01 aprile 2014

"Sisima: la città profondata" di Emilio Michelotti

In fondo a una frana immemorabile, nella confluenza di tre antichi letti fluviali, sta la città dai dodici ponti. Nessun fiume scorre sotto di essi; vi sono solo massi e greti giallognolo-rossastri.
Da laggiù si alzano arcate che, a semicerchio, sostengono scalcinati palazzi, vicoli perennemente in ombra, erte scalinate che non conducono da nessuna parte.
Sisina è il suo nome. L'ho visto io stesso scritto, in un cirillico quasi indecifrabile, sopra una pietra – forse di marmo – ricoperta di muschio.

La città possiede un tratto unico, perché la lingua che si parlerebbe (se  qualche straniero vi fosse ad ascoltarla) non esiste. Antiche persecuzioni concentrarono fra le montagne che circondano Sisina, dando loro rifugio nei numerosi anfratti, pastori bruzi refrattari all'impero, fuoriusciti svevi e normanni – esiliati da castellerie imponenti, skanderiani filocastrioti, attico-peleponnesiaci in fuga dai turcomanni, elvezio-piemontesi, valdesi dalle teste mozzate.

Da quelle diaspore frantumate dal tempo Sisina, ovvero i pochi abitanti che vi resistono, s'avvale di un idioma inventato di volta in volta, cangiante come una coltivazione di batteri in vitro.

Ma c'è un carattere ancora più esemplare, a Sisina: tutto ciò che altrove è brutto, lì diventa bello. Quel che al primo impatto fa rabbrividire il forestiero, i mucchi di detriti, il tanfo della stradine che s'inerpicano a serpentina, l'umidità appiccicosa di certi cortiletti esclusi da sempre dal raggio del sole, le insegne di botteghe chiuse da secoli – stinte e penzolanti di vetusti fasti - a un tratto si rovescia nel suo contrario.

Tutto appare allora perfettamente adeguato, come se non potesse che essere così: questa è la migliore delle Sisine possibili, anzi l'unica. T'accorgi infatti che nemmeno una pietra potrebbe essere aggiunta né pennellata sovrapposta o chiodo conficcato o buco rattoppato senza scalfire il prodigio di una soavità decrepita, che sa di bellezza deturpata e decaduta nobilità.

Così la guardano i suoi disabitanti dall'alto delle nuove residenze: alcuni la vedono come un imbuto o inghiottitore, altri, al contrario, come sorgente del passato. Tutti però si riconoscono impossibilitati a scalfire l'orrida suggestione che, ignota al mondo, a suo modo prosegue immutabile.


Cosenza, 20 marzo 2014  (d'après "Le città invisibili" di Calvino)  

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