05 ottobre 2021

"Il contadino" di Henri Cartier-Bresson



di Rosanna Valentina Lo Bello

Ci sono foto che a guardarle mi hanno tolto il fiato per una bellezza visiva d’impatto e direi anche oggettiva, a volte, se non addirittura esplosiva.

Poi c’è questa foto che non mi “toglie” nulla, anzi, mi “riempie” il cuore con tutti i sensi.

 La trovo in rete, mi scorre, passa, torno indietro e la fermo a me.

Mi emoziona fortemente, la fisso non so per quanto e voglio scrivere di lei.

È una foto che si espande in tutte le dimensioni e a me arriva subito concettualmente: mi parla del lavoro duro ma soddisfacente della terra, dei campi, dei contadini.

 Mi porta, in un attimo, alla loro pausa pranzo che mi fa pensare a una fame sudata di stanchezza.

Mi sembra un concentrato di alta e limpida semplicità.

Poi, dall’attesa del pranzo arrivo all’attesa dell’amore e così innalza il mio pensiero e anche lo spirito, facendomi capire in modo chiaro cosa dovrebbe contare per ognuno di noi nella vita.

 A questo punto, penso a lui: Henri Cartier-Bresson, l’autore di questa foto“meticoloso preparatore di tagliole che tendono agguati al reale”.

Qui, la realtà e l’interiorità combaciano, cancellando il pensiero sul rapporto tormentato che lui ha avuto con la fotografia e offrendoci all’interno di essa la poetica fotografica di tutti i Cartier Bresson espressi nella sua metafora preferita del “tiro fotografico”.

 In genere, le sue foto, se osservate lungamente, svelano dei segreti. 

Questa no.

Addirittura, offre all’occhio, sul momento, un’immagine di una semplicità schematica, direi popolare, comprensibile a tutti.

Qualcuno si chiederà ma è un’immagine creata o trovata?

E io dico ma in fondo che importanza ha?

In questa foto vedo nell’attesa il corteggiamento, la seduzione, l’attrazione e percepisco anche, guardando il paesaggio che ci offre, la costruzione paziente, pitagorica, geometrica, quasi maniacale, con un sano effetto-cinema (ricordando su di lui l’influenza di Jean Renoir).

Nonostante ci sia una figura femminile in primo piano, a me, figurativamente, colpisce subito l’uomo scuro, piccolissimo, in fondo con le braccia aperte a indicare, appunto, l’attesa.

L’attesa del cibo attraverso l’attesa dell’amore e viceversa.

Accanto a lui, il trattore con rimorchio sottolinea con la forza delle sue linee geometriche e scure la fine del terreno a filo e spinge l’occhio verso il cielo, verso le nuvole.

Bellissimo il movimento della donna di spalle che si percepisce sia dal passo che aggroviglia sensualmente il vestito con lei scalza e sia dal suo braccio proteso verso l’alto come se volesse afferrare il suo uomo bruciando la distanza e il tempo.

C’è fame di cibo, di abbraccio, di amore, di complicità.

 Lui fermo a braccia aperte piccolo nero come un bersaglio e lei pronta a lanciarsi con il suo dignitoso fagotto che sposa la stessa fantasia del foulard in testa tipico degli anni ’50.

Noto l’attenzione meticolosa di ogni dettaglio.

Interessante l’effetto reale delle striature della terra lavorata che sembrano piccole onde marine e che contrastano nel bianco e nero il movimento e il colore delle nuvole.

Questo è uno scatto che si eleva, spinge in alto, in lungo e in largo sia concettualmente che figurativamente.

In fondo ora posso dire che non si tratta di una foto così semplice come ho scritto all’inizio di questo discorso ma, senza essere contraddittoria, poteva sembrare tale a prima vista.

“Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la mente, l’occhio e il cuore”  e quando clicchi “il piacere è finito”.

Il contadino di Henri Cartier-Bresson. 1954

 

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