Foto di Enzo Cei da "Cavatori"
E mi prese così "l'amor de le apuane cime
Natie, libere" dove "ardea, nobile augello,
In tra i folgori a vol tender su’ nembi"
Il mio rapporto con la montagna ha conosciuto varianti di gradimento tante
quante sono le forme del fideismo, intuito come soluzione di ogni travaglio
interiore e di ogni ragionevole dubbio, condizione , questa, ritenuta,
incredibile!, fondamentale per la crescita dell'uomo.
Il mio primo "impatto con la roccia" ha implicato il rifiuto
senza mediazioni dell'adolescenza, quando venivo "deportato" dai miei
genitori, in obbligatoria e coatta presenza, nel bellissimo Cadore. Qui, per
sopravvivere alla noia della montagna, fatta, per me, al tempo (le mie estate
cecinesi nel cuore!), di marce scandite dalle merde di mucca (quanto dista da
qui il rifugio Berti? Trenta segnali stercorari fra pietre, arbusti e vespe
sempre pronte all'aggressione), cercavo i laghi, Misurina, Auronzo e il mitico
Braies, che aveva la luce e la profondità di un Cocktail Martini profumato e
sapido, solo per avere l'illusione del mare e un poco di benessere visivo.
Con gli anni, il cambiamento radicale. Cominciai ad avvertire tutta la poesia
delle cime e, quindi, a contemplare, attorno a me, l'incanto dell'argento
lunare, la forma aureolata delle sommità , come prova somma e assoluta
dell'esistenza del Grande Architetto dell'Universo; finalmente arrivai a
sentire la montagna come una poderosa, sublime verticalità, come una cattedrale
gotica, dotata delle vertiginose acrobatiche immaginazioni presenti nella
letteratura della cristianità. Ho avvertito il mio legame totale col silenzio
armonico dei monti, dal sublime riconosciuto nei paesaggi dolomitici, dominati
dallo smeraldo incastonato dalla frizzante luce lunare, alla poesia rurale e
montanara, assieme, fatta di morbide tonalità di un verde, come "fogliette
pur mo nate", e di marroni autunnali dai riflessi gialli e cinerini delle
nostre bellissime Apuane. Stupenda è Vianova di Careggine. Fra tutti i luoghi
dell'anima mi è molto cara perché ricca di scenografie legate al mito agreste e
ai riflessi azzurrini, rosati e cinerini, che s'incendiano di profondità rosse
e violette, in certi miracolosi tramonti ottobrini , quando i boschi si
impreziosiscono di un volume pittorico sublimato da un pulviscolo di luminosi
pallori. Alludo a quei "perlacei"che hanno dentro un lungo indugio
tra i bianchi caldi delle nubi di cieli Constable e quelli freddi dei nevai, un
tempo, nascosti fra le rocce e nelle grotte naturali delle selve.
La prima volta che sono arrivato a Careggine, ho subito notato il timbro
grigio delle pietre e l'imponenza della Chiesa costruita in una posizione
dominante, la più vicina al cielo. E poi i vicoli e le strade tra, incastri,
inserimenti, innesti, linearità e piccoli salti lungo gli scoscesi e gli
improvvisi segmenti di sentieri in terra battuta a seguire lastricati e asfalti
sentinellati da rampicanti e da alberi di breve e lungo corso. La parte alta,
poco più di mille metri, fino a 1300, è un rincorrersi di case in pietra
ferrigna, piccole aggregazioni di baite in legno. Lì si trovano le piste da
sci, costruite con grande attenzione. S'invettano con dinamica parabolica,
permettendo allo sguardo la visione delle cime aguzze del sistema apuano. Tu
sai, mentre osservi, che, anche oltre il tuo sguardo, celati per la distanza o
nascosti dai lunghi sipari arborei dei boschi, che fanno intuire secoli di
storie, ci sono luoghi sacri, ricchi di magia dove hanno vissuto, pensato,
immaginato, trovato paradisi di fecondazione, personalità che hanno fatto la
storia della nostra nazione, e non solo.

In particolare, penso a Fosco Maraini che adesso dorme nel piccolo cimitero
dell’Alpe di S. Antonio. Qui, in questa zona, ha lavorato, studiato, cercato il
proprio equilibrio interiore. Così ha scritto: “Cercavo un bel posto selvaggio.
Un giorno dalla Pania intravidi lontano un tetto rosso. Fu difficile
rintracciarlo. Il tetto rosso ricopriva ormai il guscio di una casa
abbandonata. Dal 1978, appena posso scappare da Firenze, mi rifugio in questo
paradiso. Pasquigliora e dintorni, oggi luoghi abbandonati”.
Aggiungo che, per sensibilizzarmi e per capire qualcosa di meno
superficiale della cultura e della identità di questa zona, per avvicinarmi al
linguaggio e al segreto di questi monti, ho avuto, come "guida anche
spirituale", un personaggio leggendario: Domenico Franchi , non solo
sindaco di Careggine per trent'anni consecutivi, ma ingegnere e matematico e
cultore, raffinatissimo, della lingua latina. Domenico, che ha messo l'amore
per i monti, la sua perizia di sciatore (la Baita, locanda e luogo vivo, ha
sulla porta d'ingresso gli sci, spesso vittoriosi, di Zeno Colò donati con
generosità proprio da lui, Domenico) al servizio della sua zona, creando un
equilibrio perfetto tra informazione, racconto e aneddotica colta e rispetto
per la natura e per lo sport che la esalta. Su questi, gli impianti dico, ho
avuto modo di documentarmi perché, da quando vengo qui, privilegio le lunghe
camminate dentro le piste fino ad arrivare in luoghi da dove si può, alla
maniera del Viandante, immaginato da Caspar David Friedrich, cercare la
trascendenza partendo dallo smarrirsi della visione fino a provare, per pochi secondi,
l'estasi e l'ineffabile. Una scoperta spirituale che io metto accanto ad altre,
materiali e che parlano di vita, quelle della scrittura che si disperde nel
cielo dai camini accesi e della visione dei piccoli agglomerati di case pensati
come villaggi, delle trattorie dove la sobrietà si coniuga alla centralità dei
prodotti dell'orto. Girando per i locali, per le locande e i bar ho trovato
anche piccole biblioteche che sono i tasselli di quel mosaico librario che,
prima, era, credo, la Biblioteca del paese.
La bellezza mi è sempre vicino quando sono qua. Le Alpi Apuane sono entrate nel
mio universo poetico negli anni Settanta quando le ho scoperte, quando con
stupore ho visto, dalle sabbie di Marina di Pietrasanta, monti dai caratteri
dolomitici a due passi dal mare. E qui, oggi, dalle strade che hanno, a tratti,
l'andamento delle scale marinare, emersione dall'abisso, dalla profondità,
guardando i crinali dei monti le cui vette si mostrano in tutta la loro
eleganza piramidale, improvvisamente, mi sovvengono i ricordi dei miei
vent'anni, o poco più, dei miei salti di camoscio sulle pietre in equilibrio
precario lungo gli scoscesi delle cave. Insomma, finisco per pensare anche ai
tanti poeti che hanno cantato l'incanto dei bianchi marmi della repubblica di
Apua che il sole e la luna dipingono a seconda dell'ora e del tempo e della
stagione: Dante (XXXII° Canto dell'Inferno, vv. 28/30), Ariosto (Cinque canti)
e, poi, Pascoli, d'Annunzio, Ungaretti, Pasolini, tanto per fare qualche nome.
Voglio però chiudere questo mio piccolo reportage con le parole del
geografo, storico e naturalista Emanuele Repetti (1776-1852) al quale è stata
attribuita una immaginifica visione delle Alpi Apuane: "un mare in
tempesta istantaneamente pietrificato". Questa per me è una sintesi
perfetta perché coglie, sublima e congela l'attimo in cui la dinamica
velocissima della materia fluida della creazione ha trovato la forma, l'eterna
immobilità in cui fermarsi.
Daniele Luti