Nel febbraio 1994, non so come, trovai il coraggio di invitare Manlio Cancogni a Volterra per una
lezione che io volevo intitolare "Storia di una generazione",
intendendo quella dei giovani formatisi dentro il fascismo: scuola,
associazioni, gerarchie, Littoriali della cultura, riviste, vivacità
intellettuale e prove di guerra, anche sui campi di battaglia, non solo
virtuali.
Ma poi il titolo (la democrazia a volte è scomoda o, comunque, deludente
soprattutto per gli sconfitti) divenne, non so per suggerimento di chi,
"Cassola - Cancogni, Storia di un'amicizia". Il "proponente
demagogo" aveva avuto facile vittoria su di me perché sapeva che tutti
erano rimasti sorpresi e incuriositi , nel 1978, per lo scontro durissimo che
aveva interrotto il rapporto di mezzo secolo di frequentazione affettuosa,
costruttiva, fatta di un dialogo intenso, di ironia, di stimoli, di pareri.

Il rapporto tra Azorin (Manlio) e
Mirò (Carlo) era, infatti, iniziato, a Roma, sui banchi del liceo classico
Tasso dove cominciò anche il loro apprendistato letterario e giornalistico.
Ovvero la collaborazione, anche redazionale, con "La penna dei
ragazzi", periodico scolastico fondato da Vittorio Mussolini,
secondogenito del Duce e compagno di classe di Cassola, di Bruno Zevi, di Paolo
Alatri, tutti del medesimo sodalizio, poi Anno XII (e via con la crescita
numerica) di cui divenne figura di spicco Ruggero
Zangrandi che, nel suo "Lungo viaggio attraverso il fascismo",
racconterà esperienza, vicende e formazione politica della sua generazione
approdata in gran parte a quel radicalismo che darà i suoi frutti, prima, nel
giudicare criticamente l'aggressione banditesca all'Etiopia, poi, nel
rapportarsi alla guerra civile spagnola che molti giovani fascisti (si pensi a Romano Bilenchi) sentivano di dover
combattere a fianco dei repubblicani e non del gruppo oscurantista di Francisco
Franco, infine nell' "insorgere per Risorgere " degli anni del
disagio seguìto alla squallida, vile fuga del piccolo re e di Badoglio. Sodalizio, quello di Manlio e Carlo, che continuò nel periodo universitario
e che li vide, attivi e impegnati anche come cinefili e come studiosi della
"settima arte".
Con Cancogni – stavolta in veste di attore nella parte di un vecchio
eccentrico –, Cassola esordì nel cinema nel 1937, anno della scoperta dei
Dubliners. Scrisse, infatti, il soggetto del cortometraggio avanguardistico,
regista Giuseppe Lanari, Alla periferia (titolo che Carlo utilizzerà
successivamente, nel 1942, per una sua raccolta di racconti), prodotto dal
Cineguf di Roma e in gara ai Littoriali della cultura e dell’arte di Napoli. È
proprio in questa parte degli anni Trenta che l'amicizia diviene sistematica
collaborazione culturale: letture, musica, scoperte di registi , René Claire su tutti, ed editing
reciproci. Carlo che suggeriva a Manlio la bellezza classica della sottrazione,
il gusto dello zampillare improvviso di qualche luce lirica sbocciata dal
paesaggio e Manlio che cercava di correggere sviste, le "sciatterie
consapevoli"e le maniacalità lessicali dell'amico. Un esempio: far capire
al suo sodale che l'uso sovrabbondante, quasi psicotico, della particella MA
che, a casa sua nella logica e nella dialettica, obbligatoria nei sistemi
sintattici complessi, non era però molto comprensibile nella poetica scarna,
essenzialillima di Cassola...appunto.
Di tutto questo Cancogni ci parlò durante le tre ore della sua splendida,
scintillante, geniale riflessione. Davanti a sé, ne sono stato l'allibito
testimone essendo, in quanto coordinatore dell'evento, seduto accanto a lui,
aveva solo un foglietto giallo nella cui fluttuanza desertica, quasi un simbolo
di solitudine cosmica, c'erano solo tre parole: "Pascoli" e "La
ruota", vale a dire il poeta più amato da Carlo e la testata di una
rivista importantissima, per contenuti, versatilità, spirito critico e sguardo
cosmopolita, attiva tra il 1937 e il 1943. Il direttore era Mario Alberto
Meschini. Tra i collaboratori più noti della prima delle tre serie si possono
citare Carlo Cassola, Carlo Ludovico Ragghianti e Giuseppe Dessì. Dico anche che i numeri
pubblicati nel primo anno di diffusione, a cadenza mensile, erano corredati da
tavole fuori testo di artisti, tra i quali alcuni esponenti della scuola romana
come Mafai, Scipione, Cagli e Afro. Non poco davvero.
Ma il regalo forse più bello di quell' indimenticabile evento non fu la
competenza, la creatività, il fulgido e, a volte, il provocatorio confondere,
con improvvisi ribaltamenti di senso, la mediocrità dei catecumeni dei luoghi
comuni, ma ciò che Cancogni fu in grado di dire, in modo poetico e ispirato,
mentre attraversavamo la città per andare al Palazzo dei Congressi della
Fondazione della Cassa di Risparmio di Volterra. Definì i passaggi costanti dai
vicoli, che sembrano scavati nella pietra, scivoli che raccontano le diverse
pendenze della città in acrobatica scala da e verso il turchese o il plumbeo
piovorno del cielo, alle piazze e agli slarghi, le congiunzioni dedaliche di un
immenso, logico, straordinario labirinto. Poi, mentre parlava degli artisti più
noti della nostra Pinacoteca, rivelò la sua passione per Guido Reni, da lui interpretato come il solitario, malinconico,
sublime teorico dell' ideale della bellezza incontaminata alla quale si
atteneva contro ogni tentazione di immergersi nella violenza del Vero e, per
gli ori trascendentali della pittura trecentesca; inoltre, si soffermò sulla
luce che il Beato Angelico, secondo
lui, dipingeva non come la gradualità constatabile in natura, ma come il
riflesso di un incendio paradisiaco.
Poi, improvvisamente, mi chiese di accompagnarlo nel Piano di Castello.
Voleva vedere l'Acropoli e il parco Fiumi. Ci muovemmo velocemente verso i
basamenti dei templi. Apparivano come una scena teatrale carezzata dal sipario
vegetale di un boschetto di lecci annosi. Erano il palcoscenico sospeso sopra
le storie scritte in ogni tempo, delle quali arrivava a noi solo il sussurro,
la voce antica. Manlio rimase per qualche minuto assorto, poi, levò lo sguardo
verso la Fortezza e disse che sembrava di guardare una nave potente in lotta
con una tempesta. Appariva sollevata dalle onde. Nella briosa concitazione del
discorso, arricchito dal famoso passo del naufragio di Ulisse immaginato da
Dante, accompagnava le sequenze con gesti velocissimi. La mano sembrava
sottolineare le caratteristiche del luogo lasciato, per volontà dei suoi
creatori, in pieno movimento per esaltare la poesia sempre viva nel geniale
"disordine" della Natura. Corredo queste mie note con la domanda rivolta a Cancogni in una vecchia
intervista ( CFR Marco Cubeddu, I 99 anni di Manlio Cancogni, Nuovi Argomenti,
Lug 6, 2015):
"E se esistesse un Paradiso degli scrittori secondo te chi ci
starebbe, e chi vorresti incontrare tu? [...] Ci metto poi Betocchi, ma non so se ci vorrei parlare. E Tozzi, e Cassola certamente, anche se sarebbe difficile rimettersi
a parlare dopo la rottura che ci fu tra di noi: c’è stato un grande equivoco
fra noi due, che ha reso questa rottura insanabile".

Sono stato indeciso, nel chiudere l'articolo, se fosse il caso di scrivere,
a uso e consumo di chi li ignora, i motivi della rottura di un'amicizia così
radicata nella giovinezza e così completa, profonda. Forse è giusto che lo
faccia, tenendo però lontani da me e dalla mia scrittura, pettegolezzi,
illazioni dei malevoli e dei mediocri e anche gli sfoghi dei due amici perché,
lo si sa, nel fuoco della polemica e del dolore di una contrapposizione
"gridata", possono emergere tensioni e delusioni antiche, vecchie
incomprensioni rimaste inespresse. Mi limiterò quindi a dire l'essenziale: nel
1978, Cassola rende centrale nella sua vita di uomo, di intellettuale, di
militante di formazione giellista e socialista, il disarmismo,
l'antimilitarismo e fonda La Lega per il
disarmo unilaterale. Rivolge a molti scrittori e poeti l'invito ad aderire.
Riceve molti rifiuti fra i quali quello di Manlio Cancogni. Questo rifiuto e la
decisione di Manlio di trasferirsi negli Stati Uniti senza nemmeno avvisarlo
radicalizzarono il loro dissenso fino al silenzio. "Non ci sentimmo
più", come ha scritto Cancogni.
Aggiungo con malinconica contentezza che, nel febbraio del 1994, noi "
vecchi ragazzacci volterrani" contribuimmo, con la nostra iniziativa, a
riconciliare i due compagni di avventure umane, letterarie e politiche.
Cancogni parlò, a sette anni dalla morte dell'amico, con rigore, con
correttezza e con emozione della loro amicizia presentandola come un sentimento
fortissimo che non era, nonostante tutto, mai finito.
Avvertenza al lettore: molte delle cose che, in questo memoria, ho
sostenuto sono le stesse che ho raccontato al Centro Luigi Russo all'incontro "Molte vite e parole. Dialoghi
sull'opera di Manlio Cancogni", promosso dal Circolo Culturale Fratelli
Rosselli Pietrasanta nel 2016 (per la precisione, mercoledì 19 ottobre 2016) in
collaborazione con l'Università di Pisa e poi confluite nel volume "Arte e
Letteratura" a cura di Marcello
Ciccuto.