31 luglio 2009

"Immagini e parole" di Henri Cartier-Bresson


di Gianni Quilici

48 foto di Cartier-Bresson, ognuna commentata, a vario modo, da intellettuali siano essi scrittori, saggisti, pittori, registi, poeti, fotografi, storici... Alcuni nomi? Arthur Miller, Milan Kundera, Jim Jarmush, Ernst Gombrich, Robert Doisneau, Pierre Boulez, Leonardo Sciascia...

Da un libro di questo genere è possibile ricavare, oltre che la forza indimenticabile di certe foto cartier-bressoniane divenute parte dell'immaginario novecentesco, almeno due aspetti.

Il primo: i giudizi-impressioni su Cartier-Bresson.
Eccone una carrellata, una sorta di blog:
“...sono come una finestra aperta sul tempo... grande potere di penetrazione...” (Kobo Age) “...ogni immagine fotografata è rigorosamente definita nelle sue proporzioni, nella dinamica... (Avigdor Arikha) ...che lo vogliamo o no, diventiamo parte della fotografia. Siamo nella foto” (Eduardo Arroyo) “...concisione, economia e suggestione... grande compostezza ma un'efficacia che porta ad un fremito trattenuto ed altero” (Jean Daniel) “C'è la folgorazione dei predatori. Cartier-Bresson è l'argento vivo della coscienza” (Robert Delpire) “Rigore della composizione. Infallibilità dell'inquadratura” (RobertDeisneau) “Una immagineunica, statica, diventa un frammento rivelatore di una storia” (Jim Jarmush) “Henri è storico, moralista, poeta; insieme pittore e fotografo” (Lincoln Kirstein) “...il senso surrealista della sorpresa e il rigore plastico di derivazione cubista” (Jean Leymarie) “...è un 'mitoscopio' della vita quotidiana” (MATTA) “...ma tu non imponi l'immagine, la inviti a venire alla mente” (Jean-Pierre Montier) “...è un grafico, più esattamente un foto-grafico..” (Paul Virilio)

Il secondo, più difficile, da cogliere: il tipo di “sguardo” (anche di scrittura) che ogni “commentatore” posa sulle foto di Cartier-Bresson.
C'è l'impressione generale sull'opera, c'è una descrizione analitica della foto scelta, ci sono ragioni personali in cui i due sguardi (oggettivo e soggettivo) si confondono, ci sono le suggestioni pittoriche, fotografiche, cinematografiche; c'è uno sguardo di tipo filosofico, c'è la memoria storica...

E' un libro di lettura fotografica, di interpretazione, di confronti, di piacere visivo.

Il limite: la sua dimensione, che sacrifica la grandezza della foto ed un rapporto più contiguo tra parole e immagini.

Henri Cartier-Bresson. Immagini e parole". Contrasto. Pag. 141. Euro 28,00.

30 luglio 2009

"La stanza di Haar" di Luciano Fusi



di Luciano Luciani

Contorte, piegate secondo angoli inusuali, inarcate e tese al limite della indicibilità le parole dell’ultima raccolta poetica di Luciano Fusi, La stanza di Haar. A sancire un’esperienza emotiva e spirituale che, nel corso degli anni, non si è rasserenata in una quale che sia accettazione dell’esistente ma continua ad alimentarsi di un marcato senso di disagio esistenziale. Lo stesso provato, bruciante, sulla propria pelle dai personaggi che da sempre costituiscono i riferimenti umani, morali, artistici del poeta toscano: Dino Campana, Caravaggio, Vincent Van Gogh, Arthur Rimbaud, Carmelo Bene… Ognuno, a suo modo, estremo, folle, visionario e misteriosamente vocato a cogliere lo stato di grazia innocente e incontaminata di un’illuminazione originaria vibrante e sospesa.

La stessa che nasce dalle arcane alchimie della parola e/o del segno una volta che, liberate dalle loro specificità culturali e dai tratti intellettuali e storici, vengono finalmente colte per quello che sono: musica, forma, colore… E’ la stessa lunghezza d’onda dell’Autore che, esplicitando la propria poetica nell’ultima di copertina dichiara che “ogni parola usata nel volume è carica di un’emozione che non ha fine perché è inconsumabile come il mistero dell’arte e della vita in essa contenuta”.

Un programma perseguito con coerenza e assoluto rigore testo dopo testo, nei versi e nelle prose poetiche, tappe di un sofferto recupero memoriale dei tempi e degli eventi di un’infanzia tanto lontana nel passato quanto ricca dei prodigi naturali e delle scoperte sentimentali di un’epoca irripetibile, ingenua e insieme disincantata, tenera e feroce: “Le giornate crescevano sane nel tozzo del pane intinto e la somma dei beni di ognuno era feconda e sonante posizione degli occhi rotondi e lenti, fissi nell’attimo che non passava mai… Tutto si muoveva senza storia come una foto un po’ bruciata e miracolosamente conservata nel pigro delirio del tempo” (pp. 28/29): su questo scenario agisce e interagisce il Poeta nella sua prima giovinezza facendosi a fatica uomo “che adulto era chiamato a scegliere una direzione, una destinazione o tacita ammissione di non colpa davanti alla fine del sogno o più sogni cristallini nell’ottica deformata nella visione della vita.” (p.29)

Costante nei versi di Luciano Fusi la tensione verso la rappresentazione di una realtà, di una materia del mondo degradata o in via di corruzione: a questo mirano ora le improvvise, ricorrenti accensioni cromatiche di derivazione quasi espressionistica, ora la tenace ricerca di una marcata incisività dell’elemento lessicale, ora il vasto repertorio dei dati sensoriali profusi in abbondanza a ribadire e ricordare al Lettore che in fondo la poesia è pur sempre sangue e carne, vita fisica colta nella sua concreta tangibilità.

L’intera raccolta, a tutt’oggi, almeno secondo chi scrive, la prova più matura e convincente di questo poeta della Toscana interna, appare segnata da un senso diffuso di perdita e di scacco. Come scrive acutamente Fiorenza Ceragioli nella sua bella Introduzione, il mondo è “dolorosamente sentito come squallore in paesaggi degradati, velato dalla tristezza e segnato dal pianto degli umili”, quelli che nella lirica che significativamente chiude la silloge “feriti da un sogno che non è stato fecondato / ulcerato nella fame delle scurate sere / che svanite nella voce di gole anonime / attendono ancora il sole ed il seme di un dio minore.” (p. 43)

Uno stato d’animo che non si risolve, però, in un atteggiamento di resa o di ripiegamento interiore, di abbandono o revisione del proprio sistema d’idee. Lo slancio vitalistico che pervadeva la poesia di Fusi fin dagli esordi e ne costituiva, anzi, la novità e la forza non è venuto meno: sta solo facendo i conti con una più matura coscienza delle proprie e altrui opacità, delle proprie e altrui finitezze, delle complicatezze della storia.


Luciano Fusi, La stanza di Haar 1996 – 2004, Introduzione critica di Fiorenza Ceragioli, Felici editore, Pisa 2008, pp. 44, Euro 8,00

27 luglio 2009

"Il piacere di pensare" di James Hillman


di Gianni Quilici

Un libro da consigliare a chi si vuole avvicinare “più gradevolmente” ad un pensiero complesso e molto intrigante come quello di James Hillman.

Perché è un colloquio con una filologa e antichista: Silvia Ronckey, che interagisce davvero con Hillman, rilanciando le questioni.
Perché il libro è ben fatturato: dalla scelta dei caratteri al tipo di carta, dalla copertina alla disposizione delle note...
Perché, e sopratutto, per i temi che affronta, che ti costringono a metterti in discussione, in quanto Hillman ha un pensiero al tempo stesso concreto, profondo, dinamico, aperto.

I contenuti trattati sono diversi e qui non si può che richiamarli, schematizzandoli.
Proviamo a raccoglierne alcuni.

Primo: l'anima non è solo dentro di noi, ma anche fuori di noi. La psiche è tutt'intorno a noi. E ci parla attraverso metafore. Il giardino, per esempio, ci suggerisce metafore della nostra vita: la caduta delle foglie, lo schiudersi dei germogli, il movimento dell'acqua tra le rocce.

Secondo: l'anima parla anzitutto per immagini. I nostri sogni non dicono “paura” e “sesso”. Nei sogni incontriamo eventi ed immagini.. La psicologia deve essere prima di tutto uno studio dell'immaginazione. L'immaginazione è la base della psicologia.

Terzo: una teoria dell'educazione passa attraverso i piaceri del pensiero, la passione delle idee, l'erotismo della mente. Il pensiero è però anche duro lavoro. Piacere del rigore. Cercare di farsi strada sul pensiero della chiarezza. Correggersi. Cercare riferimenti, controllare, leggere anche libri difficili. Spesso invece l'educazione è basata sul divertimento, anziché sul piacere.

Quarto: l'origine dell'anima è misteriosa. Noi abbiamo dalla Storia dei miti. Tutte le nostre storie sono anche loro dei miti. Da qui la necessità di imparare il valore dei miti e di pensare miticamente. Di avvertire il senso di pressione che ci fa sentire spinti o chiamati ad andare oltre, a fare più di quanto il nostro sé umano vorrebbe.

Quinto: vivere nel tempo significa vivere dentro il presente, non l'istante segnato dall'orologio, ma l'interferire di molte possibilità in una scelta. Accogliere l'abbraccio del molteplice. Non dimenticare il passato, ma non nascondersi dietro di esso. Ci sono orrori commessi dai nostri governi, dalle nostre forze dell'ordine, dagli affaristi e dai banchieri, dagli scienziati nelle nostre società. Sono queste le nostre sfide etiche.

Sesto: occorre portare il fuoco dei nostri obiettivi sui principi della Bellezza e della Giustizia, perché altrimenti l'azione politica diventa povera, nichilista, cattiva e perfino diabolica.

Questi sono alcuni dei temi che attraversano la conversazione, ma ce ne sono altri: gli incontri, la sofferenza, la reminiscenza, il destino, la scrittura, la salute psichica, la depressione, la globalizzazione, la vecchiaia, Genova e l'11 settembre.

Ciò che emerge è un pensiero, in ultima analisi, politico, che serve oggi ad una Politica che voglia essere all'altezza dei Tempi. Un pensiero che vuole superare l'economicismo (sentire le finalità dell'esistenza in termini sopratutto economici), ponendo due valori, che attraversano l'economia, ma indirizzandola verso un orizzonte universale: la Giustizia e la Bellezza.


Ci sono (stati) nella politica italiana forze politiche e uomini politici, che tengono conto di queste tematiche? Sì ci sono (stati). Da Gramsci all'ingraismo, dal manifesto a Nichi Vendola. Il fatto che nessuno di questi sia riuscito a diventare maggioranza, ma quasi sempre una minoranza (esigua) della stessa sinistra è forse il punto non ineludibile a cui sarebbe necessario rispondere.

James Hillman. Il piacere di pensare. Conversazione con Silvia Ronchey. BUR Rizzoli. Pagine 171. Euro 7,00.

26 luglio 2009

“Satori a Parigi” di Jack Kerouac


di Gianni Quilici

Libro autobiografico di un viaggio di Jack Kerouac alla ricerca delle proprie radici: in Bretagna “per conoscere il suo vero nome vecchio di 3000 anni e rimasto immutato in tutto questo tempo”.
Un viaggio che inizia a Parigi per raggiungere poi Brest, in Bretagna.
Un viaggio scritto retroattivamente, quando lo scrittore si troverà di nuovo negli Stati Uniti.
Un viaggio, infine, che per Kerouac si trasforma in un “satori” ossia in un'illuminazione improvvisa che gli dà “una nuova immaginazione di sé per sette anni a venire”.

Illuminazione? Per la verità non mi pare di cogliere nel libro qualcosa che sia definibile “illuminazione” come “trasformazione”; ci colgo, invece “illuminazione” come fatti incancellabili, che si scolpiscono.
Un romanzo trasformativo dovrebbe contagiare anche il lettore, interagire con esso, “farlo muovere”; “Satori a Parigi” rappresenta una situazione, più o meno, statica. Nel viaggio si percepisce “solitudine”, in certi casi “isolamento”, che diventa “paura”; ed anche una certa atmosfera allucinata di chi, pur essendo uno scrittore con qualche notorietà, si muove come un individuo qualsiasi, in ambienti che spesso non conosce e non padroneggia. Ed è questo l'aspetto più vero e comunicativo del libro.

Ciò che tuttavia colpisce è lo stile.
Inizialmente nella libertà di non curare non solo la forma, ma neppure la storia, di non voler essere, in una parola, un letterato, che ha orrore di quella che potrebbe formalmente sembrare “sciatteria”. Lo scopo, scrive Kerouac, è raccontare una storia”per il gusto di un po' di compagnia, per comunicare il senso di religioso, del timore-amore reverenziale, sulla vita vera”.

C'è lo scrittore, ma lo scrittore in viaggio con il gusto di un picaresco in tempo di crisi, che rompe con le convenzioni della vita stessa e nel modo di trasmetterla, perché conserva (ora che scrive), lo stesso stile umorale con cui ha vissuto, cioè in stato di ebrezza alcolica, “fuori giro” e per questo adopera naturalmente vari registri espressivi: ironico e grottesco, sincero (fino alla spietatezza) e riflessivo, digressivo e forse inutilmente erudito, colloquiale e invettivo, asciutto e farraginoso, veloce e surreale.

Jack Keruoac. Satori a Parigi (Satori in Paris). Traduzione di Silvia Stefani. Oscar Mondadori.

25 luglio 2009

" Che cos'è la filosofica antica? " di Pierre Hadot


di Emilio Michelotti

Coerenza fra il dire e il fare, fra pensiero e azione, fra discorso e modo di vivere.
Alle origini della visione filosofica è ipotizzabile una scelta esistenziale, una “conversione” implicante una particolare rappresentazione di mondo, che il pensiero razionale ebbe il compito di giustificare.

E’ accaduto però che, dal Medioevo in poi, la filosofia è stata spesso considerata un’attività puramente teorica, una realtà esistente in sé e per sé. Per Hadot, imputabile di questo esito è il cristianesimo, che agì in maniera duplice.

Da un lato, già alla fine del I secolo e grazie all’ambiguità del termine Logos, Giovanni Evangelista presenta la parola col significato di Ragione-che-crea-il-mondo e, quindi, il cristianesimo come filosofia rivelata.

Le pratiche delle antiche scuole passano alla nuova religione: l’ascetismo, l’esame di coscienza come emersione della parte più elevata e profonda del sé, la meditazione di brevi sentenze sullo stile dei filosofi profani, in modo che “la ragione trionfi sulle passioni”, il distacco dalle cose inutili, fino a “desiderare che ciò che accade accada così come deve accadere”, secondo il detto di Epitteto.

L’ascesi è concepita spesso in modo platonico, come separazione dell’anima dal corpo. Philo-sophia continua a indicare un modo di vita, una trasformazione integrale, in un certo modo una separazione dal mondo. Come il seguace di Epicuro, il cristiano confesserà le sue colpe, talvolta seguirà la dieta vegetariana dei pitagorici, ricercando l’unione mistica con il Tutto.

Mi pare evidente – e molto interessante – il rovesciamento da parte di Hadot di tutta una tradizione che, da Origene a Simone Weil, legge il pensiero greco come collocabile nella categoria delle intuizioni precristiane, come anticipazione di un modello di vita (per Agostino, Platone e Cristo coincidono).

Al contrario, in Hadot, il cristianesimo originario sembra sì visto in continuità con il comportamento dei filosofi profani, ma come prosecuzione dell’ascetismo e misticismo pagani.

Per altro verso e fin dall’alto Medioevo, com’è universalmente noto, vasti settori del cristianesimo secolarizzato s’incaricarono di ridurre la filosofia al rango di ancella, o meglio schiava, della teologia, segnando il divorzio millenario fra vita e discorso.

Separati dai modi di vita che li ispiravano, l’aristotelismo ed anche il platonismo furono ridotti a semplice materiale concettuale, utilizzabile per le dispute teologiche “dai professori seduti in cattedra”.

E’ ciò che intende Hadot per “uso della filosofia come astrazione”.
Può essere di nuovo proponibile la concezione antica della filosofia – una pratica, una ascesi, una trasformazione di sé? Egli è convinto che “questi modelli corrispondano ad atteggiamenti permanenti, a una sorta di stoicismo universale”

Si può ancora “vedere l’universo con occhi nuovi, contemplare il mistero del nascere del mondo come lo si vedesse per la prima e l’ultima volta, prendere coscienza di noi stessi, reimparare il nostro essere e il nostro essere-insieme-all’altro. Spiccare il volo ogni giorno. Almeno per un attimo anche se breve, purché sia intenso”


Pierre Hadot – Che cos’è la filosofia antica? – traduz. Elena Giovanelli- Einaudi 1998

24 luglio 2009

"L’apparire dell'armonia" recensioni di Emilio Michelotti




Può una lettura coerente tenere assieme testi diversissimi per ispirazione e disciplina di riferimento? Forse sì, se chi legge va cercando la risposta a un quesito che sotterraneamente e in modo trasversale li percorre: l’esistente è il regno del caos o dell’armonia?

Si può, con una certa convinzione, sostenere che siamo all’inizio di uno dei grandi mutamenti nella percezione del mondo: non più la visione di un cosmo concepito come una macchina composta di mattoni elementari, ma un’idea di Universo come rete di rapporti impossibili da separare, come sistema vivente che si autoregola, dotato in ogni sua parte di capacità cognitiva. La mente, l’attività mentale, potrebbe essere immanente nella materia a tutti i livelli della vita.
Vista da questa nuova – ma antichissima – prospettiva “la cognizione non richiede necessariamente un cervello e un sistema nervoso” (1).

Mi pare, per grandi linee, l’ulteriore riproposizione, dopo quella rinascimentale e quella junghiana, della concezione pitagorica dell’anima mundi (comprensiva, unificante, nella quale tutte le componenti si incatenano). La matematizzazione e la geometrizzazione dell’Universo si connettono, come nel VI sec.ac, alla simbologia magica dei numeri e delle figure spaziali: triangolo, sfera, espressioni, equazioni, sono belli perché etici; l’omogeneo (come dichiara Platone nel Timeo) è da reputarsi infinitamente più bello del diseguale. “La storia del pensiero non offre maggior esempio di perseveranza altrettanto testarda della maledizione del cerchio, della quale si nutrì la mitologia sia della Scolastica che della scientia nova – Galileo compreso - il dogma del movimento dei pianeti circolare e stabile”.

La perfezione dei numeri fu però già nell’antichità incrinata dalla “scoperta dell’incommensurabilità”: l’ipotenusa di un triangolo rettangolo, avente i cateti uguali, non può essere rappresentata da nessun numero reale. La soluzione del teorema sarà un numero irrazionale, pari e dispari contemporaneamente, con una infinita serie di cifre dopo la virgola (2).

Già Aristotele cacciò irridendo “l’armonia celeste” dal palazzo della scienza, relegando Parmenide e la sua eternità increata nelle soffitte, e stabilendo il principio, rivelatosi disastroso, per cui ogni cosa ha il suo posto naturale nella gerarchia universale, perfezione immutabile nell’alto, dominio dell’effimero quaggiù.

Eppure, dopo un’immmensa deviazione, alla fine del XVI sec., un certo Keplero s’invaghì del sogno di Pitagora in modo per certi versi antitetico a quello fino allora dominante (il vero e il bello sono custoditi dal linguaggio dei numeri) e, “su quel fondamento di fantasia costruì il solido edificio della modernità”.

Si tratta forse “di uno dei più strani episodi della storia del pensiero, ed è un rimedio per coloro che nutrono la pia convinzione che la scienza sia governata più dalla logica che da follia, ossessioni irrazionali, fecondissimi errori”. Al punto che “è innegabile una fonte unica per il modo d’esperienza mistico e per quello scientifico”(3).

Keplero: “La geometria esisteva prima della Creazione, è co-eterna allo spirito di Dio” (Harmonices Mundi); “Le idee di quantità sono Dio stesso” (Mysterium Cosmographicum).

Gravitazione universale, Campi elettromagnetici, Big bang, Meccanica quantistica, teorie delle Stringhe del Tutto del Caos, Multiversi, materia ed energia oscure. Nella rassicurazione e nell’ipnosi di queste parole si nasconderanno per caso antichi concetti metafisici?

1)- Fritjof Capra – La scienza universale- Rizzoli BUR 2009
2)- Kitty Ferguson – La musica di Pitagora- Longanesi 2009
3)- Arthur Koestler – Sonnambuli- Jaca Book 1982

08 luglio 2009

“Il responsabile delle risorse umane” di Abraham B. Yehoshua


di Gianni Quilici

Ci sono romanzi che sono grandi avventure.
Pensi: chi l'ha scritto non ha semplicemente scritto, ma ha immaginato, sofferto, gioito, desiderato, viaggiato fuori e dentro di sé, un sé multiplo di tanti e tante.
Ed allora senti che il libro ha un peso ed una dilatazione nel tempo e nello spazio, che chi l'ha scritto ha vissuto almeno due volte: una, in qualche modo, vivendo; l'altra scrivendolo, perché nello scrivere ci può essere addirittura una espansione fantastica ed intellettuale più grande della vita quotidiana stessa.

Questa è la sensazione che mi ha lasciato “Il responsabile delle risorse umane” di Abraham B. Yehoshua.
La storia?
Un attentato nel cuore di Gerusalemme.
Tra le vittime una donna senza documenti.
Il cadavere resta nell'obitorio per una settimana.
Chi era Julia Regajev? Cosa era venuta a cercare da un paese lontano a Gerusalemme?
L'azienda per cui lavorava, che non si era accorta della sua assenza, viene accusata di “crudele mancanza di umanità” da un settimanale locale.
Il vecchio direttore dell'azienda vuole riparare, nel migliore modo possibile, questo torto. Tocca al “responsabile delle risorse umane”, divorziato da poco da una donna acidissima, a torto o a ragione, con in più una figlia che soffre questa situazione, mettersi in gioco più volte fino ad un finale sorprendente.

Nel romanzo ci sono tanti temi: la colpa e il desiderio di espiazione, la fatica ad uscire da sé e la fascinazione verso una donna sconosciuta, il viaggio come progressiva scoperta di una terra lontana e totalmente diversa e una serie di scelte sempre più radicali fino a quella finale imprevedibile e sovversiva, perché pone al centro un'altra logica, un modo diverso di guardare il mondo.

Yehoshua è un grande narratore di tipo analitico, moderno ed insieme antico.
Antico, perché interessato a costruire una storia con dei personaggi, a svilupparla con tutti gli ingredienti: narrazione in soggettiva e in oggettiva, spazi, tempi, dialoghi ecc.
Moderno, perché tutto è essenziale, niente è decorativo o semplicemente descrittivo; e perché introduce, in corsivo, altri sguardi, che, in certi casi, assumono una funzione “poetica” o quasi dichiaratamente “lirica”.

L'aspetto che a me pare notevole del romanzo è fornire ai personaggi una caratura psicologica così profonda, articolata e, alla fine, “alternativa” da far sortire da essi grandi temi, che diventano metafore morali e insieme anche politiche.

Prendiamo due personaggi.
Il responsabile delle risorse umane. Lo troviamo all'inizio scrupoloso, ma anche distratto; sensibile, ma anche insofferente; disponibile ma anche incattivito... in una parola “solo” e “chiuso”, separato a se stesso e al mondo. Ecco che quasi impercettibilmente si trasforma: incontra, scopre, è costretto, si domanda... fino a scelte improvvise, nette e radicali che cambiano il sé ed il suo punto di vista sul mondo.
E, come contraltare, un altro personaggio, Julia Regajev, la donna delle pulizie. All'inizio una delle tante vittime del terrorismo, acquista un ruolo via via sempre più centrale agli occhi del “responsabile”, perchè la scopre singolarmente bella e buona, colta e disponibile, coraggiosa e, suo malgrado, seducente. Eccola diventare sempre più una sorta di simbolo misterioso (si rifiuta di vederla) e irraggiungibile di estetica e di moralità, che ha una continuità sopratutto nel figlio, ma anche nella vecchia madre e, per certi versi, nel suo popolo.

La grandezza di Yehoshua è di riuscire a procedere su due binari interconnessi, che alla fine si incontrano: un estremo realismo attento ai dettagli, che, per sua forza e quindi dall'interno, diventa metafora.
Metafora universale: la necessità di andare fino in fondo nell'assumersi le proprie responsabilità; la scoperta, l'apertura, la fraternità come conseguenza.
Metafora più immediatamente storico-politica: la responsabilità che dovrebbero assumersi Israele e, più in generale, i paesi ricchi e potenti nei confronti dei paesi più deboli. Una responsabilità che è trasformazione completa dei ruoli.

Abraham Yehoshua. Il responsabile delle risorse umane. Passione in tre atti. Traduzione di Alessandra Shomroni. Einaudi. Pag. 258. Euro 17,00.


"Una poesia di Philip Larkin" di Emilio Michelotti














E dopo che hai percorso la tua mente intera,
Ciò che domini è chiaro come una bolla di carico
Nient’altro deve essere da te pensato
Esistente.
E con quale vantaggio?
Solo questo: per tempo
Individuare in parte l’impronta cieca
Che tutti i nostri atti recano, poterla ricondurre all’origine.
Ma confessare,
Nella verde sera in cui comincia la nostra morte,
Cosa essa era, è poca soddisfazione,
Giacché si applicò a un sol uomo una volta,
E quell’uomo muore.


Nei versi di Philip Larkin, citati da Richard Rorty (Contingency, irony and solidarity – trad. it: La filosofia dopo la filosofia, 1989), “morte” non è termine lugubre o consolatorio, non “significa” né “rappresenta”, evidenzia la contingenza senza aggettivi del mondo e dell’io, una finitezza chiara come una bolla di carico.

E’ paradossale: continuiamo a credere che le cause – le “verità” – siano scoperte e non inventate o costruite e rifiutiamo di leggere i salti rivoluzionari come ridescrizioni metaforiche. Solo i poeti (non gli scienziati, non i filosofi) possono rendersi conto fino in fondo di questo, perché provano a raccontare la loro origine con parole mai usate prima oppure con l’uso inconsueto di vecchie parole. Nuove forme linguistiche di vita eliminano le vecchie, individuando l’impronta cieca e la temporaneità di ogni visione.

L’idea che il mondo e l’io abbiano una “natura” già inscritta dentro di noi è una delle possibili narrazioni che, insieme alla credenza in una sempre maggior comprensione di come stanno le cose, è un residuo della concezione del cosmo come creazione finalizzata.

Abbandonare il feticismo dei fatti, ridefinire noi stessi percorrendo la mente intera per ricondurre tutto all’origine forse si può, partendo dalla convinzione che la poesia non possiede né crea: la sua presenza è una promessa che il pathos della provvisorietà non si interrompa – completarlo non si può, nessuno lo può – per fare in modo che ognuno di noi possa ridescriversi con parole che siano, almeno in parte, sue.

"L'infelicità perfetta" di Marco Ciaurro


Liliana Di Ponte

Che cos’hanno da spartire un intellettuale suicida perché non riesce più a scrivere e tre amici che si rivedono dopo anni e scoprono di non avere nulla da dirsi? E un uomo che assiste impotente ad un annegamento e una carpa asiatica che, disturbata dal rumore, salta fin sui battelli per mordere i viaggiatori? Che cosa accomuna la felicità di una bambina che finalmente può avere tutta per sé, in carcere, la madre prostituta e la delusione di un uomo che attraversa mezzo mondo per un appuntamento a cui l’amata non si presenta? Questi, e tanti altri personaggi, affollano la raccolta di racconti/flash di Marco Ciaurro, appena pubblicata.

Sono microstorie, apparentemente slegate tra loro, che fissano, con la velocità di uno scatto fotografico, frammenti di una realtà multiforme e in continuo movimento, osservata con uno sguardo disincantato e descritta con una scrittura asciutta ed incisiva. Storie di gente comune e di personaggi borderline, colti in quella sottile linea di confine tra ciò che è ormai passato e quanto ancora può succedere, ognuno perso in un sogno o in una disperazione, tutti in qualche modo consapevoli dell’”infelicità perfetta” della condizione umana.

Marco Ciaurro. L’infelicità perfetta, Società Editrice Fiorentina. Euro 10

05 luglio 2009

"Ricordi e commenti" di Igor' Stravinskij e Robert Craft


di Maddalena Ferrari

E' una serie di conversazioni tra Stravinskij e Robert Craft, direttore d'orchestra statunitense, che è stato amico e collaboratore del compositore e ha diretto spesso le sue opere. Tali conversazioni abbracciano tutta la vita di Stravinskij, dai ricordi russi alle “Prospettive di un ottuagenario”, come s'intitola l'ultimo capitolo,

Robert Craft fa domande precise e stringate, ma dà agio al suo interlocutore di rispondere a lungo e con libertà; quasi non interloquisce con lui, limitandosi a precisare in alcune note ciò a cui Stravinskij accenna; in certi casi, cultore dell'esattezza storica, ai limiti della pignoleria, corregge i dati forniti erroneamente all'artista; inoltre interviene personalmente come narratore per il periodo per il quale non dispone di “conversazioni”e lo fa con secchezza e precisione, in modo assolutamente anonimo.

Stravinskij si diffonde nelle sue risposte, collegando elementi narrativi con riflessioni sui personaggi che ha conosciuto (musicisti, scrittori, pittori, artisti e intellettuali in genere), sulle culture e sulle opere e naturalmente sulle composizioni musicali, sue e altrui.
E' singolare il fatto che parli poco di sé, dei fatti che riguardano la sua esistenza. Fanno eccezione gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza: i rapporti difficili con i familiari, genitori e fratelli; e poi Pietroburgo: le immagini, gli odori e soprattutto i rumori. E poi il periodo della morte della figlia, seguita, a breve distanza, da quella della prima moglie e poi anche da quella della madre: Stravinskij nota che davvero fu in grado di andare avanti solo componendo (la sinfonia in do, in cui peraltro afferma non esserci espressione dei suoi sentimenti di angoscia di quel periodo). Infine la vecchiaia, tempo di umiliazioni (“come la mia infanzia”) e di limitazioni, fisiche e mentali.

E singolare appare altresì che le grandi tragedie del “secolo breve” gli scivolino addosso, sembra, senza coinvolgerlo, anche se è costretto a farvi riferimento: le guerre, lo stalinismo, il nazismo, il fascismo (ha conosciuto di sfuggita Mussolini).

Ciò di cui a Stravinskij piace parlare sono soprattutto, come già accennato, gli intellettuali, gli artisti, non solo musicisti, che egli ha conosciuto nella sua lunga vita, e, al massimo grado, della musica, sua e degli altri compositori, del presente e del passato.
Dagli anni di Pietroburgo a quelli in Svizzera e in Francia, dal breve soggiorno in Italia a quello lunghissimo negli Stati Uniti, tutta o quasi l'intellighenzia tra fine '800 e buona parte del '900 ha avuto qualche rapporto con lui: e scorrono così i nomi di Proust, D'Annunzio, Cocteau, Céline, Majakovskij; Kandinskij, Giacometti, Rodin, Picasso; Rimskij-Korsakov, Debussy, Ravel, Satie, Puccini, Bartòk, Schönberg ...

Tra gli artisti, un ruolo di rilievo lo svolge l'impresario Djaghilev, il creatore dei “Ballet russes” e realizzatore di numerose messe in scena di opere di Stravinskij, il quale ne parla con ammirazione, ma anche con ironico distacco, in riferimento alle sue eccentricità e l'esibita omosessualità.

L' intellettuale più ammirato è Aldous Huxley, di cui il musicista ammira il “punto di vista” più vicino all'universalismo di chiunque altro egli conosca e tratteggia un ritratto affettuoso, altamente elogiativo, senza però rinunciare alla sua vena scherzosa

Tra i musicisti del suo tempo, Rimskij-Korsakov è il padre iniziatico, amato, ma a cui ci si ribella.

E Schönberg , nonostante le differenze teoriche ed estetiche, il genio riconosciuto.

Alla domanda di Craft se il xx secolo sia stato musicalmente fiorente, Stravinskij risponde con semplicità che “i voli più alti” e cioè la sua “Sagra della Primavera” (a proposito della quale tuttavia afferma di non essere tuttora soddisfatto di ogni sua parte) e “Pierrot lunaire” e “Gurre- Lieder” di Schönberg pensa che “reggano il confronto con grandi opere del passato”. E aggiunge: “ ...ma da nessun compositore del periodo moderno è sgorgato un fiume di musica paragonabile ai fiumi di Bach, Mozart e Beethoven.”

Degli autori del passato, “Monteverdi è il primo grande musicista a cui possiamo sentirci vicini”. Di Mozart, ama ascoltare più spesso di ogni altra creazione il “Flauto magico”, anzi, precisa, solo la musica dell'opera, che “accede a un'importanza indescrivibile nella coscienza umana”, per il suo significare il trionfo della Vita sulla Morte.

Ma il prediletto, sopratutto negli ultimi tempi, è Beethoven, meno perfetto di Bach e di Mozart, ma dal talento “più umano e comprensibile”. E di Beethoven l'artista analizza pezzi di partiture, esprimendo preferenze ed anche disamori, con energia, acutezza e fluidità.

Come fluido, semplice e leggero è il suo discorso sulla propria musica, di cui egli individua ascendenze e richiami, senza infingimenti, e pure difetti.
Craft gli rivolge domande precise sulle modalità di composizione delle sue opere e lui risponde con rigore e pazienza, fornendo una gran quantità di dati storico-autobiografici.

Riguardo al vero e proprio processo creativo, se il genio dell'arte rimane in fondo un mistero, come anche il rapporto tra commissione e invenzione, il compositore sa di dover seguire la logica del suo orecchio e mettersi a lavorare al piano per poter pensare, esplorando le possibilità, stabilendo rapporti melodici, armonici o ritmici. Non conosce il valore di ciò che compone, mentre lo compone. Ama tutte le sue creazionie e, come un padre, favorisce quelle più arretrate e mal formate; ma lo eccita soprattutto ciò che sta per comporre.

Stravinskij ha attraversato tutte le culture e le “mode” del '900, senza legarsi a nessuna, né fondandone di nuove; ha fagocitato tutto, rielaborandolo personalmente e originalmente, esplorando, le novità e ripercorrendo itinerari classici, con potenti invenzioni armoniche, timbriche e ritmiche spesso stupefacenti. Il testo ci dona un ritratto, che fa intravedere questa grandezza, ma che soprattutto ci permette di avvicinarci all'uomo, al suo ragionare di musica libero, senza schemi preordinati e purtuttavia con la perizia e la naturalezza di chi dalla musica è compenetrato profondamente.



Igor' Stravinskij e Robert Craft. Ricordi e commenti (Memories and Commentaries”). Traduzione di Franco Salvatorelli. Adelphi Edizioni. Pag. 414. Euro 36,00.

“Canto alla durata” di Peter Handke

di Gianni Quilici

Assolutamente da leggere per chi ama parole che, senza parere, ti entrano dentro.

Canto alla durata è infatti un libro inconsueto, che avviluppa in sé prosa-filosofia-poesia in una comunicazione che in ultima analisi è “poetica”.

Della prosa ha la colloquialità che non cerca la misura del verso in tutte le sue innumerevoli peculiarità, ma la trova semmai nella intensità e visionarietà della sua scansione.

Della filosofia ha la ricerca della definizione di ciò che si possa denominare “durata”, quel tempo unico su cui Peter Handke si arrovella per tutto il testo.

Della poesia c'è, innanzitutto, l'intenzione, dichiarata, da subito, dall' autore stesso, all'inizio del “canto”.

Scrive, infatti, Peter Handke:
“E' da tempo che voglio scrivere qualcosa sulla durata,
non un saggio, non un testo teatrale, non una storia -
la durata induce alla poesia.
Voglio interrogarmi con un canto,
voglio ricordare con un canto,
dire e affidare a un canto
cos'è la durata.”

Così leggendo ho pensato in un primo momento che lo scrittore austriaco cercasse la poesia attraverso la definizione di ciò che è la durata, che interpretasse senza rappresentare, che ne sortisse, quindi, un canto concettuale. Non è così. Ben presto si comprende che Handke per comunicare la poesia della durata ha l'esigenza di ragionare e insieme di raccontare, di far vedere, di far percepire “attimi” “situazioni” “luoghi” in cui l'istante della durata si compie.

Tre esempi.
Il primo è una sorta di dichiarazione d'amore per la durata, che si potrebbe definire con un bisticcio di parole dichiarazione d'amore per la ricerca dell'amore.
“E io,
affinchè da me nascano i momenti della durata
e diano espressione al mio volto rigido
e mettano nel mio petto vuoto un cuore
devo assolutamente esercitare
un anno dopo l'altro
il mio amore.
Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante,
impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata
e ogni volta per gesti di poco conto
nel chiudere con cautela la porta,
nello sbucciare con cura una mela,
nel varcare con attenzione la soglia,
nel chinarmi a raccogliere un filo.

Come si legge, qui c'è un tempo, un atto, un io e un contesto: grande, ma più spesso minimo.
Ma il punto di partenza è l'io. E' l'io che vede, percepisce, sente, tocca, agisce, scolpisce...
Per questo Handke sottolinea la parola “esercitare”.
L'esercizio dell'amore, che, attraverso sé, entra in intimo contatto con “altro”: un suono, una musica, un movimento, un oggetto, una persona, una contemplazione.

Il secondo esempio, qui soltanto accennato, è il luogo della durata.
“Mi sono educato
ad attendere la durata
senza la fatica del pellegrinare.
Eppure il semplice starsene a casa non basta;
io devo andare incontro alla durata.
Andare incontro a ciò che mi è caro
o dirigermi in quel senso
mi dà fiato(...)”

Il terzo esempio è una delle visioni di una “durata”.
“Nel silenzio di questi laghi
so cosa faccio
e sapendo cosa faccio
so chi sono.
Sto sulle loro rive
con occhi e orecchi aperti
e lascio che cali la sera.
Vari sono i rumori degli uccelli acquatici
grazie ai quali il silenzio diventa più vasto.
Io imparo dal silenzio”

La durata è la sensazione di vivere, l'essere presenti con il cuore e la coscienza, sentire se stessi immersi in.

Peter Handke è uno degli scrittori del secondo '900, che più ha prestato attenzione, in modo spesso ossessivo, al minuscolo, col rischio talvolta di rimanere troppo dentro quei dettagli, di risultare solipsistico, poco comunicativo.
In questo caso fa del dettaglio (la durata) una poetica e la comunica nel suo processo: sia riflettendoci che rappresentandola.
Ha ragione nella post-fazione Hans Kitzmuller quando scrive: “Passato sinora inosservato, quasi come un testo minore di Peter Handke, questo Canto alla durata si rivela invece, a una lettura più attenta, una delle riflessioni centrali di un grande autore”.

Peter Handke. Canto alla durata (Gedicht an die Dauer). Traduzione e postfazione di Hans Kitzmuller. Einaudi. Pag. 61.

"Sei tamburo che rulla" di Letizia Pantani

di Igor Vazzaz


Che statuto ha, oggi, la poesia? La domanda rimbalza da decenni sulle riviste specializzate, rilanciata da autori, critici, esperti e appassionati, senza però trovare mai una risposta definitiva. Nell’abbacinante esplosione delle estetiche, nel velocizzarsi assoluto della comunicazione, la poesia, quella scritta per la lettura o, talvolta, per la declamazione, sembra ancorata a una dimensione riflessiva, meditativa, antipodica agli assunti di rapidità, diffusione e maneggevolezza del contemporaneo. Ed è così che poeti operano nella quasi completa dimenticanza, almeno a livello realmente popolare: interrogato circa la realtà della poesia italiana contemporanea, è difficile che un non appassionato riesca ad aggiungere qualche nome a quelli di Mario Luzi, Alda Merini o Edoardo Sanguineti.

L’ambito della riflessione non equivale necessariamente a quella del silenzio: questo il pensiero suggerito dalla prima, vorace, lettura di Sei tamburo che rulla, raccolta di scritti e poesie di Letizia Pantani, pubblicata di recente dall’editore lucchese Daris Libri. Dell’autrice, molti ricorderanno il sorriso, l’agire politico, la dolce caparbietà e l’amicizia. Quell’amicizia, stretta e incomunicabile, che rende vischioso e difficile qualsiasi commento critico, sospeso tra il timore del lamento e la distanza forzata di un’analisi asettica. Quell’amicizia interrotta dalla morte di Letizia, improvvisa, disperante, ingiusta.

Le due sezioni del libro, curato da Gianni Quilici e dalla madre dell’autrice Maila Grazzini, insegnante di lettere con studi filologici alle spalle, corrispondono a rispettivi, e distinti, modi comunicativi: il confronto dialogico contrapposto al monologismo endemico del componimento poetico vero e proprio.

La prima parte, infatti, ha per titolo Dialogo ed è composta da un rapporto epistolare che abbraccia l’arco di circa un anno, da giugno 2006 a giugno 2007. Letizia presenta, con molta discrezione, i propri componimenti misti a considerazioni, domande, informazioni sul proprio agire quotidiano, l’andamento dei propri studi e un mai sopito atteggiamento di ricerca, suo tratto caratteristico, non solo letterario. Per quanto i testi siano soltanto quelli che l’autrice si respira, in questo interrogare mai domo, una profonda tensione dialogica, un’insopprimibile necessità di confrontare le idee, le forme, sino all’estremo della contaminazione.

Letizia Pantan si dimostra, da un lato, timida, quasi schiva, con i dubbi di chi si sente alle prime armi, dall’altro, al contrario, dimostra in varie occasioni una sensibilità estetica matura, una profonda coscienza del poetare, frutto d’una meditazione fortemente legata alla propria biografia di donna. È questa, in un certo senso, la parte più sorprendente della raccolta, anche da un punto di vista letterario, a partire dall’avvertenza «provo a risponderti senza troppa punteggiatura (…) come a dire / riprendi fiato e metti un respiro di pensiero / e seguimi ancora» (p. 18) che ha i tratti e del suggerimento a chi legga e dell’invito, intimo, accogliente, a condividere i frutti della propria scrittura. In tutto questo, è ben presente l’impronta di Letizia: una passione, mai priva di lucidità, una profondità di pensiero che mai rinunciava al sentimento, sino al rischio dell’empatia.

I testi delle mail recano tracce di versificazione: la costruzione del discorso procede per respiri corrispondenti al tratto che l’occhio deve percorrere nel leggere da una riga alla successiva. In queste pagine si susseguono riflessioni, resoconti di serate, incontri, progetti in cui il binomio silenzio–voce, «adesso il pensiero silente mi accompagna» (p. 18), rappresenta una matrice dell’intero volume.

Le due raccolte di componimenti, At-tese ed Esilio, così disposte e raccolte dalla stessa autrice, evidenziano anch’esse la dicotomia d’una poesia come meditazione profonda, riflessione sul sé, improntata al silenzio dell’atto di pensare, e vissuta, al contempo, quale slancio, tentativo, carezzato o solo ponderato, d’una presenza vocale dalla forza innegabile. È così che si può proporre d’interpretare la rara musicalità di alcuni episodi: l’incedere di canzone in Scriptoria, il cui primo verso dà il titolo all’intero volume, ove la sequenza di settenari s’infrange con l’irregolarità solo apparente d’una stanza di nove versi, quasi fosse un’ottava caudata. La chiusura della seconda e ultima strofa, infatti, rappresenta una sferzata inattesa, spiazzante, nel ritorno, certo amaro, a una realtà «dopo questa commedia». Non diversa, sotto il profilo sonoro, La solitudine del naufrago, componimento alquanto regolare sotto il profilo metrico, denso d’evocazione metaforica, non distante da una sensualità dolente e materna.

Le due raccolte sono legate a doppio filo, sia nella consonanza d’una versificazione d’impronta intimistica e un uso discreto, ma sonoro, della lingua sia nell’inevitabile distanza di un differente taglio contenutistico: At-tese fa propria la poetica della nebbia, come esposto nella poésie en prose dell’incipit, tema caro alla lirica italiana, strettamente connesso alla separazione dal mondo, alla scelta dell’autoesclusione. Si pensi ai celebri episodi pascoliani (Nella nebbia, in Primi poemetti, e Nebbia, in Canti di Castelvecchio), in cui il poeta invoca la protezione estrema dal mondo, espressa nell’anafora del verso iniziale («Nascondi le cose lontane») reiterata all’inizio di ognuna delle sei stanze. Anche per Letizia Pantani la nebbia è un elemento amichevole, dotato d’una dolcezza intima, il «fremito lento», pervasivo e avvolgente, che «attutisce l’impatto col mondo». Non sembra esserci slancio oltre, se non nella pratica della poesia che è ricerca di sé, riflessione sul dolore della scomparsa, racconto intimo, talvolta d’occasione, dai contorni ermetici.

Esilio, per contro, rappresenta una fase successiva, non necessariamente votata al ripiegamento interiore: il titolo è certo sinonimo anche di fuga, ma non rinuncia a l’ultima rivolta, ritemprata nella pausa di respiro (altra immagine ricorrente) a trovare, in questi testi, una boccata d’aria. Il tempo intercorso tra le due raccolte è talmente breve che non ha senso parlare di sviluppo in senso poetico quanto, piuttosto, di mutamento di prospettiva, ben al di là d’una versificazione forse più regolata e dominata nella seconda sezione.

L’aspetto più interessante della poesia di Letizia Pantani è rappresentato però da una potenzialità non realizzata, espressa, in alcuni momenti del Dialogo epistolare, nella volontà di sperimentare, contaminare linguaggi, progettare un agire poetico che non sia necessariamente legato al mutismo denso di pensiero e respiro d’una pagina ferma, ma al nomadismo aperto di una collaborazione tra forme eterogenee. È in questi passi, per quanto sotto forma di propositi, che Letizia sembra alimentare un entusiasmo e una curiosità che potrebbero aiutare, nel minimo d’una singola esperienza letteraria, a far interrogare il lettore, più o meno appassionato di poesia, se quest’arte sfuggente, ora intima ora carica d’indole performativa, possa avere un vero ruolo nella nostra desolata contemporaneità. Una desolazione che la morte, in assoluto impossibile da evitare, nello specifico prematura e inaccettabile, non fa che peggiorare oltre misura.


Letizia Pantani. Sei tamburo che rulla, Lucca, Daris Libri, 2008, p.111, 10 euro

03 luglio 2009

"Sillogismi dell'amarezza" di E. M. Cioran


di Gianni Quilici


Sono aforismi divisi in brevi capitoli: Atrofia del verbo, Lo scroccone dell' Abisso, Tempo e anemia, Occidente, Il circo della solitudine ecc, ecc.

Li leggo con fatica e fastidio.
Non tutti li capisco.
Invece di spremere il pensiero, istintivamente li sorvolo.
In più: di Cioran è il primo libro che affronto.
Ciò che scriverò, quindi, è soltanto un appunto “aperto” innanzitutto a me stesso.

Mi piace l'aforismo. Concentra al massimo un pensiero o lo articola sintetizzandolo.
Questi aforismi, però, mi appaiono privi di quel pensiero lungo che, attraverso un montaggio agile, li collega tra loro come avviene, per esempio, straordinariamente in Nietzsche.
Soprattutto diversi di questi aforismi mi sembrano discutibili e/o inessenziali.

C'è al fondo di Cioran un dolore, uno scetticismo, che invece di farsi conoscenza-rappresentazione, diventa gusto di un paradosso esibito, individualista ed insieme narcisista.

Qualche esempio:
“A che pro disfarsi di Dio per ricadere in se stessi? A che pro questa sostituzione di carogne?”
Tutte carogne: l'immaginazione ipotetica (Dio), la realtà ipotetica (l'io). Domande: perché leggere? Perché scrivere? Perché filosofare?
Oppure questi due:
“Passata la trentina, non ci si dovrebbe interessare agli avvenimenti più di quanto un astronomo non si interessi ai pettegolezzi” e “Ogni forma di indignazione, dalla semplice protesta fino alla ribellione luciferina, segna un arresto nell'evoluzione mentale”
Sono riflessioni non solo discutibili, per niente dialettiche, ma banali, perché nella loro unilateralità non portano ne' conoscenza, ne' (la disperazione della) poesia.

Ciò non toglie l'acutezza di certi paradossi, la sorpresa di certe sintesi. Un esempio?
“L'arte di amare? E' il saper unire a un temperamento di vampiro la discrezione di un anemone”.

E. M. Cioran. Sillogismi dell'amarezza (“Syllogismes de l'amertume”) traduzione di Cristina Rognoni. Piccola Bibilioteca Adelphi. Pag. 125. Euro 8,00.

01 luglio 2009

"Indie occidentali" di Giancarlo Micheli


di Luciano Luciani

Di una storia di emigrazione, la formidabile epopea che ha coinvolto per circa un secolo oltre venti milioni di nostri connazionali, tratta Indie occidentali, il secondo romanzo dello scrittore viareggino Giancarlo Micheli.

Protagonisti Aurelio ed Erminia, una giovane coppia di sposi: provengono dalla civile Toscana, e non appartengono alla vasta schiera dei disperati che, a frotte, in cerca di fortuna approdano nell’isoletta di Ellis Island di fronte a New York. Sono alfabetizzati e in possesso di risorse esigue, ma sufficienti, per intraprendere nella metropoli statunitense una modesta attività in proprio, la conduzione di un piccolo bar nel quartiere di Little Italy. In più godono della protezione del Sor Clemente un’ambigua figura di ‘faccendiere’, potente intermediario tra le masse brulicanti dei senza lavoro e senza diritti provenienti da tutte le regioni d’Italia e gli interessi di un capitalismo rapace e selvaggio. E anche Aurelio ed Erminia, da una condizione sociale minimamente favorita, si troveranno in poco tempo a precipitare tra asprezze della lotta per l’esistenza. Una vera e propria ‘discesa agli Inferi’, che, se li porterà a conoscere sulla propria pelle la disumanità della condizione operaia, prima negli stockyards (recinti per il bestiame) di Chicago e poi nelle fabbriche tessili del New Jersey, permetterà loro di conquistare coscienza di sé e delle necessità dell’agire collettivo per affermare imprescindibili valori di umanità e solidarietà. Una vicenda, quella di Aurelio ed Erminia, che inizia a New York nei giorni della prima pucciniana della Fanciulla del west - è il 10 dicembre 1910 - e sempre a New York trova la sua tragica conclusione.. Sì, perché finisce amaramente l’avventura dei due sposi di Ponte a Moriano nelle nuove Indie Occidentali: termina, però, trionfalmente per la comunità proletaria di Paterson, di cui, ormai, i due fanno organicamente parte. Perché addirittura nel Madison Square Garden della metropoli statunitense, nel pieno di una durissima vertenza sindacale contro i padroni del tessile e i sindacati compromessi e rinunciatari, gli operai di Paterson riescono a portare in scena e a gridare, forti e chiare, le proprie ragioni di giustizia sociale.

Nelle sue pagine, Giancarlo Micheli, sotto la forma del romanzo, ci spiega di “che lagrime grondi e di che sangue” la società che si andava forgiando oltre Atlantico nei primi anni del secolo scorso. E lo fa alla sua maniera, personalissima. Facendo parlare uomini e donne posti ora ai gradini più bassi, ora ai vertici della scala sociale, colti nelle loro miserie e grandezze, egoismi e generosità.

Felici invenzioni narrative si intrecciano con una puntuale e dettagliatissima ricostruzione storico/documentaria. Bella, per esempio, la descrizione della comunità di Paterson, uno dei punti di riferimento dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti: oltre 20.000 mila persone che, oltre a conservare un tenace legame identitario con la patria d’origine, in quella d’adozione seppero praticare nel concreto i valori della solidarietà di classe e un coerente e tenace impegno nelle lotte per il lavoro e per una vita più degna di essere vissuta.

Così noti personaggi storici come Giacomo Puccini, lo scrittore socialista Jack London, il giornalista John Reed, l’agitatore anarchico Carlo Tresca, il sindacalista Big Bill Haywood, il banchiere Morgan, l’intellettuale e filantropa Mabel Dodge incrociano tanti e tanti personaggi d’invenzione.

Rimangono nella memoria e nel cuore oltre ai due protagonisti, Aurelio ed Erminia, Venanzio, Olga e la sua famiglia di origine piemontese, i Botto che hanno fatto della solidarietà di classe una ragione e uno stile di vita…

Notevole anche la lingua scelta da Micheli: composita, un vero e proprio pentolone ribollente in cui si mescolano le lingue e i dialetti delle emigrazioni italiane ed europee a cui fanno da controcanto le riflessioni dell’Autore espresse in frasi dalla sintassi complessa, che non disdegna termini colti, letterari, filosofici. Perché, anche se se si raccontano storie di donne e uomini semplici e mossi da ragioni elementari, a esempio la lotta per la vita, l’interpretazione dei fatti presenta sempre complessità, complicatezze, umanissime sfumature.

Giancarlo Micheli, Indie Occidentali, prefazione di Manlio Cancogni, Campanotto editore, 2008, Pasian di Prato, (Ud), pp. 220, Euro 15,00

30 giugno 2009

"Jerome Klapka Jerome" di Luciano Luciani


A 150 ANNI DALLA MORTE

Una breve premessa
Quasi quasi me lo perdevo e mi sarebbe dispiaciuto non poco… Sto parlando del centocinquantesimo anniversario della nascita di Jerome Klapka Jerome (Wallsal, 2 maggio 1859) e dell’occasione, magari un po’ rituale, di scrivere qualcosa su di lui e i suoi libri: perché di qualcosa, e magari anche di più, mi sento debitore all’uno e agli altri. Un piccolo omaggio a un grande scrittore, checché ne abbia scritto e ne dica la critica come sempre arcigna e superciliosa. Un modesto gesto di gratitudine a un sensibile e acuto narratore per avermi fatto compagnia durante gli anni di un’adolescenza scontrosa, avvicinandomi alla lettura con le sue storie godibili, e fatto apprezzare l’umorismo nella scrittura.
A lui, a Jerome K. Jerome (ma anche a Jack London, a Salgari e a tanta fantascienza americana anni Cinquanta) più che ai classici latini e greci di un liceo frequentato di malavoglia, devo la formazione del mio immaginario e tanti di quei ‘pensieri di fuga’ che oggi, a più di sessant’anni, mi avvicinano alla quotidiana razione di sonno. Le sue pagine e il garbato umorismo che le intride hanno fatto da salutare antidoto a una naturale propensione allo sghignazzo sgangherato e all’Italum acetum che mi deriva da origini terragne e ciociare.
Per non parlare delle remote frequentazioni con le platee e i camerini dell’avanspettacolo, per le cui raccogliticce compagnie di attori mio padre, in cambio di pochi e rari quattrini, elaborava testi pieni di lazzi scurrili e sguaiati cachinni. Erano gli anni Cinquanta, Bellezza, duri e difficili e bisognava pur campare. Insomma i suoi Tre uomini in barca e I pensieri oziosi di un ozioso mi hanno insegnato ad apprezzare la complicata arte del sorriso della pagina…

Povero non è divertente
E pensare che Jerome K. Jerome motivi per coltivare l’ilarità e la grazia ne aveva avuti davvero pochi… Furono segnati, infatti, dalla povertà e dai lutti familiari gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Il padre, Jerome Clapp Jerome, in origine predicatore non conformista, dapprima investì malamente il modesto patrimonio familiare in una serie di speculazioni sbagliate nelle miniere di carbone del Wallsall, poi, dopo essersi improvvisato commerciante di ferramenta all’ingrosso, pensò bene di morire quando il futuro umorista aveva solo 12 anni. La scomparsa della madre avvenuta tre anni più tardi costrinse allora il giovanissimo Jerome ad abbandonare gli studi e a trovarsi un lavoro come impiegato delle ferrovie presso la compagnia London and Northern-Western Railway. Retribuzione: pochi spiccioli.

“Ho vissuto con quindici scellini la settimana. Una settimana ho vissuto con dieci scellini effettivi e cinque di debito… Se volete scoprire il valore del denaro vivete con quindici scellini la settimana e vedrete quanto potete metter da parte per l’abbigliamento e le spese voluttuarie. Scoprirete che vale la pena di aspettare per un soldino di resto, che val la pena di camminare un paio di chilometri per risparmiare un penny, che un bicchiere di birra è un lusso che ci si può concedere solo a rari intervalli, e che un colletto lo si può portare quattro giorni”,
Duri anche gli anni successivi con il Nostro sempre impegnato nella difficile lotta per la sopravvivenza. Esperienze spigolose che, se lasciarono tracce profonde nella coscienza del giovane Jerome, erano però destinate a essere rielaborate con la garbata ironia che sarebbe diventata la personalissima cifra di questo scrittore. “Sono state dette e scritte molte cose spassose, sulla bolletta, ma in realtà non è poi così divertente. Non è divertente dover tirare sul centesimo. Non è divertente venir giudicati gretti e taccagni. Non è divertente essere mal vestiti, e aver vergogna del proprio indirizzo.
Non c’è nulla di divertente nella povertà… per il povero.”

Gli anni del successo
Proprio perché era tale e non intendeva assolutamente diventare miserabile Jerome fu, allora, attore di fila in una sgangherata compagnia teatrale itinerante, poi insegnante d’educazione fisica, quindi impiegato in uno studio d’avvocato. Attività svolte per pura necessità, mentre si avvicinava la rivelazione della propria vocazione letteraria. Furono infatti gli articoli umoristici scritti per alcune popolarissime testate a garantirgli l’attenzione e l’affetto dei lettori che non gli sarebbero mai più mancati. Al punto che nel 1885 la rivista “The Play” pensò bene di pubblicargli in volume una serie di pezzi con cui Jerome aveva raccontato in maniera tanto circostanziata quanto spassosa le sue modeste imprese di guitto sulle scene dei teatrini di provincia: nasce così In scena e fuori: breve carriera di un aspirante attore, che si raccomanda tra l’altro come utile e puntuale descrizione dei palcoscenici inglesi negli anni tardo vittoriani.
Arrivano i primi riconoscimenti: nel 1886 JKJ riesce a mettere in scena Barbara, il primo di una serie di lavori teatrali che avrebbero scandito l’intera esistenza dello scrittore: niente di memorabile, diciamo la verità, nulla che meriti particolarmente di arrivare sino ai nostri giorni. La fama di umorista arguto e brillante Jerome se la conquista, invece, lo stesso anno con l’ancor letto e giustamente celebre I pensieri oziosi di un ozioso, un libro che, come afferma con simpatica autoironia il suo Autore, “non eleverebbe una mucca”: quattordici pezzi di svariata umanità, esemplari per misurata ironia e sorridente equilibrio.

Ma è il 1889 l’anno della definitiva affermazione del talento jeromiano, quello del suo capolavoro, il celeberrimo Tre uomini in barca Per non parlar del cane, le comiche peripezie di un terzetto di amici scapoli che decide di trascorrere in barca una breve vacanza a contatto con la natura lungo le sponde del Tamigi, da Londra a Oxford. Apprezzato dai lettori di tutto il mondo, tradotto in varie lingue, venduto a milioni di copie il libro ricevette, però, un’accoglienza fredda e scostante dalla critica. Ma, proprio con queste pagine, si confermava, e in maniera definitiva, un fortunato rapporto con la scrittura che sarebbe durato per quarant’anni e che avrebbe visto Jerome passare dal giornalismo brillante al teatro, dalla riflessione filosofica al romanzo autobiografico.

La guerra spegne il sorriso
Si fanno sempre più amare e sconsolate le pagine del grande umorista britannico a mano a mano che sull’orizzonte europeo si addensano, via via sempre più fitte, le nubi minacciose della guerra. Di convinzioni pacifiste e sentimenti progressisti, Jerome visse il primo conflitto mondiale con particolare sofferenza: uno stato d’animo testimoniato sia dalla sua decisione di arruolarsi, ormai cinquantasettenne, come autista della Croce rossa sul fronte occidentale, sia nel suo impegno, l’anno successivo, di farsi promotore insieme a Philip Snowden, Dean Inge e John Drinkwater per un negoziato tra i Paesi in conflitto...
L’angoscia dello scrittore inglese di fronte agli orrori della guerra è visibile in Le vie del Calvario, il romanzo pubblicato nel 1919, appena terminata la Grande Guerra. Durissimo il giudizio di Jerome sugli egoismi sociali che avevano alimentato i nazionalismi europei:
“ – Un nobile ideale “la Patrie” la gran Madre! Sì, se fosse lei che si levasse nella sua maestà e ci chiamasse a raccolta.- …Ma in realtà, di che si tratta? Germania, Francia, Britannia?...una decina di vecchi imbecilli che si danno grande importanza, con le loro grasse consorti a spingerli; figli di altri sciocchi venuti prima di loro; e ciarloni che hanno strisciato per giungere al potere con discorsi tutto fumo e belle promesse. “La mia patria!”…Guardateli! Non vedete le loro pance tronfie e le facce flosce? Una decina di politicanti ambiziosi, di vecchi finanzieri gottosi, di vecchi ricconi calvi coi baffi incerati e i denti finti… Ecco quel che fanno passare col nome di patria! Una banda di vecchi imbecilli senz’anima. E abbiano ragione o abbiano torto, il nostro dovere è di combattere ai loro ordini, di spargere il sangue per loro, di morire per loro, perché loro possano vivere più lustri e più prosperosi”.

Altrettanto nette le sue considerazioni sul militarismo - “Quando insegnate a un uomo a cacciar la baionetta nelle carni palpitanti d’una creatura umana e a rigirarvela dentro spingendola sempre più in là, mentre il sangue zampilla dallo squarcio come una fontana, che cosa ne fate, se non una bestia? Un uomo dev’esser diventato una bestia prima di far questo.” – e sulla regressione a cui erano stati condannati milioni di uomini su tutti i fronti europei: “…le trincee, quasi tombe scavate pei vivi, dove gli uomini stanchi e svogliati, col fango sino ai ginocchi, sospiravano una ferita che li liberasse dalla tetra monotonia di quell’esistenza; le buche d’acqua fangosa su cui galleggiavano cose morte e verso le quali essi la notte strisciavano per detergersi un po’ dal sudiciume incrostato sul loro corpo e sulle loro vesti; le buche sbarazzate dal fango dov’essi si mettevano a mangiare a dormire e vivevano un anno dopo l’altro, finché cervello e cuore e anima parevano spenti ed essi dovevano fare uno sforzo per rammentarsi d’essere stati uomini”. Insomma, la guerra è fango, solo fango, materiale e metaforico: “Fango! Pareva questa l’unica parola atta a descrivere la guerra moderna. Fango da per tutto. Fango sino alla caviglia lungo le strade; fango sino al ginocchio per chi movesse un passo fuor dalle vie segnate; fango che si doveva passare a guado per giungere alle tende e alle baracche evitando i viottoli limacciosi per non scivolare e cadere; uomini sporchi di fango, cavalli sporchi di fango; asinelli che parevano scolpiti nel fango affaticantisi su e giù per la tortuosa strada ferrata che sempre tornava a sparire e a perdersi sotto il fango; cannoni e vagoni trascinati con sordo rumore nel fango; ambulanze e carri che nelle tenebre perdevano la strada, si capovolgevano e restavano abbandonati nel fango; motociclisti che rapidi solcavano il fango rigettandolo impetuosamente in liquidi torrenti ai due lati; automobili dello Stato maggiore in corsa precipitosa, strombettanti tra il fango seguite da zampilli di fango; file serrate d’uomini fangosi marcianti a passo cadenzato nel fango attraverso uno sgocciolio di fango saliente su dal terreno; lunghe file d’autobus piene di fangosa umanità stivata spalla a spalla, sempre rombanti tra il fango interminato… E uomini seduti nel fango sul margine della via, masticando insipide vivande; uomini accasciati lungo i fossi, a esaminarsi le piaghe, a lavarsi i piedi sanguinanti nelle acque fangose, a rimettersi le bende fangose intorno alle ferite.
Un mondo senza colore: non altro colore sotto il cielo che il colore del fango. Persino i bottoni delle divise tinti per farli apparire color di fango.”

Un testo, questo Le vie del Calvario, dai marcati contenuti politico – religiosi e tutto percorso da un lancinante senso di sconfitta storica e di scacco esistenziale.
La Gran Bretagna, l’Europa, il mondo non sono più quelli di appena pochi anni prima, gli anni della Belle Epoque, quando tre giovani spensierati, George, Harris e l’Autore potevano spensieratamente percorrere in barca il Tamigi o solo alcuni anni più tardi attraversare ‘a zonzo’, in sella a una bicicletta, tutta la Germania. La risistemazione dell’Europa operata dai trattati di pace ha lasciato un’aperta ostilità tra gli Stati del continente e pesanti contenziosi ne avvelenano i rapporti politici ed economici. Tensioni sociali e dittature, inflazione alle stelle e diffuse voglie di rivincita agitano i popoli dal mar del Nord agli Urali, dal Mediterraneo al Danubio. Lo scrittore brillante di un tempo non esiste più: si è trasformato in un uomo amareggiato e ancora sconvolto da quanto è stato costretto a conoscere sui campi di battaglia. Capace solo di rifugiarsi in una sorta di pessimismo cristiano a mala pena riscattato dalla problematica fiducia in un possibile perdono divino.
Jerome K. Jerome muore alla fine della primavera del 1927

25 giugno 2009

"Una forma di magia" di Pablo Picasso


di Gianni Quilici


Premessa. I quaderni di via del vento sono libriccini di 30-40 pagine impressi su carta vergatina avorio, stampati in esemplari numerati; sono testi inediti e vari del novecento; tra gli ultimi pubblicati troviamo Kafka, Giacometti, Babel, Klimt, La Rochelle ecc, ecc. Libri-interstizi per un viaggio, per una serata da assapporare e da mescolare con testi più compiuti.

Questo libriccino di Pablo Picasso è una scelta di riflessioni sull'arte, tratte da opere sparse di altri autori, inedite in Italia, accompagnate da disegni e curate da Antonio Castronuovo con note, biografia e con un intervento “L'arte non è mai casta”.

Mi colpisce in Picasso il movimento. “Le mie tele... sono le pagine del mio diario. E' il moto della pittura che m'interessa, lo sforzo drammmatico da una visione all'altra, anche se lo sforzo non è spinto fino in fondo. Ho sempre meno tempo, e sempre più da dire. Sono giunto al punto in cui il movimento del pensiero m'interessa più del pensiero medesimo”...

Non cerca, infatti, la fine di un'opera, perchè la trova, senza trovarla, nel processo stesso in cui la cerca. “Finire un'opera? Completare un dipinto? Che bestialità! Terminare vuol dire farla finita, ucciderla, rubarle l'anima, darle il colpo di grazia (...). ...la verità non può esistere. Se io cerco la verità nel dipinto, posso fare cento tele con quella verità. E allora qual è la vera?” E quindi “appena ti fermi, ecco che ricominci”

In questo senso si capisce perché Picasso abbia sperimentato ogni stile, attraversato tutte le avanguardie, rielaborandole in sintesi, a volte, geniali. “Il mio atelier” scrive “è una sorta di laboratorio. Come in tutte le esperienze, ce ne sono che riescono e altre che falliscono (...) Ci sono giorni in cui mi dico che, in tutte queste ricerche, ho trascinato il mio talento nel fango”

Tutto ciò lo porta a dire: “Forse, a ben guardare, sono un pittore senza stile. Lo stile è spesso qualcosa che costringe il pittore in una stessa visione, una stessa tecnica, una stessa formula per anni e anni, anche per tutta la vita... Ma io agito troppo, spiazzo troppo. Tu mi vedi qua, e nodimeno mi sono già spostato, sono già altrove. Non sono mai a posto, ed è perché non ho uno stile”.

L'interesse di queste riflessioni nasce dall'acutezza con cui il pittore si avvicina alla sua arte, cogliendone gli aspetti di fondo sia nel suo modo di “essere” nel processo creativo che nella valutazione che dà del suo prodotto.

Il fascino nasce da questa mescolanza (dentro e fuori il libro) tra corpo-riflessioni-opera, perchè non ci si può dimenticare neppure un attimo che ciò di cui sta ragionando Picasso è il rapporto tra idee e loro realizzazione, che dietro le parole c'è un'opera in divenire continuo.

Pablo Picasso. Una forma di magia -Pensieri sull'arte- a cura di Antonio Castronuovo. Via del vento. Pag. 32. 4 euro.

"Lo spirito dei disperati" di Alfredo Di Martino


di Luciano Luciani

Figli delle lacerazioni planetarie esplose con particolare acutezza da vent’anni a questa parte, i ‘disperati’ di Alfredo Di Martino arrivano dal sud del mondo e dall’est dell’Europa e alle loro spalle hanno guerre e dittature, pulizie etniche e torture, violenze e abusi d’ogni genere. Ferite ancora sanguinanti che non sono destinate a rimarginarsi una volta raggiunto, con fatica e dolore, il nostro Paese, l’agognata porta sull’Occidente benestante e satollo: qui, anzi, le sofferenze che li aspettano si faranno più complesse e sottili e si chiameranno precarietà, mancanza di documenti, abitazioni di fortuna, lavori ‘in nero’, malpagati, usuranti, pericolosi…

Come centinaia di migliaia, milioni di altri paria, anche loro senza diritti e ‘senza voce’, Daud, Ronny e Walid, i protagonisti delle pagine che seguono creati dalla fervida fantasia dell’Autore, proprio là dove speravano in un’esistenza degna di essere vissuta, saranno costretti a compiere una vera e propria discesa agli Inferi: conosceranno così la faccia nascosta della nostra società, il suo lato oscuro. Quello che ha ormai assimilato la cultura dell’individualismo sfrenato, dell’egoismo che non guarda in faccia a niente e nessuno, della competitività senza scrupoli e che non prova imbarazzo nella contiguità con i peggiori poteri criminali; il cuore nero di un Paese avvelenato dai malumori di un incipiente razzismo; un’Italia opaca, per la quale termini come condivisione, accoglienza, solidarietà sono solo belle parole buone solo per riempirsi la bocca in occasione di qualche talk show televisivo di successo.
L’Italia peggiore, insomma!

Riusciranno i nostri eroi a sopravvivere, fisicamente e moralmente, senza guastarsi dentro, senza perdere l’anima, alle durissime prove cui li sottoporrà la nostra organizzazione sociale con le sue regole spesso inutilmente severe, se non addirittura ingiuste e crudeli? Sapranno Daud, Ronny e Walid fare tesoro di queste difficili esperienze e imparare cose utili per sé e per quanti vivono la loro stessa condizione di sfruttamento e marginalità? Al termine di tante dolorose e complicate peripezie, si faranno consapevoli di una qualche morale di liberazione e salvezza collettive?

L’Autore non si spinge così lontano: sceglie, invece, di raccontarci, talora con vivace crudezza, con una lingua forte, densa e in presa diretta, cosa accade tutti i giorni ai più deboli, ai meno fortunati, ai più indifesi quando il mercato sostituisce la convivenza civile e la politica. Certo, i nostri tre modesti eroi crescono, si fanno progressivamente consapevoli delle proprie forze e sviluppano un formidabile spirito di gruppo, nutrito di un’amicizia a tutta prova quale da tempo non leggevamo sulle pagine dei libri degli scrittori contemporanei. E forniti di un fortissimo senso della legalità e della giustizia, maturato sulle strade e nei cantieri di mezza Italia, restituiscono colpo su colpo a offese e ingiustizie piccole e grandi, cavalieri di ideali desueti che i loro coetanei più fortunati sembrano trascurare o addirittura disprezzare. In questa loro generosa impresa di difendere i deboli, raddrizzare i torti o, almeno, provare a lenire i dolori di un mondo e di assetti sociali ingiusti, li aiutano alcune belle e ben raccontate figure femminili, tutte Sud, cibo e calore materno; un paio di ‘preti – coraggio’ e qualche giovane che partecipe dei valori e delle pratiche del mondo del volontariato…
Un pezzo, un bel pezzo dell’Italia migliore.

Alfredo Di Martino lo conosce bene, non lo dimentica e a esso rende omaggio con la prodigalità d’invenzione narrativa e di scrittura che sono la sua cifra letteraria e umana più evidente e che meglio lo contraddistinguono.

Alfredo Di Martino, Lo spirito dei disperati, Daris libri e stampe, Lucca 2009, pp. 200, Euro 12,00. Tavola di copertina di Antonio Possenti.


Dal romanzo, pubblicato con una piccola casa editrice lucchese, a RAI DUE.
E’ quanto sta accadendo ad Alfredo Di Martino e al suo libro, Lo spirito dei disperati , Daris – Libri e stampe, maggio 2009, che, in una forma cruda e quasi in presa diretta, racconta la storia dolente di tre giovani extracomunitari che arrivati fortunosamente nel nostro Paese ne conosceranno presto le durezze e le opacità, umane, morali, sociali.
Un testo che, già presentato il 22 maggio scorso a Lucca in Palazzo Tucci alla presenza del vicesindaco Pierami, del presidente dell’Amministrazione provinciale Baccelli e del Maestro Antonio Possenti, è piaciuto alla redazione della rubrica televisiva di RAI DUE “Protestantesimo”. Così Di Martino è stato invitato a Roma per registrare un’intervista sui contenuti del suo romanzo, sui suoi protagonisti, la sua forte carica di denuncia e il suo sconsolato finale.
L’intervento televisivo di Alfredo Di Martino, che da anni vive e lavora a Lucca, andrà in onda il 16 giugno prossimo alle 1 e 20 di notte; poi, il 17 giugno alla stessa ora e lunedì 23 giugno alle ore 9,00 del mattino sempre su RAI DUE.
Dopo la prima messa in onda il pezzo sarà visibile sul sito www. rai.tv scrivendo PROTESTANTESIMO nel box “ricerca”.

22 giugno 2009

"C'era una volta un leone, una tigre, un pollaio, e c'ero io dipinto da me medesimo” di Elisabetta Salvatori


di Gianni Quilici
Immaginate un palcoscenico che per più di un'ora ha soltanto un corpo ed una voce, Elisabetta Salvatori, con appena qualche intervento musicale: un violinista, Matteo Ceramelli, e un contrabbassista, Mirco Capecchi, che appaiono e scompaiono a sottolineare una condizione, una situazione

Noia? No, invece molta attenzione, emozione. Per una serie di ragioni che si mescolano e si saldano naturalmente.Vediamone alcune come appunti veloci, da approfondire con ulteriori letture.

La scrittura della stessa Elisabetta Salvatori e di Marzo Dall'Acqua. E' una scrittura storico-antropologico-visiva che tratteggia un personaggio unico, il pittore (naif) Antonio Ligabue, attraverso le sequenze decisive della sua tormentatissima vita: l'infanzia di “abbandonato” in Svizzera con una madre adottiva possessiva, la scuola che lo considera una sorta di ritardato e la difficoltà ad instaurare rapporti con gli altri, fino alla sua espulsione; l' Italia dove viene dirottato e il disadattamento, l'isolamento totale e selvaggio e il manicomio, la scoperta della pittura e il successo ecc, ecc.
Tutto quanto è raccontato attraverso fatti che interpretano senza chiudere, lasciando aperto il mistero Ligabue. La narrazione è affidata a parole-immagini di forte impatto visivo con un montaggio fatto di salti, di rotture, di cambiamenti di scena.

Elisabetta Salvatori recita con quella passione-distacco che trasmette pathos senza voler ricattare emotivamente lo spettatore, muovendosi nello spazio sobriamente illuminato, disponendosi comodamente a raccontare ora sugli scalini, ora sul limitare del palcoscenico, quasi per essere più vicina, più intima a chi la sta ascoltando; oppure “facendosi” Ligabue ed interpretandone la condizione: come (indimenticabile!) negli spasmi sessuali del desiderio di donna.

Ne vengono fuori due aspetti intimamente collegati, come in altri spettacoli della stessa (“Vi abbraccio tutti” “Scalpiccii sotto i platani” tra gli altri):
primo, la storia complessa ed aperta di Ligabue (e il suo tempo), un personaggio che avrebbe fatto la gioia di Jean Paul Sartre, per l'originalità del suo comportamento e della sua arte; secondo: la poesia che da questo personaggio fluisce, dalla impossibilità alla rivolta, dalla paura alla gioia pura del processo creativo.

C'era una volta un leone, una tigre, un pollaio, e c'ero io dipinto da me medesimo” - La vita di Antonio Ligabue-
di Elisabetta Salvatori e Marzio Dall'Acqua
con Elisabetta Salvatori
regia Flavio Bucci
musiche Matteo Ceramelli (violino), Mirco Capecchi (contrabbasso)
proiezioni grafiche Gabriele Dini
luci Riccardo Gargiuolo
Anteprima nazionale: Teatro di Buti (Pisa). 18 giugno 2009

17 giugno 2009

"Il bello della bicicletta" di Marc Augé


di Gianni Quilici

E' un testo magnifico, scritto da un uomo rimasto giovane.

E' scritto con il corpo, la memoria, il pensiero, l'immaginazione.
Diventa poesia, progetto esistenziale, perfino politico e, in un capitolo delizioso, utopia, che tende ironicamente e affettuosamente al planetario.

Per chi come il sottoscritto ama smisuratamente la bici questo minuto libro di Marc Augé diventa, quindi, una festa, non solo perché (della bici) comprende gli aspetti più intimi, ma anche perché rimane a volte sorpreso dall'esuberanza immaginativa da Augé dispensata.
Marc Augé non si ferma, infatti, di fronte a niente; fa della bici mito, epica, storia, esistenza, paesaggio, tempo e la proietta nelle città come ipotesi politica, possibile utopia di un mondo con fini radicalmente diversi da quelli che oggi esse incarnano.

Il migliore consiglio, in questi casi, è banale: leggerlo... Con una condizione: amare o almeno avere amato la bicicletta.

La recensione a questo punto diventa trascrizione di alcuni passaggi per dare il senso del libro, estrapolandoli dal contesto.

“...quando veniva luglio, verso le quattro o le cinque del pomeriggio mi trovavo sempre davanti al bistrot della piazza della chiesa; l'oste attaccava sulla porta una lavagna dove segnava i primi tre classificati della tappa del giorno e i primi tre della classifica generale. E' così che la mia ammirazione per Coppi e il mio entusiasmo all'annuncio della vittoria, nel 1949 e nel 1952, mi liberarono per sempre da ogni sciovinismo. Per nessun campione francese, nemmeno per Bobet, avrei mai provato l'infinita ammirazione che mi spirava Coppi”

“La prima pedalata equivale a una nuova autonomia conquistata, a una fuga romantica (...) In pochi secondi l'orizzonte chiuso si libera, il paesaggio si muove. Sono altrove. Sono un altro. Sono un altro, eppure sono me stesso come mai prima; sono ciò che scopro”.

“Anche per chi, con qualche timidezza iniziale, sale di nuovo in bici dopo qualche anno di astinenza (...) riscopre velocemente un insieme di impressioni (l'esaltazione della discesa a ruota libera, le carezze del vento sul viso, il lento muoversi del paesaggio), che per rinascere sembravano aspettare solo quell'occasione.

“E l'utopia? La trasformazione della città è un sogno possibile? E la bicicletta può avere un ruolo in questa rivoluzione? Perché la città avrebbe bisogno di una rivoluzione, nel senso letterale del termine, per trasformarsi”.

“L'idea di una città in cui prevale la bicicletta non è pura fantasia”

“La bicicletta è una partitura, una partitura libera, anche selvaggia”

“Ciclisti di tutto il mondo unitevi!”

“Il bello della bicicletta” termina con queste due frasi: “In bicicletta per cambiare la vita! Il ciclismo come forma di umanesimo”

Marc Augé. Il bello della bicicletta. Eloge de la bycyclette. Traduzione di Valentina Parlato. Bollati Boringhieri editore. Pag. 65. 8,00 euro.

15 giugno 2009

"Il pescatore di sassi" di Beppe Calabretta

foto di GIANNI QUILICI
di Gianni Quilici

"Il pescatore di sassi" è il quarto libro di narrativa di Beppe Calabretta dopo "Il cielo senza sole" "Epolenep" e "Il mondo limitato".
E' un "giallo": un delitto insolito, un investigatore, un caso senza apparenti motivazioni, difficile, per questo, da sbrogliare.

Bruno Carcade è un investigatore, che vive a Lucca, e che decide di prendersi le ferie, perché la sua donna, archeologa, ha avuto, finalmente, un incarico per una campagna di scavi in Medio Oriente. Troviamo Bruno all'inizio del romanzo, su una spiaggia, nel sud Italia, al suo paese di origine, solo tra il ricordo della donna appena lasciata e la bellezza del mare. Leggiamo: "Era quasi la fine di giugno. A quell'ora del mattino in cui il sole comparendo all'orizzonte sembra un lecca lecca che si alza lento per essere risucchiato...."
Calabretta ti prende subito con la sua prosa visiva, capace di farti vedere la concretezza della materia: cielo, luce, acqua, cibo..., di chi non solo la conosce, ma te ne fa assaporare la sensualità.

Qui Bruno riceve una telefonata, ci sarà un incontro e un incarico: la richiesta di occuparsi di un delitto. Un uomo è stato, infatti, ammazzato, un professore in pensione, tranquillo, vedovo e senza figli, che aveva una strana mania: era un pescatore di sassi. Bene, questo professore è stato trovato con la testa spaccata da un sasso proprio di fronte a casa sua, in riva al mare. Da qui parte l'inchiesta: appaiono uomini e donne del paese e perfino di Lucca; appaiono, come spesso succede, le ombre lunghe del passato.

Beppe Calabretta non è soltanto un narratore efficace nel costruire personaggi e luoghi e nel far vivere tensione e mistero come è nella tradizione del "noir", ma sa inserire, dentro lo scheletro della storia, dei contenuti tematici, che vanno oltre la narrazione pura e semplice, disegnano anche un orizzonte sociale e politico, costringono ad interrogarci sul mondo in cui si vive. Ecco che dietro l'apparente serenità dei personaggi, di maggior rilievo, spuntano segreti e sofferenze. Di più: dietro il silenzio di molti si (intra)vede una “organizzazione” ferocemente ricattatrice, senza alcuno scrupolo, che suggerisce nomi come mafia, 'ndrangheta, camorra, ma che rimane nell'ombra, senza volto.

Viene da pensare, leggendo Calabretta, un po' a Leonardo Sciascia.
Nei contenuti: il Sud, un groviglio da sbrogliare, le organizzazioni criminali con la loro oscura e agghiacciante potenza e violenza, la paura e il silenzio della società circostante. Nello stile: l'asciuttezza della scrittura, la qualità dei dialoghi, i colpi di scena, la capacità di rilanciare una tensione narrativa.

C'è semmai un limite nella chiusura forse troppo frettolosa rispetto al carico di tensione venutasi a creare, che genera, da una parte, un po' di delusione nel lettore comune che ama perdersi più volte nel mistero; dall'altra e soprattutto lascia forse troppo nell'ombra la criminalità organizzata senza alcun vero, significativo addentellato con la società civile.

Beppe Calabretta. "Il pescatore di sassi" .Bonaccorso editore. Pag. 156. € 13,00.