di Davide Pugnana
Ma cosa mai riflette nella corte,
con le sue mille lastre la finestra
della chiesa, ove luce, riverbero e silenzio
si mischiano, si bevono, s’appannano, s’esaltano
in colori fantastici, come fa un vecchio vino.
(R. M. Rilke, Béguinage, II )
La raccolta di saggi letterari
è certamente un “genere” più popolare e fortunato rispetto alla monografia. È
un’affermazione della critica sociologica? No. Lo dicono la bilancia delle
vendite e gli scaffali delle librerie. Se chiediamo ad un bibliotecario di
provincia quali siano le preferenze degli utenti in fatto di saggistica
probabilmente ci aprirebbe il registro puntando l’indice sul lungo elenco dei
saggi misti: le miscellanee comprese tra le duecento e le trecento pagine, punteggiate
di articoli, saggi brevi, recensioni, ricordi d’infanzia, note autobiografiche.
Mentre di fronte al romanzo promettiamo a noi stessi di leggerlo per intero,
non fosse altro che per discuterne il giovedì sera al club dei lettori, un
saggio monografico di rado alimenta una fede altrettanto fervida e ostinata.
Perfino nel caso in cui dovessimo trascegliere un’opera nell’elenco di una
bibliografia universitaria, che, per esempio, accolga le Operette morali e
lo Zibaldone, d’acchito punteremo al secondo, pregustando l’avventura di
un viaggio per l’alto mare aperto del pensiero, all’insegna della varietà e
della sorpresa. Le ragioni di questa inclinazione del gusto a favore delle “miscellanee”
risiede (ma è un’ipotesi!) nel desiderio latente del lettore di esorcizzare l’angoscia
della banalità, cercando (e talora trovando) lungo strada un complice di genio:
uno scrittore o uno studioso che affronti, nel suo “diario di lettura”, un
comune manipolo di testi e di amori letterari che figurano nella nostra libreria.
Così, sapere che Claudio Magris ha letto Elias Canetti e Hoffmansthal; che
Pietro Citati tiene a portata di mano le Confessioni di Sant’Agostino e
le lettere di Abelardo ed Eloisa; che Pasolini ha disegnato l’affresco della
poesia dialettale del Novecento o che Primo Levi ha letto più di una volta Tartarin
de Tarascon e a sua volta ci ha dato un meraviglioso resoconto delle sue “giornate
di lettura” ne La ricerca delle radici, dà al lettore il sapore di una
conferma; una sorta di beneplacito apposto come un sigillo scarlatto sulla
giustezza e profondità delle sue scelte. Si potrà muovere l’obiezione che gli
autori sopracitati siano tutti “classici” e che la loro presenza nel canone di
formazione e di gusto di qualsiasi studioso sia oltre che scontata, necessaria.
Sta bene. Ma non dimentichiamo che sul loro arcipelago i lettori hanno bisogno
di sentirsi un po’ meno soli e confusi. Hanno bisogno di tendere un occhio alla
luce intermittente del faro. L’esempio, forse, più celebre è la raccolta
stilata da Italo Calvino sui “classici” che andrebbero letti e riletti per
tutta la vita: l’Odissea, l’Anabasi, le Metamorfosi, la Storia
naturale di Plinio, l’Orlando furioso, Candido, la Certosa
di Parma; e poi Dickens, Tolstoj, Twain, Henry James, Pasternak, Gadda, Borges,
Queneau, Pavese, Fenoglio, passando per Cyrano, Galileo e Girolamo
Cardano.
Se diamo retta a questa
ipotesi, credo che nessuna raccolta italiana di saggi come quella di Giorgio
Bassani rafforzi il nostro desiderio di appartenenza alla “Repubblica delle
Lettere”. Di là dal cuore - la cui materia è mutuata e arricchita da
aggiunte dal precedente Le parole preparate e altri scritti di letteratura -
è il più intimo e palpitante
documento autobiografico di Bassani: la sua storia interiore affidata all’esperienza,
ai suoi amori, umani e letterari; a quei narratori e poeti che hanno
punteggiato la sua adolescenza; a storici dell’arte e registi cinematografici;
a libri preziosi come totem; a temi storici e ricordi di un vissuto che,
travalicando il particolare fatto personale, si svelano come ‘eventi’ buoni per
tutti. Bassani trasforma così la sua raccolta di saggi sull’arte e sulla
letteratura in un “giardino”: un “giardino” accessibile e luminoso, come quello
dei Finzi-Contini, nei cui confini minacciati dalla violenza della Storia le
grida, i giochi e la giovinezza dei protagonisti scorrono fluidi e smaglianti
sotto il cielo levigato di Ferrara.
Bassani dispone la sua materia
come se dovesse versare le liriche di tutta una vita nel cavo finemente
lavorato di un “canzoniere”, preferendo cioè allo spirito geometrico della
cronologia i nuclei tematici portanti e le stazioni di senso; illuminando le “affinità
di contenuto” tra argomenti, anche distanti nel tempo e nel genere, e
restituendoci il tic-tac del metronomo di un gusto accordato ed educato alla
luce di maestri e autori prediletti. In questo zibaldone di duecentocinquanta
pagine troviamo saggi e articoli letterari di carattere generale; acutissime
analisi di opere della contemporaneità frammiste a pagine di sapore
documentario e occasionale, come le due interviste apparse su “Nuovi Argomenti”
e sull’ “Europa letteraria”, fino a toccare questioni sottili come il rapporto
tra cinema e letteratura.
Oltrepassata la soglia del
cancello, sul viale principale di questo “giardino” umanistico troviamo ad
aspettarci il Romanticismo milanese di Alessandro Manzoni e Carlo Porta, ed è
subito tutto un brio narrativo ad investirci grazie alla lieve e fragrante
prosa bassaniana: “Mi sembra, ad ogni modo, abbastanza sintomatico, che quando
venne in Italia, e cominciò nella solitudine della Roma papalina a scrivere Le
anime morte, Gogol mostrasse interesse non già per il Manzoni, ma per un
poeta dialettale come il Belli. Cicikov, al suono di una parola dialettale
lanciatagli nella scia della troika di un malizioso contadino, si
rovescia indietro, contro la spalliera della vettura, a ridere di cuore.
Leggendo o ascoltando recitare i sonetti del Belli, Gogol, lo sappiamo, rideva
fino alle lacrime. Avrebbe potuto ridere con altrettanto gusto delle paure di
don Abbondio e dei pareri di Perpetua? Il nome di Manzoni, per una di quelle
segrete corrispondenze che solcano la mente dei lettori di razza, lo ritroviamo
nel saggio su Addio alle armi, al fianco di Hemingway: “La Milano del
tenente Henry non è la città della peste, no. Tuttavia, sebbene sia piena di
ospedali dove i soldati reduci dal fronte riacquistavano l’uso delle
articolazioni offese e il gusto della vita, ha ben poco in comune con la città
della speranza che accoglie e redime i profughi di Olate: Renzo Tramaglino,
Lucia Mondella, e il frate Cristoforo. Ciò che Milano fu per Renzo, è stata,
per il tenente Henry, Gorizia, la città testimone dell’amore e della guerra: la
città della grande avventura sentimentale, insomma, della quale, a Milano, urge
ormai sbarazzarsi.[…] Un amico di adolescenza soleva spesso mettermi in guardia
contro gli accostamenti suggestivi, non autorizzati dalla prospettiva storica.
Hemingway e Manzoni: il paragone, lo so bene, non regge che su un piano di
paradosso. Ciò nondimeno, pensiamo un istante al significato che ebbe una città
come Milano per i nostri più grandi romantici (Porta, Manzoni); a quel che
suggeriva l’odore cavallino delle sue strade a uno scrittore, e a un uomo, come
Stendhal; ed ecco, forse non sembrerà più così arbitrario immaginare che
qualcosa di più urgente e più necessario del puro caso abbia condotto attorno
ai bastioni di questa città straordinarie fantasie poetiche fra loro tanto
diverse.” (I bastioni di Milano)
Ancora ai Promessi sposi Bassani
dedica uno scritto del 1956, che osserva il romanzo da un’angolazione non
letteraria ma di equivalenza visiva. Per una nuova edizione cinematografica
dei Promessi sposi ci porta nel cuore di una disputa che si rinfocola ogni
volta che sui grandi schermi del cinema o su quelli più piccoli della
televisione un regista decide di dare corpo “visivo” ad un romanzo. Quanto è
legittimo trasporre un’opera che vive di parole in un medium costruito sull’immagine?
Che cosa si acquista e che cosa si perde nel passaggio dalla pagina allo
schermo? Come ridurre una materia larga come quella manzoniana in una
narrazione filmica di due ore? Come rendere le ombre interiori dell’Innominato
o le scene corali del tentato rapimento di Lucia col chiaro di luna e le
campane? Come la polifonia della sommossa milanese e l’assalto al forno delle
Grucce? Come il cupio dissolvi che sembra incombere sulla processione
indetta per stornare dalla città il flagello della peste? Bassani sa bene che
il salto dalla pagina allo schermo non è indolore. C’è nel mezzo quel processo
di riduzione che abbrevia e frantuma una partitura ampia e sofisticata come la
pagina manzoniana, rovesciandola in “sceneggiatura”; c’è la consistenza fisica
e il carattere del personaggio: don Abbondio e Renzo acquistano un volto
tangibile che, visto anche solo una volta, annullerà per sempre quegli
apporti della fantasia capaci di rendere magico e inesauribile il realismo del
romanzo, realismo in fieri, realismo rinnovabile ad ogni età e stagione.
“Ciò premesso, - scrive Bassani - com’è mai che il film, nonostante la
sceneggiatura più che discreta, l’esatta scelta degli attori, la regia attenta
e sensibile, l’evidente impegno della produzione, risulti, alla fine, tirare
tutte le somme, così lontano dal soddisfarci? […] Difatti, è vero, I personaggi
dei Promessi sposi non sono, a rigore, dei personaggi. A differenza di
un Balzac, di un Tolstoj, di un Flaubert, di un Maupassant, di un Dostoevskij,
- a differenza, cioè, di quello che per solito fanno i cosiddetti romanzieri di
razza -, il Manzoni non si oggettiva mai totalmente nelle sue creature. Sopra
di esse, per dirla con lo Scalvini, non si apre la gran curva azzurra del
libero cielo; grava un’ombra, bensì, l’ombra d’una cupola. O quella di un’altra
creatura, aggiungiamo noi, dalle spalle di gigante. E questa creatura di
proporzioni michelangiolesche non è che il Manzoni stesso, il quale, incombente
e nascosto come un burattinaio, manovra da maestro i fili a cui sono appesi i
suoi burattini.”
Bassani riserva uno degli
angoli più spaziosi del suo “giardino” ai ritratti degli scrittori suoi
contemporanei e dei loro romanzi. Di esemplare nitore sono i profili di Carlo
Levi, di Comisso, di Soldati, Mario Tobino. Percorrere queste pagine di Bassani,
con i loro giudizi ben sagomati e i loro aneddoti, equivale a contemplare una
medaglia la cui effige, appena rilevata sul fondo con poverissima materia,
riesce a restituirci la potenza di carattere del personaggio. Affondando l’occhio
nei lineamenti di Carlo Levi cogliamo il tratto nostalgico di chi insegue un
incanto, “quel rimpianto, quel rimorso di epoche magnifiche, di secoli interi e
robusti, di uomini dotati di qualità fisiche e morali d’eccezione”. (Levi e
la crisi) Sotto l’aria di spavalderia di Soldati, Bassani scava per
mostrarci la prima educazione del fanciullo nel collegio torinese dei Gesuiti: “Ciò
che è rimasto, insieme col gusto delle buone lettere, sarà se mai il ricordo
del primo brivido, della prima gioia che il ragazzo provò, allora, a sottrarsi
di nascosto all’assillante vigilanza del direttore spirituale, e che prelusero
a quell’altro brivido e a quell’altro gioia, più grandi e più liberi, seguiti,
anni dopo, alla decisione di rinunciare alla sottana sacerdotale.” (Soldati,
o dell’essere altrove)
Che Mario Tobino sia stato medico psichiatra è un
dato biografico che non significa nulla se preso di per sé; ma affermare che il
medico fosse un’identità professionale fittizia e di comodo, sorta di
controfigura utilizzata da Tobino per far respirare e vivere operoso lo
scrittore, suona più che un paradosso una realtà testata dalle opere. Qualcosa
di questa dualità permanente ci racconta Bassani introducendo il romanzo
giovanile Il figlio del farmacista: “Abolito ogni distacco critico, lo
scrittore si era dato a saccheggiare la propria esistenza con una sorta di
furia, insieme sensuale e moralistica: come se quello stesso delirio, da artist
as a young man, di cui, certo, geniale adolescente, era stato protagonista,
adesso egli intendesse nuovamente viverlo, con pari abbandono, con pari impeto,
nell’atto medesimo di assumerlo a materia d’arte. Non già romanziere, dunque,
ma creatura ancora ben viva, tuttora gemente e dolorante, Tobino non si
rassegnava che i suoi ricordi restassero memoria, vagheggiamento elegiaco di un
possesso perduto nel tempo, idoleggiata fantasticheria condotta sul filo del
rimpianto, mentre, nel frattempo, a chi li esibiva, fosse dato svolgere con
bella calma, con cauta finezza, la sua trama letteraria. Tutto, al contrario, doveva
tornare a vivere.” (Prose e poesie di Mario Tobino).
Artemisia
non fu un romanzo buono per un paio di generazioni e poi scomparso; né ebbe
bisogno dei restauri ideologici del femminismo che vide nella pittrice
secentesca Artemisia Gentileschi una tra le prime a sostenere “colle parole e
colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito tra i due
sessi”. Bassani capì subito la sua statura di capolavoro; si impegnò a
ripulirlo dalle scorie ideologiche e a ricondurlo alle reali intenzioni della
scrittrice. Artemisia è, prima di tutto, un frutto perfettamente formato
del grande albero del romanzo storico italiano, quello stesso sul cui tronco,
ancora nel Novecento, cresceranno le opere di Maria Bellonci e Marguerite
Yourcenar. “Allo stato attuale, il libro è questo, e più. Infatti, oltre ad
essere una narrazione compiuta della vita di Artemisia Gentileschi, dall’infanzia
fino alle soglie della vecchiezza; oltre a restituire un’immagine vivacissima
dell’Europa secentesca: è anche, per molti riguardi, un autoritratto della
scrittrice, la quale ha voluto intrecciare al racconto della vita lontana ‘virtuosa
di pittura’ alcuni elementi non secondari della propria vicenda di donna as
an artist.”
Così per il Gattopardo di Lampedusa, di cui Bassani fu
lo scopritore dopo la stroncatura di Elio Vittorini. Nella prefazione al
romanzo Bassani delinea un ritratto indimenticabile del suo incontro con
Giuseppe Tomasi: “Era un signore alto, corpulento, taciturno: pallido, in
volto, del pallore grigiastro dei meridionali di pelle scura. Dal pastrano
accuratamente abbottonato, dalla tesa del cappello calato sugli occhi, dalla
mazza nodosa a cui, camminando, si appoggiava pesantemente, uno lo avrebbe
preso a prima vista, che so?, per un generale a riposo o qualcosa di simile.[…]
Quando gli fui presentato, si limitò a inchinarsi brevemente senza dire una
parola.” (Prefazione al Gattopardo)
Ma il ritratto più intenso
della raccolta è quello dedicato al suo maestro degli anni universitari, a
Bologna, lo storico dell’arte Roberto Longhi, di cui Bassani riporta la celebre
battuta: “Critici si nasce; poeti si diventa”. Ed è proprio nell’orbita di
Longhi che prende vita e si forma quella vivace e felice officina bolognese
nella cui fila si raccolsero allievi del calibro di Francesco Arcangeli,
Alberto Graziani, Attilio Bertolucci, lo stesso Pier Paolo Pasolini. Come
appariva Longhi? “Difficile immaginare un tipo più diverso dagli altri
professori, anche fisicamente. Alto, simpatico, elegantissimo, con un viso dai
tratti molto asimmetrici, di una espressività eccezionale: più che a un
professore, a uno studioso, Longhi faceva pensare a un pittore, a un attore, a
un ‘virtuoso’ d’alta razza e d’alta scuola, insomma a un artista. Non c’era
nulla in lui dell’enfasi curialesca della tradizione carducciana imperante all’università
di Bologna, di quell’unzione accademica che per tutto l’anno precedente mi
aveva riempito di venerazione e di noia, nessuna posa erudita, in lui, nessun
sussiego di casta, nessuna boria didattica e didascalica, nessuna pretesa che
non riguardasse l’intelligenza, la pura volontà di capire a far capire; e per
questo, non per altro, ci si sentiva a un certo punto osservati dai suoi occhi
nerissimi che lustravano, piccoli e malinconici come per febbre, dietro il
taglio spiovente del pince-nez e delle grandi palpebre brune (occhi da
spadaccino italiano del Seicento, mi sorpresi un giorno a pensare
bizzarramente). E se quello stesso sguardo che aveva frugato sardonico e
affettuoso in te, ti arrestava, subito dopo, diventando a un tratto freddo,
altero, e ristabilendo per così dire le giuste distanze, anche a questa
operazione immediatamente successiva di distacco ci si acconciava volentieri,
senza soffrire di delusioni di sorta, perché era ancora una volta l‘intelligenza,
l‘oggettiva necessità di comprendere che così volevano.” (Un vero maestro)
E’ con questo doppio sguardo che, anche noi, dal nostro tempo, dobbiamo
continuare a leggere i saggi di Giorgio Bassani. A incantarci nei viottoli del
suo giardino.
Giorgio
Bassani, Di là dal cuore, Mondadori, Milano, 2003, pp. 398, euro 7,80
Giorgio
Bassani, Le parole preparate e altri scritti di letteratura, Einaudi,
Torino, 1966, pp.248