di Daniele Luti
Il mio interesse per la scrittura di Fabrizio Bartelloni nasce da un elemento per me centrale, a più livelli: il rapporto con ciò che studia o descrive o sfiora, con la delicatezza di un pianista rapito da ogni nota, fa capire subito che, secondo lui, in poesia, e anche nel lavoro critico, "non si sceglie mai, si è scelti". Come ci ricordano Spitzer e Citati, appunto, la scrittura critica non può mai essere disgiunta dalla voluttà. Essere filologo vuol dire essere voluttuoso. Ebbene il suo bellissimo testo, Al vostro posto non ci so stare, è organico a questo modo di pensare alla critica visto che è un esempio fulgido di identificazione immaginativa, di metapoesia.
La descrizione di Genova, del nostro paese nella sua intierezza, fatta da Bartelloni, "avviene" avendo come modello, visivo e auditivo, la lettura del Vero che ci offre, con la sua dolcezza disperata, Fabrizio De André: le periferie infette, la fame e il freddo, la prostituzione, le persecuzioni, l'isolamento, la solitudine disperante, l' infelicità di esseri umani emarginati, naufraghi nel mare sempre inquieto dell'esistere non sono visti come effetti della sorte, ma la logica conseguenza di un sistema malato, ottuso e quindi incapace di crescere nella dignità e nell' eleganza, nello stile, nemico com'è di ogni emancipazione dei lavoratori, dei derelitti, dei paria del mondo moderno. Il paleo e il neocapitalismo, il marciume che tutte le rivoluzioni industriali hanno portato e portano con loro, reprimendo persino l'idea di un'uguaglianza anche solo giuridica, sono visti da De André, e raccontati dal suo Aedo Fabrizio Bartelloni, con una rabbia che si trasforma in pietà, pensando alle vittime condannate alla tristezza e al lutto della infelicità. Questo complesso sentimento mostra radici che affondano, magari inconsapevolmente, nel terreno fertile e ricco del cristianesimo, considerato nella sua scintillante luce primitiva, e nel socialismo privato dalla retorica, ma ricchissimo di poesia proprio come si era presentato alla compassione e alla solidarietà degli umili e degli oppressi nella seconda metà dell'Ottocento.
Bartelloni racconta magistralmente, attraverso l'analisi puntuale delle canzoni del poeta genovese, l'aridità morale propria del vincente individualismo, sempre arido ed egoistico, del tracotante disprezzo dovuto non alla articolata filosofia dell'uomo unico nato dalla cultura umanistica e rinascimentale, ma al disprezzo e alla superficialità di una classe privilegiata ed elitaria di arricchiti che ragiona, priva com'è di complessità spirituale, solo in termini di forza e di controllo, a ogni costo, del potere per difendere i suoi privilegi.
Il testo, comunque, vibridato in maniera leggera anche dalla formazione giurisprudenziale del suo autore, avvocato e magistrato, non è legato soltanto alle tematiche ribelli, radicali, anticonformiste del poeta De André ma anche alla sua cura, quasi calviniana (cfr Le Lezioni americane), del linguaggio. La lingua, come sanno De André e Bartelloni, del resto è, come sosteneva Tabucchi, la vera patria di tutti gli uomini, in modo particolare quella che sa deridere con l'efficacia del sarcasmo la mediocrità e l'ottusità della classe dirigente in tutte le sue articolazioni. Proprio per questo il testo, in nome di una completezza concettuale, non si limita all'analisi delle canzoni dove la denuncia e il languore rivoluzionario sono più evidenti. L'analisi di un sistema complesso che ama inchiodare per tutta la vita, implacabilmente, gli esseri umani ai loro errori, a ogni rabida debolezza, nel testo arriva da un lungo, e moralmente faticoso, viaggio attraverso tutti, proprio tutti, i passaggi che si trovano dentro l'esistenzialismo di De André.
Un mio vecchio professore aveva il vezzo di chiedere, alla fine di una lezione o della lettura di un testo, "Che titolo potremmo dare a questo nostro dialogo?" Ecco, il titolo di questo folgorante, luminoso viaggio dentro l'esistenza di Faber potrebbe essere "la compassione". Certo, sottraendo la parola al suo degrado, alla degenerazione semantica dovuta al paternalismo e alla ipocrisia malata di una classe sociale abituata a commuoversi per la propria bontà convinta com'è, nella prospettiva di un post mortem "congegnato" secondo premi o condanne eterne (e, quindi, blasfemo rispetto al pensiero di Gesù di Nazareth), di riuscire a "fregare" persino il Padre eterno. Non a caso Bartelloni riconduce, la parola, compassione, dico, alla sua purezza primigenia, al suo etimo latino tratto dal greco antico, sumpatheia. Del resto, Giovanni Boccaccio, nella sua sensibilità razionalistica, carezzata da una luminosissima e gioiosa lectio evangelica, ha solennemente detto: "Umana cosa è l’avere compassione degli afflitti". Boccaccio, il riformatore della scrittura e della morale, colui che ha tentato di liberare la coscienza umana dalla prigione della sua minorità, per dirla con Kant, eliminando anche la paura nella ricerca di Dio.
A sostegno di questo mia lettura legata a quella che Piero Gobetti chiamava cultura politica , sta il fatto che, nel volumetto bartelloniano, accanto alla "corte dei miracoli" degli ultimi, dei marginali, dei malvissuti, dei manovali del crimine, dei quartieri bassi genovesi, ci sono anche le esperienze forti della vita di De Andrè, dall'alcolismo al forsennato tabagismo alla frequentazione di un mondo sospeso tra passività e rivolta oltre la coscienza, al rapimento subito in Sardegna assieme a Dori Ghezzi. Al vostro posto non ci so stare, come scrive lo stesso autore, dimostra "come non ci fossero gradi di separazione fra il modo in cui viveva (De André) e ciò che affidava alle sue straordinarie canzoni".
Fabrizio Bartelloni, Al vostro posto non ci so stare. Dei delitti e delle pene secondo Fabrizio De André, Pisa, Pacini editore, 2025
