28 ottobre 2026

"Avevo le scarpe di polvere e cielo" di Loredana Giannini

 




LOREDANA: PESTIFERA E DELICATA

di Gianni Quilici

 E’ un racconto visivo, che scorre come se fosse film. Come se ce lo raccontasse lei, la stessa autrice, Loredana Giannini, a quattr’occhi. Lei adulta che si fa bambina.

Loredana: un personaggio vitale e complesso

Il primo pregio di Ti porto con me ,infatti, è lei, Loredana bambina che ci colpisce, che ci fa sorridere. Perché? Perché è un personaggio vitale, di una vitalità traboccante. E’ lei la capobanda (pur essendo femmina) della sua corte, spavalda, sfrontata, caparbia, competitiva, indomita fino all’incoscienza, ma è anche delicata, affettiva, altruista, a volte ipersensibile. Si potrebbe definirla, utilizzando una metafora poetica: un ossimoro. Cioè una “cosa” e il contrario di essa. Non è un caso. C’è una ragione profonda. Un trauma.

Il suo amatissimo padre, infatti, voleva un maschio e arrivò invece, Loredana, una femmina. Allora lei bambina molto femminile, come ben si evince nel rapporto con la sua grande amichetta d’infanzia, Simonetta, ha cercato disperatamente di diventarlo, maschio. Un esempio? Gli scontri di banda, spesso violenti, tra le corti. In particolare l’incontro di lei bambina, e più piccola, con l’altro capobanda, un ragazzo più grande con la carabina a piombini di gomma e lo sguardo strafottente di chi vuole  intimidire. Lei accetta la sfida, pur essendo  a mani nude: lo insulta e non demorde neppure quando il ragazzo le punta la carabina al volto e le dice con estrema fermezza: “Ora ti sparo”. Come farà.

Qui, tuttavia, c’è un sentimento che va oltre il bisogno che lei ha di farsi maschio. Non sopporta, infatti, la strafottenza e tutto ciò che sente autoritario e ingiusto. E questo è presente in molti fatti,  anche dolorosamente nel rapporto con il padre. Lei, infatti, lo ama profondamente. Un fatto lo rappresenta lucidamente. Accadeva, soprattutto d’estate, che il padre la portasse in soffitta. Da lì, attraverso una scaletta, tenendola stretta stretta, apriva il lucernario.  In quei momenti il loro sguardo veniva inondato di luci, di stelle meravigliose che brillavano, come le sembra ora di non aver più rivisto in vita sua. Qui c’è l’affondo finale poeticamente amoroso: “Quanto amavo fare questo con mio padre! Stavamo lì da soli immobili ad ammirare e poi sottovoce mio padre mi diceva: “Bello che è vero Lory?” Simbiosi tra i corpi e i sentimenti. Quando, però, i sentimenti non coincidevano più con le sue intenzioni, allora era lotta, sfida, scontro. Perché quando amava “qualcosa”  lo difendeva a denti stretti. C’è un esempio esemplare. Molti di noi, immagino, amano gli animali, ma quanti i topi o anche i topini? Come avrete letto, un giorno invece di trovare dei gattini, Loredana trova un nido di topi. Tre topini piccolissimi con gli occhietti ancora chiusi, senza la madre. Nessuno schifo, anzi li accarezza e li trova tenerissimi. Il giorno seguente torna a trovarli ed erano disperati. Da quel momento diventano, come gattini, suoi. Li porta nella stanza dei giochi, li protegge dal freddo ovattandoli, li nutre con del latte diluito e leggermente scaldato e con il contagocce prova ad allattarli e, con grande sorpresa, scopre che riuscivano a bere e non squittivano più. Quando lo disse alla mamma scoppiò immediatamente la lite. Lei cercava di convincerla, ma la mamma era irremovibile. Quando tornò il padre fece finta di assecondarla, ma dopo dieci giorni li trovò morti.

Ho sintetizzato questo episodio per sottolineare che la sua rivolta, come del resto il rifiuto di uccidere i polli (come l’opposizione di non mangiare e di doversi addormentare nell’asilo),  nasce non da un capriccio infantile, ma da un sentimento vero.  Ci sono in questi conflitti la richiesta implicita di ascolto e il desiderio di giustizia, di poter scegliere in libertà. Tutto ciò lo sente, non è ancora in grado di motivare, ma “lavora” dentro di sé. In nuce una bambina, in cui sono già presenti, confusamente, impulsi di autonomia.

Ma c’è un altro aspetto generale: Loredana Giannini sa raccontare, perché, non solo sa descrivere, ma ci fa sentire attraverso i dettagli interiori, in questo caso, il suo “amore” per questi topini impauriti e indifesi.      

C’era una volta

Ma dentro la storia dell’infanzia di Loredana c’è un paese in mezzo alle colline della Piana di Lucca, Segromigno Monte, un paesino fondamentalmente contadino, alla fine degli anni ’60 inizio anni ’70, quando l’agricoltura va in crisi e inizia quel processo di industrializzazione che porterà a un mutamento progressivo e veloce dell’intera società, in tutti i suoi sensi.

Ecco l’altro pregio del libro ed anche la sua utilità. Loredana Giannini, già da bambina aveva un occhio sociologico, di chi osserva i dettagli di ciò che la circondava: la casa, i giochi, la corte, le liti, le bande, gli scontri, l’asilo, la scuola,i parenti amati e odiati, lo svolgersi delle stagioni, gli animali, le feste, la Messa. Ogni cosa la descrive con precisione, ma con una aggiunta in più: le dà un’anima. Pensate ai giochi, quasi sempre all’aperto, con la sua migliore amica: il gioco “a mamme”, “alle signore”, gli scambi sugli abiti o sulle scarpe di ultimo grido, “il rito sacro della tinozza”, la caccia alle lucciole, il teatrino sulla corte, dove si inventano scenette e canzoni, o i giochi collettivi con salti pericolosi, in cui metteva alla prova la stessa incolumità di chi ci partecipava. Questi giochi pullulavano di immaginazione e di creazione, dove il corpo si fondeva con molte delle possibilità della mente.

Un libro da leggere nelle classi

Quanto tempo è passato rispetto ai giochi di oggi! Ecco già un esempio di come Ti porto con me sarebbe utilissimo da leggersi nelle scuole, anche utilizzando alcuni capitoli o parte di essi. Perché la piccola Loredana ha una forza che crea identificazioni, soprattutto nelle ragazze, perché è tenera e vulcanica:  sorprende, fa pensare ed anche divertire.  

Prendiamo la preghiera mariana del “maggetto”, promossa nella sua corte, con il padre organizzatore desideroso di realizzare il migliore allestimento mai visto nella storia del paese. E così sembrava. Ma ci fu una bambina che fece saltare tutto. Lei quella sera si annoiava mortalmente già alla prima “stazione” del rosario, ma soprattutto era profondamente arrabbiata: alla televisione c’era il famoso carosello, quella trasmissione che ogni giorno aspettava con ansia. Allora furtivamente riuscì a sgattaiolare  in cucina, dove c’era la tv, ma era staccata. La presa non usciva. Non si dette per vinta. E riuscì a fare il patatrac: lasciò al buio la corte, gli oranti nel panico e lei con una spaventosa carica elettrica addosso.

Ed più il libro potrebbe facilmente coinvolgere i familiari: dai genitori, ai nonni e nonne, attraverso  modalità variegate: dalle interviste fatte dagli alunni direttamente a casa a eventuali  interventi specifici nella classe da parte degli adulti .

  Oggi, in una società dove si vive in un “eterno presente”, sovraccarica di informazioni, di emozioni e di stress, che continuamente si consumano, quanto sarebbe necessaria la trasmissione e l’elaborazione storica del passato, necessarie per capire i tempi che viviamo e anche noi stessi, la nostra identità sociale e quella più personale, intima: negli adulti, ma soprattutto nelle nuove generazioni che sono bombardate continuamente da rumori, suoni, canzoni, pubblicità, slogan, stimoli, desideri, emozioni, frustrazioni, violenze, solitudini, senza avere i tempi, la forza, gli aiuti per elaborarli, per trovare se stessi, la propria personale libertà. Ecco, infine, che anche questo piccolo e creativo libro, se utilizzato bene, può contribuire a questa grande finalità.  

Loredana Giannini. Avevo le scarpe di polvere e cielo. maria pacini fazzi editore, 2026.   



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