27 marzo 2018

“La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead


   
di Laura Menesini

La ferrovia sotterranea, negli Stati Uniti, indica la rete di persone abolizioniste che, nel secolo XIX, aiutavano i neri a fuggire verso il nord e la libertà. 
A prima vista ti dici che abbiamo già visto e sentito tante di queste storie, letto e visto nei film la brutalità dei sorveglianti nelle piantagioni del sud, ma quando lo prendi in mano ti trovi davanti un'eroina che, in mezzo alle più terribili tragedie, è fiduciosa nel futuro, è piena di speranza.

Whitehead  personifica la rete abolizionista con una ferrovia reale che corre nel sottosuolo, con tratti fumosi e pieni di caligine, macchinisti e operatori fantasmi.   Servendosi di tale ferrovia la nostra eroina Cora fugge con un amico da una piantagione della Georgia dove i neri sono soggetti a condizioni di vita inaudite e inumane, ma trova anche negli altri stati una brutalità da film di Quentin Tarantino e proprio come un film di Tarantino il libro ti appassiona e ti lascia senza fiato e senza la possibilità di interromperlo o di posarlo un attimo.

La insegue e persegue un cacciatore di schiavi ambiguo e antipatico, perché la legge permetteva di recuperare i propri schiavi fuggiti anche a migliaia di chilometri e in stati abolizionisti.
Lo stile è semplice e scorrevole, le frasi non sono lunghe o contorte, così come i dialoghi sono brevi e taglienti.

Tra le mille peripezie di Cora vediamo un'America lacerata, in cui non ti puoi fidare veramente di nessuno, in cui i più poveri e ultimi della società sono pronti a sfogare sui neri le loro frustrazioni e a prendersi su di essi le loro rivincite. Un' America in cui il “divertimento” del venerdì sera consiste nell'imitazione sguaiata dei neri e nella loro effettiva, reale impiccagione.

L'autore, un nero di New York, ci vuole appassionare certamente, ma ci vuole anche far capire come le storie si ripetano, come il desiderio di rivincita degli ultimi trovi uno sfogo solo nella violenza a danno di chi è ancora più indietro   nella piramide sociale, sì perché la piramide esiste ancora ed è ancora più forte e i capponi del Manzoni sono ovunque.

Colson Whitehead “La ferrovia sotterranea”       Ed. SUR


24 marzo 2018

“Giulia la rossa” di Martino De Vita


Marisa Cecchetti

“Ci siamo aiutati a vicenda. Siamo stati noi gli artefici di quella che ho sempre definito un’utopia sociale. Poi gli altri hanno seguito il nostro esempio”.  Con queste parole Arturo si rivolge ad Elisa, la sua compagna, per convincerla della stabilità e profondità del loro rapporto. Intorno  ruotano gli altri personaggi: dal loro incontro, infatti, ha inizio  Giulia la rossa, il nuovo romanzo di Martino De Vita.

Sono tante le figure originali -il pretino, l’eremita, Elisa, Ercole, solo per citarne alcuni- e le  storie si intrecciano e si fondono, fino a  sfociare in  un happy end che non poteva mancare.

Sono personaggi molto diversi  tra loro per cultura ed anche per etnia. Si tratta infatti di storie di rom e di cagge - così sono chiamati dai rom quelli che non appartengono alla loro cultura -  e della costruzione di una salda amicizia, fino al superamento delle rigide regole dei rom ed alla accettazione di matrimoni misti. Perché queste romnì, le giovani zingare, hanno un fascino che fa innamorare i cagge.

Martino De Vita sembra divertirsi a sviluppare la storia attraverso  dialoghi veloci, singhiozzati talvolta, molto vicini al linguaggio delle strisce dei fumetti, con rapidi cambiamenti di scene, con spostamenti rapidissimi da una parte all’altra dell’Italia e fuori, per mare e per terra, fino a Samarcanda, su due camper di seconda mano. Niente è impossibile, anche le difficoltà più ardue si superano, come nelle fiabe.

Nello stesso tempo il libro si arricchisce di interessanti approfondimenti culturali e storici, fino a considerare i giorni più vicini a noi, con  i disordini e le tragedie di molti paesi del Medio Oriente.

Se l’incontro tra culture diverse, con la costruzione di una reciproca fiducia, con la distruzione di stereotipi attraverso la conoscenza delle persone, è un tema di piena attualità ed è anche l’unica prospettiva possibile, altrettanto attuale  è il tema della violenza sulle donne, che nel romanzo ha una parte rilevante. Non si tralasciano i disturbi psicologici e psichiatrici, le ossessioni che purtroppo  sono spesso alla base di comportamenti criminali.

La fantasia di De Vita crea una serie di intrecci amorosi, di situazioni problematiche, di ostacoli, di incidenti, ma non si respira mai l’angoscia profonda della tragedia: il linguaggio rimane leggero, descrittivo; le situazioni, anche le più drammatiche, hanno sempre qualcosa  che ne alleggerisce il peso. Parecchi personaggi sono così eccessivi che finiscono per essere grotteschi, quasi delle caricature  pensate, programmate, che svelano  critiche, condanne, prese di distanza dell’autore. Tutto questo  nascosto tra le carambole ed i rapidi dialoghi.

Martino De Vita, Giulia la rossa, Tra Le Righe Libri 2017, pag. 254, € 15,00





14 marzo 2018

"Ritornanti” di Enzo Moscato


di Mimmo Mastrangelo


Ormai da oltre un trentennio capofila  della “nuova drammaturgia partenopea”, Enzo Moscato  va in scena in questi giorni con   “Ritornanti”,  trittico  che mette  insieme, sul registro di un babelico incrocio di idiomi,    “Munaciello”, “Rondò” e “Cartesiana”, rispettivamente tratti  dai precedenti e fortunati lavori “Scannasurice” (1982), “Rasoi” (1991) e “Occhi gettati” (1986).

Ma  “Ritornanti” doveva essere  pure il titolo di un  film che l’attore e regista dei “Quartieri Spagnoli” non è riuscito mai girare. Dopo anni e anni di domande a ministero, province, comuni, regioni, il fallito progetto  può darci una cifra di quanto nel nostro sistema cinema la qualità della scrittura o un soggetto fuori da certi schemi  rassicuranti “possa costituire una nefasta pre-condizione  per la  non-realizzazione”.

Tuttavia, non tutto è andato perduto perché la sceneggiatura  dei “Ritornanti” (che è ispirato alla pièce “Spiritilli”) è stata pubblicata  dalla piccola e coraggiosa casa editrice napoletana Cronopio la quale   ci fa ritrovare  il Moscato  già conosciuto in questi lunghi anni, lo sperimentatore  degli “sconfinamenti” incline a spostare su altri binari  la  visionarietà, il sonnambulismo, il barocco della sua drammaturgia o rapsodica inventiva.
Al centro di  “Ritornanti” ci sono quelle creature (”piccerille”) che  la credenza popolare ritiene anime perdute e che, nonostante, morte  agli occhi (e all’immaginario)   dei vivi appaiono e scompaiono, portando  euforia, gioia o un senso di tristezza . “Les revenants”, “i sognanti”  di Moscato vanno e vengono, lasciano “segni”, palpiti tra  i passeggeri che affollano la metropolitana di Napoli (la più bella d’Europa) e le sue “stazioni d’artista” che all’inizio e alla fine del film avrebbero dovuto fare da location.

Nella parte centrale il racconto dalla modernità si sposta in un tempo antico dove due giovani  e il loro figlioletto (che scomparirà ma poi verrà ritrovato) prendono in fitto un’ abitazione di un di antico palazzo del centro storico di Napoli. Qui, però, si ritroveranno in compagnia di  invisibili e dispettosi “spiritilli” e un corteo di improbabili figure ( la cantante cieca, la contessa caduta in basso, la zitellona…). Per un improvviso allagamento   madre, padre e figlio  saranno costretti e fuggire  dallo stabile che verrà addirittura giù una volta che si  ritroveranno in mezzo alla strada. Realtà, fantasia,  “oniricità”, allucinazione?

Ritroviamo  tutto questo  e altro nel groviglio quadro delle contaminazioni che  Enzo Moscato pensava di trasferire sul grande schermo, ma non si può non notare come anche questa volta la lingua, l’uso del napoletano, la sua musicalità e arcaicità, le sue  commistioni con l’italiano vengono a costituire elementi di un  barocchismo  (e minimalismo)  che avrebbe dovuto  invadere ogni anfratto della rappresentazione, della scena. Pardon, dello schermo.


Enzo Moscato: Ritornanti. Cronopio. pag.107, 12,00 euro.

11 marzo 2018

"Proust ed io ": Barthes lettore della "Recherche"




nota di Davide Pugnana

Torno spesso a rileggere i brevi saggi che compongono "Il brusio della lingua". Potremo dire che il privilegio della rilettura sia la scrematura ragionata della materia: abbracciando nella mente l'intero paesaggio del libro, sappiamo dove e come muoverci; ci autorizziamo a saltare alcuni passaggi per ragioni 'di gusto'; evitiamo gli ingorghi del traffico e le zone turistiche, per ritrovarne altre, isolate e remote, più intatte e nascoste, come fanno gli habitué scaltriti spingendosi fuori dal centro. 

Mi soffermo così su quei capitoli che, raccolti a fascio, finiscono per formare un autentico 'diario di un lettore di romanzi'. Ne assaporo l'intelligenza critica contro il palato come fosse la prima volta.
Barthes dedica pagine indimenticabili alla vita dei dettagli romanzeschi, a quegli "effetti di realtà", apparentemente insignificanti nell'economia della narrazione, che siamo soliti tralasciare a favore dei grandi nodi dinamici della trama: che funzione ha il "barometro" flaubertiano collocato nella sala di Madame Aubain, sopra il pianoforte? E come dovremo leggere gli ultimi istanti di vita di Charlotte Corday descritti da Michelet, quando, a un tratto, egli ci racconta la visita di un pittore che fa il ritratto alla donna, precisando che "dopo un'ora e mezzo qualcuno bussò dolcemente ad una porticina che si trovava dietro di lei"? Ma il punto di approdo privilegiato di questo itinerario rimangono le pagine su Proust, dalle quali affiora il grande tema della Recherche: la ricerca della scrittura come "desiderio" di scandaglio e verifica della propria vocazione artistica:


"Sarà piuttosto, se volete: Proust ed io. Che pretesa! [...] Vorrei suggerire che, paradossalmente, la pretesa cade dal momento stesso in cui sono io a parlare, e non qualche testimone: perché, disponendo su una stessa riga Proust e me stesso, non voglio affatto dire che mi paragono a questo grande scrittore, ma, in un modo del tutto diverso, che mi identifico con lui: confusione di pratica, non di valore. Mi spiego: [...] nel romanzo, ad esempio, mi sembra che ci si identifichi più o meno (intendo dire a tratti) con uno dei personaggi rappresentati; questa proiezione, credo è la molla stessa della letteratura; in alcuni casi marginali, però, quando il lettore è un soggetto che vuole a sua volta scrivere un'opera, questo soggetto non si identifica più solo con questo o quel personaggio fittizio, ma anche e soprattutto con l'autore stesso del libro letto, in quanto ha voluto scrivere quel libro e c'è riuscito. Proust, dunque, rappresenta il luogo privilegiato di tale identificazione particolare nella misura in cui la Recherche è il racconto di un desiderio di scrivere: io non mi identifico con l'autore prestigioso di un'opera monumentale, ma con l'artigiano, talvolta tormentato, talvolta esaltato, comunque modesto, che ha voluto intraprendere un compito che, sin dall'origine del suo progetto, ha conferito un carattere assoluto."

Roland Barthes. Il brusio della lingua. Einaudi

09 marzo 2018

“Fidel Castro” foto di Romano Cagnoni



di Gianni Quilici

Al primo sguardo questa foto di Romano Cagnoni appare subito “bella” “buona” come altre. Invece è qualcosa di più. Perché coglie l’attimo preciso e nel modo migliore, rispetto anche alla personalità del soggetto inquadrato, Fidel Castro, tanto da poter dire: uno scatto tanto felice da poter essere, in sé, perfetto.
Per capirlo occorre leggere ogni dettaglio e cogliere come ognuno di questi sia funzionale al tutto:
la mano protesa con impeto in avanti ad indicare con forza la direzione;
la bocca aperta a asserirla ad affermarla;
il giovane volto barbuto di Fidel, inquadrato felicemente dal basso in alto, a guidarla;
gli occhi semichiusi a profetizzarla;
la bandiera felicemente invadente, sinuosa e leggera a festeggiarla.

Ecco che ogni dettaglio concorre a dare movimento, slancio, utopia a Fidel Castro, un leader carismatico che è stato, al di là di ogni giudizio storico necessariamente aperto e certamente complesso, una figura mitica come pochi nel ‘900, perché ha unito l’azione anche avventurosa con il pensiero, guidando fino alla morte un piccolo Paese, che lo ha molto amato, riuscendo nell’impresa di conservare una difficilissima autonomia dalle due superpotenze. 

Romano Cagnoni. Cile. 1971 


07 marzo 2018

"La cura della forma" di Silvia Chessa



No. La cura della forma non si chiama perfezionismo.
Ma attenzione premurosa.
Per la correttezza.
La precisione della parola giusta.
Volontà di andare incontro e agevolare l'altrui comprensione.

È un assist dato al tuo interlocutore 
per facilitare la scorrevolezza del suo gioco, 
quasi a sfavore della tua gloria..  
E del tempo tuo. Prezioso quanto il suo.
È rispetto per chi legge, dono al suo pensiero.
Che sia una tesina di laurea o sia un messaggino di saluto, o di auguri.
 Indica il tempo che avete dedicato a quella attività, 
nonché alla persona che leggerà.  
Parla di dignità e di compostezza.  
È pulizia mentale e disciplina spirituale.
 Ordine del cuore.  
Scrivere cose incomprensibili, maldestre, rabberciate, equivoche, 
per fretta e sciatteria, è una piccola e prima mancanza di rispetto.  
Ne seguiranno altre, statene certi.  
Chi scrive male, con leggerezza, 
è capace di fartene, a parole o silenzi, altrettanto male.
Ti chiede pazienza 
a fronte della brutalità verbale che ti sta propinando. 
  Mal tollero questi squilibri.  
Cerco armonie.  
Offro gesti di cortesia.  
Ha parole, virgole, pause, punti e due punti, la disciplina del mio mondo verbale.
Specchio dell'interiore.  
E sono grata ai simili a me.  
Voglio bene a chi ci tiene, ai segni esterni.
  Quanto ai contenuti.
E mi corregge, mi fa le pulci, con delicatezza.
  Perché sa la ricerca, sa la pazienza.  
Mi sa.

20 febbraio 2018

“Versi in viaggio” di Gianni Quilici.



                  foto di Caterina Donatelli


di Virginio Giovanni Bertini


Oltre 300 poesie, più di trenta fotografie, un lavoro immenso , stratificato nel tempo e nello spazio, difficile da cogliere nel suo valore complessivo, per le mille scintille che produce.

Città, isole, paesi, territori, ma anche musica, cultura, società, linguaggi, storia, relazioni, amore, erotismo, senso della vita: sono questi i viaggi materiali e immateriali del poeta. Sono viaggi in versi, giocando con il titolo, in cui si colgono impressioni, scatti fotografici, frammenti, attimi di emozioni e riflessioni. Con uno stile originale prendono corpo tantissimi e diversissimi affreschi, con una eccezionale attenzione alla parte più che all’insieme, alla trasfigurazione soggettiva più che all’oggettivazione di ciò che si descrive. Così da un lato i territori sono umanizzati e dall’altro l’umano diventa terra, fiume, storia, infinito.

Una poesia impressionista, ma anche esistenzialista ed ermetica, dove si avverte la fatica dell’uomo a dare un senso compiuto alla sua vita, in continua lotta tra l’essere e il nulla, tra la vita e la morte, la felicità e l’infelicità, tra la straordinaria infinita potenzialità della sua mente e della sua anima e la finitezza dei vincoli e dei limiti meccanici in cui il suo corpo è costretto.

Poesia che diventa però, spesso, anche introspezione e autoanalisi, a volte ricca di speranza, a volte incerta o pessimista, in ogni caso senza sconti, e riflessione che critica l’ipocrisia, il falso moralismo, la cultura della morte, la cementificazione che distrugge l’antico paesaggio fatto di “campi vangati e segati…..amati” e “corti di sempre”.

Un libro autobiografico, una sorta di diario di bordo di qualità elevata, dove si cerca di fermare i ricordi di una vita, perché la vita stessa come il cinema è un viaggio, tra l’essere e il nulla, e il cinema “è ricco di strade”.
A volte le poesie dei luoghi, Bretagna, Loira , Galizia e anche di città, Siena, Venezia, sono pennellate originali capaci di cogliere scene nascoste o seducenti marginalità ma subito lo scrittore sembra avvertire la necessità di umanizzare quella geografia, quasi a sottolineare che “il cinema-immagine non è la realtà”.

Sono tanti i fili che costituiscono la trama di questa tela predisposta da Gianni Quilici con grande cura. A me preme sottolinearne uno per tutti, esplicitato in una delle ultime poesie intitolata “Possibilità”: il perenne contrasto tra mille desideri da realizzare e la sobrietà della solitudine interna, un tavolo pieno ed un altro quasi vuoto, la ricchezza della vita da inventare e la povertà degli strumenti utilizzabili. Quando questo tema diventa viaggio nella società dolente l’io si sente “inadeguato alla coscienza terrestre” e chiede , quasi implora “Che niente si perda”, “che si prendano le mani nelle mani”, “che si scenda nelle strade con pensieri più lunghi e più larghi”.

Quando l’io ritorna su se stesso a volte subentra la “Paura cosmica”, ….” di intravedere l’infinito tempo e io nulla”. E’ lo smarrimento dell’uomo quando prende coscienza dei suoi limiti esistenziali. In questo contesto prende forza una via di fuga, o meglio un’uscita di sicurezza: “immergere il corpo nella luce”, vivere appieno la vita viaggiando, portando la conoscenza oltre il già visto e tracciando queste esperienze in fotografie e poesie per non dimenticare, per lasciare un’impronta, una memoria.

Così l’avidità di sapere, di conoscere, di pensare e trasformare, l’avidità di amare e di essere amati, trova una sua rappresentazione, non rimane isolata, esplode “ osservando scrivendo scattando fino all’ultimo respiro”. Allora la poesia e la fotografia diventano modo di vivere, di pensare, di lottare, in una ricerca perenne e ardua di superare, anche per un attimo, quel terribile confine del tempo che fugge.
E se questo sarà impossibile, che almeno ci sia traccia degli umani tentativi!

Gianni Quilici. Versi in viaggio. Tra le righe libri. Euro 12,00

19 febbraio 2018

"Il pane" di Angelica D'Agliano






Non faccio il pane perché ne abbia bisogno. 
Ogni giorno sul banco ne trovo di ogni forma. 
Il sapore di questi molti pani è buono
 e il prezzo ancora ragionevole. 
Potrei ogni giorno far crepitare il coltello 
oppure spezzare con le mani un pane diverso, tradizionale 
oppure tipico di posti molto lontani. 
Ma la sera passo il sapone sulle scodelle sporche della cena, 
poi mi bagno le mani di farina e comincio. 
Prima una fontanella vaporosa, 
poi col dito la sento sciogliersi nel bianco dell'acqua 
e so che prenderà la forza viva della pasta. 
Lo faccio perché sono costretta a immaginare veloce,
 e ogni giorno la mia conoscenza è sempre più vicina a una nuvola.
 Ma il corpo questo ancora non l'ha capito, 
e io così gli uso gentilezza.
 Lo so, gli dico mentre mi sbilancio dolcemente in avanti,
 mentre la pelle si profuma nel tuffo nel grano.
 Lo so è passato troppo poco tempo 
e voi mani ancora ricordate tutto,
 anche se voi proprio in carne e ossa non l'avete mai vissuto. 
Ma non importa. 
Stiamo qui. 
E facciamo pace.

15 febbraio 2018

“Come in preghiera” di Dario Mitidieri



di Gianni Quilici

Da una selva di elmetti
fantasmatici
senza volto ne’ anima
puri strumenti di forza
sbuca bimbo
come contrasto limpido
le mani in alto
come in preghiera assorto.
Foto realistica
Foto simbolica
di ciò che accadrà.

Le truppe arrivano
nella grande piazza
la piazza Tiananmen
e sarà  di studenti e operai
massacro.

Era il 3 luglio 1989
e questa foto di Dario Mitidieri
ci consegna uno scatto
che scolpisce la memoria civile
con la poesia del bimbo
in preghiera assorto

Dario Mitidieri. Pechino, 1989


"Un nuovo corpo mi attende" di Rita Notte


                                                              Man Ray

Disciplinare la nuova evoluzione.
Capire la nuova carne nella sua metamorfosi .
Guardarsi allo specchio come se tu fossi un ragno, poi un coniglio e poi ancora un sorcio.
Gli anni rientrano nell'evoluzione, il capire del sangue che ormai ha fine nel suo stesso ciclo.
Organizzare quel viaggio rimandato da troppo tempo, farne una mappa e andare nel luogo dove ogni cosa non sia bagnata da giorni non vissuti.
Mi guardo la mia nuova pelle, il mio nuovo cuore.
Le mani sono veloci nell'afferrare il pensiero che corre veloce nel suo nuovo immenso labirinto. Si cambia per non morire , si cambia perché bisogna vivere questi ultimi anni nella sua stessa gloria presunta. Non chiedo, non riesco a farlo. Mi siedo e aspetto le fasi che mi spettano come se io fossi dall'altra parte e guardassi me stessa in un modo che il tutto mi appartenga senza domanda e risposta. So che la risposta arriverà nel suo stesso delirio, nella visione, dell'immagine sfuocata e poi messa a fuoco. Un battito di ciglia e andare oltre con piedi nudi senza cadere o oscillare mai. Mi divido in due parti, mi piego nella mia stessa schiena, mi ribalto nella mia anima stessa. Guardo fuori dalla finestra e il tutto non mi somiglia e cercare forse non mi interessa più. Un nuovo corpo mi attende, nasce dove nascita di vita non fu mai e le lacrime che siano orfane o di padre poco importa. La schiera del sapere, l'oltre ... so già cos'è e non mi basta più. Sono giorni vissuti con estrema nausea, con estrema ribellione, da mani legate e mai sciolte. Devo fare , devo andare, devo capacitarmi...
devo
devo
devo e non so da quale parte recidere per sentirmi un po' meglio.


14 febbraio 2018

“La vedova allegra” operetta di Victor Léon e Leo Stein



di Silvia Chessa

Il paradigma di Hanna Glawari e di Danilo Danilowitsch  - che dissimulava il suo innamoramento come lei il suo - è talmente affascinante che ci potrebbe fare cadere nel favoloso tranello, illudere che tutto sia possibile e risolvibile, in fondo, mentre cadiamo nelle lusinghe acustiche di voci, strumenti, di danza canto, costumi e scene incantevoli e dinamiche. E mentre ci inerpichiamo nelle complicazioni della trama, fra intrighi internazionali, tradimenti, riscatti sociali e una serie di schermaglie amorose che andranno, però, a buon fine.

L’operetta, nella sua irresistibile varietà e vivacità espressiva è così: inganna e insegna al contempo. In verità non è così la storia, penso, gli equilibri sociali sono instabili e l’amore è come la tosse, che non la puoi reprimere, non a lungo, se non soffocandoti.
E il lieto fine, il coronamento del sogno, quando tutto sembrava compromesso, poi, non a tutti è dato: i treni persi, si sa, restano persi.

Infatti, fra i treni persi ascrivo, e mi duole, il non avere una profonda e specifica conoscenza di storia della musica, e non avere abbastanza tempo davanti per recuperare le gravi lacune del mio sapere zoppo, che non riesce a discernere, a colpo sicuro, note, passaggi e stilemi in un ascolto a teatro. Ma la Fenice compensa accattivandosi lo sguardo prima degli altri sensi, e così basta semplicemente lasciarsi andare e sentirsi parte di un meccanismo avviato perfettamente verso la bellezza.


Per pregustare alcune piccole perle ermeneutiche della Vedova allegra che si tiene stasera alla Fenice di Venezia, mi è valso ascoltare le risposte del Direttore artistico Stefano Montanari, intervistato in precedenza dello spettacolo, in radio, pensiero chiaro e sostanzioso: mi ha stregata il suo modo di gestire onestamente questo classico e di ravvivarlo senza snaturarlo.
Ha voce composta, da persona spiritosa e vivace, il suo registro è di un serio tendente al sorriso.
Ho apprezzato molto che dicesse, dell'operetta, che è complessa da affrontare in quanto è lieve solo in apparenza, e che le parti che lo hanno attratto e commosso di più, e verso le quali lo stile della sua direzione ha inteso orientare la sensibilità del pubblico, non sono quelle leggere - simil effimere- ma quelle più malinconiche. Per esempio dove il canto si può dispiegare in modo più libero ed esteso.

Mi ci ritrovo, in questo orientare l'opera  artistica verso il “fuori contesto”, in questo caso il momento pacato e lento, rispetto al genere apparentemente lieve e spensierato.

C’è dinamismo anche nel rallentare. Nel collocarsi, originalmente, sul registro della malinconia, della quale la lettura, per me, più calzante e fascinosa ascoltata di recente (in televisione, dalla voce di Carla Bruni) è la seguente:
La malinconia si distingue dalla tristezza, (perentoria, da subirsi e basta) e la si potrebbe definire come quel sottile piacere di stare tristi. Quasi una scelta. Quasi una vedovanza. Ma molto rock.


Venezia, Teatro La Fenice
DIE LUSTIGE WITWE
(LA VEDOVA ALLEGRA)
Operetta in 3 atti di Victor Léon e Leo Stein
Musica di Franz Lehár
Direttore: Stefano Montanari
Regia: Damiano Michieletto
Scene: Paolo Fantin
Costumi: Carla Teti
Light designer: Alessandro Carletti
Coreografia: Chiara Vecchi

Hanna Glawari, Nadja Mchantaf
Conte Danilo Danilowitsch, Christoph Pohl
Valencienne, Adriana Ferfecka
Kromow, Willam Corrò
Baron Mirko Zeta, Franz Hawlata
Visconte Cascada, Simon Schnorr
Camille de Rossillon, Konstantin Lee
Raoul de St Brioche, Marcello Nardis
Bogdanowitsch, Roberto Maietta
Sylviane, Martina Bortolotti
Olga, Zdislava Boková
Pritschitsch, Nicola Ziccardi
Praskowia, Daniela Baasová
Niegus (ruolo parlato), Karl-Heinz Macek
Lolo, Alessandra Calamassi
Dodo, Mariateresa Notarangelo
Jou-Jou, Rossella Contu
Frou-Frou, Alessandra Gregori
Clo-Clo, Chiara Lucia Graziano
Margot, Krizia Picci


Orchestra e Coro del Teatro La Fenice di Venezia
direttore, Stefano Montanari
regia Damiano Michieletto
maestro del Coro, Claudio Marino Moretti
scene, Paolo Fantin
costumi, Carla Teti

11 febbraio 2018

"Le avventure di Numero Primo" di Marco Paolini



di Cosima di Tommaso
Esser partecipi di uno spettacolo di Marco Paolini è un’esperienza quasi mistica, se non fosse per il fatto che egli affonda le mani con naturalezza inusitata nella granitica essenza umana.
Così è stato lo spettacolo messo in scena al Teatro Verdi di Padova: “Le avventure di Numero”Primo” (tratto dall’omonimo romanzo): un’apnea di 115 minuti dalla quale è impossibile non uscirne  “trasformati”.
Apparentemente è una fiaba-reportage che racconta le avventure di un bambino,  che chiamano "Numero Primo".  
Uscendo dal teatro, ho definito lo spettacolo “perforante” come è nello stile di Marco Paolini.
Ecco, lo stile è  asciutto e privo di orpelli ed è ciò che  ho trovato particolarmente maturato   negli anni: non un respiro è fine a se stesso.
La  messa in scena è minima, essenziale, tanto da poter dire, di ascendenza shaekspeariana, in cui è la parola che effigia luoghi sensoriali ed immaginativi:  non una parola in più, non una in meno. La sua prosa poetica è oggettiva, lapidaria  e, si realizza nell’ “hic et nunc”.
Ha piegato l’arte, attraversandola in largo e, servendosene  giudiziosamente (persino  in un barocco ‘recitar cantando’),  recuperando via via,  i semi della cultura classica.
E’ una sorta di  ‘tragedia’ moderna, che affonda nell’animo umano, scoprendo quanto sia sottile la linea che separa il bene dal male, quanto incomba sull’uomo il ‘destino’ a cui nessuno può sottrarsi. L’uomo del 2000 è tutto immerso nel ‘fato’ prodotto da una ineluttabilità virtuale ed artificiale.
 C’è l’incombere sull’uomo di un’indistinta “catastrofe” (talora speranza velata?) di un evento incontrollabile per l’uomo,  che fa precipitare la vicenda narrata nella morte- non morte violenta ed espiatoria del protagonista, che è stato preda-testimone di una sorta di Batracomiomachia del nostro tempo (lotta fino all’ultimo sangue tra gabbiani e topi).
 Numero Primo è un “debrutalizzatore”, non un  bambino  comune, introdotto nel nostro futuro, che a suo modo  mette in atto una sorta di palingenesi umana, nella misura in cui  l’uomo rimembra ciò che realmente è, ovvero (anche) un “poeta”, capace di “fare”, “creare”, “realizzare”.
A Ettore, il vero eroe, umanissimo (terrestre, forse un veneto del bellunese, fotografo free lance) non resta che accettare il proprio destino e, in questo atto dolorosissimo di umiltà e consapevole accettazione, risiede la vera grandezza umana.
Non è cosa immediatamente facile che un monologo di 115 minuti carpisca lo spettatore e lo tenga avvinto sino alla fine.
Paolini  è  stato capace di generare, in  qualcuno di loro, un vero e proprio ‘transfert’: l’arte ha assolto pienamente alla sua funzione sociale.

Marco Paolini, “Le avventure di Numero Primo”, Einaudi, 2017

(spettacolo teatrale del 25.11.20017 Teatro Verdi)












09 febbraio 2018

"Una nuova parola: resilienza" di Silvia Chessa




Ai seguaci e non della Crusca, agli Accademici e a coloro che, semplicemente, ma con buon senso, vigilanza, ironia e sagacia, riflettono e studiano i lemmi, amano le parole, detestando i luoghi comuni, e a chi non concorda con le nuove espressioni e trova superflui certi neologismi.( E taluni, davvero, penso anch'io che lo siano).
 
Resilienza.
Ha senso dirla, averla inventata? O le si dovrebbe, forse, Resistere ?

Ben vengano i neologismi. Prima di tutto. Ma solo quelli sensati nonché indispensabili.
E, per me, resilienza ha un senso nuovo. Plurimo. Che prima non c'era. Per questioni appunto temporali e cronologiche. Un significato che racchiude gli anni...tutti gli anni in cui abbiamo resistito da dopo che è nata la parola Resistenza.
 

Resilienza non può esserci in passato, direi, appunto in relazione al suo nuovo e contemporaneo significato: al senso, decadente ma anche eroico, di strenuo resistere che vuole esprimere e che trascina con sé.. dunque non è una puntuale e semplice resistenza (se mi attacchi, posso resistere ovvero oppongo resistenza) e neppure opposizione, bensì viene a comunicare una lunga e difficile storia di resistenza, l'essersi opposti, sì, ma da illo tempore; l'aver, da sempre, resistito. A lungo. E negli anni. Aver superato la sconfitta e la caduta. Essere sfiniti, esausti, ma non mollare. Malgrado tutto e tutti ... Aver sopportato l'indifferenza ed altresì l'insulto. Ed esserci ancora. Oggi. Non ieri né ai tempi degli antichi e dei nostri avi. Ma il tentativo attuale, radioso e resiliente, appunto, di non rassegnarsi. Di riprovarci ancora. E ancora. E ancora.



04 febbraio 2018

"Scritti sull'arte figurativa" di Konrad Fiedler



di Davide Pugnana

Nessuno quanto Konrad Fiedler ha saputo descrivere dal di dentro, come una gigantesca lente ad altissima definizione, la radice conoscitiva dell'artista figurativo, isolandola da ogni altra forma conoscitiva e mostrandola nella sua specificità costitutiva. Le sue pagine dovrebbero anticipare, o affiancare, lo studio diretto degli oggetti d'arte. Prima di qualsiasi manuale di storia dell'arte, Fiedler analizza le "cause" profonde che sottendono il "fare" arte. I suoi saggi sono scritti dando voce a ciò che gli artisti sperimentano lungo il loro percorso di ricerca dell' "espressione", dalla mente alla mano. Quella fiedleriana è una gnoseologia sospesa tra la gestazione della forma e la sua prossimità nella materia. Proprio su questa soglia tra spirito e materia egli scava con ostinazione.

Secondo Fiedler, all'origine siamo tutti ugualmente in possesso di un "materiale sensibile" costituito dal progressivo stratificarsi di depositi di percezioni e stimoli che riceviamo dal mondo esterno e che costituiscono l'insieme vitale e dinamico, ma anche vago e caotico, del nostro mondo interiore. La differenza tra chi è artista e chi non lo è non è solo in un innato potenziamento delle percezioni; ma nel modo in cui l'artista riesce a dargli "forma espressiva" attraverso il suo "fare" artistico, cioè il processo creativo. 

Se l'uomo comune tende passivamente ad abbandonarsi a suggestioni e stati d'animo, quasi subendoli o lasciandoli morire nel loro stesso farsi, l'artista, al contrario, sviluppa la "facoltà" di controllare e possedere questo magma di sensazioni e di immagini, dandogli un asseto razionale - cioè conoscitivo - attraverso l'attività artistica, cioè i movimenti fisici della mano - quella cinetica della "mano" che Focillon definirà stupendamente "poesia in azione". Se non ci fosse l'azione della mano, questo processo conoscitivo non avrebbe possibilità di realizzarsi all'esterno. 
Per questo Fiedler definisce il fare creativo un processo a un tempo spirituale e corporeo, perché i segni espressivi traducono e danno compiutezza a ciò che si sta svolgendo nell'interiorità. Lo studio è solo una continuazione e un "mezzo" di questo processo senza limiti, che si svolge prima di tutto a livello conoscitivo e il cui silenzio ha fine solo in virtù della finitezza biologica dell'artista.
 

Un estratto:
"L'artista non si distingue per una speciale attitudine visiva, per il fatto che egli possa vedere di più, o più intensamente, degli altri, oppure perché possieda nei suoi organi visivi una speciale facoltà di scelta, di concentrazione, di trasformazione, di nobilitazione, di trasfigurazione, in modo da rivelare nei suoi prodotti le conquiste del suo vedere; egli si distingue invece per il fatto che una particolare attitudine della sua natura lo pone in grado di passare immediatamente dalla percezione all'espressione visiva: il suo rapporto nei riguardi della natura non è un rapporto visivo, ma un rapporto espressivo. Il miracolo dell'arte consiste propriamente in questo. [...] Solamente chi possa immaginare l'effettivo processo che ha luogo perché possa avvenire questo passaggio da una pura rappresentazione interna all'attività espressiva vera e propria, si potrà convincere che nell'intero processo dell'attività figurativa il puro vedere e la facoltà di rappresentarsi interiormente le cose vedute sono soltanto un inizio, un punto di partenza, mentre il vero sviluppo ed il compimento di quel processo è legato all'attività figurativa esterna."
(Konrad Fiedler, "Sull'origine dell'attività artistica")

01 febbraio 2018

"Tre giorni e un bambino" di Abraham B. Yehoshua



di Gianni Quilici

Leggo un racconto di Yehoshua e rimango sorpreso dalla sua crudeltà. Una crudeltà sottile e ambigua, che rimane incombente e può far star male  chi leggendo partecipi troppo emotivamente.


Siamo a Gerusalemme, una Gerusalemme dura, a volte molto dura, una città vuota, morta, dove la gente è tesa, ha sempre paura, come se, da un momento all’altro, dovesse succedere l’irreparabile Qui, uno studente fuori corso, che insegna tuttavia matematica a due classi, accetta di ospitare per tre giorni il figlio della donna, di cui è stato innamorato e lo è ancora, per tre giorni.

Cosa succede? Che nel protagonista, che racconta  in prima persona, nascono due sentimenti verso il bambino tra loro contraddittori: un affetto istintivo con tutto l’amore che irrompe, perché somiglia straordinariamente alla madre e infatti lo stringe al cuore e lo bacia negli occhi; ma più forte affiora e si espande il desiderio della sua morte. Così lascia che corra su un muretto senza protezione, che si sporga dal balcone appoggiato alla sedia, lo porta in piscina con la febbre, lo sfinisce, non lo cura, mentre la febbre sale. In altri termini vorrebbe la sua morte, senza fare niente, lasciandolo a se stesso. Ora questo comportamento è l’aspetto originale e profondo del racconto: rappresenta implicitamente un amore  ossessivo e nello stesso tempo impotente, che diventa desiderio di vendetta contro di lei e non sperando più nell’amore di lei, desidera in un sogno di essere adottato, in sostituzione del bambino morto, come figlio.   



Questa (possibile) tragedia Yehoshua la scolpisce

dentro l’autunno asfissiante di venti di scirocco caldi e pesanti, una tempesta di calore che viene dai colli e che ammorba il corpo di sudore, e la luna piena   come una pietra gialla che inonda il cielo su una Gerusalemme buia e addormentata;

 e  in due personaggi, che fanno parte di un’associazione “amici della natura” e che hanno un rapporto misticheggiante con essa fino all’autolesionismo, alla perdita di un naturale buon senso. 



Abraham B. Yehoshua. Tre giorni e un bambino. Einaudi. Euro 9.00       

31 gennaio 2018

"Versi in viaggio" di Gianni Quilici




di Rita Notte

Mi hai nutrito attraverso i tuoi versi.

Versi in viaggio è, infatti, un continuo richiamo alla bellezza, 
alla comprensione dei conflitti interiori, 
è poesia da leggere per poi amarla, 
viverla in questo mondo che ormai non ci appartiene, che non si amplifica.

Il tuo poetare è un fare dell'anima, 
che, in ogni viaggio, va oltre la morte.

Salvezza e perdizione, lotta e oscillazione,
 stati interiori in cui tutto è presente e continuo richiamo. 

Magistrale la parola,
che dilata e poi viaggia nello scatto della foto
che ferma immagine, scolpisce il sogno 
che anima lo stato e il suo infinito fluttuare. 
Immagine  sensuale, 
in cui la percezione dilata l'emozione 
e cerca di essere viva 
nonostante il respiro della morte. 
Il tutto chiuso tra passato e presente, 
che sfocia e muta nel confronto continuo 
dell'immagina persa e sempre ritrovata.

Scrivi e il lettore trova movimento nel suo stato interiore.

Il delirio dei sensi, infatti, 
danza e mette in scena paesaggi, respiri, 
incontra ciò che a molti rimane schiacciato 
dalla frenesia del quotidiano e della gioia fallace . 
Pulsioni vitali in continuo movimento 
che respirano in un presente che continuamente se ne va.

Gianni Quilici. Versi in viaggio. Tra le righe libri. pag. 140. Euro 12