di Daniele Luti
Un mio carissimo amico di gioventù, e, anche se non ci vediamo da tanti
anni, ancora assai presente nella mia memoria, Roberto Ghilli, chiamava i
luoghi, dove la bellezza naturale si coniuga con memorie poetiche, col termine
classico idillici, avendo in mente il locus amoenus legato appunto ai sistemi
letterari della letteratura greca e latina: "Ille terrarum mihi praeter
omnis angulus ridet", come dice Orazio
(Odi, II, 6, 13).
Ecco, per ogni mio luogo idillico, edenico (Volterra, Pisa, Lucca), ho
scelto un angolo luminoso che, per caratteristiche peculiari,ho eletto a
simbolo, a sintesi del timbro, dello stile di quel miracolo di armonia, di
equilibrio, di devastante bellezza che è suo e basta. Parto ovviamente
dall'inizio, da dove sono nato e cresciuto: Volterra.
VOLTERRA è per me rappresentata da una piazzetta che io vivo come il palmo
"nidaceo", protettivo col quale i Santi patroni, in molti dipinti,
reggono le città. Il suo nome è Piazza dei Fornelli che permette allo sguardo
di guadagnare l'orizzonte e di vedere lo specchio luminoso del mare là dove,
nel suo ritrarsi, si è fermato, dopo aver lasciato i nostri posti, le cui
caratteristiche geologiche, le cui pietre ancora ne raccontano la remota
presenza. La piazza, dicevo, è una lama litica che raccoglie le mura medievali,
la Torre degli auguri mentre, nel versante che scivola verso la Porta etrusca,
carezza anche "moderni tentativi di architettura di poliedrici
respiri". Lì capisci l'identità cittadina e il suo mito, i suoi fatti e i
suoi sogni; gli alabastrai e la nobiltà, gli occhi profondi e persi nel mistero
dei sacerdoti etruschi e la causa di molte vocazioni marinare, strane, in una
città che si "chiama" terra che vola. Credo che l'apprendistato
emotivo della vita sui mari dei molti miei concittadini che sono diventati capi
di flotte, navigatori, osservatori dei due regni dell'infinito, il mare e il
cielo, sia nato proprio in quegli spazi di Volterra che implicano l'uscita
dalle geometrie claustre di vicoli e di piccole strade che si muovono tra alte
muraglie e imponenti palazzi e l'approdo su slarghi acrobatici che dominano
dall'alto pianure e corsi dei fiumi con lo sguardo che si esercita
artisticamente e spiritualmente spingendosi, oltre ogni guardare, per vedere
fino alle isole dell'arcipelago toscano. Volterra gigante addormentato sulle
alture della Val di Cecina, mistica spirale circondata da boschi e da lunghe
onde collinari che preludono improvvise visioni fantastiche di paesi e città
che più che crescere si sono impreziosite di arte e di bellezza.

Seconda tappa è Pisa, la città dei miei studi e della mia giovinezza. Certo, PISA la conoscevo già. Mi
era capitato di approdarci fin da ragazzo o per visite mediche particolari, in
Corso Italia dal Redini, questa la ricordo, o per gare atletiche nelle quali,
per obbligo scolastico, mi son trovato a gareggiare, con esiti comici anzi, a
ben vedere, tragicomici. A diciannove anni, però, in un novembre uggioso,
pioviggine e umidità da far pensare agli "accidiosi fanali che sbadigliano
la luce sul fango', per dirla alla maniera del Carducci, sono approdato in via San Frediano parte importante del
rettangolo urbano compreso fra Borgo Stretto, via Santa Maria, lungarno
Pacinotti, e via Contessa Matilde. Confesso che l'impatto con la città dei miei
studi fu amore a prima vista. Anni dopo, in uno scritto di Pasolini, trovai espresso con precisione di termini e accuratezza
quello che avevo avvertito e pensato tempo prima: Pisa era, per il poeta
friulano, una città romantica perché alternava caos, rovine e tracce ancora
evidenti della tragedia della guerra, ricostruzioni approssimative e
"sguaiate", senza creatività e senza cultura artistica e storica, il
brutto, insomma, a momenti di bellezza sublime, unica, festosa e di
straordinaria armonia. Ci si lascia alle spalle l'orribile piazza della
Stazione e, poco dopo, si trova la Chiesa della Spina, si esce da Ponte di
Mezzo e, dopo un inseguirsi di loggiati, piazze e nastri di mercato, una volta,
simpaticamente urlati dalle voci gutturali dei venditori, si arriva in piazza
dei Cavalieri. Ma basta anche osservare quell'angolo di capricci
architettonici, e non solo, che è, per me, la meravigliosa piazza Dante,
crocevia di passioni, gray carpet per il cromatico coriandolare studentesco
nelle improvvisate sfilate di moda e di modi: il fianco imponente della nostra
Sapienza, "il sogno romuleo" della sede della Banca, oggi BNL, i
deliziosi piccoli bar, le panchine costruite pensando al fraseggio con il mare,
le trattorie storiche dove lingue e dialetto si fondono in un gridato,
assordante fiume fonetico.
Ma...il luogo per eccellenza dove io vedo l'incanto, il premio che la
Fortuna ha regalato a Pisa, un tempo, regina dei mari, il luogo dove davvero è
possibile vedere l'Eden, il paradiso terrestre, è San Rossore. E me ne accorsi subito quando, percorrendo il viale
delle Cascine, vidi Adamo ed Eva ancora perplessi e afflitti perché cacciati,
proprio in quel momento, dal Padre Eterno. No, perché, una volta dentro, fra
pini giganteschi, bosco, selva, cespugliamenti, radure, sabbia e terra battute
da bipedi e quadrupedi, fughe di conigli selvatici e cinghiali, scoiattoli,
volpi rosse assieme a improvvise fissità di daini forse perché ipnotizzati, in
certe stagioni, dalle russule e dalle mazze di tamburo, dalle morchelle, dai
pioppini, dai porcini e dai cantarelli (c'è persino una fungina rarissima che
somiglia al corallo), senti il mare e le vene dei fossi, la presenza del fiume.
E vedi gallerie alboree, labirinti staurici, strutture architettoniche
vagamente teatrali, sistemi di archetti che sembrano segmenti di un acquedotto
romano e un ippodromo che fa da castone a un ristorante. Tutto talmente bello e
poetico che non solo lì ho camminato, pedalato con mia figlia Viola su un
sellino appeso al manubrio, sempre sul punto di cadere entrambi (e una volta è
accaduto poco più in là, sul ponte dell'Impero a rischio TIR), ma ho persino
voluto organizzare un blitz sulla spiaggia del Gombo con una barca a vela. Con
i sette metri di un mio amico, non proprio un transatlantico, il mitico
Rametta, siamo scesi verso la foce dell'Arno e poi abbiamo attraccato sulla
spiaggia privatissima a pochi metri dalla villa del Presidente della
Repubblica. Eravamo finalmente a prendere il sole su un arenile deserto dove
non si udivano "parole che dici/ umane", ma solo il concerto della
natura, quando ci accorgemmo di essere circondati da soldati armati di mitra. O
forse no. Forse erano solo due carabinieri disarmati. Comunque, ci fu fatto
capire che dovevamo lasciare il campo in brevissimo tempo. Cosa che facemmo
subito, velocemente. Anche se cercammo di assumere un'aria da indomiti
incursori decisi a umiliare e a dimostrare l'elitarismo protervo sottinteso dal
mito della intoccabilità della proprietà, monarchica, prima, e, poi,
repubblicana, della villa e dei finitimi possedimenti. E comunque quel magico
gioco di geometrie sublimi, con tanto di aria inglese determinata dagli
allevamenti di cavalli lungo tutta l'area pianeggiante e parallela al
bellissimo viale e gli animali al trotto nelle albe sciabolate dalla nebbia e
dalle umidità erbose, richiama davvero un incanto pittorico. Momenti intensi
che a volte mi han fatto pensare soprattutto alla pittura macchiaiola
dell'Ottocento.
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| Fiume Serchio. Foto Gianni Quilici |
Terza tappa LUCCA, il luogo delle mie diverse e variopinte teatralità spese
tutte sul bellissimo palcoscenico che è la cattedra, visto che, non tutti i
miei anni di perfezionamento e di didattica li ho passati in Lucchesia, ma più
di trenta sì. E poi, studiando a Pisa, non erano poche le volte che io e i miei
amici approdassimo nella città dell'alborato cerchio per eventi gastronomici e
per serate cinematografiche. E, trattandosi di una delle più belle città della Toscana,
sono davvero incerto su quale dei suoi tanti tesori valorizzare. Ho pensato, mi
sono interrogato e poi ho scelto, rinunciando ai Dintorni che pure, dalle
Apuane alla Garfagnana, alle Pizzorne, trovo stupendi, donatori di bellezza, di
armonia e di serenità religiosa. Ho voluto privilegiare un luogo che domina
tutta la città, e che ha, diciamo, gli stessi caratteri periscopiali del
piazzale Michelangelo a Firenze. Permette, fra l'altro, non solo di ammirare la
forma della città lucense, ma anche la bellezza unica del Serchio che, da lì,
appare in tutta la sua energia, nel suo brio di fiume montano, impetuoso e
smeraldino, con punte di verde giada e veronese lungo i bordi, e le sassaie che
ossificano gessose nei periodi di secca. Il Serchio che è stato nel tempo, per i lucchesi, il mare, il luogo di
pesca, di gite foris portam, la piscina naturale dove fortificare il fisico
nuotando contro corrente, come ci fa notare Luciano Della Mea in un passo di una sua memoria, il Serchio che,
scendendo, lambisce, accarezza la città. Non c'è del resto scrittore lucchese
che non abbia sentito il bisogno di dedicare un po' di afflato poetico a tanta
straordinaria caratterizzazione della vita attiva. Il Serchio che una strada
sopra gli argini permette di osservare anche nella sua parte meno curata, più
caotica, disordinata con tanto di pioppi bianchi e neri, salici ravvivati da
una flora spontanea, dalla cicoria e dalla malva. Il belvedere, mi scuso per
l'acrobazia sintattica!, a cui mi riferisco è Monte San Quirico che tiene sui suoi smussi oltre le giogaie un
sistema di ville, di chiese, di ricordi dell'architettura agreste e nobiliare
dei secoli rampanti della città e di strade che si inanellano lungo le erte in
una configurazione geometrica che sta tra l'otto orizzontale dell'infinito e un
nodo marinaro. Le costruzioni hanno i caratteri del capriccio architettonico:
morbidezza ed essenzialità, tracce di liberty, colori che richiamano, nelle
tonalità, il borgogna, il mattone, l'ocra delle costruzioni delle colline lucchesi.
E poi ovunque cancelli, muri di antico assetto, fantasiose combinazioni,
imponenza cinquecentesca e fughe futuriste in compagnia di Wright, nel senso di Frank Lloyd. Insomma il bello che si presenta
come armonia, delicatezza e stupefacente