16 giugno 2023

" Permafrost" di Eva Baltasar

di Giulietta Isola

Un corpo assediato, «solenne e maestosamente penoso» che, come una «torre perforata dalla tristezza» contiene idealmente l'intera umanità dentro di sé, «compressa, concentrata in un posto assolutamente personale»

         Una donna sui generis, quarantenne, lettrice, affittacamere, affamata di sesso, una donna a disagio apparentemente scostante e algida , in lotta con un mondo che vive di stereotipi ed omologazioni, dal quale si difende con il gelido strato che la isola, la protegge e le permette la giusta distanza dal dolore, quel Permafrost che ci lascia intendere vorrebbe fratturare. 

       E’ lei la protagonista di questo breve intenso romanzo, che racconta la sua vita “normale” con una madre che non la capisce e che apprezza la sorella, perfetta incarnazione dell’angelo del focolare con marito benestante e figli . 

        Lei risulta poco “conforme” , studia Arte, è omosessuale , vive liberamente i rapporti con le proprie amanti, è assai poco convenzionale e fugge ai conformismi. 

       Le pagine non seguono un ordine cronologico seguono semplicemente i moti del cuore e l’urgenza di raccontarsi in quel preciso momento attraverso pensieri , piccoli fatti e fatti importanti che hanno scandito la vita della protagonista. 

       Con parole efficaci ed evocative entriamo nel flusso inarrestabile dei suoi pensieri schietti e diretti, il vissuto è raccontato con ironia, è vivido e dissacrante e noi lettori siamo chiamati ad ascoltare un lucido monologo interiore nel quale si cerca una salvezza per superare i disagi sofferti, una crepa nel Permafrost. 

       La protagonista, con disincanto ed assoluta libertà scende nell’intimo, esplora i pensieri più reconditi, passa al vaglio come togliersi la vita ma, paradossalmente, rimane vitale e racconta l’intimità con le sue amanti anche con sfacciataggine, utilizza una scrittura sospesa e travolgente che dà risalto alla sua passionalità e come contraltare mostra il distacco con cui parla del suicidio come soluzione per un’esistenza ingombrante. 

       Mi è piaciuto molto incontrare questa donna imperfetta,, arguta, simpatica che vuol sfuggire a routine e convenzioni e che in fondo è tante donne insieme, mi è piaciuto la sua sensualità molto carnale e la sua poesia.

"La vita, la selvaggia che ci accerchia e che ci assedia."

 

PERMAFROST di EVA BALTASAR EDIZIONI NOTTETEMPO

14 giugno 2023

" Karìbu. Lo Zambia, una donna, una grande avventura" di Cristina Fazzi e Lidia Tilotta

 

Karìbu, benvenuto in Zambia!

 di Giovanna Baldini

Era la vigilia di Ferragosto del 1999 quando il destino bussa alla porta del medico Cristina Fassi.

Di quella che sarà un’avventura straordinaria iniziata per caso dà conto il libro di Cristina Fazzi e Lidia Tilotta Karìbu. Lo Zambia, una donna, una grande avventura, Infinito edizioni, 2022.

La storia è questa: un’amica della protagonista è costretta ad abbandonare un progetto di assistenza in Zambia e Cristina si rende disponibile per una sostituzione di sei mesi.

Da qui inizia la sua avventura che dura a tutt’oggi e che in più di vent’anni ha portato la dottoressa italiana a gestire progetti socio-umanitari in un’ampia area del Paese africano, dai villaggi più sperduti fino alle baraccopoli di diverse città.

Grazie anche alla collaborazione della giornalista Lidia Tilotta, co-autrice, che dall’Italia ha condiviso e diffuso informazioni sul lavoro sanitario in quella remota zona dell’Africa centrale, Cristina ha fatto conoscere i bisogni più elementari delle popolazioni ottenendo consensi e spesso contributi di solidarietà a diversi livelli.

Lo Zambia, da quel lontano 2000, quando la dottoressa siciliana atterrò all’aeroporto di Lusaka e arrivò a destinazione dopo cinque ore di auto su strada sterrata, è molto cambiato, almeno nei territori in cui lei  e i suoi collaboratori  sono intervenuti.

Il lavoro di quella che doveva essere una sostituzione temporanea cominciò nella boscaglia in una località dove le capanne non avevano né luce elettrica né acqua corrente, dove malattie endemiche e malnutrizione falcidiavano soprattutto i bambini.

A piccoli passi, con molta umiltà, ma con coraggio e determinazione, affrontando pregiudizi atavici, Cristina è riuscita a imporre la sua opera di educazione. Nei comportamenti sociali e sulla salute si è impegnata a cambiare, almeno parzialmente, la mentalità delle mamme su alimentazione, igiene, superstizione.

È una bellissima vicenda d’amore, quella che si svolge sotto gli occhi del lettore: la storia di una donna che non si ferma davanti alle difficoltà di un paese africano povero, in cui una cultura tradizionale ben radicata, colpisce anche chi, per esempio, negli orfanotrofi dovrebbe accudire alla vita e alla sopravvivenza dei piccoli abbandonati per necessità o miseria.

Molti di loro muoiono nell’indifferenza generale dei responsabili, ma Cristina combatte… e quando può, li prende, li porta nel suo ospedale, li cura e riesce a farli rivivere e sorridere. “Fa i fogli” per le autorità competenti e alcuni diventano suoi figli affidati.

Un libro molto interessante, che apre verso la speranza: qualcosa di bello si può sempre fare per chi ha meno di noi.

Le iniziative, intanto, dalla costruzione di un pozzo, all’apertura di un piccolo ambulatorio, a un asilo si moltiplicano dal bosco alle baraccopoli delle città. Si costruiscono case-famiglia, ambienti comuni e un oratorio perché dall’Italia arrivano molti contributi economici, lasciti in denaro per sostenere questa bella opera umanitaria. Cristina riesce a coinvolgere: e tanti amici da Enna, città natale, e da altri posti vanno a trovarla per conoscere dal vivo la sua esperienza.

Molte altre cose racconta il libro, non solo relative all’ambito sociale, ma anche a quello della sfera personale dell’autrice che in Zambia ha deciso di vivere e continuare a operare.

Una lettura veramente appassionante che comunica un entusiasmo contagioso verso il fare per il bene collettivo. 

Cristina Fazzi, Lidia Tilotta

Karìbu. Lo Zambia, una donna, una grande avventura

 Infinito edizioni, 2022, pp. 159 

Euro 16,00

 

01 giugno 2023

“ Il divano di Istanbul “ di Alessandro Barbero

 

di Cosima Di Tommaso

        Il libro è del 2015 ed io l’ho letto con colpevole ritardo.
Il libro è una muliebre rappresentazione plastica dell’impero ottomano.
Il saggio storico del professor Barbero  non è una lettura canonica, è un viaggio nella storia, quella dell’impero ottomano che si intreccia con quella degli Stati europei in un lasso di tempo che va dal 300 fino al 900.
 
 

      La prosa è scorrevole, avvincente, sempre puntuale ed oggettiva che mette in luce ancora una volta - qualora ce ne fosse bisogno -
l’abilità divulgativa della storia da parte del professore.
La narrazione Si sgrana attraverso fatti ed argomentazioni, in grado di lasciare il lettore stupefatto.

        Mi ha colpito,
fra le tante cose, la grande considerazione che esisteva nei confronti degli animali randagi.  Già nel 500 gli occidentali pur progrediti e molto raffinati, che arrivavano nell’impero ottomano erano sorpresi da una consuetudine che qui vi trovarono.
Non solo erano presenti regolarmente per le strade ricoveri appositi per
gatti ma, era usuale anche vedere gente portare della carne cotta ai cani randagi.
Questo farebbe pensare ad un’enorme passo in avanti nell’evoluzione interiore umana:
gli animali infatti, sono esseri senzienti (filosofia buddista ) in grado di provare dolore e quindi, sarebbe un vero atto di compassione.
Si trattava sostanzialmente, di un gesto di pietà, poiché nell’Islam, specialmente nell’Islam ottomano,  esisteva già la consapevolezza che “tutto è uno” ovvero, gli animali sono creature di Dio.
(Peccato che questa consuetudine - a mio parere - strida con la persecuzione, spesso durissima, nei confronti degli uomini, non di rado dissidenti, allora, come adesso nell’attuale Turchia).

        Il viaggio nel tempo proposto, in qualche modo si propone di suggerire una visione differente, rispetto ai luoghi comuni diffusi, relativi   ad una visione standard del Medioriente , nel tentativo di schiudere la porta ad una sorta di riabilitazione dei “Turchi”.

        Per la gente di Otranto i turchi sono ben altro nella memoria.
Il sacco di Otranto del 1480 a causa dell’esercito ottomano, che solo il caso portó in questa città.
La nave ottomana infatti, sarebbe dovuta approdare a Brindisi e, solo una condizione di vento avversa la portó  a dirigersi verso Otranto (Mirabilmente raccontato nel romanzo storico “ l’ora di tutti “ di Maria Corti, Bompiani, 1962) la rase al suolo.
Ed è coscienza di memoria collettiva.

Alessandro Barbero , “ Il divano di Istanbul “, Sellerio editore, 2015

29 maggio 2023

"L'ultimo gioco di Banu" di Belgheis Soleymani

 

di Giulietta Isola

In un’epoca in cui il reazionismo nero, con l’appoggio dell’imperialismo mondiale, ha ridotto in schiavitù il tormentato popolo iraniano, come si può parlare d’amore….”

        Poco gioco e molta vita in queste pagine, ma se di gioco si dovesse parlare ci dovremmo limitare a considerarlo una possibile scappatoia qui rappresentata dalle parole stampate.   Per Banu, che legge instancabilmente i testi nascosti nel pagliaio, opere messe al bando dalla censura governativa degli anni Ottanta, la ricchezza interiore acquisita è il primo alleato che la accompagnerà lungo tutta la sua interminabile lotta, una lotta che sarà composta di tante fasi, via via più sofisticate. 

        Banu è una meraviglia, , è l’anima femminile dell’Iran, un mondo complesso, contraddittorio, meraviglioso e allo stesso tempo inquietante. Un universo di colori, profumi, sapori ai quali si mescolano ideali e identità diverse tra di loro alla ricerca di pace e stabilità in focolai di disordini interni, Banu è la storia dell’amara condizione femminile in molte parti del mondo, la sintesi di questioni profonde e intricate, spesso poco comprensibili a noi occidentali, quali l’imposizione del velo, l’identità religiosa, la lotta quotidiana delle donne per le libertà, la ricerca di un equilibrio tra antiche e radicate tradizioni e i diritti civili. 

        Banu è il velo che nasconde la sua anima, Banu è una giovane di famiglia contadina, una fragile figura femminile che decide di cambiare rotta al proprio destino con lo strumento della conoscenza , cercando salvezza nella letteratura, che della conoscenza è il lato più accessibile, sfida le ferree regole dell’ambiente nel quale è cresciuta sin da orfana insieme alla madre, rifiuta il matrimonio voluto dalla famiglia e dalla tradizione con il cugino Heidar,studia sodo per andare all’Università e diventare insegnante . è una vera e propria combattente che vive in una realtà ancora fortemente patriarcale dove il potere in gioco è da sempre appannaggio del regno maschile. 

        Nella narrazione i temi di fondo sono i consueti, quelli che accompagnano da sempre la vita di donne e uomini: l’amore, la morte, i sogni, il dilemma delle scelte, la ricerca del potere, il destino e lo sguardo dell’autrice si posa sulla realtà femminile e sul percorso politico-culturale in cui maturano i processi di consapevolezza, liberta e indipendenza in relazione ad un contesto storico articolato e di impronta patriarcale. 

       Soleymani è una postrivoluzionaria e dichiaratamente impegnata a raccontare le trasformazioni politico-sociali iraniane contemporanee, di cui la condizione femminile rappresenta una delle questioni più spinose. 

         La lettura è molto complessa, fatta di diverse interpretazioni della figura femminile e mi ha messo a dura prova per la assoluta mancanza di linearità, si deve entrare nel “gioco” e cercare un incastro per tutti i frammenti formati dall’esperienza intimamente vissuta dai personaggi che si raccontano con lunghi monologhi, ma raccontano anche gli altri. 

         Fitte le citazioni di poesia e passi narrativi che testimoniano quanto la letteratura impegnata e colta sia formativa per una coscienza civile e politica, sia un sostegno in grado di rappresentare e difendere gli ideali di una necessaria e sperata giustizia sociale. 

        Soleymani sperimenta con la sua scrittura e si rivela eccelsa ed originale espressione del romanzo contemporaneo persiano. Banu è tutte le donne iraniane, oggi tutti le conosciamo, nessuno può fermarle, sono colte, intelligenti, granitiche, perdonano poco a se stesse ed ancor meno agli altri, sono la colonna di un Paese culla di una straordinaria civiltà, hanno il cuore a pezzi ed il corpo provato da violenza e sofferenza ma chiedono, senza paura, libertà di scegliere ed autodeterminarsi. 

        A TUTTE LE IRANIANE DI IERI E DI OGGI che sfidano la storia e che mi hanno insegnato che il coraggio è donna vanno il mio abbraccio, il mio sostegno e le mie lacrime e a tutti voi consiglio, per saperne di più, questa lettura.

L’ULTIMO GIOCO DI BANU di BELGHEIS SOLEYMANI FRANCESCO BRIOSCHI EDITORE