18 agosto 2023

"Lo zafferano" di Marcella Bimbi

 

Lo zafferano. Cento sfumature di giallo

 

       di Luciano Luciani

      Citato nella Bibbia e da Omero, ricordato da numerosi scrittori dell’antichità classica, segnatamente da Ovidio, usato nel Medioevo soprattutto dagli Arabi, è conosciuto con tanti nomi: c’è chi lo chiama Giallone e chi Croco, alcuni Grogo, altri Gretago. 

       Stiamo parlando dello zafferano, una spezia che si ricava dal fiore del Crocus sativus, una pianta erbacea perenne, alta dai 20 ai 30 cm., della famiglia delle Iridacee. Originaria dell’oriente, in Europa è coltivata in Spagna, nella Francia meridionale e in Italia dove diverse zone sono vocate alla sua coltura: la provincia dell’Aquila, il Cagliaritano, la Toscana interna – in particolare San Gimignano in provincia di Siena -, l’area di Montegiorgio nelle Marche e i territori di Cascia e Città della Pieve in Umbria. 

       Presente in non pochi proverbi, a testimonianza di una sua larga diffusione nella cultura della gente comune - Più si calpesta lo zafferano, meglio cresce; Con poco zafferano s’ingialliscono molte zuppe; Ci vuole molto zafferano per tingere di giallo il mare -, questa spezia è stata utilizzata per secoli nella medicina popolare come antispasmodico, espettorante, emmenagogo, ovvero capace di facilitare il ciclo mensile femminile, e anche ipnotico per sedare i bambini un po’ troppo vivaci. 

     A tutt’adesso, oltre all’industria farmaceutica, è quella alimentare che utilizza largamente lo zafferano come condimento, colorante e aromatizzante per paste, burro, formaggi, ennesimo esempio dell’intreccio virtuoso tra i doni della natura e i concreti saperi umani. Tutt’altro che semplice la sua produzione: infatti, in autunno, tra ottobre e novembre, quando ai nostri climi si dà il tempo del raccolto, occorrono circa centoventimila fiori di Crocus sativus per realizzare un chilogrammo della preziosa spezia. Caratteristica questa che la rende ancora oggi particolarmente costosa e spesso oggetto di sofisticazioni con altre sostanze come curcuma e paprica usate da riempitivi per allungare la miscela. Oggi, lo zafferano migliore per fragranza e aromi risulta essere quello indiano della zona del Kashmir, anche se circa il 90% della produzione mondiale, non tutto e non sempre di buona qualità, arriva dall'Iran.

       Perché occuparsi dello zafferano? In ragione del fatto che a tale “droga”, gialla che più gialla non si può, è dedicato un brillante saggio tra storia, letteratura e antropologia del cibo pubblicato dalla casa editrice ETS di Pisa, nella sua collana editoriale dedicata agli alimenti e alle loro storie dal simpatico e cordiale titolo di “Pappa e ciccia”.

       L’ha scritto, intingendo il pennino nell’inchiostro di un’inesausta curiositas, Marcella Binchi, docente d’inglese nella città della Torre pendente. E lo zafferano, spezia sinestetica per eccellenza, più di altre capace di coinvolgere il gusto, la vista e l’olfatto insieme, si presta particolarmente alla sua trattazione insieme colta e ironica, lieve e ben governata nell’organizzazione dei diversi contenuti e nella ricerca di una coerente dignità stilistica sulla pagina. 

      Un libro stimolante che si avvale anche di una grafica raffinata che ne esalta gli argomenti sempre trattati in maniera fruibile e cordiale. Gustose, almeno alla lettura, le ricette, esposte in genere narrativamente e ben inserite nel corpo del testo.

Marcella Binchi, Lo zafferano. Cento sfumature di giallo, Collana “Pappa e ciccia”, Edizioni ETS, Pisa 2023, pp. 110, Euro 10,00

 

 

 

17 agosto 2023

"Elogio della disobbedienza civile" di Goffredo Fofi

 

di Carla Rosco

      Goffredo Fofi è saggista, critico cinematografico, letterario e teatrale, dirige la rivista “Gli asini”.

      Di Fofi Nottetempo  ha pubblicato di nuovo “Elogio della disobbedienza civile”, un breve e intenso libro sullo stato delle cose: la cultura, scrive, è diventata la merce fondamentale della distrazione, esiste una cultura iper-maggioritaria che è unica e servile, “la sua funzione emancipatrice è da tempo una mera finzione, così come quella della scuola nei suoi vari ordini”.

     Radicale Fofi contro “l’inconcludenza”, poiché un’idea vale l’altra, ed è ben raro che a un’idea buona consegua una qualche pratica “antagonista”.

      Secondo l’autore, il ventennio fascista aveva una vitalità diversa, una chiara proposta negativa, antidemocratica; mentre il trentennio recente è stato benedetto dal popolo ed ha visto una mutazione radicale nel sistema economico-finanziario, è stata l’epoca dei nuovi ricchi trionfanti, del “narcisismo di massa”, delle consolazioni nel consumo: “Si affermava con Craxi e Berlusconi (e poi Veltroni e D’Alema) una generazione di arrivisti di tipo nuovo, figli di una piccola borghesia famelica e amorale”.

     La strada giusta per affrontare  i problemi più gravi del nostro presente dovrebbe portare alla disobbedienza civile. Per Gandhi praticare la disobbedienza civile significò porsi fuori legge in modo civile, ossia nonviolento.

      La pensava allo stesso modo Thoreau quando rifiutò di pagare , nel 1846, una tassa per finanziare l’esercito degli Stati Uniti in una guerra contro il Messico che egli considerava ingiusta.

     Gandhi, nel 1922, sostiene che la disobbedienza civile diviene un dovere sacro quando lo Stato diviene dispotico o, il che è la stessa cosa, corrotto, e che i metodi di lotta devono essere limpidi, avendo rispetto per il nemico (si combatte il peccato, non il peccatore), i fini e i mezzi devono essere la stessa cosa: nelle grandi lotte e nelle piccole, nella vita quotidiana come in quella associativa.

     Per Gandhi e per tanti come lui “non si deve accettare il mondo com’è”, non si possono accettare l’ingiustizia, la sopraffazione, la violenza, quale che sia l’esito della nostra azione.

      La nonviolenza deve essere attiva, è soprattutto un modo di intervenire e di essa fanno parte la nonmenzogna e la noncollaborazione.

      “Forse, anzi certamente - scrive Fofi - si continuerà a perdere, ma vivere alla giornata dei capricci di un sistema dominato dall’avidità, dalla menzogna, dalla violenza, dall’indifferenza al futuro e alle conseguenze delle proprie azioni predatorie non è vivere ma vegetare. Continuare a consumare le droghe che inventano per noi è quanto loro vogliono che noi si faccia”.

      Stupisce Fofi quando parla del “conflitto provocato dall’antico imperialismo russo nei confronti dell’Ucraina più debole e forse (forse) più sana”. Ora non sono pochi quelli che ritengono che l’Ucraina si trovi (e già da prima dell’invasione russa) in mezzo a due imperialismi, quello russo e quello statunitense  purtroppo per lei ed anche per noi.

 Goffredo Fofi   Elogio della disobbedienza civile.           Nottetempo nuova edizione  euro 10

 

08 agosto 2023

"Esperienza" di Martin Amis

 

di Marigabri

“È tutta esperienza, dispiace solo che debba essercene così tanta”.

       Sono le parole di Kingsley Amis, il padre scrittore dell’ormai più celebre Martin, parole che possiamo citare a esergo di questa splendida autobiografia.

      Certo, conoscendo meglio le opere di Kingsley e di altri scrittori sovente citati probabilmente si apprezzerebbe di più il testo.

     Ma anche un’informazione sommaria nulla può togliere al fascino di una scrittura impeccabile e di una storia trascinante; sono molte storie, in realtà, che si avvicendano: dai solidi legami famigliari alla persecuzione del mal di denti; dalla tragica sorte toccata alla giovane cugina Lucy Partington alla furiosa rottura dell’amicizia con Julian Barnes; dall’affettuoso rapporto con la “matrigna”Jane Elizabeh Howard fino alla straziante morte del padre. Vita, morte, dolore. Esperienza.

       E poi le riflessioni sulla scrittura e sugli scrittori venerati (Nabokov e Bellow su tutti) e sulle tragedie e le commedie dell’essere al mondo.

     Come un esperto equilibrista Amis si muove sul filo di un racconto esemplare: commovente e ironico, sobrio e vibrante insieme.

“Ripeto a me stesso quello che mi sono sempre detto. E cioè quello che da sempre si dicono gli scrittori, che lo sappiano o no. I tuoi sentimenti sono universali.”

Ed è proprio questo che Amis scrivendo dimostra.

Martin Amis. Esperienza. Einaudi

 

07 agosto 2023

"Abbraccia dove sei" di Laura Guidugli

 


 

di Elisa Bertoni

        Il coinvolgimento è già programmatico nel titolo: un imperativo che nella sua incisività sprona a recuperare il senso più ampio possibile del verbo abbracciare, privato del suo complemento oggetto che ne limiterebbe di fatto gli orizzonti di senso, e accompagnato da una laconica proposizione relativa di significato spaziale; in quel “dove” si comprende un po' tutto, paesaggio, ambiente, persone che lo abitano, situazione interiore, il punto di arrivo di ciascuno, l'hic et nunc. Un abbraccio che diventa nello stesso tempo missione di presenza e gesto liberatorio che raccoglie ogni frammento di senso che la vita ci offre.

       Anche la struttura circolare sembra simulare un abbraccio: il libro si apre con una originale rivisitazione del mito di Euridice in Io, Euridice, il frutto dell'assenza e si conclude con lo struggente e sommesso racconto di una fine che diviene inizio nella persistenza di una voce che perdura oltre la morte in Io, Eco, nessuna assenza scompare. Questa cornice mitica, resa efficace e verosimile attraverso un linguaggio dalle vibrazioni piacevolmente letterarie, non diventa epopea distante e inaccessibile in virtù della profonda umanità delle sue protagoniste, intessute di un dolore che provano a domare attraverso la toccante eppure assertiva credibilità delle loro parole e delle loro storie. La sintassi prevalentemente paratattica giunge con l'immediatezza di una confessione spontanea e la vividezza dei paesaggi consente che si ripercorrano con agilità insieme ai personaggi anche quando si tratta di aldilà pagani o di altrove incantato. In questo senso “mito” ritorna esattamente al suo significato etimologico di “racconto”; in senso ampio, dunque, tutte e dodici le storie sono miti, anche quando raccontano della quotidianità delle relazioni tra personaggi comuni, perché la scrittrice le fa drammi che attingono enfasi anche da ciò che potrebbe sembrare scontato e banale; un'enfasi che non è mai retoricamente pomposa ma si impone per la forza della verità e di una penna capace di tratteggiare in modo dolorosamente spezzato ma allo stesso tempo armoniosamente intatto ogni vicenda che narra.

       Diviene mito quello dell'”infallibilità di commercialista” vissuto dalla protagonista di Quizas, quizas, quizas nella sacra devozione ad una professione che anticipa lo strappo rovinoso alle sue certezze. E lo strappo inatteso, inspiegabile è presente anche in Nina di E poi?: Si legge: “Tu non l'avresti mai detto, vero?...Perché lei è sempre stata perfetta.... Semplicemente bella e brava e buona Ancora una volta il culto della perfezione assimilabile alla kalokagathia di ascendenza omerica, che parrebbe avvicinare creature umane ad eroine del mito, è proprio l'anticamera della caduta, necessaria per accedere alla dimensione del mistero che non si può allontanare dall'esistenza umana, quasi a dire: “si è umani solo nel mistero”.

        Anche l'allenamento ad un desiderio di controllo come quello del narratore di “Un bacio pazzesco” che afferma: “Mi sono allenato, non intendo permettere all'imprevedibile di distorcermi le parole” si rivela spesso fallimentare ed apre la porta ad inattese e dolorose rivelazioni. Del resto, si legge nel racconto Quasi sorelle: “un varco violento è tutto ciò che in fondo esiste e che riassorbe in sé tutto il prima”. E' forse l'abbraccio l'antidoto che permette a quel necessario fiotto di sangue di non trasformarsi in inutile emorragia?

        Abbraccia dove sei: non è un caso che nelle storie il tatto abbia una parte fondamentale, non solo come abbraccio ma nelle varie declinazioni di baci e carezze attraverso il protagonismo delle mani.

        Ma si può abbracciare anche con gli occhi, come nel racconto dal sapore cinematografico “Dentro The sound of silence”: un breve viaggio in auto grazie alla capacità avvolgente e sensuale dello sguardo può svelare un prodigio che come una epifania si manifesta improvviso e folgorante, divenendo “segreto”.

       Ecco una parola chiave della raccolta: “segreto”. L'autrice nella sua operazione costante ed indefessa di scavo intimo si imbatte inevitabilmente nelle zone oscure che si celano dentro gli animi di ciascuno e che, sebbene taciuti e talora negati anche a se stessi, affiorano di necessità in una scrittura che si nutre delle voci autentiche che albergano nel cuore umano.

         “Segreto” ha un suo parziale rispecchiamento nella parola “mistero” che compare fin dall'inizio come qualcosa in cui ciascuno è immerso e che più o meno consapevolmente finisce per nutrire, e si ribadisce in chiusura, ancora una volta a marcare la voluta circolarità del testo: “Io sono della voce mistero, il mistero della sua permanenza. Ciò che permane nonostante ed oltre il detrito”.

        L'irreparabile di cui possiamo essere causa o attribuirci a posteriori la responsabilità è esso stesso mistero. “Inspiegabile e fatale”. Del resto, afferma la narratrice di Se nella corrente mi cerchi: “non tutto si può dire, ci sono certi luoghi in noi, dove la parola non ha accesso, e il varco è nel silenzio”.

       Il racconto si deve fare carico anche del suo contrario, dell'ineffabilità, ma già riconoscerla è mettersi nella condizione migliore per disporsi al parto di nuovi sé.

        “Segreto” e “mistero” spalancano l'attenzione su quanto rimane sotterraneo ed irrisolto, assediato da mille domande e non corazzato da alcuna risposta certa, che pone la vita umana, così come molti dei racconti, in una dimensione di sospensione.

         E come un abbraccio è l'istantanea che fotografa questa sospensione in cui si muove l'esistenza e come un abbraccio lo stile originale di Laura Guidugli, perché esso è onnicomprensivo e non esclude, anzi, è lieto di accogliere ogni segreto, ogni mistero dovunque affiori.

Laura Guidugli. Abbraccia deove sei. PeQuod