomia tra complessità e e semplificazione (,cfr"Masscult and Midcult: Against The American Grain" di Dwight Macdonald) vengono sottratti allo schematismo e alla rigidità tetragona dei luoghi comuni grazie ai toni leggeri, alla baruffa cialtrona del teatro goldoniano.

            Ecco, questo per dire che Virzì, non a caso sensibile nel leggere la letteratura che implica poesia, innocenza, comprensione dei valori del puro esistere, concetti espressi da Cassola con la frase "Nulla è più stupefacente di un'esistenza comune, di un cuore semplice", ha fatto in modo che il suo cinema esprimesse, come dice Giovanni Bogani, "la convinzione che gli esseri umani siano fragili, contraddittori, imperfetti. Ma anche degni di essere raccontati. Non gli eroi, non i potenti, non i vincitori. Le persone comuni. Sono loro, in fondo, i veri protagonisti del cinema di Paolo Virzì. E forse anche della migliore letteratura toscana. Perché è nelle vite apparentemente normali che si nascondono le avventure più grandi".

               

 

            

 

07 settembre 2026

"Vedove di Camus" di Elena Rui

                                                                             


 di Marigabri    
 
           4 gennaio 1960. Il recente premio Nobel Albert Camus perde la vita in un incidente automobilistico.
Alla guida (incosciente e forsennata) il suo editore Michel Gallimard. Aveva insistito perché lo scrittore provasse l’ ebbrezza della velocità (appunto) a bordo della sua nuovissima, fiammante auto nuova. Che finì a schiantarsi addosso a un platano. Anzi due. Proprio come la vita di Camus e, poco dopo, anche quella di Gallimard.
 
     A piangerne l’intimo lutto sono quattro donne, quel poker di regine che appare nella copertina del libro di Elena Rui: Francine Faure, la legittima consorte; Maria Casarès, storica amante, definita in plateale ossimoro da Albert l’Unica; Catherine Sollers, attrice preferita, e Mette Ivers, detta Mi, talentuosa pittrice che aveva allora vent’anni ed è ancora in vita.
 
     L’inquieto, poliedrico Camus le amava tutte, di amore libero, esclusivo e perentorio. Elena Rui, che si è rigorosamente documentata, racconta la storia di questo doloroso lutto assumendo via via il punto di vista di ciascuna dama e svelando così le diverse sfaccettature di uno scrittore dall’indiscusso valore letterario e dal discutibile comportamento umano.

"Urì" di Kamel Daoud

 


Algeria. Nel buio della guerra civile

di Giovanna Baldini 

Urì, libro di Giovapremio Goncourt 2024, tratta dell’Algeria e delle due guerre che il suo popolo ha combattuto ma soprattutto dell’oblio di una delle due, quella civile, la più recente. Il romanzo è diviso in tre parti. Nella prima la protagonista, Fajr, Alba, resa gravemente invalida nel massacro perpetrato dai terroristi islamici nel villaggio natale, quando aveva cinque anni, racconta la sua storia. Siamo dunque in quello che viene definito “Decennio nero” e che si colloca negli anni Novanta del secolo scorso.

Oggi è una donna libera, vive a Orano con la donna che la salvò, è proprietaria di un salone di bellezza, ma si sente sempre più a disagio per la svolta reazionaria che sta prendendo la società algerina. È incinta e vuole abortire.

Nella seconda parte della storia ella intraprende un viaggio verso il luogo d’origine alla ricerca delle radici, i suoi morti e del corpo della sorella. Incontra un uomo, Aissa, anche lui vittima della guerra civile, che le dà un passaggio. Dai loro discorsi il lettore scopre le nefandezze di quegli anni.  La popolazione civile fu attanagliata tra la violenza cieca delle milizie fondamentaliste e i metodi repressivi dell’esercito regolare. Molte migliaia le vittime: gli islamisti si resero responsabili di feroci massacri nei villaggi e di attentati dinamitardi e la risposta delle forze di sicurezza dello Stato fu altrettanto dura.  Come è chiaro agli occhi dei due protagonisti, è in atto nel Paese una rimozione dei fatti accaduti in nome della pacificazione sociale, quella “concordia civile” che diventerà legge nel 2002. Aissa racconta che quando si recò in ospedale per una ferita da arma da fuoco a una gamba, che lo lascerà invalido per sempre, la lesione fu registrata come provocata da un incidente in moto…

Alba, invece, non può più parlare perché le è stata praticata una tracheotomia d’urgenza che le tagliò in modo irreversibile le corde vocali. Tiene sempre un foulard al collo per coprire la cicatrice, il “sorriso”, come la chiama lei, che ha un foro con una cannula per respirare… I due diventano emblema di una realtà che viene negata dalla storia ufficiale, falsificando anche il numero dei morti.

Nella terza parte la ragazza giunge al villaggio dove si accorge che ha vinto l’Islam  nella sua forma più bigotta e radicale; la vita pubblica è amministrata da una guida religiosa e la moschea è il punto di ritrovo della comunità. Si vive in un clima di sospetto e paura. Ospitata di nascosto da una anziana che la riconosce, Alba, in una notte stellata, rivive il dramma del massacro, dove solo lei sopravvisse: forse un segno del destino. Decide, allora, di affrontare la vita insieme alla creatura che porta in grembo.

C’è un lieto fine in questo romanzo tragico che pone in luce la storia dimenticata, della guerra civile algerina degli anni novanta, una vera e propria damnatio memoriae.

La narrazione si snoda fluida con immagini poetiche di grande bellezza e suggestione. Sono legate alla cultura di quel mondo magrebino che porta dentro, profondamente radicati, i precetti del Corano e i valori laici e civili di libertà e indipendenza.

Alba è tutto questo e la sua storia personale come quella di molti altri algerini si apre alla speranza di una lunga convivenza civile che componga i conflitti e riesca a condividere una memoria collettiva.

A mio parere, un libro bellissimo, un intreccio di altissima poesia e profondità politica. Una scrittura di cui ci sarebbe un grande bisogno ai nostri giorni.


kamel Daoud, Urì, trad. Simona Mambrini, ed: La nave di Teseo, Milano 2026, p. 438, euro 22,00

 Kamel Daoud (1970), scrittore e giornalista algerino, è un intellettuale progressista, punto di riferimento del pensiero laico e civile in Francia e nell’intero Maghreb. I suoi libri hanno fatto incetta di premi letterari in Francia e sono stati tradotti in molti Paesi.

 

22 agosto 2026

"Sulle Apuane, con Fosco Maraini e altri vagabondi delle stelle" di Daniele Luti

 


Foto di Enzo Cei da "Cavatori"

E mi prese così "l'amor de le apuane cime

Natie, libere" dove "ardea, nobile augello,

In tra i folgori a vol tender su’ nembi"

        Il mio rapporto con la montagna ha conosciuto varianti di gradimento tante quante sono le forme del fideismo, intuito come soluzione di ogni travaglio interiore e di ogni ragionevole dubbio, condizione , questa, ritenuta, incredibile!, fondamentale per la crescita dell'uomo.

       Il mio primo "impatto con la roccia" ha implicato il rifiuto senza mediazioni dell'adolescenza, quando venivo "deportato" dai miei genitori, in obbligatoria e coatta presenza, nel bellissimo Cadore. Qui, per sopravvivere alla noia della montagna, fatta, per me, al tempo (le mie estate cecinesi nel cuore!), di marce scandite dalle merde di mucca (quanto dista da qui il rifugio Berti? Trenta segnali stercorari fra pietre, arbusti e vespe sempre pronte all'aggressione), cercavo i laghi, Misurina, Auronzo e il mitico Braies, che aveva la luce e la profondità di un Cocktail Martini profumato e sapido, solo per avere l'illusione del mare e un poco di benessere visivo.

        Con gli anni, il cambiamento radicale. Cominciai ad avvertire tutta la poesia delle cime e, quindi, a contemplare, attorno a me, l'incanto dell'argento lunare, la forma aureolata delle sommità , come prova somma e assoluta dell'esistenza del Grande Architetto dell'Universo; finalmente arrivai a sentire la montagna come una poderosa, sublime verticalità, come una cattedrale gotica, dotata delle vertiginose acrobatiche immaginazioni presenti nella letteratura della cristianità. Ho avvertito il mio legame totale col silenzio armonico dei monti, dal sublime riconosciuto nei paesaggi dolomitici, dominati dallo smeraldo incastonato dalla frizzante luce lunare, alla poesia rurale e montanara, assieme, fatta di morbide tonalità di un verde, come "fogliette pur mo nate", e di marroni autunnali dai riflessi gialli e cinerini delle nostre bellissime Apuane. Stupenda è Vianova di Careggine. Fra tutti i luoghi dell'anima mi è molto cara perché ricca di scenografie legate al mito agreste e ai riflessi azzurrini, rosati e cinerini, che s'incendiano di profondità rosse e violette, in certi miracolosi tramonti ottobrini , quando i boschi si impreziosiscono di un volume pittorico sublimato da un pulviscolo di luminosi pallori. Alludo a quei "perlacei"che hanno dentro un lungo indugio tra i bianchi caldi delle nubi di cieli Constable e quelli freddi dei nevai, un tempo, nascosti fra le rocce e nelle grotte naturali delle selve. 

 La prima volta che sono arrivato a Careggine, ho subito notato il timbro grigio delle pietre e l'imponenza della Chiesa costruita in una posizione dominante, la più vicina al cielo. E poi i vicoli e le strade tra, incastri, inserimenti, innesti, linearità e piccoli salti lungo gli scoscesi e gli improvvisi segmenti di sentieri in terra battuta a seguire lastricati e asfalti sentinellati da rampicanti e da alberi di breve e lungo corso. La parte alta, poco più di mille metri, fino a 1300, è un rincorrersi di case in pietra ferrigna, piccole aggregazioni di baite in legno. Lì si trovano le piste da sci, costruite con grande attenzione. S'invettano con dinamica parabolica, permettendo allo sguardo la visione delle cime aguzze del sistema apuano. Tu sai, mentre osservi, che, anche oltre il tuo sguardo, celati per la distanza o nascosti dai lunghi sipari arborei dei boschi, che fanno intuire secoli di storie, ci sono luoghi sacri, ricchi di magia dove hanno vissuto, pensato, immaginato, trovato paradisi di fecondazione, personalità che hanno fatto la storia della nostra nazione, e non solo.

 

            In particolare, penso a Fosco Maraini che adesso dorme nel piccolo cimitero dell’Alpe di S. Antonio. Qui, in questa zona, ha lavorato, studiato, cercato il proprio equilibrio interiore. Così ha scritto: “Cercavo un bel posto selvaggio. Un giorno dalla Pania intravidi lontano un tetto rosso. Fu difficile rintracciarlo. Il tetto rosso ricopriva ormai il guscio di una casa abbandonata. Dal 1978, appena posso scappare da Firenze, mi rifugio in questo paradiso. Pasquigliora e dintorni, oggi luoghi abbandonati”.

Aggiungo che, per sensibilizzarmi e per capire qualcosa di meno superficiale della cultura e della identità di questa zona, per avvicinarmi al linguaggio e al segreto di questi monti, ho avuto, come "guida anche spirituale", un personaggio leggendario: Domenico Franchi , non solo sindaco di Careggine per trent'anni consecutivi, ma ingegnere e matematico e cultore, raffinatissimo, della lingua latina. Domenico, che ha messo l'amore per i monti, la sua perizia di sciatore (la Baita, locanda e luogo vivo, ha sulla porta d'ingresso gli sci, spesso vittoriosi, di Zeno Colò donati con generosità proprio da lui, Domenico) al servizio della sua zona, creando un equilibrio perfetto tra informazione, racconto e aneddotica colta e rispetto per la natura e per lo sport che la esalta. Su questi, gli impianti dico, ho avuto modo di documentarmi perché, da quando vengo qui, privilegio le lunghe camminate dentro le piste fino ad arrivare in luoghi da dove si può, alla maniera del Viandante, immaginato da Caspar David Friedrich, cercare la trascendenza partendo dallo smarrirsi della visione fino a provare, per pochi secondi, l'estasi e l'ineffabile. Una scoperta spirituale che io metto accanto ad altre, materiali e che parlano di vita, quelle della scrittura che si disperde nel cielo dai camini accesi e della visione dei piccoli agglomerati di case pensati come villaggi, delle trattorie dove la sobrietà si coniuga alla centralità dei prodotti dell'orto. Girando per i locali, per le locande e i bar ho trovato anche piccole biblioteche che sono i tasselli di quel mosaico librario che, prima, era, credo, la Biblioteca del paese. 

 La bellezza mi è sempre vicino quando sono qua. Le Alpi Apuane sono entrate nel mio universo poetico negli anni Settanta quando le ho scoperte, quando con stupore ho visto, dalle sabbie di Marina di Pietrasanta, monti dai caratteri dolomitici a due passi dal mare. E qui, oggi, dalle strade che hanno, a tratti, l'andamento delle scale marinare, emersione dall'abisso, dalla profondità, guardando i crinali dei monti le cui vette si mostrano in tutta la loro eleganza piramidale, improvvisamente, mi sovvengono i ricordi dei miei vent'anni, o poco più, dei miei salti di camoscio sulle pietre in equilibrio precario lungo gli scoscesi delle cave. Insomma, finisco per pensare anche ai tanti poeti che hanno cantato l'incanto dei bianchi marmi della repubblica di Apua che il sole e la luna dipingono a seconda dell'ora e del tempo e della stagione: Dante (XXXII° Canto dell'Inferno, vv. 28/30), Ariosto (Cinque canti) e, poi, Pascoli, d'Annunzio, Ungaretti, Pasolini, tanto per fare qualche nome.

 Voglio però chiudere questo mio piccolo reportage con le parole del geografo, storico e naturalista Emanuele Repetti (1776-1852) al quale è stata attribuita una immaginifica visione delle Alpi Apuane: "un mare in tempesta istantaneamente pietrificato". Questa per me è una sintesi perfetta perché coglie, sublima e congela l'attimo in cui la dinamica velocissima della materia fluida della creazione ha trovato la forma, l'eterna immobilità in cui fermarsi.

                                                                                                 Daniele Luti                      

 

20 agosto 2026

" E mi tornassi questa sera accanto" di Carnen Pellegrino"

 


di Giulietta Isola

In quel momento Lulù pensò a quanto sia complicata la ita per i figli dell’uomo, che cercano il perdono definitivo per quello che fanno, ma non perdonano mai sé stessi per quello che non hanno fatto. E poi c’era questa cosa che la tormentava da quando aveva memoria, questa riluttanza o forse incapacità degli uomini di dire una parola che ripara, la parola che aggiusta.

Se mi tornassi questa sera accanto prende il titolo dal primo verso di una poesia molto famosa di Alfonso Gatto: A mio padre. L’inizio della prima parte riporta la prima strofa che contiene buona parte di questa storia. 

       Questo libro ed i suoi personaggi Giosuè, Nora, Lulù, Andreone mi hanno lasciato amaro in bocca e un senso di malessere nell’anima. La famiglia di Lulù è difficile: la madre afflitta da malanni psichici e psichiatrici, il padre è uomo energico ma segnato da fallimenti d’ideali, abbandoni, morti di amici, ostinazioni, un uomo che non sa gestire le emozioni, è arrabbiato, addolorato e triste. Lulù è al centro di questa terribile situazione schiacciata dal bisogno di adattamento, dalle mancate carezze dei genitori, dal bisogno di crescere in fretta: condannata a una vita senza speranza e senza amore. Lulù è legatissima alla famiglia fino ad annientarsi , si sottomette alla volontà del padre, va a studiare in città ciò che il padre ha scelto per lei, rinuncia al ragazzo per votarsi completamente al progetto di un “ignoto ideale”, una società utopica da costruirsi sulle rive del fiume del paese. Un progetto bislacco del padre che si scontrerà con la modernità e fallirà miseramente. La vita di Lulù arriva a una rottura per sovraccarico proprio in questo momento: quando dopo gli studi torna in paese e si trova a fronteggiare l’affondamento del progetto dell’Ignoto ideale e il peggioramento delle condizioni di salute della madre cui si trova a fare da badante.

       La prima parte del romanzo è costituita da lettere che Giosuè invia alla figlia, affidandole a bottiglie nel fiume, in cui dimostra una lucida comprensione e una consapevolezza tardive alternate a pezzi di ricostruzione “storica” del loro rapporto e della vita di Lulù al paese, descrive gli attriti familiari, i fraintendimenti, il declinante richiudersi della madre nella malattia. Lulù non riesce più a vivere, lascia casa, padre e madre e si rifugia nella casa galleggiante di Andreone, anch’egli un disadattato che rimescola i suoi dispiacere e le fa scoprire sé stessa con una bontà trasognata, mai forzata , si immedesima in modo semplice nei suoi stati d’animo, riconoscendo in lei la vita.        Il finale fa sperare, l’attesa si trasforma in azione e il tempo di nascondersi sta finendo per iniziare la vita. Carmen Pellegrino è scrittrice capace di coniugare contenuti e ricerca linguistica, forma e sostanza, parla di sentimenti e smuove emozioni, dolcezze e fastidi, ha grande capacità di analisi e di riflessione, è attenta ai dettagli e alla fragile complessità delle cose e della vita, è delicata. Un bel romanzo sull’inquietudine e sui riscatti che non devono necessariamente essere eclatanti e splendenti per accadere, a volte basta perdonare sé stessi per rimettersi sulla strada giusta.

“ Ho a cuore la perdita, le storie di ferite. Ho a cuore chi siede nel buio.

SE MI TORNASSI QUESTA SERA ACCANTO di CARMEN PELLEGRINO GIUNTI EDITORE

 


17 agosto 2026

Con "Guccini" sui lungarni di Pisa:"...La tristezza poi ci avvolse come miele/ Per il tempo scivolato su noi due..." di Daniele Luti

 


            Luce estiva sul Lungarno Mediceo. Sono seduto sulla spalletta, postura tra il Pensatore di Rodin e il Pugile in riposo, e aspetto Pierantonio Pardi detto Blasco. Volgo le spalle al polifonico "rabarbaro" davanti al bar Volpi e tengo il volto proteso verso il lungarno Galilei, the gaze like a bridge, in direzione delle logge. Dietro di me, improvvisamente, sento l'affanno, l'asma, la sofferenza enfisematica della Cinquecento del mio amico. Ha con sé la chitarra, un simbolo, più che uno strumento musicale, un modo per segnalarmi che, quel pomeriggio almeno, non ci saremmo occupati della sua tesi su György Lukács che avrebbe dovuto discutere entro qualche mese. Prende posto, respira il ritmo fiacco attorno a noi, eccezion fatta per la componente universitaria, una ininterrotta, costante primavera, per inventiva e per vivacità, di contro al tristillimo autunno della decadente, anche se bellissima, per bianchi marmi, Pisa. 

          Sento che pigramente Piero comincia a canticchiare, prendendo subito distanza da ogni imitazione, quasi automatica per i più, della voce pastosa, vibrante, sarcastica, a tratti rabbiosa di Guccini, quel timbro da "burattinaio delle parole", a volte confidenziale, recitato, con rotondità emiliane. Una cosa, questa, da evitare proprio per non cadere nel ridicolo, per rendere chiaro che i testi devono essere interpretati in modo originale con la propria personalità canora. 

"Piccola città, bastardo posto/

Appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via/

Piccola città io ti conosco/

Nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo/ che cambia in meglio/

Ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e/ tornano/ Visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che/ parlano...".

           È la canzone in cui Guccini parla di Modena come città di transizione, di passaggio, come affresco malinconico di una fase deludente, frustrante della vita. Quella che implica lo stacco, la fuga o la reinvenzione cinematografica della quotidianità e che a me fa venire in mente magari Moraldo e i suoi amici vitelloni a tirare tardi per ingannare il nemico (l'età che passa) o Bianciardi che cammina con gli amici per le strade di Grosseto, cercando le novità che la fanno sembrare Kansas City... O noi, Piero Blasco ed io, che andavamo a controllare tutto il capriccio architettonico oltre via Mariscoglio ancora con le caratteristiche di un borgo di pescatori con le sedie davanti alle case basse, anelli di un piccolo serpente "abusivo" a contrastare il bisogno di abitazioni a bassissimo costo. Ma, divagazioni a parte, il mio pensiero, come quello di tutti i miei amici di lungo corso , non riesce a distaccarsi da Guccini che, pochi giorni fa, ci ha lasciato. Credo che sia stato un punto di riferimento centrale per la mia generazione. E, comunque, lo è stato per la mia formazione. Le sue canzoni, quelle dei gruppi musicali che stavano nascendo ovunque, i contributi di molti cantautori (De Andrè Gaber Paoli Tenco il Canzoniere italiano Ivan Della Mea Liberovici Amodei, detti alla rinfusa) erano arrivati a interrompere la mia severa classicità, vertiginando il mio punto di vista.

          E quindi anche la mia vita, come quella dei miei amici, dei"ragazzi del mio tempo", è stata scandita, raccontata, vissuta, sentita con tante cose"color nostalgia". Fra l'altro, grazie a Francesco Guccini, molti di noi hanno compreso e imparato ad amare la letteratura. Per esempio i raffinati languori di Guido Gozzano, un poeta che mi ha fatto amare le strade che attraversano le colline del Canavese, arricchite di luminose policromie, che sfiorano case e ville che io immagino sospese in una eterna stagione romantica. Il suo amato guidogozzano. Uno dei tanti abbandoni lirici del maestro di Pavana accanto a Carducci, Machado, Eliot, Montale. E poi mi sono venute in mente anche altre mie occasioni riferite a Guccini. Fra queste Modena, città che, a volte, è stata nel mio destino: una Festa Nazionale dell'Unità ( ero ancora adolescente) con tanto di corteo preluso da un magnifico Ivan Della Mea che perentorio poneva all'ordine del giorno di buttare "a mare le basi americane/ cessiamo di fare da spalla agli assassini", una conferenza che feci, disastrosa, sono sicuro, al Teatro Opera Barozzi, la presentazione, assieme al carissimo Marco Giaconi, all'Accademia Militare di Modena, del romanzo "La terra si è fermata" scritto dal generale Gerardo Scola. Ogni volta sentivo, con certezza, che avrei incontrato Guccini anche se sapevo che sarebbe stato molto più probabile trovarlo a Bologna. E adesso che se n'è andato un po' di là, Guccini, per usare una espressione, di certo anche volterrana, di Ugo Riccarelli, mi viene in mente una sua frase che ho avvertito con molta forza per la lucidità propria di chi avvertiva, come molti di noi, l'importanza di un rinnovamento della sinistra oltre una storia dentro il suo magnifico viaggio attraverso il cambiamento radicale del mondo:" Io ho sempre votato PSI. Lo stalinismo non poteva piacere a uno come me: libertario e azionista. I miei eroi sono i fratelli Rosselli e Duccio Galimberti".

Ciao, Francesco.