30 settembre 2008

Classica, dal jingle all'ascolto

di Nicola Amalfitano

..Molti insegnanti si augurano vivamente che un giorno la notazione musicale possa venire insegnata nelle scuole elementari insieme con l'alfabeto...
(Douglas Moore prefazione a Come imparare a leggere la musica, Howard Shanet - B.U.R. agosto 1957)
L'augurio sottolinea quanto sia importante il valore di una formazione di base!
In ogni espressione dell'operato umano, sia tecnica che artistica, la valutazione, l'apprezzamento scaturiscono dalla competenza; questa si acquisisce e si affina applicandosi con serietà e passione.
Oggigiorno rumori e suoni giungono alle nostre orecchie in modo caotico, confuso; a volte alcuni frastuoni vengono spacciati per musica.
La musica consta di suoni organizzati, la musica è arte non rumore!
In quanto espressione artistica, la musica deve essere un momento di appagamento per lo spirito; melodie, ritmi devono colpire i nostri sensi, la musica ci può cullare e scuotere, dobbiamo recepire il suo linguaggio, assimilarlo per poter gustare appieno ogni sfumatura sonora che giunge al nostro intelletto.
Un approccio banale alla musica classica spesso lo subiamo inconsapevolmente: pubblicità, programmi radiotelevisivi, colonne sonore attingono a piene mani al repertorio di autori noti e poco noti; molti, poi, si stupiscono quando scoprono che il motivetto che ritornava in mente altro non era se non il tal brano del tal autore...
La musica classica richiede attenzione consapevole per essere apprezzata; un ascolto attento ci riserva molte soprese nel percepire sensazioni, nello scoprire le linee melodiche di un brano, nell'avvertire una certa tensione. Affinando le conoscenze riusciamo a sentire la musica come parte importante della nostra stessa giornata, ecco allora la scelta di un'epoca, di un brano, di un autore.
Documentarsi per avere così una panoramica sugli autori più importanti: linea del tempo per segnare le tappe più importanti della musica; brevi biografie e guide all'aascolto e poi ascoltare ascoltare e ascoltare, con attenzione per cogliere sfumature, cambiamenti di ritmo, le sequenze di scale, i vari giochi del contrappunto, dialoghi fra orchestra strumenti e voci; quanto c'è da scoprire!
Ma non facciamo una "abbuffata" di una miriade di brani! Teniamo la mente e il cuore disponibili all'ascolto, con calma ci concentriamo ed ascoltiamo cercando di seguire il discorso musicale; riascoltiamo qualche passaggio per fissarlo meglio, qui la musica riprodotta è di grande aiuto. Lasciamo che un brano si "depositi" nel nostro animo e dopo qualche giorno lo riascoltiamo; ritorniamoci sopra più volte e sarà sempre una nuova emozione scoprire nuovi particolari; lo stesso faremo per un brano che al primo ascolto ci sembra ostico, difficile.
E ancora, per quanto ci è possibile, cerchiamo di ascoltare musica dal vivo. Nelle sale da concerto, nei teatri, nelle chiese possiamo apprezzare le voci, gli strumenti con la loro timbrica, con le sonorità arricchite o disturbate dalle armoniche, ma sempre un suono vivo palpitante, non freddo e direi "sterilizzato" come quello delle sale di registrazione. E poi la musica si gusta anche con gli occhi; quale emozione seguire il solista, gli orchestrali, il direttore ed alla fine del concerto ringraziarli con un caloroso applauso!

Per approfondimenti http://www.diesisebemolle.netsons.org

26 settembre 2008

"PALOMAR" di ITALO CALVINO

 di Gianni Quilici

Inizio a leggere. Non mi piace ed in più, tra parentesi, mi fa dormire.
Riconosco subito che è scritto benissimo.Anzi che è scritto troppo bene.
Come se Calvino per scriverlo avesse di proposito dovuto osservare, studiare, accumulando un sapere per poi dispensarcelo, ma un po' da studioso, un po' dall'esterno. Ogni capitolo, infatti, è una dispensa di sapere specifico: i formaggi, gli alberi, le onde e così via. Questi capitoli non si saldano, rimangono uniti sopratutto dalla figura di Palomar.

In più mi infastidisce questo signor Palomar (e la signora Palomar) sia come personaggio che nel rapporto che lo scrittore stabilisce con lui. Perché lo sento falso. Un rapporto paternalistico. Come se lo scrittore dicesse a Palomar e Palomar a se stesso:"Poverino!" C'è nel profondo una filosofia. E' una filosofia della vita come contemplazione del microcosmo, ma a differenza di un Peter Handke, stando fermi. Insomma più letteratura che vita.

Italo Calvino. Palomar. Einaudi.

21 settembre 2008

"GLI AUTORI INVISIBILI" di ILIDE CARMIGNANI

Recensione e foto di Gianni Quilici


E' uscito “Gli autori invisibili- Incontri sulla traduzione letteraria” di Ilide Carmignani, in cui l'autrice intervista alcuni tra i migliori traduttori italiani, e anche scrittori e editori, come Claudio Magris, Cesare Cases, Pino Cacucci, Renata Colorni, Serena Vitale, Paolo Nori, Susanna Basso, Delfina Vezzoli eccetera, eccetera.

Due parole su Ilide Carmignani. Nata a Lucca e ivi residente nel paesino di Torre, traduce da molti anni letteratura spagnola e ispanoamericana scrittori come Jorge Luis Borges, Luis Sepúlveda, Luis Cernuda, Carlos Fuentes, Almudena Grandes, Gabriel García Márquez, Mayra Montero, Pablo Neruda, Octavio Paz, Roberto Bolaño.

Perché si consiglia questo libro a tutti coloro che amano la letteratura non semplicemente come desiderio di evasione?

Primo, ti fa comprendere la complessità della traduzione, in modo fluido e immediato, e gli infiniti problemi che essa comporta: conoscenza della lingua di partenza e di arrivo, immedesimazione e capacità di ascolto, mediazione estetica e interpretazione.

Illuminante a questo proposito la risposta di Renata Colorni: “ Se fra le abilità precipue e indispensabili del traduttore c'è il talento letterario, il talento dello scrittore, e in particolare dello scrittore erratico, rapsodico, libertino, perché il traduttore è uno scrittore che oggi fa questo e domani quello, ebbene, questo talento non si insegna, così come non si insegna a diventare scrittori o poeti. Quello che si può insegnare è il serio e maniacale artigianato, la accanita consultazione dei dizionari, l'importanza della lettura di autori italiani coevi all'autore che si deve tradurre (...)”.

Secondo, ti fa capire chi è il traduttore: da una parte uno “strumento” decisivo per trasmettere “culture altre”; dall'altro -almeno in Italia- una figura professionale largamente sottovalutata e pochissimo pagata.

Terzo, delinea i numerosissimi problemi teorici, che ruotano intorno alla traduzione, in
modo aperto, discorsivo, problematico, lasciando eventualmente spazio al lettore di collegare, di sistemare.

Infine, diventa anche racconto: schegge di vita di traduttori e scrittori, di studiosi e editori; difficoltà e incontri, libri e innamoramenti, che lasciano tentazioni e risonanze.

Ilide Carmignani. “Gli autori invisibili”- incontri sulla traduzione letteraria- Prefazione di Ernesto Ferrero (Besa editrice, pag. 179, euro 14,00).

19 settembre 2008

"ESPLOSIONE COSMICA" di EDNA MAZ YA

recensione di Loredana Giannini

Ilan, maturo docente di astrofisica in terra di Israele, mi conquista fin dalle prime righe trascinandomi in un attimo nel suo complesso mondo interiore.

Un mondo pulsante di vita, di pensieri ma soprattutto di intense emozioni.
Un mondo parallelo alla sua vita reale, un mondo capace di raggiungere le più cristalline altezze dell’animo umano assieme alle più cupe bassezze che contempleranno anche un omicidio.
Un mondo che, naturalmente e senza alcuna forzatura, potrebbe anche essere il mio o di chissà chi altro.

Amore, tenerezza, senso di responsabilità, unite a paura, rabbia, violenza, attraversando tutte le sfumature possibili di questo molteplice sentire.

Un libro che mi ha tenuto “ostaggio” fino all’ultima riga, sballottata nel contrasto forte dei sentimenti che è proprio del protagonista e che, ovunque e comunque, mi prende con la potenza delle intensità emozionali sempre all’apice.

E come mio consueto, solo al termine della lettura, scorro le note sull’autore, anzi sull’autrice e confermano la mia sensazione:
… una donna, era ovvio, solo una donna infatti può scrivere così, riuscendo facilmente a viaggiare nelle intricata giungla interiore,
solo una donna riesce a farlo consapevole di riuscirci,
perché da secoli abituata ad esplorare il suo animo con la spada della determinazione e la forza del suo coraggio.

"Esplosione cosmica" di Edna Mazya. Edizioni E/O. Pag. 215. € 13.43.

18 settembre 2008

"Le dolci sorelle" di Pino Bertelli

di Gianni Quilici

Diciamo subito della bellezza della copertina, dove l’immagine libera e seducente di Marylin Monroe si armonizza graficamente con una scrittura mobile tra orizzontale e verticale, sullo sfondo d’un rosso sangue su cui spicca il bianco dei titoli. Magnifici i fotogrammi di attrici nell’inserto finale “Cinegrafie al femminile”, a cura di Luigia Scerra.

Ed il libro nel suo contenuto?
Confessiamolo: l’abbiamo letto qua e là, sorvolando spesso i film non visti. Il proposito: cogliere la visuale complessiva del ragionamento in cui si sviluppa il libro, leggere solo di quei film con cui sia possibile confrontare i propri ricordi e cerchiare i titoli di quei film, che, a prima vista, ci sono sembrati significativi. Un libro, insomma utilizzabile come strumento da leggere e, a volte, da sfogliare, ma soprattutto da riprendere via via che si visionano i film stessi. L’ho letto, tuttavia, sufficientemente, per esporre alcune impressioni.

Pino Bertelli è un critico, oltre che fotografo e filmaker, che, se necessario, usa la spada senza riguardi e misure. Però in questo libro c’è un amore dichiarato verso il soggetto del discorso, la donna, una sorellanza con l’altra da sé, considerata nella sua dolcezza, ma anche nella sua rabbia. Per questo Bertelli non si scaglia (quasi) mai contro le donne registe, anche quando forse potrebbe farlo. Preferisce approfondire i film, per lui, più centrali, e citarne molti altri.

Il primo merito di B. è di avere tracciato una storia del cinema fatto dalle donne, individuandolo cronologicamente e storicamente e sottolineando, in questo quadro, i film e le registe più interessanti. Alcune famose: Leni Riefensthal, Marguerite Duras, Agnès Varda, Margherethe Von Trotta, Marta Meszaros, Jane Campion; altre misconosciute o che lo sono diventate, come Maya Deren, Germaine Dulac, Esfir Ilinicna Sub, Shirley Clarke…

Il secondo merito è il linguaggio. Per un verso Bertelli utilizza una prosa poetica attraverso associazioni e metafore, che rinviano alla stagione simbolista e situazionista. Per un altro verso, in apparente contrasto, affronta il film oggetto di studio scrupolosamente con analisi anche dettagliate del testo, informazioni e eventuali confronti con l’apparato critico preesistente.

C’è infine un’ultima ragione che, insieme alle altre, determina il valore e l’originalità del testo: le scelte di Bertelli, che sono sue, non il prodotto in serie di altri libri. Un esempio: due, più o meno grandi, film (quasi) dimenticati: Sotto il selciato c’è la spiaggia e Germania, pallido amore di una regista (quasi) dimenticata: Helma Sanders Brahms, su cui Bertelli si diffonde a lungo.

Pino Bertelli. “Dolci sorelle di rabbia” -Cento anni di cinemadonna. Prefaz. Di Mirella Bandini. Belforte Cultura. (€ 24)

16 settembre 2008

"LE GRAND VOYAGE" di ISMAËL FERROUCKI

di Ilaria Sabbatini

(adattamento dell’articolo Hajj, il grande viaggio: da Marsiglia alla Mecca nel cuore dell’Islam, in «La porta d’oriente », anno 1, numero 3, pp. 139-145)

Primo lungometraggio del regista marocchino Ismaël Ferroukhi Le grand voyage è un percorso filmico per panorami in movimento, un diario visivo che racconta il pellegrinaggio islamico del hajj ponendosi a fianco dei protagonisti. Film pluripremiato, nonostante i riconoscimenti rimane un lavoro poco noto che varrebbe la pena sdoganare dall’etichetta di intellettualismo perché racconta l’antinomia dell’immigrazione tra recupero d’identità e necessità d’integrazione ma alla fine restituisce la questione della differenza culturale ad una dimensione universale e condivisa.
Il taglio inequivocabilmente documentaristico, rappresenta il primo tentativo di riprendere dal vero il grande pellegrinaggio alla Mecca. Perché di questo si tratta: del quinto pilastro dell’Islam che spicca tra i grandi riti islamici per i valori culturali e sociali di cui è portatore.
Viaggio alla Mecca è la stiracchiata traduzione italiana di Le grand voyage, titolo originale che non solo rende giustizia all’ampio respiro del film ma sopratutto rispetta la precisione del riferimento cultuale. Ferroukhi usa l’evento come una sorta di aleph borghesiano per osservare e raccontare il mondo religioso islamico. Non si tratta, infatti, di un pellegrinaggio tout court come si tende a semplificare parificandolo ai riti del mondo occidentale cristianizzato, ma del hajj, il grande pellegrinaggio che si compie solo nel mese di Dhū ’l-hijja in contrapposizione alla ‘umra, la visita, il piccolo pellegrinaggio.
La storia non è solo quella di un road movie di gusto mediorientale, come molte recensioni anche autorevoli hanno semplificato. Tutto è, questo film, tranne che un road movie perchè ogni evento si può leggere nella prospettiva della trascendenza: c’è una differenza sostanziale tra viaggio e pellegrinaggio, che dipende non solo dal fine ma anche dalla semantica stessa dell’andare.

14 settembre 2008

"CORTESIE PER GLI OSPITI " di IAN MCEWAN

Recensione di Gianni Quilici

Per buona parte del tempo ho provato fastidio e ammirazione.
Ammirazione per la precisione dei dettagli, in cui si colgono aspetti molto contemporanei di un rapporto di coppia: lontananza e affetto, indifferenza e sessualità.
Fastidio, perché (questi dettagli) producevano almeno nel sottoscritto
un'atmosfera quasi astratta, evanescente: una fatica a "vedere", a "sentire".

C'è, invece, il finale terribile e a sorpresa: un cambiamento di ritmo e di atmosfera.
Inquietante!

Ian McEwan. Cortesie per gli ospiti (The Comfort of Strangers). Traduzione di Stefania Bertola. Einaudi.
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"DUE PUNTI" di WISLAWA SZYMBORSKA

recensione di Gianni Quilici

Nella biblioteca minima dell'Adelphi sono apparse 17 poesie dal titolo prosaico “Due punti” di Wislawa Szymborska, poetessa polacca nata nel 1923 e divenuta famosa in tutto il mondo letterario per essere stata insignita del Premio Nobel nel 1996.

Wislawa Szymborska ha due peculiarità, che la distinguono dalla stragrande maggioranza dei poeti ufficiali: l'ironia tagliente sul quotidiano attraverso gli strumenti lessicali del più banale dei quotidiani e sopratutto un punto di vista originale nel rapportarsi alle cose che fa sorridere ed anche sorprende.

Ne consegue che i temi di cui tratta, l'unicità dell'essere, ma anche la casualità dell'esistere, l'amore e su tutto la morte sono alleggeriti, distanziati, relativizzati e forse per questo, in alcune poesie, resi più drammatici, più veri.

Si prenda l'inizio di questa poesia: “Disattenzione”.
Ieri mi sono comportata male nel cosmo./ Ho passato tutto il giorno senza fare domande,/ senza stupirmi di niente./ (...) Il mondo avrebbe dovuto essere preso per un mondo folle/ e io l'ho preso soltanto per uso ordinario/ Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro/ (e qui un paragone che mi è mancato).
Ecco in questi versi si danno la mano l'essere e il dover essere, l'ordinario quotidiano che individualmente si vive con lo straordinario del cosmo, il linguaggio dimesso dei versi con l'ispirazione trascendentale, sia pure contraddittoria, che essi contengono.

Detto questo, non sempre la poesia della Szymborska riesce a far balenare la Grandezza dalla Piccolezza; a volte i suoi versi rischiano di risultare un po' di maniera come se si facesse il “verso senza riuscire a volare”. Ma è soltanto l'eccezione checonferma la regola.

Wislawa Szymborska. Due punti. Biblioteca minima Adelphi. € 5.50.
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"Dalmatica" di Enzo Guidi

di Gianni Quilici

Colpisce subito, vedendo il libro, l'immagine di copertina disegnata da Antonio Possenti: un grande occhio, come una sorta di coscienza sul mondo, e il giovane romanticamente in viaggio tra l'azzurro del mare e la luce del sole. Così si presenta il primo romanzo di Enzo Guidi, lucchese, maestro elementare "sui generis" ed autore nel 2002 di un libro di successo, a metà tra racconto e saggio: "Breve storia di Lucca beat".

In "Dalmatica" protagonista è il viaggio nello spazio e nel tempo : quello intrapreso dal protagonista, in un ipotetico 2205, tra paesaggi innevati e placente di ghiaccio, alla ricerca del professor Dobro, una figura paterna e diabolica, custode della macchina del tempo, che gli permetterà di entrare in un altro viaggio: quello che un suo giovanissimo antenato provò a fare nel 1968 verso Istanbul. Viaggio che diventerà anche psicologico e mentale, che gli aprirà gli occhi verso altri "mondi possibili".

Un romanzo ambizioso, che non ha assolutamente niente di provinciale e che si misura, con la vivezza di una scatenata immaginazione, con uno dei problemi più radicali del nostro tempo: il controllo sociale, sempre più totalizzante, esercitato dalle società tecnologizzate, capaci di penetrare (e di controllare) l'individuo fin dentro le viscere dei sogni; e che fa scattare, come contrasto, l'irriducibile desiderio di libertà e di unicità, che il protagonista del romanzo incarna.

Enzo Guidi riesce a creare, quasi danzando, uno spaventoso mondo del futuro, gelido e morbidamente totalitario, lo rende credibile con un linguaggio ricco e circostanziato, capace di infondere musicalità e visionarietà alla storia.

Ma forse l'elemento più profondo e affascinante di "Dalmatica" è la fusione tra la struttura ideologico-letteraria complessa e la tensione poetica che trasmette, soprattutto nella seconda parte: il viaggio del giovane verso Istanbul. C'è qui nel protagonista, avvolto nella luce e nel paesaggio mediterraneo più orientale, la grazia adolescenziale quasi indifesa, di chi è adulto, ma ancora non conosce bene la vita, e questo candore è però consapevole, valuta, ha stile e distacco, ma insieme è anche tenero, sognante, desiderante. Il finale è geniale per la sua asciutezza: il romanzo finisce laddove era iniziato, circolare, ma aperto, come testimonianza dell'io narrante, che diventa anche rivolta all'ordine costituito.


Enzo Guidi. Dalmatica. Ediz. ETS, pag. 137, € 10,00. prefazione di Daniele Luti.
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03 settembre 2008

QUATTRO ORE A CHATILA CON JEAN GENET

di Gianni Quilici

Primo: un euro soltanto per questo intervento dal vivo di Jean Genet in versione originale, tradotto a fianco da Marco Dotti.

Secondo: la registrazione pietosa e impietosa, cioè vera, del massacro a Chatila il 16 e 17 settembre 1982. Genet riesce ad entrare nel campo dei cadaveri due giorni dopo: il 19 settembre.
Scrive:
"Ma quante mosche! Se sollevavo il fazzoletto le disturbavo. Inferocite dal mio gesto, arrivavano a sciami sul dorso della mia mano, cercando nutrimento. Il primo cadavere che ho visto è stato quello d'un uomo di cinquanta, sessant'anni. Avrebbe avuto una corona di capelli bianchi se uno squarcio (un colpo d'ascia, mi è parso) non gli avesse aperto il cranio. Una parte nerastra del cervello era a terra, accanto alla testa... Il corpo era accasciato in un mare di sangue, nero e coagulato"

Terzo: l'amore verso i fedayn, uomini e donne, che gli sembrano bellissimi, perchè stanno
attraversando un processo liberatorio.
Scrive: "Una rivoluzione non è tale quando non ha fatto cadere dai volti e dai corpi la pelle morta che li avviliva. Non sto parlando di una bellezza accademica, ma dell'impalpabile -innominabile- gioia dei volti e dei corpi, delle grida, delle parole che là finiscono di essere morte ...".

Infine: Genet introduce nella sua scrittura continui punti di rottura cronologi e stilistici come se la vita fosse più irruenta della scrittura stessa.

Quattro ore a Chatila (Quatre heures à Chatila) di Jean Genet. Stampa alternativa. Pag. 63. € 1.

SARDEGNA 1932, UN VIAGGIO DI ELIO VITTORINI

di Gianni Quilici

Libro di viaggio. Si percepisce una letterarietà, che non rimane però maniera, bella pagina che si esibisce, perché è tutta protesa dentro la vita, ciò che vede e che sente.
Un viaggio di 30 giorni, anno 1932 lungo una Sardegna arcaica da sembrare mitica, un presente che Vittorini coglie con gli occhi precisi, di chi conosce i dettagli di oggetti, paesaggi, e che li rappresenta a livelli stratificati: come descrizione oggettiva, come associazione, infine come trasfigurazione.

E' soprattutto un viaggio dentro il piacere di vivere, il piacere del corpo, il piacere dello sguardo. Piacere quasi adolescenziale, la Sardegna come un'infanzia. La Sardegna e Vittorini stesso. Da leggere prima, per progettare e durante, per meglio intendere, un viaggio in Sardegna.

Elio Vittorini. Sardegna come infanzia. Oscar Mondadori

26 luglio 2008

ANDRE' GORZ SCRIVE A D.: una lunga, spietata, affascinante lettera d'amore

di Gianni Quilici

La curiosità e-o il fascino di leggere questo esile libro “Lettere a D.” può nascere da una ragione insolita: alla lettera che André Gorz (Gérard Horst per lo stato civile francese) scrive alla moglie Dorine, affetta da un morbo degenerativo tra il marzo e il giugno 2006, succederà, infatti, un anno dopo, il 25 settembre 2007, il suicidio di entrambi.

Tuttavia questa lettera non era stata scritta pensando al suicidio: era stata pubblicata un anno prima, e le commoventi parole con cui si conclude hanno acquistato un senso profetico solo dopo il ritrovamento dei loro corpi. “La notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla tua cremazione; non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri. (…) Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. Ciascuno di noi vorrebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme”.

Ma c'è una ragione di più che spinge alla lettura: André Gorz, nato a Vienna nel 1923, è stato uno dei più grandi intellettuali francesi, amico di Sartre e di Illich, ha diretto la rivista “Les Temps Modernes” e fondato il “Nouvel Observateur”, influenzando l'esperienza della sinistra europea con i suoi libri aperti a teorizzazioni antiautoritarie ed ecologiste.

E proprio l'accostamento tra la figura dell'intellettuale colto e rigoroso e la scelta di suicidarsi insieme alla moglie è paradossalmente l'altro motivo di fascino. Il fascino vive in questa contraddizione: per un verso l'estrema lucidità (basterebbe leggere il suo primo libro Il traditore) di un intellettuale, Gorz, spietato nella ricerca della verità; per un altro verso l'estremo romanticismo di un amore, che sembra essere senza limiti tanto da portare alla scelta ultima ed insolita del suicidio.

Ed in effetti appena iniziamo a leggere la lettera siamo subito catturati dal tono appassionato e radicale. Inizia così:
“Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie”.
Questa dichiarazione d'amore diventa racconto della loro vita comune ed anche una spietata autocritica per non aver egli sempre tenuto nella debita considerazione Dorine, riconoscendo appunto nella lettera come l'intera sua opera porti il segno incancellabile della presenza di lei.
Gorz incontra Dorine nel 1947 in Svizzera. La prima volta che la vede pensa: “Con lei non ho nessuna possibilità”. Infatti Dorine era “bella come un sogno”. Scrive infatti: “Avevi una folta capigliatura rossobruna, la pelle madreperlacea e la voce acuta delle inglesi”. Invece sarà ricambiato e da quel momento, per 58 anni, non si lasceranno più.

Che cosa li unirà?
A leggere la lunga e appassionante lettera d'amore, che s'intreccia ad un impegno culturale e politico comune e perenne, sono due cose: “ ... una specie di ferita originaria: l'esperienza dell'insicurezza, che significava che noi non avevamo un posto sicuro nel mondo...”; e “...la fascinazione reciproca di due soggetti per quello che hanno di meno dicibile, di meno socializzabile, di refrattario ai ruoli e alle immagini di se stessi che la società impone loro, alle appartenenze culturali...”.

E ciò crea una reciprocità basata anche sulla fedeltà, diversamente da quella famosissima della coppia Sartre-De Beauvoir, in cui si è fedeli in quanto sinceri fino alla spietatezza, mantenendosi reciprocamente liberi di avere altre relazioni amorose.

Rossana Rossanda (Il manifesto del 26 aprile 2008) scrive alla fine di una lunga recensione:
“Quando le due scatole di legno sono arrivate al crematorio di Troyes eravamo una cinquantina (...). Ci sono volute due ore per mandare in fumo D. e poi due per Gérard. Le ceneri sono state portate da chi era rimasto nel loro giardino e disperse per la prima pioggia sotto gli alberi carichi delle mele di ottobre”. Un grande amore è finito, forse ne può iniziare il suo mito.
Gianni Quilici

[Lettera a D. Storia di un amore di André Gorz. Sellerio Editore, pagg. 88, 9 euro. Traduzione di Maruzza Loria]

22 dicembre 2005

SANDINO, IL GENERALE DEGLI UOMINI LIBERI di Maurizio Campisi

di Nadia Davini
“Dedicato a coloro che almeno una volta nella vita hanno lottato per un ideale”. -


Ogni tanto, più o meno ogni due anni, dalla Costa Rica torna in Italia un figlio della città di Rivoli che ha scelto di fare l’emigrante al contrario e di trasferirsi all’ombra del tropico. Per andarsene da un Paese che non gli ispirava più fiducia, soprattutto. Per amore, anche. Maurizio Campisi ha più di quarant’anni (Rivoli, TO, 1962). Vive al tropico, vive da «tico», cioè da costaricano verace, ed è la dimostrazione che, in fondo, giornalisti non solo si nasce o si diventa, ma si rimane.

Campisi è stato cronista del giornale “Rivoli15” negli anni Ottanta, direttore della “Gazzetta di Venaria” (di cui è stato co-fondatore) e di “Rivoli15” tra il 1991 e il 1992. Nel 1993 ha lasciato l’Italia, destinazione San Josè e collaboratore di “Dario”, “Narcomafie”, “D di Repubblica”, oltrechè corrispondente dall’America Centrale per il quotidiano “La Juventud” di Montevideo. Nel 2002 ha pubblicato, per Fratelli Frilli Editori di Genova, “Centroamerica – Reportages”, una raccolta dei suoi lavori giornalistici.

È in uscita, per lo stesso editore, la sua traduzione in italiano di Adiós muchacho, memoria della rivoluzione sandinista scritta da Sergio Ramírez, ex vicepresidente del Nicaragua sandinista. E proprio su Sandino, eroe nicaraguense simbolo della lotta rivoluzionaria, Campisi ha concentrato le sue ultime attenzioni letterarie scrivendone la biografia Sandino, Il generale degli uomini liberi. Eroe tragico e romantico, Sandino è entrato negli anni passati nella storiografia marxista. Invece il Sandino di Campisi viene proposto in una nuova veste, che ne riscopre il significato popolare, il suo spirito nazionalista ed anti-imperialista. Augusto César Sandino, è stato il precursore della lotta all’Impero. È cresciuto in un Paese occupato che ha preso le armi per reclamare il diritto all’autodeterminazione del suo popolo. Una figura attualissima nel panorama internazionale.

Riscoprire Sandino è come rivedere, alle origini, l’azione di una potenza imperialista, gli Stati Uniti, che a distanza di un secolo continua ad usare gli stessi metodi e la stessa politica di inizio Novecento. Oggi come ieri, lo scontro tra gli Stati Uniti e i suoi nemici è uno scontro tra culture, una che vuole predominare su un’altra, imponendo prima con la persuasione e poi con la forza le proprie prerogative. Una biografia ricca di particolari, in cui spiega in modo chiaro le intricate vicende della guerra civile nicaraguense. A delineare la figura di Sandino sono le sue gesta, ma anche le corrispondenze e gli scritti lasciati, da cui trapela il radicatissimo amore per la propria terra e per l’ideale cui voterà tutta la vita. In moltissimi lo seguirono e ancora oggi il suo nome è un simbolo ed una bandiera. Sandino, però, non fu mai un mito irraggiungibile: Campisi ce lo descrive piuttosto come un eroe popolare, concreto e testardo, “il generale” degli uomini e delle donne comuni, capace di restituire unità e identità a un popolo provato da decenni di sudditanza nei confronti dello straniero e dei tiranni locali ad esso venduti. Forse la magia di Augusto Cesàr Sandino stava proprio in questo: i suoi tratti regolari non denunciano una bellezza cinematografica; ha il volto segnato di qualunque contadino centroamericano; il cappello, poi, bianco alato con una striscia alla base, è quello di tutti i lavoratori che si recano a lavoro sotto le stelle mattutine. La sua grandezza è la sua ribellione.

Sandino imparò a dire di no agli americani in Messico, coi rivoluzionari di quel paese, e vide che si poteva mantenere la dignità e la vita contemporaneamente. Avvolto nella sua dignità, Augusto Cesàr Sandino va incontro alla morte. Lo uccidono di notte, sotto il cielo pieno di stelle, e la sua figura resta sospesa, come un’aura sopra la testa dei suoi uccisori. Conoscere la storia di questo eroe semplice è imparare cos’ è il Centroamerica e dove scorrono le sue arterie più nascoste, là dove la gente ricorda e recupera il suo statuto di umanità. È per questo che il libro di Campisi riempie una necessità, e allo stesso tempo, racconta in uno stile scorrevole, piacevole e incantato la storia di un orgoglio e di una libertà.

Maurizio Campisi, Sandino, il generale degli uomini liberi, Fratelli Frilli Editori, Genova 2003, pp.191, euro 13,50.

La prova del pozzo di Mbacke Gadji, Kelefa,

Un romanzo per raccontare l’incomprensione tra le culture - recensione di Nadia Davini

Mbacke Gadji ha 39 anni, è nato a Nguith, in Senegal e si è scoperto scrittore dieci anni fa, quando è approdato in Italia dopo essere vissuto già otto anni in Francia. Kelefa La prova del pozzo è il suo quarto titolo, dopo Numbelan: il regno degli animali, Lo spirito delle sabbie gialle e Pap, Ngagne, Yatt e gli altri. Libri che tessono leggende, ariose o cupe, del suo Senegal, con il tema fondamentale dello straniamento e del confronto tra culture, sviluppato con la sensibilità di chi si pone come mediatore tra due mondi diversi con il timore di essere estraneo a entrambi. “Cerco di essere un interprete” spiega infatti Gadji. È partito dal suo paese natale con un diploma di maturità in tasca, in Francia ha preso una laurea breve in economia e qui, in Italia, ha cominciato a scrivere, mosso da un sentimento/risentimento, dalla voglia di tornare alle sue origini e informare su idee e affetti che nel nostro paese talvolta sembrano non essere capiti o peggio accettati.
Kelefa La prova del pozzo è la conferma della frustrazione del patrimonio culturale di una generazione: Kelefa Sane è il nome di una famiglia che ha avuto una grande importanza nella vita delle popolazioni del Senegal meridionale. Un passato glorioso rispetto al quale gli esponenti del mondo attuale reagiscono in modi diversi: disinteresse o passione; indifferenza o fastidio, negando oppure cercando nel recupero delle tradizioni un radicamento più profondo perché, come afferma uno dei personaggi, “ la storia e il passato dell’umanità devono avere uno spazio nella nostra vita, non sono né da rimuovere né da riscrivere, vorrei tanto che potessimo pescare in questo patrimonio per fronteggiare i nostri problemi di esistenza”. Così cultura e tradizione si scontrano con il mito del progresso creando una lacerazione profonda e conflitti sulle possibili prospettive di sviluppo.
La prova del pozzo non è solo un ritorno al passato alla riscoperta di antenati e di verità, ma può essere letta anche come una metafora che coinvolge tutto il libro dalle prime descrizioni. Infatti, gli abitanti dei luoghi descritti dall’ Autore vivono ammassati gli uni ridosso agli altri come se fossero racchiusi dentro a un pozzo. Le nostre certezze (banalmente un distributore, una rete autostradale) spesso sono messe in discussione perché sulle strade africane è dai carretti dei bambini, dagli asini e dalle pecore, dalle buche profondissime, dal caldo impossibile che devi guardarti e soprattutto abbandonarti.
Non sono scivolati via i lunghi anni di colonialismo che ancora oggi, anche se in modo non diretto, influenzano la vita di queste persone fino a far apparire il modello occidentale come l’unico possibile. Per questo spesso l’obiettivo diventa la migrazione, la ricerca di fortuna da parte di almeno un membro della famiglia, capace poi, attraverso il lavoro e il nuovo status non sempre ottenuto facilmente, di contribuire al mantenimento di tutti. Ma tutto questo ha un costo: si cambia e spesso non si è riconosciuti dalla nuova comunità di appartenenza e neppure né da quella d’origine.
Il romanzo documenta anche questo. Racconta di come ciò che era è stato perso, e ciò che è sia lontanissimo da quello che si è diventati per necessità e sopravvivenza. Ecco la difficoltà, ma anche l’interesse, che può suscitare la lettura di un libro scritto da un autore senegalese, immigrato da molti anni, con il cruccio di tornare, prima o poi, a vivere nel suo Senegal.
Il libro è pervaso da un senso nostalgico nei confronti della tradizione: si valorizza più l’investitura di un re su un trono fittizio e un regno frantumato in mille pezzi piuttosto che accertare la potabilità dell’acqua o impegnarsi a limitare le povertà diffuse in ogni angolo del paese. Di grande interesse la descrizione del percorso quasi rituale, attraverso il quale il lettore sperimenta e comprende la sensazione di spaesamento, di perdita di punti di riferimento che l’immigrato sconta nel momento in cui si confronta con un paese diverso e così distante dal suo e al quale spesso non può tornare. Ci si può adattare senza perdere i propri valori? Si può rimanere ancora intimamente legati alla propria terra, pur permeati dalla cultura occidentale? Si rifletta sulle parole del protagonista del libro: “se moderno è rimuovere la storia e sviluppo è fare solo ciò che produce ricchezza, io mi astengo dalla creazione di una tale società”.

In grandi città come Roma o Bologna, libri come La prova del pozzo vengono venduti per strada, senza passare per l’intermediazione della libreria, dagli stessi immigrati che si trasformano in piccoli imprenditori: comprano uno stock di copie della casa editrice al cinquanta per cento del prezzo di copertina e alla vendita guadagnano l’altro cinquanta per cento. Insomma, con sei euro e novanta, abbiamo comprato un bel libro, sostenuto un modo originale di praticare l’ editoria e fatto guadagnare tre euro e quarantacinque centesimi al “libraio” senegalese. Che, prima di uscire per strada a proporre la sua merce, i romanzi di Mbacke Gadji se li deve leggere e meditare: perché, forse, sono stati scritti proprio per lui.
Nadia Davini



Mbacke Gadji, Kelefa, La prova del pozzo, Edizioni dell’Arco-Marna, Milano 2003, pp.125, Euro 6,90.

"Storie di senegalesi inToscana" di Giuseppe Cecconi

di Nadia Davini

La parola è molto più ricca di quanto appaia. Ogni parola è una sinfonia di suoni, reca potenti depositi storici e racchiude un intero mondo di concetti. Il suo vero significato ci appare nello momento stesso in cui la pronunciamo. È l’apice della maturità di ogni processo, il grado ultimo della soggettività e il primo dell’oggettività. I nomi propri hanno perfino una natura metafisica, si presentano con un’energia intrinseca e, dal punto di vista ontologico, con un essere proprio: perciò occorre che il nome acquisti fama e gloria.
Sulla storia di ogni parola si potrebbe scrivere un libro.

Questo è ciò che fa Giuseppe Cecconi, nato nel 1947, nome datogli dal padre forse in onore di Stalin, oppure per riconoscenza nei confronti di un frate camaldolese che gli salvò la vita, aiutandolo a ottenere una provvidenziale licenza, mentre era sul fronte iugoslavo nella seconda guerra mondiale.
La sua raccolta di storie dei senegalesi in Italia: Le parole per guardarle è un romanzo che racchiude in ogni sua espressione, in ogni sua singola parola, un mondo vastissimo, colorato e pieno di vita benché grande sia il disagio per l’ambientazione in un nuovo paese.
È un sapiente, Eraclito l’Oscuro che si proclama scopritore e possessore di una legge divina che incatena gli oggetti mutevoli dell’apparenza e lui, per primo, dà il nome di logos a questa legge.
Stando agli studi di Ivan Illich ( Nella vigna del testo) questo intreccio tra il fisico e il metafisico continuerà fino al 1128, quando il teologo Ugo da San Vittore, compilò il suo Didascalicon con il sottotitolo De studio legendi ( Le disciplina del leggere).

Per lui la pagina non era la registrazione della parola, ma la rappresentazione visiva di un pensiero e la lettura era una forma di pellegrinaggio, un atto di incarnazione anziché di astrazione. Il libro, a quel tempo, veniva portato solennemente in processione, come un oggetto di culto o una reliquia degna di adorazione. Durante la liturgia lo si illuminava con un cero particolare e era onorato con l’incenso. Ugo, però, si trova alla fine di una tradizione di lettura mormorata, meditativa, gustativa, che ha inizio con i Padri della Chiesa, specialmente con Agostino. Anche se fu proprio lui che una notte fece la scoperta che era possibile leggere in silenzio. Dopo Ugo cessò l’epoca della lettura borbottata dei libri, quando il denso del discorso restava nascosto nella pagina come dentro uno spartito musicale, finché non diventava fiato e suoni. Il libro che in precedenza si poteva leggerlo solo dall’inizio alla fine, ora diventa accessibile in qualsiasi punto e chi legge si sente spinto talvolta a abbreviare i passaggi. Così la scrittura perde la sacralità e si degrada a comunicazione.
Perciò, ogni qual volta che le parole sono di nuovo composte per essere mostrate e divengono cioè parole da guardare, è come se riacquistassero mille significati e profumi.

Nel libro di Cecconi, le parole da guardare sono quelle che il vecchio e saggio Kèbè (un personaggio del libro), scriveva sulla sabbia per suo nipote Tala, quando questi ripartiva dal Senegal per tornare a fare l’immigrato in Italia. Si tratta di alcune importanti frasi del Corano che chi parte deve fissare con gli occhi, un istante prima di andarsene, per essere sicuro di far ritorno a casa. Dunque Tala scrutò quei segni tracciati per terra, quasi specchiandocisi, poi, in ottemperanza agli antichi dettami, li saltò a piè pari e partì per mondi sconosciuti. Per questo ragazzo, mentre è in procinto di partire, la parola torna a essere un oggetto contemplato, egli può sorvolare sul suo contenuto specifico che è una traduzione diretta e perciò frammentaria e impropria dell’inesprimibile. Il tratto vale ormai l’espressione e basta soltanto un’occhiata che penetri lo scritto nel suo significato primario di ricordo e ammonimento, a fargli scoprire la trama nascosta delle cose; quell’occhiata cantata da Pindaro come il più diretto consigliere che tutto conosce e che nessuno può ingannare né con opere, né con disegni. D’altronde, secondo Pasolini, le impressioni visive hanno perlomeno la stessa dignità scientifica del sogno linguistico e per dimostrarlo, egli porta l’esempio personale del primo ricordo della sua vita: una tenda bianca e trasparente che pende da una finestra, sopra un vicolo triste e scuro. Secondo il punto di vista dello scrittore, quell’immagine stampata in modo indelebile nella sua mente, riassumeva alla perfezione, senza infingimenti o censure, l’universo borghese della sua casa natale di Bologna e la cultura perbenista della sua famiglia.
Guardare la figura un istante, senza leggere sarà stato quello che ha fatto Tala al momento della partenza. Lui per tutto questo tempo era stato zitto, lì in piedi accanto al nonno, e ha avuto quindi la possibilità di vedere le parole che, stando piegato a capo chino, quello vergava per terra.
E, mentre le guardava, chissà come avrà sgranato gli occhi.




Giuseppe Cecconi, Le parole per guardarle. Storie dei senegalesi in Italia, Bandecchi & Vivaldi Editori, Pontedera 2004, pp. 97, Euro 9,00.

Il buio sotto la candela di Giampaolo Simi

di Luciano Luciani

Lo aveva promesso e, dai e dai, è riuscito a mantenere l’impegno preso con tanti lettori appassionati di noir… Ebbene sì, Giampaolo Simi, per il Natale 2005 e l’anno che verrà, ci ha fatto davvero un bel regalo. Stiamo parlando della riedizione di quel Buio sotto la candela, la sua opera prima che, apparsa dieci anni fa per la viareggina Baroni editore, aveva sorpreso i critici e affascinato i lettori per la novità dei contenuti e la freschezza delle scrittura che in maniera del tutto originale mixava ingredienti assai diversi tra loro: l'horror noir, l'impegno civile, la memoria... La nostra migliore, quella dell'antifascismo e della Resistenza, calata nella concretezza di vissuti umani che grondano ancora sangue e, a oltre sessant’anni di distanza, chiedono finalmente verità e giustizia.
Al Male che sotto le apparenze paternalistiche ed efficientiste della metà degli anni '90 (siamo all’indomani della prima, scioccante affermazione elettorale di Berlusconi e i suoi alleati), si presenta in tutta la sua prepotente arroganza agli scarsi abitanti di un paesino sulle Apuane, luogo cinquant'anni prima di una delle più efferate stragi naziste, pochi hanno la forza morale di opporsi: non le istituzioni, compromesse quando non corrotte; non le autorità che latitano e si rifugiano dietro le lentezze della prassi burocratica o i fumi di un linguaggio politichese... Pochi resistono: un pugno di anziani che non vogliono e non possono dimenticare e alcuni bambini. Questi i deboli, fragili, incerti eroi positivi che si troveranno a gettare sabbia negli ingranaggi di quella che non è solo un'iniziativa di speculazione edilizia e finanziaria. Si tratta, invece, una vera e propria "trama nera" che coinvolge vecchi nazisti alla Priebke e giovani naziskin, estremisti di destra di mezza Europa e spregiudicati manager rampanti locali, invisibili perché sotto gli occhi di tutti.
Un progetto eversivo che non riuscirà, per ora, a realizzare i suoi obbiettivi solo per la tenace opposizione di pochi anziani dalla memoria forte e di tre bambini legati da un' altrettanto forte amicizia. E i mandanti e gli esecutori del disegno eversivo saranno costretti a venire allo scoperto, a svelare il loro vero volto violento ed ottuso, favorendo così la loro sconfitta finale: nel fuoco di un'esplosione rigeneratrice, come per ogni romanzo "di genere" che si rispetti.
Alla banalità del male si oppone e vince, per questa volta, la banalità del bene. Sarà però una vittoria pagata a caro prezzo, con costi umani alti e dolorosi. Come sempre, come ha insegnato la storia del nostro secolo e di tutti i tempi.
Il buio sotto la candela è, insomma, un romanzo politico aggiornato all'oggi travestito da romanzo horror: perché, per dirla con le parole di Brecht, "il ventre della bestia è ancora fecondo" e l'orrore si annida là dove meno te lo aspetti, tra le pieghe e gli anfratti del quotidiano, dell'ovvio, del banale.
Il testo è costruito per schegge, per frammenti che progressivamente, senza parere, particolare dopo particolare, addensano i materiali narrativi e svolgono i nodi dell'intreccio. Gli scenari sono quelli famosi della Versilia tra il monte e il mare, bella sì ma miasmatica per il passato tragico, velenoso ed irrisolto che ancora l'avvolge, e capace di generare solo pochi, modesti anticorpi: tre bambini e alcuni anziani che riescono faticosamente a prevalere perché sanno giocare con intelligenza le carte della cultura, dell'informazione, dell'amicizia.
Dieci anni fa, al suo esordio, l'autore pagò con misura qualche pedaggio a scrittori come Stephen King e William Golding, e non mancavano suggestioni da Calvino, Benni, Pennac. Ma già allora, e questa riedizione lo conferma, la materia narrativa appariva originale, disinvolta e priva di complessi. Anche i modi della scrittura di Simi, appaiono programmaticamente scelti tra quelli della narrativa popolare: il linguaggio, dunque, risulta volutamente basso e quotidiano nel lessico, denso e problematizzante nello scavo psicologico dei personaggi e delle situazioni, incalzante e precipite nei momenti giusti, lirico quando necessario.
Luciano Luciani
Giampaolo Simi, Il buio sotto la candela, Dario Flaccovio editore, Palermo 2005, pp.301, E. 14,00

06 novembre 2005

IN PIETRA ALPESTRE E DURA di Mattei - Vergnano

L’eredità di Michelangelo nei bacini Apuani In pietra alpestre e dura da Luciano Luciani



Libro suntuoso questo In pietra alpestre e dura, volume voluto e promosso dalle Amministrazioni Provinciali di Lucca e Massa Carrara, fotografie a colori, davvero mozzafiato, del fotografo piemontese Augusto Vergnano e testi poetici di Sauro Mattei, poeta di Arni. Al centro dell’ispirazione dei due Autori, ognuno per la sua parte, le Apuane, montagne vere e non Alpi minori, e, ovviamente, le cave: luogo dell’anima, universo onnicomprensivo popolato di presenze ma anche di assenze, di voci e silenzi, ombre e luci, memorie e desideri, forme ardite e sagome essenziali. Il Fotografo e il Poeta umanizzano la montagna e la cava, interpretandole come se gli uomini, che le percorrono da millenni fin dai tempi remoti degli Etruschi, avessero ceduto una porzione non piccola della propria anima in cambio della faticosa ricchezza del marmo, dell’ “oro bianco” strappato “per forza di levare” ai severi e gelosi luoghi alpestri.
Prosciugati ed essenziali, nudi e sobri come certe lineari geometrie di cava che Augusto Vergnano riprende e valorizza nel necessario, pulito rigore delle sue tavole fotografiche, i versi di Sauro Mattei ripropongono il tema di un’umanità temprata da prove durissime protrattesi per generazioni, avvezza alla solidarietà, educata al ricordo orgoglioso delle proprie tradizioni e della propria professionalità.
Recondita, ma non indecifrabile, la consonanza tra due fatiche: quella del poeta che con sofferenza libera le parole dal buio e dal caos e le porta alla luce e quella del cavatore, che, con pena antica, strappa alla montagna i mezzi necessari ad una decorosa esistenza. I testi del poeta di Arni, alla sua prova più matura e convincente, raccontano liricamente di bacini e ravaneti, di “vie di lizza” e formidabili luoghi montani, possenti e talora arcigni, ma sempre colti nella loro intima, segreta, sottile armonia. I versi di Sauro Mattei non si rivolgono, però, solo all’uomo apuano, impegnato nella dura attività che la Natura e la Storia hanno voluto assegnargli, ma si rivelano capaci di dilatare la propria voce fino ad attingere a significati più ampi e profondi, idonei ormai a parlare a tutti coloro che, in questi tempi incerti e inquieti, siano impegnati in una sincera ricerca di senso.
Attraverso i versi e le immagini, sospesi tra presente e passato, tra natura e mondo degli uomini, gli Autori possono così anche proporre anche una condivisibile visione del futuro: che sarà degno d’essere vissuto solo se se sarà nutrito di memoria, di lavoro decoroso e rispettato, di simpatia piena d’amore per un ambiente ancora capace di incomparabili suggestioni, di fiori, di vento, di nuvole…

Luciano Luciani





Sauro Mattei – Augusto Vergnano, IN PIETRA ALPESTRE E DURA L’eredità di Michelangelo nei bacini apuani, a cura di Jacopo Cannas e Sabrina Mattei, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2004, pp. 158, Euro 48

25 ottobre 2005

Maremma rossonera di Leonardo Conti

di Luciano Luciani

Maremma rossonera, ovvero dodici racconti più un romanzo breve: dodici più uno uguale a tredici, numero da sempre infausto, per vari motivi… D’altronde, il rossonero del titolo rimanda al Diavolo, quello milanista, e quindi tutto torna… Insomma, dodici racconti più un romanzo breve che trattano di sport, o meglio di tifo: non quello violento, cupo e cattivo degli ultras, piuttosto quello degli innamorati dello sport come metafora della vita, il calcio, ma non solo; quel sentimento che porta ad intrecciare la presenza costante sulle gradinate o nelle curve degli stadi con l’impegno, che è sociale e culturale insieme, nei campionati minori o addirittura minimi degli allievi, degli esordienti, dei pulcini, degli amatori…; piccole squadre di periferia, vivaio delle formazioni più grandi e più importanti, laboratori non solo di agonismo, ma di faticosa educazione alle complicatezze della vita civile. Leonardo Conti è tra i pochi, anzi pochissimi, in grado oggi di raccontarci questi mondi che sono tanta parte della nostra esistenza quotidiana. E lo fa intanto con la ragione e con un cuore nutrito di memoria sportiva: dalle sue pagine riaffiorano figure mai dimenticate dell’immaginario sportivo collettivo, dirigenti, giocatori e allenatori, grandi campioni e onesti lavoratori del pallone. Oriali e Bordon, Bulgarelli e Fraizzoli; Angelo, Marco, Bedi Moratti e Peppino Prisco; Lippi e Collovati; il sampdoriano Chiappa; Domenghini e Facchetti, Helenio Herrera e Mazzola, Giuliano Sarti e un maledetto pallone lubrìco, Antonio Valentin Angelillo e Fabrizio Casazza, portiere blucerchiato non proprio celeberrimo, senza obliare l’indimenticabile Ernesto Cucchiaroni e Paolo Rossi. Nomi che ci dicono come l’occhio di Leonardo sia ancora pieno delle geometrie calcistiche dei formidabili anni Sessanta e Settanta, come il suo sentire calcistico si alimenti soprattutto di campioni e imprese del passato: non è senza significato che il suo primo racconto Intervista a un tifoso inizi con un “Ormai allo stadio vengo poche volte”: sfiducia nel calcio di oggi? Forse: certo è palpabile nelle sue storie un velo, ma lieve, di struggimento e di nostalgia. Ma chi l’ ha detto che una punta di rimpianto sia un male?
Tra i pregi di Maremma rossonera, titolo che nasce da uno dei racconti più intensi della raccolta, quello di non aver appiattito tutta l’ispirazione sportiva alla sola nobile arte della pedata: c’è posto, infatti, anche per il ciclismo (due racconti, On pense a toi e La prospettiva di Franco, dedicata a Franco Bitossi) e un bellissimo omaggio (Una specie di Dalai Lama) a uno degli sport più duri e trascurati, il rugby. Poi, onore al merito, Leonardo Conti non esita a contraddire la consolidata, banale e diffusa equazione del tifoso come tipo umano volgare e ignorante: i suoi racconti sono ricchissimi di riferimenti a tutta la cultura letteraria della seconda metà del Novecento. Pasolini e Volponi, Oreste Del Buono e Beppe Viola, poeti raffinati come Berto Bellintani e Vittorio Sereni, Mario Soldati e Luciano Bianciardi. Il cui spirito, agro e anarchico, maremmano e milanista, aleggia su tutte le pagine di Maremma rossonera e, Leonardo Conti non me ne voglia, ne ispira le migliori. Per esempio, quelle di Fiorenza bianca e nera, racconto lungo col respiro del romanzo, ricostruzione, con la mentalità di un tifoso della Fiorentina dei giorni nostri, della storica battaglia di Campaldino (1289) tra guelfi fiorentini e la coalizione ghibellina guidata dagli aretini. “Il vero evolversi di uno dei più importanti eventi del nostro Medioevo”, narrato, mediante uno straordinario corto circuito passato/presente, col linguaggio becero di Foresto Fedi, amico per la pelle di Dante Alighieri, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni e fondatore di uno dei primi nuclei organizzati della tifoseria viola d’allora… Un’operazione del genere, finora, l’aveva tentata, e con successo, solo Luciano Bianciardi nel suo indimenticabile Aprire il fuoco: Leonardo ci riprova e realizza le pagine più godibili del suo libro.
Luciano Luciani

Leonardo Conti, Maremma rossonera, edizioni Il Grandevetro/Jaca Book, collana I Vagabondi, 2004, Euro 9,00, pp.128

Jacopo Corso Cresti, Le latitudini dello stupore

Quando l’horror si fa splatter  


di Luciano Luciani



In libreria da poche settimane, Le latitudini dello stupore, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2005, opera prima di Jacopo Corso Cresti, appare in grado di offrire più di un motivo di curiosità ai lettori: le undici storie che costituiscono la raccolta appaiono sospese tra la magia del viaggio (verso altre latitudini, ma anche nel passato remoto o nella memoria familiare recente) e gli stupori, le sorprese non sempre piacevoli che ogni esplorazione del nuovo porta con sé. Può sembrare paradossale, ma oggi, nell’era della rivoluzione delle comunicazioni e dei trasporti, non c’è più un posto sicuro dove andare o dove stare: dalla capillare diffusione della microcriminalità al terrorismo, dai nuovi virus in circolazione alle crescenti tensioni sociali e internazionali, tutto concorre a rendere insicuri non solo i nostri movimenti, ma anche la nostra dimora. L’Autore, fiorentino, neppure quarantenne, rielabora allora questa incertezza diffusa e la trasforma in spunto letterario, in ispirazione per pagine che trattano dell’orrore senza nome che, consapevoli o meno, ci cammina accanto dovunque: nel Sud-Est asiatico, come nel Mato Grosso; in un ristorante di Pechino come nel deserto del Maghreb o tra i “pueblo” della Baja California. Ma non è necessario spingersi così lontano per incontrare i “buchi neri” che si aprono d’improvviso nel nostro quotidiano: può accadere in una villa misteriosa di Forte dei Marmi o in una grotta, di quelle frequentate la domenica dagli spelelogi dilettanti; oppure, per averne nozione forse basta scorrere la liste delle più famose pop star scomparse negli ultimi trent’anni…
Tra cronaca e fantasia, Jacopo Corso Cresti si muove con la sicurezza del narratore di razza: attualizza antiche paure, le aggiorna agli inizi del millennio e, quindi, le “globalizza”. Così, un dono, un idolo esotico acquistato nella lontana isola di Bali e portato alle nostre latitudini per fare colpo su un donna tanto bella quanto disattento si trasforma in un orribile e feroce strumento di morte… E non è particolarmente raccomandabile neppure la ricerca dei ristorantini tipici e dei cibi caratteristici nella Pechino dei nostri giorni in bilico tra comunismo, capitalismo e un tempo senza tempo che crea creature da incubo… Insomma, anche se l’orrore dimora agli antipodi c’è poco da stare tranquilli e fin dal primo racconto il lettore si rende conto che la paura e l’inquietudine possono raggiungerti sempre e dappertutto. Temi propri del folklore e leggende metropolitane si mescolano nelle storie di questo affabulatore di talento, insieme all’idea, antica e modernissima, di una Natura organismo vivente che, se indagata, sondata, esplorata senza simpatia e senza amore, si ribella a quanti vorrebbero usarla e strumentalizzarla volgarmente: allora reagisce e rifiuta con ferocia ogni modernità, ogni omologazione grossolana e volgare
I materiali con cui Jacopo Corso Cresti costruisce le sue storie splatter (parola inglese onomatopeica che fa riferimento al calpestio, allo spiaccichio che, se produce una sensazione di schifo pure, al tempo stesso, ci attrae) provengono da appassionate e reiterate letture di fumetti, di romanzi di Urania, di telefilm americani e giapponesi, di film del genere B movies, di cartoni animati unitamente a preoccupazioni ecologiste corredate da un’informazione scientifica non disprezzabile: un back ground ancora poco conosciuto e meditato, ma che ha contribuito potentemente a plasmare gli immaginari collettivi di intere generazioni di giovani occidentali che in queste storie e nelle immagini relative hanno trovato il modo di esprimere i turbamenti, le paure e le inquietudini dei loro tempi complicati e difficili.

Luciano Luciani

Jacopo Corso Cresti, Le latitudini dello stupore, prefazione di Mario Spezi, Collana Via Lattea, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2005, pp.160, Euro 12

11 ottobre 2005

ILARIA ALPI. UNA DONNA. LA SUA STORIA

ILARIA ALPI. UNA DONNA. LA SUA STORIA.
a cura di Mariangela Gritta Grainer
160 pp., 210 x 130 mm, italiano
ISBN 88-88769-10-2 eur 12,00

Ilaria Alpi: tutti la conoscono come vittima di quell'agguato in cui,
insieme a Miran Hrovatin, fu assassinata a Mogadiscio,
oltre undici anni fa, il 20 marzo 1994.
Non si conosce ancora la verità sul duplice delitto. O per lo meno
non tutta la verità. Si sa che si è trattato di una esecuzione.
Di lei Ilaria Alpi, la donna, la giornalista, invece, si sa poco.
Ma conoscere "chi era Ilaria" è, in fondo, la verità.
Il racconto di Luciana e Giorgio Alpi, il ricordo degli amici
del premio televisivo Ilaria Alpi, gli articoli pubblicati da
Ilaria prima di entrare in Rai, la "sua Somalia", quella che
emerge dai reportage delle missioni precedenti a quella che
le sarà fatale, alcuni degli ultimi appunti ritrovati e due
interviste inedite a personaggi chiave della Somalia e forse
anche della storia tragica di Ilaria: da queste pagine emerge
per la prima volta il profilo di una donna appassionata e di talento,
il ritratto di una donna a tutto tondo, una donna giornalista:
difficile distinguere la donna e la giornalista.

Mariangela Gritta Grainer, presidente dell'associazione DonnaSi, è stata
componente della Commissione bicamerale d'inchiesta sulla cooperazione; è
attualmente consulente della Commissione d'inchiesta sulla morte di Ilaria
Alpi e Miran Hrovatin. Ha scritto, insieme
a Luciana e Giorgio Alpi, Maurizio Torrealta: L'Esecuzione, inchiesta sulla
morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (Kaos edizioni, 1999).

I proventi delle vendite saranno destinati a sostenere progetti di
solidarietà per i bambini africani.

Per acquistarlo in contrassegno rivolgersi a:
ali edizioni
loc. monte sante marie
53041 asciano - siena
tel. + fax 0577.700020-43 r.a.
www.ali-edizioni.com
ali@ali-edizioni.com

09 ottobre 2005

Il giovane Holden di J. D. Salinger

di Gianni Quilici

Leggo per la prima volta un classico, anti-classico Il giovane Holden e ne rimango conquistato. Vorrei, però, rileggermi almeno un capitolo con la penna in mano, per cercare di chiarire razionalmente le impressioni suscitate, perché leggendolo ne sono rimasto, quasi sempre, travolto.
Invece decido di fare come Holden: scrivo ciò che penso immediatamente.

Primo: Salinger riesce a diventare Holden in tutto e per tutto, non solo nel pensiero, ma anche nel linguaggio tanto da fargli scrivere non ciò che pensa dopo averlo ben sistemato, ma quello che appena intuisce. I pensieri- racconti di Holden risultano così freschi, perché in una certa misura incerti, insicuri, non totalmente decifrati, stupefatti.

Secondo: Salinger fornisce una straordinaria galleria di personaggi e di situazioni, stampate sulla carta in modo incredibilmente vivo, fotografico.
Esempi: la sorellina Phoebe, Jane, Ackley, il professore che lo accarezza, le due suore, la prostituta, l’amico violento, i due taxisti, il seduttore, le tre ragazze del ballo. Comprese naturalmente le “famose” anatre del laghetto di Central Park

Terzo: il linguaggio evita di annoiarsi innanzitutto con se stesso come personaggio, e si rivolge direttamente al lettore, dialoga con esso, saltando discorsi già scontati o abbreviandoli, usando formule, inseguendo sogni o soggiacendo a tic. Un linguaggio di tipo dialogico, che in questo senso rifiuta ogni compromesso e che per questo si inventa. Un io narrante che non sa tutto, che non capisce, che ha i suoi (non dello scrittore) limiti.

Infine: ciò che emerge è una realtà soffocante, chiusa in se stessa, violenta, priva di libertà, di immaginazione, perfino di vera fraternità. Holden rivendica senza veramente saperlo un altro ordine di cose, un’utopia…

J. D. Salinger. Il giovane Holden. Einaudi 

04 ottobre 2005

Sognando The Dreamers” a cura di Fabien S. Gerard

di Gianni Quilici

Non ho letto la sceneggiatura del film; film diverso da quello poi realizzato, che avrei dovuto, tuttavia, rivedere per ragionare un po’ seriamente sulle differenze…
Ho letto, invece, il resto: i prologhi di Bertolucci e di Gilbert Adair, sceneggiatore ed autore del romanzo, da cui è tratto “The Dreamers”, brani del diario di lavorazione del curatore del libro suddetto, Fabien S. Gerard, ed un dibattito finale sul cinema di questo ultimo trentennio, a cui partecipano curatore, regista e scrittore.

Impressione: un libro ricco di dettagli, di spunti narrativi, di idee, sempre interessanti, raramente originali; realizzato forse velocemente, mescolando materiale eterogeneo, però, a tratti, ancora informe.

Il libro è tuttavia intrigante per ciò che prefigura.
Innanzitutto ( e anche solo per questo varrebbe la pena procurarselo) per le numerose foto bellissime del film e del set, realizzate, queste ultime, da Séverine Brigeot, sparse in ogni dove e in tutte le dimensioni; e poi perché prospetta quello che dovrebbe essere oggi un libro su un film: un percorso, cioè, che vada oltre la sceneggiatura: diari di lavoro, immagini, interviste a più voci. Un libro,
insomma, che andando oltre la pellicola, restituisca davvero la realtà del fare cinema, la sua inimmaginabile fatica, ieri come oggi.
Non sono nuovi questi tipi di libri, ormai: merito, molto, di una casa editrice come ubulibri, sensibile alla questione e, in generale, all’aspetto visuale di qualsiasi opera pubblicata.
C’è, infatti, in questo “The Dremears” una cura e resa fotografica insolita.

Sono i testi che non sempre sono all’altezza di quelle immagini. Penso, come contraltare, e per fare qualche esempio, ad altri tre libri: il diario di lavoro di Lars Von Trier per “Idioti”; quello, poco conosciuto, una sorta di magnifica avventura, di Brizio Montinaro: “Diario Macedone” -Edizioni il Formichiere-, sul set di “Alessandro il Grande” di Theo Anghelopulos; e infine nello splendore del bianco e nero “Lo zio di Brooklin” di Daniele Ciprì e Franco Maresco –Bompiani-
Libri più poveri, ma che hanno una necessità più stringente.

Sognando The Dreamers” a cura di Fabien S. Gerard ubulibri € 29,00

02 ottobre 2005

“E’ filo di seta”. Marisa Cecchetti

di Gianni Quilici

Sono così tanti, sono così poco comprati, sono così poco letti i libri di poesie e le poesie, che quelle che per forza, per incanto sono tali [versi, cioè, che hanno un cuore, una necessità, un ritmo, un’apertura] andrebbero preservate, messe in evidenza, non fatte morire.

Così è, a mio parere, per “E’ filo di seta” di Marisa Cecchetti, insegnante di scuola media fino a due anni fa, narratrice e poetessa lucchese-pisana.

Sono un centinaio di poesie, raccolte in cinque capitoli, sorta di diario privato, che diventa, in qualche modo, pubblico, cioè ci riguarda. Un diario poetico in progress di chi dialoga, si esplora, impara, lascia la sua vita aperta, nonostante traumi incancellabili.

Filo comune: la voce appassionata, radicata, angosciata, imprigionata e liberata, che emerge dalle poesia stessa; e le storie (forse la storia), che si dipanano: il figlio che non c’è più, ma che è scolpito per sempre; la voce della figlia che “scava gli abissi dell’essere”; “la speranza di un battito nuovo, che incrini il manto di gelo”; “le parole di bimbi ancora”, gli alberi che hanno tagliato, “ (l’)inverno di guerra che non conosce parole congrue”, la scelta del sole...

Prendiamo una poesia, per dare appena la motivazione di questo mio dire:

Devo imparare
a tacere.
Le scoperte
sono impercettibili
a occhio nudo
e l’emozione
può rivelarsi
uno sbaglio.
C’è in questi versi un pensiero sottile, che diventa aforisma, che per verità del senso, per essenzialità e secchezza del verso, perentorietà e scansione del ritmo diventa poesia. Del resto provate a impararla a memoria. Vi terrà compagnia. Diventerà vostra.
Gianni Quilici

Marisa Cecchetti “E’ filo di seta”. Edizioni Del Cerro. € 8.

30 settembre 2005

Bastardo in flash, Memo (Domenico Izzo)

da Luciano Luciani

Declinavano i Cinquanta
Declinavano i Cinquanta “ poveri, ma belli” (per chi c’era, però, soprattutto poveri) e covavano già le ragioni dei formidabili Sessanta, quelli dopo i quali niente sarebbe più stato come prima: gli uomini raggiungevano lo spazio; i lavoratori italiani cominciavano a prendersi qualche modesta rivincita delle batoste subite per un decennio; i socialisti strizzavano l’occhio ai democristiani, i democristiani ai socialisti. In proposito, l’arcigno cardinale Ottaviani, prefetto della Congregazione del Santo Uffizio, lanciava terribili anatemi ma erano sempre meno quelli che se lo filavano… L’Italia aveva il vento nelle vele e saliva nella considerazione internazionale: ad Emilio Segrè, allievo di Enrico Fermi veniva assegnato il Nobel per la fisica, a Salvatore Quasimodo quello per la letteratura. L’autorevole “The Financial Times” conferiva alla nostra povera liretta di allora l’ “Oscar” delle monete per il 1959. Era il riconoscimento del “miracolo economico italiano”e in giro si respirava l’euforia dei tempi nuovi. Intrecciate con libertà e possibilità fino a poco tempo prima sconosciute, inedite ingiustizie si aggiungevano a quelle antiche. Aumentavano le aspettative, crescevano i bisogni: però, i mezzi per soddisfare le une e dare risposte gli altri restavano insufficienti.
Alla periferia della piccola città di provincia, Lucca per intenderci, dove quarant’anni fa viveva l’autore di Bastardo in flash, di tutte queste trasformazioni, quelle vere e quelle desiderate, arrivavano appena gli echi, attutiti dalla quotidiana fatica di esistere. Molto simile a quella dell’anteguerra la vita concreta delle famiglie al confine tra proletariato e piccola, piccolissima borghesia: i vestiti si “rivoltavano” e passavano senza soluzione di continuità da una generazione all’altra, di padre in figlio, dal maggiore al minore; un pacchetto di sigarette costituiva un lusso e allora si acquistavano sfuse; parchi, e anche qualcosa di più, anzi di meno, i consumi alimentari; non tutte le abitazioni usufruivano di servizi igienici degni e il Comodo era tale solo di nome.
Si era poveri, dignitosamente poveri, secondo un decoro sociale conquistato a fatica e mantenuto con le unghie e con i denti. Né, d’altra parte, cattolica, paternalista e benpensante la Città, avrebbe permesso forme di indigenza più marcate: la Chiesa faceva da “collante sociale” e, allora come oggi, recuperava lacerazioni e squilibri, garantendo assetti sociali e di potere sempre uguali, sempre nelle mani delle solite famiglie. Insomma, in cambio di un vivere civile placido, blando, un po’ addormentato non mancavano modeste ma dolorose prevaricazioni, soprusi piccoli e grandi, vessazioni minori e maggiori che hanno bruttato quel periodo che riesce a tornare caro alla memoria solo nella “tenerezza feroce del ricordo”.
Tutti questi problemi, però, non sfioravano nemmeno la vita del Nostro Narratore, allora troppo impegnato a crescere e tutto preso dalle minute ma serrate trame della vita familiare e amicale in un quartiere popolare che, per quanto caldo d’affetti e di attenzioni, pure non faceva sconti a nessuno, tanto meno ai “figli della mediocrità e della povertà” come i giovani e i giovanissimi abitatori del Bastardo. Che pieni di curiosità e capaci con le mani, intraprendenti e spregiudicati staccano di parecchie lunghezze gli adulti e il loro mondo, più convenzionali, intrisi di luoghi comuni, scontati nella loro moralità impacciata e incapace di sogni e desideri forti.
Erano davvero così gli adulti di allora? Forse no. Certo, però, così apparivano agli occhi chiari del bambino che oggi, ultracinquantenne, sempre in bilico tra la ragione documentaria e il sentimento del passato ci racconta un frammento di storia della Città di appena ieri. E non sarà senza significato ricordare che proprio il confronto tra giovani e adulti, tra vecchie e nuove generazioni – uno dei tanti temi di Bastardo in flash, ma quello che lascia il segno più marcato, più deciso nella coscienza de lettore - negli anni appena successivi, diventerà, nell’economia come nella musica, nella politica come nei media, il terreno privilegiato del cambiamento. Nel bene e nel male quello che ha reso il mondodi appena ieri simile al nostro difficile presente.
Luciano Luciani

Memo (Domenico Izzo), Bastardo in flash, DARIS - Libri e stampe, Lucca 2005, pp. 50. E. 5

Il libro si può richiedere a DARIS – Libri e stampe, Via Cenami, 23 55100 Lucca
tel. e fax 0583 469328
www.darislibri.it
info@darislibri.it

Breve storia di “Lucca beat” di Enzo Guidi

di Gianni Quilici

Apro e leggo e subito vengo rapito da una scrittura fluente, che fonde la Storia con la Narrativa con un sorriso sottile, a volte acre, ma mai “al di sopra”.
Ecco Breve storia di “Lucca beat” di Enzo Guidi a questo riesce: ricostruire la vicenda del movimento beat lucchese (1965-68) ed insieme raccontarla come se fosse un romanzo che ha un inizio, uno sviluppo, una conclusione.

Come ricostruzione storica Enzo Guidi è fedele ai fatti, puntigliosamente documentati, e diventa, nell’analisi di essi, ora cronista appassionato, ora sociologo disincantato, ora sottile semiologo fino a lasciare trapelare molto liberamente interpretazioni simboliche che stanno tra la psicanalisi ed il magico-antropologico.

Come narratore Guidi, pur disciplinato dalla volontà di ancorare le parole ai fatti, ha lo stile: precisione di linguaggio, ritmo incalzante, figure ben profilate, sintesi illuminanti. Si veda la nitidezza con cui ci appare Barabba: “Dapprima si piantò davanti a noi, calandosi minacciosamente di spalla il sacco d’ordinanza, poi sorrise a tutti con la sua tenera rapacità da beduino, lisciandosi la barbetta nera. “Sono Barabba –disse un po’ minacciosamente- che ci fate voi qui con quei capelli lunghi a giornate sane?!…” Oppure a proposito del posto dove stare. “Tutto insomma portava alle viscere della città e Lucca è città di mistero, di viscerali cantine e di vertiginose altane, di spazi segreti e morbosi angolini. Dunque bisognava andare sotto nel buio, nel grembo, nel segreto della penombra primordiale, per poter essere così diversi, per il desiderio di trasgredire liberamente, per cospirare contro il mondo o per conoscersi meglio: per rinascere forse”.

Infine la storia del beat a Lucca penso che abbia davvero i caratteri dell’unicità.
Se considero il movimento del ’68 lucchese lo trovo carente di creatività sia interpretativa che prepositiva, per non parlare di quella estetica. Di vero nel ‘68
c’è soprattutto una grande liberazione di parola, di movimento, di spazi…
Nel movimento beat, oltre a questo, c’è il coagulo di alcune personalità fuori del comune per autonomia personale e creatività artistica. Prendete dal primo giornalino
“Noi la pensiamo così… via” la poesia dello stesso Guidi “Illuminazione Zen”.
Bellissima per visionarietà, impasto linguistico, magia sonora, perentorietà del ritmo, senso smisurato, ma dialettico, dell’io.
Per questo la storia del beat a Lucca è stata più inventata che mutuata e questo libro ha il grande merito di dimostrarcelo.

Enzo Guidi. Breve storia di “Lucca beat” (Ediz. ETS, Pisa 2002, pag. 144, € 10

Storia del popolo americano di Howard Zinn

Ciao Marcantonio, vorrei segnalare un libro che sto attualmente leggendo e mi sembra interessante e di piacevole lettura.

Il libro si intitola Storia del popolo americano di Howard Zinn ,edizione Il Saggiatore ,costo 22 euro.
Pur essendo un bel librone di storia di circa 450 pagine è abbastanza scorrevole nella lettura ed è una storia "dal basso" degli Stati Uniti dal 1492 (quindi comprende anche il periodo coloniale britannico) ad oggi. E' un testo rivolto soprattutto agli stessi giovani statunitensi come alternativa alla storia ufficiale abitualmente somministrata nelle scuole, pertanto forse dà per scontata una certa cronologia degli avvenimenti e inoltre non è dotato di cartine; quindi non è male se uno vi si approccia avendo già un'infarinatura storica del periodo e una cartina del Nord America sott'occhio. Per il resto ,come ho già detto, pur essendo un libro di storia, la lettura è molto piacevole. Il prezzo è un po' alto........ma ne vale la pena.

Ciao, Gian Paolo

19 giugno 2005

Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani

da A rivista anarchica

Anarchici in un dizionario
di Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso


È uscito, per i tipi della BFS di Pisa, i due volumi del Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani. Eccone la premessa scritta dai docenti universitari direttori del progetto.

Negli ultimi trent’anni la storiografia sull’anarchismo ha compiuto significativi progressi, sotto il profilo sia quantitativo che qualitativo. Opere di vario genere hanno gettato luce su figure, aspetti, momenti e problemi della storia libertaria italiana e internazionale, ampliando e approfondendo il quadro generale della sua conoscenza. Quasi tutti questi lavori, tuttavia, hanno posto l’attenzione sui personaggi e sugli avvenimenti più noti ed emblematici, con l’inevitabile conseguenza di delineare un quadro «elitario» del fenomeno. Mancava cioè, fino ad oggi, una storia «di base», una storia di quelle migliaia e migliaia di oscuri militanti che hanno costituito in gran parte il tessuto connettivo del movimento. Il presente dizionario, ovviamente, non può colmare tale lacuna; costituisce però, con le sue duemila voci, uno strumento fondamentale per progredire in tal senso. Gran parte dei personaggi qui biografati sono, infatti, «portati alla luce» per la prima volta, permettendo una conoscenza più ricca del fenomeno anarchico. Si tratta di uno squarcio della storia politica e sociale italiana del tutto inedito, che allarga notevolmente lo sguardo generale sul movimento operaio e socialista e anche, naturalmente, sulla storia del sovversivismo nazionale e internazionale. Complessivamente esso copre un arco temporale che va dalla metà dell’Ottocento alla fine degli anni Sessanta del Novecento, con alcuni prolungamenti biografici giunti fino ai nostri giorni.

Tre anni di lavoro

Frutto di un lavoro archivistico e bibliografico che per tre anni ha impegnato a vari livelli oltre un centinaio di studiosi, esso presenta alcune caratteristiche delle quali è necessario dar conto. Come si può vedere dalle fonti utilizzate, la ricerca si è mossa in varie direzioni, al fine di offrire uno spaccato documentario e interpretativo il più vario e articolato possibile. Sono stati utilizzati innanzitutto i documenti relativi al Casellario Politico Centrale depositati presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, che, come è noto, offrono la possibilità di ricostruire l’attività e i movimenti principali dei soggetti sottoposti al controllo; questi documenti sono stati integrati con altre carte di polizia e di prefettura provenienti da fonti diverse. Naturalmente la ricognizione è avvenuta sulla base della consapevolezza che tali testimonianze presentano due fondamentali caratteristiche: da una parte l’aspetto descrittivo e burocratico, dall’altra quello ermeneutico e storiografico.
In generale, lo storico dell’anarchismo è interessato solo alla prima caratteristica. Questa, infatti, se gli informatori sono dei veri professionisti, è costituita dalla somma – a volte anche copiosa – delle relazioni stese dagli investigatori sull’attività dei soggetti sottoposti a sorveglianza. Possiamo così avere una mappa abbastanza dettagliata degli spostamenti e delle relazioni dei militanti, acquisendo anche la conoscenza del contesto sociale e geografico entro cui tutto ciò è avvenuto. Va tuttavia tenuto presente che queste stesse fonti non sempre sono attendibili perché la pura registrazione dei fatti svoltisi nel tempo e nello spazio dice comunque poco rispetto alla trama effettiva d’azione e d’intenti che animava veramente i protagonisti. Il movimento anarchico, infatti, è stato fin dal suo inizio un movimento antilegalitario e rivoluzionario: senza dubbio, in generale, il più antilegalitario e il più rivoluzionario dell’intero sovversivismo italiano. Data questa inequivocabile natura, molte azioni e, ancor più, molti intenti d’azione, non avendo avuto un seguito concreto e visibile, sono rimasti ignoti ai contemporanei e ai posteri. Gli stessi anarchici, poi, quasi mai hanno ricostruito le varie vicende che li hanno visti protagonisti. Naturalmente queste considerazioni non implicano affatto l’idea che tali zone d’ombra costituiscano la parte più interessante della storia dell’anarchismo: la parte più interessante e più importante della storia dell’anarchismo è quella che già conosciamo. Detto questo, vanno comunque considerati degni di studio tali anfratti storici ed è ovvio, a questo punto, che le uniche fonti utili per far luce su di essi siano fornite dagli archivi della questura, della prefettura e della magistratura.

15 giugno 2005

Operazione Foibe - Tra storia e mito

Da Maurizio Fatarella - ARCI LUCCA

Operazione Foibe
Tra storia e mito
di Claudia Cernigoi



Lo studio di Claudia Cernigoi vuole fare chiarezza sulla storia delle nostre terre, vuole rendere giustizia ai morti di tutte le parti, finora strumentalizzati a scopo di propaganda; vuole mettere fine a quella continua creazione di elementi di tensione politica in un’area di confine delicata come la nostra e, oltretutto, potrebbe servire a liberare finalmente anche gli Sloveni e la sinistra da quel senso di colpa che si portano dietro come “infoibatori”, accusa che viene loro mossa incessantemente da sessant’anni senza che d’altra parte si tenga minimamente conto dei vent’anni di dominio fascista e snazionalizzazione forzata subita dai popoli “non italiani” e dei successivi anni di guerra con massacri feroci perpetrati contro le popolazione dell’Istria, della Slovenia e di tutta quell’area che viene chiamata Venezia Giulia.

“Il libro di Claudia Cernigoi, Operazione Foibe. Tra storia e mito (Kappa Vu Edizioni), arricchito con documentazione in parte inedita, pone il discorso sulle foibe nei dovuti limiti storiografici. Non pensiamo che tutto questo basterà a tacitare la propaganda antipartigiana che continua con toni sempre più violenti, anche da parte di alcuni autori ritenuti fino a qualche tempo fa vicini alle tematiche della Resistenza. Vorremmo però che almeno gli studiosi che agiscono nell’ambito degli Istituti storici del Movimento di Liberazione, nel parlare di questo libro lo facciano con il dovuto rispetto storiografico, tenendo conto della documentazione presentata” (Alessandra Kersevan)

“Questa seconda edizione del libro era quanto mai necessaria perché ci aiuta a comprendere più a fondo cosa sia stato il fenomeno delle foibe e come esso sia stato usato e strumentalizzato. In questi sette anni (il tempo trascorso dalla prima edizione del libro) l’autrice ha approfondito la sua conoscenza della questione con ricerche in archivi italiani ed esteri, seguendo attentamente gli sviluppi della campagna propagandistica sull’argomento. Ha cioè fatto quello che ogni storico che si rispetti dovrebbe fare prima di lanciare giudizi” (Sandi Volk)

Claudia Cernigoi è nata a Trieste nel 1959. Giornalista pubblicista dal 1981, ha collaborato alle prime radio libere triestine e oggi dirige il periodico “la Nuova Alabarda” (il sito è www.nuovaalabarda.tk). Ha iniziato ad occuparsi di storia della seconda guerra mondiale nel 1996, e nel 1997 ha pubblicato per la Kappa Vu il suo primo studio sulle foibe, Operazione foibe a Trieste. In seguito ha curato una serie di dossier (pubblicati come supplemento alla “Nuova Alabarda”) su argomenti storici riguardanti la seconda guerra mondiale e sulla strategia della tensione. Nel 2002, assieme al veneziano Mario Coglitore, ha pubblicato La memoria tradita, sull’evoluzione del fascismo nel dopoguerra (ed. Zeroincondotta di Milano).


Info: Mauro Daltin – Ufficio Stampa Kappa Vu Edizioni
Tel: 0432530540
info@kappavu.it

Recensione pubblicata sul sito dei Wu Ming: http://www.wumingfoundation.com

Claudia Cernigoi, Operazione "Foibe" tra storia e mito, Kappa Vu, Udine 2005, pagg. 300, euro 16,00

http://www.resistenzastorica.it, http://www.kappavu.it, info@kappavu.it


Un libro fon-da-men-ta-le, che deve circolare, che va diffuso con ogni mezzo necessario e letto dal maggior numero di persone possibile. La lettura spalanca il mondo davanti agli occhi. Questo saggio è uno strumento di lotta, è un'ascia di guerra dissepolta, alfine.
Claudia Cernigoi, dopo anni di ricerche, ha riscritto e ampliato la sua opera del '97, Operazione "Foibe" a Trieste. Ora il libro parla anche dell'Istria e si chiama Operazione "Foibe" tra storia e mito, lo ha pubblicato la Kappa Vu di Udine nella collana "Resistenza storica". Trecento pagine fitte e documentatissime, costa sedici euro e sono ben spesi. Mooolto ben spesi.

Cernigoi ha passato a pettine tutti gli archivi consultabili di qua e di là del confine. Il suo libro smantella con rara e lucida spietatezza le dicerie, le falsificazioni, le leggende contemporanee e le buffonate che, modellate dalla propaganda nazionalista sul confine orientale, si sono fatte strada nell'opinione pubblica senza mai essere messe in questione, fino a spingere il Parlamento a istituire una giornata commemorativa. Nel mentre, si è realizzata una fiction campionessa d'ascolti basandosi su fandonie che i vari "foibologi" hanno preso di pacca da Questo è il conto!, opuscolo in lingua italiana diffuso dai nazisti sul Litorale Adriatico, subito dopo i venti giorni del "potere popolare", nel 1943.
Operazione "Foibe" tra storia e mito deve diventare IL testo di riferimento per chi voglia occuparsi di "foibe" in modo scientifico, e non sto parlando di geologi.

Cernigoi dimostra che le liste degli "infoibati" sono state oggetto di pesanti manipolazioni. In quegli elenchi, gli pseudo-storici delle "foibe" (molti dei quali neofascisti: chi proveniente da "Ordine Nuovo", chi coinvolto nel golpe Borghese etc.) hanno infilato tutti i dispersi, compresa gente che nel frattempo era tornata a casa, non con le gambe in avanti o dentro un'urna bensì viva e vegeta. I "foibologi" hanno aggiunto anche i nominativi di partigiani e civili uccisi dai nazifascisti. Come spiega molto bene l'autrice, l'infoibamento fu teorizzato, evocato, minacciato dal nazionalismo italiano fin dall'inizio del secolo, per esser poi messo in pratica durante l'occupazione nazifascista. Va aggiunto che molti nomi di "infoibati" sono doppi o addirittura tripli, sovente la stessa persona figura "infoibata" in posti diversi, e in un caso tre nominativi di presunti "infoibatori" (Malvagi Partigiani Slavo-Comunisti) figurano pure nella lista dei relativi "infoibati"! Della serie: se la cantano e se la ridono.
Una lista in particolare, quella degli "infoibati" (in realtò comprensiva di tutti i dispersi) della provincia di Trieste, dopo attento esame registra una percentuale d'errore superiore al 65%. Su 1458 nomi, ben 961 si rivelano sbagliati!

Tutti gli altri caduti (e nemmeno questi furono tutti "infoibati") erano torturatori della Milizia di Difesa Territoriale o della X Mas, massacratori vari, collaborazionisti, delatori, etc. Di molti di costoro Cernigoi fornisce il cursus honorum, ricavato da documenti e fonti d'epoca. A conti fatti, viene smentita la propaganda sugli ammazzati "solo perché italiani". I motivi erano ben altri. Il "feeling" non era antitaliano, ma antifascista.
Quanto alla soppressione del CLN di Trieste da parte dei "titini", spesso citata come esempio di politica fratricida tra nemici del fascismo, Cernigoi spiega in modo chiaro che - a causa della repressione tedesca - in città si susseguirono ben tre CLN, molto diversi l'uno dall'altro, l'ultimo dei quali composto da loschi figuri di destra, anche ex-X Mas. Col paravento dell'antifascismo, costoro cercavano addirittura alleanze con residui del regime fascista in funzione nazionalista e anti-slava, inoltre preparavano - e in alcuni casi eseguirono - attentati e azioni armate contro i partigiani di Tito. Risulta abbastanza normale che questi ultimi abbiano deciso di arrestarli, portarli a Lubiana e colà processarli.

Per quanto riguarda i finti "infoibati", è particolarmente buffo (si fa per dire) il caso di Remigio Rebez, "il boia di Palmanova", tenente della X Mas e feroce torturatore. Condannato a morte dopo la Liberazione, gode dell'amnistia di Togliatti (o meglio, della sua interpretazione estensiva da parte dei magistrati) e si trasferisce a Napoli, dove muore addirittura nel 1996. La stampa triestina dà notizia del suo decesso, gli dedica distici elegiaci, ma si guarda bene dal dire ai lettori che il suo nome figura sulle liste degli "infoibati" fornite da vari storici di destra come Papo, Pirina etc.

Un altro esempio di chi e cosa si possa trovare in quegli elenchi: viene presentato come "vittima degli slavi" tale Eugenio Serbo, "capitano 57° Rgt. Art. Div., rimpatriato dalla Germania fu catturato dagli Slavi e deportato nei pressi di Lubiana; risulta deceduto il 14/12/44 a Leitmeritz".
Lapidaria, Cernigoi: "Leitmeritz è però il nome tedesco di Litomerice, cittadina che si trova nell'attuale Repubblica Ceca nei pressi di Terezin, praticamente a metà strada tra Praga e Dresda. Ci pare difficile che i non meglio identificato 'Slavi' nominati da Papo siano riusciti a deportare il capitano Serbo a Lubiana e farlo morire nel 1944 in un lager tedesco".

Anche soffiando e gonfiando e gonfiandosi, come la rana che vuol competere col bue, i "foibologi" non sono mai riusciti a presentare elenchi plausibili. L'ammontare complessivo delle "vittime" non superebbe le 500 persone tra Venezia Giulia e Litorale Adriatico. Il resto ("decine di migliaia di vittime" etc.) è fantasy, non c'è nessun riscontro documentale. L'anno scorso il ministro Gasparri parlò addirittura di "milioni di infoibati", ma la verità è che siamo ben lontani da quel "genocidio per mano rossa" cercato disperamente dalla destra per contrapporlo alla Shoah e poter ricorrere al "benaltrismo" ogni volta che si parla di leggi razziali, Salò, stragi etc.
Cernigoi non nega che vi siano state vendette personali ma, ricostruendo il contesto e riportando alla luce materiali d'archivio, dimostra che si trattò di azioni individuali e sporadiche, non certo di una politica di sterminio o "pulizia etnica" da parte dei partigiani jugoslavi.

Altre truffe sono i resoconti degli scavi avvenuti nel dopoguerra, a opera di società speleologiche che stavano alla destra fascista come il negozio di fiori sta al Gruppo TNT. Più ci si allontana nel tempo, più si moltiplicano i morti trovati nella data foiba. Se, putacaso, nel '46 erano otto, si può star sicuri che oggi si dice che erano ottanta, e così via. La stessa foiba di Basovizza, divenuta monumento nazionale e frequente location di picchetti e commemorazioni, è più un oggetto di propaganda che di seri studi storici. Non è stato dimostrato in alcun modo che in fondo a quella cavità carsica sia finito "un numero rilevante di vittime, civili e militari, in maggioranza italiani, uccisi ed ivi fatti precipitare". Alla sola Basovizza, Cernigoi dedica un capitolo che pare la messa in scena di una lunga, macabra pochade.

La "tragedia delle foibe" è una truffa ideologica, e la cosa peggiore è che studiosi come Cernigoi e Sandi Volk (autore di un altro saggio importante e recensituro, Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell'italianità sul confine orientale, Kappa Vu, 2005) sono praticamente i soli a confutarla con gli strumenti della storiografia. La propaganda di destra viene accettata a cresta bassa anche a "sinistra", Bertinotti compreso. Tutt'al più si tratteggia vagamente il contesto, si fanno dei distinguo, gli eredi del PCI se ne chiamano fuori dicendo "Noi coi titini non c'entriamo niente" etc.

Invece andrebbe smantellato tutto, ma proprio tutto, e senza alcun indugio.

"Open non è free"

Il libro "Open non è free - Comunita' digitali tra etica hacker e mercato globale", a firma Ippolita,

E' presente alla libreria di Pergola (Milano) da ieri, e verra' presentato ufficialmente all'hackmeeting, in un seminario che vorrebbe parlare delle comunita', piu' che del libro in quanto tale.

E' il primo saggio di un autore collettivo (scritto a 10 mani)
copyleft in italiano sotto licenza creative commons scaricabile
integralmente dalla rete prima dell'uscita in libreria; anzi, stiamo
continuando ad accumulare materiali e percosi sul sito e ospitiamo gia'
nuovi progetti di scrittura collettiva. L'esperienza infatti non si e'
fermata al testo cartaceo, ma e' stata l'humus attraverso il quale e'
nato ippolita.net un server indipendende dedicato alle "comunita'
scriventi" e al tema della libera circolazione dei saperi.

La copia da scaricare si trova qui
http://ippolita.net/content/progetti/prj.php?document=open

Qui ci sono i materiali del libro
http://ippolita.net/content/progetti/prj.php?document=open

E qui i documenti più "teorici"
http://ippolita.net/content/main.php?document=disclaimer
http://ippolita.net/content/policy.php

Scheda libro:
Gli hackers fanno molto e dicono poco. Ma, nell'era della
tecnocultura, hanno molto da insegnarci: la passione per la tecnologia,
la curiosità che li spinge a "metterci sopra le mani", a smontare per
comprendere, a giocare con le macchine, a condividere i codici che
creano. Essere pirati informatici significa essere pirati della realtà.
Essere protagonisti attivi, agire e non subire il cambiamento; usare la
tecnologia per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri; porsi in
un continuo dialogo con il flusso di informazioni delle reti,
informatiche e umane. L'etica hacker, le pratiche di condivisione e
cooperazione interessano ora anche il mercato, che ha assunto il metodo
di sviluppo delle comunità hacker per risollevarsi dopo la bolla
speculativa della net economy. I termini cambiano poco, da software
libero (free software) a software aperto (open source), ma in realtà
cambia tutto. Il passaggio è doloroso: la curiosità per il nuovo diventa
formazione permanente, la fluidità delle reti diventa flessibilità
totale, la necessità di connessione per comunicare diventa lavoro 24 ore
su 24: semplici ed efficaci slogan del mercato globale. La cultura
hacker cerca allora di elaborare nuove vie di fuga, insistendo sulla
forza delle comunità e sulla responsabilità delle scelte individuali.

L'autore:
Ippolita è un luogo dedicato ai pirati della realtà. Ippolita è un
cyborg mutante: è una macchina, un server indipendente per progetti
editoriali e spazi di scrittura collettiva (ippolita.net). È anche
l’autore collettivo di questo libro, una comunità di scriventi, un
crocevia per condividere strumenti e competenze tra i linguaggi del
digitale e i linguaggi della scrittura.
ippolita.net