24 ottobre 2009

"Aldo Capitini e la colonna sonora della prima marcia per la pace Perugia - Assisi" di Luciano Luciani


VERSI POLEMICI, MA PIENI DI PASSIONE CIVILE

La prima Marcia per la pace da Perugia ad Assisi
La bandiera della pace, quella con i colori dell’arcobaleno, ebbe il suo battesimo italiano in occasione della prima marcia Perugia – Assisi per la pace e la fratellanza tra i popoli. Era il 24 settembre 1961 e la promuoveva Aldo Capitini (Perugia, 1899 – ivi, 1968), straordinaria figura di filosofo, studioso di San Francesco, Gesù Cristo, Buddha, Gandhi, educatore, teorico della non violenza. L’iniziativa cadeva in un momento in cui la politica internazionale sembrava avvitarsi nella spirale della ennesima, preoccupante crisi: la guerra fredda, infatti, ovvero il contrasto globale sviluppatosi dopo la II guerra mondiale tra mondo comunista e mondo liberaldemocratico, dopo le speranze legate alla destalinizzazione e alla conseguente politica di distensione, conosceva, ancora una volta, inquietanti ritorni alla tensione degli anni precedenti. Si cronicizzavano le guerre locali nel Medio Oriente e in Africa, iniziava la guerra del Vietnam e non venivano meno politiche di riarmo e la corsa agli armamenti sia convenzionali sia nucleari. C’era ancora di che essere preoccupati per le sorti del mondo e l’iniziativa di Capitini intendeva dare voce a questo turbamento diffuso delle coscienze.

“Quando, nella primavera del ‘60”, ricorda Capitini in Opposizione e liberazione, “feci a Perugia un bilancio delle iniziative prese e di quelle possibili, vidi che l’idea della marcia, soprattutto popolare e regionale, piacque. Ma solo nell’estate essa prese un corpo preciso in riunioni apposite, che portarono alla fondazione di un comitato d’iniziativa… Come avrei potuto diffondere la notizia che la pace è in pericolo, come avrei potuto destare la consapevolezza della gente più periferica, se non ricorrendo all’aiuto di altri e impostando una manifestazione elementare come è una marcia?”

Camminare e cantare
Marciare, ovvero camminare in gruppo e nella stessa direzione: un atto semplice, elementare, eppure carico di fortissime valenze simboliche. Perché compiuto nella terra che fu di San Francesco, culla di una proposta cristiana sostanziata di povertà, mitezza e rifiuto di ogni logica di potere; perché non si rimane inattivi di fronte all’ingiustizia, non si sta fermi, ma si cammina. E soprattutto, non da soli, ma insieme, credenti e non credenti, affratellati dai colori dell’iride della bandiera della pace, rappresentazione di perdono e riconciliazione unanimemente accettata presso tutte le culture. Così come, fin dagli anni di Aristotele, è acquisita l’idea che camminare in compagnia, favorisca lo scambio delle idee, la discussione… e il canto, assecondato proprio dalla cadenza propria del passo della marcia. Ed è in questo contesto che nasce quella che è generalmente conosciuta come la più bella, combattiva, beffarda canzone di protesta antimilitarista del movimento per la pace, ancora oggi conosciuta e intonata in occasione di meeting e iniziative pacifiste. Si tratta di un breve testo con due padre nobili, che, si racconta improvvisassero, appunto camminando, lungo tutti i 24 chilometri del percorso: Franco Fortini (Firenze 1917 – Milano 1994), poeta, letterato, critico militante per le parole e per la musica Fausto Amodei (Torino,1934), cantautore civilmente impegnato, fondatore del “Cantacronache” e autore con Per i morti di Reggio Emilia della più bella canzone politica di quegli anni.

Canzone della marcia della pace.

E se Berlino chiama
ditele che s’impicchi
crepare per i ricchi
no! non ci garba più.


E se la Nato chiama
ditele che ripassi
lo sanno pure i sassi
non ci si crede più.

Se la ragazza chiama
non fatela aspettare
servizio militare
solo con lei farò.

E se la patria chiama
lasciatela chiamare:
oltre le Alpi e il mare
un’altra patria c’è.

E se la patria chiede
di offrirgli la tua vita
rispondi che la vita
per ora serve a te.

La canzone piacque
La canzone piacque e circolò, circolò, circolò… fino a raggiungere le sensibili orecchie del dott. Pasquale Carcasio, magistrato in servizio presso la procura della Repubblica di Milano che il 29 dicembre 1965 “Esaminato il disco in questione e constatato che nelle parole della canzone ‘La marcia della pace’ è insita una pubblica istigazione rivolta ai militari per disobbedire alle leggi;…ordina il sequestro, ovunque si trovi in deposito, in distribuzione, in vendita del disco…”
Si noti che appena pochi mesi prima la Canzone della marcia della pace aveva ricevuto attenzioni che erano arrivate sino ai più alti vertici istituzionali: un senatore del Movimento sociale italiano, infatti, aveva pensato bene di rivolgere un’interrogazione al Ministro della Difesa del tempo, Giulio Andreotti “per sapere se conosca che è in libera vendita un microsolco di cinico incitamento a disprezzare in pace e in guerra il dovere militare; se non intende stroncare con il sequestro tale propaganda”. Detto, fatto.
Sì, proprio questo è il buio che abbiamo attraversato!

Aldo Capitini, un intellettuale solitario

Ilare e irriverente, la Canzone della marcia della pace esprime bene l’entusiasmo che caratterizzò questa prima edizione di una manifestazione che ebbe, allora, un grande successo (oltre 30.000 presenze) e che era destinata a un futuro che arriva sino ai giorni nostri. Non mancarono, però, dubbi e distinguo anche tra le stesse fila della sinistra che pure aveva aderito all’iniziativa. Il pacifismo del Partito comunista, per esempio, non andava oltre la concezione togliattiana di un equilibrio tra potenze e il mantenimento dello status quo: e Capitini, che “parlava di nonviolenza quando la lotta armata sembrava essere l’unica via di ribellione, evidenziava i contrasti fra il nord e il sud del mondo quando tutti si fermavano alla contrapposizione fra i blocchi dell’est e dell’ovest e lottava contemporaneamente contro l’assoluto del potere (l’Unione Sovietica) e l’assoluto del benessere (gli Stati Uniti d’America) quando ognuno cercava di assimilarsi ai feticci proposti dalle ideologie dello Stato o del consumo” (Albesano), rimane, come confesserà dalla pagine dell’”Unità” a quasi vent’anni dalla sua morte il filosofo marxista Aldo Zanardo, “un uomo che non sapemmo capire abbastanza”.

Sopportato e/o utilizzato tatticamente dalla sinistra marxista, Capitini non trovò interlocutori neppure tra i laici di sinistra, pochi e per di più “arroccati al loro perbenismo piuttosto classista” (Fofi). Né maggior conforto poteva venirgli dalla Chiesa e dal mondo cattolico ufficiale e istituzionale: nel 1955 la Sacra Congregazione del Santo Uffizio aveva condannato “in indicem librorum prohibitorum” il testo più noto di Capitini, Religione aperta, e la Democrazia cristiana, saldamente al potere in Italia dal ’48 in poi, non perdonava al filosofo perugino la sua contiguità alla sinistra. Rimanevano i cattolici irregolari, quelli ‘di periferia’, ma capaci di intuizioni ed esperienze profetiche: La Pira, don Mazzolari, Nomadelfia, don Milani, le cui Esperienze pastorali, uscite nel 1958, furono definite da Capitini “il più bel libro che un cattolico italiano ci abbia dato in questo secolo”. Ammirazione, rispetto, qualche lotta in comune anche con questi interlocutori contro lo strapotere clericale della chiesa di Pio XII, ma Capitini rimase un pensatore isolato: uno spirito religioso senza chiesa, un organizzatore senza organizzazioni di partito, un profeta disarmato. Gli si attaglia alla perfezione l’epigrafe, dettata da Walter Binni, perugino come lui, storico e critico della letteratura, che compare sulla lapide della sua tomba nel cimitero di Perugia.”Libero religioso e rivoluzionario non violento”.

"O Gorizia, tu sei maledetta: versi semplici e terribili contro la Grande Guerra" di Luciano Luciani




Estate 1916
Lo scenario è quello della Grande Guerra: estate del 1916, settore orientale. L’esercito italiano è schierato davanti a Gorizia presidiata dagli austriaci saldamente insediati lungo un sistema difensivo che fa perno sulla città e sul fiume Isonzo, articolandosi sulla destra verso il Sabotino e il Podgora e appoggiandosi sulla sinistra alle alture del Monte Santo, del San Gabriele, del San Daniele e San Michele. Posizioni militarmente forti, su cui, nei primi 16 mesi di guerra, si sono infrante ben quattro offensive italiane che sono costate perdite gravi e già migliaia di fanti sono caduti in reiterati attacchi frontali. Inferiori ai sacrifici di vite umane i risultati ottenuti: appena un po’ di terreno davanti alla città e qualche lembo di terra sul margine occidentale del Carso.

Assai più determinata l’offensiva condotta nello stesso settore di fronte nell’agosto 1916. Affidato alla III Armata il compito di conquistare la testa di ponte austriaca sulla destra dell’Isonzo davanti a Gorizia, l’attacco italiano, preceduto da una sistematica, battente azione di artiglierie iniziò il 6 agosto 1916 ed ebbe il suo momento culminante nella conquista del monte Sabotino. Nello stesso giorno è conquistato il Podgora, mentre gli austriaci resistono nella zona di Oslavia. L’8 agosto abbandonano la testa di ponte e, a questo punto, il gen. Capello, comandante del VI Corpo d’armata, decise di passare il fiume e di conquistare di slancio Gorizia e le ben difese posizioni del San Gabriele e del San Michele a est della città. A Gorizia gli italiani entrano il 9 agosto e iniziano l’attacco alle restanti linee di difesa austriache che resistono strenuamente. “17 agosto: dopo quattro giorni di sforzi vani e sanguinosi contro la nuova linea di difesa austriaca, l’offensiva italiana è sospesa.”(A. Tosti, Cronologia della guerra mondiale 1914 – 1918). Il gen. Cadorna ordina la fine dell’offensiva: era terminata la sesta battaglia dell’Isonzo.

Raccontata così, col linguaggio degli storici, la guerra presenta solo il lucido nitore geometrico di una partita a scacchi, ma la sua vera natura è un’ altra. E’ fatica, sudore, paura, sofferenza, lutti. E’ il fango delle trincee e il sangue dei feriti e dei caduti che impasta la terra… Sono i poveri corpi falciati a migliaia sui fili spinati, fatti a pezzi dalle schegge dell’artiglieria, abbandonati insepolti al caldo impietoso di quella estate.

All’esaltazione nazionalistica per una tanto faticata vittoria subentrò in breve un sentimento di orrore per i tragici costi umani di quella vicenda bellica: circa 50.000 soldati e 1759 ufficiali caduti di parte italiana, 40.000 e 862 ufficiali per gli austriaci. Una carneficina, che favorì la nascita e la circolazione di un largo e condiviso stato d’animo di ripugnanza per la guerra, testimoniato da alcuni canti di protesta. Tra i più belli, diffusi e significativi dell’intero conflitto 1915 – 18 il testo che segue, intitolato O Gorizia, tu sei maledetta, nelle cui strofe, come osserva Sergio Boldini, apprezzato studioso della espressività popolare, si ritrovano “ la violenza, l’inutilità e il dolore della guerra, gli affetti che si perdono, la discriminazione di classe fra soldati e ufficiali, i morti che non ritornano”.

1
La mattina del cinque di agosto
si muovevano le truppe italiane
per Gorizia e le terre lontane
e dolente ognun si partì.

2
Sotto l’acqua che cadeva a rovesci
grandinavano le palle nemiche;
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:

3
“O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza!”
Dolorosa ci fu la partenza
che ritorno per molti non fu.

4
O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letti di lana,
schernitori di noi carne umana
questa guerra ci insegna a punir.


5
Voi chiamate il campo d’onore
questa terra di là dei confini;
qui si muore gridando “Assassini!”
maledetti sarete un dì.

6
Cara moglie, che tu non mi senti,
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio col tuo nome nel cuor.

Versi semplici, come si può leggere, ma dolenti e terribili nella loro capacità di dare anche espressione estetica a una dolorosa consapevolezza antimilitarista e di classe. Un canto di protesta che avrebbe inquietato ancora per almeno mezzo secolo la cattiva coscienza di graduati e Stati maggiori. Infatti, riproposto quasi mezzo secolo più tardi, nel 1964, al teatro Caio Melisso di Spoleto in occasione del Festival dei Due Mondi da un agguerrito gruppo di musicologi e folksingers ( Roberto Leydi, Giovanna Daffini, Giovanna Marini, Caterina Bueno, Sandra Mantovani, Michele L. Straniero) innescò una vivace polemica: alcuni ufficiali presenti in sala si ritennero offesi dai duri giudizi presenti nel testo, si alzarono rumorosamente e uscirono al grido di ‘viva gli ufficiali!’ Applausi, fischi, brusio in sala: lo spettacolo viene interrotto e le repliche dei giorni successivi vedranno addirittura un tentativo di ‘marcia su Spoleto’ da parte di un gruppo di estremisti di destra autoproclamatisi difensori del buon nome dell’esercito e delle sue tradizioni. “Qualche sera dopo gli spettatori dovevano subire una seconda chiassata di giovinastri, venuti con appositi camion da tutte le province vicine. Ma questa era una cosa che non interessava i poliziotti in servizio. Vietato cantare Gorizia, ma non Giovinezza, le cui lugubri note hanno riecheggiato per le strade della cittadina umbra” (“Vie nuove”, n. 27, luglio 1964). E siccome siamo in Italia, patria del diritto e dei contenziosi giudiziari, non mancò la solita denuncia alla magistratura contro gli organizzatori e l’intero cast dello spettacolo per oltraggio alle forze armate. Ma “L’episodio di Spoleto” scrive Stefano Pivato, storico del costume dell’Italia contemporanea “è, senza dubbio, quello che con più scalpore mette in rilievo i legami ormai profondi tra il mondo della musica popolare e la realtà della protesta pacifista che, in quella metà degli anni Sessanta, monta negli ambienti studenteschi, anche in Italia” (S. Pivato, Bella ciao Canto e politica nella storia d’Italia, 2005).

20 ottobre 2009

"L'esperienza di 'Fuori binario' " di Luciano Luciani


SENZA DIMORA, MA COL GIORNALE

A Parigi una volta li chiamavano clochard, oggi sans papiers, a New York homeless; a Managua sono i cartoneros, a Rio de Janeiros e a San Paolo del Brasile sufridores de rua, che in Italia, nella nostra lingua, diventano i senza fissa dimora… Sono il popolo dei poveri tra i poveri, coloro per i quali non sono più sufficienti le definizioni sociologico/burocratiche di “povertà relativa” o “povertà assoluta”.

Sono quelli che non hanno nulla: nessun lavoro, nessuna risorsa, casa niente e scarsa salute… Vivono in mezzo a noi nelle città, ma sempre e solo sulla strada. Di giorno dimorano in certe piazze malfamate e ad orari fissi abitano le sale d’aspetto delle stazioni ferroviarie.

Cacciati, trovano rifugio nei rari centri d’accoglienza e assistenza. Di notte la loro vita è tutta dentro una scatola di cartone. Figure erratiche, quando li incontriamo, cambiamo strada, li scansiamo, li scavalchiamo. Rappresentano il lato oscuro del nostro modello sociale in cui pochi vincenti arricchiscono senza misura; molti sono duramente impegnati a garantirsi almeno decorosi livelli di vita, continuamente erosi e insidiati; alcuni non ce la fanno.

Loro, i senza fissa dimora sono questi alcuni: uomini e donne che nel corso della loro esistenza hanno dovuto fare i conti con ogni tipo di dipendenza, dall’alcol alla droga; ex detenuti, immigrati, disadattati dalle storie più diverse, rappresentano la prova vivente, in carne e sangue, che, come scrive il poeta e saggista statunitense Paul Auster nell’Arte della fame, qui e ora “ è un momento difficile per i poveri. Siamo entrati in un periodo di grandissima prosperità. Ma mentre scorrazziamo su una superstrada di profitti sempre più vertiginosi, ci scordiamo che un numero inaudito di esseri umani precipita lungo la carreggiata. La ricchezza produce povertà. E’ l’equazione occulta dell’economia di mercato. Non amiamo parlarne ma, a mano a mano che i ricchi diventano più ricchi e si trovano somme più ingenti da spendere, aumentano anche i prezzi… Per molti altri gli aumenti hanno segnato la differenza tra avere un posto dove vivere e non averlo. Per alcuni hanno segnato la differenza fra la vita e la morte”.

A Firenze, questi “poveri invisibili” hanno una “voce” che ne esprime problemi e difficoltà, rabbie ed entusiasmi, aspirazioni e progetti. Un periodico mensile tutto loro, autogestito e autofinanziato che esce a Firenze da oltre dieci anni: si chiama Fuori binario, dodici pagine, formato 30 per 45 centimetri, piene di disegni, poesie, pensieri, racconti, argomentate polemiche contro quelle istituzioni che non fanno fino in fondo il proprio dovere nei confronti dei più deboli.

Lo promuove, con testarda sensibilità, la fiorentina Associazione Periferie al Centro. Intelligente la formula: i “senza dimora” non sono solo redattori di “Fuori binario”, ma anche distributori. Può capitare, infatti, a chi tra un treno e l’altro si trovi a trascorrere mezz’ora negli ambienti della Stazione di Firenze Santa Maria Novella di sentirsi interpellare con timidezza da uomini e donne non più giovanissimi, vestiti modestamente ma decorosamente, sul viso i segni profondi lasciati da esistenze difficili: “Vuoi acquistare “Fuori binario?” Se non sai di cosa si tratta, te lo spiegano con garbo. “Quanto costa?” Offerta libera: una parte va a coprire le spese del giornale, il resto rimane al nostro diffusore, che, mentre guadagna dignitosamente, pubblicizza la “sua” testata.

Vuoi diventare anche tu un “fuori binario”?
L’abbonamento costa 25 euro, sostenitore 50, da versare sul c.c. bancario n. 9691/00 Cassa di Risparmio di Firenze Agenzia 40; oppure c.c.p. n. 20267506 intestato a “Periferie al Centro onlus”, via del Leone, 76 50124 Firenze, telefono e fax 055/2286348; email: redazione@fuoribinario.org; sito www.fuoribinario.org
Direttore responsabile Roberto Pelozzi. Il coordinamento e la responsabilità editoriale sono di Maria Pia Passigli, la grafica e l’impaginazione di Sondra Latini.

18 ottobre 2009

“La metà di una vita” di V. S. Naipaul



di Gianni Quilici

Leggendo questo romanzo una sensazione:
veder emergere il protagonista Willie come da una nebulosa: senza corpo e con poca psicologia all'inizio; e lentamente formarsi, diventare corpo e psicologicamente a noi più chiaro nelle sue incertezze e contrasti.
Scelta di Naipaul, che corrisponde ad una condizione di Willie, che attraverso esperienze di luoghi e culture molto diverse trova, in qualche misura, se stesso.

Una delle forze del romanzo sono, infatti, gli ambienti che il protagonista esplora:
dapprima l'India delle caste, vista soprattutto attraverso il racconto del padre, asceta che ha fatto voto di silenzio per ribellarsi ai privilegi della propria casta, compromettendosi con una donna appartenente al gruppo sociale degli “sfavoriti”, la mamma, appunto, di Willie;
poi Londra, dove il ragazzo si trasferisce: la Londra universitaria e un po' bohémienne, la Londra dei primi tumulti razziali e dei primi (suoi) incontri letterari e femminili;
infine l'Africa colonizzata dalla dominazione portoghese feroce e paternalistica ed in cui si allarga la guerriglia anticolonialista sempre più cruda, spietata, manovrata.

Nel romanzo ci sono parti in prima persona: all'inizio quando il padre racconta al figlio ed alla fine quando Willie raggiungerà la sorella in Germania e le racconterà buona parte dell'esperienza africana.

Ed è appunto il protagonista, Willie, l'altro elemento rilevante del romanzo, che attraversa esistenze e tradizioni quasi opposte tra loro, senza trovare un approdo, una condivisione profonda, una patria. Non è l'India, che lo soffoca con le sue gerarchie ancestrali, con la repressione (ai più) inconscia della libido; non è Londra, con la sua dispersione e solitudine; non è l'Africa, con la sua istintualità liberatoria e l'introiezione della dominazione. Il romanzo finisce senza finire: sospeso con un bilancio per il protagonista assolutamente negativo. Dice: “Ma la parte migliore della vita è ormai alle mie spalle e io non ho fatto niente”.

E' anche questa dolente spietatezza antinarcisistica insieme all'apertura all'esperienza del mondo una delle ragioni del fascino del romanzo e dello stesso autore.

V. S. Naipaul. La metà di una vita. (“Half a Life”). Traduzione di Franca Cavagnoli. Pag. 232. Adelphi edizioni.

17 ottobre 2009

"Il fegato di Cristo" di Salvatore Nino Gallo


di Luciano Luciani

Un romanzo storico racconta i giorni di ‘Mani pulite’

Secondo gli storici, gli anni Ottanta terminarono due anni più tardi, tra l’estate e l’autunno 1992, quando, grazie ad un ‘Paese reale’ che testardamente continuava a difendere e praticare moralità e legalità, prese il via quella inchiesta giudiziaria passata alle cronache e alla storia col nome di ‘Mani pulite’. Nel giro di poche settimane, un intero ceto politico- affaristico - malavitoso fu costretto, ignominiosamente, alla rotta. I protagonisti di quella stagione, ricordata ancora oggi col nome di ‘Tangentopoli’, finirono in galera oppure all’estero e chi evitò l’una e l’altro fu astiosamente segnato a dito per strada. Molti si occultarono nell’ombra, in attesa di tempi migliori tra le infinite pieghe delle amministrazioni pubbliche, dei giornali, delle televisioni impegnati in faticose opere di imbellettamento trasformistico. Su parecchi calò l’oblio della damnatio memoriae e, forse, questa è stata davvero per loro la punizione più severa.

Quella vicenda, che ben merita l’aggettivo di epocale, ce la racconta Salvatore Nino Gallo, originario di Salerno e per oltre trent’anni giornalista del “Tirreno” di Lucca e Livorno, buone frequentazioni letterarie e una grande passione per il teatro che trapela dai dialoghi intensi, sostenuti, brillanti che punteggiano il suo primo romanzo, Il fegato di Cristo.

Un romanzo storico di grande impegno narrativo, popolato da decine di personaggi, che rivisita un periodo cruciale della nostra storia nazionale recente, ripercorrendolo da un originale punto di vista: non quello degli eroi positivi, i magistrati; neppure quello degli eroi negativi; invece quello, particolarissimo, delle loro famiglie e, soprattutto, dei figli. Gemma, Roberto, Franca, Christian, Nadia, rampolli dell’Italia potente, figli degli italiani che contavano (ministri, sottosegretari, diplomatici, faccendieri di rango…) e che in maniera del tutto inusuale, repentinamente, furono costretti dagli eventi a fare i conti con una situazione affatto nuova e per tanti versi incomprensibile: la stima, il consenso, il rispetto che sempre avevano circondato le loro famiglie si rovesciarono nel loro opposto. E questi giovani, tra rabbia e stupore, si trovarono a essere oggetto degli umori e dei malumori della piazza mentre assistevano ai convulsi, un po’ ridicoli e un po’ patetici, tentativi dei genitori di limitare i danni politici, giudiziari e salvare le apparenze.

Le complesse dinamiche del romanzo si sviluppano e si complicano attorno al sentimento che lega due ragazzi, Marco, povero, meridionale, laureato ma costretto per vivere a lavorare come bagnino in uno stabilimento balneare e Gemma figlia di un onnipotente ministro della Prima Repubblica. E non sarà la condizione sociale a perderli, come spesso accade in tanta narrativa al sapore d’appendice; piuttosto un acutissimo senso di colpa, personale e sociale, che troverà soluzione soltanto in un estremo, radicale atto di redenzione individuale e collettivo insieme. I giovani, ancora una volta, sono chiamati a pagare il prezzo degli errori dei padri, gli adulti, tutti, nel romanzo di Gallo, presentati come complici tra loro, moralmente e umanamente inadeguati.

E, sullo sfondo, sempre serena e imperturbabile quella vetrina dell’Occidente benestante e benpensante che è Forte dei Marmi, i suoi stabilimenti balneari, le piazzette, i celebri caffé dove continuano, imperterriti, a consumarsi i riti tipici delle vacanze estive. Ed è su questo scenario, sempre luminoso e misurato quasi per statuto, che si realizza il disvelamento della natura vera del potere di tanti ospiti illustri, che, uno dopo l’altro, quasi per un ‘effetto domino’, precipitano rovinosamente dagli altari alla polvere.

Salvatore Nino Gallo, Il fegato di Cristo, Edizioni dell’Erba, Fucecchio, pp. 316, E. 13,00

14 ottobre 2009

“Il pazzo di Bergerac” di Georges Simenon



di Gianni Quilici
Ho letto soltanto una decina di romanzi dei centinaia scritti da Georges Simenon e leggendoli ho pensato: “Sarebbe bello scrivere di ognuno di questi una nota-recensione senza tanti fronzoli, che andasse al cuore di ogni scrittura per valutarla, al di là della storia e del piacere che (essa) può procurare. Perchè ho pensato che Simenon ha scritto moltissimo e, a libri pieni e densi (“Il treno", "I Pitard" tra quelli da me letti), si alternano altri che ho l'impressione che nascano dal mestiere e da una inesauribile osservazione e immaginazione.

Questo, “Il mostro di Bergerac”, è, per buona parte, “attraente”.
Nel primo capitolo si potrebbe pensare ad un film con Harrison Ford nei panni di Maigret. Un treno, le cuccette, l'aria calda e soffocante, un uomo che non sta fermo un momento, che respira in modo irregolare, Maigret che non riesce a dormire e si innervosisce, l'uomo che scende dalla cuccetta, si lancia nel corridoio, apre uno sportello... il treno che rallenta, l'uomo che salta giù, poi, un attimo di riflessione ed anche Maigret, il treno ha rallentato ancora, si getta nel vuoto...
Ferito gravemente ad una spalla lo troviamo poi disteso in un albergo di Bergerac nel Perigord e lì diventa un po' il James Stewart della “Finestra sul cortile”, perché, anche dalla finestra che dà sulla piazza principale, osserva protagonisti e non dei fatti terribili, che stanno accadendo a Bergerac: un pazzo ha ucciso due ragazze: una bella donna di 30 anni e una ragazzina di 16 anni, strangolandole; una terza è riuscita a scappare.

E' forse questo l'aspetto più originale del “giallo”: non il movimento (di Maigret), ma la stasi. Una stasi in cui a muoversi è l'occhio, una sorta di campo lungo sulla piazza, che crea, per un verso, uno sfondo, una comunità della provincia francese impaurita ed eccitata; per un altro, la possibilità per il commissario di immaginare oltre. Una stasi, che mette naturalmente in moto, anche, la riflessione su quella concatenazione di indizi attraverso cui Maigret risolverà il caso.

Qui c'è forse il limite del romanzo. Alla fine tutto deve tornare, tutto deve essere capito e risolto. Non si vivono dei processi psicologici, si assiste soprattutto ad una spiegazione. Certamente ci sono situazioni esistenziali: solitudini e ambizioni, amori e orrori, ma rappresentati più dall'esterno che dall'interno; come pure ci sono personaggi caratterizzati, ma in figure già incontrate nei romanzi.

Georges Simenon. Il pazzo di Bergerac (Le fou de Bergerac). Traduzione di Laura Frausin Guarino. Adelphi. Pag. 142. Euro 7,00.

04 ottobre 2009

"Harriet Beecher-Stowe" di Luciano Luciani





Uno strano destino
Strano destino quello toccato ad Harriet Beecher-Stowe e al suo romanzo più famoso, La capanna dello zio Tom: poco più di un secolo e mezzo fa godettero di un’immensa popolarità che travalicò i confini degli Stati Uniti e oggi, invece quel libro e la sua autrice sono dimenticati dai lettori e irrisi dai critici. Addirittura la cultura afroamericana ha assunto il protagonista di quelle pagine come la figura emblematica del nero integrato e imbelle, incapace di concepire e praticare qualsiasi progetto di effettiva liberazione. Eppure, un presidente degli Stati Uniti severo come Abramo Lincoln riconobbe la funzione storica di quel libro nel promuovere la causa dell’ abolizione della schiavitù…

Infanzia, giovinezza e prime esperienze giornalistiche
Harriet Beecher-Stowe nacque il 14 giugno 1811 a Litchfield nel Connecticut. Suo padre Lyman era un religioso, pastore della Chiesa Congregazionalista: un rigido calvinista, piuttosto arcigno in famiglia ma di convinzioni antischiaviste e, in palese contraddizione con tutti i propri modelli di vita, fervente ammiratore del dissoluto lord Byron. La madre Roxana Foote avrebbe forse potuto compensare l’anaffettività paterna, ma disgraziatamente morì quando Harriet, che era la sesta figlia, non aveva ancora quattro anni.
Tutto preso dalle cure del suo ufficio, Lyman non trovava il tempo per dedicarsi all’educazione dei figlioli e così, dopo due anni di vedovanza, tornò a sposarsi: fortunatamente la giovane matrigna si rivelò un’ottima madre per Harriet, dimostrandosi capace dell’affetto e del calore richiesti dalla straordinaria sensibilità della bambina.
Delicata e impressionabile, Harriet trovò nella lettura un formidabile moltiplicatore alle proprie fantasie. Leggeva di tutto: testi religiosi, biografie, racconti storici. Le erano vietati i romanzi, considerati secondo la rigida morale del tempo non adatti a una fanciulla. Gli unici consentiti dall’intransigente genitore erano i romanzi storici di Walter Scott, mentre la futura autrice di best seller si entusiasmava di nascosto alla lettura delle Mille e una notte, scoperto per caso in una soffitta.
Frequentò le scuole di Litchfield, distinguendosi per i rapidi progressi. La stessa Harriet racconta che seduta ben composta nel proprio banco fingeva di svolgere i compiti: invece seguiva interessata le lezioni di storia e retorica che gli insegnanti rivolgevano ai ragazzi più grandi. A soli dodici anni ottenne un riconoscimento pubblico per aver scritto una relazione su un tema indicativo di una grande precocità intellettuale: Si possono ricavare dalla natura le prove dell’immortalità dell’anima?
Incoraggiata da questo primo successo, la ragazza si buttò nello studio. Appena un anno più tardi traduceva Ovidio in versi inglesi e sempre in versi scrisse un dramma, il Cleone del quale abbiamo scarsissime notizie perché non è stato conservato. Sappiamo che doveva trattarsi della storia di un nobile greco alla corte di Nerone, Cleone appunto, che, tra continui scrupoli morali e contraddizioni religiose, finiva naturalmente per convertirsi al cristianesimo.
Ne 1832 Lyman Beecher fu chiamato a Cincinnati per dirigere un seminario e la famiglia lo seguì. In questa città di frontiera Harriet realizzò le sue prime esperienze giornalistiche e letterarie collaborando al “Western Monthly Magazine” e al “Mayflower”.

Un matrimonio senza amore e la scoperta della vocazione letteraria
Nel 1836 Harriet sposò Calvin Ellis Stowe che insegnava letteratura biblica al Lane Theological Seminary, fondato e diretto da Lyman Beecher. Il marito era senz’altro un uomo molto colto e preparato ma a giudicare da quanto Harriet scriveva a un’amica solo poche ore prima delle nozze non può proprio dirsi che si trattasse di un matrimonio d’amore: “Dapprima provai un’apprensione indicibile, e la settimana scorsa non sono mai riuscita a chiudere occhio; non sapevo come avrei subìto questa enorme trasformazione della mia vita. Ora che il momento è giunto, non provo più nulla…” Si può supporre che Harriet acconsentisse a quel matrimonio per non pesare più sulla propria famiglia, numerosa e continuamente alle prese con non facili problemi economici.
I primi anni di matrimonio furono tutt’altro che tranquilli ed Harriet e il marito conobbero povertà e malattie. Fragile, poi, lo stato psicologico di Calvin Stowe.
Ci furono dei giorni in cui i due giovani coniugi non sapevano cosa avrebbero mangiato l’indomani. In frangenti così duri, Harriet dette prova di grandi capacità umane e, mentre la famiglia cresceva fino ad annoverare ben sette figli, seppe anche compiere quelle scelte che decideranno della sua vocazione di scrittrice.
Da tempo era alla ricerca di un modo per accrescere le magre rendite familiari e spesso aveva pensato di utilizzare a questo scopo quella attitudine alla scrittura che tutti le riconoscevano. Così, spinta, dalla necessità e su sollecitazione di alcuni editori amici di famiglia, cominciò a scrivere novelle che ebbero una buona accoglienza. Nonostante le continue preoccupazioni e il poco tempo disponibile, riuscì a produrre anche articoli di costume e racconti che le permisero di guadagnare discretamente e raggiungere una modesta fama letteraria.
Questa fase della vita di Herriet Beecher-Stowe si chiuse tragicamente nel 1849 a causa della morte di un figlio avvenuta nel corso di un’epidemia di colera. Un evento doloroso che venne compensato dal miglioramento della situazione economica della famiglia: infatti, nel 1850 il prof. Stowe fi chiamato a ricoprire la cattedra di teologia presso il Bowdoin College a Brunswick nel Maine.
La raggiunta tranquillità permise ad Harriet una più piena partecipazione alla vita politico-culturale della società americana del suo tempo divisa sulla questione della schiavitù tra abolizionisti e antiabolizionisti.

“Sì, se Dio mi dà vita scriverò un libro”
Proprio alla fine del 1850 il problema si era riacceso a causa della famigerata Fugitive slaw law: nessuno schiavo fuggiasco poteva trovare asilo negli Stati dell’Unione e tutti i cittadini americani erano obbligati a restituire al proprietario ogni schiavo nero fuggito al Nord. Per rendere più malleabili gli eventuali scrupoli morali degli ufficiali pubblici cui competeva la decisione circa il destino dello schiavo era previsto un premio in denaro. Ma, soprattutto negli Stati settentrionali erano in molti a fare obiezione, rifiutandosi non solo di catturare gli schiavi fuggiaschi, ma aiutandoli a raggiungere la libertà in Canada, appoggiandosi alla underground railroad, la “ferrovia sotterranea”, un’organizzazione semiclandestina che favoriva concretamente gli schiavi in fuga.
La Fugitive slave road era una disposizione odiosa che rappresentò un segnale delle persecuzioni crudeli in atto contro la popolazione di colore e commosse fortemente l’opinione pubblica americana… Segnatamente Harriet che già nel 1836 era stata costretta ad assistere a scene che l’avevano turbata e indignata: per esempio, quando la plebaglia eccitata da alcuni ricchi proprietari di schiavi aveva saccheggiato gli uffici e la redazione del “Philantrope”, giornale abolizionista diretto da un amico della famiglia Stowe.
L’appoggio prestato di nascosto dal sindaco della città ai teppisti aveva sollevato la sua indignazione espressa pubblicamente ed energicamente. Quando poi si rese conto che alcuni esponenti del clero non avevano remore a dichiararsi a favore della schiavitù, allora Harriet non esitò e si schierò apertamente dalla parte del partito abolizionista.
La famiglia condivideva e sosteneva le sue idee: Lyman Beecher era un “conduttore” della underground railroad e aveva già messo a repentaglio lapropria vita per favorire la fuga di una donna di colore, vecchia e malata. Poco tempo dopo Harriet riceveva una lettera da sua cognata: “Se avessi una penna eloquente come la tua, scriverei un libro per mostrare alla nazione quale abominio sia la schiavitù”. Raccontano che a questa lettura la giovane donna si alzasse inpiedi ed esclamasse con accento ispirato: “Sì! Se Dio mi dà vita, scriverò un libro”.

La capanna dello zio Tom, un best seller mondiale
Si mise immediatamente al lavoro, raccogliendo informazioni dai documenti e testimonianze orali,inviando ai suoi corrispondenti negli Stati del sud questionari con cui raccolse in breve tempo tutte le notizie occorrenti. Le mancava ancora la scena madre del racconto, la morte di Tom. L’ispirazione le venne una domenica nella chiesa di Brunswick: la vide svolgersi nella sua mente fin nei più minuti particolari e a quella visione fu presa da un’emozione così intensa che represse a stento i singhiozzi. Tornata a casa si mise immediatamente a tavolino e quando ebbe terminato di scrivere quel brano chiamò i suoi e lo lesse loro ad alta voce. L’effetto di quella lettura furono l’evidente dolore e il pianto delle due figlie minori, una di dodici, l’altra di dieci anni.
E non poteva essere diversamente perché, pur con tutti i suoi difetti anche vistosi – un eccessivo sentimentalismo, troppi elementi melodrammatici non sempre ben risolti, personaggi, compreso il protagonista, a volte ridotti a macchiette – La capanna dello zio Tom funziona ancora e rimane un grande romanzo popolare capace di parlare al cuore e alla ragione: “il libro giusto al momento giusto… tutto iscritto nella temperie politica e morale, nella tensione acutissima e nelle lacerazioni profonde che scossero gli Stati Uniti prima e dopo lo scoppio della guerra civile… uno dei capisaldi di tutta la storia letteraria americana… un passaggio obbligato, in ogni ricostruzione che non avvenga meramente per vertici estetici” (Vito Amoroso).
La capanna dello zio Tom è il primo lavoro di una certa mole scritto dalla Beecher- Stowe ed è anche il primo volume in cui la scrittrice abbia fatto insieme opera di romanziere e polemista. Il romanzo uscì a puntate, secondo le abitudini editoriali di allora, tra il giugno 1851 e l’aprile 1852 sulle pagine della rivista abolizionista “National Era”, che si pubblicava a Washington. In origine doveva svilupparsi nell’arco di dodici puntate, ma, strada facendo l’autrice trovava continuamente nuovi spunti in favore della sua causa e così la stesura definitiva superò ampiamente i limiti fissati.
Prima ancora che la pubblicazione fosse pronta la scrittrice aveva ricevuto offerte da parecchi editori che desideravano pubblicare il romanzo in volume. Finì per impegnarsi con John P. Jewet di Boston che le garantì il 10% sul ricavato delle vendite.
20 marzo 1852: furono più di tremila le copie vendute il primo giorno in cui La capanna dello zio Tom apparve nelle librerie e si arrivò subito a esaurire le diecimila previste per la prima edizione. il 1 aprile si cominciava già a tirare la seconda edizione. I torchi tipografici lavorarono ininterrottamente e alla fine dell’anno le copie stampate erano oltre 300.000. Il successo del libro non si arrestò agli Stati Uniti, ma valicò l’Atlantico: nel 1852 erano 40 le edizioni pubblicate in vari formati in Inghilterra e traduzioni apparvero in Francia e Prussia. Ancora pochi mesi e il romanzo veniva tradotto in oltre venti lingue tra cui l’araba, l’armena, la cinese, la malese… Intanto, all’insaputa dell’autrice, dal romanzo veniva tratta una piece teatrale rappresentata con successo negli Stati Uniti e nelle principali città d’Europa.

Non si era mai visto un tale evento editoriale, letterario, culturale e il nome di Harriet Beecher-Stowe era ormai celebre in tutto il mondo.
Anche la critica, pur sollevando alcune riserve sullo stile, accolse il libro con simpatia e attenzione. Tutti negativi, ovviamente i giudizi sul romanzo negli stati del sud. Il partito contrario all’abolizione della schiavitù avviò una campagna di diffamazione e di ingiurie nei confronti della scrittrice., “un sudista dichiarò che Uncle Tom’s cabin non dimostrava alcuna conoscenza dei negri, non più di quanta se ne potesse trovare nell’almanacco nautico” (M. Cunliffe).
Una certa signora Eastmann volle contrapporre addirittura romanzo a romanzo e pubblicò un libro intitolato La capanna della zia Philis, ovvero la vita nel Sud com’è realmente riuscendo solo a coprirsi di ridicolo. Ma anche a New York il più diffuso giornale religioso della città non esitò a definire anticristian le pagine della Beecher-Stowe.
Imperterrita la scrittrice continuava a ricevere lodi e complimenti dai più importanti letterati e uomini politici d’Europa e d’America. Lord Carlisle in una lettera si felicitava con lei per aver scritto “la vera epopea del mondo moderno”; Gladstone si commosse fino alle lagrime sulle sue pagine e Palmerston affermò di aver letto La capanna dello zio Tom almeno tre volte. Osannata Harriet, ma anche criticata. Infatti, a parere di non pochi lettori e recensori la romanziera aveva esagerato gli orrori della schiavitù per portare acqua al mulino della causa abolizionista. La scrittrice rispose allora con un altro libro, La chiave della capanna dello zio Tom, assai documentato, in cui rispondeva punto per punto alle critiche che le erano state rivolte, provando con la forza dei dati l’esattezza delle proprie asserzioni e reclamando con ancora maggior forza una riforma nella condizione degli schiavi.

La piccola signora che ha fatto scoppiare una grande guerra
Intanto l’agitazione antischiavista suscitata e tenuta desta da Harriet e dai suoi compagni di fede stava per dare i suoi frutti: la guerra tra gli stati del nord e quelli del sud scoppiò nel 1860 per durare ben cinque anni. La Stowe accolse con soddisfazione la dichiarazione di guerra, un conflitto che ai suoi occhi assumeva i connotati di una lotta tra Bene e Male.
I suoi convincimenti in favore della guerra non le facevano dimenticare gli orrori che rappresentano il necessario corollario di ogni evento bellico, ma Harriet interpretava il sangue americano che stava per essere versato in quella circostanza come la doverosa espiazione del sangue africano fatto scorrere per secoli dagli schiavisti nel suo paese.
Al termine del conflitto Abramo Lincoln volle conoscerla e la definì “la piccola signora che ha vinto la guerra”. Intensa ed ininterrotta, nel frattempo, al ritmo di un libro l’anno la sua produzione letteraria: nel 1862 pubblicò The Pearl of Orr’s Island; nel 1869 Oldtown Folks, nel 1878 Poganuc People; romanzi e storie legate alla propria infanzia e alla giovinezza rivissute con acuta e intima partecipazione.
Altri problemi diversi da quelli squisitamente letterari videro in prima fila Harriet. La Stowe, infatti, non rimase indifferente alle grandi miserie materiali e morali che la guerra civile aveva lasciato dietro di sé. Decise, allora, di dedicare il resto della sua vita a istruire ed educare quel popolo nero al cui affrancamento aveva così potentemente contribuito. A questo scopo acquistò a Mandarin in Florida una magnifica tenuta e i momenti più sereni della sua vita furono quelli trascorsi sotto la veranda della sua villa impegnata a rispondere alle innumerevoli lettere che continuavano ad arrivarle da ogni parte del mondo.
In occasione del suo settantesimo compleanno i suoi editori organizzarono una grande festa: quel giorno più di duecento tra scrittori e giornalisti americani le indirizzarono un saluto augurale espresso intermini entusiastici. Ma ad Harriet queste manifestazioni di stima e affetto non davano – sono le sue parole - tanta gioia quanto il sorriso di felicità di un negro liberato che finalmente era nelle condizioni di poter affermare “Ho venti capi di bestiame, quattro cavalli, quaranta polli e dieci figli. E tutto ciò e mio, proprio mio!”.
Morì a Mandarin il 1 luglio 1896

30 settembre 2009

“Mele dal deserto” di Savyon Liebrecht


di Gianni Quilici

Avevo letto di Savyon Liebrecht “Prove d'amore” (edizioni e/o), una bellissima storia d'amore ambientata a Tel Aviv in uno scenario di ricordi atroci e di segreti imbarazzanti o mostruosi, e questo libro composto di sette racconti conferma il talento e la grandezza di questa scrittrice, nata in Germania nel 1948, ma vissuta già da bambina in Israele.

Sono tutti racconti necessari, che rappresentano lo stato delle cose in Israele con il dramma dell'Olocausto sempre presente, anche quando c'è la volontà disperata di liberarsene, e con la presenza del conflitto con gli arabi, che come un'ombra si disegna nelle minuzie della vita quotidiana.

Il primo di questi racconti “Una stanza sul tetto” è forse il più bello, perché è il più compiuto, quello che forse meglio raffigura cosa significhi vivere in Israele oggi. La protagonista è un bellissimo ritratto di donna, perché ha l'efficienza e la determinazione ed anche una considerevole autonomia per decidere di far costruire una stanza sulla terrazza di casa a dei lavoratori arabi, in un periodo in cui si trova senza la presenza del marito.
Il racconto ti fa vivere i pregiudizi e la diffidenza, il disagio e la paura, l'incertezza e la durezza della donna fino ad una superiorità, che porta al disprezzo; ma nel fluire di questo rapporto anche la sorpresa e la disponibilità, perfino l'attrazione quando troverà in uno di loro cultura, attenzione, delicatezza che, per esempio, non ha mai visto nel marito. Non ci sarà giustamente un lieto fine, tutt'altro; c'è però un interagire che lascia spazio ad una simpatia, ad un intenerimento, ad un avvicinarsi verso. E tuttavia il finale amaro lascia capire come sia difficile oggi un ascolto reciproco, quanto le paure, i torti, le differenze di status, i pregiudizi siano pesanti e radicati.

Luminoso è il racconto che dà il titolo alla raccolta “Mele dal deserto”. La madre ebrea ortodossa va nel deserto per riprendere e “liberarare la figlia dal peccato”. La ragazza, infatti, è scappata in un kibbutz laico e ora qui vive con un ragazzo “come marito e moglie”. La Liebrecht accompagna la donna lungo il viaggio in autobus, ne rappresenta i risentimenti verso la figlia, ma anche i timori: la paura di essere scacciata dalla ragazza, picchiata dal suo ragazzo, di non sapere dove pernottare in una zona a lei sconosciuta. Invece scopre un calore e una disponibilità immediata e sincera ed è costretta, discutendo con la figlia, a rivedere la sua vita, il rapporto mancato con un marito freddo, chiuso ed egoista. Un racconto di trasformazione veritiero e palpabile che conquista per la precisione dei (sottili) dettagli.

Nei due racconti “Il taglio dei capelli” e “La bambina delle fragole” Savyon Liebrecht riesce a trasmettere del nazismo (il primo nella memoria, il secondo nel presente storico) un quotidiano al tempo stesso reale e allucinatorio.

Savyon Liebrecht. Mele dal deserto. Traduzione dall'ebraico di Carlo Guandalini. Pag. 153. edizioni e/o. Euro 13,42.

25 settembre 2009

“Etiopia 1984” di Sebastiao Salgado


di Gianni Quilici

E' una di quelle foto quasi stupefacenti che ogni tanto è dato vedere.

E' stupefacente, perché sembra così perfetta da sembrare studiata e composta come in un film, in cui provi e ri-provi una scena fino a trovare l'attimo in cui cogli quella perfezione, che avevi immaginato, nell'inquadratura, nell'espressione dei volti, nella composizione del quadro.

Qui siamo nel Sahel, esattamente in Etiopia, in un mattino del 1984 ed è una delle tante foto che Salgado ha dedicato a questa zona del mondo martoriata dalla siccità. Questi sono profughi nel campo di Korem. Siccità, vento e freddo.

Ciò che (mi) colpisce è innanzitutto un contrasto interno (e molto sottile) alla foto: da una parte povertà, fatica, forse sofferenza, forse solitudine; dall'altra, e insieme, dignità e nobiltà dei corpi e dei volti, perfino una nuda eleganza.

Infatti la foto ha una sua bellezza scultorea con i tre corpi ripresi in primo piano, avvolti da pesanti coperte a formare un unico corpo, collocati in perfetta scansione nello scenario grigio e grandioso del deserto e delle montagne con nello sfondo la presenza di una donna esile e scalza a disegnare un'altra storia, forse un altro percorso.

E però questa bellezza non è soltanto scultorea è esistenziale. Sono gli sguardi e le espressioni, che non chiedono pietà, semmai, nella loro oggettività, comprensione. In particolare il volto del bimbo, quello, a noi, più vicino, quello che meglio individuiamo. Quegli occhi chinati, quella coperta su cui poggia, quei lineamenti armonici, quel pensiero lontano e raccolto diventano poesia, esprimono senza definire: forse una ritrosia, forse una fatica, forse un dolore. Mistero.

Qualcuno ha parlato di estetismo. Come se povertà e sofferenza non potessero avere una loro bellezza estetica, certamente quella bellezza sinonimo di espressività, che nasce da un'umanità per un verso più vicina alla radice del sentire; e per un altro dignitosa, lontana dal chiedere l'elemosina della pietà. Che non si sente, nella foto almeno, altra o inferiore, se non per chi ha una scala di valori classista e giudica secondo pericolosi e gretti pregiudizi.

Sebastiao Salgado è uno dei grandi testimoni del nostro tempo. Con le sue immagini ha rappresentato e continua a rappresentare i grandi eventi che plasmano e trasformano il mondo in cui viviamo: la vita nelle campagne e nelle miniere in America Latina, la tragedia della siccità nei paesi africani, i lavori dimenticati, il movimento incessante di grandi masse che per guerre, necessità, desiderio di vita migliore sono costrette a spostarsi. Da otto anni sta lavorando ad un progetto per ritrarre ciò che resta della natura incontaminata. “Ho chiamato questo lavoro Genesi” dice Salgado “perché il mio obiettivo è tornare alle origini del pianeta: all'aria, all'acqua, al fuoco da cui è scaturita la vita, alle specie animali che hanno resistito all'addomesticamento”. (Ian Parker da “ D, la Repubblica delle Donne, 22 ottobre 2005).

24 settembre 2009

"Face Book: rischi e piaceri" di Gianni Quilici



Quanti tra chi legge “Libere Recensioni” sono inseriti in Facebook?
E quanti sanno che cosa sia precisamente?
Brevemente lo spiego.
FB sono più pagine, di cui uno può gratuitamente disporre sul web, sulle quali può scrivere pensieri, elaborare note, inserire foto e video, scrivere e ricevere posta pubblica o privata, chattare, interagendo con altri (gli amici), da cui devi essere accettato e che deve accettare.
E' uno strumento formidabile per chi vuole conoscere persone ed anche per chi vuole informare delle sue attività sia singoli che associazioni, forze politiche, imprese culturali-commerciali ecc, ecc.

Detto questo è evidente che molto dipende da come uno lo usa o meglio ancora se ha idee, immagini, desideri, capacità di interagire a livelli non banali.
La maggioranza di ciò che intravedo indossa la maschera delle battutine, del commentino o della diffusione di materiali diversi (video, quiz, foto, giochini ecc, ecc).
C'è una minoranza, tuttavia, che ha motivati interessi (politici o letterari), che pone confronti, può consentire conoscenze profonde, scambi proficui.

Però, come in ogni fenomeno, quali sono i tratti dominanti?
Partiamo da un fatto. Leggo che il prof. Jonathan Zimmerman, della New York University, sostiene che tre adolescenti americani su quattro trascorrono ogni possibile istante incollati a facebook o MySpace... Le chat, sostiene Zimmerman, sono la nuova possente droga da cui questi giovani sono ormai dipendenti.
Se allarghiamo lo spazio virtuale ai giochini elettronici e ai video da un lato; e dall'altro ai cellulari e agli sms questo dato appare più o meno possibile anche per gli adolescenti italiani ed, in ogni modo, questo è il profilo dominante dei nostri Tempi. Viviamo in un'epoca in cui alla televisione si sta progressivamente sostituendo il computer. Perché questo consente non solo di vedere e sentire, ma anche di connettersi nel mondo. Non essendo soltanto spettatore, ma sentendosi protagonista in prima persona: attraverso scambi o facendosi conoscere (video, foto, blog....)

La domanda è: quale bisogno soddisfa?
Il bisogno di riempire un vuoto. Il vuoto, sempre difficoltoso, del rapporto di sé con sé.
Anche un libro, un film, una partita a carte, un incontro riempiono un vuoto. Qui però c'è molto di più. Puoi dialogare con altri, con molti altri, anche con chi non conoscevi, puoi dialogare senza fatica, troncando, con un pretesto, facilmente e passando ad altro, senza dover uscire, dover ascoltare, incontrare i soliti visi. C'è infine l'attrazione del mistero: la possibilità di trovare l'ideale immaginativo.

I rischi sono enormi.
Immaginiamo di togliere l'accesso ad internet e di sequestrare il cellulare a milioni di individui (non solo adolescenti), che vivono in simbiosi con questi. Potrebbero continuare tranquillamente a vivere?

Il primo rischio è noto: alla vita reale, alla fatica di costruire rapporti dinamici con chi ti sta d'intorno, si sostituisce una vita virtuale, che senti più appagante, perché più facile, più imprevedibile.

Il secondo: si rinuncia alla solitudine. Ossia a quella condizione che ti consente di concentrarti, percepire il tuo io, raccogliere intuizioni, elaborarle, creare, che solo può dare senso alla comunicazione.

Il terzo rischio: si vive frammentariamente, pensieri brevi, desideri brevi, memoria breve inseguendo stimoli, non elaborandoli, continuamente insoddisfatti, perché nulla o poco diventa davvero nostro.

E tutto questo non riguarda soltanto gli adolescenti, ma tutti coloro che vivono la modernità. Si può utilizzarla da padroni, si può utilizzarla da schiavi. Il problema non è soltanto individuale è pure sociale, cioè politico.

da Arcipelago, rivista dell'Arci di Lucca

"Con una ninna nanna Trilussa si schierò contro la guerra" di Luciano Luciani




Ottobre 1914
A partire dalla scintilla di Sarajevo, il primo conflitto mondiale si era già rovinosamente allargato a quasi tutto il continente europeo. Fa eccezione l’Italia, che pur facendo parte della Triplice Alleanza, aveva dichiarato di volersi mantenere neutrale, non essendosi verificato il casus foederis, esclusivamente difensivo, previsto dal trattato. Dietro questa posizione c’era non solo l’eredità risorgimentale di un sentimento antiaustriaco condiviso dalla maggioranza dell’opinione pubblica italiana, ma le generalizzate e diffuse convinzioni pacifiste e neutraliste delle masse socialiste e cattoliche del nostro Paese. Lo stesso papa Benedetto XV, salito al soglio pontificio nell’estate 1914, proprio nei giorni più drammatici dell’accelerazione in senso bellicista della crisi europea, non faceva mistero delle sue idealità orientate in senso ostile alla guerra. Le rendevano ancora più nette le notizie degli orrori che già si consumavano sui vari fronti teatro delle operazioni militari: il Belgio, il nord-est della Francia, la Marna, la Prussia orientale erano gli scenari di una carneficina mai vista prima nella pur lunga storia delle guerre che avevano opposto, l’un contro l’altro armati, i popoli europei. Nei soli primi quattro mesi di guerra sul fronte occidentale si erano contati 400mila morti e quasi un milione di feriti.
Nonostante questi terribili esempi, l’iniziale opzione neutralista dell’Italia entra ben presto in crisi. Liberal–conservatori, e socialriformisti, associazioni irridentiste e sindacalisti rivoluzionari, repubblicani e radicali, in minoranza nel Paese e nel Parlamento, cominciano rumorosamente ad agitarsi in favore di un intervento contro l’Austria per portare a conclusione il processo di unità nazionale iniziato nel Risorgimento. Non manca neppure il clamoroso voltafaccia di Benito Mussolini, allora direttore dell’”Avanti”, che dalle colonne del quotidiano socialista forza la situazione del suo partito e del Paese perché si passi dalla “neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante”. Pochissimi lo seguono, il Partito socialista lo sconfessa e Mussolini abbandona la direzione del giornale per finire espulso dal partito.
In termini di forza parlamentare e di peso nella società i neutralisti erano in netta prevalenza, ma gli interventisti esprimevano una notevole capacità di mobilitazione nelle piazze, sui giornali, nelle università tentando di far passare l’immagine di un “paese reale” voglioso di guerra che si contrapponeva a quello legale con alla testa il parlamento giolittiano debole, screditato e corrotto.
Decisiva ai fini dell’entrata in guerra fu la mobilitazione degli intellettuali da Luigi Albertini a Giuseppe Prezzolini, da Giovanni Gentile a Gaetano Salvemini, a Luigi Einaudi.
Gabriele D’Annunzio non esita a mettere al servizio della causa interventista tutto il suo carisma di letterato, poeta, uomo di teatro, improvvisandosi capopopolo, demagogo, agitatore di masse e piazze secondo modalità più tardi apprezzate e riprese dal fascismo.

In questo scontro pace-guerra che divise l’Italia e che vide gli intellettuali giocare un ruolo determinante, non va dimenticata una voce pacifista, certo più mite e sommessa di quella dell’eclettico e sonoro poeta pescarese, nutrita però di valori di pace e tolleranza e di un’angosciosa umanità di fronte agli indicibili orrori del conflitto: quella di Trilussa.

Nel 1914 il poeta romano, poco più che trentenne, era all’apice della sua fama. Quasi un’istituzione, amato e apprezzato tanto dal popolo quanto dalla borghesia e dall’aristocrazia della capitale, blandito – e temuto – dai politici, benvoluto dagli intellettuali. Moderno Esopo, la sua arguzia, la sua ironia, la sua popolaresca sincerità, corrispondevano agli umori profondi del senso comune romano e nazionale: alla sua vena moraleggiante e priva di particolari audacie ideologiche attingevano a piene mani comici, intrattenitori, artisti di varietà da Ettore Petrolini a Nicola Maldacea. Insomma, Trilussa apprezzato cantore di un buon senso vernacolo lontano da ogni sdegno e furore, faceva opinione. E a lui si deve una poco nota ma durissima testimonianza contro la guerra:

1
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vo’ la zinna,
dormi dormi, cocco bello,
se no chiamo Farfarello,
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Cecco Peppe
che s’aregge co’ le zeppe…

2
…co’ le zeppe de un impero
mezzo giallo e mezzo nero;
ninna nanna, pija sonno
che se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedono ner monno,
fra le spade e li fucili
de li popoli civili.

3
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che comanda,
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio de una fede
per un Dio che nun se vede…

4
…ma che serve da riparo
ar sovrano macellaro:
che quer covo d’assassini
che c’insanguina la tera
sa benone che la guera
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe’ li ladri de le Borse.

5
Fa la ninna, cocco bello,
finché dura ‘sto macello,
fa la ninna, che domani
rivedremo li sovrani
che se scambiano la stima,
boni amichi come prima;
so’ cuggini, e fra parenti
nun se fanno complimenti!

6
Torneranno più cordiali
li rapporti personali
e, riuniti infra de loro,
senza l’ombra de un rimorso
ce faranno un ber discorso
sulla pace e sur lavoro
per quer popolo cojone
risparmiato dar cannone.

Questo testo conobbe una larga diffusione che secondo alcuni storici sarebbe arrivata fino alle trincee, resa ancor più ampia e penetrante dalla partitura di un musicista rimasto anonimo.
E non fu l’unica presa di posizione in favore della pace del poeta romano. Trilussa tornava sulla questione ancora nel Natale del 1915 scrivendo:

…Fa’ in maniera Gesù bello,
che una scheggia de mitraja
spacchi er core a la canaja
ch’ha voluto ‘sto macello!
Fa’ ch’armeno l’impresario
der teatro de la guera
possa vede sotto tera
la calata der sipario.
Fai ch’appena liberato
dalli barbari tiranni
ogni popolo commanni
ne’ la Patria dov’è nato.

Certo, non si poteva pretendere da Trilussa rigore politico e coerenza ideologica. La stessa popolarità che lo rendeva caro a tutti lo spingeva poi ad aderire sentimentalmente ai grandi movimenti d’opinione più o meno spontanei: così nel febbraio 1917 lo troviamo non da solo a magnificare in versi vernacoli le sorti del Prestito Nazionale lanciato per finanziare quella stessa guerra che con sentimento tanto doloroso il poeta aveva contribuito a criticare.

23 settembre 2009

"Socialismo e pace in Herbert George Wells" di Luciano Luciani




Inquietudini europee e romanzo utopistico

L’Europa di un secolo fa: inquieta, agitata, invelenita. Da una parte la percorrono formidabili movimenti sociali che dal basso rivendicano uguaglianza, giustizia, una vita degna di essere vissuta per milioni e milioni di uomini e donne da sempre mantenuti negli abissi della storia; dall’altra elites egoiste e gelose dei propri privilegi orientano verso i miti irrazionalistici della razza, del sangue, della potenza settori sempre più ampi delle classi medie. In un continente che conosceva già le asprezze della lotta di classe e la perenne tensione indotta dai nazionalismi e dagli sciovinismi, si consuma la rottura con il razionale e ordinato mondo del XIX secolo, mentre il XX si preannuncia cupo, ansioso, denso di motivi di allarme e preoccupazione: quella della Belle Epoque fu una società che visse inconsapevolmente su un campo minato” (P. Morand). L’Europa, rivelatasi capace di estendere il proprio dominio su tutto il pianeta forte di un modello politico e culturale senza precedenti, culla della rivoluzione industriale e di straordinarie innovazioni tecnologiche, era la stessa che preparava in maniera sotterranea la grande carneficina della guerra. In questo inizio secolo così angosciato non furono pochi gli scrittori che tentarono di definire in direzione del futuro alcune possibili vie d’uscita dalle angustie del presente. Forse è in questa chiave che si può spiegare la straordinaria fioritura che il romanzo utopistico, ovvero la uno straordinario mix di invenzioni letterarie tra fantasy, satira politica e allegoria sociale, conobbe lungo tutto il trentennio precedente lo scoppio del primo, grande conflitto mondiale.
Jules Verne e Theodor Hertzke, T. R. Stockton e F.A. Fawkes, Paolo Mantegazza e George Gissing non si stancarono in questi anni di battere i sentieri dell’avvenire, cercando, sia pure in chiave romanzesca, di diradarne le nebbie e individuare i lineamenti di un domani possibile e umano, oppure mettere in guardia contro una sua possibile disumanità.

Wells e il socialismo

Tra tutti coloro che si cimentarono con le tematiche avveniristiche, per consapevolezza filosofica, per passione argomentativa, per forza di stile e capacità d’evocazione spicca l’inglese Herbert George Wells, il celeberrimo autore della Macchina del tempo, 1895, dell’Uomo invisibile, 1897, della Guerra dei mondi, 1898, solo per citare i suoi libri più letti e famosi…
Ma Wells non fu solo uno scrittore amato e popolare: perennemente scontento del mondo in cui viveva, per quasi mezzo secolo, tanto si prolungò la sua produzione, cercò sempre di incitare gli uomini a cambiare, mostrando loro il male sociale e individuale e suggerendo sempre le soluzioni, anche pratiche, per una ricostruzione ragionevole del consorzio umano.
Operando in tale direzione Wells non poteva che riconoscersi e incontrarsi con le ragioni della pace e del socialismo, nella profonda convinzione che fosse assolutamente necessario rifare il mondo del suo tempo in termini di giustizia sociale e solidarietà tra gli uomini.
Dunque, Wells fu pacifista e socialista in quanto scrittore di fantascienza e romanziere della storia futura proprio in quanto socialista e pacifista. Lettore in gioventù dei Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift , dell’Utopia di Tommaso Moro e delle teorie di Robert Owen, ancora studente era un assiduo frequentatore dei circoli della Fabian Society, ovvero quel movimento politico - culturale di orientamento socialista che era stato fondato nel 1883 da E. Pease; e dove si potevano ascoltare e incontrare economisti come Sidney e Beatrice Webb, il drammaturgo George Bernard Shaw, il poeta e pittore preraffaellita, William Morris, tra i primi a porre il problema del rapporto tra arte e industria. A sua volta autore di un romanzo utopistico, Notizie da nessun luogo, Morris criticava la prima grande globalizzazione nel segno dell’Impero britannico, il mercato mondiale e ipotizzava una Nuova Era postindustriale nei modi di un’Utopia sostanziata di lavoro onesto, buoni propositi e libero amore.
Insofferente nei confronti della monarchia, della chiesa e della morale corrente, socialista premarxista, ma non per questo meno appassionato e convinto della necessità di un profondo e radicale mutamento sociale, Wells si iscrisse alla Fabian Society nel 1903, ma, ben presto con l’ardore che sempre caratterizza i neofiti, assunse da subito un atteggiamento critico e polemico nei confronti dei vertici dell’organizzazione. Il romanziere, infatti, avrebbe voluto che i fabiani si dessero una struttura più solida, promuovendo vita a un’ampia campagna di reclutamento e aprendo sezioni in tutto il Paese: per Wells, uno scienziato prestato alla letteratura e alla politica, la Fabian Society avrebbe dovuto farsi promotrice di un socialismo di tipo nuovo, fondato sull’assimilazione delle scienze moderne e della loro applicazione alla soluzione dei problemi sociali.
Nel 1905 appare Una moderna utopia, pagine in cui Wells suppone la creazione di un ordine tra il guerresco e il religioso, i cui componenti, a metà strada tra i samurai giapponesi e sacerdoti zelantissimi, erano dediti al compito esclusivo di riorganizzare il consorzio umano e a vigilare sui suoi destini: per alcuni anni Wells tentò di ristrutturare la Fabian Society in questo senso. Le sue idee, in fondo, non erano dissimili a quelle di George Bernard Shaw e dei coniugi Webb, ma, come dichiarerà più tardi, lo scrittore si sentiva oppresso dall’idea fabiana di “socialismo amministrativo”: ovvero evitare ogni mutamento politico e, come causticamente affermava il romanziere, accostarsi furtivamente al socialismo. Contro questa prospettiva di un “socialismo che ha dimenticato cos’è il socialismo” mosse l’iniziativa di Wells contro la “vecchia cricca fabiana”, come lui la definiva, che, a suo parere, andava sostituita con nuovi dirigenti più aggressivi, più determinati. Di qui violenti contrasti, anche personali, con i “padri fondatori” della Fabian Society che favorirono il progressivo allontanamento di Wells da quella organizzazione, anche se per lui il socialismo rimase sempre il sistema sociale più giusto e razionale, la più moderna forma di umanesimo, la sola veramente conforme alle migliori qualità dell’uomo.

Wells e la pace

Altrettanto complesso e contraddittorio il rapporto dello scrittore inglese con la grande questione della pace e/o della guerra che si pose drammaticamente all’opinione pubblica europea nella terribile estate di Sarajevo. La guerra che metterà fine alla guerra, 1914, è il titolo del saggio wellsiano che verrà adottato come formula riassuntiva delle posizioni dell’interventismo democratico europeo, conferendo al conflitto un carattere antimilitarista ed emancipatorio. Ma Wells era troppo esperto della vita e delle cose per non rendersi conto che anche quella guerra, pur se combattuta con intenzioni di libertà, finiva per incoraggiare i peggiori istinti dell’uomo; ed era artista troppo sensibile per non cogliere le voci degli uomini che si levavano da entrambe gli schieramenti auspicando la cessazione di quello spaventoso massacro.
Così, nel 1915, dichiarandosi pacifista e insofferente nei confronti del militarismo, rifiutò di visitare il fronte di guerra europeo. Cosa che fece invece l’anno successivo, ricavandone un libro di impressioni e ricordi, Italia, Francia, Inghilterra durante la guerra, pubblicato nel 1917. Ma la fase del ripensamento intorno alle ragioni del conflitto è ormai avviata: nel 1916 appare Il signor Britling ci va a fondo, “il libro migliore, più coraggioso, veritiero e umano, scritto in Europa durante questa maledetta guerra” (M. Gorkij). La storia di un piccolo borghese inglese di mezza età che non lesina discorsi intrisi di patriottismo, scrive in favore delle guerra, si impegna sul ‘fronte interno’, convinto fino in fondo degli ideali che avevano portato centinaia di migliaia di giovani inglesi nel fango delle trincee di mezza Europa… Tutto questo sino a quando Hugh, il figlio del signor Britling, è richiamato, parte per il fronte e muore. Il lutto del protagonista si va così ad aggiungere a quello sempre più largo di un intero popolo, di tutti i popoli europei. Allora, le parole della propaganda si trasformano in vite umane, carne e sangue: un rilevante esempio di letteratura antimilitarista, “un libro forte, pieno di verità, commovente. Non solo il miglior libro di Wells, ma anche il miglior libro sulla guerra in generale” lo definì a caldo il “Chicago Tribune”.

Wells e la rivoluzione bolscevica

Quando nel 1917 scoppiò la rivoluzione russa, Wells l’accolse come un minaccioso brontolio di avvertimento alla classe dirigente inglese, incapace di avviare una seria politica di riforme sociali. “E’ necessario trasformare il nostro mondo prima che qualcuno possa distruggerlo”, questa la convinzione dello scrittore inglese, che, con grande onestà intellettuale, scelse di conoscere e confrontarsi col formidabile avvenimento della prima rivoluzione proletaria realizzata. Così, nel 1920 visitò l’URSS, ricavandone come al solito un saggio La Russia nelle tenebre, la cui morale era che solo il potere sovietico, prodotto da concrete ragioni storiche, poteva restituire la Russia alla civiltà. Wells non è certo un sostenitore dell’URSS, ma nelle sue pagine si ritrovano affermazioni come queste: “Quali sciocchezze non si dicono sui comunisti in Inghilterra ! Eppure sono persone uguali a noi e io, per natura ed esperienza personale, sono portato a provare nei loro confronti la più affettuosa simpatia”. Lo sguardo del romanziere inglese è sufficientemente lucido per comprendere che se gli uomini si incontrano col comunismo è perché “soffrono le ingiustizie sociali, l’ottusa insensibilità e la smisurata insolenza del nostro sistema, comprendono di essere umiliati e sacrificati e quindi cercano di abbatterlo e di liberarsi dalle sue morse. Non serve alcuna propaganda sovvertitrice per farli insorgere. Sono gli stessi vizi del sistema sociale, che li priva dell’istruzione e li rende schiavi, a generare il movimento comunista dappertutto dove sorgono fabbriche e officine”.

Poi gli anni della vecchiaia segnati dalla sempre più marcata convinzione che solo uno Stato mondiale, capace di prescindere dai confini nazionali sarebbe stato capace di unificare l’umanità contro le sfide della Natura. Visioni che sanno quasi di profezia e immaginazioni apocalittiche si alternano negli ultimi scritti di questo “libero cittadino del mondo nuovo”, che si spegne nel 1946 alla vigilia del suo ottantesimo compleanno.

21 settembre 2009

"Pianura" poesia di Letizia Pantani


di Gianni Quilici


Da due anni Letizia Pantani ci ha lasciato.
Difficilmente chi l'ha conosciuto potrà dimenticare il suo volto, combattivo e insieme ferito.
Su Arcipelago ha scritto un anno fa, in occasione dell'uscita del libro “Sei tamburo che rulla”, una penetrante recensione Igor Vazzaz
Vorrei ritornarci però “toccando” una sola poesia, perché il libro di Letizia è denso e complesso e, alle poesie soprattutto, si può finire per non dare lo spessore e l'attenzione, che esse meritano.
Scelgo “pianura”, dalla raccolta At/tese e (vi) suggerisco di leggerla a voce alta, verso per verso, lentamente, perché è una poesia in cui la voce prende suono, forza.





At/tese.14

Avevo ereditato un corpo sconfinato
in cui non esisteva barriera
ed i ponti si rincorrevano
e le finestre si affacciavano
su mari senza limite
invasione di corpi e di voci
immaginari colmi temuti
odori potenti che penetrano
untuosità che avvolgono
legami che stringono
in un'alba continua di segni
pianura

E' infatti senza segni di punteggiatura, una successione travolgente di immagini, di movimenti, di spazi, di contatti, di desideri.

Se fossi insegnante in una scuola, e dovessi con gli alunni interpretarla, chiederei: “In quanti parti la dividereste questa poesia?”.
Avrei già una mia risposta: (io) la dividerei in tre sequenze, che nel profondo corrispondono ad un solo unico soggetto.
Questo è un io-corpo sconfinato ed ereditato.
Due parole che si presterebbero ad una di quelle conversazioni che partendo dall'ovvio finiscono per allargarsi oltre l'io, oltre la poesia stessa.
“Sconfinato” senza confini, è, infatti, un aggettivo denso nel suo dirsi-sentirsi, oltre che nel suo senso; ed “ereditato”? Per “ereditato” porrei una domanda la cui risposta non può che dilatarsi oltre misura. Può essere ereditato da padre-madre-famiglia, dall'ambiente, ma anche dai sotterranei della Storia e, perché no?, dalla Specie. Già ci si inoltrerebbe, oltre il quotidiano, in spazi ed in tempi grandiosi.

Però questo io-corpo attraversa, nella “pianura” tre successioni di momenti.
Il primo (momento): è uno spazio in un movimento senza limiti prefissati (ed i ponti si rincorrevano/ e la finestre si affacciavano/ su mari senza limite...”).
Il secondo: è il rapporto-contatto che diventa osmosi (penetrano, avvolgono, stringono), anche contrastato (“untuosità”) o ambiguo (“legami che stringono”).
Il terzo, infine: tutta quanta questa successione travolgente di sguardi e di sentimenti in un continuo ri-sorgere (“in un'alba continua di segni”).

Però la poesia è linguaggio ed allora:
la forza di alcune parole prese singolarmente e soprattutto nel loro contesto: da “sconfinato” a “untuosità”, dalla scansione di “che penetrano” “che avvolgono”“che stringono”;
la forza di una musicalità che cresce verso per verso attraverso la successione martellante di visioni che si accumulano;
la forza di un senso o, se volete, di un messaggio che aspira a non avere limiti, che si dibatte tra finito-infinito desiderando una simbiosi non individualistica, collettiva.

E' una poesia, quindi, che si presta alla declamazione passionale, che si allarga nello spazio, corre nel tempo, abbraccia nella continua mutazione del tutto.

da ARCIPELAGO, bimestrale dell'Arcidi Lucca.

"Minima immoralia" diarietto di Emilio Michelotti




4 marzo 2009
Oggi mi hanno regalato questo quadernino in carta di riso e, proprio oggi, alla lezione a S.Micheletto, ho scoperto dell’erotismo nei tagli di Fontana. Potrebbe essere che l’emozione derivi dal gesto stesso che percorre la lama sulla tela (gesto che potrebbe smuovere una pulsione molto profonda, legata a un mai evidenziato sadismo?) O sono le curve che, sfumando dal bianco al nero, prospettano un mistero quasi “carnale”, un sottopelle di umori e desideri inappagati, sottaciuti, sotto una veste candida e irreprensibile? Coincidenze fortuite?

5 marzo
Riguardo con più attenzione “I cavatori” di Enzo Cei; credo di scoprirvi altri segni. Lo sforzo umano di dominio sulla “natura” è, nella sua grandiosità, ridicolo, per l’aspetto del potere. Uno sguardo attento può però cogliere le armonie che si celano nei rapporti fra uomo e cose e fra le persone. Estetica che è lezione etica. Prospettive eliocentriche, cosmocentriche. Non è inutile né vano il lavoro: unisce, re-lige, dà senso.

7 marzo
Dal convegno su Darwin (radio): contingenza (Gould) contro convergenza evolutiva. E’ proprio vero che, arrotolando il film della vita e facendolo scorrere di nuovo, l’uomo non ci sarebbe? O, invece, la vita si può sviluppare in infinite forme, però il risultato finisce per convergere in un punto unico? (esempio: l’occhio umano e l’occhio della seppia sono simili, ma la loro evoluzione è ben diversa).

14 marzo
“I migliori anni” sono sempre quelli creduti tali con la memoria. Ebbene, no! Questi, lo sono, questi che vivo ora (sembra blasfemo, con tutto quel che è successo). Ci vuole di essere molto vecchi, per capirlo.

Ancora sul darwinismo: la convergenza evolutiva è forse una trappola, un escamotage per restare aggrappati all’ultimo mito. Eppure il “determinismo necessitante” esercita su me un fascino immenso, come il comunismo (miti, appunto?)

16 marzo
Strano mondo, quello della scienza. Pieno di ideologismi, dogmi, metafisica. A una proposizione come “la materia potrebbe essere dotata di slancio vitale” il biologo reagisce così: “è finalismo”, come se un tassello di ragionamento, estrapolato dall’insieme, potesse contenere, per deduzioni a catena, tutta una weltanshaung. La più aggiornata cosmologia, invece, non trova metafisiche “teorie” come “le stringhe”, “le membrane”, gli “universi paralleli”, né la domanda “che c’era prima del big-bang?” (interrogazione forse priva di senso, se non ha una risposta). Accettare tutte le “ipotesi”, senza costruire loro intorno castelli ideologici, non sarebbe il metodo migliore?

29 marzo
Grande concerto, commozione al pezzo di Cesar Frank. Ho sentito che, se potessi ricreare un brano così, non reggerei all’emozione. Ho pensato che la violinista(1), per questa ragione, fosse così concentrata sui tecnicismi: ecco perché, mi son detto, non piange né urla. “Se vuoi vedere, chiudi gli occhi” (Joyce, Ulisse, III). Ad occhi chiusi non c’è più un’anziana signora col violino: c’è armonia, colore, immagine, suono, un mondo nuovo) - (1) la violinista era Chistiane Edinger

4 aprile
E’ tardi, è tardi, è tardi. Non ricordo per che cosa, ma è tardi. Poco fa ho incontrato persone che non vedevo da tanti anni, vecchi amici e compagni. Forse mi sono troppo trattenuto. Sono in auto, prendo il cellulare ma mi accorgo che non è il mio: penso sia quello di G. E’ un aggeggio strano, grande il triplo del normale e con modalità di funzionamento a me ignote, raggruppate per “funzioni”. Una di queste porta la scritta “meditazioni e preghiere”. Guardo l’orologio, sono le sette passate, ormai è inutile correre, da almeno un’ora è tutto cominciato. Mi prenderò un giorno di svago, dico fra me, ma mi sento un po’ colpevole. C’è molta gente in giro. Ho lasciato evidentemente la macchina, perché sto camminando. Sole, allegria. Mi accorgo che molte donne hanno una foggia strana; penso: sarà la moda del momento. Hanno il volto coperto da grandi cappelli calati fin sulle labbra. Indossano una blusa corta e un gonnellino che è “mini” verso l’alto: in pratica lascia scoperto il pube. Una di loro mi si avvicina e quando mi passa accanto si scosta con diligenza verso il basso la gonna per mostrarmi il sesso. La tocco. Intorno c’è aria di festa, gioia, sento gli sguardi addosso ma non m’imbarazzano, perché non ne traspare né disapprovazione né complicità. Si sorride, si scherza, ci si saluta cordialmente. Mi sveglio, eccitatissimo.

6 aprile
Luogo lugubre, il parco di Monte Sole, a Marzabotto. Non un fiore, alberi scheletriti. Un fango mentale si appiccica dappertutto, colla, materiale organico decomposto. Migliaia i morti, vittime delle stragi. Quanti fra i carnefici?

12 aprile. Pasqua
Enzo Bianchi alla radio (Uomini e profeti): Gesù è morto senza Dio, in solidarietà con gli atei; Gesù è morto ateo. Dio è accanto a noi come assente, nascosto, in silenzio.

17 aprile
sms: “elettricità nell’aria, voglia di cortocircuito”

Devo indagare sul perché di questa felicità euforica: c’è un nesso col benessere fisico, ma non può essere tutto lì

21 aprile
In margine a “Disputa su Dio” di Augias- Mancuso. Di solito si stabilisce un legame fra materia autocreatrice e progressismo, finalismo. E’ inevitabile, lecito? Mancuso spiega la presenza dell’essere, dell’armonia e del bene (e della libertà di compiere il male) con l’esistenza – a me pare di stampo bruniano – di un Principio ordinatore universale impersonale. Le varie forme dell’essere (mi pare di aver capito) non sarebbero che epifanie, emergenze, singolarità in cui il Principio (che è al tempo stesso origine e fine) si presenta. Egli definisce tale teoria emergentismo, ossia sintesi, visione d’insieme, convinzione che la somma delle singole particolarità sia inferiore al tutto. L’emergentismo si oppone al riduzionismo e, coerentemente, contiene un surplus di valenza
Se eliminiamo la spinta iniziale cosciente, tutto non sta in piedi lo stesso, anzi meglio? Basterebbe un aggiustamento “tecnico”: via teleologia e teodicee varie, dentro Parmenide fuori Eraclito, e ancora Hegel (dal basso verso l’alto, tutto dentro la Storia), ma condito con un vago panteismo spinoziano e la materia, non più l’idea, come madre di tutto (mater=materia), spirito compreso.

24 aprile
Citazione: “Ci sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l’opposto è a sua volta una profonda verità” (Niels Bohr)

Citazione: “La libertà di cui godiamo è una singolare condizione della nostra esistenza, che ci fa emergere, e come distanziarci, dal mondo. Al cessare della libertà, nel momento della morte, il mondo tornerà a prendere completamente possesso di noi, e noi saremo solo mondo (Vito Mancuso)

25 aprile
Bela Bartok attrae e turba. Lo sgomento è il sentimento che prevale. Lego questa musica ai personaggi di Roth o Musil, coscienti della loro inadeguatezza o superfluità. Armonie di un silenzio di fondo nichilista, aperte a potenzialità ambivalenti, weimariane, inquietanti.


VERSO SERA (sciogli-erre)

D’argento trottole
sui rami rosa,
spinte da borea
che mai riposa.

Nel Serchio rantola
mercurio nero
danzando rotola
il mondo intero


27 aprile
Domenico Maselli a “Uomini e Profeti/radio tre” di Gabriella Caramore, stabilisce delle ardite identità, per un credente: fede=libertà, religioni=assolutismo. Secondo me, l’esercizio delle libertà non può condurre che a ritenere i propri principi come credenze, mai come verità universali. Con Levinas: la mia libertà non finisce dove comincia la tua, come ritengono i liberali, comincia dove comincia la tua. La tua libertà di credere vero l’opposto della mia verità è il vero esercizio della mia libertà.

Si può eliminare ogni teodicea? Forse si deve, per consentire di pensare (giustificare) l’esistenza del male. Hans Jonas suggerì di ritenere una balla l’onnipotenza di Dio. Mi permetto di concordare con chi crede a una coscienza del bene e del male evoluta “spontaneamente”e di aggiungere che tale coscienza sia stata – e sia – la vera forza degli umani, il coagulo della loro socialità. Può darsi che un surplus di “neuroni specchio” ci abbia avvantaggiato sugli ominidi concorrenti. Se così fosse non sarebbe il branco a salvare dall’estinzione, ma compassione e compartecipazione.

30 aprile
“Questo ventaccio dà fastidio”. Una bestemmia. Non sarò io a dar fastidio al vento, con questa enorme casa che lo devia e lo trattiene? Su questo cambio di paradigma – indispensabile – nessuna parola di Paolo Rossi alla conferenza di ieri al Gabinetto Viesseux. Giustificare il consumismo sulla base dei progressi materiali ottenuti, irridere al “catastrofismo”, mi è parsa una prosecuzione acritica di quel soggettivismo (razionalista) dal quale Rossi stesso talvolta prende le distanze. A me non basta il buon senso! (Echi majakoskiani: sputavamo furibondi sul loro buonsenso).

6 maggio
Chi pensa davvero che siamo noi a dar fastidio al vento, è ancora troppo heideggeriano. Mi sto accorgendo che spesso non sono d’accordo con la maggior parte dei miei amici
a)- Non sono convinto che il pensiero logico “debba” tendere all’etica, almeno come apertura a corrette scelte personali ; b)- credo vi siano altri metodi che, più dello storicismo, sono in grado di superare l’illusione delle acquisizioni progressive e dello sviluppo senza limite; c)- penso che tutti i temi, compresi quelli etici, della posizione dell’uomo nel mondo e nei confronti del sacro, della tecnica come scambio fra essere ed ente, siano da sempre presenti, in forme diverse, nel pensiero umano; d)- andrei adagio ad elogiare ordine, simmetria e armonie cosmiche. Potremmo essere noi a immettere nelle cose geometrizzazione e matematizzazione, e poi esaltarci ravvisandocele; e)- non riesco a considerare “ordine” il baroccume affastellato di tipo dannunziano, che porta il segno, piuttosto, della reazione antifuturista e di un’ agarofobia mortifera.

Secondo me anche i filosofi sono narratori, producono letteratura con un diverso linguaggio - al pari degli storici, dei matematici, dei fisici, eccetera – ognuno col suo frammento di verità (sempre fondamentalmente autoreferente). La prova: tutto è confutabile, e l’aporia è nascosta dietro ogni parola. Ed è perciò che ogni filosofia segna, in qualche modo, da sempre, un nuovo inizio.

7 maggio
Passare il tempo”? Si connette al “si dice, si fa”! Espressione odiosa: ognuno ha il compito di fare della propria vita il suo capolavoro (anche quando si rinunci all’idea dell’obbligo di cambiare il mondo…)

Citazione cubo-futurista: “L’italiano è la più dadaista delle lingue romanze: infantile, labiale, fuori dai denti.. b, bacio, babbo, come dotati di proboscidi. Suoni danteschi quasi da balbuzienti” (Osip Mandel-Stam, Conversazione su Dante)