13 ottobre 2026

"L'aureo trittico: Volterra, Pisa, Lucca" di Daniele Luti

 


 di Daniele Luti

       Un mio carissimo amico di gioventù, e, anche se non ci vediamo da tanti anni, ancora assai presente nella mia memoria, Roberto Ghilli, chiamava i luoghi, dove la bellezza naturale si coniuga con memorie poetiche, col termine classico idillici, avendo in mente il locus amoenus legato appunto ai sistemi letterari della letteratura greca e latina: "Ille terrarum mihi praeter omnis angulus ridet", come dice Orazio (Odi, II, 6, 13).

   Ecco, per ogni mio luogo idillico, edenico (Volterra, Pisa, Lucca), ho scelto un angolo luminoso che, per caratteristiche peculiari,ho eletto a simbolo, a sintesi del timbro, dello stile di quel miracolo di armonia, di equilibrio, di devastante bellezza che è suo e basta. Parto ovviamente dall'inizio, da dove sono nato e cresciuto: Volterra. 

   VOLTERRA è per me rappresentata da una piazzetta che io vivo come il palmo "nidaceo", protettivo col quale i Santi patroni, in molti dipinti, reggono le città. Il suo nome è Piazza dei Fornelli che permette allo sguardo di guadagnare l'orizzonte e di vedere lo specchio luminoso del mare là dove, nel suo ritrarsi, si è fermato, dopo aver lasciato i nostri posti, le cui caratteristiche geologiche, le cui pietre ancora ne raccontano la remota presenza. La piazza, dicevo, è una lama litica che raccoglie le mura medievali, la Torre degli auguri mentre, nel versante che scivola verso la Porta etrusca, carezza anche "moderni tentativi di architettura di poliedrici respiri". Lì capisci l'identità cittadina e il suo mito, i suoi fatti e i suoi sogni; gli alabastrai e la nobiltà, gli occhi profondi e persi nel mistero dei sacerdoti etruschi e la causa di molte vocazioni marinare, strane, in una città che si "chiama" terra che vola. Credo che l'apprendistato emotivo della vita sui mari dei molti miei concittadini che sono diventati capi di flotte, navigatori, osservatori dei due regni dell'infinito, il mare e il cielo, sia nato proprio in quegli spazi di Volterra che implicano l'uscita dalle geometrie claustre di vicoli e di piccole strade che si muovono tra alte muraglie e imponenti palazzi e l'approdo su slarghi acrobatici che dominano dall'alto pianure e corsi dei fiumi con lo sguardo che si esercita artisticamente e spiritualmente spingendosi, oltre ogni guardare, per vedere fino alle isole dell'arcipelago toscano. Volterra gigante addormentato sulle alture della Val di Cecina, mistica spirale circondata da boschi e da lunghe onde collinari che preludono improvvise visioni fantastiche di paesi e città che più che crescere si sono impreziosite di arte e di bellezza. 

 


       Seconda tappa è Pisa, la città dei miei studi e della mia giovinezza. Certo, PISA la conoscevo già. Mi era capitato di approdarci fin da ragazzo o per visite mediche particolari, in Corso Italia dal Redini, questa la ricordo, o per gare atletiche nelle quali, per obbligo scolastico, mi son trovato a gareggiare, con esiti comici anzi, a ben vedere, tragicomici. A diciannove anni, però, in un novembre uggioso, pioviggine e umidità da far pensare agli "accidiosi fanali che sbadigliano la luce sul fango', per dirla alla maniera del Carducci, sono approdato in via San Frediano parte importante del rettangolo urbano compreso fra Borgo Stretto, via Santa Maria, lungarno Pacinotti, e via Contessa Matilde. Confesso che l'impatto con la città dei miei studi fu amore a prima vista. Anni dopo, in uno scritto di Pasolini, trovai espresso con precisione di termini e accuratezza quello che avevo avvertito e pensato tempo prima: Pisa era, per il poeta friulano, una città romantica perché alternava caos, rovine e tracce ancora evidenti della tragedia della guerra, ricostruzioni approssimative e "sguaiate", senza creatività e senza cultura artistica e storica, il brutto, insomma, a momenti di bellezza sublime, unica, festosa e di straordinaria armonia. Ci si lascia alle spalle l'orribile piazza della Stazione e, poco dopo, si trova la Chiesa della Spina, si esce da Ponte di Mezzo e, dopo un inseguirsi di loggiati, piazze e nastri di mercato, una volta, simpaticamente urlati dalle voci gutturali dei venditori, si arriva in piazza dei Cavalieri. Ma basta anche osservare quell'angolo di capricci architettonici, e non solo, che è, per me, la meravigliosa piazza Dante, crocevia di passioni, gray carpet per il cromatico coriandolare studentesco nelle improvvisate sfilate di moda e di modi: il fianco imponente della nostra Sapienza, "il sogno romuleo" della sede della Banca, oggi BNL, i deliziosi piccoli bar, le panchine costruite pensando al fraseggio con il mare, le trattorie storiche dove lingue e dialetto si fondono in un gridato, assordante fiume fonetico. 

                               Ma...il luogo per eccellenza dove io vedo l'incanto, il premio che la Fortuna ha regalato a Pisa, un tempo, regina dei mari, il luogo dove davvero è possibile vedere l'Eden, il paradiso terrestre, è San Rossore. E me ne accorsi subito quando, percorrendo il viale delle Cascine, vidi Adamo ed Eva ancora perplessi e afflitti perché cacciati, proprio in quel momento, dal Padre Eterno. No, perché, una volta dentro, fra pini giganteschi, bosco, selva, cespugliamenti, radure, sabbia e terra battute da bipedi e quadrupedi, fughe di conigli selvatici e cinghiali, scoiattoli, volpi rosse assieme a improvvise fissità di daini forse perché ipnotizzati, in certe stagioni, dalle russule e dalle mazze di tamburo, dalle morchelle, dai pioppini, dai porcini e dai cantarelli (c'è persino una fungina rarissima che somiglia al corallo), senti il mare e le vene dei fossi, la presenza del fiume. E vedi gallerie alboree, labirinti staurici, strutture architettoniche vagamente teatrali, sistemi di archetti che sembrano segmenti di un acquedotto romano e un ippodromo che fa da castone a un ristorante. Tutto talmente bello e poetico che non solo lì ho camminato, pedalato con mia figlia Viola su un sellino appeso al manubrio, sempre sul punto di cadere entrambi (e una volta è accaduto poco più in là, sul ponte dell'Impero a rischio TIR), ma ho persino voluto organizzare un blitz sulla spiaggia del Gombo con una barca a vela. Con i sette metri di un mio amico, non proprio un transatlantico, il mitico Rametta, siamo scesi verso la foce dell'Arno e poi abbiamo attraccato sulla spiaggia privatissima a pochi metri dalla villa del Presidente della Repubblica. Eravamo finalmente a prendere il sole su un arenile deserto dove non si udivano "parole che dici/ umane", ma solo il concerto della natura, quando ci accorgemmo di essere circondati da soldati armati di mitra. O forse no. Forse erano solo due carabinieri disarmati. Comunque, ci fu fatto capire che dovevamo lasciare il campo in brevissimo tempo. Cosa che facemmo subito, velocemente. Anche se cercammo di assumere un'aria da indomiti incursori decisi a umiliare e a dimostrare l'elitarismo protervo sottinteso dal mito della intoccabilità della proprietà, monarchica, prima, e, poi, repubblicana, della villa e dei finitimi possedimenti. E comunque quel magico gioco di geometrie sublimi, con tanto di aria inglese determinata dagli allevamenti di cavalli lungo tutta l'area pianeggiante e parallela al bellissimo viale e gli animali al trotto nelle albe sciabolate dalla nebbia e dalle umidità erbose, richiama davvero un incanto pittorico. Momenti intensi che a volte mi han fatto pensare soprattutto alla pittura macchiaiola dell'Ottocento.

Fiume Serchio. Foto Gianni Quilici

    Terza tappa LUCCA, il luogo delle mie diverse e variopinte teatralità spese tutte sul bellissimo palcoscenico che è la cattedra, visto che, non tutti i miei anni di perfezionamento e di didattica li ho passati in Lucchesia, ma più di trenta sì. E poi, studiando a Pisa, non erano poche le volte che io e i miei amici approdassimo nella città dell'alborato cerchio per eventi gastronomici e per serate cinematografiche. E, trattandosi di una delle più belle città della Toscana, sono davvero incerto su quale dei suoi tanti tesori valorizzare. Ho pensato, mi sono interrogato e poi ho scelto, rinunciando ai Dintorni che pure, dalle Apuane alla Garfagnana, alle Pizzorne, trovo stupendi, donatori di bellezza, di armonia e di serenità religiosa. Ho voluto privilegiare un luogo che domina tutta la città, e che ha, diciamo, gli stessi caratteri periscopiali del piazzale Michelangelo a Firenze. Permette, fra l'altro, non solo di ammirare la forma della città lucense, ma anche la bellezza unica del Serchio che, da lì, appare in tutta la sua energia, nel suo brio di fiume montano, impetuoso e smeraldino, con punte di verde giada e veronese lungo i bordi, e le sassaie che ossificano gessose nei periodi di secca. Il Serchio che è stato nel tempo, per i lucchesi, il mare, il luogo di pesca, di gite foris portam, la piscina naturale dove fortificare il fisico nuotando contro corrente, come ci fa notare Luciano Della Mea in un passo di una sua memoria, il Serchio che, scendendo, lambisce, accarezza la città. Non c'è del resto scrittore lucchese che non abbia sentito il bisogno di dedicare un po' di afflato poetico a tanta straordinaria caratterizzazione della vita attiva. Il Serchio che una strada sopra gli argini permette di osservare anche nella sua parte meno curata, più caotica, disordinata con tanto di pioppi bianchi e neri, salici ravvivati da una flora spontanea, dalla cicoria e dalla malva. Il belvedere, mi scuso per l'acrobazia sintattica!, a cui mi riferisco è Monte San Quirico che tiene sui suoi smussi oltre le giogaie un sistema di ville, di chiese, di ricordi dell'architettura agreste e nobiliare dei secoli rampanti della città e di strade che si inanellano lungo le erte in una configurazione geometrica che sta tra l'otto orizzontale dell'infinito e un nodo marinaro. Le costruzioni hanno i caratteri del capriccio architettonico: morbidezza ed essenzialità, tracce di liberty, colori che richiamano, nelle tonalità, il borgogna, il mattone, l'ocra delle costruzioni delle colline lucchesi. E poi ovunque cancelli, muri di antico assetto, fantasiose combinazioni, imponenza cinquecentesca e fughe futuriste in compagnia di Wright, nel senso di Frank Lloyd. Insomma il bello che si presenta come armonia, delicatezza e stupefacente

 

 

12 ottobre 2026

"L'insostenibile leggerezza dell'essere" di Milan Kundera

 


di Marigabri
 
Uno dei libri più importanti della mia vita.
Quando, appena uscito, fu tra le mie mani in un lontano giorno del 1980 cominciai subito a leggerlo e non fui in grado di smettere fino alla fine. Da quel momento la mia percezione del mondo cambiò. La mia emozione uscì dal corpo forma di lacrime, io non ero più la stessa.
 
La quarta rilettura è ora un ascolto e l’afflato sussurrante di Bentivoglio ben si accorda all’anima profonda del testo.
 
Un libro ancora attualissimo, un romanzo intramontabile, pieno di spunti di riflessione, intelligente, vibrante, unico.
Tomáš, Tereza e Karenin sono parte di me e lo saranno sempre.

08 ottobre 2026

Cella 113 di Lorena Melchiorre


                  Vivere e morire in carcere

di Giovanna Baldini

                Cella 113 di Lorena Melchiorre, Felici Editore, è un libro giallo, ambientato in un carcere, il carcere inesistente di Fossalto.

Gli amanti del poliziesco, declinato in ogni sua sfumatura – giallo, thriller, noir, horror, splatter.. – hanno conosciuto detective di ogni tipo. Sono poliziotti, carabinieri, magistrati, investigatori privati, giornalisti, conduttori televisivi di reti nazionali o di canali locali; anche medici di diverse specializzazioni si sono cimentati nell’indagine e nella soluzione di delitti. Mi viene in mente un’anatomopatologa, nata dalla fantasia di una nota scrittrice americana.

      Di solito ognuno di questi eroi indagatori ha avuto nella sua vita passata un dolore insopportabile o ha subito un danno irreparabile o è segnato da una vicenda che lo ha cambiato per sempre. Spesso il fascino per l’investigazione e la conseguente soluzione del caso nasce nella mente dei protagonisti delle storie gialle  da un senso di colpa.

    Il detective è perlopiù un uomo solitario: non ha affetti, è sempre in bolletta, lavora giorno e notte con poche gratificazioni; quando torna a casa trova il frigo vuoto perché si dimentica di fare la spesa.

      Tra i protagonisti di queste imprese di carta, usciti dalla penna di scrittori diventati ormai celeberrimi – Malvaldi, Manzini, Robecchi, Simi…– sinora non si era mai dato che una poliziotta penitenziaria fosse investita dal comandate del carcere di indagare sulla morte sospetta di una detenuta.

     È Laura Rinaldi la protagonista del libro Cella 113, agente dell’istituto penitenziario femminile di Fossalto.

      L’intreccio è presto detto: una notte durante il consueto giro di ispezione la Rinaldi, assistente di polizia penitenziaria, scopre dentro la cella 113 il corpo senza vita di una detenuta. Sembrerebbe una morte per overdose e quindi un caso di facile soluzione, come ne accadono molti ormai nelle carceri italiane. Ma l’agente ha subito il sospetto che qualcosa non torni e comincia un’indagine che si allarga alla cella vicina, quella di una donna, la Malvò, da tutte temuta per il potere che esercita dentro e fuori dall’istituto penitenziario. Lei distribuisce cellulari, droghe e altro. Quindi tiene in pugno tutte le recluse che non possono fare niente contro di lei in un silenzio omertoso. La Malvò è davvero un personaggio opaco e impenetrabile nella sua negatività. Comanda da quando, giovanissima, finì in carcere. Una vita dolorosamente segnata da una famiglia violenta che ha cercato di dimenticare imponendosi sulle detenute, prone tutte, agli ordini di chi gestisce la sezione.

     Anche Laura Rinaldi, però, è forte e decisa a far valere il rispetto della legge, spezzando la catena che tiene prigioniere le donne del Femminile. L’agente indaga accuratamente sulla vita privata della Malvò. Sfoglia tutti i fascicoli con i reati precedenti, le condanne e gli anni ancora da scontare. La vita della detenuta è ora nelle sue mani e può, alla fine, agire…

     La scrittura procede con una sintassi spezzata. Periodi brevi o brevissimi. Frasi a volte di una sola parola o un solo verbo. Per tenere alta la tensione sia dei movimenti delle detenute sia  dell’operato dell’assistente, cauta e precisa. Sino all’epilogo.

      Il coraggio e la determinazione della Rinaldi, affiancata da Rita, una collega, fortemente motivata alla soluzione del suicidio/omicidio, spingono alcune recluse a parlare… E il Bene trionfa sul Male.

     L’Autrice, alla sua prima esperienza di scrittura, si rivela profonda conoscitrice del mondo carcerario, un mondo difficile, e per molti aspetti sconosciuto ai più, e per questo interessante per i lettori. Non si può non ricordare che Lorena Melchiorre è stata per trent’anni agente di polizia penitenziaria e che il romanzo è la narrazione di molte esperienze vissute all’interno di un istituto di reclusione. L’atmosfera cupa, il severo rigore delle regole, le chiavi che aprono e chiudono i blindo delle celle; la diffidenza dei ristretti, il difficile rapporto tra custodi e custoditi … si sciolgono, a mio modesto parere, in un happy end precipite che, se consola il lettore, raramente si dà nella vita di ogni giorno.

Lorena Melchiorre, Cella 113, Felici Editore, Pisa 2026, p. 280, euro 16,00

 

 

24 settembre 2026

"Una serata a Volterra con Manlio Cancogni parlando di Cassola" di Daniele Luti


                     Nel febbraio 1994, non so come, trovai il coraggio di invitare Manlio Cancogni a Volterra per una lezione che io volevo intitolare "Storia di una generazione", intendendo quella dei giovani formatisi dentro il fascismo: scuola, associazioni, gerarchie, Littoriali della cultura, riviste, vivacità intellettuale e prove di guerra, anche sui campi di battaglia, non solo virtuali.

             Ma poi il titolo (la democrazia a volte è scomoda o, comunque, deludente soprattutto per gli sconfitti) divenne, non so per suggerimento di chi, "Cassola - Cancogni, Storia di un'amicizia". Il "proponente demagogo" aveva avuto facile vittoria su di me perché sapeva che tutti erano rimasti sorpresi e incuriositi , nel 1978, per lo scontro durissimo che aveva interrotto il rapporto di mezzo secolo di frequentazione affettuosa, costruttiva, fatta di un dialogo intenso, di ironia, di stimoli, di pareri.

 


            Il rapporto tra Azorin (Manlio) e Mirò (Carlo) era, infatti, iniziato, a Roma, sui banchi del liceo classico Tasso dove cominciò anche il loro apprendistato letterario e giornalistico. Ovvero la collaborazione, anche redazionale, con "La penna dei ragazzi", periodico scolastico fondato da Vittorio Mussolini, secondogenito del Duce e compagno di classe di Cassola, di Bruno Zevi, di Paolo Alatri, tutti del medesimo sodalizio, poi Anno XII (e via con la crescita numerica) di cui divenne figura di spicco Ruggero Zangrandi che, nel suo "Lungo viaggio attraverso il fascismo", racconterà esperienza, vicende e formazione politica della sua generazione approdata in gran parte a quel radicalismo che darà i suoi frutti, prima, nel giudicare criticamente l'aggressione banditesca all'Etiopia, poi, nel rapportarsi alla guerra civile spagnola che molti giovani fascisti (si pensi a Romano Bilenchi) sentivano di dover combattere a fianco dei repubblicani e non del gruppo oscurantista di Francisco Franco, infine nell' "insorgere per Risorgere " degli anni del disagio seguìto alla squallida, vile fuga del piccolo re e di Badoglio. Sodalizio, quello di Manlio e Carlo, che continuò nel periodo universitario e che li vide, attivi e impegnati anche come cinefili e come studiosi della "settima arte". 

              Con Cancogni – stavolta in veste di attore nella parte di un vecchio eccentrico –, Cassola esordì nel cinema nel 1937, anno della scoperta dei Dubliners. Scrisse, infatti, il soggetto del cortometraggio avanguardistico, regista Giuseppe Lanari, Alla periferia (titolo che Carlo utilizzerà successivamente, nel 1942, per una sua raccolta di racconti), prodotto dal Cineguf di Roma e in gara ai Littoriali della cultura e dell’arte di Napoli. È proprio in questa parte degli anni Trenta che l'amicizia diviene sistematica collaborazione culturale: letture, musica, scoperte di registi , René Claire su tutti, ed editing reciproci. Carlo che suggeriva a Manlio la bellezza classica della sottrazione, il gusto dello zampillare improvviso di qualche luce lirica sbocciata dal paesaggio e Manlio che cercava di correggere sviste, le "sciatterie consapevoli"e le maniacalità lessicali dell'amico. Un esempio: far capire al suo sodale che l'uso sovrabbondante, quasi psicotico, della particella MA che, a casa sua nella logica e nella dialettica, obbligatoria nei sistemi sintattici complessi, non era però molto comprensibile nella poetica scarna, essenzialillima di Cassola...appunto.

                Di tutto questo Cancogni ci parlò durante le tre ore della sua splendida, scintillante, geniale riflessione. Davanti a sé, ne sono stato l'allibito testimone essendo, in quanto coordinatore dell'evento, seduto accanto a lui, aveva solo un foglietto giallo nella cui fluttuanza desertica, quasi un simbolo di solitudine cosmica, c'erano solo tre parole: "Pascoli" e "La ruota", vale a dire il poeta più amato da Carlo e la testata di una rivista importantissima, per contenuti, versatilità, spirito critico e sguardo cosmopolita, attiva tra il 1937 e il 1943. Il direttore era Mario Alberto Meschini. Tra i collaboratori più noti della prima delle tre serie si possono citare Carlo Cassola, Carlo Ludovico Ragghianti e Giuseppe Dessì. Dico anche che i numeri pubblicati nel primo anno di diffusione, a cadenza mensile, erano corredati da tavole fuori testo di artisti, tra i quali alcuni esponenti della scuola romana come Mafai, Scipione, Cagli e Afro. Non poco davvero.

               Ma il regalo forse più bello di quell' indimenticabile evento non fu la competenza, la creatività, il fulgido e, a volte, il provocatorio confondere, con improvvisi ribaltamenti di senso, la mediocrità dei catecumeni dei luoghi comuni, ma ciò che Cancogni fu in grado di dire, in modo poetico e ispirato, mentre attraversavamo la città per andare al Palazzo dei Congressi della Fondazione della Cassa di Risparmio di Volterra. Definì i passaggi costanti dai vicoli, che sembrano scavati nella pietra, scivoli che raccontano le diverse pendenze della città in acrobatica scala da e verso il turchese o il plumbeo piovorno del cielo, alle piazze e agli slarghi, le congiunzioni dedaliche di un immenso, logico, straordinario labirinto. Poi, mentre parlava degli artisti più noti della nostra Pinacoteca, rivelò la sua passione per Guido Reni, da lui interpretato come il solitario, malinconico, sublime teorico dell' ideale della bellezza incontaminata alla quale si atteneva contro ogni tentazione di immergersi nella violenza del Vero e, per gli ori trascendentali della pittura trecentesca; inoltre, si soffermò sulla luce che il Beato Angelico, secondo lui, dipingeva non come la gradualità constatabile in natura, ma come il riflesso di un incendio paradisiaco. 

               Poi, improvvisamente, mi chiese di accompagnarlo nel Piano di Castello. Voleva vedere l'Acropoli e il parco Fiumi. Ci muovemmo velocemente verso i basamenti dei templi. Apparivano come una scena teatrale carezzata dal sipario vegetale di un boschetto di lecci annosi. Erano il palcoscenico sospeso sopra le storie scritte in ogni tempo, delle quali arrivava a noi solo il sussurro, la voce antica. Manlio rimase per qualche minuto assorto, poi, levò lo sguardo verso la Fortezza e disse che sembrava di guardare una nave potente in lotta con una tempesta. Appariva sollevata dalle onde. Nella briosa concitazione del discorso, arricchito dal famoso passo del naufragio di Ulisse immaginato da Dante, accompagnava le sequenze con gesti velocissimi. La mano sembrava sottolineare le caratteristiche del luogo lasciato, per volontà dei suoi creatori, in pieno movimento per esaltare la poesia sempre viva nel geniale "disordine" della Natura. Corredo queste mie note con la domanda rivolta a Cancogni in una vecchia intervista ( CFR Marco Cubeddu, I 99 anni di Manlio Cancogni, Nuovi Argomenti, Lug 6, 2015):

                "E se esistesse un Paradiso degli scrittori secondo te chi ci starebbe, e chi vorresti incontrare tu? [...] Ci metto poi Betocchi, ma non so se ci vorrei parlare. E Tozzi, e Cassola certamente, anche se sarebbe difficile rimettersi a parlare dopo la rottura che ci fu tra di noi: c’è stato un grande equivoco fra noi due, che ha reso questa rottura insanabile".

 


                Sono stato indeciso, nel chiudere l'articolo, se fosse il caso di scrivere, a uso e consumo di chi li ignora, i motivi della rottura di un'amicizia così radicata nella giovinezza e così completa, profonda. Forse è giusto che lo faccia, tenendo però lontani da me e dalla mia scrittura, pettegolezzi, illazioni dei malevoli e dei mediocri e anche gli sfoghi dei due amici perché, lo si sa, nel fuoco della polemica e del dolore di una contrapposizione "gridata", possono emergere tensioni e delusioni antiche, vecchie incomprensioni rimaste inespresse. Mi limiterò quindi a dire l'essenziale: nel 1978, Cassola rende centrale nella sua vita di uomo, di intellettuale, di militante di formazione giellista e socialista, il disarmismo, l'antimilitarismo e fonda La Lega per il disarmo unilaterale. Rivolge a molti scrittori e poeti l'invito ad aderire. Riceve molti rifiuti fra i quali quello di Manlio Cancogni. Questo rifiuto e la decisione di Manlio di trasferirsi negli Stati Uniti senza nemmeno avvisarlo radicalizzarono il loro dissenso fino al silenzio. "Non ci sentimmo più", come ha scritto Cancogni.

              Aggiungo con malinconica contentezza che, nel febbraio del 1994, noi " vecchi ragazzacci volterrani" contribuimmo, con la nostra iniziativa, a riconciliare i due compagni di avventure umane, letterarie e politiche. Cancogni parlò, a sette anni dalla morte dell'amico, con rigore, con correttezza e con emozione della loro amicizia presentandola come un sentimento fortissimo che non era, nonostante tutto, mai finito. 

            Avvertenza al lettore: molte delle cose che, in questo memoria, ho sostenuto sono le stesse che ho raccontato al Centro Luigi Russo all'incontro "Molte vite e parole. Dialoghi sull'opera di Manlio Cancogni", promosso dal Circolo Culturale Fratelli Rosselli Pietrasanta nel 2016 (per la precisione, mercoledì 19 ottobre 2016) in collaborazione con l'Università di Pisa e poi confluite nel volume "Arte e Letteratura" a cura di Marcello Ciccuto.