20 aprile 2010

"Isabelle Huppert. La donna dei ritratti" di Autori Vari

di Gianni Quilici
E' uno di quei libri che molti che amano cinema e/o la fotografia vorrebbero probabilmente avere. Come oggetto di libreria, per sfogliarlo semplicemente o per leggerlo e forse anche studiarlo. Non a caso è edito da Contrasto, la casa editrice rivelatasi in questi anni come la più prolifica e significativa nel realizzare libri e mostre fotografiche di gran livello.
La prima banale impressione sorge proprio dalla bellezza dell'oggetto libro: carta, caratteri, resa delle foto, varietà e armonia della impaginazione, anche se tutto ciò non è difficile da ottenere oggi nella società dell'apparenza.
La seconda impressione può essere data dalla sottigliezza degli interventi: da Serge Toubiana (prefatore) a Elfriede Jelenek, Patrice Chéreau, Susan Sontag. Sottigliezza che rischia forse, almeno nell'intervento della scrittrice, premio Nobel, Elfriede Jelenek, di girare intorno a se stessa, rischiando di perdersi.
Ma sopratutto questo è un libro desiderabile per i ritratti su Isabelle Huppert, una delle più grandi attrici oggi sulla scena, quasi mitica nella sua lontananza rispetto a qualsiasi tipo di divismo; e perchè gli autori degli scatti sono alcuni dei più grandi fotografi di ieri e di oggi.
Scatti tutti significativi, ma alcuni di primissimo livello. Curiosamente il più intenso e misterioso per la sua oniricità è stato realizzato da un fotografo anonimo nel 1968. Altri notevoli ritratti portano la firma di Boubat, Ronis, Anne-Marie Mièville, Cartier-Bresson, Doisneau, Scianna, Avedon, Lindberg, Le Querrec, Corbeau, Faigenbaum... e su ognuno di questi molto ci sarebbe da scrivere.
C'è forse un limite: quello dell'assemblaggio. Le fotografie, per lo più scattate in studio e nel corso del tempo, vivono più in se stesse che nel raccontare un percorso, una storia, un'articolazione.
Le uniche foto che lasciano presagire un progetto di questo genere non a caso sono quelle di un fotografo, per così dire, di strada: Robert Doisneau. D'altra parte una storia fotografica avrebbe richiesto un proposito deliberato, una complicità, del tempo.

AAVV. Isabelle Huppert. La donna dei ritratti. Contrasto. Pag 167. Euro 35.

"Con il cuore e con la mente Vite femminili in Lucchesia tra fascismo e ricostruzione 1920 - 1947" di Alessandra Fulvia Celi e Simonetta Simonetti

di Luciano Luciani


Lavoro importante e impegnativo questa di Alessandra Celi e Simonetta Simonetti, Con il cuore e con la mente Vite femminili in Lucchesia tra fascismo e ricostruzione. Libro che rientra negli studi di ‘genere’, di genere femminile, sempre meno rari, ma, comunque, non frequentissimi e già solo per questo meritevole di attenzione e rispetto. Altro motivo di apprezzamento del libro il fatto di superare lo spartiacque del ’45, della Liberazione, avventurandosi negli anni immediatamente successivi, quelli cosiddetti della Ricostruzione, individuando continuità e discontinuità coll’immediato passato. Anche questo negli studi storiografici recenti appare sempre meno raro, ma comunque da sottolineare per il fatto di essere coniugato, declinato, modulato nella corposità, nella palpabilità della vita provinciale, della nostra provincia.

Poi, tra le qualità del lavoro, mi sentirei di indicare l’utilizzo intrecciato, direi sapientemente intrecciato, di documenti scritti e fonti orali. Anche questa non è una novità assoluta, ma si tratta di un metodo di lavoro ancora non del tutto accettato e diffuso, nei confronti del quale, poi, tanta Accademia storica storce ancora la bocca e guarda con sufficienza.

Anche il periodo preso in esame merita qualche considerazione, perché ricostruirlo storicamente, se pure nella dimensione provinciale, è un compito da far tremare le vene dei polsi: procede, infatti, dagli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra, - che, paradossalmente, per l’emancipazione delle donne fece più di decine e decine d’anni di lotte sociali e dei primi, timidi, provvedimenti legislativi dell’età giolittiana - fino alle prime elezioni a suffragio universale, quelle in cui per la prima volta nella nostra storia nazionale le donne furono ammesse al voto, le elezioni amministrative della primavera del ’46. In mezzo, c’è poco più di un quarto di secolo in cui in Europa e in Italia accade tutto e il contrario di tutto: la nascita del fascismo; l’affermazione di un regime autoritario di massa; l’impero; le due guerre mondiali; la “morte della patria”; l’8 settembre; la resurrezione dell’Italia nella lotta contro i tedeschi e i fascisti; la Liberazione; la faticosissime ricostruzione… Come vissero le donne tutto questo? Come lo vissero le donne in carne e ossa di Lucca, delle campagne lucchesi, della Versilia e della Garfagnana?

Alessandra e Simonetta con un paziente, sensibile lavoro che si muove tra la stampa nazionale e quella provinciale (soprattutto “L’Intrepido” e “L’Artiglio”), con l’utilizzo di fondi archivistici locali probabilmente ancora inesplorati, con la ricerca e la lettura intelligente di fonti documentarie poco considerate (le relazioni delle responsabili femminili di fasci locali o addirittura paesani; delle visitatrici, delle responsabili a tutti i livelli dell’Onmi, delle Colonie estive…penetrano in profondità nell’universo femminile fascista, contiguo al fascismo, o dal fascismo organizzato e, con grande professionalità, ci offrono risposte, che, con alcune specificità lucchesi, non si discostano dal quadro nazionale.

Il fascismo, anche quello lucchese, ridusse le donne, alla fine del primo conflitto mondiale già in cammino per il riconoscimento dei loro diritti, a sole Mogli e Madri per la Patria, alla sublimazione di una inferiorità che veniva dalla storia, alla dedizione totale ai Doveri.

Solo le attività assistenziali offrirono ad alcune di loro uno spazio minimo, seppur controllato, di socialità, pagando però il prezzo di atteggiamenti autoritari o paternalistici verso le altre donne.

Una scelta politica di opposizione era difficilissima e fu di poche, pochissime in tutta Italia (qui non ho trovato casi del genere, ma può darsi che sia stato lettore disattento).

La maggior parte delle donne riuscì a crearsi qualche spazio di libertà esclusivamente nel chiuso della casa, nei luoghi di lavoro, sempre, comunque, all’interno di un costume di vita rigidamente fissato nelle sue norme esteriori.

La specificità lucchese è rappresentata dalle organizzazioni cattoliche, la cui trama organizzativa sociale, ricreativa, assistenziale, culturale, particolarmente fitta in Lucchesia suscitò ben presto la gelosia del regime che arrivò nei primi anni ’30 a vere e proprie forme di persecuzione e repressione.

La condizione delle donne negli anni del regime è bene espressa da Gadda in Eros e Priàpo: “ Lui le voleva macchine enfiate per ogni nove mesi, per ogni tre, se natura per dannata ipotesi lo avesse concesso.”

“La donna per il regime è una macchina che produce figli per lo sfruttamento e la guerra; la donna è ridotta a una mammella rigonfia che allatta, le donne sono “funzionarie” dei servizi domestici (Laura Mancini).

Con un formidabile ossimoro, Gadda parla della “virile vulva della donna italiana”.

Le donne sono costrette a tornare a casa e a rimanerci: lo testimoniano la riduzione dei salari femminili, l’esclusione dall’insegnamento delle lettere e della filosofia nei licei, il raddoppio delle tasse scolastiche per le studentesse… Tutto questo, però, senza nasconderci quelli che furono i punti di forza del fascismo: le misure rivolte alla tutela della maternità (Onmi) e l’intervento sui problemi concreti delle donne, una pratica del tutto estranea al vecchio stato liberale che favorì un consenso delle masse femminili al fascismo: per loro, per le donne erano previste, poi, premiazioni, esibizioni ginniche, manifestazioni di vedove, fanciulle, madri prolifiche… E distintivi, tessere, medaglie: una strategia complessiva, a 360° tutta tesa a favorire una sorta di “ipnosi” (Virginia Woolf) con cui rafforzare il mito dell’ordine: il disordine delle persone era un segno di debolezza dello Stato, quindi gli individui andavano rassicurati con lo spettacolo dell’ordine. (Ricordate Una giornata particolare di Ettore Scola con Mastroianni e Loren?)

Dalla scuola alla fabbrica, ordinatamente, le donne dovevano praticare i lavori donneschi, allattare, produrre… e stare zitte!

Nei lavatoi pubblici compariva spesso una scritta: ”Lava bene e parla poco”.

Per recuperare la concretezza della condizione femminile nella nostra provincia, la materialità delle vite quotidiane, , rimando ai capitoli centrali del libro Le scene di vita femminile, squarci davvero di grande interesse di storia della mentalità: 1 L’Opera Nazionale per la maternità e l’infanzia, L’attività delle donne lucchesi; 2 Vita di fabbrica; 3 Donne cattoliche; 4 In colonia.

Pagine utilissime per comprendere la sostanza reale della condizione femminile nel fascismo, e anche lo scarto tra misure politiche e la loro realizzazione; tra intenzioni ed esistenze concrete; tra consenso e dissenso prima blando, latente, poi, negli anni della guerra, sempre più marcato, convinto, mai ideologico, però, e sempre legato alle concretissime questioni della qualità della vita.


E arriviamo alla sezione del libro che mi ha interessato di più, l’ultima parte, circa 1/3 del lavoro, La guerra e il dopoguerra delle donne, che presenta una scelta coraggiosa, controcorrente: cioè avere compreso nella ricerca, accanto alle donne e alle ragazze che scelsero il volontariato partigiano (attorno alle quali esiste un’ampia bibliografia scritta, però, in gran parte da uomini, con tutte le incomprensioni che da un fatto del genere possono derivare) anche le donne, le ragazze della Rsi: un filone di ricerca nuovo, inesplorato, affrontato finora solo in studi recenti e ancora parziali per esempio, La scelta di Marina Addis Saba.

Sì, non furono poche, anche nella nostra provincia, le ragazze che scelsero Salò: e mentre per molti dei loro coetanei maschi che aderirono alla Repubblica Sociale si trattò di presentarsi al bando di leva, obbligati dalle minacce di rappresaglia sui parenti, la scelta di queste ragazze non fu imposta, ma volontaria. Come si spiega? Forse le radici di questa adesione stanno nel consenso di massa tra le donne, che pure il fascismo aveva ottenuto, che era stato largo e che ancora durava; forse in un desiderio di protagonismo, di libertà e modernità che poteva finalmente realizzarsi; forse in una volontà di affermazione individuale, una voglia che trapela anche da certe interviste riportate nel libro, di essere padrone di se stesse, di contare nella vita sociale di quel momento storico: si poteva fare col fascismo, e arruolandosi nelle Ausiliarie, la prima formazione militare femminile nella storia dell’esercito italiano, se si escludono le portatrici carniche della prima guerra mondiale.

Fu una risposta, sbagliata, a quella “morte della patria” intravista l’8 settembre ’43; l’indignazione per la fuga del re, lo spettacolo miserevole della monarchia e dei comandi, per il tradimento operato nei confronti dell’alleato tedesco.

Certo è che le ragazze che scelsero Salò seguirono il senso dell’onore, delle gerarchie, dell’obbedienza, che sono i valori tipici del genere maschile, che erano stati loro inculcati con l’educazione del regime, in cui avevano creduto: la patria era stata tradita; gli uomini non la difendevano, avevano perduto l’onore e toccava alle donne rimediare all’oltraggio, difendere la patria venduta agli stranieri. Per questo si arruolarono sottoponendosi alla gerarchia militare, alla disciplina propria di un esercito, entrarono a far parte di un’organizzazione militare.

Diversa l’essenza della moralità delle ragazze e delle donne che parteciparono al volontariato partigiano: una novità assoluta, perché anche questo del volontariato politico-militare era un territorio esclusivamente maschile dal garibaldinismo dei Mille fino alla guerra di Spagna.

Anche in questo caso lo spartiacque è l’8 settembre.

Ecco, la vera novità storica, che emerge bene anche dalle pagine e dalle numerose testimonianze orali, riportate da Alessandra e Simonetta: in questo caso le donne fanno il loro ingresso nella storia seguendo valori tipici del genere femminile: la pietà, l’abitudine all’aiuto, alla cura, all’assistenza ai deboli, la condivisione… Un altruismo proprio della tradizione del genere femminile che viene velocemente rielaborato e si trasforma in altruismo civile, carico di una fortissima autonomia. Le ragazze partigiane non furono trattenute né disorientate da un malinteso senso dell’onore, della fedeltà al giuramento prestato, questioni esclusivamente maschili: un’invenzione di regole, un’imposizione di miti violenti, strettamente legata ai codici propri del mondo maschile e lontana dalle ragioni profonde della vita.

Forse è qui la differenza tra le due scelte e non è differenza da poco.



Alessandra Fulvia Celi – Simonetta Simonetti, Con il cuore e con la mente Vite femminili in Lucchesia tra fascismo e ricostruzione 1920 – 1947, Maria Pacini Fazzi editore, pp. 424, Euro 25,00


11 aprile 2010

"La tisi, una malattia ‘letteraria’" di Luciano Luciani

Nell’Ottocento, sotto il nome ‘mal sottile’ o ‘mal di petto’, la tubercolosi costituì il morbo del secolo, portando a morte, oltre a milioni di persone, musicisti come Chopin, poeti come Alfred de Musset, forse Giacomo Leopardi, di sicuro il toscano Giuseppe Giusti… Il poeta e letterato tedesco Wolfgang Goethe, dato per spacciato a causa della Tbc appena uscito dall’adolescenza, visse invece fino a 83 anni! Malattia sociale per eccellenza si alimentava oltre che delle vecchie ingiustizie tra le classi anche di quelle acquisite dalla recente rivoluzione industriale: l’urbanesimo e i suoi guasti; uno sfruttamento forsennato della classe operaia in fabbrica; gli orari di lavoro interminabili; le donne e fanciulli schiavizzati giorno e notte alla macchina in ambienti insalubri… La natura esatta della Tbc rimase sconosciuta fino a quando Robert Koch, un medico tedesco, attraverso un percorso di ricerca durato qualche anno, riuscì ad isolarne il bacillo (Mycobacterium tubercolosis) detto, appunto, bacillo di Koch. Vera e propria pandemia, la tubercolosi non poteva che rendersi largamente visibile nella letteratura dell’Ottocento, un secolo che dalla vita e dalla realtà del suo tempo trasse più di un robusto motivo di ispirazione. Inoltre, per il perenne stato febbrile che la malattia determina, per l’apparizione del sangue, per l’esito spesso letale, tale morbo sembrava stabilire intense consonanze con il sentire romantico proprio del secolo. Questi i principali motivi che possono spiegare la sua marcata letterarietà lungo tutto il secolo XIX ed oltre.

LEOPARDI E SILVIA

È Giacomo Leopardi (1798-1837) ad offrirci in uno dei suoi testi più famosi, A Silvia, una prima, indimenticabile immagine poetica indissolubilmente legata alla tubercolosi:
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi…
La ‘tenerella’, come è noto, è Silvia, nome letterario di derivazione tassiana di Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, uccisa in giovanissima età da quel ‘chiuso morbo’ che possiamo senz’altro identificare con la tubercolosi. E come morì Silvia, così perirono le illusioni e le speranze giovanili del Poeta.

MARIA DI FEDE E BELLEZZA

I versi leopardiani sono del 1828. Pochi anni più tardi, nel 1840, viene pubblicato Fede e bellezza di Niccolò Tommaseo (1802-1874), letterato, scrittore e poeta coerentemente romantico. Il romanzo narra la storia di Giovanni e Maria, due personaggi incerti, contraddittori, tormentati. Unitisi in matrimonio dopo esistenze fitte di delusioni, i due sembrano trovare finalmente una qualche serenità. Fino a quando “Una notte di dicembre fredda e piovosa (eran le undici sonate, e il fuoco del caminetto già spento), Maria pregata, non voleva smettere prima di finire il lavoro. Giovanni le si accosta quasi supplichevole: e stava per baciarla in fronte, quando s’accorge di non so che rosso sul volto suo più pallido e più soavemente mesto che mai. Mentre guarda spaventato, Maria ritira in fretta la pezzuola che aveva sul grembiule; egli trepidando gliela prende, la trova intrisa di sangue e mette un grido.” La tubercolosi non perdona e Maria morirà dopo sofferenze che, secondo l’ideologia romantica ben espressa da Tommaseo, purificheranno sia lei, dopo una vita che non ha escluso il peccato, sia Giovanni che ne condivide il calvario: “Il male ripigliava con furia: le febbri talvolta la levavan di sé; e nel delirio vedeva cosa pietose, e quando liete, ch’erano più di tutte pietose a sentire. La notte del dì ventun dicembre vaneggiò lungamente. Il dì ventidue peggiorò.”

LA SIGNORA DELLE CAMELIE

Ma è un romanzo francese, La signora delle camelie pubblicato nel 1848, a sancire il definitivo successo letterario. a dimensione europea del ‘mal sottile’. Ne è autore Alessandro Dumas figlio (1824-1895) che nel contesto della vita mondana parigina d’alto bordo, propria degli anni che precedono il ‘48 rivoluzionario, colloca la vita, gli amori e la morte per tisi di Maria Duplessis, tormentosamente amata dallo stesso Autore. Lo straordinario successo di pubblico di questo libro in Francia e fuori dalla Francia doveva ripetersi tre/quattro anni più tardi, quando la censura governativa concesse che quelle vicende venissero rappresentate anche a teatro.

LA TRAVIATA

Al di là dei meriti letterari la fama di quelle pagine dura ancora, grazie soprattutto alla trasposizione melodrammatica che ne fece Giuseppe Verdi con La traviata, rappresentata per la prima volta al Teatro La Fenice di Venezia nel marzo del 1853. La musica verdiana accompagna il libretto di Francesco Maria Piave che si ispira con qualche libertà proprio al già famosissimo testo di Alessandro Dumas figlio: Margherita diviene Violetta, Armand Duval diviene Alfredo Germont. Il tema della tisi, malattia romantica di moda, dalla quale è affetta Violetta, che ne morirà tra le braccia dell’amante, ispira a Verdi le più alte e patetiche pagine musicali della sua straordinaria carriera.

UNO SCAPIGLIATO ‘MAL DI PETTO’.

Anche gli Scapigliati, che spesso e volentieri a partire dalla metà dell’Ottocento si compiacquero di un’estetica del brutto e del macabro, usarono spesso la tisi come motivo ricorrente della loro ispirazione. Valga per tutti questi letterati ‘ribelli’ la Lezione d’anatomia di Arrigo Boito (1842-1918):
La sala è lugubre
Dal negro tetto
Discende l’alba,
Che si riverbera
Sul freddo letto
Con luce scialba.
Chi dorme? Un’etica
Defunta ieri
All’ospedale;
Tolta alle requie
Dei cimiteri,
E al funerale:
Delitto! e sanguina
Per piaga immonda
Il petto a quella!
Ed era giovane!
Ed era bionda!
Ed era bella!

LA TOSSE DI MIMÌ

La consacrazione artistica della tubercolosi doveva, però, realizzarsi definitivamente negli ultimi anni del secolo con la rappresentazione dell’indiscusso capolavoro pucciniano, La bohème (1896). La gelida manina del primo atto e i colpi di tosse che squassano Mimì nel secondo preparano il patetico finale della morte per consunzione da ‘mal sottile’: tutta l’opera ruota attorno al tema della malattia incurabile e allo straziante crescendo degli accenni, dei segni, dei sintomi che la evocano continuamente in tutta la sua fatalità. Come sempre, amore e morte funzionano. Aggiungeteci una Parigi come la immaginavano e vagheggiavano i piccoli borghesi di tutt’Italia, la grande musica del compositore lucchese e il gioco è fatto. Ma la protagonista vera della Bohème non è Mimì: è la tisi.

LA TUBERCOLOSI AUTOBIOGRAFICA DEI POETI CREPUSCOLARI

I poeti crepuscolari, proprio per la loro particolarissima sensibilità poetica (percezione dello svanire delle cose, sentimento malinconico dell’amore, il pensiero e il desiderio della morte non intesa eroicamente ma ironicamente) si ispirarono spesso al ‘mal sottile’ anche per motivi autobiografici: di tubercolosi muore nel 1907, a neppure ventun’anni, Sergio Corazzini (1886-1907), romano, una delle voci più capaci di esprimere la ‘pena di vivere’ propria di questa generazione di letterati. Corazzini nei suoi versi racconta la vita in un sanatorio dell’Alto Adige, in una località chiamata Toblack. Qui i malati attendono la morte, tema ossessivo e incombente delle loro giornate e dell’ispirazione del poeta:
… E giovinezze erranti per le vie
piene di un grande sole malinconico
portoni semichiusi, davanzali
deserti, qualche piccola fontana
che piange un pianto eternamente uguale
al passare di ogni funerale,
un cimitero immenso, un’infinita
messe di croci e di corone, un lento
angoscioso rintocco di campana
a morto, sempre, tutti i giorni, tutte
le notti, e in alto, un cielo azzurro, pieno
di speranza e di consolazione,
un cielo aperto, buono come un occhio
di madre che rincuora e benedice.
(Toblak)

Malato di tubercolosi polmonare è il caposcuola dei Crepuscolari, Guido Gozzano (Torino, 1883-1916). La malattia gli viene diagnosticata nell’aprile del 1907, quando il poeta ha solo ventiquattro anni ed ha appena pubblicato la sua prima raccolta di versi, La via del rifugio. Da allora quel male e la morte prossima ventura diventeranno temi ricorrenti dell’ispirazione di Gozzano che non rinuncerà a coniugare ironicamente il tema della sua infermità, prendendo garbatamente in giro – com’è nelle corde della sua poesia- i medici che pretendono di curarla:
Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni,
m’auscultano con li ordegni il petto davanti e di dietro.
E sentono chi sa quali tarli i vecchi saputi... A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli.
(Alle soglie)
Anche il motivo del viaggio, caro ai poeti del Decadentismo, viene riproposto in chiave crepuscolare e legato alla malattia:
...Dove andrò? Non so… Viaggio,
viaggio per fuggire altro viaggio.
Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane,
perdute nell’Atlantico selvaggio.
(La signorina Felicita ovvero la Felicità)

Tutta l’esistenza di Gozzano e tutta la sua poesia sono profondamente segnate dall.esperienza del ‘mal di petto’, che diventa la ’cifra’ stessa della vita del poeta:
Io penso talvolta che vita, che vita sarebbe la mia,
se già la Signora vestita di nulla non fosse per via.
(L’ipotesi)
Guido Gozzano, “ricusando sempre il clamore della disperazione, il dramma luttuoso dello sconforto, s’incamminò invece verso la morte con le mani in tasca, sorridendo di quel vago sorriso leggero, con la stessa naturalezza con cui andò incontro al suo successo eccezionale” (Comolli ), morì il 9 agosto 1916. Dopo quasi dieci anni d’attesa e di rimandi era arrivata “la cosa/vera chiamata Morte.”




09 aprile 2010

"Il libro dell'inquietudine" di Fernando Pessoa

di Gianni Quilici

Ho iniziato a leggere Pessoa qualche mese fa. A piccole dosi. Mi sono accorto che era quasi impossibile leggerlo rapidamente. Troppo complesso ed anche monocorde. Anzi, neppure a piccole dosi potevo comprenderlo davvero. Perché, a leggerlo con troppe pause, si poteva facilmente perdere il disegno complessivo. Anche perché, pur essendo Pessoa un pensatore, la sua filosofia esistenziale era così articolata da risultare di difficile sistemazione.

Cosa ho fatto allora? Ho sottolineato i passi che mi colpivano di più (scrivendo talvolta qualche nota a margine), come forse aveva fatto Antonio Tabucchi, che da questo libro ha scelto arbitrariamente pensieri o aforismi, che sono diventati un libro: “Il poeta è un fingitore”.

Il risultato finale è stato soprattutto “perdersi in Pessoa” e perdersi ha voluto dire comunque “guadagnare”. Perché Pessoa è, almeno, due cose, più o meno, insieme: poeta e filosofo, come pochi altri, credo, nella storia della letteratura e non solo del Novecento.

Prendo uno fra i tanti pensieri-aforismi che costellano questo “libro dell'inquietudine” e lo rendo arbitrariamente in versi, come se fosse (ma lo è) una poesia.

Litania

Noi

non ci realizziamo mai.

Siamo due abissi:

un pozzo

che fissa

il Cielo.


C'è in questa immagine una profondità lapidaria e vertiginosa di un pensiero visionario ed insieme una scansione, un ritmo.

Questa è una caratteristica profonda del suo pensiero: veicolarlo attraverso immagini lampeggianti, inebrianti, anche quando inesorabili, “nude”. Si legga questa riflessione.

Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita. Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle. Alla fine di questa giornata rimane ciò che è rimasto di ieri e ciò che rimarrà di domani; l’ansia insaziabile e molteplice dell’essere sempre la stessa persona e un’altra.

Ci sono almeno tre aspetti:

il rapporto strettissimo tra l'io e il mondo; il susseguirsi di immagini consuete fino alle più desuete e imprevedibilmente poetiche (“i geroglifici infranti delle stelle”); la staticità assoluta dell'io e insieme la sua mobilità.

E si veda in questo pensiero la spietatezza con cui definisce l'amore.

Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l'idea che ci facciamo di qualcuno. È un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo. Questo discorso vale per tutta la gamma dell'amore. Nell'amore sessuale cerchiamo il nostro piacere ottenuto attraverso un corpo estraneo. Nell'amore che non è quello sessuale cerchiamo un nostro piacere ottenuto attraverso un'idea nostra. [...] Due persone dicono reciprocamente "ti amo", o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa, una vita diversa, perfino forse un colore diverso o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni che costituisce l'attività dell'anima.

Ciò che colpisce è l'estrema disperazione ed insieme l'estrema lucidità. C'è, infatti, in Pessoa, un'estrema sorveglianza dell'io sull'io, a volte impossibilità di vivere, di lasciarsi andare, di dimenticarsi.

All'improvviso oggi ho dentro una sensazione assurda e giusta. Ho capito, con una illuminazione segreta, di non essere nessuno. Nessuno, assolutamente nessuno”Nessuno mi ha riconosciuto sotto la maschera dell’identità con gli altri, né ha mai saputo che ero maschera. Nessuno ha supposto che al mio lato ci fosse sempre un altro che in fondo ero io. Mi hanno sempre creduto identico a me stesso.

Tutti noi viviamo distanti e anonimi; dissimulati, soffriamo da sconosciuti. Ad alcuni, però, questa distanza fra loro stessi e un altro essere non si rivela mai; per altri è talvolta illuminata, di orrore o di pena, da un lampo senza limiti; per altri ancora, essa non è altro che la dolorosa costanza e quotidianità della vita.

Sapere esattamente che chi siamo non ci riguarda, che ciò che vogliamo è ciò che non vorremmo, né forse qualcuno ha voluto; sapere tutto questo a ogni minuto, sentire tutto questo in ogni sentimento, non significherà essere straniero nella propria anima, esiliato nelle proprie sensazioni?

Oppure...

Sono in grande parte, la prosa stessa che scrivo. Mi snodo in periodi e paragrafi, mi trasformo in punteggiatura e nella sfrenata disposizioni delle immagini Sono, in gran parte, la prosa stessa che scrivo.

Mi snodo in periodi e paragrafi, mi trasformo in punteggiatura e, nella sfrenata disposizione delle immagini, come i bambini mi maschero da re con carta di giornale; oppure, ritmando una successione di parole, mi acconcio come i pazzi con fiori secchi che sono freschi solo nei miei sogni. ....

I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l'ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c'è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l'insoddisfazione per l'esistenza del mondo.

Questa sorta di rappresentazione e auto-rappresentazione è tuttavia piena di articolazioni dialettiche. Pessoa conosce il divenire, la molteplicità dell'essere che noi siamo, la bellezza anche.

La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde e arpe, timpani e tamburi. Mi conosco come una sinfonia.

E la possibilità di risorgere sempre.

Cancellare tutto dalla lavagna da un giorno all'altro, essere nuovo ad ogni nuova alba, in una nuova verginità perpetua dell'emozione...

Fernando Pessoa. Il libro dell'inquietudine. Prefazione di Antonio Tabucchi. A cura di Maria José de Lancastre. Feltrinelli.

"Bella ciao Canto e politica nella storia d'Italia" di Stefano Pivato

di Luciano Luciani

In ogni tempo i canti popolari hanno espresso le aspirazioni più profonde delle classi subalterne, testimoniando sia l’adesione degli sfruttati a un ideale alto di emancipazione, sia un forte e radicato senso di identità e appartenenza. Il canto sociale e quello politico non solo hanno espresso in maniera immediata la durezza della fatica e i patimenti della miseria, costituendo non di rado lo strumento più efficace per scagliare violente invettive contro gli sfruttatori, ma hanno scandito le vicende della politica e ne hanno rimarcato i fatti più significativi, accompagnando gli operai e contadini nelle loro lotte e manifestazioni di massa. Rappresentano, insomma, l’espressione più diretta della partecipazione delle masse alla storia con il loro carico di passioni, emozioni, sentimenti: dati pure questi importanti e, perfino per gli storici accademici, atti a comprendere il senso e la “temperie” reale degli avvenimenti, almeno dalla Rivoluzione francese ai nostri giorni, da quando la politica come pratica riservata solo agli aristocratici o ai ceti alto borghesi è diventata strumento di socializzazione anche per il popolo.

E’ questo il motivo conduttore di Bella ciao Canto e politica nella storia d’Italia, Laterza, di Stefano Pivato, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Urbino: un filo che si dipana dalle origini del nostro Risorgimento fino ai più recenti rapper come i 99 Posse, Jovanotti, Manu Chao, cantori delle nuove e inedite povertà del millennio appena iniziato e dei sogni degli emarginati della società globale. E in mezzo i variegati orientamenti politici e ideali del nostro faticoso processo di unità nazionale e i canti che li esprimevano: inizialmente caratterizzati solo da un generico patriottismo si andarono progressivamente definendo in senso anticlericale, repubblicano, tingendosi via via di anarchia, di socialismo, dell’utopia comunista… E l’autore non trascura, poi, i versi ingenui degli emigranti; i testi che offrirono consolazione agli antifascisti irriducibili; le rime, dense, pregnanti della lotta partigiana in montagna e quelle polemiche e irridenti degli anni difficili dell’immediato dopoguerra.

Un merito grande del libro di Pivato? L’avere evitato un atteggiamento che ha contrassegnato fino ad appena ieri tanti studiosi delle tradizioni popolari: cioè, quello di riguardare sempre se non con disprezzo almeno con una certa arcigna severità a tutte manifestazioni dell’industria musicale. L’autore di Bella ciao restituisce, invece, dignità culturale – e quindi anche politica – non solo alla canzone d’autore, ma anche ad alcuni prodotti del mercato discografico, restituendo puntualmente al lettore la storia, spesso aspra, della dialettica sviluppatasi negli anni Sessanta e Settanta tra canzone militante, con i suoi testi ideologici e le sue sonorità elementari, e la musica leggera “tout court”, le sue spiccate professionalità, i suoi circuiti miliardari, la sua capillare diffusione e distribuzione. Un confronto impari: e infatti la canzone politica e sociale, anche per i propri errori tra cui quello di una orgogliosa e ribadita autosufficienza dai meccanismi economici, sembra sparire nel corso degli anni Ottanta e Novanta. “Tutto” scrive Giuseppe Vettori, studioso del folklore italiano “sembra svanire nel nulla. Il movimento di massa nato intorno alla cultura popolare impallidisce, si dissolve: niente più pubblico, né libri, né dischi, né convegni, né spettacoli, né dibattiti… quel ‘popolo’ comincia a trasformarsi in ‘gente’ sempre più indifferenziata”, opaca, segnata in senso qualunquista. Ma alla maniera dei fiumi carsici la canzone politica e sociale torna a riapparire più vitale di prima “all’inizio del nuovo millennio, allorché la piazza si ripopola: cortei pacifisti, manifestazioni sindacali, adunate dei disoccupati e dei senza casa affollano un luogo sociale frequentato solo dai turisti.

E mentre i congressi dei partiti della sinistra celebrano la fatica del lavoro quotidiano opposta alla facile etica del successo dell’era berlusconiana, attraverso Una vita da mediano di Luciano Ligabue, i giovani che ora tornano a manifestare riscoprono anche la tradizione del canto sociale” (p. 320). Tocca ora alle generazioni più recenti rielaborare, secondo modi del tutto nuovi, del tutto originali, la straordinaria ricchezza rappresentata dalle parole e dalle melodie dei loro nonni e dei loro padri.

Stefano Pivato, Bella ciao Canto e politica nella storia d’Italia, Laterza, Bari, pp. 361, Euro 18,00


06 aprile 2010

" La vita di Castruccio Castracani degl’Antelminelli narrata da se stesso medesimo" di Giovanni Boccardi


di Luciano Luciani

Lavoro atipico, originale questo La vita di Castruccio Castracani degl’Antelminelli narrata da se stesso medesimo, di Gianni Boccardi, appassionato e colto indagatore della storia toscana e dei suoi nessi con quella nazionale: storia di un tempo remoto, ma per tanti versi ancora attuale nelle ragioni e passioni degli uomini di quell’epoca lontana.

Pagine, queste di Boccardi, inusuali e per niente scontate: intanto per la scelta del personaggio eponimo del libro, quel Castruccio Castracani in genere più citato che davvero conosciuto e studiato: forse, come argomenta con lucidità l’Autore nella sua Introduzione, anche poco amato. Una sintetica scheda ci potrà aiutare a comprendere meglio la natura dell’uomo, il suo ruolo nella storia d’Italia e d’Europa tra basso Medioevo e Rinascimento aurorale e la successiva damnatio memoriae calata su di lui.

Castruccio nacque a Lucca nel 1281 da Puccia Streghi sposa del ricco mercante Gaio Castracani. Capo ghibellino, sconfisse i Guelfi di Firenze guidati da Filippo d’Angiò e i loro alleati napoletani nella battaglia di Montecatini del 1315. Dal 1316 fu Signore di Lucca, soppiantando Uguccione della Faggiola grazie a una rivolta popolare. L’imperatore Ludovico IV il Bavaro lo nominò Duce e Vicario Imperiale nel 1327: valoroso condottiero, politico abile fu il primo a tentare la creazione di una signoria territoriale in Toscana, come più di un secolo più tardi faranno i Medici, ma non poté proseguire nella creazione di uno stato regionale perché morì, probabilmente di malaria, nel 1328. Quasi contemporaneamente fallì il tentativo dell’imperatore Arrigo VII (1275-1313) di ristabilire la propria autorità in Italia: qualche anno più tardi Ludovico il Bavaro (1287-1347) riuscirà sì a farsi incoronare imperatore a Roma (1328), ma, in un breve volgere di tempo, dovrà rinunciare ai propri progetti e ritornare in patria. E il suo successore, Carlo IV, sarà costretto a prendere atto dell’impossibilità di restaurare l’impero: la Bolla d’Oro del 1356, definendo una volta per tutte i sette grandi principi tedeschi cui spettava il diritto di eleggere l’imperatore, ridurrà, di fatto, l’Impero a una questione interna della Germania.

La crisi dei due grandi principi universalistici, la Chiesa e l’Impero, che avevano retto l’Europa per circa mezzo millennio era comunque destinata a liberare energie nuove, a favorire processi inediti: nell’Europa occidentale andranno a formarsi gli Stati nazionali; in Italia, soprattutto al Centro e al Nord, si costituiranno Stati signorili a dimensione regionale. In molte città del Centro e del Nord, infatti, si assisterà alla definitiva crisi delle istituzioni comunali, che, nell’ambito della organizzazione civile e politica del vecchio Comune risultavano ormai ingovernabili. Un solo Signore finirà per concentrare su di sé tutta l’autorità e amministrerà l’intero potere attraverso un apparato che rispondeva unicamente a lui. Le libertà comunali e le limitate forme di democrazia che esse garantivano vennero soppresse, mentre risulteranno rafforzati vecchi particolarismi feudali, mai del tutto aboliti dalle istituzioni comunali: gli storici parlano in proposito di una ‘rifeudalizzazione’, fatta di antichi diritti feudali, di nuove forme di potere e di dipendenza personale da un Signore, forte di un’organizzazione statale più organica, centralizzata, unitaria e moderna nel rispetto dell’autorità. È il caso di Matteo Visconti di Milano, di Cangrande della Scala a Verona, di Castruccio Castracani a Lucca. E arriviamo all’eroe eponimo del lavoro di Boccardi, un protagonista importante della storia dell’Italia del periodo. Poco fortunato anche dal punto di vista storiografico, fin quasi a sfiorare una sorta di damnatio memoriae.

Alle sue scarse fortune in questo senso non giovò, certo, il fatto di essere stato ghibellino in una fase storica in cui le vicende di questa parte politica andavano decisamente declinando in Italia e il ghibellinismo si andava configurando come “famiglia perdente”, come “un ramo secco” della storia, suscitando, di conseguenza, entusiasmi via via sempre minori e sempre più rari seguaci sia sul terreno politico, sia su quello della difesa della memoria. Non farà meraviglia, poi, che in età risorgimentale la storiografia patriottica, fin troppo nutrita di sentimenti antitedeschi, abbia rimproverato a Castruccio un accesso di contiguità agli imperatori germanici. Troppo ostile alla Chiesa, poi, Castruccio per essere apprezzato dalla storiografia neoguelfa e cattolica.

Quindi ben vengano le pagine di Gianni Boccardi, che, coniugando il rigore storico del saggio alla fruibilità del romanzo storico, compiono un’apprezzabile operazione di divulgazione, riproponendo all’attenzione del lettore dei nostri giorni, un protagonista significativo della storia italiana ed europea. E, sia detto a maggior merito dell’Autore, non era un compito facile scrivere di Castruccio perché si tratta di una personalità complessa, versatile, polimorfa.

È lucchese Castruccio, figlio di mercanti: un borghese, di quella borghesia comunale senza complessi, spregiudicata, abituata da tempo a gestire il potere, ad assurgere ai più alti incarichi di governo nella propria città. Guelfo bianco in origine, come Dante, attraverso la vicenda dell’esilio della sua famiglia per motivi politici (un destino che spesso toccava in sorte, quasi un istituto, ai maggiorenti politici del tempo), riuscì ad avere una formazione non angustamente municipale, ma più larga, italiana, nazionale e poi europea.

Ce la racconta bene Boccardi questa educazione. Prima in Inghilterra alla corte di Edoardo I, dove Castruccio si fece uomo. Edoardo I (1239-1307) è un grande sovrano: spezza le resistenze feudali; afferma il potere centrale monarchico, avvia una rigorosa politica di espansione territoriale, limita la giurisdizione ecclesiastica. Un modello per il futuro Signore di Lucca. Né meno utile fu la successiva permanenza di Castruccio nella Francia di Filippo IV il Bello (1268-1314). Personaggio discutibile oggi agli occhi dei lettori di letteratura popolare grazie a Dan Brown e al suo Il codice Da Vinci come persecutore dell’ordine dei cavalieri senza macchia e senza paura, i Templari, anche il re francese fu un grande modernizzatore, difensore delle prerogative della monarchia e di un forte potere centrale, impegnato in un aspro scontro con le pretese universalistiche di papa Bonifacio VIII. Probabilmente rappresentò un altro punto di riferimento per il giovane Castruccio, che, mentre definiva meglio la sua appartenenza, del tutto strumentale, al ghibellinismo, maturava a sua volta l’idea di un solido potere centrale monarchico, fondato sulla forza delle armi e su una spregiudicata abilità politica. Perché questo fu soprattutto Castruccio: un uomo d’ordine, un condottiero, un abilissimo comandante che sapeva unire al “mestiere delle armi”, svolto con feroce competenza e spietata professionalità, non comuni doti di iniziativa politica che due secoli più tardi lo renderanno benemerito agli occhi di Niccolò Machiavelli, che nella breve Vita di Castruccio Castracani da Lucca del 1520.riconobbe in lui tratti che erano già stati del suo Principe. Quindi non stiamo parlando di un rozzo soldataccio di ventura, magari più abile e fortunato di altri: no, qui stiamo trattando, e Boccardi giustamente nel suo lavoro non trascura anche gli aspetti più privati del suo personaggio, di un personaggio affascinante, capace di fare strage non solo di uomini, ma anche di cuori femminili. Un uomo che, a giudicare dalle rare immagini di lui rimaste negli affreschi del ciclo del Trionfo della Morte nel Camposanto di Pisa, appare attraente, giovane, bello e biondo, arguto narratore, poeta a sua volta e abile declamatore di versi propri.

Amico di sovrani, fidato luogotenente di imperatori, invincibile sul campo di battaglia, privo di scrupoli morali sul terreno politico, eppure sempre mosso da una sua fedele coerenza ai principi del ghibellinismo, Castruccio sembra davvero incarnare, forse anche meglio del Duca Valentino, il Principe machiavelliano, le famose caratteristiche della ‘golpe’ e del ‘lione’...

Non era facile raccontare un tale personaggio, la sua vita, le sue innegabili zone d’ombra, le complicatezze di un animo che fu anche tortuoso così come furono contorti e tortuosi i passaggi e i processi della storia del suo tempo. Boccardi ci riesce adottando un particolarissimo, inusuale punto di vista: fa, cioè, parlare Castruccio in prima persona, permettendogli in questo modo non solo di descrivere le vicende dei campi di battaglia e degli ancora più infìdi territori della politica, ma anche le vicende del cuore e, a volte, del cuore profondo, per non dire del ‘cuore nero’ di Castruccio. Poi, però, l’Autore, proprio per evitare un punto di vista eccessivamente soggettivo e quindi troppo squilibrato in favore di Castruccio, che gli è simpatico, introduce ampi inserti in terza persona ottenuti rielaborando fonti coeve (per esempio, la Cronica di Giovanni Villani, fiorentino Guelfo nero ma caratterizzato da una grande, notevole imparzialità di giudizio; oppure la Vita di Castruccio Castracani da Lucca del Machiavelli dove, però, tende a prevalere la idealizzazione del personaggio) con il compito di controbilanciare la soggettività altrimenti prevaricante di Castruccio e di contestualizzare al meglio fatti e vicende.

Il risultato finale delle fatiche di Boccardi è un buon libro, un bel libro di storia che realizza un difficile equilibrio tra l’autobiografia romanzata e il romanzo storico, tra il vero e il verosimile. Scritto per il pubblico largo dei lettori colti e non solo per gli addetti ai lavori, il Castruccio di Boccardi risulta non solo fruibile, ma divertente nella accezione migliore del termine e godibile anche per l’uso di una lingua che, programmaticamente, tende ad assumere nuances e sapori medievali: per esempio nell’uso dei termini tecnici soprattutto relativi all’arte della guerra e al mestiere delle armi. Avvincenti le numerose descrizioni degli eventi militari, delle battaglie di Montecatini e Altopascio, di cui non vengono taciute la ferocia e la spietatezza e che ci appaiono purtroppo, tristemente attuali. Così come, sconsolatamente contemporanee, ci si mostrano le faide tra guelfi e ghibellini, tra guelfi neri e bianchi, le alleanze sempre precarie, i patti continuamente dimessi o traditi…


Nel 1876, un filosofo Charles Renouvier, sul modello del termine Utopia, ovvero non luogo, nessun luogo, luogo che non esiste, coniò la parola Ucronìa, ovvero ciò che nel corso del tempo non è avvenuto, ma sarebbe potuto essere: per esempio, cosa sarebbe successo se nel 490 a. C. i Greci fossero stati sconfitti a Maratona? E se Alessandro il Grande non fosse morto nel 323 a. C.? Oppure se Annibale dopo la battaglia di Canne avesse attaccato Roma? E se Carlo Martello nel 732 non avesse sconfitto gli Arabi a Poitiers? Dove sarebbero oggi le radici cristiane dell’Europa? E cosa sarebbe stata la storia europea se nel 1588 l’Invincibile Armada avesse conquistato l’Inghilterra? Come sarebbero oggi l’Europa e il mondo se le forze dell’Asse avessero vinto la II Guerra mondiale? Lo raccontano, mirabilmente Philip Dick ne La svastica sul sole e Robert Harris in Fatherland. Un gioco, certo. Una sorta di war-game che viene usato, con qualche buon risultato didattico, nelle facoltà di storia anglosassoni.

Proviamo ad applicare questa modalità, la modalità di questo gioco a Castruccio Castracani che, a detta di Machiavelli, non fu inferiore né a Filippo di Macedonia, né al romano Scipione: cosa sarebbe stata la storia del nostro Paese se “ in cambio di Lucca, egli avesse avuto per sua patria Macedonia o Roma”? O, più semplicemente, quale sarebbe stata la storia del nostro Paese se Castruccio avesse potuto dipanare ancora per qualche anno il filo della sua esistenza e non fosse morto il 3 settembre 1328, forse di veleno, probabilmente di malaria? Se Castruccio avesse anticipato di un secolo e mezzo i fasti regionali di Lorenzo dei Medici in quale direzione sarebbe mutata la storia d’Italia nell’autunno del Medioevo? E se, già padrone di gran parte della Toscana e stimato com’era dall’imperatore Ludovico il Bavaro, avesse realizzato l’obbiettivo di farsi incoronare re d’Italia? Già, quale sarebbe stata allora la storia del nostro Paese? Quale il suo sviluppo? Chiediamocelo. Come gioco di simulazione, come esercizio intellettuale, come una piccola ebbrezza della ragione, piacevole e inquietante insieme.


Gianni Boccardi, La vita di Castruccio Castracani de gl’Antelminelli narrata da se stesso medesimo, Editrice Nuove Esperienze, Pistoia 2007, pp. 160, Euro 12,00

31 marzo 2010

"Il pescatore di sassi" di Beppe Calabretta


di Luciano Luciani
Partiamo dal protagonista. È un uomo di mezza età, lavora presso la questura di una città di provincia e ha deciso di ritagliarsi una pausa dal lavoro, anche perché la sua compagna lo ha lasciato: nel senso che la bella Elina ha scelto di seguire la propria vocazione professionale, quella di archeologa. Una campagna di scavi l’ha portata nei deserti del Medio Oriente armata di piccozza, paletta e pennello, a ritrovare “qualche traccia di un passato antico rimasto sepolto per secoli”. È la prima volta che accade e il nostro protagonista, Bruno Carcade, non è che l’abbia presa benissimo: non è più abituato a stare da solo ed è in un certo senso un po’ geloso perché sente di essere secondo rispetto alla passione della moglie per il proprio lavoro. E, così, approfitta di questa pausa per ritornare a Sud, al proprio paese d’origine: mentre è lì, tra mare, sole e pensieri lo raggiunge la telefonata di un collega, suo omologo nella questura locale. Chiede aiuto. È alle prese con un caso misterioso e non sa come sbrogliarlo… È stato trovato ammazzato un uomo con la testa fracassata da un sasso. È un professore di storia dell’arte in pensione, vedovo, senza figli. Viene dalla stessa città di Carcade e ha eletto il piccolo borgo del Sud a suo domicilio privilegiato per l’ultima parte della sua vita. È un collezionista di sassi che adopera per decorare la sua ultima casa: “un vero incanto”, dove i sassi, appunto, e i fiori giocano un ruolo decisivo in un ambiente organizzato con estremo gusto, misura, equilibrio. Relazioni di questo professore con il contesto quasi nessuna, moventi zero. Un mistero fittissimo. Obtorto collo, più per amicizia che per intima convinzione o, forse, per il gusto della caccia, Bruno si mette all’opera, coadiuvato nell’indagine dalla Sovrintendente di Polizia Vanessa Pezzoli, un personaggio destinato a rimanere nella memoria e nel cuore. Giovane, attraente, intelligente, operosa come Bruno Carcade è, però, con la testa tutta da un’altra parte. Ha, infatti, appena scoperto di aspettare un bambino, e, per quanto si sforzi di essere efficiente, questa condizione la distrae dagli impegni investigativi. Simpatici i contrappunti tra la nostra Vanessa e il ‘duro’ Bruno che, apparentemente brusco, burbero e sbrigativo, è in realtà un uomo provvisto di grande umanità e di un altrettanto grande bisogno d’affetto.
Ci sono ovviamente nel libro altre figure femminili (Valentina, magistrato dal doloroso passato; Anna che gestisce un piccolo negozio di delikatessen) e tutte contribuiscono a delineare una personalità del morto complessa e sfuggente, mentre, a complicare le cose, sulla vicenda si allungano inquietanti sia le ombre dei poteri criminali che dominano la zona, sia quelle di un passato della vittima che sembra irreprensibile, ma forse non lo è proprio del tutto. E quando ogni ipotesi è stata formulata e scartata, ecco il colpo di teatro finale che sorprende e spiazza i Lettori
Bravo l’Autore è a realizzare la difficile alchimia tra una scrittura – sobria, asciutta – e una storia che si rivela capace di evocare atmosfere di mistero e di intrigo, di trasgressione e di faticoso ristabilimento dell’ordine, dell’equilibrio: ovvero l’essenza di ogni romanzo poliziesco.
In più Beppe Calabretta aggiunge alcune “nuances”, del tutto personali. Per esempio una robusta sensualità che si rivela con un’acuta attenzione a tutte le manifestazioni della bellezza: quella dei luoghi della “Casa del Paradiso”; quella delle forme femminili e una spiccata sensibilità per i cibi, il loro sapore, il modo migliore per gustarli. Bella la battuta sul caffè che va bevuto con tre esse: a sorsi, seduti e scottante. Dati edonistici che, per chi ama le catalogazioni, arruolano l’Autore all’interno del “poliziesco mediterraneo”, quello che ha grandi tradizioni e grandi padri, come Vasquez Montalban e Andrea Camilleri, per intenderci. Beppe Calabretta non sfigura affatto nel confronto con i Maestri: anzi, ci aggiunge del suo e ne condivide, si leggano le battute finali, le profonde intenzioni civili.

Beppe Calabretta, Il pescatore di sassi, Bonaccorso editore, Verona 2009, pp. 160, Euro 13,00

30 marzo 2010

"Amore che vieni, amore che vai" di Fabrizio De André

di Gianni Quilici


Fabrizio De Andrè è un poeta?” “Sì” mi sono risposto.
Allora scelgo per motivarlo brevemente un testo da lui scritto -uno dei più famosi- “Amore che vieni, amore che vai”.
Eccolo.








Amore che vieni, amore che vai

Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
un giorno qualunque ti ricorderai
amore che fuggi da me tornerai

E tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d'amore
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai

Venuto dal sole o da spiagge gelate
perduto in novembre o col vento d'estate
io t' ho amato sempre , non t' ho amato mai
amore che vieni , amore che vai
io t' ho amato sempre , non t' ho amato mai
amore che vieni , amore che vai

Mi sono trovato a leggere il testo di fronte ad un centinaio di persone e dalla lettura sentivo che “arrivava”.
Inizio ad analizzarlo.

L'analisi è tanto più efficace -penso- quanto più essa stessa si avvicina alla poesia, diventa cioè “criticamente poetica”.

I primi due versi sono magnifici e sono forse i più belli dell'intero testo.
Provate, infatti, a immaginare di filmare “Quei giorni perduti a rincorrere il vento” e capirete che non è un'immagine realista, ma mentale e esaltante.
Esprime l'insaziabilità dell'amore e del desiderio (“a chiederci un bacio e a volerne altri cento”),
l'impossibilità di esaudirlo, di saziarsi (“a rincorrere il vento”), la perdita ( “quei giorni perduti) e forse una nostalgia improvvisa, quando un “giorno qualunque ti ricorderai”.
Da sottolineare la nettezza e la forza visionaria di quel “a rincorrere il vento”: il vento impalpabile, che corre, non si può raggiungere, afferrare, fare nostro.

Senza sottoporre il testo ad un'analisi particolareggiata c'è in esso una nostalgia che la musica e la voce limpida e grave, partecipe e distaccata di Fabrizio De Andrè ben sottolineano, ma di cui non c'è alcun compiacimento sentimentale. La nostalgia è l'attimo contingente di amori perduti, che vengono e vanno via in un carosello che potrebbe ricordare la famosa commedia di Arthur Schnitzler “ Girotondo” e più in generale ciò che la letteratura del Novecento ha messo al centro della sua rappresentazione: la precarietà dei sentimenti. (“io t' ho amato sempre , non t' ho amato mai”. Oggi nella società dell'uomo ad una dimensione e della società liquida più evidente ancora.

28 marzo 2010

“Gitani” foto di Josef Koudelka

di Gianni Quilici

Guardo la foto. E' una foto famosa di Josef Koudelka. La conosco da tempo. L'avevo guardata fino ad ora con gli occhi, senza però fermarli, come si dovrebbe.
Per fermarli non basta trovare il piacere del primo sguardo. Ci vuole la pazienza del Tempo.
La prima impressione: mi piace l'atmosfera di libertà che trasmette. In tutti i protagonisti. Particolarmente nel cavallo con le briglie, sciolto. Una libertà dei corpi, una libertà dell'aria.
La seconda impressione: la terra come habitat naturale.
Oggi siamo, nell'Occidente, metropolizzati, villettizzati, macchinizzati, atomizzati. Solo certe vacanze possono trasmetterci l'illusione di un rapporto stretto con la terra. Qui, invece, l 'habitat naturale dei protagonisti, lo spazio quotidiano, in cui si muovono, è la terra.
Con elementi specifici per ognuno. Il giocoliere camicia bianca su vestito scuro, con l'occhio puntato sulla pallina sospesa, forse non sta giocando, ma esercitandosi; il giovane disteso sull'erba non esprime forse soltanto un rapporto carnale con la terra, ma anche l'idea di un tempo non legata all'orario; il terzo uomo, chinato lievemente in avanti, non ha ruolo, ma perché dovrebbe averlo? ed è questa “incomprensibilità teatrale” la sua bellezza.
C'è poi una terza impressione più sottile, perchè legata alla storia dei gitani, che tuttavia la foto comunque richiama: il viaggio. Infatti: non abitazioni, ma uno spazio aperto e un cavallo; certamente un senso di stabilità (occupano davvero lo spazio), ma anche di provvisorietà (niente sembra legarli comunque a quel luogo).
Koudelka ferma l'attimo irrecuperabile con quella pallina sospesa, al di sopra della collinetta, nell'aria. E' questo dettaglio nei dettagli, il più mobile. L'attimo fra gli attimi.
La foto è stata scattata in Francia nel 1973 e fa parte di un libro “Gitani” (e poi di molti altri), pubblicato originariamente in Francia “Gitans: la fin d'un voyage” nel 1977.


26 marzo 2010

. Alla ricerca di Penelope Mozart. di Eduardo Rescigno

di Maddalena Ferrari

Nella collana “Art Stories” l'editore Skira ha pubblicato nel 2006 “Alla ricerca di Penelope Mozart” di Eduardo Rescigno, musicologo e drammaturgo. A prescindere dal titolo, assai intrigante, la copertina è già un invito alla lettura: riproduce un particolare di un dipinto del 1896, “Donna con medaglione”, detto anche “Mistero”, di Lucien Lévy-Dhurmer, che raffigura un profilo di giovane donna, in parte coperto da un velo che le avvolge la testa, con due dita di una mano inserite nella cordicella che essa porta al collo, a mostrare appunto un medaglione da questa sostenuto. Dai diversi toni di verde che riempiono l'immagine, spicca il biancore della pelle di questa figura, dall'atteggiamento davvero misterioso.

E il mistero è la cifra di un racconto-non racconto, un po' finzione e un po' resoconto autobiografico di una ricerca dell'autore, alla cui origine c'è un bisogno di sfuggire alla noia, di fare qualcosa, di avere un progetto. E all'inizio la ricerca di un progetto segue un percorso voluto, ma anche casuale ed in qualche modo fuorviante, che non si precisa se non in un secondo momento.

Un'estate calda e umida a Venezia; una chiesa di scarso valore artistico; il pensiero associativo, che, nell'approssimarsi del 250° anniversario della nascita di Mozart, insegue una pista: la presenza del musicista e di suo padre a Venezia e la loro frequentazione di una famiglia tedesca che risiedeva qui, la famiglia Wider. Inizia la ricerca su di essa e, di documento in documento, si arriva a scoprire la registrazione della morte, il 9 giugno 1819, ad appena cinque mesi, di un bambino, Giacomo Gasparo, figlio di Penelope Mozart.

Rescigno si chiede quale rapporto ci sia tra questa Penelope ed il grande salisburghese, che ha frequentato la stessa zona di Venezia per circa due mesi, fra la fine di carnevale e la Pasqua del 1771, intrattenendo stretti rapporti con i Wider, padre, madre e sei figlie. Ricostruisce i primi giorni del soggiorno di Wolfgang e Leopold, servendosi delle lettere di quest'ultimo alla moglie, con i p.s. di Amadé, della topografia della zona, degli spettacoli di quel periodo, a cui padre e figlio possono aver assistito. E fa congetture, soprattutto sul modo in cui un adolescente probabilmente ha vissuto la vicinanza con le donne di casa Wider: la madre Venturina, la “perla ricona”, come la chiama Amadé in una lettera all'amico Hagenauer, e le sei figlie, le altre “perle”.

Il libro è quindi, in parte, il racconto di un'investigazione: l'autore scopre indizi, elabora congetture, fa scoperte; scorre i documenti d'archivio, legge le lettere (e riporta tutto con maniacale precisione in fondo al testo); si muove in una Venezia che conosce bene e che confronta con il passato: il fondaco dei tedeschi, la chiesa di San Cancian, il chiostro di Sant'Apollonia con l'archivio della Curia Arcivescovile, la biblioteca del museo Correr...e poi i campi, le calli, i luoghi canonici, assediati dai turisti e toccati solo di striscio.

Per un'altra parte il libro ci immerge in scene, dove vivono per brevi attimi i due Mozart, padre e figlio, i Wider, in particolare le sorelle Rosa e Caterina, e poi anche Penelope, un po' sullo sfondo, Penelope che frequentava teatro e locande...

E' interesante il lavorio investigativo dell'autore, che procede tra la ricerca storico-scientifica e la ricostruzione fantastica, permettendosi anche il lusso di una falsa lettera di Mozart alla sorella, scritta secondo lo stile vivace e a tratti giocherellone usato spesso dal compositore; e particolarmente godibili risultano le intrusioni in una storia lontana, che ha la vitalità dell'esistenza reale e dà ogni volta l'impressione di sfuggirci nella sua misteriosità. A conclusione del percorso, ci troviamo di fronte ad un'ipotesi affascinante, ma il mistero rimane, proprio perché il tempo, fattore determinante del racconto, assorbe e travolge tutto, lasciando trapelare solo qualche sprazzo di verità.

Eduardo Rescigno. Alla ricerca di Penelope Mozart. Skira. Euro 15.00


24 marzo 2010

"Stampa etica: L'altra città"


di Luciano Luciani

Pensa globalmente e agisce localmente, “L’Altracitta - Giornale della periferia” promossa dalla Associazione di volontariato “Il Muretto” di Firenze. 4500 copie mensili diffuse nel quartiere fiorentino delle Piagge per “raccontare la città dimenticata, esclusa, quella che il perbenismo dominante cerca di nascondere o, peggio ancora, di rimuovere. E’ la città degli stranieri, dei senza casa, dei disoccupati, dei bambini lasciati a se stessi, degli anziani, degli emarginati. E’ la città che sperimenta, che diventa cantiere sociale per individuare e sostenere quelle forme di esperienza partecipata che partono dal basso.. E’ la città che non subisce la globalizzazione economica e lotta per sistema alternativo, più equo e rispettoso della persona e degli equilibri Nord/Sud del mondo”.

Laboratorio informativo, usufruisce di una redazione strutturata composta da Cristiano Lucchi, direttore responsabile; Cecilia Stefani per il coordinamento redazionale e da un nutrito e combattivo gruppo di redattori: Alessandro Santoro, Andrea Mugnaini, Anna Veronese, Camilla Lattanti, Dario Orlandi, Elena Bossio,, Elena Martelli, Floriana Pagano, Giovanni Agresti, Ilaria Raspanti, Leonardo Landi, Maria Ranieri, Marta Benettin, Massimo Mangani, Massimo Parrini, Maurizio Sarcomi, Mirco Zanaboni, Serena Goracci, Tiziana Cappelli, Valentina Baronti. Le pagine di questa significativa esperienza di giornalismo di base sono a disposizione di tutti coloro che abbiano qualcosa da dire: la redazione è aperta e per partecipare alla costruzione del mensile basta telefonare allo , oppure inviare un e mail a: redazione@altracitta.org

Chi paga “L’Altracittà”? Intanto i soci, raccolti attraverso una sottoscrizione popolare permanente; poi, istituzioni ed enti pubblici e privati ( per esempio, l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze) che si riconoscono negli obiettivi del giornale e nei suoi principi ispiratori; quindi gli inserzionisti: di una pubblicità, però, “eticamente sostenibile”, questione di qualche complicatezza che evidentemente non spaventa i coraggiosi redattori.

Interessanti anche le sinergie che “L’Altracittà” è riuscita a realizzare:

- dall’unione del giornale con il Box Sepe è nata l’Agenzia di Base “che informa via e mail su notizie, appuntamenti, incontri dei gruppi di base e delle associazioni dell’area fiorentina” (iscrizione gratuita, previa e mail a: adb@altracitta.org);

- il venerdì, alle ore 13, “L’Altracittà” è presente dai microfoni di Novaradio sui 101.5 per Firenze e dintorni.

Per informazioni rivolgersi all’Associazione Il Muretto, via Lombardia, 1p 50145 Firenze

"Il rovello e l’utopia" di Memo


di Luciano Luciani

Un’ispirazione che si alimenta delle esperienze emozionali proprie di una condizione umana degradata e miserabile; scenari urbani e angosce esistenziali; i colori forti e ribaditi di una scrittura incisiva e marcata: queste le caratteristiche salienti della poetica espressionista di Memo, il fil rouge che lega i racconti di Attenti all’uomo bianco, la sua opera prima risalente al 1995, alla successiva piece teatrale, Le altre isole, a questo suo ultimo Il dono, racconto lungo col respiro del romanzo.


Pagine in cui l’Autore reitera, in maniera quasi ossessiva, un nucleo tematico sempre presente alla sua immaginazione e costantemente rielaborato e rimodulato: le donne e gli uomini “diversi”, “irregolari”. Il popolo sempre più vasto dei poveri tra i poveri, coloro per i quali non bastano più le definizioni sociologico / burocratiche di “povertà relativa” o “povertà assoluta”. Quelli che non hanno nulla: nessun lavoro e nessuna risorsa, niente casa e scarsa salute. Vivono in mezzo a noi nelle città, ma sempre e solo sulle strade. Di giorno, dimorano in certe piazze malfamate e ad orari fissi occupano le sale d’aspetto delle stazioni ferroviarie. Cacciati, trovano rifugio nei rari centri d’accoglienza e assistenza. Di notte, la loro esistenza è tutta dentro una scatola di cartone. Quando li incontriamo li scansiamo, li scavalchiamo. Sono le vittime delle logiche feroci dell’economia e del mercato, gli scarti degli inesorabili intrecci tra Storia grande e fragilità esistenziale: barboni, matti, prostitute, profughi ed esiliati di ogni tipo, figli di ogni precarietà e di tutte le dipendenze. Esseri umani già dentro il cono d’ombra di miserie assolute e irrimediabili, le vecchie e le nuove e, per di più, ròsi dalla memoria pungente di un ruolo sociale una volta posseduto e poi perduto o rifiutato.

In una società rischiarata solo da luci tanto accecanti quanto artificiali, sono proprio gli abitanti dell’area opaca e illune della precarietà e della deprivazione a rappresentare per l’Autore il paradigma umano più adeguato a comprendere la nostra natura profonda e il futuro che ci aspetta.

Il Professore, Enzo, Marisa, Maria, il Pittore, il Segaligno, e tutte le altre figure e figurine che animano e riempiono del loro intenso afrore di umanità i luoghi cari a Memo (angiporti, osterie, pensioncine da quattro soldi, case popolari di quartieri periferici, viuzze di città di mare…), incarnano un tormento interiore e una speranza: il rovello, bruciante, dell’ineluttabilità della nostra società attuale, profondamente sfregiata dall’ingiustizia e che per riprodursi non trova di meglio che divorare i propri figli più deboli; l’utopia per la quale, in mancanza di un’ azione collettiva capace di realizzare l’armonia sociale, possano comunque schiudersi i fiori della dignità, della solidarietà, della condivisione. Dell’amore, insomma, e proprio tra i meno fortunati.
Certo, nella realtà, quella degli uomini e donne in carne e ossa, le cose non vanno mai come nei romanzi e Memo è troppo esperto della vita e delle persone concrete per ignorarlo ed illudersi.

Però, è bello raccontare storie che prevedano il dispiegarsi di sentimenti forti tra i più deboli, narrare di riscatti e risarcimenti, magari parziali, modesti, precari, ai soprusi e alle iniquità di sempre.
Consapevoli, l’Autore e i Lettori, che “La vita… è fatta di tante storie, e le storie finiscono”.


Memo (Domenico Izzo), Il dono, ETS Pisa, pp. 108, E. 7

18 marzo 2010

“Lettere alla fidanzata” di Fernando Pessoa


di Gianni Quilici

“Tutte le lettere d'amore sono
ridicole
Non sarebbero lettere d'amore se non fossero
ridicole”


Così scriveva Fernando Pessoa in una (famosa) poesia. E leggendo le “Lettere alla fidanzata” si potrebbe affermare che anche qui si coglie una delle caratteristiche profonde dell'autore stesso insieme ad una (relativa) novità.

La caratteristica nel suo essere spietatamente autocritico, esserlo al punto da vivere isolato (o quasi), agendo e vedendosi agire, sdoppiandosi, dandosi più identità, qui quella di Alvaro Do Campos.

La novità in queste Lettere è che in esse si coglie la forza del desiderio, un desiderio più forte del controllo che Pessoa continuamente operava su se stesso.

Siamo nella Lisbona degli anni '20, in una società chiusa e bigotta, in cui i rapporti tra i sessi sono difficili, perché rispondono a convenzioni di onore e di rispettabilità, borghesi, repressive. Pessoa incontra Ophélia Queiroz nell'ufficio in cui egli stesso lavorava. “Risposi ad un annuncio del Diario de Notìcias. Avevo diciannove anni, ero allegra, sveglia, indipendente e, contro la volontà dei miei familiari, decisi di trovare un impiego”.
Ophélia è carina ed ha un carattere sensibile e appassionato. Pessoa ne è subito attirato e, almeno dalle lettere, si intravede un rapporto erotico-paterno-protettivo. “Mio Bebé piccolino, mia Ninhina” “Cara piccola” “ a domani boccuccia dolce” “cicini cicini cicini”. Sono alcune espressioni che evidenziano una certa sicurezza di sé, un abbandono, che sono in antitesi (o quasi) alla filosofia dell'essere di Pessoa.

E tutto il rapporto si gioca su un incontrarsi segreto, quando l'accompagna sul treno o sul tram, o semplicemente la vede alla finestra di casa o le scrive lettere veloci ed affettuose, “ridicole” , appunto, come Pessoa acutamente osserverà. (“Anch'io ho scritto ai miei tempi lettere d'amore, come le altre/ ridicole”). Non c'è traccia di rapporti sessuali nelle lettere; ci sono baci. Soprattutto desideri di baci.

Ambedue sono liberi da legami, ma P. mai propone un legame ufficiale alla ragazza; al contrario, dopo pochi mesi le invia una lettera in cui chiude ogni rapporto con lei. “Il mio destino” scrive “appartiene ad altra Legge, della cui esistenza lei è all'oscuro, ed è subordinato sempre più all'obbedienza a Maestri che non permettono e non perdonano”.

Dopo nove anni ci sarà un riavvicinamento, ma durerà poco. Soprattutto in questa ultima fase le condizioni psicologiche di P. sono peggiorate: da una parte “si è rotta la molla della mia vecchia automobilina che ho dentro la testa ed il mio senno che già era inesistente, ha fatto tr-tr-r-r- r...” è così alterato che folleggia, gioca con le parole e i sensi, si sente nulla, si disprezza; dall'altra scrive: “Del resto la mia vita gira intorno alla mia opera letteraria -buona o scadente che essa sia o che possa essere. Tutto il resto della mia vita ha per me un interesse secondario...”

Osserva Antonio Tabucchi (1) che anche questo amore fu un pensiero, così come anche la vera vita di Pessoa sembra un pensiero, cioè un testo. Eppure in queste Lettere si intravede in Pessoa anche una storia: un prologo (il primo incontro), uno svolgimento (gli incontri e la ricerca di essi) e la conclusione (la fine di questo amore). Una relazione, insomma, a cui Pessoa, malgrado tutto, ha prestato corpo e sentimenti.

Quale migliore prova che questo passo della lettera (la n. 45) del 9 ottobre 1929 :
“...e vorrei baciarla sulla bocca, con passione e ghiottoneria e mangiare i bacini che vi sono nascosti, e poggiarmi sulle sue spalle e arrivare alla tenerezza dei colombi, e chiederle scusa, ma scusa per finzione, e ricominciare molte volte, e punto daccapo per poi ricominciare...”
Desiderio, tenerezza, gioco... Corpo e anima...

Fernando Pessoa. Lettere alla fidanzata (Cartas de Amor de Fernando Pessoa) con una testomonianza di Ophélia Queiroz. A cura di Antonio Tabucchi. Adelphi Edizioni.

(1) "Un Faust in Gabardine" post-fazione di Antonio Tabucchi

"Il paese che non c’è più" mostra di Angelo Fruzzetti


di Luciano Luciani













Una mostra di quadri naif! Sì, questo Il paese che non c’è più dell’ultrasemicentenario Angelo Fruzzetti fa proprio venire in mente un’esposizione di tavole, venti deliziose tavole, di quegli artisti autodidatti, quei pittori dell’istinto che ebbero il loro momento di gloria – e di moda – all’incirca trent’anni fa, aggirandosi tra arte popolare, folclore, vagheggiamento dell’infanzia e aspirazione a una cultura figurativa alternativa.

Un po’ lo stesso spirito che anima le pagine che seguono, attraverso le quali l’Autore, rivisitando gli anni della sua infanzia, rende anche un sentito, affettuoso omaggio al suo luogo natio, Castiglioncello di Balbano, per i paesani più familiarmente Castiglione, frazione del Comune di Lucca. Anzi, sua propaggine estrema, incuneato com’è tra i territori di Viareggio e Pisa, piccolo castello, come suggerisce il nome, posto a difendere un confine ancora oggi intriso della memoria di antiche lotte comunali.

Un frammento della Toscana di appena ieri dove l’Autore nacque, crebbe ed ebbe il suo imprinting: quando l’Italia era giovane e “povera, ma bella”, per chi c’era soprattutto povera.
L’Autore descrive il suo paese, riuscendo, a mezzo secolo di distanza, a riguardarlo ancora con gli occhi ingenui, curiosi e capaci dello stupore del bambino che è stato. Certo, “la carità feroce del ricordo” tende sempre ad arrotondare gli spigoli, né rari né poco puntuti, di quegli anni e a ricomporre i bordi lacerati di un’ allora difficile condizione materiale di vita: però, il racconto sincero di Fruzzetti sul “come eravamo” davvero, non può tacere della fatica di lavori durissimi e per di più incerti e precari; dell’isolamento del paese; del freddo invernale; dello strapotere della ideologia religiosa cattolica che si trasformava sovente in superstiziosa ritualità; dell’emigrazione all’estero di tanti figli di Castiglione alla ricerca di un’esistenza più degna; della mancanza di cultura e delle difficoltà di accedere all’istruzione e alla scuola…

Uno stato di cose appena sopportabile perché comune se non a tutti certo a tanti, e temperato da una, forse perduta per sempre, solidarietà tra persone, famiglie, generazioni: decisiva, nei momenti difficili del dolore, della guerra, della catastrofe naturale, quando una generalizzata, seppur decorosa, povertà rischiava di scivolare nella miseria.

Di Castiglioncello di Balbano, in bilico tra i rudi anni Cinquanta e gli imminenti, formidabili Sessanta, con garbo e misura, Angelo Fuzzetti ci racconta tutto questo e molto altro ancora, intingendo la sua penna di affabulatore paesano nell’inchiostro contenuto nel calamaio del cuore: per esempio, con ironica partecipazione descrive i modi delle strategie del corteggiamento adolescente; la comparsa della televisione; l’orgoglio di riuscire a schierare comunque una squadra paesana che poi sarebbe riuscita anche a farsi onore sui campi e campetti di calcio della provincia…

Un mondo piccolo, addirittura minimo ma, proprio per questo, capace di offrire all’Autore i materiali necessari a sbalzare alcune figurine degne della lunga tradizione letteraria del bozzetto toscano. Donne e uomini di un tempo che ci appare lontano, quasi velato alla vista dall’opacità degli anni trascorsi, ma che, a pensarci bene, è appena il nostro ieri: quando nei prunai dietro le ultime case del paese ci si poteva ancora perdere; esistevano ancora i ciabattini col deschetto che esercitavano la loro attività sulla porta di casa e per ammazzare il maiale, lungo le strade del paese e sotto gli occhi di tutti, grandi e piccini, arrivava da fuori nientemeno che un famoso norcino con una borsa così piena di strumenti di lavoro da assomigliare a quella di un famoso chirurgo…
Quando tornando a casa da scuola, la sera, a buio, si cantava a voce spiegata per farsi compagnia e scongiurare la paura.