28 ottobre 2026

"Avevo le scarpe di polvere e cielo" di Loredana Giannini

 




LOREDANA: PESTIFERA E DELICATA

di Gianni Quilici

 E’ un racconto visivo, che scorre come se fosse film. Come se ce lo raccontasse lei, la stessa autrice, Loredana Giannini, a quattr’occhi. Lei adulta che si fa bambina.

Loredana: un personaggio vitale e complesso

Il primo pregio di Ti porto con me ,infatti, è lei, Loredana bambina che ci colpisce, che ci fa sorridere. Perché? Perché è un personaggio vitale, di una vitalità traboccante. E’ lei la capobanda (pur essendo femmina) della sua corte, spavalda, sfrontata, caparbia, competitiva, indomita fino all’incoscienza, ma è anche delicata, affettiva, altruista, a volte ipersensibile. Si potrebbe definirla, utilizzando una metafora poetica: un ossimoro. Cioè una “cosa” e il contrario di essa. Non è un caso. C’è una ragione profonda. Un trauma.

Il suo amatissimo padre, infatti, voleva un maschio e arrivò invece, Loredana, una femmina. Allora lei bambina molto femminile, come ben si evince nel rapporto con la sua grande amichetta d’infanzia, Simonetta, ha cercato disperatamente di diventarlo, maschio. Un esempio? Gli scontri di banda, spesso violenti, tra le corti. In particolare l’incontro di lei bambina, e più piccola, con l’altro capobanda, un ragazzo più grande con la carabina a piombini di gomma e lo sguardo strafottente di chi vuole  intimidire. Lei accetta la sfida, pur essendo  a mani nude: lo insulta e non demorde neppure quando il ragazzo le punta la carabina al volto e le dice con estrema fermezza: “Ora ti sparo”. Come farà.

Qui, tuttavia, c’è un sentimento che va oltre il bisogno che lei ha di farsi maschio. Non sopporta, infatti, la strafottenza e tutto ciò che sente autoritario e ingiusto. E questo è presente in molti fatti,  anche dolorosamente nel rapporto con il padre. Lei, infatti, lo ama profondamente. Un fatto lo rappresenta lucidamente. Accadeva, soprattutto d’estate, che il padre la portasse in soffitta. Da lì, attraverso una scaletta, tenendola stretta stretta, apriva il lucernario.  In quei momenti il loro sguardo veniva inondato di luci, di stelle meravigliose che brillavano, come le sembra ora di non aver più rivisto in vita sua. Qui c’è l’affondo finale poeticamente amoroso: “Quanto amavo fare questo con mio padre! Stavamo lì da soli immobili ad ammirare e poi sottovoce mio padre mi diceva: “Bello che è vero Lory?” Simbiosi tra i corpi e i sentimenti. Quando, però, i sentimenti non coincidevano più con le sue intenzioni, allora era lotta, sfida, scontro. Perché quando amava “qualcosa”  lo difendeva a denti stretti. C’è un esempio esemplare. Molti di noi, immagino, amano gli animali, ma quanti i topi o anche i topini? Come avrete letto, un giorno invece di trovare dei gattini, Loredana trova un nido di topi. Tre topini piccolissimi con gli occhietti ancora chiusi, senza la madre. Nessuno schifo, anzi li accarezza e li trova tenerissimi. Il giorno seguente torna a trovarli ed erano disperati. Da quel momento diventano, come gattini, suoi. Li porta nella stanza dei giochi, li protegge dal freddo ovattandoli, li nutre con del latte diluito e leggermente scaldato e con il contagocce prova ad allattarli e, con grande sorpresa, scopre che riuscivano a bere e non squittivano più. Quando lo disse alla mamma scoppiò immediatamente la lite. Lei cercava di convincerla, ma la mamma era irremovibile. Quando tornò il padre fece finta di assecondarla, ma dopo dieci giorni li trovò morti.

Ho sintetizzato questo episodio per sottolineare che la sua rivolta, come del resto il rifiuto di uccidere i polli (come l’opposizione di non mangiare e di doversi addormentare nell’asilo),  nasce non da un capriccio infantile, ma da un sentimento vero.  Ci sono in questi conflitti la richiesta implicita di ascolto e il desiderio di giustizia, di poter scegliere in libertà. Tutto ciò lo sente, non è ancora in grado di motivare, ma “lavora” dentro di sé. In nuce una bambina, in cui sono già presenti, confusamente, impulsi di autonomia.

Ma c’è un altro aspetto generale: Loredana Giannini sa raccontare, perché, non solo sa descrivere, ma ci fa sentire attraverso i dettagli interiori, in questo caso, il suo “amore” per questi topini impauriti e indifesi.      

C’era una volta

Ma dentro la storia dell’infanzia di Loredana c’è un paese in mezzo alle colline della Piana di Lucca, Segromigno Monte, un paesino fondamentalmente contadino, alla fine degli anni ’60 inizio anni ’70, quando l’agricoltura va in crisi e inizia quel processo di industrializzazione che porterà a un mutamento progressivo e veloce dell’intera società, in tutti i suoi sensi.

Ecco l’altro pregio del libro ed anche la sua utilità. Loredana Giannini, già da bambina aveva un occhio sociologico, di chi osserva i dettagli di ciò che la circondava: la casa, i giochi, la corte, le liti, le bande, gli scontri, l’asilo, la scuola,i parenti amati e odiati, lo svolgersi delle stagioni, gli animali, le feste, la Messa. Ogni cosa la descrive con precisione, ma con una aggiunta in più: le dà un’anima. Pensate ai giochi, quasi sempre all’aperto, con la sua migliore amica: il gioco “a mamme”, “alle signore”, gli scambi sugli abiti o sulle scarpe di ultimo grido, “il rito sacro della tinozza”, la caccia alle lucciole, il teatrino sulla corte, dove si inventano scenette e canzoni, o i giochi collettivi con salti pericolosi, in cui metteva alla prova la stessa incolumità di chi ci partecipava. Questi giochi pullulavano di immaginazione e di creazione, dove il corpo si fondeva con molte delle possibilità della mente.

Un libro da leggere nelle classi

Quanto tempo è passato rispetto ai giochi di oggi! Ecco già un esempio di come Ti porto con me sarebbe utilissimo da leggersi nelle scuole, anche utilizzando alcuni capitoli o parte di essi. Perché la piccola Loredana ha una forza che crea identificazioni, soprattutto nelle ragazze, perché è tenera e vulcanica:  sorprende, fa pensare ed anche divertire.  

Prendiamo la preghiera mariana del “maggetto”, promossa nella sua corte, con il padre organizzatore desideroso di realizzare il migliore allestimento mai visto nella storia del paese. E così sembrava. Ma ci fu una bambina che fece saltare tutto. Lei quella sera si annoiava mortalmente già alla prima “stazione” del rosario, ma soprattutto era profondamente arrabbiata: alla televisione c’era il famoso carosello, quella trasmissione che ogni giorno aspettava con ansia. Allora furtivamente riuscì a sgattaiolare  in cucina, dove c’era la tv, ma era staccata. La presa non usciva. Non si dette per vinta. E riuscì a fare il patatrac: lasciò al buio la corte, gli oranti nel panico e lei con una spaventosa carica elettrica addosso.

Ed più il libro potrebbe facilmente coinvolgere i familiari: dai genitori, ai nonni e nonne, attraverso  modalità variegate: dalle interviste fatte dagli alunni direttamente a casa a eventuali  interventi specifici nella classe da parte degli adulti .

  Oggi, in una società dove si vive in un “eterno presente”, sovraccarica di informazioni, di emozioni e di stress, che continuamente si consumano, quanto sarebbe necessaria la trasmissione e l’elaborazione storica del passato, necessarie per capire i tempi che viviamo e anche noi stessi, la nostra identità sociale e quella più personale, intima: negli adulti, ma soprattutto nelle nuove generazioni che sono bombardate continuamente da rumori, suoni, canzoni, pubblicità, slogan, stimoli, desideri, emozioni, frustrazioni, violenze, solitudini, senza avere i tempi, la forza, gli aiuti per elaborarli, per trovare se stessi, la propria personale libertà. Ecco, infine, che anche questo piccolo e creativo libro, se utilizzato bene, può contribuire a questa grande finalità.  

Loredana Giannini. Avevo le scarpe di polvere e cielo. maria pacini fazzi editore, 2026.   



15 ottobre 2026

" Zuppe lucchesi, un brodo di culture" di Cristina Sorbi

 


Cristina Sorbi racconta le zuppe lucchesi 

di Luciano Luciani

       Quanto più un termine che indica un alimento tende a tornare - e ritornare – in quella piccola enciclopedia del sapere “dal basso” costituito dai proverbi, dai modi di dire, dalle locuzioni, ebbene, allora siamo di fronte alla prova provata di quanto quel cibo ha rappresentato – e rappresenta ancora – per la cultura materiale di un popolo. 

        È il caso della zuppa, che, nella sua connotazione di cibo povero, ci racconta se non tutto certo molto della storia della classi subalterne, dei loro intrecci e percorsi. Si pensi per esempio al noto “Chi vuol far l’altrui mestiere, fa la zuppa nel paniere” palese esortazione a occuparsi di cose ben note, per non commettere errori marchiani. Oppure, quell’altro. dai tratti malinconicamente politico/qualunquisti, ma ahimè quanto veritieri: “Quando i signori mangiano la zuppa insieme, diventano una zuppa e un pan molle”. O anche l’immarcescibile “Se non è zuppa è pan bagnato” a indicare un’alternativa senz’altro priva di sorprese. 

     E di zuppa tratta un delizioso, piccolo libro, ancora fresco di stampa, edito dalla case editrice pisana ETS, Zuppe lucchesi, un brodo di culture. Ne è autrice Cristina Sorbi, lucchese, laureata in filosofia, un Master in Storia e Cultura dell’Alimentazione a Bologna, impegnata da anni a sviluppare progetti di esplorazione sensoriale dove il cibo diventa via di integrazione e consapevolezza. 

      Un’indagine in cui l’atto del mangiare viene studiato come energia culturale, emotiva e relazionale, sensibile alle tradizioni locali e alle loro trasformazioni nel tempo. Se hanno sapore di zuppa piccoli e meno piccoli segmenti di letteratura, scarsa la presenza di questo “mangiare” nelle arti figurative… Dopo un periodo di oscuramento che ha coinciso con il boom economico e l’apparizione dei supermercati e del cibo industriale, per usare le parole dell’Autrice “ La zuppa diventa, nel nostro millennio, un simbolo di rispetto dell’ambiente, di lotta contro lo spreco, di integrazione.”(p. 19). 

       Considerate le origini di Cristina Sorbi, non farà meraviglia se il focus della sua ricerca si concentrerà su un’area che corrisponde grosso modo alla provincia lucchese, esclusa la Versilia dove ovviamente predominano altri prodotti alimentari, altre tradizioni, altri gusti… Cibo umile ed essenziale la zuppa attraversa, adattandosi, tempi e luoghi diversi con piccole varianti gelosamente difese e custodite fin dall’epoca dei refettori medievali, ma dove la fanno sempre da padroni il pane, preferibilmente quello “sciocco” toscano, il fagiolo, l’olio, la braschetta o cavolo nero e… gli erbi: ovvero le erbe spontanee della Lucchesia solo conoscendo le quali è possibile regalare alla propria zuppa particolarissime e uniche sfumature di sapore. 

         La scrittrice lucchese valorizza molto nei suoi capitoli l’aspetto collettivo e solidale di questo piatto, connotato fin dalle sue origini remote dello spirito di “aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più...” Un punto, infatti,  torna spesso in queste pagine consapevoli ed eleganti. La natura aggregante e socializzante di tale cibo: perché “la zuppa chiama gente”. E così, nelle poche ricette proposte al termine di queste pagine, le quantità indicate sono sempre suscettibili di variazioni. A crescere, naturalmente.

Cristina Sorbi, Zuppe lucchesi, un brodo di culture, Edizioni ETS, Pisa 2026, pp. 59, Euro 10,00

13 ottobre 2026

"L'aureo trittico: Volterra, Pisa, Lucca" di Daniele Luti

 


 di Daniele Luti

       Un mio carissimo amico di gioventù, e, anche se non ci vediamo da tanti anni, ancora assai presente nella mia memoria, Roberto Ghilli, chiamava i luoghi, dove la bellezza naturale si coniuga con memorie poetiche, col termine classico idillici, avendo in mente il locus amoenus legato appunto ai sistemi letterari della letteratura greca e latina: "Ille terrarum mihi praeter omnis angulus ridet", come dice Orazio (Odi, II, 6, 13).

   Ecco, per ogni mio luogo idillico, edenico (Volterra, Pisa, Lucca), ho scelto un angolo luminoso che, per caratteristiche peculiari,ho eletto a simbolo, a sintesi del timbro, dello stile di quel miracolo di armonia, di equilibrio, di devastante bellezza che è suo e basta. Parto ovviamente dall'inizio, da dove sono nato e cresciuto: Volterra. 

   VOLTERRA è per me rappresentata da una piazzetta che io vivo come il palmo "nidaceo", protettivo col quale i Santi patroni, in molti dipinti, reggono le città. Il suo nome è Piazza dei Fornelli che permette allo sguardo di guadagnare l'orizzonte e di vedere lo specchio luminoso del mare là dove, nel suo ritrarsi, si è fermato, dopo aver lasciato i nostri posti, le cui caratteristiche geologiche, le cui pietre ancora ne raccontano la remota presenza. La piazza, dicevo, è una lama litica che raccoglie le mura medievali, la Torre degli auguri mentre, nel versante che scivola verso la Porta etrusca, carezza anche "moderni tentativi di architettura di poliedrici respiri". Lì capisci l'identità cittadina e il suo mito, i suoi fatti e i suoi sogni; gli alabastrai e la nobiltà, gli occhi profondi e persi nel mistero dei sacerdoti etruschi e la causa di molte vocazioni marinare, strane, in una città che si "chiama" terra che vola. Credo che l'apprendistato emotivo della vita sui mari dei molti miei concittadini che sono diventati capi di flotte, navigatori, osservatori dei due regni dell'infinito, il mare e il cielo, sia nato proprio in quegli spazi di Volterra che implicano l'uscita dalle geometrie claustre di vicoli e di piccole strade che si muovono tra alte muraglie e imponenti palazzi e l'approdo su slarghi acrobatici che dominano dall'alto pianure e corsi dei fiumi con lo sguardo che si esercita artisticamente e spiritualmente spingendosi, oltre ogni guardare, per vedere fino alle isole dell'arcipelago toscano. Volterra gigante addormentato sulle alture della Val di Cecina, mistica spirale circondata da boschi e da lunghe onde collinari che preludono improvvise visioni fantastiche di paesi e città che più che crescere si sono impreziosite di arte e di bellezza. 

 


       Seconda tappa è Pisa, la città dei miei studi e della mia giovinezza. Certo, PISA la conoscevo già. Mi era capitato di approdarci fin da ragazzo o per visite mediche particolari, in Corso Italia dal Redini, questa la ricordo, o per gare atletiche nelle quali, per obbligo scolastico, mi son trovato a gareggiare, con esiti comici anzi, a ben vedere, tragicomici. A diciannove anni, però, in un novembre uggioso, pioviggine e umidità da far pensare agli "accidiosi fanali che sbadigliano la luce sul fango', per dirla alla maniera del Carducci, sono approdato in via San Frediano parte importante del rettangolo urbano compreso fra Borgo Stretto, via Santa Maria, lungarno Pacinotti, e via Contessa Matilde. Confesso che l'impatto con la città dei miei studi fu amore a prima vista. Anni dopo, in uno scritto di Pasolini, trovai espresso con precisione di termini e accuratezza quello che avevo avvertito e pensato tempo prima: Pisa era, per il poeta friulano, una città romantica perché alternava caos, rovine e tracce ancora evidenti della tragedia della guerra, ricostruzioni approssimative e "sguaiate", senza creatività e senza cultura artistica e storica, il brutto, insomma, a momenti di bellezza sublime, unica, festosa e di straordinaria armonia. Ci si lascia alle spalle l'orribile piazza della Stazione e, poco dopo, si trova la Chiesa della Spina, si esce da Ponte di Mezzo e, dopo un inseguirsi di loggiati, piazze e nastri di mercato, una volta, simpaticamente urlati dalle voci gutturali dei venditori, si arriva in piazza dei Cavalieri. Ma basta anche osservare quell'angolo di capricci architettonici, e non solo, che è, per me, la meravigliosa piazza Dante, crocevia di passioni, gray carpet per il cromatico coriandolare studentesco nelle improvvisate sfilate di moda e di modi: il fianco imponente della nostra Sapienza, "il sogno romuleo" della sede della Banca, oggi BNL, i deliziosi piccoli bar, le panchine costruite pensando al fraseggio con il mare, le trattorie storiche dove lingue e dialetto si fondono in un gridato, assordante fiume fonetico. 

                               Ma...il luogo per eccellenza dove io vedo l'incanto, il premio che la Fortuna ha regalato a Pisa, un tempo, regina dei mari, il luogo dove davvero è possibile vedere l'Eden, il paradiso terrestre, è San Rossore. E me ne accorsi subito quando, percorrendo il viale delle Cascine, vidi Adamo ed Eva ancora perplessi e afflitti perché cacciati, proprio in quel momento, dal Padre Eterno. No, perché, una volta dentro, fra pini giganteschi, bosco, selva, cespugliamenti, radure, sabbia e terra battute da bipedi e quadrupedi, fughe di conigli selvatici e cinghiali, scoiattoli, volpi rosse assieme a improvvise fissità di daini forse perché ipnotizzati, in certe stagioni, dalle russule e dalle mazze di tamburo, dalle morchelle, dai pioppini, dai porcini e dai cantarelli (c'è persino una fungina rarissima che somiglia al corallo), senti il mare e le vene dei fossi, la presenza del fiume. E vedi gallerie alboree, labirinti staurici, strutture architettoniche vagamente teatrali, sistemi di archetti che sembrano segmenti di un acquedotto romano e un ippodromo che fa da castone a un ristorante. Tutto talmente bello e poetico che non solo lì ho camminato, pedalato con mia figlia Viola su un sellino appeso al manubrio, sempre sul punto di cadere entrambi (e una volta è accaduto poco più in là, sul ponte dell'Impero a rischio TIR), ma ho persino voluto organizzare un blitz sulla spiaggia del Gombo con una barca a vela. Con i sette metri di un mio amico, non proprio un transatlantico, il mitico Rametta, siamo scesi verso la foce dell'Arno e poi abbiamo attraccato sulla spiaggia privatissima a pochi metri dalla villa del Presidente della Repubblica. Eravamo finalmente a prendere il sole su un arenile deserto dove non si udivano "parole che dici/ umane", ma solo il concerto della natura, quando ci accorgemmo di essere circondati da soldati armati di mitra. O forse no. Forse erano solo due carabinieri disarmati. Comunque, ci fu fatto capire che dovevamo lasciare il campo in brevissimo tempo. Cosa che facemmo subito, velocemente. Anche se cercammo di assumere un'aria da indomiti incursori decisi a umiliare e a dimostrare l'elitarismo protervo sottinteso dal mito della intoccabilità della proprietà, monarchica, prima, e, poi, repubblicana, della villa e dei finitimi possedimenti. E comunque quel magico gioco di geometrie sublimi, con tanto di aria inglese determinata dagli allevamenti di cavalli lungo tutta l'area pianeggiante e parallela al bellissimo viale e gli animali al trotto nelle albe sciabolate dalla nebbia e dalle umidità erbose, richiama davvero un incanto pittorico. Momenti intensi che a volte mi han fatto pensare soprattutto alla pittura macchiaiola dell'Ottocento.

Fiume Serchio. Foto Gianni Quilici

    Terza tappa LUCCA, il luogo delle mie diverse e variopinte teatralità spese tutte sul bellissimo palcoscenico che è la cattedra, visto che, non tutti i miei anni di perfezionamento e di didattica li ho passati in Lucchesia, ma più di trenta sì. E poi, studiando a Pisa, non erano poche le volte che io e i miei amici approdassimo nella città dell'alborato cerchio per eventi gastronomici e per serate cinematografiche. E, trattandosi di una delle più belle città della Toscana, sono davvero incerto su quale dei suoi tanti tesori valorizzare. Ho pensato, mi sono interrogato e poi ho scelto, rinunciando ai Dintorni che pure, dalle Apuane alla Garfagnana, alle Pizzorne, trovo stupendi, donatori di bellezza, di armonia e di serenità religiosa. Ho voluto privilegiare un luogo che domina tutta la città, e che ha, diciamo, gli stessi caratteri periscopiali del piazzale Michelangelo a Firenze. Permette, fra l'altro, non solo di ammirare la forma della città lucense, ma anche la bellezza unica del Serchio che, da lì, appare in tutta la sua energia, nel suo brio di fiume montano, impetuoso e smeraldino, con punte di verde giada e veronese lungo i bordi, e le sassaie che ossificano gessose nei periodi di secca. Il Serchio che è stato nel tempo, per i lucchesi, il mare, il luogo di pesca, di gite foris portam, la piscina naturale dove fortificare il fisico nuotando contro corrente, come ci fa notare Luciano Della Mea in un passo di una sua memoria, il Serchio che, scendendo, lambisce, accarezza la città. Non c'è del resto scrittore lucchese che non abbia sentito il bisogno di dedicare un po' di afflato poetico a tanta straordinaria caratterizzazione della vita attiva. Il Serchio che una strada sopra gli argini permette di osservare anche nella sua parte meno curata, più caotica, disordinata con tanto di pioppi bianchi e neri, salici ravvivati da una flora spontanea, dalla cicoria e dalla malva. Il belvedere, mi scuso per l'acrobazia sintattica!, a cui mi riferisco è Monte San Quirico che tiene sui suoi smussi oltre le giogaie un sistema di ville, di chiese, di ricordi dell'architettura agreste e nobiliare dei secoli rampanti della città e di strade che si inanellano lungo le erte in una configurazione geometrica che sta tra l'otto orizzontale dell'infinito e un nodo marinaro. Le costruzioni hanno i caratteri del capriccio architettonico: morbidezza ed essenzialità, tracce di liberty, colori che richiamano, nelle tonalità, il borgogna, il mattone, l'ocra delle costruzioni delle colline lucchesi. E poi ovunque cancelli, muri di antico assetto, fantasiose combinazioni, imponenza cinquecentesca e fughe futuriste in compagnia di Wright, nel senso di Frank Lloyd. Insomma il bello che si presenta come armonia, delicatezza e stupefacente

 

 

12 ottobre 2026

"L'insostenibile leggerezza dell'essere" di Milan Kundera

 


di Marigabri
 
Uno dei libri più importanti della mia vita.
Quando, appena uscito, fu tra le mie mani in un lontano giorno del 1980 cominciai subito a leggerlo e non fui in grado di smettere fino alla fine. Da quel momento la mia percezione del mondo cambiò. La mia emozione uscì dal corpo forma di lacrime, io non ero più la stessa.
 
La quarta rilettura è ora un ascolto e l’afflato sussurrante di Bentivoglio ben si accorda all’anima profonda del testo.
 
Un libro ancora attualissimo, un romanzo intramontabile, pieno di spunti di riflessione, intelligente, vibrante, unico.
Tomáš, Tereza e Karenin sono parte di me e lo saranno sempre.

08 ottobre 2026

Cella 113 di Lorena Melchiorre


                  Vivere e morire in carcere

di Giovanna Baldini

                Cella 113 di Lorena Melchiorre, Felici Editore, è un libro giallo, ambientato in un carcere, il carcere inesistente di Fossalto.

Gli amanti del poliziesco, declinato in ogni sua sfumatura – giallo, thriller, noir, horror, splatter.. – hanno conosciuto detective di ogni tipo. Sono poliziotti, carabinieri, magistrati, investigatori privati, giornalisti, conduttori televisivi di reti nazionali o di canali locali; anche medici di diverse specializzazioni si sono cimentati nell’indagine e nella soluzione di delitti. Mi viene in mente un’anatomopatologa, nata dalla fantasia di una nota scrittrice americana.

      Di solito ognuno di questi eroi indagatori ha avuto nella sua vita passata un dolore insopportabile o ha subito un danno irreparabile o è segnato da una vicenda che lo ha cambiato per sempre. Spesso il fascino per l’investigazione e la conseguente soluzione del caso nasce nella mente dei protagonisti delle storie gialle  da un senso di colpa.

    Il detective è perlopiù un uomo solitario: non ha affetti, è sempre in bolletta, lavora giorno e notte con poche gratificazioni; quando torna a casa trova il frigo vuoto perché si dimentica di fare la spesa.

      Tra i protagonisti di queste imprese di carta, usciti dalla penna di scrittori diventati ormai celeberrimi – Malvaldi, Manzini, Robecchi, Simi…– sinora non si era mai dato che una poliziotta penitenziaria fosse investita dal comandate del carcere di indagare sulla morte sospetta di una detenuta.

     È Laura Rinaldi la protagonista del libro Cella 113, agente dell’istituto penitenziario femminile di Fossalto.

      L’intreccio è presto detto: una notte durante il consueto giro di ispezione la Rinaldi, assistente di polizia penitenziaria, scopre dentro la cella 113 il corpo senza vita di una detenuta. Sembrerebbe una morte per overdose e quindi un caso di facile soluzione, come ne accadono molti ormai nelle carceri italiane. Ma l’agente ha subito il sospetto che qualcosa non torni e comincia un’indagine che si allarga alla cella vicina, quella di una donna, la Malvò, da tutte temuta per il potere che esercita dentro e fuori dall’istituto penitenziario. Lei distribuisce cellulari, droghe e altro. Quindi tiene in pugno tutte le recluse che non possono fare niente contro di lei in un silenzio omertoso. La Malvò è davvero un personaggio opaco e impenetrabile nella sua negatività. Comanda da quando, giovanissima, finì in carcere. Una vita dolorosamente segnata da una famiglia violenta che ha cercato di dimenticare imponendosi sulle detenute, prone tutte, agli ordini di chi gestisce la sezione.

     Anche Laura Rinaldi, però, è forte e decisa a far valere il rispetto della legge, spezzando la catena che tiene prigioniere le donne del Femminile. L’agente indaga accuratamente sulla vita privata della Malvò. Sfoglia tutti i fascicoli con i reati precedenti, le condanne e gli anni ancora da scontare. La vita della detenuta è ora nelle sue mani e può, alla fine, agire…

     La scrittura procede con una sintassi spezzata. Periodi brevi o brevissimi. Frasi a volte di una sola parola o un solo verbo. Per tenere alta la tensione sia dei movimenti delle detenute sia  dell’operato dell’assistente, cauta e precisa. Sino all’epilogo.

      Il coraggio e la determinazione della Rinaldi, affiancata da Rita, una collega, fortemente motivata alla soluzione del suicidio/omicidio, spingono alcune recluse a parlare… E il Bene trionfa sul Male.

     L’Autrice, alla sua prima esperienza di scrittura, si rivela profonda conoscitrice del mondo carcerario, un mondo difficile, e per molti aspetti sconosciuto ai più, e per questo interessante per i lettori. Non si può non ricordare che Lorena Melchiorre è stata per trent’anni agente di polizia penitenziaria e che il romanzo è la narrazione di molte esperienze vissute all’interno di un istituto di reclusione. L’atmosfera cupa, il severo rigore delle regole, le chiavi che aprono e chiudono i blindo delle celle; la diffidenza dei ristretti, il difficile rapporto tra custodi e custoditi … si sciolgono, a mio modesto parere, in un happy end precipite che, se consola il lettore, raramente si dà nella vita di ogni giorno.

Lorena Melchiorre, Cella 113, Felici Editore, Pisa 2026, p. 280, euro 16,00