04 dicembre 2021

"L'impero di mezzo" di Andrea Cotti

 

di Silvia Chessa

        Il libro "L'impero di mezzo", di Andrea Cotti, è meglio di un viaggio in Cina perché ti fa intuire tante cose di questo insolito paese, più prossimo a noi di quanto non appaia. La prima riguarda i tempi della vita in Cina. Il tempo viaggia su due binari: "o una velocità sbalorditiva o una lentezza fangosa e mortale". 

        Altra nota distintiva cinese, le peculiarità culinarie, gli odori che si percepiscono per strada e, per esempio, la passione per l'anatra (della quale viene cucinato proprio tutto!) della gente di Wenzhou. 

        Terza prerogativa cinese, i soprannomi. Dapprima sembra semplicemente buffa e bambinesca, per il lettore, quella usanza di chiamare le persone per soprannomi (Forte Li, Bellissima Li, Silenzioso Wu, Luminosa Wu..). Ma poi l'autore ti spiega che serve ad identificare le persone. Essendo la popolazione tanta ed i cognomi pochi (e ripetuti), servono i soprannomi per identificare. 

        Un connotato molto interessante del libro è la dialettica fra passato e presente, che si risolve, in ogni circostanza, col sopravvento della modernità. Il testo, sia per il contenuto che per la forma, vale perfettamente come uno spaccato dei tempi attuali, nonchè un probabile accenno al domani. Infatti non passa molto tempo da quando il vicequestore Wu è giunto in pieno centro, a Wenzhou, che gli si presenta una realtà dove tutto si paga tramite App, con cellulari e riconoscimenti facciali, niente contanti nè carte di credito. Il futuro, sappiamo, avrà questo volto.

        Non solo, ma abbiamo subito l'avvertimento della modernità nel leggere, in Wu, il sentimento delle nuove generazioni di immigrati in un mondo (si spera) sempre più senza frontiere. Wu, infatti, è cinese ed italiano al contempo. Vive una frattura, una crepa, dalla quale però, alla fine, entrerà la luce, ovvero la volontà di salvarsi. E, mentre osa ed esplora intricatissime connessioni stato-mafia, il suo ancoraggio a terra lo riconduce ai suoi affetti più cari (Anna e Giacomo). 

        Tornando al primo stato d'animo di Wu, quello di essere a casa, al suo arrivo in Cina, ma al contempo sentirsi straniero, questo senso di "altrove" ha radici letterarie profonde ed echi prestigiosi. Da Milan Kundera a Bohumil Hrabal, per citarne solo due.   In particolare Hrabal aveva posto Hanta, protagonista di "Una solitudine troppo rumorosa", nel vortice di un senso di estraneità ma anche circondato dai maggiori scrittori e libri famosi. 

       Come Hanta, anche Wu è circondato da tradizioni antiche, deve districarsi fra codici segreti, rituali e nessi complicati, e decidere cosa tenere e cosa scartare. E come Hanta doveva mandare al macero dei libri, anche Wu deve operare delle scelte e ritrovare un suo equilibrio, mentre si dibatte fra un senso di appartenenza e uno di estraneità.

      Molto originale è anche la coralità che apre la narrazione. Il soggetto protagonista, a ben vedere, è un noi. Si sottolinea che Wu è insieme ai suoi nonni: un insolito plurale, pertanto, porta avanti l'azione per un bel tratto del libro. In genere il protagonista di un romanzo è uno, singolo: parla, agisce e pensa in prima persona. Wu non solo ha viaggiato coi nonni, ma rifiuta, almeno inizialmente, un incarico di lavoro che gli viene dal capitano dei carabinieri e dall'ambasciatore in persona, ricordando a se stesso di non essere arrivato in Cina per questo. Insomma parla come se fosse parte inscindibile di un nucleo che si muove insieme. 

       Il vecchio "io" dei romanzi tradizionali, a questo punto, potrebbe essere la metafora del Partito cinese: imperialista, accentratore, ottuso. Da rovesciare e scardinare, partendo da una riforma del linguaggio stesso. Laddove il "noi" diviene paradigma di un nuovo mito di democrazia e libertà. Affiora, dunque, fra le righe, come un tentativo di creare un una cellula-familiare allargata, che purifichi il Partito-protagonista dall'isolamento egocentrico e corrotto e che lo emancipi verso una modernità, più sana, integra e liberale, tramite l'artificio letterario di un individuo collettivo che dica "noi", deponendo il potere assolutistico dell'io. 

        E magari, così facendo, riesca anche a superare le due velocità della Cina inventandone una terza: la velocità media, non fulminea ed ansiogena, nè biblica e frustrante. Si intravede ed appassiona, in questo percorso, di Wu ma anche della scrittura che ce ne racconta le gesta, il paradigma di un passaggio epocale dall'ego storico del romanzo classico alla generosa, nobile frontiera del noi, e, in questo libro di Andrea Cotti, magari, il capostipite dei romanzi crime più innovativi e d'avanguardia.

                 "Essere moderno coincide con l’essere presente all’epoca e al mondo in cui ci è dato vivere, sentirsi criticamente impegnati, o meglio implicati, nei conflitti, contraddizioni, creazioni. Significa scegliere e schierarsi: senza cedimenti ma senza secessioni." Goffredo Fofi

 Andrea Cotti. L'impero di mezzo. Rizzoli.

 

 

28 novembre 2021

"Un grosso sbaglio" di Marshall Sahlins

 

di Giancarlo Beriola

         “E’ stato dunque tutto un grosso sbaglio. La mia modesta conclusione è che la civiltà occidentale sia stata fondata su un’idea erronea e perversa di natura umana. Insomma, scusateci, ma ci siamo proprio sbagliati. E soprattutto non dimentichiamoci che questa perversa concezione di natura umana sta mettendo a repentaglio la nostra stessa esistenza.”

       Quanto sopra è l’ultimo capoverso del breve (ma denso...) saggio di Marshall Sahlins Un grosso sbaglio (Eléuthera, 122 pagg., € 12,00) nel quale l’autore analizza l’idea (sbagliata) di natura umana nel mondo occidentale: l’uomo, si dice, si è evoluto dallo stato animale conservando comportamenti predatori e violenti (che noi umani attribuiamo agli animali!) finalizzati al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni (hobbesianamente homo homini lupus) da cui nasce l’esigenza di controllare socialmente e politicamente tali istinti.

        Physis/nomos, natura che deve essere gestita dalle convenzioni (o regole, leggi, tradizioni, consuetudini, in sintesi cultura) diventa sin dall’antica Grecia il dualismo su cui si muove il pensiero filosofico, politico, economico, religioso in Occidente. Sahlins inizia il saggio prendendo spunto dalla lettura che Hobbes e John Adams fanno del terzo libro de La guerra del Peloponneso di Tucidide dove viene narrata la sanguinosa guerra civile a Corcira (odierna Corfù); da questo resoconto Hobbes conviene che per controllare gli istinti degli individui sia necessario che il potere venga gestito - con la dovuta autorità - da una persona sola, un re; Adams, a sua volta, ritiene che un equilibrio tra i poteri (legislativo ed esecutivo, p.es.) permetterebbe uno sviluppo sociale civile con la soddisfazione degli interessi dei gruppi rappresentati e il soddisfacimento dei bisogni (egoistici) dei componenti delle fazioni contrapposte.

        Sahlins così sintetizza: “Per quanto diverse fossero le rispettive [Tucidide, Hobbes, Adams] soluzioni  [anarchia, gerarchia, eguaglianza] al fondamentale problema della malvagità umana, tanto Hobbes quanto Adams avevano trovato nel testo di Tucidide (...) la fonte di ispirazione per le loro idee sugli orrori cui  la società andrebbe incontro qualora i naturali desideri dell’uomo  non venissero controllati .”

         All’opposto dell’Occidente il resto del mondo ha una visione diversa (Sahlins, al riguardo, cita numerose ricerche antropologiche) circa il dualismo natura/cultura: l’uomo sta nella natura e riconosce di farne parte con gli animali, le piante, le cose che lo circondano: “Non è il caso di sorprendersi neanche per i resoconti etnografici provenienti dalla Nuova Guinea o dalle Americhe, secondo i quali gli animali sono in origine esseri umani. Sono gli animali a discendere dagli uomini e non viceversa (...) sotto la pelle gli animali sono esseri umani.” Questo non vuol dire che non sia necessaria una conoscenza di regole, di comportamenti, di rituali (cultura, insomma) da apprendere sin da bambini: “Per loro [le società <<primitive>>] i bambini sono una umanità-in-divenire, per noi un’animalità-da-sopraffare. (... ) Secondo il folclore tradizionale occidentale, il <<selvaggio>> (loro) sta al civilizzato (<<noi>>) come la natura sta alla cultura e come il corpo sta alla mente. E’ un fatto antropologicamente accertato che per noi la natura e il corpo sono i fondamenti della condizione umana, mentre per loro lo sono la cultura e la mente. Per parafrasare ciò che ha scritto Lévi-Strauss in un contesto analogo, chi dei due dà più lustro alla specie umana?”

        La parola chiave, quindi, per Sahlins circa il rapporto physis/nomos è cultura. Definendo realisti coloro che, come le varie popolazioni “selvagge” citate nel saggio, “considerano la cultura come lo stato originale dell’esistenza umana e la biologia come lo stato secondario e condizionale. (...)  La presenza della cultura nel percorso evolutivo umano risale a circa tre milioni di anni fa” e ”... l’uomo anatomicamente moderno risale a cinquantamila anni fa (...) il che renderebbe la cultura sessanta volte più vecchia della specie che noi conosciamo”, sicché ”(...) per circa tre milioni di anni gli umani si sono evoluti biologicamente in base a una selezione culturale. Siamo stati plasmati, corpo e anima, per una esistenza culturale.”

        Quindi: “Per metterla in linguaggio antropologico: la cultura è la natura umana.”

 Marshall Sahlins (Chicago 1930 - 1921), professor emeritus nell’Università di Chicago, è stato uno dei “grandi vecchi” dell’antropologia contemporanea. Internazionalmente noto per la sua ricerca sulle economie primitive, condensata nel libro L’economia dell’età della pietra (1980), ha poi rivolto la sua attenzione al complesso rapporto tra storia, antropologia, colonialismo.

Altri suoi libri pubblicati in Italia sono Cultura e utilità (Bompiani 1982) e Capitan Cook, per esempio. Le Hawai, gli antropologi, i nativi (Donzelli 1997). 

 Marshall Sahlins Un grosso sbaglio (Eléuthera, 122 pagg., € 12,00)

 

 

 

27 novembre 2021

"Atti di sottomissione" di Megan Nolan

 

di Marigabri

“Avevo vinto. E in che modo avevo vinto? Oh, era stato facile – non ci voleva niente; io ero niente.”

Atti di (auto)distruzione o, come nel titolo originale, di disperazione.

La sottomissione, la volontaria umiliazione, la precisa scelta di relazioni tossiche sono tutte conseguenze dell’odio verso se stessi, che sta a fondamento di questa spietata narrazione. Spietatamente lucida nel guardarsi dentro.

La protagonista racconta di sé gli aspetti peggiori e così facendo, attraverso la scrittura, ne prende le distanze, avvia il processo di guarigione. Così almeno si augura chi legge, al momento del congedo.

La citazione di Laing, che testimonia della ragazzina terrorizzata a percepire dentro si sé un potenziale distruttivo pari alla bomba atomica, rende bene l’idea di come esplorare i territori oscuri della propria interiorità assomigli a un viaggio iniziatico verso gli inferi. E Megan Nolan qui non si (e ci) risparmia i dettagli di questo viaggio. L’eccitazione terrorizzata, l’attrazione per la pura bellezza e il puro vuoto. Quando l’altro è tutto e noi siamo niente. Quando il sacrificio di sé sembra il giusto riscatto dal disgusto di sé.

Gli eccessi sono semplicemente il modo in cui la narratrice riesce a sentirsi viva.

Faulkner (cit) giustificava l’abbrutimento totale nell’alcol con una sola piccola frase: lo faccio perché mi piace. Allo stesso modo Megan si fa carico della propria scelta. È così perché voglio che sia così. Perdermi è la strada che ho scelto per sentirmi.

Quanto possiamo rispecchiarci qui, o trovare lo specchio di qualcuno che conosciamo, quanto ci riguardano queste parole, queste esperienze, anche se non le abbiamo fatte, o se le abbiamo solo dimenticate e sepolte, quanto Megan siamo noi, possiamo sperimentarlo solo lasciandoci portare via da questo viaggio incalzante e appassionante. Un vortice al quale arrendersi. Perché una volta toccato il fondo non si può fare altro che risalire.

 Megan Nolan. atti di sottomissione. NNE

20 novembre 2021

"Il colore viola" di Alice Walker

 

di Giulietta Isola

“Il Dio a cui scrivevo, il Dio che pregavo, è un uomo. E si comporta proprio come tutti gli altri uomini. Fatuo, indifferente e vile. Lei ha detto, Miss Celie. Faresti meglio a tacere. Dio potrebbe sentirti. E lascia che mi senta, ho detto io. Se si degnasse di ascoltare le povere donne di colore, il mondo sarebbe un posto diverso, te lo dico io. Lei parla e parla, cerca di impedirmi di bestemmiare ancora. Ma io bestemmio quanto mi pare.”

        Celie, la protagonista del romanzo, è una donna di colore, abusata dall’uomo che credeva essere suo padre, privata dei due figli, odia il marito che la separa dall’amata sorella Nettie, che finirà missionaria in Africa. Per trent’anni Nettie scriverà a Celie lettere che questa non riceverà mai, mentre Celie, oppressa dalla vergogna della sua condizione, riesce a scrivere solo a Dio. Sarà l’amante del marito, Shug Avery, una affascinante cantante di blues, a cambiare il colore della sua vita, insegnandole a ridere, giocare, amare ed osservare le piccole cose che Dio ci dà per mostrarci che ci ama come i piccoli fiori viola nei campi.” Credo che Dio si arrabbi se, per esempio, uno passa vicino al colore viola in un campo senza notarlo.”

        “Il colore viola” è prima di tutto un romanzo sulle donne e dopo sulle condizioni dei neri negli Stati del Sud e, Celie rappresenta perfettamente la precarietà e lo svantaggio di essere una donna e di colore in un mondo dominato dai bianchi e dagli uomini agli inizi del Novecento. 

       L’autrice, da sempre impegnata nella lotta femminista, rivela la propria natura non solo dedicandosi alla causa, ma anche intessendo una sorta di “sorellanza” all’interno del libro, che fa sì che le donne arrivino a intrecciare tra loro uno stretto legame di complicità che ricalca il concetto femminista del cosiddetto affidamento. 

      Ma Alice Walker trova spazio per parlarci di razzismo, amore omosessuale, di rapporto tra gli afroamericani e le proprie origini .La sua scrittura semplice e diretta ci immerge in una quotidianità poco rassicurante e ci mette di fronte a reali quanto angoscianti storture, ma nonostante tutte le brutture ci invita al cambiamento, alla speranza ed a goderci la vita nella sua semplicità. 

       Leggere oggi le descrizioni del Sud segregazionista, dell’odio e della violenza dei primi decenni del Novecento americano è molto interessante per osservare l’evoluzione sociale e politica di una realtà ancora segnata da feroci disuguaglianze e fenomeni di razzismo. 

      Il colore viola è la storia di una donna vittima, di abusi, omicidi razziali, di deviazione generata dalla violenza, di predominio della cultura bianca e di potere maschile nella comunità nera, ma è anche una invocazione per affrancarsi dal dramma del presente, un esercizio per sopravvivere alla brutalità del quotidiano. 

       La lingua, un misto fra parlato popolare e invenzione caratterizza i molti personaggi, infonde loro vita ed umanità e l’autrice ce li racconta, da un punto di vista sia fisico che interiore, in divenire rendendoceli estremamente familiari ed autentici, tutti fallibili e non esenti dal mutare. 

       Celie nella sua complessità, talvolta contorta e irritante, è ineguagliabile nella narrazione di una disumanità, alla quale si contrapporrà con forza e determinazione assieme ad altre donne pronte a sfidare le convenzioni. 

       La forma epistolare con rimandi temporali, turbamenti del presente e suggestione dei ricordi scatena emozioni che vanno dalla compassione alla rabbia, dalla simpatia all’odio e al dispiacere. 

       Questo è un libro sublime che entra nell’anima, la rilettura dopo circa trent’anni dalla prima volta, in un momento nel quale mi capita talvolta di sentirmi sul bordo di un precipizio, mi dà speranza e mi aiuta a convivere con la mia e l’altrui sofferenza. Consigliatissimo.

       “È tutta una vita che devo lottare, io. Dovevo lottare contro mio padre. Dovevo lottare contro i miei fratelli. Contro i miei cugini e i miei zii. Una bambina non è al sicuro in una famiglia di maschi. Ma non avrei mai pensato di dover lottare anche in casa mia. “

IL COLORE VIOLA di ALICE WALKER SUR EDIZIONI