01 aprile 2025

" Taji, una donna ribelle" di Inaam Kachachi

 


L’insostenibile nostalgia dell’esilio

di Giovanna Baldini

Personaggi e interpreti:

Taj al-Muluk, irachena, in esilio;

Widyan, irachena, in esilio;

Mansur al-Badi, palestinese, in fuga da Gerusalemme, in esilio per sempre.

                              Una storia struggente, quella raccontata in Taji, una donna ribelle di Inaam Kachachi, di due donne che la grande Storia fa incontrare in esilio. In fuga dal loro Paese perché le guerre, le rivoluzioni, le ingerenze delle potenze straniere nel periodo postcoloniale del “secolo breve” impediscono una vita pacifica e un minimo di benessere.

       Attraverso percorsi personali complicati, dopo aver viaggiato nel mondo, da Baghdad fino a Karachi, Taji, la giornalista bellissima e libera arriva a Parigi, si ferma, cambia identità e prova a costruirsi una vita francese accanto a un uomo importante che non ama, ma che la protegge.

      L’altra donna, Widyan, esule in Europa, arrivata anche lei a Parigi, con gravi problemi di adattamento per la sua ipoacusia, un giorno, per caso, incontra quella Taj al-Muluk che diventerà l’unico punto fermo della sua vita fino alla vecchiaia. Subito si riconoscono, due donne arabe, irachene, di età e formazione diverse, di carattere profondamente differente:  diventano amiche. Per tutte e due l’altra è una zattera di salvezza e in un rapporto difficile, quasi di amore-odio, non si lasciano più.

       Si raccontano il passato: un po’ vero e un po’ favoloso e incredibile quello di Taji, donna ribelle nel mondo musulmano degli anni Quaranta del secolo scorso, annunciatrice radiofonica a Baghdad, intervistatrice di importanti politici  del tempo, affascinati dalla sua figura.

       Molto scarno, rimosso doloroso, impossibile da condividere, invece, il passato di Widyian, la quale soprattutto ascolta incantata i racconti  straordinari di Taji, che un tempo era diventata la protetta del re Faysal  omaggiata e rispettata dai funzionari di corte e anche dal popolo.

       Mediante i racconti della ormai signora Champion, già avanti nell’età, e i ricordi cartacei, conservati religiosamente, il lettore viene messo a conoscenza di tutti i passaggi politici dell’Iraq dalla monarchia alla rivoluzione di Saddam Hussein. È la distruzione del mondo familiare, sociale e culturale di Taji che apprende la notizia a Parigi e perde per sempre la speranza del ritorno.

       Nel libro la donna diventa così l’emblema di tutti coloro che sono stati costretti a lasciare la propria patria per stravolgimenti politici. Quel mondo medio-orientale che anche oggi è in subbuglio e non dà alcuna garanzia di stabilità.

       Quasi ogni giorno le amiche si vedono, si incontrano per un tè, intanto parlano  e passano la giornata. Dalle loro chiacchiere il lettore percepisce lo strazio di una vita senza più radici identitarie, senza futuro, dove l’unica cosa  che rimane è la loro amicizia.

       Taji prova a vivere di nuovo, si sposa, ha due figli, il suo forte carattere la sostiene, ma ha perso il grande amore, quello che sembrava a portata di mano, Mansur al-Badi, e mai dimenticato.

      Dall’altra parte del mondo, infatti, a Caracas, ormai residente con moglie e figlie e un buon lavoro, egli lascia passare i giorni dell’esilio, come se aspettasse di rivedere da un momento all’altro l’amore della sua vita, l’unico, Taji, che il destino ha separato, inaspettatamente.

     Il protagonista maschile, un po’ in ombra, lontano e in disparte, è, però, sempre presente nelle conversazioni delle amiche, come richiamo del cuore. Torneranno a incontrarsi i due amanti, che amanti non sono mai stati?

     Widyan, invece non ce la fa a vivere in esilio. Rinuncia per sempre all’amore, alle sue passioni, praticamente alla vita, dopo che in patria episodi violenti l’hanno allontanata dal fidanzato.

     Reale è solo il mondo dei ricordi, quello vissuto prima; irrealizzabile la speranza del ritorno a casa; inutile il passare del tempo. Per i tre personaggi la vita vera è altrove.

     Taji e Mansur si scrivono lunghe lettere d’amore e progettano di incontrarsi, Widyan a ogni angolo di strada vede Yussuf che l’ha raggiunta a Parigi e la ama ancora.

       Ma il romanzo non descrive soltanto il dramma della condizione degli esuli, è anche un resoconto puntuale e dettagliato della vita irachena degli anni Cinquanta del secolo scorso. La vita culturale è rappresentata dalla figura della giovane giornalista Taji, donna indipendente e ribelle, mentre quella sociale e politica si scopre attraverso i cambiamenti che i protagonisti devono affrontare: il licenziamento, la chiusura della redazione…

      Su piani diversi in Paesi diversi, Iraq, Iran, Palestina la scrittrice Inaam Kachachi narra i grandi travolgimenti politici che sconvolsero quel mondo nella seconda metà del secolo scorso. E si arriva fino alle soglie del Duemila, quando i nostri personaggi, ormai vecchi e canuti continuano a sognare.

     Il libro è anche uno specchio dell’anima dei protagonisti.

    Considerazioni intime, riflessioni esistenziali, rimandi e citazioni della antica poesia araba o del Corano sono espresse con un linguaggio poetico di una sensibilità a noi sconosciuta risultando  molto coinvolgenti.

    Voglio dire che immergersi nella lettura di opere straniere e, in questo caso, guardando verso il vicino medio-oriente fa bene all’anima e apre la mente.

 

Inaam Kachachi, Taji, una donna ribelle, Collana Gli altri, traduzione dall’arabo di Elisabetta Bartuli, pp. 360, euro 20,00

 

 

   

 

15 marzo 2025

" Il brodo primordiale del romanzo poliziesco" di Luciano Luciani

 


Il brodo primordiale del romanzo poliziesco

 di Luciano Luciani

Alla creazione del romanzo poliziesco hanno contribuito senza dubbio i formidabili mutamenti economici, sociali e culturali in atto durante tutto il XIX secolo favoriti da importanti innovazioni tecnologiche che pongono le basi per un’inedita espansione della evoluzione civile: il treno, il telegrafo, la fotografia e più tardi il telefono, il cinema, la macchina per scrivere cambiano nel profondo i modi di vivere lo spazio, il tempo e gli stili di vita. 

Se il capitalismo imperialista tende a unificare sotto il proprio controllo tutti i continenti e la vita umana si mondializza, la fotografia e più tardi il cinema consentono di avere contezza di come realmente esistono uomini, paesaggi e paesi mai visti e mai direttamente visitati. Declinano le macchine a vapore progressivamente sostituite da quelle elettriche. Le luci, prima a gas, poi elettriche, illuminano le città. La natura tende a diventare artificiale, a trasformarsi in una seconda natura, questa creata e governata esclusivamente dall’uomo. L’intero campo dell’esperienza umana risulta radicalmente sconvolto. 

Ne risentono le arti, la letteratura, la poesia... L’orizzonte dei letterati non è più quello della tradizione arcadica: i loro panorami sono ora gli asfalti grigi, le strade scintillanti di luci artificiali e di merci, l’anonima folla urbana. L’intellettuale subisce le trasformazioni intervenute nella società e si aggira spaesato ed estraneo nella sua stessa città.

Forte l’incremento della popolazione delle periferie che vive in condizioni misere e nell’assenza delle più elementari coperture sociali. Nei quartieri proletari delle città industriali si addensano masse di ex contadini rimasti senza terra: la loro condizione è fatta di sporcizia, malattie, fame, sfruttamento soprattutto delle donne e dei bambini. Ne consegue un preoccupante aumento della criminalità e la sempre più assillante e angosciata percezione di questo fenomeno presso l’opinione pubblica. 

Cresce, comunque, il numero degli alfabetizzati e dei lettori e si allarga l’interesse della stampa popolare per la cronaca nera: negli anni a metà dell’Ottocento si moltiplicano le grandi inchieste sociali sulla delinquenza, sulla prostituzione, sull’alcolismo e i dibattiti sui diversi sistemi repressivi e penitenziari. 

Un esempio è rappresentato in Francia dalla importante opera di Frègier, Sulle classi pericolose della popolazione nelle grandi città, apparso nel 1840. Va anche ricordato che sempre in Francia non erano pochi gli scrittori di romanzi d’appendice che traevano ispirazione dalla “Gazette des tribunaux”. Dalla paura per le masse proletarie ne deriva la tendenza a studiarne la psicologia e i comportamenti. E se all’inizio esse sono viste come naturalmente portate alla criminalità - La folla delinquente del 1891 è il titolo significativo di un importante studio sull’argomento dello psicologo e criminologo italiano Scipio Sighele - successivamente il medico francese Gustave Le Bon corregge questa considerazione pessimistica e nel suo La psicologia delle folle del 1895 giunge a una posizione più equilibrata individuando nella massa una moralità collettiva disposta sia ai peggiori delitti sia ai più grandi atti di eroismo e di sacrificio. 

Intanto a Milano, la più europea delle città italiane, Ludovico Corio pubblica un libro ferocemente classista, Milano in ombra. Abissi plebei, 1885, in cui possiamo leggere che la plebe costituisce la “pellagra sociale”, è corrotta, è feccia che odia le classi elevate, segnata da tratti somatici peculiari che lombrosianamente la individuano e la distinguono. Una razza a sé, di cui aver timore e da controllare costantemente.

Decisivo, poi, il largo sviluppo di un esteso spirito razionalista e scientista proprio dell’età del positivismo, quell’indirizzo filosofico che nato in Francia nella prima metà del XIX secolo si sviluppò nella seconda in tutti i paesi europei a partire dall’Inghilterra in cui sempre più spesso si attivano procedure d’identificazione e conoscenza a partire da dettagli apparentemente secondari, oppure da piccoli eventi marginali. 

Non bisogna, poi, trascurare il fatto che nella sua fase aurorale il romanzo poliziesco, ancora privo di autonomia, ancora non consapevole della propria esistenza e dei propri statuti, si alimenta anche di suggestioni letterarie attingendo anche ad altri generi: per esempio la bibliotheque bleue  (collana di libri economici in cui erano pubblicati romanzi d’avventure, cavallereschi o storie di briganti), romanzi gotici inglesi,  cronache giudiziarie, le biografie romanzate di banditi e briganti, le memorie di funzionari di polizia… Un pentolone ribollente da cui, circa a metà del XIX secolo, emergeranno con più nettezza e consapevolezza le strutture portanti di un genere letterario che doveva segnare di sé quasi due secoli di storia letteraria a venire.

 


 

09 marzo 2025

"Caro Michele" di Natalia Ginzburg


di Marigabri

Qui si passa la vita a farsi pena agli uni con gli altri”

Al contrario di Lessico famigliare questo non è il racconto di una “tribù“, come la definisce Cesare Garboli, unita da un comune sentire che rappresenta un vincolo di forte appartenenza, nonostante le difficoltà e le distanze.

“Caro Michele” mostra invece una serie di atomi dispersi: individui in bilico che non riescono a trovare una compiutezza, a darsi una forma, tra loro somiglianti solo per una profonda inadeguatezza a vivere, a trovare il proprio posto nel mondo.

Attraverso il racconto epistolare, interrotto da qualche narrazione in terza persona, conosciamo Michele (pur senza conoscerlo davvero), ragazzo sbandato e inquieto, in fuga perenne e alla ricerca di non sappiamo bene cosa, e conosciamo Adriana, la madre, che attraverso le sue lettere, va cercando un contatto impossibile col figlio lontano, ben consapevole del fallimento di questa relazione mancata.

Ci sono poi le sorelle, c’è il fedele ma indecifrabile amico, ci sono altri personaggi che arrivano come comparse in una scena sempre un po’ vuota, ma soprattutto c’è Mara, la ragazza un po’ folle che cerca ovunque e da chiunque asilo e protezione per lei e per il figlio appena nato, che forse è di Michele, ma forse no.

Sono gli anni Settanta, gli anni della lotta politica e dell’amore libero. C’è la violenza di piazza e ci sono le droghe, c’è il fallimento di una generazione che voleva cambiare il mondo e non è riuscita a cambiare se stessa.

Lo stile dimesso, il tono monocorde, insomma il distacco con cui Natalia Ginzburg tesse le fila del suo racconto è avvincente e raggelante insieme, proprio come la stagione in cui la vicenda si dispiega, l’inverno. Perché anche quando l’estate arriverà sarà impossibile percepirne il sollievo e il calore.

 Natalia Ginzburg. Caro Michele, Einaudi.

27 febbraio 2025

"La malinconia di Maigret, uno come noi" di Luciano Luciani

 


      


               Nella storia del romanzo poliziesco la Grande Svolta avviene a ridosso degli anni Trenta, grazie alle opere di Georges Simenon che riescono a compiere una duplice operazione: riscattare il romanzo poliziesco dalle critiche, tanto facili quanto diffuse, di imbecillità stilistica ed emanciparlo dalla fama di essere una letteratura dai contenuti solo violenti e volgari. Il lascito più importante del torrentizio letterato francese è stato, infatti, quello di essere riuscito a far leggere il poliziesco anche a quel pubblico colto che si era sempre vantato di non aver mai letto una pagina di letteratura ”di genere” e di opere “paraletterarie”.

      Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989) è stato uno scrittore destinato a influenzare il romanzo poliziesco per oltre mezzo secolo e a esercitare sulla sua trasformazione un peso pari, se non maggiore, a quello dello scozzese Arthur Conan Doyle (1859-1930), il “babbo” di Sherlock Holmes e del dottor Watson suo aiutante e cronista, e dello statunitense Dashiell Hammet (1894-1961), creatore dell’investigatore Sam Spade, in pagine ammirate dai contemporanei, non ultimo da Ernest Hemingway, per una scrittura diretta e incisiva. Anche Simenon è un “forzato della penna” - come i grandi scrittori d’appendice, Balzac, Zola e, si parva licet, Maurice Leblanc e la coppia Allain-Souvestre rispettivamente inventori di Arsenio Lupin e Fantomas – ed è autore di non meno di cinquecento romanzi, solo settantasei dei quali - insieme a ventotto racconti - appartenenti alla serie di Maigret. Oggi, comunque, il letterato belga è conosciuto universalmente e quasi esclusivamente per essere il creatore del celeberrimo commissario parigino della Prima Brigata Mobile, uno dei più noti personaggi della narrativa cosiddetta “gialla”.

     Gran parte del fascino, ancora attuale, di Maigret non risiede solo nella malinconia di cui è intriso il personaggio, ma soprattutto per il suo metodo d’indagine: quel suo calarsi nell’atmosfera del delitto, quel sapersi immedesimare nei pensieri e nei sentimenti della vittima e del colpevole anche quando quest’ultimo non ha ancora un’identità, fin quasi ad appropriarsene in virtù di uno specialissimo rapporto empatico che il commissario parigino riesce a stabilire sempre, tra lui, imperterrito cacciatore della verità, e la sua preda, l’autore del crimine.

    Simenon si fa apprezzare più nel definire le ambientazioni che nello strutturare le trame. I suoi interni provinciali e piccolo borghesi, le sue atmosfere familiari, i suoi bozzetti di vita urbana e rurale, sempre improntati a un grigio e pacato naturalismo, tendono a persistere nella memoria più a lungo di tante cervellotiche architetture delittuose. “Io non penso mai”, dice talvolta Maigret; “Io non tiro conclusioni”; o anche “Io non ho idee”. Talvolta la consegna del colpevole alla giustizia è del tutto secondaria e Maigret sembra rassegnarsi al ruolo di poliziotto proprio perché non può proprio farne a meno. Dalle prime inchieste Pietr Le Letton, 1929, L’affaire Saint-Fiacre, 1932, Le testament Donadieu, 1937, Maigret è rimasto immutato come la sua Parigi, anche se nel corso dei decenni il personaggio si è fatto più maturo e amaro: la miseria morale lo turba nel profondo come un elemento che mortifica la dignità dell’uomo e ne accentua un sentimento di solitudine esistenziale di fronte all’ennesima vicenda che gli ripropone, ancora una volta e una volta di più, il tema della tossica invincibilità del male.