31 ottobre 2008

La musica al tempo delle crociate

di Nicola Amalfitano

Deus vult! Dio lo vuole!, così Pietro l'Eremita, chiamando alle armi per la difesa del Santo Sepolcro, dava inizio alla prima Crociata, nota come "Crociata dei poveri".
Nei secoli XII e XIII il tema delle Crociate si aggiunge a quello amoroso, religioso ed epico, appartenenti alla tradizione trobadorica, e si adottano nuovi strumenti musicali sull'influsso delle sonorità orientali, principalmente arabe.
L'organo è ancora lo strumento principe per l'accompagnamento liturgico; le corti risuonano della melodica arpa e in esse si diffondono, per la loro facile portabilità, la viella ad arco, la ghironda e il liuto; si fa uso anche di strumenti più tipicamente militari quali il flauto traverso, la tromba diritta, il tamburo.
In quegli anni le forme musicali si modellano sul canto piano e il dramma liturgico, senza che il canto profano abbia guadagnato ancora una identità ben definita.
La Chiesa con la liturgia, la preghiera, il canto dei salmi quotidianamente offre occasioni di canto. Il canto "gregoriano" è preghiera: l'Antiphonarium Cento, un grande libro di canti liturgici raccolti da papa San Gregorio Magno, era legato con una catena d'oro all'altare di San Pietro per la libera consultazione di tutti i pellegrini.
Il dramma liturgico rappresenta eventi delle Sacre Scritture e talvolta episodi di vita dei santi; è una struttura con dialoghi in canto piano dove gli strumenti hanno il mero compito di sostenere la voce, accompagnandola e ripetendone la melodia.
Intorno al 1100, gradualmente si sviluppa la polifonia liturgica: all'unica linea melodia gregoriana si sovrappone una voce spostata di un intervallo di quarta o quinta, le due voci poi chiudono all'unisono. Questa tecnica di abbellimenti diventa via via sempre più sofisticata con la sovrapposizione di parti e voci diverse, dando così origine al mottetto ed alla polifonia vera e propria. Un ruolo considerevole in questo processo di evoluzione appartiene alla Scuola di Notre-Dame con i due maggiori rappresentanti, Leonin e Pérotin.
La polifonia richiede regole precise, una scala di toni esatta ed invariabile, un metodo di scrittura efficace e dettagliato che tenga conto delle armonie sempre più complicate e impossibili da ritenere a memoria.
È merito del monaco benedettino Guido d'Arezzo la codifica della moderna notazione musicale che, insieme al tetragramma, sostituisce la notazione neumatica allora in uso.
Nel XII secolo la musica profana risente ancora dell'influenza liturgica tanto da ricorrere spesso alla tecnica detta "contrafactum": si ripropongono melodie sacre dove il testo religioso viene sostituito da versi licenziosi o burleschi; ne sono massimo esempio i Carmina Burana, raccolta di canti tedeschi del 1230.
Frattanto, grazie all'opera dei menestrelli, trovatori, jongleurs, minnesänger, presso le varie corti si afferma la lirica cortese in lingua volgare; non si scrive solo secondo le convenzioni dell’amore cortese, ma si mettono in risalto anche temi guerreschi ispirati alle Crociate. I canti di crociata danno voce ai diversi aspetti del pellegrinaggio: le pie devozioni lungo il cammino, l'esortazione alla conquista del Santo Sepolcro, le dame in attesa del ritorno dei loro cavalieri. Il mottetto diventa anche strumento di satira.
Tutto questo fermento costituisce una forte spinta propulsiva che determina, finalmente, l'affrancazione della musica profana da quella liturgica; ne è testimonianza l'abbondante produzione di ballate e madrigali in Italia e Francia.

Ancora, comunque, la musica strumentale, intesa come espressione artistica autonoma, non legata a funzioni di accompagnamento, non esiste; intorno al 1325 datano i primi arrangiamenti per tastiera di composizioni vocali.

IL RACCONTO DELL'ISOLA SCONOSCIUTA di José Saramago

recensione di Gianni Quilici

Per la prima volta un uomo aspettò tre giorni alla porta del re per essere ricevuto. Alla fine sorprendentemente il re andò da lui.
“Datemi una barca, disse l'uomo.
E voi, a che scopo volete una barca, si può sapere, domandò il re.
Per andare alla ricerca dell'isola sconosciuta, rispose l'uomo.
Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più. Sono tutte sulle carte.
Sulle carte geografiche ci sono soltanto le isole conosciute.
E qual è quest'isola sconosciuta di cui volete andare alla ricerca.
Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta”.

E' una fiaba del premio Nobel José Saramago.
Protagonisti l'uomo che cerca l'isola che non c'è e la donna delle pulizie (che apriva e chiudeva la porta del re e che, d'impeto, decide di seguire l'uomo in questa avventura ).

E' una fiaba dal timbro leggero e incantato, dato da un linguaggio elementare e cadenzato per bimbi e dall'utopia, che sottende la stessa ricerca.
Perché la ricerca dell'isola che non c'è appare subito inevitabilmente votata alla sconfitta, ma già la predisposizione alla ricerca è, in qualche modo, “abitarla”.
In questo senso la ricerca dell'isola che non c'è è presente nel modo insolito che l'uomo ha di predisporsi di fronte al re, nella sua ostinazione, in quello sguardo che lui posa sulla donna delle pulizie e lei posa su lui, in un sogno che si confonde con la realtà fino a diventare colpo di scena finale: essi stessi isola che non c'è alla ricerca di se stessi.

Ecco, José Saramago riesce ad armonizzare il linguaggio semplice e ripetitivo della fiaba in un'avventura che sotto l'incanto del paradosso e del mistero diventa anche avventura psicologica e poesia. Perché riesce a trovare quel timbro leggero in cui sentimento e ragione con molta semplicità si incontrano. Viene in mente Brecht: “La semplicità che è difficile a farsi”.

José Saramago. Il racconto dell'isola sconosciuta.(O Conto da Ilba Desconhecida), a cura di Paolo Collo e Rita Desti. Einaudi.

30 ottobre 2008

MEIN FÜRER di Dani Levy

La veramente vera verità su Adolf Hitler

di Ilaria Sabbatini

«La misura della soluzione finale, non la deve prendere come una cosa personale» si giustifica Goebbels con Adolf Grünbaum, attore di fama internazionale nella Germania degli anni venti. Solo che il professor Grünbaum - come lui pretende di essere chiamato dai vertici del reichtstag- è ebreo. Si può ridere di Hitler e capovolgere in grottesco il terrore che lo ha accompagnato nella sua perversa parabola politica? Secondo Dany Levy, sì. Non solo si può farlo ma si può proporlo scientemente come provocazione e come catarsi. «Veniamo a conoscere continuamente dei fatti nuovi. Però una vera discussione morale sull'epoca viene sempre evitata» dice Levy. Questo film non ha avuto riconoscimenti né cerimonie, eppure è uno di quelli che, finita la visione, lascia senza parole. Viene da chiedersi cosa si sia svolto in realtà davanti ai nostri occhi, quale sia il sottotesto e non ci sono rispose semplici. Mark Twain sosteneva: « The human race has one really effective weapon, and that is laughter». Questa è in effetti l'essenza dell'opera di Levy. Un'arma incruenta contro la disumanizzazione e le soluzioni manicheistiche. Ricco di citazioni autoriali, il film si pone ad un livello di speculazione molto più complesso di quello che appare, come se avesse molteplici livelli di significato. Le trovate di un fürer impotente, affetto da mille vizi maniacali e vezzi grotteschi sono solo il contorno del vero nodo del racconto. Eppure Levy non mira a caso perché quando gioca sulla difficile infanzia del gerarca si basa sul libro di Alice Miller che, ne "La persecuzione del bambino", ha documentato i maltrattamenti psico-fisici subiti da Hitler per mano del padre. Se questo è lo sfondo dissacrante, in primo piano c'è un altro fatto altrettanto documentato: Hitler ha realmente avuto un maestro di recitazione che gli insegnava la respirazione e i gesti della sua oratoria. Levy da un volto al mentore del dittatore, immagina così che dietro alla sua terribile figura si celi un piccolo attore ebreo che insegna i segreti della retorica al grande demagogo. Di lui il padrone dell'Europa ha bisogno per recuperare la fiducia in sé stesso proprio nel momento più critico della sua tremenda avventura militare. E' il gioco del disvelamento la sempiterna favola che rivela la nudità del re, il quale assume le sembianze insolite del più angoscioso protagonista del Secolo Breve. Onestamente si fa fatica a collocare Mein Fürer tra le commedie perché non corre verso l'epilogo fulminante come il virtuosistico Train de vie, non intenerisce come La vita è bella, non usa la caricatura come The producer, non fa tanto ridere insomma. O meglio non fa ridere programmaticamente bensì trattiene sempre il riso sul confine dello stupore. «Tutto rimane doloroso e fa paura. Il film non offre soluzioni a questo» glossa l'autore. Del resto, visti i tempi che corrono, dubito che ormai faccia ridere perfino il capolavoro di Chaplin cui evidentemente l'intreccio di Levy deve molto. E' una storia la sua che non fa sconti a nessuno: l'ebreo non riesce a uccidere l'incarnazione dell'antisemitismo, fallisce nel tentativo di salvare gli ebrei del proprio campo e può a malapena sottrarre al lager la numerosa famiglia. L'equilibrio del film va cercato altrove, non nella riproposizione di fughe impossibili, storie patetiche o ucronie fantastiche. L'ironia a tratti feroce della sceneggiatura fa piazza pulita di ogni buonismo e pone sarcasticamente domande mirate a scuotere la coscienza civile della nostra epoca. "Perché l'ebreo non si ribella? Niente coraggio? Non avete rabbia?" Grünbaum replica con un diretto micidiale, ma la domanda rimane, oltrepassando l'appartenenza, interpellando tutti indistintamente. Si può ridere del fürer? Certo, si può, perché decostruendo la retorica di regime, di ogni regime, rivelandone l'implicita contraddizione, si scaraventa il mito più oscuro del novecento giù dal podio degli eroi negativi e lo si offre allo sberleffo generale capace di riportarlo alla dimensione di un banale essere umano, meschino nella sua stessa abiezione.

29 ottobre 2008

L'UOMO A ROVESCIO di Fred Vargas

di Gianni Quilici

Leggo questo romanzo del 1999 (pubblicato da Einaudi nel 2006), di Fred Vargas, scrittrice francese, tradotta in 22 paesi, considerata l'anti-Patricia Cornwell. Leggo e attraverso diversi stati d'animo, che certo hanno a che fare con il romanzo, ma riguardano anche e forse sopratutto la mia soggettività.

La prima impressione è superficialmente negativa. Leggo il risvolto di copertina: si parla di un lupo che uccide, ma forse, si scrive, non è una bestia, potrebbe essere un lupo mannaro. La storia non attira il mio immaginario...

Tuttavia inizio a leggere (mi ricordo una recensione entusiasta di uno scrittore-critico-filosofo, Beppe Sebaste, che mi spinse a comprare alcuni dei romanzi della Vargas), fino ad arrivare al punto in cui scatta la seconda impressione: mi avvince.
Essere avvinti è una delle ragioni del leggere. Non l'unica, ma importante. Si legge, perché si vuole conoscere anche lo sviluppo e la conclusione di una storia. A volte perché c'è un enigma; a volte, per l'intensità che trasmette. Qui c'è una visione, che diventa concatenazione, suspence: nel Mercantour, nel Sud della Francia, la presenza dei lupi non è strana, ce n’è un gruppo intero e ognuno di loro ha un nome. C’è pure un giovane canadese che è venuto apposta per fare delle ricerche su di loro. Ad un certo punto, però, iniziano le stragi di pecore negli ovili - gli squarci sulla gola delle bestie fanno pensare a un lupo di enormi dimensioni. Può essere il grosso Crassus che non è stato avvistato da tempo? Finché muore una donna, il che è strano, perché i lupi non attaccano le persone e Suzanne non era certo così stupida da averlo provocato. E i sospetti cadono su un macellaio, che non ha peli ed è un solitario ...

Infine la terza ultima impressione: Fred Vargas è un'abilissima narratrice, non a caso sforna un best seller quasi ogni anno. Il viaggio a tre della ragazza, del vecchio che si sente in colpa per non aver saputo difendere Suzanne e del ragazzo nero, che è stato adottato dalla ruvida e generosa Suzanne, è efficace sia scenograficamente: l’arrancare del camion per bestie sulle stradine nello scenario vasto e impenetrabile della montagna; che per i dialoghi e i pensieri sotterranei che corrono tra loro. Però alla Vargas più che la vericidità della storia, della sua profondità, interessano i colpi di scena e la costruzione di personaggi buoni o simpatici che finiscano per generare partecipazione e identificazione. Il segnale più significativo è come l'assassino sia poco plausibile psicologicamente e come invece sia sconvolgente narrativamente. E come tutto venga spiegato con una banale e deterministica storia. Mi resta difficile immaginare, infatti, che un romanzo come questo si abbia il desiderio di ri-leggere.

L'uomo a rovescio (L'homme à l'envers) di Fred Vargas. Traduzione di Yasmina Melaouah. Einaudi 2006. € 15.50

28 ottobre 2008

Classica. Un approccio consapevole

di Nicola Amalfitano

L'ascolto della musica richiede un approccio consapevole per saper riconoscere e valutare i diversi elementi di una composizione.
Elementi contrappuntistici quali le sovrapposizioni di vari disegni melodici.
Elementi armonici quali:
gli accordi, sovrapposizioni di note in vario rapporto fra loro;
le modulazioni, passaggi più o meno complessi e rapidi fra tonalità diverse.
Elementi sonori, timbrici e tonali in relazione alle voci degli strumenti.
Tutti questi elementi, nel loro insieme, determinano la Forma mediante la quale quale il musicista costruisce la sua composizione e ci trasmette emozioni.
È basilare l'educazione musicale nelle scuole; la lettura di manuali, testi e riviste di settore aiuta a capire tecniche e strutture musicali; questo, però, non è sufficiente per formare gusto e sensibilità.
Bisogna ascoltarla la musica; ascoltarla in casa, nelle chiese, in piazza, nella sale da concerto e nei teatri.
La sensibilità si affina con l'esercizio; possiamo, così, scoprire, individuare e valutare gli elementi strutturali della composizione musicale: gli intervalli, i toni e i modi, gli accordi e le modulazioni, le varie voci che si intrecciano nella polifonia, i timbri vocali e strumentali.
Mi limito ad aprire una piccola finestra sullo sterminato panorama musicale, per proporre un punto di partenza utile a formare una significativa conoscenza di base.

Vivaldi

Le quattro stagioni, concerti per violino, archi e basso continuo.
Un concerto per ogni stagione; sono le composizioni più note, uno dei primi esempi di musica descrittiva.

Concerto n.1 op.10 "La tempesta di mare"
- Concerto n.2 op.10 "La notte" - Concerto n.3 op.10 "Il gardellino"
Libertà formale e fantasiosa di grande presa emotiva, giocata sulla contrapposizione tra soli (concertino) e tutti.

Händel

Musica sull'acqua.
Una suite vigorosa dove danza e concerto si fondono in un insieme ricco di contrasti.

Concerti per organo e orchestra op.7 n. 8-9-10.
È l'organo ad assumere le funzioni di concertino e dialoga con grande libertà espressiva con gli archi.

Il Messia
Oratorio per soli, coro e orchestra: momenti delicati e pieni di suggestione sfociano in brani dalla forza interiore che avvince; il poderoso "Alleluiah" genera emozioni senza fine.

Bach

Concerti brandeburghesi.
Sei concerti grossi differenziati, ciascuno, per l'organico; tutti, però, caratterizzati da una ricca elaborazione tematica e contrappuntistica.

Ouvertures (Suites) n.2 e n.3
Movimenti di danza che rappresentano efficacemente l'aspetto frivolo di Bach; molto conosciute e di grande effetto la Badinerie della suite n.2 e l'Aria della suite n.3.

L'arte della fuga - Il clavicembalo ben temperato - Le Variazioni Goldberg
La vetta della scienza contrappuntistica del barocco musicale.

Toccata e fuga in re minore.
L'arte contrappuntistica di Bach si esprime ai massimi livelli in una continua ricerca di espressioni e sonorità tendenti all'infinito.

Corali di Lipsia.
Anche questi corali, basati su temi della liturgia luterana, sono ai vertici dell'opera bachiana.

L'offerta musicale.
Da un tema fornitogli dal re Federico II di Prussia, Bach trae uno dei suoi capolavori.

Magnificat
Brano esuberante, solenne; atmosfera brillante ricca di forti contrasti.

Passione secondo Matteo
Capolavoro di tutti i tempi, si caratterizza per la complessità e la maestosità dell'organico.

Haydn

Concerto per violoncello e orchestra
Alle soglie del romanticismo viennese, questo concerto presenta ancora una struttura tardo barocca.

Sinfonia n. 103 in mi bem magg "Rullo di timpani"
Rappresenta la maturità compositiva per il disegno formale e l'accurata dinamica orchestrale.

Mozart

Sinfonia n.41 Jupiter.
Al vertice della produzione mozartiana; il titolo ne evoca il carattere grandioso.

Concerto per pianoforte e orchestra n.20
Dalla notevole forza espressiva, è considerato il primo concerto preromantico.

Serenata in sol magg. Eine kleine Nachtmusik
Piccola serenata notturna, semplice nella struttura e ricca di melodia.

Sinfonie n.38 "Praga" e Sinfonia n.40
Pagine forti, ricche di contrasti con sviluppi anche drammatici.

Messa da requiem
Maestosa, drammaticamente solenne; momenti di malinconia struggente si alternano a ritmi implacabili che rinconducono l'animo alla realtà inquietante degli ultimi momenti di vita.

Beethoven

Sinfonia n.3 "Eroica"
Sinfonia in origine dedicata a Napoleone, dalle proporzioni ampie e maestose.

Sinfonia n.5
Quattro note in apertura, "Ecco il destino che bussa alla porta".

Sinfonia n.6 "Pastorale"
Beethoven fa rivivere in musica la vita campestre, egli stesso per ogni movimento fornisce la descrizione dell'immagine che vuole evocare: "Risveglio di lieti sentimenti all’arrivo in campagna", "Scena al ruscello", "Lieta brigata di campagnoli", "Temporale", "Sentimenti di gioia e di riconoscenza dopo il temporale".

Sinfonia n.7
Definita da Wagner "l'apoteosi della danza" per la ricchezza dei movimenti e dei ritmi.

Sinfonia n.9 "Corale"
Ultima sinfonia del genio titanico che inserisce nel finale l'Inno alla gioia di F. Schiller. Idee nuove che si traducono in forme espressive che rompono gli schemi della tradizione; l'ultimo movimento, finale presto, è quello che presenta maggiori sconcertanti novità sia sul piano tecnico che su quello formale.

Concerto per pianoforte e orch. N.5 "Imperatore" op.73
Dedicato all'arciduca Rodolfo d'Asburgo-Lorena, è il più imponente fra i concerti composti da Beethoven.

Concerto in re magg. per violino e orchestra op.61
Lirismo e cantabilità; Beethoven fa raggiungere allo strumento le più alte vette espressive.

Sonate per pianoforte n.8 "Patetica", n.14 "Al chiaro di luna", n.23 "Appassionata".
Di grande forza espressiva, sono un altro esempio dell'originalità, dell'inventiva di Beethoven che, ancora una volta, rompe e riamalgama gli schemi tradizionali.

Schubert

Sinfonia Incompiuta
Composizione dai forti accenti drammatici, è considerata la più originale e matura tra le sue opere.

Quintetto per pianoforte e archi "La trota".
Partitura allegra e briosa dove le variazioni del IV movimento rappresentano il movimento della trota che, a tratti, emerge dalle acque del fiume e poi ci si rituffa dentro.

Berlioz

Sinfonia Fantastica
I cinque movimenti descrivono episodi immaginari di vita di un artista. Brani di grande presa, che alternano malinconia, furore e angoscia. Chiude un vorticoso fugato che rappresenta un sabba di streghe.

Mendelssohn

Sinfonia Italiana
Opera scritta durante il soggiorno in Italia, fissa le vivaci impressioni suscitate dai paesaggi mediterranei; l'impianto sinfonico e le melodie riflettono uno stile italiano, e nel finale è inserito il tipico "salterello" dell'Italia meridionale.

Chopin

Equivale a dire pianoforte, quindi Studi, Notturni, Valzer, Sonate etc.

Concerto n.2 per pianoforte e orchestra op.21
È la sua prima opera che lo caratterizza stilisticamente. Il pianoforte è assolutamente in primo piano, con l'orchestra in mera funzione d'accompagnamento.

Andante spianato e grande polacca brillante op.22
Un brano molto poetico con l'orchestra in secondo piano per dare il massimo risalto al pianoforte solista.

Brahms

Sinfonia n.4 op.98
Il capolavoro di Brahms che con questa pagina chiude il periodo romantico della sinfonia.

Concerto per violino e orchestra op.77
Opera prettamente lirica, trae ispirazione dal folclore ungherese; per l'elaborazione tematica, si riallaccia in qualche modo al concerto per violino di Beehtoven.

Borodin

Danze polovesiane dall'opera " Il Principe Igor".
Una serie di danze scritte per coro e orchestra; vengono eseguite spesso in forma di concerto mantendendo inalterate le caratteristiche ritmiche e melodiche che le hanno rese famose.

Paganini

Concerto n.1 per violino e orchestra
Scrittura ricca di virtuosismo per il solista, l'orchestra accompagna in forma discreta.

Le Streghe, per violino e orchestra.
Un brano dalle difficoltà tecniche incredibili.

Liszt

Rivoluziona la tecnica pianistica

Concerto n.1 per pianoforte e orchestra
Uno dei più popolari, un pianismo travolgente di forte impatto.

I Preludi, poema sinfonico.
Ispirata alla vita dell'uomo, quest'opera alterna con grande senso dell'equilibrio brio, pace e mestizia.

Wagner

Tannhäuser - Ouverture dall'opera.
L'autore rappresenta con grande forza il conflitto interiore dell'eroe alla disperata ricerca del perdono.

Lohengrin - Preludio dell'opera.
L'autore lo descrive come la "miracolosa discesa del Graal scortato dalla schiera degli angeli, e la sua consegna agli uomini eletti".
Un sentimento ultraterreno, espresso con il sapiente dosaggio dei tempi.

Parsifal - Preludio dell'opera.
Wagner tratta i temi della cristianità: amore, fede, speranza; una pagina ricca di espressività.

Ciaikovski

Suite dai balletti: Lo schiaccianoci - Il lago dei cigni

Sinfonia n.6 "Patetica"
Pervasa da pessimismo, da sfiducia nella vita, è il testamento spirituale dell'autore.

Musorgskij

Quadri di una esposizione
Originariamente scritti per pianoforte, i brani rappresentano le sensazioni provate di fronte alla forza espressiva dei dipinti.

Una notte sul monte calvo
Poema sinfonico "a progamma" dove si immagina un sabba di streghe ai piedi del Monte Triglav, vicino Kiev.

Rimskij Korsakov

Capriccio Spagnolo op.34.
L'autore si rifà al folclore spagnolo introducendo ritmi e sonorità tipiche; è un lavoro brillante dove l'orchestra è tenuta ad esprimersi con grande virtuosismo.

Grieg

Peer Gynt suite n.1 e 2
Scritte su richiesta di Ibsen, queste musiche di scena evocano paesaggi nordici, hanno una struttura melodica molto semplice ma d'effetto.

Mahler

Sinfonie
Autore post romantico innova in maniera molto singolare la sinfonia con l'uso sistematico della voce umana, inoltre allunga in maniera inusuale la durata della esecuzione.

Debussy

Prelude à l'après midi d'un faune - La Mer
Inaugura in musica il periodo impressionista; non più pagine esteriormente descrittive, ma impressioni, sensazioni che l'autore ci trasmette.

Respighi

Le fontane di Roma
Un poema sinfonico sul modello classico con influenze impressionistiche; probabilmente una delle sue migliori composizioni.

24 ottobre 2008

SUPERVITA di Marco Bacci

di Maurizio Della Nave

Tratto dall’introduzione: …un gruppo di partigiani viene aiutato nella lotta contro i tedeschi da un aviatore venuto da molto lontano; una macchina permette di viaggiare nello spazio-tempo ma lascia dietro di sé le “ombre” delle persone che l'hanno utilizzata; un mondo parallelo quasi identico al nostro, tranne che il tempo è sfasato di una cinquantina d’anni, i nazisti hanno vinto la seconda guerra mondiale e Philip Kindred Dick è solo il personaggio di un romanzo; un software al cui interno viene conservata l’identità neuronale delle persone decedute in attesa di reimpiantarla in un altro corpo...

Uno straordinario romanzo avant-pop, caleidoscopico, carnale, virtuale. Un ingegnoso e appassionante tour-de-force narrativo che trascende i generi e in cui si mescolano e confondono Beppe Fenoglio e gli X-Files, Philip K. Dick e Jorge Luis Borges, William Gibson e Alexandre Dumas...

Marco Bacci è un giornalista e critico cinematografico, abbastanza sconosciuto come scrittore anche se ha scritto quattro o cinque libri niente male ( tra gli altri “Giulia che mi sfugge”, anch’esso particolare e fresco nello stile)...

“Supervita”. Marco Bacci. (Marsilio Editore. 16,00 euro).

PASSAGGI DI CARRIERA ( "Career Move" ) di Martin Amis

recensione di Gianni Quilici

Il progetto editoriale una volta tanto (è stato) utile, non parassitario: allegare ai giornali La Repubblica e l'Espresso un racconto in versione originale con traduzione a lato. Libretti smilzi (Short stories, appunto) da leggere (e meditare) nell'arco di una sera o di un viaggio...
Uno di questi è “Passaggi di carriera” (Career Move), tradotto da Massimo Bocchiola, di uno degli scrittori inglesi contemporanei più noti, Martin Amis.

Racconto di due “intellettuali”: un poeta di successo, che vive in una bella casa e si accompagna con ragazze bellissime; l'altro uno sceneggiatore sfigato, costretto a fare un altro lavoro, che invia ad una rivista semi-clandestina sceneggiature su sceneggiature, spesso, senza alcuna risposta. Anche il poeta di successo deve comunque penare, perché vive in un ambiente superficialmente formalista con tutte le meschinità del caso.

Il racconto non mi “prende”. A fine lettura constato: poca tensione, nessuna emozione. Perché la critica che Martin Amis fa di questi ambienti è fin troppo facile. Nessuno si salva: ne' i due co-protagonisti, ne' tantomeno il mondo editoriale con le sue conversazioni sul niente.. Ed è appunto in questo generale deserto che non trovo appigli. Non perché non c'è positività, ma perché questa negatività generale è, per così dire, priva di dialettica: troppo lineare, troppo leggera. Come se l'autore stesso non fosse molto diverso da loro. Consapevole certo, ma, più che altro, dello strato comportamentale e delle conseguenti chiacchiere. Si legga di contro “L'integrazione” di Luciano Bianciardi, dove sotto l'ironia sarcastica palpita una autentica disperazione.

Martin Amis. Passaggi di carriera (Career move). Traduzione di Massimo Bocchiola. La biblioteca di Repubblica-L'Espresso. Pag. 71.

15 ottobre 2008

TRISTE, SOLITARIO E FINALE di Osvaldo Soriano

nota di Gianni Quilici

La storia sorprende: è un grande sogno pop, dove incontriamo un vecchio Stan Laurel, celebre, ma ignorato sull'orlo della fame, Marlowe povero e imbiancato,un John Wayne muscoloso e borioso,un Chaplin fragile e vigliacco e lo stesso Soriano, giornalista argentino ad Hollywood.

La bellezza del romanzo è nella malinconia, nel malessere, nel vuoto di orizzonti, in cui l'azione da noir poliziesco: cazzottate, sparatorie, inseguimenti, non hanno senso; sono solo un turbinio dietro cui leggiamo il vuoto, di una Hollywood morta.

Osvaldo Soriano. Triste, solitario e finale. Vallecchi.

Musica classica: solo uomini i compositori?

di Nicola Amalfitano

"Non ci sono donne compositrici, non ci sono mai state e, possibilmente, mai ci saranno". Sir Thomas Beecham, Direttore d'orchestra.
(International Encyclopedia of Women Composers, di Aaron I. Cohen, New York, 1981)

"Non c'è paese senza musica creata dalle donne. L'umanità sarebbe più povera senza il nostro contributo. Quando nascono i bambini, le madri cantano." (http://www.donneinmusica.org/pagina-biblioteca-archivio.htm)

Oggi sembrano superati i pregiudizi sulla creatività musicale della donna, eppure, per quanto riguarda la musica classica, la presenza di donne compositrici nelle riviste di settore, nelle opere editoriali di grande divulgazione, nei cataloghi discografici, è pressoché nulla.È storicamente evidente la posizione di inferiorità in cui sono state tenute le donne e questo ha generato, fra l'altro, il tardivo interesse nello scoprire il loro contributo artistico. Indubbiamente, le compositrici pagano lo scotto di un passato che relegava il ruolo della donna in ambito musicale ad uno spazio circoscritto all'intrattenimento degli ospiti o al diletto personale; un velleitario fatto di etichetta. Un esempio eclatante è dato da Leopold Mozart che si dedicò completamente al più giovane Wolfgang, ignorando il grande talento musicale da tempo espresso dalla figlia Maria Anna. C'è stato anche il tempo in cui alla donna era proibito suonare uno strumento pubblicamente, o fare parte di un'orchestra. Ma nelle case, nel chiuso dei monasteri, la donna componeva e suonava anche senza ambire ad un'eventuale, quanto improbabile, pubblicazione delle sue opere.
E anche l'arte pittorica, nella storia che si snoda attraverso le sue molte rappresentazioni, ci mostra una donna il cui talento si sprigiona nell'uso degli strumenti, piuttosto che nella meraviglia della composizione.
Eppure, già dalle più antiche civiltà le donne compositrici fanno parte del mondo musicale: sono le sacerdotesse babilonesi e quelle egiziane, le etére greche, le cantatrici arabe.
Nel Medio Evo, in Provenza, le "trobaritz" scrivono composizioni dedicate ai loro cavalieri; nei monasteri, suore si dedicano alla composizione di musica sacra; la mistica Hildegarde von Bingen è autrice di una ricca raccolta di canti sacri. Nel Rinascimento fra le tante autrici di madrigali, cantate, melodrammi, spiccano Barbara Strozzi e Francesca Caccini, figlia di Giulio.
Nel Seicento e nel Settecento ricordiamo nomi quali Isabella Leonarda, suora orsolina, Elisabeth Jacquet de la Guerre e Marianna de Martinez; ad esse si affianca Maria Rosa Coccia, prima donna a fregiarsi del titolo di Maestra Compositora dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma.
Nell'età romantica ecco risaltare Fanny Mendelssohn e Clara Wieck Schumann; in tempi a noi più vicini, Cecile Chaminade, Biancamaria Furgeri, Teresa Procaccini.
E questi nominativi sono soltanto alcuni degli oltre 6000, catalogati dalla International Encyclopedia of Women Composers.
Ricerche musicologiche confermano che nel periodo tra il 1000 e il 1700, in Italia, sono state tramandate musiche di ben seicento compositrici.
In generale, è possibile ricondurre le musiciste-compositrici a quattro grandi categorie: le viandanti, con melodie, riti e tradizioni popolari; le figlie di musicisti che diventano, a loro volta, professioniste del cantare, suonare e comporre; le donne nobili e le “ben maritate” che alimentano il “mecenatismo culturale” e spesso compongono; le monache, che sfidano la Chiesa e il papato pur di produrre una propria musica.
(Una visione diversa - La creatività femminile in Italia tra l’anno Mille e il 1700, a cura di Patricia Adkins Chiti, Electa, 2003)

Letture e approfondimenti:

International Encyclopedia of Women Composers, Aaron I. Cohen, New York, 1981: informazioni biografiche, bibliografiche e discografiche su circa 6200 compositrici.

"Womencomposers", ricco database con biografie, è disponibile a questo indirizzo http://www.kapralova.org/DATABASE.htm

Fondazione Adkins Chiti: Donne In Musica http://www.donneinmusica.org/

La "Fondazione Adkins Chiti: Donne in Musica" nasce nel 1996 come evoluzione del movimento Donne in Musica che, sul finire degli anni '70, aveva iniziato ad occuparsi della promozione e della presentazione di musica creata e composta da donne in ogni tempo ed in ogni parte del mondo.

09 ottobre 2008

"MIRACOLO A SANT'ANNA" di James McBride

Recensione di Paolo Fusco

Ho letto con partecipazione la toccante lettera della Signora Didala Ghilarducci, e vorrei dire anche io due parole sul film "Miracolo a Colognora" di Spike Lee.
Concordo pienamente con la Signora Ghilarducci circa i palesi errori storici nella questione partigiana, mi permetto semmai di aggiungere che la signora ha indirizzato la sua lettera aperta a Spike Lee, forse dovremmo aggiungere tra i destinatari anche James McBride, autore dell'omonimo romanzo che Lee ha trasposto sugli schermi. Sono responsabili entrambi, senza scuse: il romanziere per non aver fatto sufficienti ricerche, il regista per essersi fidato troppo del romanziere.
Syd Field, professore (peraltro americano anche lui) autore del bellissimo saggio "Il film sulla carta" fornisce semplici regole per scrivere una sceneggiatura. La prima regola è: una volta stabilito il titolo, descrivere la storia in 10 righe.
Allora signor McBride come si intitola il suo racconto? "Miracolo a Colognora"?, benissimo, ora ci descriva la storia in 10 righe. "Il racconto parla di un gruppo di soldati di colore americani, che durante un'azione sul fiume Serchio si trovano separati dal proprio battaglione, e giungono in un piccolo paese, Colognora, molto vicino alle linee nemiche. Qui vengono a conoscenza delle azioni di un gruppetto di partigiani, tra i quali si mormora che si annidi un traditore, la cui identità effettivamente viene poi svelata. La storia ha un epilogo oltre 40 anni dopo, in America, dove l'unico soldato sopravvissuto (miracolosamente?) alla rappresaglia nazista a Colognora riconosce ed uccide il vecchio rivale". Ottimo signor McBride, la storia di "Miracolo a Colognora" è scritta bene. Come? Il titolo non è "Miracolo a Colognora" ma "Miracolo a Sant'Anna"? Non capisco....
E nemmeno io, spettatore italiano, capisco. Forse perché ho letto il libro di Syd Field. Caro professor Field, questi due scolari, Lee e McBride sono da bocciare entrambi! Hanno sbagliato già nella prima riga del loro progetto: hanno sbagliato il titolo!
Non voglio prendere le parti nè degli autori, nè della signora Ghilarducci, ma vorrei dire a quest'ultima che comprendo il suo profondo risentimento. Però l'errore storico (inequivocabile) è "figlio" di un errore precedente, errore di scrittura. Se l'errore storico offende le famiglie delle vittime ed i partigiani, l'errore di scrittura offende tutti noi spettatori. Comprendo benissimo che i sentimenti di chi ha vissuto in prima persona quei fatti non possono essere paragonati all'indignazione ben meno meritoria di un semplice spettatore, però questo io sono e come tale parlo. Se fossi stato partigiano o se avessi vissuto ciò che ha vissuto la signora sicuramente anche io avrei scritto la lettera che ha scritto lei. Non avendo la sua esperienza, mi limito a parlare di ciò che conosco, il cinema appunto.
In buona sostanza quindi, questo è un film scritto da americani, per un pubblico americano. A nessuno di loro importava veramente di Sant'Anna. E questa a casa mia si chiama strumentalizzazione, o se vogliamo opportunismo. Conosco i precedenti lavori di Spike Lee, e li ho amati. "Miracolo a Colognora" è un bel lavoro che fingendo di parlare della guerra mondiale in realtà parla della condizione dei soldati di colore in america, e lo fa bene, com'è nello stile di Spike Lee. "Miracolo a Colognora" ha una struttura semplice, senza grandi introspezioni, e con qualche grossolana approssimazione, come il pubblico americano medio (purtroppo) richiede, con un finale in cui i protagonisti si devono "per forza" incontrare di nuovo (che ha tanto il sapore del topolino del "miglio verde" piuttosto che dell'"Amico ritrovato" di Fred Uhlmann). "Miracolo a Colognora" è retorico, ha dialoghi mediocri, come buona parte del cinema americano. Questi sono secondo me i difeftti di "Miracolo a Colognora".
"Miracolo a Sant'Anna" non ha tutti questi difetti.... perchè non è ancora stato girato.

07 ottobre 2008

"MIRACOLO A SANT'ANNA" di Spike Lee

Contravvenendo alle norme redazionali che ci siamo dati in questo blog,
pubblichiamo una lettera che forse merita di essere più conosciuta.

LETTERA APERTA A SPYKE LEE di Didala Ghilarducci

Gentile regista, mi chiamo Didala Ghilarducci. Sono una vecchia
partigiana. Mio marito, Chittò, fu ucciso dai nazisti sui monti
versiliesi alcune settimane dopo la strage diSant’Anna di Stazzema, in
quel terribile agosto del ‘44. Mi sono risolta a scriverle perché
quello che leggo sui giornali a proposito del film che lei sta girando
mi fa sentire il cuore pesante come un macigno.
Pare infatti che nel film si avvalori la falsa tesi che la strage
venga compiuta a causa della ricerca di partigiani presenti in paese.
E’ una falsa tesi che i detrattori della Resistenza hanno sempre
sostenuto per dare ai partigiani la colpa di quella strage. Tutte
queste voci che si rincorrono sul contenuto delle scene girate a
Sant’Anna, se possono poco turbare lei, danno agli uomini ed alle
donne della Resistenza italiana una dolorosa inquietudine.
So che lei è un grande regista, so che nei sui film è riuscito sempre
a raccontare drammi, dolori ed oppressioni che ci hanno emozionato ed
hanno fatto crescere la coscienza civile anche qui in Europa. Di
questo soprattutto le sono grata. Ho lottato una vita per la
democrazia, i diritti civili e la libertà che non posso non trovarmi
accanto a chi combatte e denuncia ingiustizie e sopraffazioni. Proprio
per questo vorrei essere altrettanto brava da poterle non solo
spiegare, ma farle sentire in qualche modo, perché ogni finzione, ogni
aggiustamento di quanto avvenuto a Sant’Anna di Stazzema mi pare, ci
pare, inaccettabile.
Quando le persone, una comunità, hanno vissuto un lutto così profondo
e traumatico, comprenderà che conservino sul tema una sensibilità
esasperata dal dolore che brucia ancora la carne a distanza di
sessant’anni. Nel raccontare la sua storia, una storia importante non
solo per il suo Paese, lei ha scelto di fermarsi su quella piccola
piazza davanti alla chiesa, a Sant’Anna. Una piazza che io, come
altri, ho visto nel suo orrore reale ed inenarrabile nel ‘44. Il vento
può aver portato tra i boschi e verso il mare la cenere di quel rogo,
ma l’angoscia, il pianto e il sangue restano aggrumati là e resteranno
là nel tempo e nelle nostre coscienze di uomini e donne. Se lei,
gentile regista, si soffermerà in questo pensiero allora capirà come
non sia possibile in quella piazza raccontare un’altra morte.
Non lo possiamo fare per le vittime, non lo possiamo fare per quei
ragazzi e quelle ragazze della Resistenza rimasti sui monti insieme a
loro a ricordarci per sempre l’orrore della guerra e il prezzo
altissimo della libertà. Se togliamo loro la storia, allora li
priviamo del senso della loro morte. E questo non è possibile in
quella piazza. In un’altra ricostruita altrove, ma non lì. Non riesco
ad immaginare che per raccontare una storia di diritti e di persone si
finisca per sottrarre la propria storia ad altre vittime. Ecco,
gentile regista, le ho aperto il cuore nella speranza che in qualche
modo da lei possa giungere una risposta che ci faccia comprendere che
il senso del faticoso cammino di impegno civile, di riconciliazione
che come comunità e persone abbiamo ricercato e percorso in questi
sessant’anni, non sarà disperso.
6 novembre 2007


Di nostro ci mettiamo il suggerimento di visitare i seguenti link:

* Atti integrali dell'inchiesta sulla strage di Sant'Anna di Stazzema


* Tribunale militare di La Spezia, sentenza per l'eccidio di Stazzema


* Una mattina di agosto - puntata integrale de "La Storia siamo noi"

(digitare "Stazzema" nello spazio sotto la dicitura "Cerca nel sito")

06 ottobre 2008

"PER IL BENE DELLA CAUSA" di Alexandr Solzenitsyn

di Gianni Quilici

Trovo a Firenze in una libreria a metà prezzo un racconto-romanzo, forse introvabile, di Solzenitsyn “Per il bene della causa”. Dello scrittore russo ho letto diverse opere brevi, nessun grande romanzo.
Di lui Franco Cordelli, lettore onnivoro e molto perspicace e sempre interessante scrisse che “è il più grande scrittore vivente”. Era.
Ed in effetti in questo racconto, che ha la struttura d'un romanzo breve, S. fornisce un quadro della società sovietica staliniana di straordinaria vivezza ed efficacia.

Ci sono molti aspetti calibrati in sequenze di grande forza visiva:
la scuola e la passione con cui gli studenti hanno lavorato per costruirne una nuova, adeguata alle loro esigenze, in cui stanno per(o dovrebbero) trasferirsi, con la figura di una giovane insegnante appassionata e legatissima a loro in un rapporto reciproco;
l'ispezione di una commissione ministeriale, che decide dall'alto di delegare l'istituto agli usi di una non bene definito “centro di ricerche”, controproducente economicamente, oltre che pedagogicamente;
la disperazione, la rabbia, lo stato di confusione in cui precipita il direttore dell'istituto e gli incontri con il segretario politico della zona e di questo con il segretario regionale (due ritratti vivissimi in se' e nel loro contrasto).

Solzenitsyn dà della società stalinista una rappresentazione articolata: alla passione-dedizione-entusiasmo, di chi si sente parte di una causa collettiva si oppongono l'ottusità, l'intransigenza, il dogma fatto persona dal dio partito.

La scrittura è moderna e duttile, funzionale alla storia. Il primo capitolo sembra quasi una sceneggiatura cinematografica, in cui non contano tanto i personaggi, ma l'affastellamento poliedrico delle voci; mentre in altri c'è lo scontro scultoreo nella sua evidenza tra due volontà, due ideologie.

Alexandr Solzenitsyn. “Per il bene della causa”. Tindalo.

01 ottobre 2008

"TO DIE IN JERUSALEM" di Hilla Medalia

Recensione di Ilaria Sabbatini

Ieri sera, per la serie Doc3 della RAI, ho visto il documentario di Hilla Medalia, regista israeliana che con questo lavoro del 2002 realizzava il suo primo lungometraggio. Il titolo era interessante, la regista una donna, israeliana, così ho voluto capire di cosa si trattasse.
Selezione ufficiale del Jerusalem Film Festival e dell’Edinburgh Film Festival il documentario, più che aprire lo sguardo sulle prospettive di dialogo, pare ostaggio di un cortocircuito di argomenti che si inseguono senza soluzione di continuità. Un potenziale dialogo congelato nella logica della ragione e del torto. Si tratta di due storie parallele, due storie di donne, una palestinese diciottenne e una coetanea israeliana, le cui vite sono intrecciate e fuse nel momento della decisione suicida che solo nella morte le rende simili. La tesi – francamente generalista – è che vittima e attentatrice siano state stritolate da una stessa logica di potere. Il che è sicuramente vero, ma non esime dalla necessità di prendere atto di una situazione che non è semplicemente politica. A due anni di distanza la madre della giovane israeliana decide di incontrare la madre della palestinese, ma il loro confronto è per buona parte uno scambio di accuse che, per quanto giustificate, risultano reciprocamente sorde. L’una rinfaccia all’altra la prassi del suicidio stragista, mentre a sua volta viene inesorabilmente ricondotta all’indesiderabile – e malaccetto – ruolo di occupante. Colpisce il grande risalto riservato dalla regista alla questione religiosa che si esplica nell’intervista collaterale a un’altra aspirante suicida politica palestinese. Il suo tentativo è fallito e la giovane, detenuta in un carcere israeliano, si racconta giustificandosi approssimativamente con il Corano. L’episodio lascia alquanto perplessi perché questa figura di donna non è coinvolta nell’azione suicida di cui tratta il film. Per sua stessa asserzione la ragazza riferisce motivazioni personali – quasi esistenziali – indipendenti dal pensiero di gruppi organizzati, e proprio per questo ancor più disperanti. Forse è questa la caratteristica che la assimila all’altra giovane attentatrice suicida, cui è ascritta la riflessione del film. Ma tornando alle due madri, forse vale la pena soffermarsi sulle modalità del loro incontro dal momento che in realtà si sono potute parlare solo attraverso un collegamento satellitare, a causa delle condizioni imposte dall’occupazione. Non è un dato indifferente, è anzi una chiave di lettura per tutta la paradossale storia ripresa dal film. C’è da chiedersi: possiamo chiamarlo dialogo finché – per entrambe le parti – non è garantita la libertà di spostamento entro e oltre il confine che le isola? Ci può essere confronto finché le posizioni non sono paritarie? E’ comunicazione quella in cui manca la consapevolezza reale della condizione dell’altro? La comunicazione, ben al di là della trasmissione, passa inevitabilmente per la presa di coscienza di una situazione. Ci corre la stessa differenza che esiste tra vedere e guardare, sentire e ascoltare. Forse – prendendo spunto da Dolci – si dovrebbe cominciare ad ammettere a tutti i livelli che la distinzione fra comunicare e trasmettere è la stessa che corre tra potere e dominio.

30 settembre 2008

Classica, dal jingle all'ascolto

di Nicola Amalfitano

..Molti insegnanti si augurano vivamente che un giorno la notazione musicale possa venire insegnata nelle scuole elementari insieme con l'alfabeto...
(Douglas Moore prefazione a Come imparare a leggere la musica, Howard Shanet - B.U.R. agosto 1957)
L'augurio sottolinea quanto sia importante il valore di una formazione di base!
In ogni espressione dell'operato umano, sia tecnica che artistica, la valutazione, l'apprezzamento scaturiscono dalla competenza; questa si acquisisce e si affina applicandosi con serietà e passione.
Oggigiorno rumori e suoni giungono alle nostre orecchie in modo caotico, confuso; a volte alcuni frastuoni vengono spacciati per musica.
La musica consta di suoni organizzati, la musica è arte non rumore!
In quanto espressione artistica, la musica deve essere un momento di appagamento per lo spirito; melodie, ritmi devono colpire i nostri sensi, la musica ci può cullare e scuotere, dobbiamo recepire il suo linguaggio, assimilarlo per poter gustare appieno ogni sfumatura sonora che giunge al nostro intelletto.
Un approccio banale alla musica classica spesso lo subiamo inconsapevolmente: pubblicità, programmi radiotelevisivi, colonne sonore attingono a piene mani al repertorio di autori noti e poco noti; molti, poi, si stupiscono quando scoprono che il motivetto che ritornava in mente altro non era se non il tal brano del tal autore...
La musica classica richiede attenzione consapevole per essere apprezzata; un ascolto attento ci riserva molte soprese nel percepire sensazioni, nello scoprire le linee melodiche di un brano, nell'avvertire una certa tensione. Affinando le conoscenze riusciamo a sentire la musica come parte importante della nostra stessa giornata, ecco allora la scelta di un'epoca, di un brano, di un autore.
Documentarsi per avere così una panoramica sugli autori più importanti: linea del tempo per segnare le tappe più importanti della musica; brevi biografie e guide all'aascolto e poi ascoltare ascoltare e ascoltare, con attenzione per cogliere sfumature, cambiamenti di ritmo, le sequenze di scale, i vari giochi del contrappunto, dialoghi fra orchestra strumenti e voci; quanto c'è da scoprire!
Ma non facciamo una "abbuffata" di una miriade di brani! Teniamo la mente e il cuore disponibili all'ascolto, con calma ci concentriamo ed ascoltiamo cercando di seguire il discorso musicale; riascoltiamo qualche passaggio per fissarlo meglio, qui la musica riprodotta è di grande aiuto. Lasciamo che un brano si "depositi" nel nostro animo e dopo qualche giorno lo riascoltiamo; ritorniamoci sopra più volte e sarà sempre una nuova emozione scoprire nuovi particolari; lo stesso faremo per un brano che al primo ascolto ci sembra ostico, difficile.
E ancora, per quanto ci è possibile, cerchiamo di ascoltare musica dal vivo. Nelle sale da concerto, nei teatri, nelle chiese possiamo apprezzare le voci, gli strumenti con la loro timbrica, con le sonorità arricchite o disturbate dalle armoniche, ma sempre un suono vivo palpitante, non freddo e direi "sterilizzato" come quello delle sale di registrazione. E poi la musica si gusta anche con gli occhi; quale emozione seguire il solista, gli orchestrali, il direttore ed alla fine del concerto ringraziarli con un caloroso applauso!

Per approfondimenti http://www.diesisebemolle.netsons.org

26 settembre 2008

"PALOMAR" di ITALO CALVINO

 di Gianni Quilici

Inizio a leggere. Non mi piace ed in più, tra parentesi, mi fa dormire.
Riconosco subito che è scritto benissimo.Anzi che è scritto troppo bene.
Come se Calvino per scriverlo avesse di proposito dovuto osservare, studiare, accumulando un sapere per poi dispensarcelo, ma un po' da studioso, un po' dall'esterno. Ogni capitolo, infatti, è una dispensa di sapere specifico: i formaggi, gli alberi, le onde e così via. Questi capitoli non si saldano, rimangono uniti sopratutto dalla figura di Palomar.

In più mi infastidisce questo signor Palomar (e la signora Palomar) sia come personaggio che nel rapporto che lo scrittore stabilisce con lui. Perché lo sento falso. Un rapporto paternalistico. Come se lo scrittore dicesse a Palomar e Palomar a se stesso:"Poverino!" C'è nel profondo una filosofia. E' una filosofia della vita come contemplazione del microcosmo, ma a differenza di un Peter Handke, stando fermi. Insomma più letteratura che vita.

Italo Calvino. Palomar. Einaudi.

21 settembre 2008

"GLI AUTORI INVISIBILI" di ILIDE CARMIGNANI

Recensione e foto di Gianni Quilici


E' uscito “Gli autori invisibili- Incontri sulla traduzione letteraria” di Ilide Carmignani, in cui l'autrice intervista alcuni tra i migliori traduttori italiani, e anche scrittori e editori, come Claudio Magris, Cesare Cases, Pino Cacucci, Renata Colorni, Serena Vitale, Paolo Nori, Susanna Basso, Delfina Vezzoli eccetera, eccetera.

Due parole su Ilide Carmignani. Nata a Lucca e ivi residente nel paesino di Torre, traduce da molti anni letteratura spagnola e ispanoamericana scrittori come Jorge Luis Borges, Luis Sepúlveda, Luis Cernuda, Carlos Fuentes, Almudena Grandes, Gabriel García Márquez, Mayra Montero, Pablo Neruda, Octavio Paz, Roberto Bolaño.

Perché si consiglia questo libro a tutti coloro che amano la letteratura non semplicemente come desiderio di evasione?

Primo, ti fa comprendere la complessità della traduzione, in modo fluido e immediato, e gli infiniti problemi che essa comporta: conoscenza della lingua di partenza e di arrivo, immedesimazione e capacità di ascolto, mediazione estetica e interpretazione.

Illuminante a questo proposito la risposta di Renata Colorni: “ Se fra le abilità precipue e indispensabili del traduttore c'è il talento letterario, il talento dello scrittore, e in particolare dello scrittore erratico, rapsodico, libertino, perché il traduttore è uno scrittore che oggi fa questo e domani quello, ebbene, questo talento non si insegna, così come non si insegna a diventare scrittori o poeti. Quello che si può insegnare è il serio e maniacale artigianato, la accanita consultazione dei dizionari, l'importanza della lettura di autori italiani coevi all'autore che si deve tradurre (...)”.

Secondo, ti fa capire chi è il traduttore: da una parte uno “strumento” decisivo per trasmettere “culture altre”; dall'altro -almeno in Italia- una figura professionale largamente sottovalutata e pochissimo pagata.

Terzo, delinea i numerosissimi problemi teorici, che ruotano intorno alla traduzione, in
modo aperto, discorsivo, problematico, lasciando eventualmente spazio al lettore di collegare, di sistemare.

Infine, diventa anche racconto: schegge di vita di traduttori e scrittori, di studiosi e editori; difficoltà e incontri, libri e innamoramenti, che lasciano tentazioni e risonanze.

Ilide Carmignani. “Gli autori invisibili”- incontri sulla traduzione letteraria- Prefazione di Ernesto Ferrero (Besa editrice, pag. 179, euro 14,00).

19 settembre 2008

"ESPLOSIONE COSMICA" di EDNA MAZ YA

recensione di Loredana Giannini

Ilan, maturo docente di astrofisica in terra di Israele, mi conquista fin dalle prime righe trascinandomi in un attimo nel suo complesso mondo interiore.

Un mondo pulsante di vita, di pensieri ma soprattutto di intense emozioni.
Un mondo parallelo alla sua vita reale, un mondo capace di raggiungere le più cristalline altezze dell’animo umano assieme alle più cupe bassezze che contempleranno anche un omicidio.
Un mondo che, naturalmente e senza alcuna forzatura, potrebbe anche essere il mio o di chissà chi altro.

Amore, tenerezza, senso di responsabilità, unite a paura, rabbia, violenza, attraversando tutte le sfumature possibili di questo molteplice sentire.

Un libro che mi ha tenuto “ostaggio” fino all’ultima riga, sballottata nel contrasto forte dei sentimenti che è proprio del protagonista e che, ovunque e comunque, mi prende con la potenza delle intensità emozionali sempre all’apice.

E come mio consueto, solo al termine della lettura, scorro le note sull’autore, anzi sull’autrice e confermano la mia sensazione:
… una donna, era ovvio, solo una donna infatti può scrivere così, riuscendo facilmente a viaggiare nelle intricata giungla interiore,
solo una donna riesce a farlo consapevole di riuscirci,
perché da secoli abituata ad esplorare il suo animo con la spada della determinazione e la forza del suo coraggio.

"Esplosione cosmica" di Edna Mazya. Edizioni E/O. Pag. 215. € 13.43.

18 settembre 2008

"Le dolci sorelle" di Pino Bertelli

di Gianni Quilici

Diciamo subito della bellezza della copertina, dove l’immagine libera e seducente di Marylin Monroe si armonizza graficamente con una scrittura mobile tra orizzontale e verticale, sullo sfondo d’un rosso sangue su cui spicca il bianco dei titoli. Magnifici i fotogrammi di attrici nell’inserto finale “Cinegrafie al femminile”, a cura di Luigia Scerra.

Ed il libro nel suo contenuto?
Confessiamolo: l’abbiamo letto qua e là, sorvolando spesso i film non visti. Il proposito: cogliere la visuale complessiva del ragionamento in cui si sviluppa il libro, leggere solo di quei film con cui sia possibile confrontare i propri ricordi e cerchiare i titoli di quei film, che, a prima vista, ci sono sembrati significativi. Un libro, insomma utilizzabile come strumento da leggere e, a volte, da sfogliare, ma soprattutto da riprendere via via che si visionano i film stessi. L’ho letto, tuttavia, sufficientemente, per esporre alcune impressioni.

Pino Bertelli è un critico, oltre che fotografo e filmaker, che, se necessario, usa la spada senza riguardi e misure. Però in questo libro c’è un amore dichiarato verso il soggetto del discorso, la donna, una sorellanza con l’altra da sé, considerata nella sua dolcezza, ma anche nella sua rabbia. Per questo Bertelli non si scaglia (quasi) mai contro le donne registe, anche quando forse potrebbe farlo. Preferisce approfondire i film, per lui, più centrali, e citarne molti altri.

Il primo merito di B. è di avere tracciato una storia del cinema fatto dalle donne, individuandolo cronologicamente e storicamente e sottolineando, in questo quadro, i film e le registe più interessanti. Alcune famose: Leni Riefensthal, Marguerite Duras, Agnès Varda, Margherethe Von Trotta, Marta Meszaros, Jane Campion; altre misconosciute o che lo sono diventate, come Maya Deren, Germaine Dulac, Esfir Ilinicna Sub, Shirley Clarke…

Il secondo merito è il linguaggio. Per un verso Bertelli utilizza una prosa poetica attraverso associazioni e metafore, che rinviano alla stagione simbolista e situazionista. Per un altro verso, in apparente contrasto, affronta il film oggetto di studio scrupolosamente con analisi anche dettagliate del testo, informazioni e eventuali confronti con l’apparato critico preesistente.

C’è infine un’ultima ragione che, insieme alle altre, determina il valore e l’originalità del testo: le scelte di Bertelli, che sono sue, non il prodotto in serie di altri libri. Un esempio: due, più o meno grandi, film (quasi) dimenticati: Sotto il selciato c’è la spiaggia e Germania, pallido amore di una regista (quasi) dimenticata: Helma Sanders Brahms, su cui Bertelli si diffonde a lungo.

Pino Bertelli. “Dolci sorelle di rabbia” -Cento anni di cinemadonna. Prefaz. Di Mirella Bandini. Belforte Cultura. (€ 24)

16 settembre 2008

"LE GRAND VOYAGE" di ISMAËL FERROUCKI

di Ilaria Sabbatini

(adattamento dell’articolo Hajj, il grande viaggio: da Marsiglia alla Mecca nel cuore dell’Islam, in «La porta d’oriente », anno 1, numero 3, pp. 139-145)

Primo lungometraggio del regista marocchino Ismaël Ferroukhi Le grand voyage è un percorso filmico per panorami in movimento, un diario visivo che racconta il pellegrinaggio islamico del hajj ponendosi a fianco dei protagonisti. Film pluripremiato, nonostante i riconoscimenti rimane un lavoro poco noto che varrebbe la pena sdoganare dall’etichetta di intellettualismo perché racconta l’antinomia dell’immigrazione tra recupero d’identità e necessità d’integrazione ma alla fine restituisce la questione della differenza culturale ad una dimensione universale e condivisa.
Il taglio inequivocabilmente documentaristico, rappresenta il primo tentativo di riprendere dal vero il grande pellegrinaggio alla Mecca. Perché di questo si tratta: del quinto pilastro dell’Islam che spicca tra i grandi riti islamici per i valori culturali e sociali di cui è portatore.
Viaggio alla Mecca è la stiracchiata traduzione italiana di Le grand voyage, titolo originale che non solo rende giustizia all’ampio respiro del film ma sopratutto rispetta la precisione del riferimento cultuale. Ferroukhi usa l’evento come una sorta di aleph borghesiano per osservare e raccontare il mondo religioso islamico. Non si tratta, infatti, di un pellegrinaggio tout court come si tende a semplificare parificandolo ai riti del mondo occidentale cristianizzato, ma del hajj, il grande pellegrinaggio che si compie solo nel mese di Dhū ’l-hijja in contrapposizione alla ‘umra, la visita, il piccolo pellegrinaggio.
La storia non è solo quella di un road movie di gusto mediorientale, come molte recensioni anche autorevoli hanno semplificato. Tutto è, questo film, tranne che un road movie perchè ogni evento si può leggere nella prospettiva della trascendenza: c’è una differenza sostanziale tra viaggio e pellegrinaggio, che dipende non solo dal fine ma anche dalla semantica stessa dell’andare.

14 settembre 2008

"CORTESIE PER GLI OSPITI " di IAN MCEWAN

Recensione di Gianni Quilici

Per buona parte del tempo ho provato fastidio e ammirazione.
Ammirazione per la precisione dei dettagli, in cui si colgono aspetti molto contemporanei di un rapporto di coppia: lontananza e affetto, indifferenza e sessualità.
Fastidio, perché (questi dettagli) producevano almeno nel sottoscritto
un'atmosfera quasi astratta, evanescente: una fatica a "vedere", a "sentire".

C'è, invece, il finale terribile e a sorpresa: un cambiamento di ritmo e di atmosfera.
Inquietante!

Ian McEwan. Cortesie per gli ospiti (The Comfort of Strangers). Traduzione di Stefania Bertola. Einaudi.
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"DUE PUNTI" di WISLAWA SZYMBORSKA

recensione di Gianni Quilici

Nella biblioteca minima dell'Adelphi sono apparse 17 poesie dal titolo prosaico “Due punti” di Wislawa Szymborska, poetessa polacca nata nel 1923 e divenuta famosa in tutto il mondo letterario per essere stata insignita del Premio Nobel nel 1996.

Wislawa Szymborska ha due peculiarità, che la distinguono dalla stragrande maggioranza dei poeti ufficiali: l'ironia tagliente sul quotidiano attraverso gli strumenti lessicali del più banale dei quotidiani e sopratutto un punto di vista originale nel rapportarsi alle cose che fa sorridere ed anche sorprende.

Ne consegue che i temi di cui tratta, l'unicità dell'essere, ma anche la casualità dell'esistere, l'amore e su tutto la morte sono alleggeriti, distanziati, relativizzati e forse per questo, in alcune poesie, resi più drammatici, più veri.

Si prenda l'inizio di questa poesia: “Disattenzione”.
Ieri mi sono comportata male nel cosmo./ Ho passato tutto il giorno senza fare domande,/ senza stupirmi di niente./ (...) Il mondo avrebbe dovuto essere preso per un mondo folle/ e io l'ho preso soltanto per uso ordinario/ Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro/ (e qui un paragone che mi è mancato).
Ecco in questi versi si danno la mano l'essere e il dover essere, l'ordinario quotidiano che individualmente si vive con lo straordinario del cosmo, il linguaggio dimesso dei versi con l'ispirazione trascendentale, sia pure contraddittoria, che essi contengono.

Detto questo, non sempre la poesia della Szymborska riesce a far balenare la Grandezza dalla Piccolezza; a volte i suoi versi rischiano di risultare un po' di maniera come se si facesse il “verso senza riuscire a volare”. Ma è soltanto l'eccezione checonferma la regola.

Wislawa Szymborska. Due punti. Biblioteca minima Adelphi. € 5.50.
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"Dalmatica" di Enzo Guidi

di Gianni Quilici

Colpisce subito, vedendo il libro, l'immagine di copertina disegnata da Antonio Possenti: un grande occhio, come una sorta di coscienza sul mondo, e il giovane romanticamente in viaggio tra l'azzurro del mare e la luce del sole. Così si presenta il primo romanzo di Enzo Guidi, lucchese, maestro elementare "sui generis" ed autore nel 2002 di un libro di successo, a metà tra racconto e saggio: "Breve storia di Lucca beat".

In "Dalmatica" protagonista è il viaggio nello spazio e nel tempo : quello intrapreso dal protagonista, in un ipotetico 2205, tra paesaggi innevati e placente di ghiaccio, alla ricerca del professor Dobro, una figura paterna e diabolica, custode della macchina del tempo, che gli permetterà di entrare in un altro viaggio: quello che un suo giovanissimo antenato provò a fare nel 1968 verso Istanbul. Viaggio che diventerà anche psicologico e mentale, che gli aprirà gli occhi verso altri "mondi possibili".

Un romanzo ambizioso, che non ha assolutamente niente di provinciale e che si misura, con la vivezza di una scatenata immaginazione, con uno dei problemi più radicali del nostro tempo: il controllo sociale, sempre più totalizzante, esercitato dalle società tecnologizzate, capaci di penetrare (e di controllare) l'individuo fin dentro le viscere dei sogni; e che fa scattare, come contrasto, l'irriducibile desiderio di libertà e di unicità, che il protagonista del romanzo incarna.

Enzo Guidi riesce a creare, quasi danzando, uno spaventoso mondo del futuro, gelido e morbidamente totalitario, lo rende credibile con un linguaggio ricco e circostanziato, capace di infondere musicalità e visionarietà alla storia.

Ma forse l'elemento più profondo e affascinante di "Dalmatica" è la fusione tra la struttura ideologico-letteraria complessa e la tensione poetica che trasmette, soprattutto nella seconda parte: il viaggio del giovane verso Istanbul. C'è qui nel protagonista, avvolto nella luce e nel paesaggio mediterraneo più orientale, la grazia adolescenziale quasi indifesa, di chi è adulto, ma ancora non conosce bene la vita, e questo candore è però consapevole, valuta, ha stile e distacco, ma insieme è anche tenero, sognante, desiderante. Il finale è geniale per la sua asciutezza: il romanzo finisce laddove era iniziato, circolare, ma aperto, come testimonianza dell'io narrante, che diventa anche rivolta all'ordine costituito.


Enzo Guidi. Dalmatica. Ediz. ETS, pag. 137, € 10,00. prefazione di Daniele Luti.
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03 settembre 2008

QUATTRO ORE A CHATILA CON JEAN GENET

di Gianni Quilici

Primo: un euro soltanto per questo intervento dal vivo di Jean Genet in versione originale, tradotto a fianco da Marco Dotti.

Secondo: la registrazione pietosa e impietosa, cioè vera, del massacro a Chatila il 16 e 17 settembre 1982. Genet riesce ad entrare nel campo dei cadaveri due giorni dopo: il 19 settembre.
Scrive:
"Ma quante mosche! Se sollevavo il fazzoletto le disturbavo. Inferocite dal mio gesto, arrivavano a sciami sul dorso della mia mano, cercando nutrimento. Il primo cadavere che ho visto è stato quello d'un uomo di cinquanta, sessant'anni. Avrebbe avuto una corona di capelli bianchi se uno squarcio (un colpo d'ascia, mi è parso) non gli avesse aperto il cranio. Una parte nerastra del cervello era a terra, accanto alla testa... Il corpo era accasciato in un mare di sangue, nero e coagulato"

Terzo: l'amore verso i fedayn, uomini e donne, che gli sembrano bellissimi, perchè stanno
attraversando un processo liberatorio.
Scrive: "Una rivoluzione non è tale quando non ha fatto cadere dai volti e dai corpi la pelle morta che li avviliva. Non sto parlando di una bellezza accademica, ma dell'impalpabile -innominabile- gioia dei volti e dei corpi, delle grida, delle parole che là finiscono di essere morte ...".

Infine: Genet introduce nella sua scrittura continui punti di rottura cronologi e stilistici come se la vita fosse più irruenta della scrittura stessa.

Quattro ore a Chatila (Quatre heures à Chatila) di Jean Genet. Stampa alternativa. Pag. 63. € 1.

SARDEGNA 1932, UN VIAGGIO DI ELIO VITTORINI

di Gianni Quilici

Libro di viaggio. Si percepisce una letterarietà, che non rimane però maniera, bella pagina che si esibisce, perché è tutta protesa dentro la vita, ciò che vede e che sente.
Un viaggio di 30 giorni, anno 1932 lungo una Sardegna arcaica da sembrare mitica, un presente che Vittorini coglie con gli occhi precisi, di chi conosce i dettagli di oggetti, paesaggi, e che li rappresenta a livelli stratificati: come descrizione oggettiva, come associazione, infine come trasfigurazione.

E' soprattutto un viaggio dentro il piacere di vivere, il piacere del corpo, il piacere dello sguardo. Piacere quasi adolescenziale, la Sardegna come un'infanzia. La Sardegna e Vittorini stesso. Da leggere prima, per progettare e durante, per meglio intendere, un viaggio in Sardegna.

Elio Vittorini. Sardegna come infanzia. Oscar Mondadori

26 luglio 2008

ANDRE' GORZ SCRIVE A D.: una lunga, spietata, affascinante lettera d'amore

di Gianni Quilici

La curiosità e-o il fascino di leggere questo esile libro “Lettere a D.” può nascere da una ragione insolita: alla lettera che André Gorz (Gérard Horst per lo stato civile francese) scrive alla moglie Dorine, affetta da un morbo degenerativo tra il marzo e il giugno 2006, succederà, infatti, un anno dopo, il 25 settembre 2007, il suicidio di entrambi.

Tuttavia questa lettera non era stata scritta pensando al suicidio: era stata pubblicata un anno prima, e le commoventi parole con cui si conclude hanno acquistato un senso profetico solo dopo il ritrovamento dei loro corpi. “La notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla tua cremazione; non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri. (…) Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. Ciascuno di noi vorrebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme”.

Ma c'è una ragione di più che spinge alla lettura: André Gorz, nato a Vienna nel 1923, è stato uno dei più grandi intellettuali francesi, amico di Sartre e di Illich, ha diretto la rivista “Les Temps Modernes” e fondato il “Nouvel Observateur”, influenzando l'esperienza della sinistra europea con i suoi libri aperti a teorizzazioni antiautoritarie ed ecologiste.

E proprio l'accostamento tra la figura dell'intellettuale colto e rigoroso e la scelta di suicidarsi insieme alla moglie è paradossalmente l'altro motivo di fascino. Il fascino vive in questa contraddizione: per un verso l'estrema lucidità (basterebbe leggere il suo primo libro Il traditore) di un intellettuale, Gorz, spietato nella ricerca della verità; per un altro verso l'estremo romanticismo di un amore, che sembra essere senza limiti tanto da portare alla scelta ultima ed insolita del suicidio.

Ed in effetti appena iniziamo a leggere la lettera siamo subito catturati dal tono appassionato e radicale. Inizia così:
“Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie”.
Questa dichiarazione d'amore diventa racconto della loro vita comune ed anche una spietata autocritica per non aver egli sempre tenuto nella debita considerazione Dorine, riconoscendo appunto nella lettera come l'intera sua opera porti il segno incancellabile della presenza di lei.
Gorz incontra Dorine nel 1947 in Svizzera. La prima volta che la vede pensa: “Con lei non ho nessuna possibilità”. Infatti Dorine era “bella come un sogno”. Scrive infatti: “Avevi una folta capigliatura rossobruna, la pelle madreperlacea e la voce acuta delle inglesi”. Invece sarà ricambiato e da quel momento, per 58 anni, non si lasceranno più.

Che cosa li unirà?
A leggere la lunga e appassionante lettera d'amore, che s'intreccia ad un impegno culturale e politico comune e perenne, sono due cose: “ ... una specie di ferita originaria: l'esperienza dell'insicurezza, che significava che noi non avevamo un posto sicuro nel mondo...”; e “...la fascinazione reciproca di due soggetti per quello che hanno di meno dicibile, di meno socializzabile, di refrattario ai ruoli e alle immagini di se stessi che la società impone loro, alle appartenenze culturali...”.

E ciò crea una reciprocità basata anche sulla fedeltà, diversamente da quella famosissima della coppia Sartre-De Beauvoir, in cui si è fedeli in quanto sinceri fino alla spietatezza, mantenendosi reciprocamente liberi di avere altre relazioni amorose.

Rossana Rossanda (Il manifesto del 26 aprile 2008) scrive alla fine di una lunga recensione:
“Quando le due scatole di legno sono arrivate al crematorio di Troyes eravamo una cinquantina (...). Ci sono volute due ore per mandare in fumo D. e poi due per Gérard. Le ceneri sono state portate da chi era rimasto nel loro giardino e disperse per la prima pioggia sotto gli alberi carichi delle mele di ottobre”. Un grande amore è finito, forse ne può iniziare il suo mito.
Gianni Quilici

[Lettera a D. Storia di un amore di André Gorz. Sellerio Editore, pagg. 88, 9 euro. Traduzione di Maruzza Loria]

22 dicembre 2005

SANDINO, IL GENERALE DEGLI UOMINI LIBERI di Maurizio Campisi

di Nadia Davini
“Dedicato a coloro che almeno una volta nella vita hanno lottato per un ideale”. -


Ogni tanto, più o meno ogni due anni, dalla Costa Rica torna in Italia un figlio della città di Rivoli che ha scelto di fare l’emigrante al contrario e di trasferirsi all’ombra del tropico. Per andarsene da un Paese che non gli ispirava più fiducia, soprattutto. Per amore, anche. Maurizio Campisi ha più di quarant’anni (Rivoli, TO, 1962). Vive al tropico, vive da «tico», cioè da costaricano verace, ed è la dimostrazione che, in fondo, giornalisti non solo si nasce o si diventa, ma si rimane.

Campisi è stato cronista del giornale “Rivoli15” negli anni Ottanta, direttore della “Gazzetta di Venaria” (di cui è stato co-fondatore) e di “Rivoli15” tra il 1991 e il 1992. Nel 1993 ha lasciato l’Italia, destinazione San Josè e collaboratore di “Dario”, “Narcomafie”, “D di Repubblica”, oltrechè corrispondente dall’America Centrale per il quotidiano “La Juventud” di Montevideo. Nel 2002 ha pubblicato, per Fratelli Frilli Editori di Genova, “Centroamerica – Reportages”, una raccolta dei suoi lavori giornalistici.

È in uscita, per lo stesso editore, la sua traduzione in italiano di Adiós muchacho, memoria della rivoluzione sandinista scritta da Sergio Ramírez, ex vicepresidente del Nicaragua sandinista. E proprio su Sandino, eroe nicaraguense simbolo della lotta rivoluzionaria, Campisi ha concentrato le sue ultime attenzioni letterarie scrivendone la biografia Sandino, Il generale degli uomini liberi. Eroe tragico e romantico, Sandino è entrato negli anni passati nella storiografia marxista. Invece il Sandino di Campisi viene proposto in una nuova veste, che ne riscopre il significato popolare, il suo spirito nazionalista ed anti-imperialista. Augusto César Sandino, è stato il precursore della lotta all’Impero. È cresciuto in un Paese occupato che ha preso le armi per reclamare il diritto all’autodeterminazione del suo popolo. Una figura attualissima nel panorama internazionale.

Riscoprire Sandino è come rivedere, alle origini, l’azione di una potenza imperialista, gli Stati Uniti, che a distanza di un secolo continua ad usare gli stessi metodi e la stessa politica di inizio Novecento. Oggi come ieri, lo scontro tra gli Stati Uniti e i suoi nemici è uno scontro tra culture, una che vuole predominare su un’altra, imponendo prima con la persuasione e poi con la forza le proprie prerogative. Una biografia ricca di particolari, in cui spiega in modo chiaro le intricate vicende della guerra civile nicaraguense. A delineare la figura di Sandino sono le sue gesta, ma anche le corrispondenze e gli scritti lasciati, da cui trapela il radicatissimo amore per la propria terra e per l’ideale cui voterà tutta la vita. In moltissimi lo seguirono e ancora oggi il suo nome è un simbolo ed una bandiera. Sandino, però, non fu mai un mito irraggiungibile: Campisi ce lo descrive piuttosto come un eroe popolare, concreto e testardo, “il generale” degli uomini e delle donne comuni, capace di restituire unità e identità a un popolo provato da decenni di sudditanza nei confronti dello straniero e dei tiranni locali ad esso venduti. Forse la magia di Augusto Cesàr Sandino stava proprio in questo: i suoi tratti regolari non denunciano una bellezza cinematografica; ha il volto segnato di qualunque contadino centroamericano; il cappello, poi, bianco alato con una striscia alla base, è quello di tutti i lavoratori che si recano a lavoro sotto le stelle mattutine. La sua grandezza è la sua ribellione.

Sandino imparò a dire di no agli americani in Messico, coi rivoluzionari di quel paese, e vide che si poteva mantenere la dignità e la vita contemporaneamente. Avvolto nella sua dignità, Augusto Cesàr Sandino va incontro alla morte. Lo uccidono di notte, sotto il cielo pieno di stelle, e la sua figura resta sospesa, come un’aura sopra la testa dei suoi uccisori. Conoscere la storia di questo eroe semplice è imparare cos’ è il Centroamerica e dove scorrono le sue arterie più nascoste, là dove la gente ricorda e recupera il suo statuto di umanità. È per questo che il libro di Campisi riempie una necessità, e allo stesso tempo, racconta in uno stile scorrevole, piacevole e incantato la storia di un orgoglio e di una libertà.

Maurizio Campisi, Sandino, il generale degli uomini liberi, Fratelli Frilli Editori, Genova 2003, pp.191, euro 13,50.

La prova del pozzo di Mbacke Gadji, Kelefa,

Un romanzo per raccontare l’incomprensione tra le culture - recensione di Nadia Davini

Mbacke Gadji ha 39 anni, è nato a Nguith, in Senegal e si è scoperto scrittore dieci anni fa, quando è approdato in Italia dopo essere vissuto già otto anni in Francia. Kelefa La prova del pozzo è il suo quarto titolo, dopo Numbelan: il regno degli animali, Lo spirito delle sabbie gialle e Pap, Ngagne, Yatt e gli altri. Libri che tessono leggende, ariose o cupe, del suo Senegal, con il tema fondamentale dello straniamento e del confronto tra culture, sviluppato con la sensibilità di chi si pone come mediatore tra due mondi diversi con il timore di essere estraneo a entrambi. “Cerco di essere un interprete” spiega infatti Gadji. È partito dal suo paese natale con un diploma di maturità in tasca, in Francia ha preso una laurea breve in economia e qui, in Italia, ha cominciato a scrivere, mosso da un sentimento/risentimento, dalla voglia di tornare alle sue origini e informare su idee e affetti che nel nostro paese talvolta sembrano non essere capiti o peggio accettati.
Kelefa La prova del pozzo è la conferma della frustrazione del patrimonio culturale di una generazione: Kelefa Sane è il nome di una famiglia che ha avuto una grande importanza nella vita delle popolazioni del Senegal meridionale. Un passato glorioso rispetto al quale gli esponenti del mondo attuale reagiscono in modi diversi: disinteresse o passione; indifferenza o fastidio, negando oppure cercando nel recupero delle tradizioni un radicamento più profondo perché, come afferma uno dei personaggi, “ la storia e il passato dell’umanità devono avere uno spazio nella nostra vita, non sono né da rimuovere né da riscrivere, vorrei tanto che potessimo pescare in questo patrimonio per fronteggiare i nostri problemi di esistenza”. Così cultura e tradizione si scontrano con il mito del progresso creando una lacerazione profonda e conflitti sulle possibili prospettive di sviluppo.
La prova del pozzo non è solo un ritorno al passato alla riscoperta di antenati e di verità, ma può essere letta anche come una metafora che coinvolge tutto il libro dalle prime descrizioni. Infatti, gli abitanti dei luoghi descritti dall’ Autore vivono ammassati gli uni ridosso agli altri come se fossero racchiusi dentro a un pozzo. Le nostre certezze (banalmente un distributore, una rete autostradale) spesso sono messe in discussione perché sulle strade africane è dai carretti dei bambini, dagli asini e dalle pecore, dalle buche profondissime, dal caldo impossibile che devi guardarti e soprattutto abbandonarti.
Non sono scivolati via i lunghi anni di colonialismo che ancora oggi, anche se in modo non diretto, influenzano la vita di queste persone fino a far apparire il modello occidentale come l’unico possibile. Per questo spesso l’obiettivo diventa la migrazione, la ricerca di fortuna da parte di almeno un membro della famiglia, capace poi, attraverso il lavoro e il nuovo status non sempre ottenuto facilmente, di contribuire al mantenimento di tutti. Ma tutto questo ha un costo: si cambia e spesso non si è riconosciuti dalla nuova comunità di appartenenza e neppure né da quella d’origine.
Il romanzo documenta anche questo. Racconta di come ciò che era è stato perso, e ciò che è sia lontanissimo da quello che si è diventati per necessità e sopravvivenza. Ecco la difficoltà, ma anche l’interesse, che può suscitare la lettura di un libro scritto da un autore senegalese, immigrato da molti anni, con il cruccio di tornare, prima o poi, a vivere nel suo Senegal.
Il libro è pervaso da un senso nostalgico nei confronti della tradizione: si valorizza più l’investitura di un re su un trono fittizio e un regno frantumato in mille pezzi piuttosto che accertare la potabilità dell’acqua o impegnarsi a limitare le povertà diffuse in ogni angolo del paese. Di grande interesse la descrizione del percorso quasi rituale, attraverso il quale il lettore sperimenta e comprende la sensazione di spaesamento, di perdita di punti di riferimento che l’immigrato sconta nel momento in cui si confronta con un paese diverso e così distante dal suo e al quale spesso non può tornare. Ci si può adattare senza perdere i propri valori? Si può rimanere ancora intimamente legati alla propria terra, pur permeati dalla cultura occidentale? Si rifletta sulle parole del protagonista del libro: “se moderno è rimuovere la storia e sviluppo è fare solo ciò che produce ricchezza, io mi astengo dalla creazione di una tale società”.

In grandi città come Roma o Bologna, libri come La prova del pozzo vengono venduti per strada, senza passare per l’intermediazione della libreria, dagli stessi immigrati che si trasformano in piccoli imprenditori: comprano uno stock di copie della casa editrice al cinquanta per cento del prezzo di copertina e alla vendita guadagnano l’altro cinquanta per cento. Insomma, con sei euro e novanta, abbiamo comprato un bel libro, sostenuto un modo originale di praticare l’ editoria e fatto guadagnare tre euro e quarantacinque centesimi al “libraio” senegalese. Che, prima di uscire per strada a proporre la sua merce, i romanzi di Mbacke Gadji se li deve leggere e meditare: perché, forse, sono stati scritti proprio per lui.
Nadia Davini



Mbacke Gadji, Kelefa, La prova del pozzo, Edizioni dell’Arco-Marna, Milano 2003, pp.125, Euro 6,90.

"Storie di senegalesi inToscana" di Giuseppe Cecconi

di Nadia Davini

La parola è molto più ricca di quanto appaia. Ogni parola è una sinfonia di suoni, reca potenti depositi storici e racchiude un intero mondo di concetti. Il suo vero significato ci appare nello momento stesso in cui la pronunciamo. È l’apice della maturità di ogni processo, il grado ultimo della soggettività e il primo dell’oggettività. I nomi propri hanno perfino una natura metafisica, si presentano con un’energia intrinseca e, dal punto di vista ontologico, con un essere proprio: perciò occorre che il nome acquisti fama e gloria.
Sulla storia di ogni parola si potrebbe scrivere un libro.

Questo è ciò che fa Giuseppe Cecconi, nato nel 1947, nome datogli dal padre forse in onore di Stalin, oppure per riconoscenza nei confronti di un frate camaldolese che gli salvò la vita, aiutandolo a ottenere una provvidenziale licenza, mentre era sul fronte iugoslavo nella seconda guerra mondiale.
La sua raccolta di storie dei senegalesi in Italia: Le parole per guardarle è un romanzo che racchiude in ogni sua espressione, in ogni sua singola parola, un mondo vastissimo, colorato e pieno di vita benché grande sia il disagio per l’ambientazione in un nuovo paese.
È un sapiente, Eraclito l’Oscuro che si proclama scopritore e possessore di una legge divina che incatena gli oggetti mutevoli dell’apparenza e lui, per primo, dà il nome di logos a questa legge.
Stando agli studi di Ivan Illich ( Nella vigna del testo) questo intreccio tra il fisico e il metafisico continuerà fino al 1128, quando il teologo Ugo da San Vittore, compilò il suo Didascalicon con il sottotitolo De studio legendi ( Le disciplina del leggere).

Per lui la pagina non era la registrazione della parola, ma la rappresentazione visiva di un pensiero e la lettura era una forma di pellegrinaggio, un atto di incarnazione anziché di astrazione. Il libro, a quel tempo, veniva portato solennemente in processione, come un oggetto di culto o una reliquia degna di adorazione. Durante la liturgia lo si illuminava con un cero particolare e era onorato con l’incenso. Ugo, però, si trova alla fine di una tradizione di lettura mormorata, meditativa, gustativa, che ha inizio con i Padri della Chiesa, specialmente con Agostino. Anche se fu proprio lui che una notte fece la scoperta che era possibile leggere in silenzio. Dopo Ugo cessò l’epoca della lettura borbottata dei libri, quando il denso del discorso restava nascosto nella pagina come dentro uno spartito musicale, finché non diventava fiato e suoni. Il libro che in precedenza si poteva leggerlo solo dall’inizio alla fine, ora diventa accessibile in qualsiasi punto e chi legge si sente spinto talvolta a abbreviare i passaggi. Così la scrittura perde la sacralità e si degrada a comunicazione.
Perciò, ogni qual volta che le parole sono di nuovo composte per essere mostrate e divengono cioè parole da guardare, è come se riacquistassero mille significati e profumi.

Nel libro di Cecconi, le parole da guardare sono quelle che il vecchio e saggio Kèbè (un personaggio del libro), scriveva sulla sabbia per suo nipote Tala, quando questi ripartiva dal Senegal per tornare a fare l’immigrato in Italia. Si tratta di alcune importanti frasi del Corano che chi parte deve fissare con gli occhi, un istante prima di andarsene, per essere sicuro di far ritorno a casa. Dunque Tala scrutò quei segni tracciati per terra, quasi specchiandocisi, poi, in ottemperanza agli antichi dettami, li saltò a piè pari e partì per mondi sconosciuti. Per questo ragazzo, mentre è in procinto di partire, la parola torna a essere un oggetto contemplato, egli può sorvolare sul suo contenuto specifico che è una traduzione diretta e perciò frammentaria e impropria dell’inesprimibile. Il tratto vale ormai l’espressione e basta soltanto un’occhiata che penetri lo scritto nel suo significato primario di ricordo e ammonimento, a fargli scoprire la trama nascosta delle cose; quell’occhiata cantata da Pindaro come il più diretto consigliere che tutto conosce e che nessuno può ingannare né con opere, né con disegni. D’altronde, secondo Pasolini, le impressioni visive hanno perlomeno la stessa dignità scientifica del sogno linguistico e per dimostrarlo, egli porta l’esempio personale del primo ricordo della sua vita: una tenda bianca e trasparente che pende da una finestra, sopra un vicolo triste e scuro. Secondo il punto di vista dello scrittore, quell’immagine stampata in modo indelebile nella sua mente, riassumeva alla perfezione, senza infingimenti o censure, l’universo borghese della sua casa natale di Bologna e la cultura perbenista della sua famiglia.
Guardare la figura un istante, senza leggere sarà stato quello che ha fatto Tala al momento della partenza. Lui per tutto questo tempo era stato zitto, lì in piedi accanto al nonno, e ha avuto quindi la possibilità di vedere le parole che, stando piegato a capo chino, quello vergava per terra.
E, mentre le guardava, chissà come avrà sgranato gli occhi.




Giuseppe Cecconi, Le parole per guardarle. Storie dei senegalesi in Italia, Bandecchi & Vivaldi Editori, Pontedera 2004, pp. 97, Euro 9,00.

Il buio sotto la candela di Giampaolo Simi

di Luciano Luciani

Lo aveva promesso e, dai e dai, è riuscito a mantenere l’impegno preso con tanti lettori appassionati di noir… Ebbene sì, Giampaolo Simi, per il Natale 2005 e l’anno che verrà, ci ha fatto davvero un bel regalo. Stiamo parlando della riedizione di quel Buio sotto la candela, la sua opera prima che, apparsa dieci anni fa per la viareggina Baroni editore, aveva sorpreso i critici e affascinato i lettori per la novità dei contenuti e la freschezza delle scrittura che in maniera del tutto originale mixava ingredienti assai diversi tra loro: l'horror noir, l'impegno civile, la memoria... La nostra migliore, quella dell'antifascismo e della Resistenza, calata nella concretezza di vissuti umani che grondano ancora sangue e, a oltre sessant’anni di distanza, chiedono finalmente verità e giustizia.
Al Male che sotto le apparenze paternalistiche ed efficientiste della metà degli anni '90 (siamo all’indomani della prima, scioccante affermazione elettorale di Berlusconi e i suoi alleati), si presenta in tutta la sua prepotente arroganza agli scarsi abitanti di un paesino sulle Apuane, luogo cinquant'anni prima di una delle più efferate stragi naziste, pochi hanno la forza morale di opporsi: non le istituzioni, compromesse quando non corrotte; non le autorità che latitano e si rifugiano dietro le lentezze della prassi burocratica o i fumi di un linguaggio politichese... Pochi resistono: un pugno di anziani che non vogliono e non possono dimenticare e alcuni bambini. Questi i deboli, fragili, incerti eroi positivi che si troveranno a gettare sabbia negli ingranaggi di quella che non è solo un'iniziativa di speculazione edilizia e finanziaria. Si tratta, invece, una vera e propria "trama nera" che coinvolge vecchi nazisti alla Priebke e giovani naziskin, estremisti di destra di mezza Europa e spregiudicati manager rampanti locali, invisibili perché sotto gli occhi di tutti.
Un progetto eversivo che non riuscirà, per ora, a realizzare i suoi obbiettivi solo per la tenace opposizione di pochi anziani dalla memoria forte e di tre bambini legati da un' altrettanto forte amicizia. E i mandanti e gli esecutori del disegno eversivo saranno costretti a venire allo scoperto, a svelare il loro vero volto violento ed ottuso, favorendo così la loro sconfitta finale: nel fuoco di un'esplosione rigeneratrice, come per ogni romanzo "di genere" che si rispetti.
Alla banalità del male si oppone e vince, per questa volta, la banalità del bene. Sarà però una vittoria pagata a caro prezzo, con costi umani alti e dolorosi. Come sempre, come ha insegnato la storia del nostro secolo e di tutti i tempi.
Il buio sotto la candela è, insomma, un romanzo politico aggiornato all'oggi travestito da romanzo horror: perché, per dirla con le parole di Brecht, "il ventre della bestia è ancora fecondo" e l'orrore si annida là dove meno te lo aspetti, tra le pieghe e gli anfratti del quotidiano, dell'ovvio, del banale.
Il testo è costruito per schegge, per frammenti che progressivamente, senza parere, particolare dopo particolare, addensano i materiali narrativi e svolgono i nodi dell'intreccio. Gli scenari sono quelli famosi della Versilia tra il monte e il mare, bella sì ma miasmatica per il passato tragico, velenoso ed irrisolto che ancora l'avvolge, e capace di generare solo pochi, modesti anticorpi: tre bambini e alcuni anziani che riescono faticosamente a prevalere perché sanno giocare con intelligenza le carte della cultura, dell'informazione, dell'amicizia.
Dieci anni fa, al suo esordio, l'autore pagò con misura qualche pedaggio a scrittori come Stephen King e William Golding, e non mancavano suggestioni da Calvino, Benni, Pennac. Ma già allora, e questa riedizione lo conferma, la materia narrativa appariva originale, disinvolta e priva di complessi. Anche i modi della scrittura di Simi, appaiono programmaticamente scelti tra quelli della narrativa popolare: il linguaggio, dunque, risulta volutamente basso e quotidiano nel lessico, denso e problematizzante nello scavo psicologico dei personaggi e delle situazioni, incalzante e precipite nei momenti giusti, lirico quando necessario.
Luciano Luciani
Giampaolo Simi, Il buio sotto la candela, Dario Flaccovio editore, Palermo 2005, pp.301, E. 14,00