11 giugno 2026

"Se fioriscono le spine" di Glauco Giostra

 


Le spine e qualche fiore

di Giovanna Baldini 

Se fioriscono le spine, prima opera letteraria di Glauco Giostra, professore emerito di Diritto processuale penale all’università La Sapienza di Roma, è un romanzo sulla vita di uomini e donne dentro e fuori dal carcere.

Uscito alcuni mesi fa, il libro si inserisce perfettamente nell’attuale dibattito pubblico che affronta diverse problematiche serie e inquietanti. Tra queste, non ultima, la questione carceraria, la più urgente e dimenticata.

Angelo, Antonio e Aurora i protagonisti. Le loro storie si incrociano in modo casuale e drammatico e si annodano in indissolubili intrecci. Il racconto si sviluppa affrontando, nella prima parte, la descrizione delle lunghe e inutili giornate da trascorrere in galera: è il giovane Antonio a viverle, condannato a vent’anni per un grave reato.

La prospettiva di una vita spezzata, senza futuro, appesantita anche dalle vessazioni di alcuni agenti penitenziari, lascia il ragazzo sbalordito e incapace di reagire dentro un mondo sconosciuto e privo di ogni criterio di ragionevolezza. L’amicizia con un compagno di cella, detto il Muto, lentamente lo risveglia dal torpore e lo fa reagire.

L’Autore che conosce non solo l’ambiente carcerario, ma anche le dinamiche securitarie e i comportamenti di tutte le componenti che lì operano, descrive dettagliatamente sia le caratteristiche del personale civile sia quelle degli agenti penitenziari.

Così, insieme a Iena Ridens, soprannome di un operatore in divisa, il lettore conosce il Ciriola, un umano servitore dello Stato che, senza contravvenire ai suoi doveri custodiali, mitiga come può le durezze della condizione delle persone ristrette, fosse pure con una buona parola.

Poi Antonio esce di galera e non trova possibilità di ricominciare a vivere dignitosamente: il suo vecchio lavoro è stato dato ad altri, non può più contare  sulla presenza affettuosa della sorella, ormai sposata e lontana.

Non gli resta che chiedere aiuto al Muto che, uscito, riprende la vita illegale di prima della reclusione. Entrato a far parte della banda dell’amico, Antonio diventa un ladro, contro la sua volontà e la sua natura. La società, piena di pregiudizi e ostile, non gli lascia altra possibilità.

La difficoltà del reinserimento sociale - comune a moltissimi di coloro che escono dal carcere dopo aver scontato la pena (penso soprattutto ai detenuti stranieri) - è un tema che sta molto a cuore all’Autore.

Proprio da un’azione criminale, compiuta dalla banda del Muto, infatti, si sviluppa in modo del tutto improvviso e inaspettato una serie di avvenimenti che dà al racconto una torsione sorprendente.

Cambia l’atmosfera, la luce, lo spirito dei protagonisti: entra in scena Aurora. Chi legge sente, si accorge che con lei si potrà sperare nella fioritura delle spine.

La trama si svolge ancora per diverse pagine e non mancano i colpi di scena. In effetti, per i nostri protagonisti, sono più le difficoltà da affrontare che i momenti di  serenità. Si sente anche che, se si vuole, si può cambiare, può esserci riscatto, una redenzione per chi in essa crede fermamente.

Il profumo della speranza si respira sfogliando le pagine di questo romanzo, bello e a volte commovente, ma anche duro, tagliente, fortemente realistico, che non nasconde nulla della terribilità della vita.

Nella sua casa Aurora, la protagonista femminile, offre un lavoro ad Antonio e al Muto, impiegandoli in attività di giardinaggio e manutenzione della villa, così come dice la legge sul reinserimento degli ex detenuti. Ciò provoca gravi dissapori nella famiglia della donna ed episodi di intolleranza e maldicenza in paese. Qualcuno si ricrede, qualche altro no...

Ma la storia di Antonio, Angelo, detto il Muto, Aurora e sua figlia, la piccola Giada, va avanti. Insieme formano una  comunità che attraverso la fiducia reciproca, il rispetto e l’amore dà significato e direzione all’esistenza di ciascuno.

Si giunge all’epilogo: l’Autore si riserva un “lieto fine riduttivo”, ma pur sempre un lieto fine.

E come avrebbe detto il Muto, grande lettore di una Divina Commedia sgualcita, regalatagli dalla madre, l’uomo deve fare i conti con la Fortuna, “general ministra e duce” (Inf. canto VII, v. 78).

Glauco Giostra, Se fioriscono le spine, Edizioni Menabò, Ortona (Ch) 2025, pp.164, euro 18,00

 

14 aprile 2026

"Al vostro posto non ci so stare" di Fabrizio Bartelloni

 


di Daniele Luti

       Il mio interesse per la scrittura di Fabrizio Bartelloni nasce da un elemento per me centrale, a più livelli: il rapporto con ciò che studia o descrive o sfiora, con la delicatezza di un pianista rapito da ogni nota, fa capire subito che, secondo lui, in poesia, e anche nel lavoro critico, "non si sceglie mai, si è scelti". Come ci ricordano Spitzer e Citati, appunto, la scrittura critica non può mai essere disgiunta dalla voluttà. Essere filologo vuol dire essere voluttuoso. Ebbene il suo bellissimo testo, Al vostro posto non ci so stare, è organico a questo modo di pensare alla critica visto che è un esempio fulgido di identificazione immaginativa, di metapoesia.

        La descrizione di Genova, del nostro paese nella sua intierezza, fatta da Bartelloni, "avviene" avendo come modello, visivo e auditivo, la lettura del Vero che ci offre, con la sua dolcezza disperata, Fabrizio De André: le periferie infette, la fame e il freddo, la prostituzione, le persecuzioni, l'isolamento, la solitudine disperante, l' infelicità di esseri umani emarginati, naufraghi nel mare sempre inquieto dell'esistere non sono visti come effetti della sorte, ma la logica conseguenza di un sistema malato, ottuso e quindi incapace di crescere nella dignità e nell' eleganza, nello stile, nemico com'è di ogni emancipazione dei lavoratori, dei derelitti, dei paria del mondo moderno. Il paleo e il neocapitalismo, il marciume che tutte le rivoluzioni industriali hanno portato e portano con loro, reprimendo persino l'idea di un'uguaglianza anche solo giuridica, sono visti da De André, e raccontati dal suo Aedo Fabrizio Bartelloni, con una rabbia che si trasforma in pietà, pensando alle vittime condannate alla tristezza e al lutto della infelicità. Questo complesso sentimento mostra radici che affondano, magari inconsapevolmente, nel terreno fertile e ricco del cristianesimo, considerato nella sua scintillante luce primitiva, e nel socialismo privato dalla retorica, ma ricchissimo di poesia proprio come si era presentato alla compassione e alla solidarietà degli umili e degli oppressi nella seconda metà dell'Ottocento. 

        Bartelloni racconta magistralmente, attraverso l'analisi puntuale delle canzoni del poeta genovese, l'aridità morale propria del vincente individualismo, sempre arido ed egoistico, del tracotante disprezzo dovuto non alla articolata filosofia dell'uomo unico nato dalla cultura umanistica e rinascimentale, ma al disprezzo e alla superficialità di una classe privilegiata ed elitaria di arricchiti che ragiona, priva com'è di complessità spirituale, solo in termini di forza e di controllo, a ogni costo, del potere per difendere i suoi privilegi.

        Il testo, comunque, vibridato in maniera leggera anche dalla formazione giurisprudenziale del suo autore, avvocato e magistrato, non è legato soltanto alle tematiche ribelli, radicali, anticonformiste del poeta De André ma anche alla sua cura, quasi calviniana (cfr Le Lezioni americane), del linguaggio. La lingua, come sanno De André e Bartelloni, del resto è, come sosteneva Tabucchi, la vera patria di tutti gli uomini, in modo particolare quella che sa deridere con l'efficacia del sarcasmo la mediocrità e l'ottusità della classe dirigente in tutte le sue articolazioni. Proprio per questo il testo, in nome di una completezza concettuale, non si limita all'analisi delle canzoni dove la denuncia e il languore rivoluzionario sono più evidenti. L'analisi di un sistema complesso che ama inchiodare per tutta la vita, implacabilmente, gli esseri umani ai loro errori, a ogni rabida debolezza, nel testo arriva da un lungo, e moralmente faticoso, viaggio attraverso tutti, proprio tutti, i passaggi che si trovano dentro l'esistenzialismo di De André.

         Un mio vecchio professore aveva il vezzo di chiedere, alla fine di una lezione o della lettura di un testo, "Che titolo potremmo dare a questo nostro dialogo?" Ecco, il titolo di questo folgorante, luminoso viaggio dentro l'esistenza di Faber potrebbe essere "la compassione". Certo, sottraendo la parola al suo degrado, alla degenerazione semantica dovuta al paternalismo e alla ipocrisia malata di una classe sociale abituata a commuoversi per la propria bontà convinta com'è, nella prospettiva di un post mortem "congegnato" secondo premi o condanne eterne (e, quindi, blasfemo rispetto al pensiero di Gesù di Nazareth), di riuscire a "fregare" persino il Padre eterno. Non a caso Bartelloni riconduce, la parola, compassione, dico, alla sua purezza primigenia, al suo etimo latino tratto dal greco antico, sumpatheia. Del resto, Giovanni Boccaccio, nella sua sensibilità razionalistica, carezzata da una luminosissima e gioiosa lectio evangelica, ha solennemente detto: "Umana cosa è l’avere compassione degli afflitti". Boccaccio, il riformatore della scrittura e della morale, colui che ha tentato di liberare la coscienza umana dalla prigione della sua minorità, per dirla con Kant, eliminando anche la paura nella ricerca di Dio.

        A sostegno di questo mia lettura legata a quella che Piero Gobetti chiamava cultura politica , sta il fatto che, nel volumetto bartelloniano, accanto alla "corte dei miracoli" degli ultimi, dei marginali, dei malvissuti, dei manovali del crimine, dei quartieri bassi genovesi, ci sono anche le esperienze forti della vita di De Andrè, dall'alcolismo al forsennato tabagismo alla frequentazione di un mondo sospeso tra passività e rivolta oltre la coscienza, al rapimento subito in Sardegna assieme a Dori Ghezzi. Al vostro posto non ci so stare, come scrive lo stesso autore, dimostra "come non ci fossero gradi di separazione fra il modo in cui viveva (De André) e ciò che affidava alle sue straordinarie canzoni".

 Fabrizio Bartelloni, Al vostro posto non ci so stare. Dei delitti e delle pene secondo Fabrizio De André, Pisa, Pacini editore, 2025

 

 

 

16 marzo 2026

"Sinfonia dei morti" di Abbas Maroufi


 

 di Giulietta Isola

“Una persona finché non legge delle storie non può capire il senso della vita”

Sull’Iran, paese che amo molto e che ho visitato spesso, ho letto e scritto molto. Dai grandi classici ai contemporanei, dalle poesie ricche e vibranti di Rumi e Hafez a quelle segnate da temi di amore, libertà, critica sociale e identità di Forugh Farrokhzad .Tante le voci che riflettono le tensioni politiche e sociali, come quelle emerse nelle proteste per la libertà e contro la censura, usando metafore potenti per esprimere speranza e resistenza. Oggi le strade del Paese sono piene di persone che protestano spesso a rischio della vita, leggerne e parlarne è un modo , seppur piccolo e ininfluente, per partecipare.

Le voci di donne e uomini si alternano come in una sinfonia per testimoniare le loro esistenze fra dolori e gioie. Sono loro ad animare le pagine dello straordinario romanzo di Maroufi rivelando la forza e la bellezza della poesia e la sua capacita di catturare i significati essenziali.. Siamo a Ardabil, nel nord dell’Iran, neve e ghiaccio riempiono le strade, in questo paesaggio dove cielo e terra hanno lo stesso colore, si muove Urhan Urkhani, il fratello del poeta Aidin che come Caino è intenzionato a uccidere. Nella narrazione presente e passato si rincorrono e si rivelano le anime sensibili della sorella Aida, di Sormeh e il dolore urlato e silenzioso della madre. 

Siamo nel 1982, sulle pagine dei giornali riecheggia un fatto cruento di cronaca nera: un fratello uccide il fratello per trentaquattro toman. Abbas Maroufi pubblica il romanzo nel 1989 ispirandosi a questo fatto. Libro osteggiato, censurato e poi divenuto uno dei più importanti dell’Iran postrivoluzionario. Due anni dopo la pubblicazione Maroufi è vittima di una campagna denigratoria che lo vede accusato di offesa alla religione, al clero e alla guida suprema e viene condannato a morte. Per un evento fortuito, il fatto che il futuro ottavo presidente dell’Iran avesse trovato il suo libro fra quelli di un influente religioso, il suo caso viene trasferito alla corte che si occupa degli organi di stampa e viene assolto. Ma il giro di vite contro gli intellettuali continua e nel 1996. Maroufi viene condannato ora a due anni di carcere, alla fustigazione e i suoi libri vengono messi al bando. In seguito egli si trasferirà a Berlino con la famiglia e qui nel 2003 inaugurerà la Casa delle arti e della letteratura Hedayat che diventa un punto di riferimento per tutti gli intellettuali e scrittori iraniani in esilio. 

Nel Corano la storia di Caino e Abele, nel libro dei Re di Ferdusi quella di Rostam e Shaghad rappresentano l’archetipo del fratricidio ben presente nella cultura persiana , Maroufi lo rilegge in chiave moderna per farci comprendere la realtà dell’Iran nei momenti cruciali del Novecento, dalla rivoluzione costituzionale al colpo di stato contro Mossadeq fino alla Rivoluzione del 1979. L’autore utilizza un linguaggio sperimentale che paga debito alla sua conoscenza della letteratura sudamericana dove il reale si mescola e si unisce al sogno e alla magia. 

Il libro ci fa comprendere attraverso le figure del poliziotto Ayaz, ma anche di quella di Urhan e del padre Jaber, l’ambiente conservatore e tradizionalista dell’Iran che vuole impedire ai giovani il desiderio di libertà e modernità. Il giovane Aidin lotta per i suoi sogni, gli bruciano i suoi libri e lui lavora in condizioni difficili per poterli riacquistare.

 Lettura non sempre facile per la sovrapposizione dei piani temporali, l’alternarsi di racconti in prima e terza persona, lo scambio di voci rischiano di far perdere il filo del racconto. La trama costruita in cinque movimenti è una polifonia di flussi di coscienza e narrazioni , l’oggi diventa ieri, il reale diventa immaginario, delirio, sogno, parole e eventi, i ricordi dolorosi e le perdite risultano difficili da elaborare per i protagonisti ma alla fine tutto di ricompone per mostrarci il declino di una famiglia fra i colori e i sapori di un Iran, di ieri e di oggi.

Urhan si concentrò ad ascoltare il silenzio della neve. Non sapeva cosa sarebbe successo. Non sapeva se alla fine avrebbe trovato Aidin. Era sicuro che fosse vivo, e adesso che aveva preso la decisione definitiva, aveva intenzione di andare fino in fondo. Avrebbe sbrigato la faccenda, così senza il pensiero di Aidin avrebbe potuto occuparsi delle proprie miserie. Poteva facilmente legarlo e abbandonarlo da qualche parte in mezzo alla neve, senza che ci fosse bisogno di strangolarlo, versare sangue, o picchiarlo. Poteva legarlo alla porta della stalla. O anche spingerlo giù da una roccia e farlo cadere nel lago Shurabi, così sarebbe annegato e passato in fretta a miglior vita...”.


SINFONIA DEI MORTI di ABBAS MAROUFI FRANCESCO BRIOSCHI EDITORE

08 gennaio 2026

"Cari amici . . . libri" di Giulietta Isola

 


Cari amici . . . libri,

                        grazie per aver raccontato anche nell'anno appena passato un po’ della mia storia. Ho letto di assenze, conflitti, confini e di ormai quotidiana disumanità. Assieme abbiamo attraversato il dolore degli ultimi e dimenticati, delle minoranze sconfitte, delle donne maltrattate, delle guerre “bastarde” sempre. Assieme abbiamo ascoltato tante voci, con loro abbiamo spesso pianto, più raramente riso. Abbiamo viaggiato per paesi e culture, ci siamo stretti per alleviare il dolore e riscaldarci il cuore. Non mi avete mai fatto mancare la speranza e la forza . Grazie per quella luce sottile, ma tenace che mi lasciate sempre intravedere, siete stati tanti, in pochi mi avete deluso, in tanti mi avete donato qualcosa e gratificato con il vostro affetto e la vostra fedeltà

                                                                                  Giulietta