15 dicembre 2013

"Voracità" di Elfriede Jelinek



di Camilla Palandri

A prima vista, leggendo l’introduzione, si potrebbe pensare di trovarsi di fronte ad un romanzo poliziesco, ma, fin dalle prime pagine, l’impressione svanisce. Quella che la scrittrice ci presenta è una storia che parla di masochismo affettivo femminile, di relazioni torbide e personaggi disturbati .

Donne belle, giovani e meno giovani, si lasciano sedurre e si abbandonano completamente al loro torturatore, l’affascinante poliziotto di mezz’età Kurt Janisch che ,attraverso il possesso fisico, mira ad impadronirsi dei loro beni materiali, le case.
Sono rapporti tortuosi quelli che lui instaura con le sue vittime, senza nessuna concessione al sentimento, basati sul sesso brutale ed aggressivo. Le donne rappresentano solo il mezzo per appagare la sua voracità di possedere.
E’ un’attrazione ossessiva quella che rende queste donne dipendenti fino a diventare schiavizzate, totalmente incapaci di liberarsi dalla sottomissione.

Il poliziotto sfrutta sempre la stessa tattica per avvicinare le sue prede e renderle succubi: la divisa . Finge d’interessarsi a loro, ma in realtà è solo l’avidità a spingerlo a frequentarle. Un’avidità non di corpi, ma di proprietà. Insaziabile come il desiderio che alimenta nelle sue vittime disposte a subire tutto, a consumarsi nell’attesa e a lasciare che distrugga le loro stesse vite. Donne sole ed infelici che cadono nella sua trappola, perché rappresenta la realizzazione del loro desiderio d’amore e per questo sono disposte ad annientarsi fino alla morte.

Kurt Janisch è un uomo senza scrupoli , non c’è alcun rimorso in lui, nemmeno quando arriva ad uccidere la giovanissima e bella Gabi forse perché diventata scomoda testimone della sua relazione con la matura e ricca Gerti. Con freddezza occulta il cadavere nel lago e partecipa poi alle ricerche in veste ufficiale, senza tradire la minima emozione quando esso verrà scoperto, sicuro della propria impunità.

Ha una vita di facciata il poliziotto, una famiglia come tante, una moglie che si occupa della casa e cura il giardino, un figlio grande con un impiego, un nipote. E’ il contesto di finta normalità che gli serve per agire indisturbato. Nessuno conosce la sua vera natura nel piccolo paese della provincia austriaca in cui abita. Nessuno forse scoprirà mai che è il diretto colpevole della morte di Gabi e quello indiretto del suicidio finale di Gerti.

Il linguaggio usato da Elfriede Jelinek è spesso crudo e complicato. Risulta difficile superare l’impatto iniziale perché lo stile è ostico, non coinvolge e si ha la tentazione di abbandonare subito la lettura. Non è facile seguire il filo degli eventi , la narrazione è continuamente interrotta da digressioni sui temi più vari e le vicende sono più accennate,sottintese, che narrate, circondate da una sovrabbondanza di parole che allontanano dal contesto e lasciano un senso d’incompiuto al romanzo.

Non è dato sapere quale sarà la fine del poliziotto, solo conoscere l’esito drammatico
delle sue seduzioni. La debolezza umana è ciò che maggiormente traspare nel racconto,debolezza legata al sesso che si esprime nella sua forma più violenta e distruttiva nel rapporto fra le vittime e il loro carnefice .

Voracità. Jelinek Elfriede . Traduzione di Barbara Agnese. Frassinelli 2005, 409 p.,


13 dicembre 2013

"La città invisibile" mostra fotografica di Irene Kung



La città invisibile” una mostra 
di Irene Kung 
al “Photolux Festival”


"D'una città non godi le sette 
o le settantasette meraviglie,
ma la risposta che dà 
ad una tua domanda". 
  Italo Calvino 


di Gianni Quilici

Una trentina di scatti su monumenti celeberrimi: Tour Eiffel e Notre Dame,  Pantheon e auditorium di Roma, Santa Sofia e Church le Corbusier, Empire State Building e la piramide di Cheope in Egitto.
Irene Kung, però, ce li fa vedere come non li abbiamo mai visti. Ossia li ricrea, senza deformarli, ne’ falsificarli. Evoca un’atmosfera, un’atmosfera ammaliante ed enigmatica.

In che modo?
Attraverso una grande professionalità: una cura meticolosa nella scelta e nella perfezione dell’inquadratura, nelle linee geometriche e soprattutto nel rapporto luce-ombra.
Questa professionalità è, per così dire, al servizio di un senso espressivo, che  riesce a trasmettere un’anima ai monumenti. Utilizzando in modo straordinario il contrasto luce e buio. L’oggetto preso in esame si rivela nella bellezza delle sue forme, in alcuni dettagli, scolpite da una luce tanto più netta, perché contrapposta a un’oscurità talvolta graduale, che nasconde il resto delle forme o appena lo rivela.

C’è questa foto, Casa Paris , che seppure un po’ diversa dalle altre, perché non è un’architettura altrettanto famosa, perché utilizza il colore, invece del B/N,  esemplifica comunque l’analisi fatta.

E’ uno di quegli scatti, che colpiscono immediatamente l’occhio, perché è una sorta di bellezza al quadrato. La bellezza della realtà inquadrata e la bellezza del tipo di scatto.
Infatti, tanto più è forte la suggestione visiva di questo intrico nudo di rami, che posano sul colore caldo e luminoso del palazzo, tanto più è messo in evidenza, sottolineato, raccolto in quella sorta di (quasi) cerchio di luce, che le ombre circostanti hanno formato.
Una foto reale e onirica, che fa pensare al surrealismo e in particolare a Magritte.
L’interrogativo che si potrebbe porre è se sia fin troppo estetica, estetizzante. Un interrogativo che lascio aperto.

LA CITTÀ INVISIBILE , a cura di Enrico Stefanelli.
IRENE KUNG, nata a Berna nel 1958, prima di stabilirsi a Roma, Irene Kung ha vissuto e lavorato a Madrid e New York come graphic designer, pittrice e fotografa.

11 dicembre 2013

"Lettera ai giornali" di Angela G. Palermo



Viviamo in un universo mediatico, in cui la sovrabbondanza di messaggi consuma quasi ogni comunicazione nell’arco di qualche ora, giorno, settimana.
Questo riguarda anche quei prodotti che hanno una distribuzione nazionale, siano essi libri o film. Molto più precari sono gli articoli di giornali, quotidiani e riviste, che solo in pochissimi casi saranno raccolti in libri.
Nessuna possibilità di vita hanno invece le lettere ai giornali, che possono durare quel giorno per poi perire, anche quando hanno uno spessore intellettuale e morale, che va oltre la situazione specifica.
Questo vale per la lettera di Angela G. Palermo, che merita di essere letta e inserita in queste recensioni libere.

C’è un fatto, un incidente stradale, un incidente causato dall’imprudenza altrui, un incidente che improvvisamente cambia la vita di una giovane donna, facendo da spartiacque tra un prima e un dopo per le conseguenze fisiche ed economiche, psicologiche e professionali.
Da qui questa lettera spedita ai giornali, in cui Angela analizza i suoi stati d’animo ( rabbia e senso di ingiustizia, sconforto e disperazione), riflette sulle cause oggettive dell’incidente e su che cosa il governo nazionale e l’Europa potrebbero fare e non è stato fatto.  
C’è nella lettera la limpidezza nobile della ragione: nel dolore  e nella stessa rabbia; c’è perfino la compassione, che diviene quasi  senso di colpa, nei confronti di chi, “invece, giace morto su chissà quale lembo di asfalto”. (Gianni Quilici)


LETTERA APERTA AI GIORNALI
di  Angela G. Palermo

L’8 settembre 2012 sono stata investita da un’automobile che andava a velocità sostenuta. Ero in sella alla mia bicicletta e ricordo solo un tonfo sordo, poi il buio e il risveglio con dolori indescrivibili.
La giornata si preannunciava uguale a tante altre piene di impegni. Invece un giorno qualunque, in un posto qualunque, la tua vita cambia per sempre. E quel giorno così banale, si trasforma nello spartiacque tra la vita di prima e  quella di dopo. Dopo l’ “incidente”.

I miei sentimenti prevalenti in questa situazione sono assai diversi e tra loro contraddittori. Ad un senso iniziale di rabbia si è andato accostando un sentimento di ingiustizia. Poi i giorni passavano e le sofferenze, invece di diminuire, aumentavano, così da trasformare la rabbia in sconforto e il senso di ingiustizia in disperazione.

Ingiustizia perché? Perché la verità è che sulle strade la prudenza non salva dall’imprudenza altrui. Perché per moda, in tante trasmissioni televisive, sui giornali, si predica il dovere di utilizzare mezzi alternativi all’automobile per “vivere meglio”, “per vivere bio”, per “tenersi in forma”. E così, noi ci si sente quasi dei paladini che al posto delle armi utilizzano sempre la bicicletta, infallibile arma verde in difesa del nostro pianeta che non sta morendo ma che stiamo assassinando.
Le nostre strade sono sempre più simili a  campi di battaglia dove troppi “soldati verdi” muoiono sul campo, uccisi da automobili simili a mine vaganti.

I governi nazionali e l’Europa dove sono? Perché non intervengono a sostegno di leggi che promuovano una vera rivoluzione verde? Si dovrebbe, per esempio, investire di più in piste ciclabili, dotare le strade di una segnaletica stradale più specifica e, non da ultimo, appoggiare la proposta di alcune associazioni di introdurre il reato di omicidio stradale e costringere le assicurazioni a pagare somme più importanti alle vittime o alle loro famiglie.

Nessuna somma può ripagare delle sofferenze fisiche e psicologiche che un “incidente” come il mio può provocare, ma questa indifferenza è insopportabile. Io sono stata “fortunata” perché sono viva, ma per la maggior parte delle persone che vengono travolte con quella violenza la vita si conclude sull’asfalto.

La signora che mi ha investita non solo non ha chiamato i soccorsi, ma non mi ha mai contattata per chiedermi come stessi. Giacevo in fin di vita sull’asfalto e mi ha salvata un ciclista medico che passava per caso di là. Gli atti inqualificabili come quello della signora che ha investito me, devono diventare aggravanti imperdonabili in tribunale. E invece, mentre io devo imbottirmi di morfina per alleviare dolori insopportabili, la signora è libera.
Libera di dormire senza dolori, libera di abbracciare suo marito, libera di alzarsi, libera di mangiare, libera di uscire, libera di lavarsi, libera di leggere, di scrivere senza sentire dolore, libera di respirare senza che il respiro stesso tolga il fiato.

Due giorni dopo l’ “incidente” mi hanno contattato vari licei per proposte di supplenze annuali, ma io non ho potuto certo firmare il contratto né assumere servizio. Mi sono così ritrovata anche senza lavoro, senza il pagamento della malattia, perché non ho un contratto. Senza il punteggio. Per un professore precario come me questo vuol dire essere scavalcati in graduatoria, con tutte le conseguenze che questo comporterà. Sono formalmente disoccupata, eppure le spese che devo sostenere sono ingenti. Ho dovuto acquistare tante medicine, stampelle, busto, pannoloni, pagare per richiedere la cartella clinica,etc. I sindacati dicono che non c’è niente da fare: “Signora, è la legge. Noi non possiamo fare niente. Solo in caso di gravidanza difficile lei può accettare una supplenza senza assumere servizio. In caso di incidente stradale, lei non è tutelata dalla legge”. Piccola lezione di paradosso all’italiana: la gravidanza è una malattia, la malattia non è una malattia. 

Mi chiedo: questo è uno Stato di diritto? Questa è sanità pubblica? La verità è che la nostra Italia non è una democrazia e che è vero che solo i ricchi possono curarsi adeguatamente. Il resto dei malati deve chiedere aiuto alle famiglie, se può, o semplicemente arrendersi alla triste realtà: non curarsi.

Io non so perché Dio abbia deciso di salvare me e non qualcun altro. Confesso di vivere questa mia condizione con un certo senso di colpa nei confronti di chi, invece, giace morto su chissà quale lembo di asfalto. Mentre ero in ospedale è morto un ragazzo in un “incidente”. Mi sentivo in colpa.

Io guarirò. Ci vorrà tanto tempo ma guarirò. Ma non sarò più la stessa persona. Il mio corpo è stato martoriato e il mio spirito ferito. Penso spesso a quando, fra qualche mese, uscirò di nuovo. Dove troverò la forza di non avere paura?
Io non riesco a spiegare quello che provo. E’ troppo complesso. Ho visto la morte e ho avuto paura. Tante altre volte l’ho invocata perché i dolori fisici sono insopportabili.

Sono tante le cose che mi mancano in queste lunghe giornate tutte dolorosamente uguali: studiare in biblioteca, entrare in classe, correre. E non so se potrò mai più tornare ad assaporare la fatica della corsa a causa delle condizioni della mia gamba destra. Ho riportato una frattura bimalleolare alla caviglia. L’osso ha bucato la pelle. A causa di ciò hanno dovuto inserirmi viti e  ferri all’interno della gamba. Ho cicatrici orrende sia sul lato esterno della gamba che sul lato interno. E’ stato un intervento di quelli complessi, a detta dei medici. Ma non devo lamentarmi perché l’altra frattura, quella vertebrale, poteva portarmi conseguenze ancora peggiori: la paralisi. La vertebra guarirà con l’aiuto di un busto molto costrittivo che sarà il mio compagno per tanti, troppi mesi. Senza di quello non posso nemmeno alzarmi a mezzo busto e quando lo indosso provo dolore e faccio fatica a respirare. Ho riportato anche una fratturina alla mano destra, varie contusioni ed escoriazioni, una ustione. Mi sanguinavano vari organi interni e ho avuto anche un ematoma a livello celebrale. Il viso, però, mi è stato preservato.

A detta di tutti devo essere contenta.
Contenta?!
Io non sono affatto contenta. Ho salva la vita ma non ho più la mia vita. E non l’avrò più. Tuttavia, per una sorta di economia mentale, devo tradurre questa esperienza in un’opportunità. E poiché i sensi di colpa non sono utili se rimangono tali, devo fare qualcosa per le persone che, come me, sono rimaste vittime di tentato omicidio stradale colposo. Iniziamo a non chiamarlo più “incidente”.

E’ per questo che mi sono permessa di scrivere pubblicamente di me. Altrimenti non l’avrei mai fatto. Chiedo perdono per quest’atto che spero non sia male interpretato. Volutamente mi sono soffermata su particolari un po’ crudi. Credo che leggere la storia di una persona a noi vicina ci faccia riflettere maggiormente. Siamo talmente bombardati dalla cronaca, tanto da non farci più caso.

Permettetemi un’ultima riflessione. Non le medicine, non la consolazione di avere la vita salva, non il pensiero della guarigione aiutano tanto quanto l’affetto delle persone che ti vogliono bene e che ti incoraggiano a non mollare.
Se voglio tramutare questa terribile esperienza in un’opportunità, devo partire da qui. Dall’incredibile solidarietà che mi è stata dimostrata e dall’affetto che mi è stato donato senza averlo mai meritato.
Per questo mi commuovo e vi dico grazie dal più profondo del mio cuore, invitandovi, umilmente, ad approfittare dei tanti miracoli che la vita ogni giorno ci concede di vivere.



“Documenti e studi” num. 35





 
Lucca 1987. Festa dell'Unità. Da "Lucca che vive" di Gianni Quilici.
di Luciano Luciani


A quasi un quarto di secolo dalle tormentate vicende che hanno accompagnato la parabola e il tramonto del Partito comunista italiano, è giunto il momento, almeno a giudizio della redazione di “Documenti e studi”, di cominciare a ripensare storicamente quella esperienza politica: un percorso che iniziamo in collaborazione con la Fondazione “Sinistra. Storia e valori”, ai cui Associati porgiamo le nostre più sentite condoglianze per la recente, repentina scomparsa del loro presidente, Aurelio Russo.

Cosa è stato veramente il Pci? Davvero, come vogliono i suoi detrattori si è trattato solo, come scrive Emanuele Macaluso, di “un corpo estraneo  alla nostra società, di una agenzia sovietica al soldo del Kgb, nel migliore dei casi di una Chiesa con i suoi sacerdoti e i suoi riti da studiare come fa un archeologo dopo uno scavo”? Oppure i suoi settant’anni di storia, percorsa da lotte, difficoltà, successi e insuccessi, hanno inciso, e profondamente, nella vicenda italiana del secolo scorso e hanno fatto di questo partito, soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale, uno dei principali protagonisti sia del risanamento e del rinnovamento del Paese, sia di nuovi rapporti internazionali? Quale, dunque, il suo ruolo nella storia del secondo Novecento, ancora poco indagato dalla storiografia al contrario degli anni dell’opposizione al fascismo e della Resistenza? Come è stato possibile per il Pci degli anni della Ricostruzione, del boom economico, degli anni settanta che lo videro proporsi come forza di governo, far convivere al proprio interno, e spesso nella coscienza stessa dei suoi militanti, un’adesione sincera e convinta alla democrazia e il legame simbolico ed emotivo, ma non per questo meno stringente, con tutti gli altri comunismi del mondo che quella stessa democrazia rifiutavano e combattevano? Come è riuscito questo partito da posizioni minoritarie a costruire una vasta organizzazione capillarmente diffusa sull’intero territorio nazionale, ricca di relazioni con la società civile e capace di orientare tra un quarto e un terzo dell’elettorato? E quale giudizio dare del progetto politico del Pci che per quasi mezzo secolo riuscì a portare a sintesi politica bisogni operai e aspirazioni di consistenti segmenti di borghesia, storie di popolo lavoratore e grandi tradizioni intellettuali?

Per trovare riposte adeguate a questi interrogativi, centrali per comprendere la recente storia politica e civile del nostro Paese, forse, più delle grandi sintesi, possono rivelarsi preziose le ricerche e le indagini articolate a livello locale, attente alle fonti archivistiche e a materiali giornalistici, alle testimonianze dirette e alle memorie personali. È con tali intenzioni, e all’interno di un più ampio progetto di ricerca sull’Italia repubblicana, che proponiamo ai Soci dell’Istituto e ai Lettori di “Documenti e studi” n. 35 una corposa sezione intitolata, con le parole del celebre monologo poetico – politico di Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista.

Il saggio di Lorenzo Orsi, Comunisti e rispettabilità. Identità sessuali e moralità dei comunisti italiani 1946 -1956 prende in esame la costruzione, come e perché, dell’identità e della rappresentazione dell’uomo e della donna comunisti, nei primi dieci anni di storia repubblicana del nostro Paese, dai sicuri approdi del mito ideologico all’improvvisa caduta delle certezze nell’ ”indimenticabile 1956”.

Con Sandrino Petri: un sindaco comunista nella provincia bianca, Stefano Bucciarelli offre ai Lettori un dettagliato e argomentato lavoro sulla personalità di Alessandro Petri (1893 . 1983), viareggino, socialista antimilitarista nella Grande guerra, antifascista negli anni del regime, prima sindaco “provvisorio” della sua città e poi eletto negli anni dell’immediato dopoguerra. Amministratore comunista stimato e amato dai suoi concittadini svolse con imperterrito impegno e abnegazione l’arduo compito di dare risposte concrete alle assillanti e innumerevole urgenze della sua gente nel difficile periodo postbellico. Una figura esemplare per la sua coerente attenzione al bene pubblico, rispettata dagli stessi fascisti e dagli avversari politici.

Nel contributo di Emmanule Pesi, La nascita e i limiti organizzativi del partito nuovo in Lucchesia 1943-1948, è presa in esame, calandola nella realtà locale, la tematica della elaborazione della prospettiva politica della “democrazia progressiva”, già elaborata dal Partito comunista nel corso della lotta di liberazione, e della costruzione del necessario strumento per realizzarla: non più un partito di quadri, ma un “partito nuovo”, nazionale e di massa.

In La questione di Trieste a Lucca (e una conferenza di Vittorio Vidali a Lucca, 1 ottobre 1953), Armando Sestani espone la tormentata vicenda del confine orientale italiano negli anni del dopoguerra e come questa, divenuta uno dei simboli della guerra fredda, sia stata rielaborata dalle forze politiche lucchesi. Particolarmente delicata la posizione del Partito comunista stretto tra la fedeltà all’Urss e la condanna del leader jugoslavo Tito come populista antisovietico, le memorie della vittoriosa guerra antinazista e gli interessi nazionali. Nel primo autunno del 1953, a chiarire la linea del partito, viene inviato a Lucca Vittorio Vidali, triestino, commissario politico in Spagna del celebre V Reggimento col soprannome di Carlos, dirigente del Partito comunista del Territorio Libero di Trieste, consigliere comunale della città e deputato…

Francesca Gori nel suo Il fondo della federazione provinciale di Lucca del Partito comunista italiano 1969 – 1989 dà conto del lavoro di analisi, inventariazione e riordino del materiale custodito presso l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in Provincia di Lucca, contestualizzandolo e indicando i criteri adoperati per la sua sistemazione.

Questa sezione della rivista è poi arricchita dal ricordo, insieme meditato e intriso d’affetto, di due figure di militanti, Fernando Cecchi, detto “il Bebi”(Lucia Del Chiaro – Rosano Paoli, Lo chiamavano tutti “il Bebi”) e Milziade Caprili (Stefano Bucciarelli, Ricordo di Milziade Caprili), scomparsi ma rimasti nella memoria di molti, comunisti e non. Storie diverse, le loro, differenti i loro ruoli e le responsabilità nell’organizzazione politica comunista: li univa il fatto che vissero con pienezza l’idea di un agire comune, l’aspirazione alla trasformazione della società, l’urgenza della giustizia sociale. Due esponenti, ognuno a suo modo importante di come si è configurato il vasto popolo della sinistra in quest’area della Toscana, nella seconda metà del secolo scorso.

Come già avvenuto, sia pure in maniera discontinua e non sistematica per il passato, a partire da questo numero “Documenti e studi” aprirà la sezione Risorgimenti e ospiterà con regolarità lavori, contributi e saggi riguardanti vicende, personaggi e tematiche risorgimentali. Non si tratta di un ampliamento arbitrario degli interessi dell’Istituto e della sua rivista, quanto piuttosto del recupero di una serie di questioni civili, politiche, culturali presenti alla coscienza di una larga area di opinione pubblica e di studiosi come hanno dimostrato l’inaspettato successo delle recenti celebrazioni per il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia e, con un particolare riferimento a Lucca, la riapertura del Museo del Risorgimento rinnovato nei criteri espositivi e nella fruibilità. Risultati confortanti, ben accetti e utili perché non sono pochi, a tutt’oggi, i nodi storiografici che attendono di essere ripensati in maniera convincente ed esaustiva: pensiamo alla riflessione sul rapporto dominatori e dominati nel processo di formazione dello Stato unitario; al dibattito, ancora aperto, sul giudizio da dare intorno all’Italia postunitaria, la destra storica e la sinistra parlamentare, l’Italia liberale e giolittiana; il ruolo da attribuire ai “vinti”, siano essi i legittimisti filoborbonici o i repubblicani e i protosocialisti; le polemiche, innescate da alcune fortunate pubblicazioni edite nell’anno anniversario, circa il trattamento riservato al nostro Mezzogiorno dalle classi dominanti del paese, la discussione su come e perché il civile Risorgimento sia potuto degenerare nella barbarie del fascismo. Un complesso di problemi sui quali la storia contemporanea e i suoi operatori sono chiamati a fornire risposte nuove, non banali, argomentate e documentate, ampliando i territori d’indagine, facendo riferimento a sempre più vaste e organizzate risorse archivistiche, praticando più sofisticati metodi d’indagine.

È sulla base di tale esigenza che i Lettori trovano in questo fascicolo della Rivista due impegnati contributi: Roberto Pizzi con Collodi, personaggio del Risorgimento mette a fuoco Carlo Collodi come figura notevole del nostro riscatto nazionale, evidenziando il rapporto tra l’autore della Storia di un burattino e la Lucchesia, gli elementi che collegano lo scrittore a Lucca e l’attenzione riservata alla sua opera da importanti intellettuali lucchesi, mentre Le memorie epigrafiche e monumentali di Tito Strocchi in provincia di Lucca di Elena Profeti ci dimostrano come l’epopea garibaldina, incarnata a Lucca da Tito Strocchi, si sia mantenuta nella coscienza dell’opinione pubblica locale attraverso l’opera di artisti noti e meno noti che ne materializzarono il ricordo nella pietra.

Di Silvia Q. Angelini, Laura Di Simo, e Gianluca Fulvetti le pagine dedicate alle recensione librarie.


Numero 35 di “Documenti e studi”, semestrale dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea in Provincia di Lucca






09 dicembre 2013

“L'uomo in bici” di André Kertész




di Gianni Quilici

Che cosa colpisce immediatamente?
L’uomo in bici, naturalmente, con la doppia nettezza del bianco e nero: sua e della sua ombra, scolpita nello scintillante brillio del pavé. Già questo basta per riempire l’occhio di calore!

Ma altrettante attraente è il contesto, che ha la stessa essenzialità e pulizia cromatica: il taglio quasi semicircolare del marciapiede, le linee geometriche che attraversano i tre spazi diversi, di cui l’immagine è costituita, ed infine, a perturbare la nudità e la geometria dello scatto, ecco quei rami, che sbucano e lasciano presagire, solo accennandolo, altro.

08 dicembre 2013

“L'inventore di sogni" di Ian McEwan



di Camilla Palandri

E’ fantastico essere bambini, avere la capacità di sognare ad occhi aperti, andare oltre, trasfigurare la realtà.

La fantasia rende la vita incredibilmente varia e sorprendente e le eccentriche avventure di Peter, il bambino protagonista del racconto, ne sono la perfetta rappresentazione.
Gli oggetti come le bambole della sorella Kate si animano, l’anziana e antipatica Mrs Goodgame si trasforma in un ladro intraprendente, nasce l’ empatia con Barry Tamerlane un ragazzo che nella realtà appare ostile, una magica pomata permette di realizzare il proprio desiderio di far svanire tutta la famiglia liberandosi da relazioni insoddisfacenti.

L’immaginazione ,oltre a trasformare, permette di cogliere sfumature che non appaiono agli occhi “razionali” degli adulti, dà ampio respiro all’aspetto giocoso e allontana la monotonia del quotidiano .

Ad essere troppo fantasiosi però si rischia sempre di rimanere incompresi e venire giudicati difficili come Peter. Si tende ad isolarsi per vivere in una dimensione tutta propria, che non appare, ma certamente appaga, quella del sogno e questo sembrare distanti , come su una nuvola, viene spesso frainteso da chi ci guarda senza conoscere le magie dei mondi immaginari.
Del resto la fantasia non fa parte della vita degli adulti che trascorrono la propria ……”stando seduti a parlare o facendo commissioni e andando a lavorare senza giocare mai….”

Un affascinante racconto sul tema del sogno , caratteristica tipica dell’infanzia che si perde crescendo. Uno spunto per riflettere sull’importanza di ritrovare un contatto interiore con questa fase della vita ,perché conservare la capacità di sognare da grandi, aiuta a vivere.

Compare nel libro, sia pur in tono minore, anche il tema della crescita e del cambiamento ad essa connesso, non considerato alla fine tanto negativo.
Peter dopo aver vissuto “da grande” nel suo ultimo sogno riesce alla fine a guardare gli adulti con occhio più benevolo.
“ …. Adesso li considerava in modo diverso però. Sapevano cose belle che stavano appena incominciando ad affiorare anche in lui, come sagome nella foschia. C’erano anche altre avventure nella vita, dopo tutto…”

Ian McEwan. L’inventore dei sogni. Traduzione di Susanna Basso. Einaudi

07 dicembre 2013

“Diario di un anno difficile” di J. M. Coetzee




di Gianni Quilici

E’ un romanzo assolutamente originale. Perché è un romanzo e nello stesso tempo  un saggio; perché sono separati graficamente, ma tuttavia  si incontrano ed interagiscono l’uno con l’altro.

Il libro si compone pagina per pagina di due (tre) parti: il saggio, il diario di lui e quello di lei. Tra loro poi si inserisce un terzo personaggio, il compagno di lei, che s’invischia pesantemente nei loro rapporti.
Lui è un anziano famoso  scrittore, con gli “occhi in pessimo stato e peggio ancora i denti” dice Lei, che ha accettato l’incarico di scrivere “opinioni forti” per un importante editore tedesco. Lei, Anya “ha capelli nerissimi e forme armoniose. Una pelle dorata (…) e un derrière talmente vicino alla perfezione da essere angelico”, così  annota lo scrittore. E lei è consapevole di questa attrazione, ci gioca pure. Scrive tra l’altro:”
Quando gli passo accanto con il mio cesto di biancheria, bado a dimenare il sedere,  il mio didietro, il mio delizioso didietro, inguainato nei jeans attillati”. 

Bellissimo l’inizio, quando lo scrittore la vede per la prima volta e ne rimane doppiamente folgorato:
La prima volta che m’è comparsa davanti è stato nel locale della lavanderia. Era metà mattina di una tranquilla giornata primaverile e io me ne stavo lì a guardare il bucato che girava, quando entrò quella giovane donna sorprendente. Sorprendente perché l’ultima cosa che mi aspettavo era un’apparizione come quella; anche perché il vestitino rosso pomodoro che portava era così succinto da essere a sua volta sorprendente”.
Ed è forse per questa seduzione visiva, oltre alla praticità di vivere nello stesso palazzo, che lui le propone di fargli da segretaria: di battere, cioè, a macchina i capitoli via via che li scrive. Lei, dopo qualche incertezza, accetta.

Lo scrittore scrive piccoli saggi su questioni di grande rilevanza politico-sociale: dallo Stato come si è configurato al concetto di democrazia oggi, da  al-Qaeda a Guantanamo, dalla pedofilia alla macellazione degli animali, dalla competizione come ideologia dominante all’evolversi e impoverirsi delle lingue, dalla vecchiaia al suicidio e molti altri temi ancora. Saggi molti acuti e controcorrente, in cui lo scrittore-Coetzee va alla radice degli oggetti presi in esami, assumendo un punto di vista radicale e umanista, inteso nel senso più ampio, che comprende, cioè, l’intero creato, natura e animali. Saggi scritti non soltanto in funzione del romanzo, ma anche e soprattutto in sé, per esprimere la sua profonda avversione contro ciò che è violenza, ingiustizia, illibertà, ma anche per rappresentare quella bellezza, che non sempre si percepisce. In uno dei capitoli finali “Sulla musica” scrive tra l’altro pensieri penetranti sul canto degli uccelli: 
Ogni grido di uccello è la liberazione di sé nell’aria, accompagnata da una gioia che possiamo capire a stento. Io! Dice ogni grido. Io! Che miracolo!  Il canto libera la voce, le permette di volare, fa espandere l’anima”

  Ma per Anya questi saggi sono all’inizio “ una grande delusione ” in quanto “, scrive solo di politica. Cerco di dirgli” scrive lei “di lasciar perdere, la gente non ne può più della politica. E non mancano certo altre cose”.
 In questo rapporto si inserisce il compagno di lei, un consulente finanziario convinto assertore del neo-liberismo, che legge i saggi e li commenta con cinico disprezzo. “Cazzate. Cazzate di ignoranti. Lui è indietro di cent’anni, viviamo in un universo probabilistico, in un universo quantistico. Schrodinger l’ha dimostrato. Heisenberg l’ha dimostrato”.
Oppure che insinua morbosamente:
Ha scelto te e non un’altra perché ti sbava dietro, Anya. Perché nei suoi sogni lascivi ci sei tu che gli succhi l’uccello vecchio, sporco e rinsecchito e dopo lo frusti col gatto a nove code”.

Il romanzo è brevissimo rispetto alla parte saggistica, ma questa essenzialità lo rende  allusivo e quindi più acuminato e misterioso nel disegnare la seduzione e il desiderio di sedurre da un lato, e nel rappresentare due “visioni del mondo” assolutamente contrapposte, dall’altro.
Tutto questo mette in moto i pensieri e le psicologie dei tre protagonisti.
Lo scrittore modificherà non le sue opinioni in quanto tali, ma l’opinione delle sue opinioni, che si fanno, in un secondo diario, più quotidiane e intime, più vicine alla sensibilità di Anya. Così parla della Linguadoca in Francia, dove per qualche anno ha avuto una casa, oppure dei “bambini” dei loro urli, o scrive pagine originali su Bach, Tolstoi, Dostoevskij, che ama svisceratamente.

Ma soprattutto muteranno i rapporti tra i tre protagonisti. Coetzee salta molti passaggi. Non sappiamo quasi nulla dei processi psicologici che intervengono all’interno  di loro e tra loro. Sappiamo che Anya compie una scelta netta di vita. Non sarà più solo o tanto la giovane donna seducente, ma narcisa, a modo suo sensibile, ma superficiale. Il rapporto con lo scrittore l’ha mutata. L’incontro finale con lo scrittore e la lettera che gli scrive  commuovono l’intelligenza.

J. M. Coetzee. Diario di un anno difficile. Traduzione di Maria Baiocchi. Einaudi. Euro 18,00       


"La madre" di Grazia Deledda



di Camilla Palandri
 
L’oscurità della notte e i colori scuri dominano nella narrazione insieme al tormento interiore che nasce dal contrasto fra il corpo , la mente e lo spirito.
In questo buio erompono sprazzi di rosso, il colore della passione che come una forza esplosiva, incontrollabile e distruttiva si agita nel giovane sacerdote Paulo.

Agnese , la donna di cui si è innamorato, rappresenta la voce del cuore, il sentimento che pretende il suo spazio, che niente ascolta se non ciò che viene direttamente da dentro.

La madre invece è il simbolo della coscienza e del legame simbiotico che la lega al figlio.
Paulo guardando nei suoi occhi vi si vede riflesso e prova disprezzo per se stesso,per la sua debolezza e il senso del peccato si amplifica. La madre guardando Paulo mette in dubbio la propria certezza , cioè che sia giusto privare il figlio di quell’amore, si chiede se veramente sia una colpa amare una donna e il concetto di peccato si ridimensiona.
La madre è colei che scopre la relazione e dà così inizio al dramma. Paulo si trova all’improvviso a dover fare i conti con la voce giudicante e il senso di colpa; dalla lotta interiore scaturirà la decisione di lasciare Agnese.

Ma Agnese è una donna , si lascia guidare dal sentimento , non è disposta a capire, ad accettare il cambiamento di Paulo, perché sa non corrispondere ai suoi intimi desideri. Come ogni donna, è in fondo generosa verso l’uomo che ama e ,pur delusa,alla fine rinuncia alla sua personale vendetta, quella di screditarlo di fronte agli occhi di tutto il paese.

Il tragico epilogo , con la morte improvvisa della madre per la troppa tensione e angoscia accumulate, diventa il castigo finale di Paulo che rimarrà segnato da un rimorso indelebile.

Una storia drammatica , ricca di simbolismo,in cui il crescendo del pathos è rafforzato da un paesaggio cupo su cui spesso si agita il vento , inquietante ,come le intime lacerazioni.

Titolo: La madre
Autore: Grazia Deledda
Prima Edizione romanzo : 1920
Casa Editrice: Mondadori
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"Tra banchi e corridoi" di Titti Follieri



                                                 
di Liliana Di Ponte

Un’insegnante di francese delle scuole superiori, una volta uscita dalla scuola, sente l’esigenza di riflettere su che cosa in particolare le sia rimasto di quegli anni trascorsi insieme a tantissimi ragazzi e ragazze. Ne nasce un memoir che, in forma di lettere indirizzate ai suoi studenti, rilegge le tante sfaccettature del rapporto con loro.

Parliamo del bel libro di Titti Follieri, La solitudine della cattedra, che mette in luce la complessità della relazione che s’instaura tra insegnante e allievo e il modo in cui l’interrelazione modifica entrambi nello scambio. Ma emerge anche la difficoltà di insegnare in una scuola rimasta sostanzialmente statica, mentre intorno tutto sta velocemente cambiando.

Attraverso le lettere conosciamo frammenti di vita scolastica e della personalità di adolescenti che di quella vita sono protagonisti, piccole storie che, insieme, formano un mosaico colorato e multiforme.

Come i “ragazzi dell’83” che, sapendo dello sfratto che avrebbe coinvolto la loro insegnante, quella mattina hanno fatto “forca” e si sono presentati in massa a casa sua, “profe, può fare l’appello: ci siamo tutti”.

Conosciamo Sam, vivacissimo e ironico, che commenta a modo suo la lezione su “Parfum exotique” di Baudelaire,”ho capito tutto. Lui sta a letto con la su’ donna, s’è fumato una gran canna e viaggia nella sua immaginazione, vede le isole, sente i profumi … ganzo, questo Baudelaire!”.

Ma anche Juno, incinta a quindici anni, che decide di avere il bambino e finisce in cronaca nera perché il suo fidanzato si suicida con un colpo di rivoltella sotto casa sua.
Riviviamo le ansie dell’insegnante e di Alice che a Montpellier, durante uno stage di scuola-lavoro, per un allarme di inondazione resta bloccata in città, separata dal resto della classe. E di Michele, che invece si è perso a Venezia durante una gita e deve vedersela da solo per ricongiungersi al gruppo.

Tante storie, queste raccontate con freschezza e passione da Titti Follieri, che svelano in trasparenza la quotidianità di una piccola comunità, in cui si intrecciano piccoli eventi e grandi scoperte, crisi personali e disagi collettivi.

Ma alla fine, come dice l’autrice, se chiedete a un insegnante perché continua, nonostante tutto, a rimanere nella scuola, vi risponderà: per i ragazzi, perché è soprattutto una questione di relazione.

Titti Follieri, La solitudine della cattedra. Memoir, Arezzo, Zona contemporanea, 2013, pp. 127 € 14,00.



03 dicembre 2013

"Open" di Andre Agassi





di Cosima Di Tommaso

Sto finendo di leggere (l'ho fatto tutto di un fiato) il libro di Andre Agassi, Open'.
Mi ha lasciato di stucco: non potevo immaginare...
Sul finire degli anni '80/inizi anni '90 - ricordo - non volava una mosca nel primo pomeriggio, alla Casa dello studente di Lecce, perché alcuni di noi seguivamo religiosamente alla televisione, le sue partite.
Lo abbiamo sempre creduto un atleta felice e realizzato, oltre che bello. L'ho sempre misteriosamente amato e stimato, a prescindere. Ora so perché.

Il suo libro potrebbe apparire a prima immagine, solo una delle tante biografie di vip. Ma non è così. Andre Agazzi ha avuto il coraggio di concretizzare un lavoro spietato sulla sua biografia, di svelare a sé e al mondo, un nucleo remoto che affonda le sue radici nel proprio umanissimo destino. Nel farlo su di sé, apre scenari nuovi nel risvegliare e ampliare il proprio interesse e la propria comprensione per gli altri e per le loro condizioni di vita.
Credevo che il suo giocare a tennis rendesse felici. E invece no. Andrea è stato un bambino prima, un adolescente, un uomo, plagiato da un padre dispotico che gli ha ‘’cucito’’ addosso il proprio scellerato ideale di vita.

«Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l'essenza della mia vita...» scrive Andrea Agassi.

Nel 2001 la sua "Andre Agassi Foundation for Education" ha creato, in accordo con lo stato del Nevada, una scuola pubblica modernissima ed efficientissima per bambini e ragazzi dai 3 ai 18 anni poveri e continua a raccogliere fondi per le sue finalità sociali. Non il tennis, uno sport, dopotutto, spocchioso e drammaticamente solitario, ma sport di squadra dove si impara a giocare tutti insieme.

Andre Agassi. ''Open'', Einaudi, 2011.

" The Places We live" mostra fotografica di Jonas Bendiksen:




di Gianni Quilici

Jonas Bendiksen è un giovane fotografo norvegese, legato alla agenzia Magnum, che lavora su dei progetti. “The places we love” è uno di questi. Esso nasce da un dato innanzitutto statistico: più di un miliardo di uomini e donne vivono in baraccopoli e favelas in continuo aumento, concentrate soprattutto ai margini delle grandi città. Da qui la spinta a sperimentare con i propri occhi in quali condizioni vivono: condizioni economiche, sanitarie, sociali.

  Bendiksen ha scelto le bindovilles di quattro metropoli: Mumbai in India, Jakarta in Indonesia, Nairobi in Kenia, Caracas in Venezuela. In The places we live sono presenti, volendo schematizzare, tre tipologie di scatti: un quadro d’insieme nel brulichìo in cui le baracche si mescolano ai grattacieli; un campo medio che coglie il rapporto tra i corpi e il contesto ambientale fatiscente in cui vivono; ed infine gli interni di famiglia con persone  in posa tra l’arredamento e oggetti vari, che li circondano e che, in qualche misura, li scoprono.

Prendiamo una delle foto, che meglio può sintetizzare l’intera mostra. Questa che vediamo scattata in India, a Mumbai. Una bambina, a piedi scalzi, al centro dell’immagine cammina lungo la conduttura dell’acqua. Intorno, in un caos di sacchi,  stracci, rifiuti, le baracche fragilissime di legno, di stoffa, di lamiere accatastate l’una addosso all’altra. Segni di miseria o di povertà, di degrado ambientale, di abbandono del “pubblico”. Però, guardando i giovani presenti, si respira quella normalità, che ritroviamo in quasi tutte le famiglie, che diviene decoro pieno di colori ( Nairobi), o si intravedono  segnali di una occidentalizzazione in corso (Jakarta, Caracas) con i condizionamenti che essi comportano. Osserva lo stesso Bendiksen:
Ma quello che davvero mi ha spinto ad ampliare il progetto è  che sono rimasto sopraffatto dalla normalità di questi posti. Tra i cumuli di spazzatura vedi persone ordinarie che vivono vite normali, alle prese con i problemi delle persone qualunque in qualsiasi altro posto. Aiutano i figli a fare i compiti, tentano di sbarcare il lunario, di tenere unita la loro famiglia”.

In queste foto c’è quindi un intento sociologico molto evidente: rappresentare visivamente una condizione che appartiene ad una parte considerevole del Pianeta, ma anche scattare immagini che vadano, e per alcune accade, oltre la testimonianza.


JONAS BENDIKSEN

Jonas Bendiksen è nato in Norvegia nel 1977. Ha cominciato la sua carriera a 19 anni come tirocinante negli uffici di Magnum a Londra, prima di trasferirsi in Russia per perseguire la propria carriera come fotogiornalista. Durante i sette anni trascorsi là, Bendiksen ha fotografato storie dalle perifierie dell' ex Unione Sovietica, un progetto che è stato pubblicato in un libro sorprendente   Satellites (2006).

Il suo lavoro si focalizza spesso sulle comunità isolate e sulle enclavi. Nel 2005 ha cominciato a lavorare su The Places We Live, un progetto sulla crescita delle slum in tutto il mondo, progetto che combina fotografia, video e registrazioni audio per creare installazioni tridimensionali.

Ha ricevuto numerosi premi tra i quali l'Infinity Award dall'International Center of Photography nel 2003. Tra i suoi clienti il National Geographic, Geo, Newsweek, il Sunday Times Magazine, Independent on Sunday Review e il Rockfeller Foundation.

da " Lo schermo.it
           
 Jonas Bendiksen. The Places We live. Promossa da Photo Lux Festival.