19 marzo 2014

"Viaggio in Media Valle del Serchio: Coreglia Antelminelli" di Gianni Quilici



foto Gianni Quilici

Ore 10.30.
 Lammari. Sulla panchina del prato di fronte alla corte dove vivo, aspetto. Così vedo una costellazione di margherite. Solo in un punto, quasi un cerchio. La luce le illumina. Ho con me la macchina fotografica. Scatto una-due-tre foto. Ritorno sulla panchina, le guardo. Banali. Non rendono la loro bellezza, la bellezza della realtà. Decido di avvicinarmi. Bisogna osservare le cose da vicino, penso automaticamente. Vedo così due vespe. Sono su delle margherite, ne succhiano la corolla per un attimo, poi volano su un’altra, la succhiano e così via. Penso alla micro-bellezza dell’esistere. Quante realtà materiche ed esistenziali ci sfuggono!

Ore 10.50.
Sulla macchina sfoglio velocemente La repubblica e Il manifesto. Mi colpiscono l’editoriale di Scalfari su Berlinguer, una dichiarazione di stima e di affetto, che è anche mia, ma un po’ mi fa pensare quell’alone un po’ santifico che la sua morte sul palco “fino all’ultimo respiro” gli ha diffuso intorno, nascondendo limiti ed errori, credo, sulla sua gestione politico-culturale; vedo poi con piacere che Walter Siti si è occupato questa domenica nella sua rubrica settimanale della poesia, che in assoluto, tra quelle che conosco, amo di più e su cui ho più ragionato, l’Infinito di Leopardi, mentre constato che le pagine di Alias nel manifesto finisco per non leggerle quasi mai. Troppo accademiche? Troppo limitato o pigro io?

Ore 12.20
Si salgono i tornanti verso Coreglia Antelminelli quando, ad un certo punto, si ha la visuale completa: la valle del Serchio aperta e vasta sulla quale si ergono magnifiche, poderose, nette le Alpi Apuane. Le guardo vedendole appena dalla macchina veloce che scorre, mi lasciano un’eco di bellezza e di forza, che non saprei descrivere se non genericamente.

foto Gianni Quilici
Ore 12.30
Dopo averla intravista tra pini e abeti altissimi, mi appare nuda nella sua interezza Coreglia. Fermiamo la macchina e scatto questa foto, che bene rende il piacere dello sguardo. L’imponenza al centro del campanile con accanto la chiesa, intorno a cui si raccolgono case e palazzi tra bianco-grigio-rosa-giallo e nello sfondo, come un disegno naturalistico, gli Appennini ancora innevati.
E subito dopo, come in molte cittadine della Provenza, ecco allineati ai lati della strada che si fa stretta, due file di platani con i loro rami nudi e protesi verso l’alto come per una preghiera.


Ore 13. Coreglia Antelminelli ( 592 metri, 5382 abit.)
Parcheggio nella piazzetta al lato della chiesa pre-romanica di S. Martino. Un bambino e un adulto (il padre presumo) si sfidano in bici girando intorno  alla fila di panchine disposte lungo la piazzetta alberata. La chiesa è piccola e aperta con quella lucente pietra marmorea, che dà calore agli occhi.
Sulla strada asfaltata un’insegna di un albergo ad una stella ormai defunto, l’insegna in pietra dei “Premi letterari” fondati nel 1992 ed il “Bar Roma”, strada-piazzetta, da cui si entra nel centro storico medievale.

foto di Gianni Quilici
13.20
Ecco infatti  la porta a Piastri con bella cornice di marmo, con sopra  un affresco, ormai scolorito dal tempo, della Madonna con bambino.
La via sale tra case e palazzi con portali di pietra grigia e di bugnato, a testimonianza di una storia ricca.
La piazza del Duomo di S. Michele appare ben presto nella sua scenografica bellezza, per certi versi teatrale, con panchine di legno e di pietra, che si prestano al riposo e alla contemplazione. Davanti ho, infatti, la bella fontana del 1896 ben disegnata con lo stemma, vasi floreali e un mascherone forse di gesso. Appena più in alto la chiesa con i gradini ed il muretto in cui è stata costruita la fontana stessa. Una ragazza con bei capelli folti e biondastri è seduta sui gradini della chiesa alla piena luce del sole.

foto Gianni Quilici
Se ci si alza diversi sono i punti di vista presenti intorno alla chiesa. Il palazzo rinascimentale comunale di fronte, l’uscita dalla porta di S. Michele affiancata dall’abside della chiesa, una delle facciate della Torre Ronaldinga, i resti della cerchia muraria e dalla parte opposta la facciata della Torre con gli scalini e la ringhiera, che salgono fino alla porta d’ingresso e, presumibilmente, a ciò che sembra dal basso una magnifica terrazza. Davanti alla torre, nella piazzetta, il monumento a quei famosi emigranti figurinai, piccoli artigiani itineranti, che realizzavano piccole statue di gesso, girovagando di città in città per il mondo.
Una via sale alla terza porta della cittadina: Porta a Ponte. Da lì si intravede la Rocca, oggi proprietà privata, e si incontrano anche interventi su case o palazzi, che stridono, troppo modernizzanti, gatti che scappano sospettosi e un cane dietro il cancello che si avvicina, si fa accarezzare il muso e poi, zampe allungate, si acquatta per terra.

Ore 14.20. Trattoria a Pian di Gioviano sempre aperta e fin troppo viva. Tre tavolate di una decina, più o meno, di persone, che parlano a voce alta e insieme. Le donne sono piene di anelli e anellini, bracciali e pendenti; gli uomini, così a vederli, sembrano privi di mistero. I piatti sono abbondanti e buoni. Nessuno parla di Renzi. Guardo le foto fatte. “Come è difficile fare buone foto” penso.  

Coreglia Antelminelli, domenica 17 marzo 2014   
   

         


16 marzo 2014

"Il museo dell'innocenza" di Orhan Pamuk


di Fabio Greco

Ho letto con colpevole ritardo il romanzo di Orhan Pamuk Il museo dell’innocenza. L’ho letto (finalmente) come viatico per un viaggio a Istanbul, avendomelo qualcuno consigliato come una buona guida alla Istanbul che c’è, ma soprattutto alla Istanbul che c’era. Così ho potuto accompagnare alla lettura di questo chilometrico libro una visita al Museo dell’innocenza vero e proprio, recentemente inaugurato dallo scrittore stesso nella città turca. Le due cose, lettura e visita museale, si sono integrate e potenziate reciprocamente, producendo un’esperienza difficilmente dimenticabile.

Il romanzo, dicevo, è ponderoso, e conosco qualcuno che non è riuscito a giungere a fine. Vuol dire che non gli è successo quel che è successo a me. A me è successo che ci sono sprofondato dentro e mi sono sentito come un pesce nell’acqua. Accolto, Nutrito.

Il museo dell’innocenza è  un romanzo che non va a diritto, ma procede a spirale. Quando individua un tema vi si avvolge attorno, ritorna allo stesso punto da cui siamo in attesa di staccarci e sembra non volersene allontanare, ma intanto procede, per gradi millimetrici. Una spirale. Che ha la carica ipnotica delle spirali, appunto, Se ti lasci prendere, è fatta. Se invece hai fretta, e magari cominci a saltare qualche paragrafo, allora è meglio non aver neppure iniziato.

Il libro è una grande storia d’amore: la storia del protagonista-io narrante, Kemal, per una ragazza bellissima, Füsun. Un amore che occupa ogni luogo del corpo e dell’anima di  Kemal, e lo strazia e gli fa scoprire che da quello strazio può nascere per lui l’unica possibile felicità. E attraverso gli occhi di Kemal, attraverso tutti i suoi sensi, anche il lettore si innamora di quella splendida ragazza. Anche lui vorrebbe incontrarla, toccarla, sfiorarne la pelle, il seno. Vorrebbe almeno averne un’immagine fisica, una fotografia.

E invece, anche visitando il piccolo Museo di Istanbul (cresciuto nella fantasia di Pamuk insieme al romanzo), l’unica curiosità che noi lettori non possiamo soddisfare è proprio quella di vedere Füsun, la sua grande bellezza. L’autore la lascia alla nostra immaginazione, come dev’essere. In compenso, troviamo in quel Museo, già citati nelle pagine del romanzo, migliaia e migliaia di oggetti che il protagonista ha accumulato nel corso della sua vicenda passionale, tutti quegli oggetti che a lui (ed a noi) ricordano il volto, il corpo, il tocco, il profumo, il calore, la voce, i luoghi, la tristezza di Füsun.

Un libro sul valore di quegli oggetti che, per un motivo o per l’altro, entrano nella storia di ciascuno di noi. Un bell’antidoto per un mondo in cui domina l’usa e getta e tutto finisce in spazzatura.

ORHAN PAMUK “IL MUSEO DELL’INNOCENZA”, EINAUDI


15 marzo 2014

"La veletta" foto di Martine Franck



di Gianni Quilici

Guardando per la prima volta l’immagine di Martine Franck, ho pensato: “Ci sono due foto!” Forse scontata  come impressione, forse meno come riflessione che ne consegue.

Infatti, bellissimo il volto con l’abbigliamento incluso della bambina. Ci sono gli occhi che (ci) guardano nell’obiettivo assorti e profondi e c’è la bellezza del cappellino floreale con la veletta, che le punteggia il candore del volto, trasformandolo anche.
Già questo sarebbe sufficiente per dire: “Che bel ritratto! Che bella foto!”

Tuttavia il bambino, che sullo sfondo si sorregge alla sbarra di metallo crea una moltiplicazione dello sguardo: si salta, cioè, guardando la foto, dall’una all’altro e viceversa, perché sia la bambina che il bimbo sono per un verso fortemente espressivi; per un altro dialettici: lei ci guarda/lui guarda altrove, lei è in primo piano/lui in campo medio-lungo, lei è in posizione statica/lui in equilibrio sospeso. Conseguenza: lo sguardo si è ampliato, la foto è diventata più complessa.
Infine,  la luce, o almeno una parte di essa, si incontra con il pavé, illuminando pezzetti di pietra che in sé hanno una loro resa fotografica e danno all’immagine maggiore compattezza e pregnanza estetica.    

14 marzo 2014

"Il prospettivismo in Don Chisciotte" di Emilio Michelotti




Nel XVII sec. l’Europa è percorsa da una vena di follia. Incantesimi, caccia alle streghe, superstizione, Inquisizione, magia, alchimia intralciano e aprono al contempo la strada alla rivoluzione scientifica.
L’arte barocca raccoglie e amplia la duplicità insita nei nuovi tempi: razionalità connessa alla spiegazione/riduzione matematica del mondo, fuga verso realtà illusorie e drammaticamente coinvolgenti.

La Spagna è una terra sostanzialmente estranea alla nuova scienza naturalistica. La modernità, lì, pare frantumarsi in imperizia e approssimazione. Cervantes s’inserisce perfettamente in questo clima sonnolento, conformista e antiereticale com’è, attratto com’è dalle stravaganze della diversità e dall’appiattimento sui poteri costituiti.

Il Don Chisciotte è un meticoloso réportage sull’arretratezza della provincia spagnola. Ma allegorie e simboli ne dilatano enormemente lo spazio, dilagano oltre la cornice e assurgono a emblema, convincente per lo scetticismo che lo anima. Un esempio può essere la discesa nella caverna di Montesino, nel cuore dell’arida Mancia eppur percorsa da un fiume carsico, la Guadiana.

L’ambiente irreale, “magico”, apre la possibilità ad una sorta di rito iniziatico. Il tempo reale non coincide col tempo mentale: Chisciotte crede di permanere tre giorni (come Gesù nel sepolcro).
Sancio mimerà una ironica iniziazione cadendo nell’anfratto di antiche rovine.
Il Don Chisciotte può essere visto – forse in modo troppo scaltro o troppo ingenuo – come un gioco di specchi, in cui l’inganno dell’occhio e della mente fa pendant col “desencanto”.  A tale esito e sentimento lo sfaldamento dell’impero di Carlo V da un lato, la persecuzione antislamica e antiebraica seguita alla “reconquista” dall’altro, hanno gettato il Paese (un popolo in apnea, dice Ortega Y Gasset).

Il Don Chisciotte è come un tromp-d’oeil: una serie di piani potenzialmente infiniti s’accavallano e si rispecchiano in rimandi continui (Velasquez con Las Meninas può rendere l’idea al livello pittorico di tale sommatoria rapsodica di prospettive: il quadro è già dentro il quadro, il pittore stesso ed il punto di vista dell’osservatore stesso vi sono già compresi).

Che cosa è reale, dov’è l’inganno? Impossibile discernere: il prospettivismo, portato alle conseguenze estreme, ammette e, al tempo stesso, confuta tutte le affermazioni senza bisogno di prove
L’arabo Cite Hamete Benengeli è evocato da Cervantes come il mitico primo autore di un romanzo ispirato alle gesta dell’hidalgo.
Successivamente egli si pone come semplice traduttore. Nel capitolo XXIV (2a p.) si scopre che Benengeli era già, a sua volta, traduttore di una storia più antica.

Entra poi in scena De Avellaneda che, effettivamente, ha pubblicato una seconda parte apocrifa del romanzo. Cervantes se ne serve per arricchire ulteriormente i riccioli del suo affresco barocco (costui ”rischia il rogo, e lo merita, per avermi descritto così”, dice Don Chisciotte).
Intanto l’opera sul “vero” personaggio si va compiendo all’unisono con le sue avventure, la storia si vive mentre la si scrive (un gioco simile al "ritratto" di O.Wilde). Nel XXXIII (2a p.)si dirà: “ma questo nella storia non c’è ancora”.

Il tempo si dilata, si sfasa e diviene a sua volta illusorio. Nel II e III (2a p.) Il romanzo figura già stampato. “Vendute 30.000 copie”, si precisa nel XVI. Come in una macchina del tempo, Chisciotte agisce anche sul passato (LIX,2). Avvertito da de Avellaneda, cambia il corso degli eventi e va a Barcellona anziché a Saragozza. L’autore spiega al lettore: “Mi accusavano di denigrazione, allora ho cambiato carattere ai personaggi”. E nel XXX, 2: “molti hanno già conosciuto, dopo aver letto il romanzo” (ancora non scritto) “le gesta del Cavaliere dalla Triste Figura”
Nel cap. LXXII,2 si viene a sapere che lo stesso Don Chisciotte ha già letto la sua storia. La finta Altisidora racconta che nell’inferno i diavoli giocano col romanzo già finito. All’inizio del XLIV,2 compare un nuovo primo traduttore di Benengeli.

Il travestimento è l’aspetto fondamentale della crisi d’identità che diviene il motivo dominante del romanzo moderno.
Questo capitolo, il XLIV, 2, è quasi una teorizzazione della genesi del romanzo, della sua necessità storica. E’ la parte nella quale il maggiordomo “è e non è” la Tribolata. Altrettanto “Sono e non sono” tutti i personaggi cervantiani, da Dulcinea al Cavalier del Bosco, Dalla principessa di Miccomiccone al cavaliere degli specchi-maschera della morte. E’ e non è la realtà stessa. In questo modo la maschera di Cervantes s’oppone e rovescia in ironia il sogno rinascimantale di Calderon e dell’Ariosto (la vita non è sogno, è teatro e commedia). Così egli scioglie anche il dubbio  di Amleto: l’essere è anche il non-essere.

O almeno così sarebbe se non intervenisse, senza sosta e puntualmente, l’esito realistico (spesso per mezzo di Sancio oppure dell’autore stesso che, in prima persona, chiama il lettore a giudicare), che riporta al pensiero comune, all’ovvietà del senso. Con molti distinguo, però: non c’è cosa né oggetto che, filtrato dalla ragione della mente, permanga immutata. Il dubbio si riproduce, inesausto, al livello più elevato (o se preferite più profondo) dell’intelletto. E così via, all’infinito, specchio dopo specchio.

24 settembre 2012

12 marzo 2014

Pioggia di W. Somerset Maugham



di Gianni Quilici


William Somerset Maugham  è scrittore in bilico tra l‘800 e il ‘900. Dall’800 riprende la storia come concatenazione di fatti che creano sentimenti forti, collocati in un ambiente, di cui possiamo cogliere poteri, classi sociali ed ideologie; del ‘900, invece, uno stile essenziale, in cui narrazione e dialoghi sono fluidi e avvincenti.

Ciò si ritrova anche in Pioggia, un romanzo breve, che ha al centro tre personaggi principali: un medico, che più di tutti rappresenta lo sguardo sulla vicenda (anche se Maugham utilizza la terza persona), un missionario ed una giovane prostituta, che fugge dal suo passato. I due uomini con le rispettive mogli, sono costretti a fermarsi in un’isoletta dell’oceano Pacifico come pure la giovane donna belloccia e provocante.

Una delle isolette, allora colonie europee,  dove si svolgerà il racconto,  con una striscia argentea di sabbia che sale rapida a colline ricoperte da una vegetazione rigogliosa con case di erba  e un chiesuola biancheggiante, abitata da uomini e donne seminudi, con segni di malattie diffuse: framboesia,  papule deturpanti e, per la prima volta, il medico vede, anche casi di elefantiasi.

In questo scenario si inserisce una pioggia così continua ed insistente da diventare  simbolica. Scrive Maugham:
“Non era la pioggerellina inglese, che cade gentilmente sulla terra; era una pioggia spietata, in qualche modo terribile; ci sentivi la malignità delle forze primordiali della natura. Non cadeva, fluiva. Era un diluvio celeste, e batteva sul tetto di lamiera con un’intima rabbia. E a volte ti veniva da urlare perché smettesse, e poi ad un tratto ti sentivi impotente, come se ti fossero d’improvviso ammollite le ossa, ed eri infelice e scoraggiato”   

Mr Richardson, così si chiama il missionario, è presentato, già nell’ aspetto, come singolare. Alto, magro, guance cave, zigomi prominenti, aria cadaverica con, però, labbra piene e sensuali, capelli lunghi e soprattutto occhi scuri, profondamente infossati, grandi e tragici come di fuoco e vagamente inquietanti.

Ho ripreso, in sintesi, la descrizione con cui Maugham scolpisce l’aspetto psico-fisico  del missionario, perché Pioggia rappresenta benissimo ciò che si nasconde dietro un misticismo, che non ammette possibili compromessi, neppure il più naturale  buon senso.

E questa rappresentazione risulta tanto più efficace, da un lato perché possiamo leggere nel comportamento privo di pietà del missionario una cultura repressiva vendicativa, che ha bisogno, cioè, di vendicarsi di un “torto” latente; dall’altra possiamo capire solo alla fine, quando scoppia la tragedia, in modo magistralmente implicito, ciò che Mr Davidson nascondeva dietro il suo ferreo e intransigente puritanesimo. Una profondità, che diventa stile.

W. Somerset Maugham. Pioggia. (Rain). Traduzione di Franco Salvatorelli. Adelphi Edizioni.


















10 marzo 2014

"La linfa dell'eros: Nozze a Tipasa" di Albert Camus


di Emilio Michelotti

Critici autorevoli hanno rilevato la circolarità del percorso culturale e umano di Albert Camus. In questo breve racconto giovanile compaiono, in effetti, alcuni dei temi tipici della sua produzione letteraria e filosofica: la fisicità, l'individuo di fronte a sé e al mondo, l'orgoglio dell'appartenenza a una stirpe, a una specie e a una condizione, quella di uomo, che “ci fa un dovere d'essere felici”.

E' un giorno di sole vicino ad Algeri, c'è il mare, le rovine d'una antica civiltà, una natura rigogliosa che grida le sue fioriture multicolori. C'è una donna, lo s'immagina dal “noi” che talvolta compare. Non verrà mai descritta, né chiamata per nome, solo marginalmente evocata. L'attenzione dei giovani sensi è tutta proiettata verso la contemplazione estatica, quasi un amplesso erotico con la grandiosità degli spazi, l'intensità dei profumi, la vivezza dei colori.
“Perché, davanti al mondo, negherei la gioia di vivere? Non c'è disonore a vivere felici, l'imbecille è colui che ha paura di gioire. A Tipasa, io vedo equivale a io credo”

In altra parte Camus dichiara: “Qui, lascio ad altri l'ordine e la misura. E' il gran libertinaggio della natura e del sole, che s'impossessa completamente di me”. Persino il mare partecipa di tale esaltazione erotica, poiché “succhia le rocce con un mormorio di baci”.

Il tripudio di queste nozze ierogamiche fra il giovane Camus e la tumultuosa linfa vitale che lo circonda dà le vertigini. Ma non al punto da fargli smarrire del tutto il pensiero critico, che lo riporta a un socratiano – e mai più abbandonato - senso del limite: “Che bisogno ho di parlare di Dioniso per dire che mi piace schiacciare le bacche del lentisco sotto il naso?”

Ma non è così facile diventare ciò che si è, ritrovare la propria misura profonda. E' il 1937, la guerra e gli stermini sembrano, a uno sguardo incantato, non appartenere al futuro. L'assurdo dell'esistere e la rivolta contro la propria falsa coscienza covano, per ora, sottaciuti di fronte a quelle concordanze dei sensi chiamate “amore”. Che non dobbiamo, con debolezza, rivendicare per noi soltanto, ma, come suggerisce Platone con le parole di Diotima nel Simposio- e come rivendica a sua volta Camus – estendere all'universo intero.

Nozze a Tipasa, in “Camus, Saggi letterari”- traduzione di Sergio Morando. Bompiani 1959                                                 

04 marzo 2014

"Il maestro e Margherita" di Michail Bulgakov

di Emilio Michelotti

Il modo migliore per accedere al mondo magico del Maestro e Margherita, anziché quello di ripetere o allungare l’elenco delle «fonti» che le letture intertestuali hanno compilato o di percorrere o accrescere il labirinto di riposti significati che le letture interpretative hanno tracciato, sarà allora quello di porsi una domanda falsamente «semplice», adeguata però alla falsa «semplicità» del testo, una domanda che un celebre «formalista» russo, Boris Ejchenbaum, si era posto per l’opera di un autore prediletto da Bulgakov, cioè per Il cappotto di Gogol´. Possiamo domandarci «come è fatto Il Maestro e Margherita?»

È vero che si tratta di un «romanzo magico», usando questa espressione in un senso non generico, ma nel senso di una vera e propria opera di magia. Per cercare di capire «come è fatto» possiamo però immaginare questo romanzo come un atto di prestidigitazione, di una magia, cioè, sui generis, frutto di un artificio più o meno occulto che si tratta di «smontare».
Il Maestro e Margherita è un’unione di due romanzi, un «romanzo nel romanzo», meccanismo non nuovo (al pari del «teatro nel teatro»), ma qui sostanzialmente rinnovato. Non è la storia della scrittura di un romanzo: il romanzo di cui si parla nel romanzo che si intitola Il Maestro e Margherita, infatti, è già stato scritto e poi distrutto e la storia che si narra riguarda il suo recupero, la sua resurrezione attraverso la scoperta che esso, pur essendo inedito e proibito, e bruciato dallo stesso autore, non solo ha avuto lettori straordinari, soprannaturali, ma la sua stessa prodigiosa ricostruzione è opera di questi lettori ultraterreni che ne attestano la veridicità.

Il romanzo in questione è, infatti, un’opera che vuole rivelare per la prima volta il reale svolgersi di un grande evento effettivamente accaduto, tanto che il suo autore, il Maestro, respinge con sdegno la qualifica di «scrittore», che lascia ai letterati suoi persecutori, e preferisce definirsi uno «storico». Il romanzo scritto dal Maestro è la riscrittura di un altro libro, che egli considera non rispondente alla realtà degli eventi in esso narrati, è la riscrittura d’un libro sacro: il Vangelo. Il suo protagonista è Gesù, chiamato col nome aramaico di Yeshua Hanozri, nel momento finale della sua vita terrena, quello della condanna e della crocifissione. L’altro protagonista del romanzo storico del Maestro è Ponzio Pilato, il procuratore romano della Giudea, che ratifica la condanna di Gesù. Il Maestro e Margherita è fatto col procedimento del romanzo nel romanzo, ma con un particolare rapporto tra contenitore e contenuto: il contenuto contiene, a sua volta, una terza scatola cinese o una terza matrioska, ossia un altro testo narrativo: il Vangelo come testo di riferimento.

Lasciamo il romanzo contenuto, quello del Maestro, e consideriamo il romanzo contenitore, quello di Bulgakov, il quale, ovviamente, è l’autore di entrambi. Ma dei due romanzi egli è autore con uno statuto diverso, con un diverso livello di stile, con un enigmatico sdoppiamento che costituisce un aspetto importante della magia del romanzo nel suo insieme. Non si tratta soltanto di differenza di scrittura: ieraticamente severa, classicamente equilibrata, sontuosamente elegante nel romanzo del Maestro; effervescente, sbrigliata, corrosiva nel romanzo sul Maestro. C’è anche l’impersonalità del primo romanzo che contrasta con la soggettività del secondo: chi narra la storia evangelica non si sa, la voce narrante sembra venire da un’altezza o profondità insondabili, trovando nel Maestro semplicemente un portavoce, colui che, intuito il Vero, lo trasmette senza una propria interferenza; il narrante del romanzo sul Maestro, invece, non intuisce per una virtù superiore, ma ricostruisce per indizi le vicende che riferisce con divertita partecipazione, attraverso una mimica verbale che ne sottolinea la presenza.

Messo in luce questo primo meccanismo del romanzo di Bulgakov, ci si domanda come operano gli ingranaggi che regolano i movimenti dei due sistemi narrativi, stabilendo tra essi una rete di corrispondenze. Va detto che i due sistemi sono due mondi, due entità spazio-temporali, oltre che due universi simbolici: il romanzo del Maestro si svolge a Gerusalemme («Yerushalayim») all’inizio dell’era cristiana, il romanzo sul Maestro si svolge a Mosca 1900 anni dopo, nel 1929. L’opposizione tra questi due mondi è netta e la narrazione la mette in concreta evidenza: spazio-tempo sacro quello di Gerusalemme, sede del Mistero cristiano; spazio-tempo non semplicemente profano, ma addirittura dissacrato quello di Mosca, centro di un’ideologia atea. Per questo il romanzo del Maestro ha subito traversie rovinose, tanto da poter essere tratto in salvo, e col manoscritto anche il suo autore, soltanto grazie a un intervento portentoso, che costituisce la storia del Maestro e Margherita.

Del resto, se è lecito un rapido passaggio dal mondo della «finzione» a quello della biografia, per ragioni affini l’autore del Maestro e Margherita, Michail Bulgakov, patì lui stesso tante traversie, come si accennava all’inizio, e il suo romanzo si salvò prodigiosamente, giungendo sino a noi, sia pure cinque lustri dopo la sua morte, grazie alla dedizione della Margherita di Bulgakov, la moglie (Elena Sergeevna) che, al pari della protagonista del romanzo, dedicò la sua vita al suo Maestro e poi alla sua memoria.

I congegni di raccordo tra i due sistemi narrativi devono essere particolarmente sottili per poter sincronizzare analogicamente i movimenti del mondo sacro di Gerusalemme e di quello empio di Mosca. Ma Il Maestro e Margherita non è fatto soltanto di questi due sistemi o mondi: c’è un mondo terzo, che non è quello della terza dimensione temporale, dopo il passato gerosolimitano e il presente moscovita: non è il futuro, anzi il futuro è assente nel romanzo di Bulgakov che è il più antiutopico o autopico che si possa dare, senza per questo essere disperato, poiché il mondo terzo, o terzo sistema narrativo, è atemporale o sovratemporale: è eterno. È un sovramondo, da dove viene inviato sulla terra, a Mosca, un essere misterioso per trarre a salvezza colui che ha intuito e servito la Verità: il Maestro. La salvezza del Maestro, se è dovuta a questo intervento ultraterreno, lo è però anche grazie a un’energia tutta terrena, pur nella sua eccezionalità di dono impareggiabile: l’amore di una donna, Margherita, eletta dalle forze ultraterrene a sua eterna compagna, quando alfine sarà loro concessa la Pace dopo le prove dell’esistenza terrena.

L’essere misterioso che giunge sulla terra, a Mosca, in pieno regime comunista, a punire i persecutori del Maestro e a proteggere lui e il suo manoscritto, l’essere che, oltre a svolgere questa funzione, può apprezzare l’opera del Maestro e comprovare la verità della sua narrazione perché degli eventi narrati è stato testimone, questo essere è il diavolo, alias, nel romanzo, Woland. Non si tratta quindi soltanto di congegni di raccordo tra i tre diversi sistemi narrativi (quello del presente, quello del passato e quello dell’eterno, oltre al metasistema che pervade il tutto: quello dell’amore, nelle due ipostasi di amore terreno e di amore celeste): si tratta del rapporto tra Woland e Hanozri, cioè di una questione metafisica, come già allude l’epigrafe del romanzo, tratta dal Faust di Goethe, dove a una domanda: «… Dunque tu chi sei?» la risposta è un enigma: «Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene».

Doppio enigma, qui, perché se è vero che Woland «opera costantemente il Bene» e del Bene punisce i nemici, sia pure con una gaia spietatezza e talora un’imperturbabile crudeltà, ci si domanda se davvero egli «vuole costantemente il Male». La demonologia del Maestro e Margherita, così come la sua teologia, sconcerta, anche se mai si deve dimenticare che siamo in un mondo dell’immaginario, non riducibile a teoria. Anche qui, seguendo il metodo finora applicato, anziché abbandonarci, come tanti altri dotti esegeti del romanzo, ad alti voli filosofici, ci atterremo sobriamente al «come è fatto» il romanzo, cercando nel testo i procedimenti di significato, e non solo di struttura, della narrazione.

L’incipit del Maestro e Margherita immette subito il lettore in una situazione paradossale, dove la realtà quotidiana è incrinata dalla presenza inquietante di una forza enigmatica e viene narrata con un tono ironico-giocoso che continuerà nel corso di tutto il «romanzo sul Maestro» ovvero nella parte sovietico-moscovita: «Nell’ora di un tramonto primaverile insolitamente caldo apparvero presso gli stagni Patriarsie due persone» .

Le due persone sono Michail Aleksandrovic Berlioz, direttore di una rivista letteraria e presidente di una delle più importanti associazioni letterarie di Mosca, il Massolit, come ne suona la sigla; l’altra è il giovane poeta Ivan Nikolaevic Ponyrëv, noto con lo pseudonimo letterario di Bezdomnyj (il «Senza casa»). La conversazione tra i due è delle più strane: un poema su Gesù scritto da Ivan Bezdomnyj nello spirito antireligioso sovietico non soddisfa l’ateismo militante dell’ideologo Berlioz. Ciò che Berlioz non può accettare è che Gesù sia presentato da Bezdomnyj come una persona realmente esistita, mentre, egli sostiene, Gesù storicamente non c’è mai stato e si tratta di una finzione, di un mito. Mentre l’ideologo ammaestra in questo senso il poeta, ecco comparire un terzo personaggio, tanto strano da sembrare uno straniero agli occhi dei due sovietici. Lo sconosciuto si inserisce garbatamente nella conversazione, portandola su temi «alti» come l’esistenza di Dio, l’autonomia dell’uomo, la predestinazione e si presenta ai due stupiti interlocutori come un «esperto di magia nera»: Woland ovvero il diavolo. Tutta la linea «moscovita» si svolgerà come una satira ora lieve ora violenta, con una coloritura grottesca e carnevalesca e una fantasia insieme macabra e giocosa di cui faranno le spese tutti i tipi alla Berlioz, cioè i rappresentanti dell’establishment moscovita, mettendo a nudo la miseria umana del mondo sovietico comunista a tutti i suoi livelli, dai più bassi ai più elevati.

È la realtà in cui è prigioniero e vittima il Maestro, che, con la sua dedizione spirituale alla ricerca del Vero, è l’antitesi di quel mondo: la satira è «antisovietica», dato che si tratta della Russia postrivoluzionaria, ma la si può immaginare anche appuntata su un’altra società di massa, sia pure meno oppressiva di quella totalitaria. Il punto di vista della satira, infatti, è estremamente alto: quello di un Vangelo riletto in chiave mistica. In questo Vangelo, che è stato riscritto dal Maestro e che il lettore viene a conoscere attraverso varie fonti (il racconto di Woland, che è stato testimone degli eventi; il sogno di Ivan Bezdomnyj, che subirà una trasformazione dal momento della sua comparsa all’inizio del romanzo; il manoscritto del Maestro, prodigiosamente ricostituito da Woland), un Vangelo che diventa una sorta di testo assoluto, i cui protagonisti, Hanozri e Pilato, sono compresenti nel romanzo, quasi uscissero dal testo evangelico, in questo Vangelo Gesù è una figura più che umana, misteriosamente divina, e Pilato, vero protagonista del veridico romanzo del Maestro, appare una figura umana, troppo umana, capace di vivere il dramma del dubbio, della solitudine, della viltà, in un confronto infinito con colui che egli ha mandato a morte, ubbidendo alla plebe e al potere. Sono la plebe e il potere come entità collettive, e sono i singoli esseri umani in quanto dotati di libertà i portatori del Male e del Bene: il diavolo è una sorta di provocatore e sperimentatore che, come una sottodivinità soggetta alla divinità suprema di cui il mite Gesù è un’emanazione, compie una missione a Mosca per salvare il Maestro e il suo manoscritto, divertendosi a dimostrare che l’«uomo nuovo», preteso risultato della volontà rivoluzionaria, è non meno miserabile dell’antico.

Il Maestro e Margherita si chiude con la dissolvenza del passato (il mondo di Gerusalemme), i cui protagonisti, Gesù e Pilato, usciti dal tempo, continuano nell’oltretempo un dialogo iniziato nel romanzo del Maestro, in quell’oltretempo e oltrespazio dove, in una zona inferiore, sono stati accolti il Maestro e Margherita, mentre il presente, la quotidianità moscovita, dopo gli «esperimenti» fatti da Woland e dal suo corteggio, riprende la sua routine. Solo Ivan Bezdomnyj è mutato, ma non al punto di diventare un altro, del tutto estraneo a quella quotidianità. Il romanzo si rinchiude su se stesso, come una sfera magica, nel cui terso cristallo sono apparse vicende e figure misteriose e fascinose. È vano cercare di coglierne gli occulti meccanismi: la sfera, senza svelare come è fatta, mostra le sue visioni ogni volta che la si scruta, senza mai esaurirne i significati. È la sfera che Michail Bulgakov continuò a far ruotare fino alla sua morte nella città terrena in cui era vissuto il Maestro prima di ascendere a una città celeste che aveva sognato.


Da Il Maestro e Margherita, il capolavoro di Bulgakov, riporto un passo indimenticabile, l'incontro tra Margherita e il Maestro, molto di più che un "semplice" colpo di fulmine! E sfido a scagliare la prima pietra chi non ha mai sognato di essere protagonista di un incontro così.
Sono state pubblicate innumerevoli traduzioni di questa opera, in libreria ne ho confrontate quattro o cinque e alla fine ho scelto quella di Vera Dridso edita da Einaudi.

***

Essa aveva in mano orribili fiori gialli inquieti. Non so come si chiamino, ma sono sempre i primi ad apparire a Mosca. Questi fiori si stagliavano nettamente sul suo soprabito nero primaverile.
Aveva fiori gialli!  Un brutto colore. Dalla Tverskaja svoltò in un vicolo e si voltò. Conosce la Tverskaja, no?  Lungo la Tverskaja camminavano migliaia di persone, ma le garantisco che essa vide me solo e mi guardò, non dico preoccupata, ma addirittura in un certo qual modo morboso. Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi!  Ubbidendo a quel richiamo giallo, anch'io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo in silenzio lungo il vicolo triste e storto, io da un lato, lei dall'altro. Non c'era anima viva. Mi tormentavo perché mi sembrava che fosse necessario parlarle, e temevo che non sarei riuscito a pronunciare neppure una parola, e lei se ne sarebbe andata, e non l'avrei mai più rivista. E s'immagini, a un tratto fu lei a parlare:
- Le piacciono i miei fiori?
Mi ricordo chiaramente il suono della sua voce, alquanto bassa, ma con brusche variazioni di tono, e - è sciocco, lo so - parve che un'eco risuonasse nel vicolo e si ripercuotesse nel muro giallo e sporco. Passai in fretta sull'altro marciapiede e, avvicinandomi a lei, risposi:
- No.
Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh?     Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.
Non dico niente, - esclamò Ivan, e soggiunse: - La supplico, continui!
L'ospite continuò.
- Si, mi fissò sorpresa, e poi, dopo avermi fissato, chiese:
- Non le piacciono i fiori?
Nella sua voce mi parve sentire dell'ostilità. Le camminavo accanto, cercando di tenere il passo, e, con mio grande stupore, non mi sentivo affatto imbarazzato.
- No, mi piacciono i fiori, ma non questi.
- Quali le piacciono?
- Le rose.
Rimpiansi le mie parole, perché lei ebbe un sorriso contrito e gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Li raccattai, un po' confuso, e glieli porsi, ma lei, sorridendo, li respinse ed essi mi rimasero in mano.
Camminammo così, silenziosi, per un po', finché lei non mi tolse i fiori di mano e li gettò sul selciato, poi infilò sotto il mio braccio la mano col guanto nero svasato, e proseguimmo vicini.

- E poi? - disse Ivan. - Per favore, non salti niente!
- E poi? - l'ospite ripeté la domanda. - Quello che successe poi, lo può indovinare lei stesso -. Inaspettatamente si asciugò una lacrima con la manica destra, e prosegui: - L'amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpi subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico!   Del resto, lei affermava in seguito che non era così, che ci amavamo da molto tempo pur senza esserci mai visti, e pur vivendo lei con un altro... e io, allora... con quella, come si chiama...
Con chi? - chiese Bezdomnyj.
- Con quella, ma si... quella... mm... - rispose l'ospite schioccando le dita.
- Lei era sposato?
- Ma si, perché crede che schiocchi le dita?... Con quella... Varen'ka... Manecka... no, Varen'ka...  il vestito a strisce, il Museo... Ma non ricordo.

Ebbene, lei diceva che con quei fiori gialli in mano era uscita, quel giorno, perché io la potessi finalmente incontrare, e che se questo non fosse avvenuto, si sarebbe avvelenata, poiché la sua vita era vuota.
Si, l'amore ci colpì in un baleno. Lo sapevo già, quel giorno, dopo un'ora, mentre eravamo, senza accorgerci dell'esistenza della città, sul lungofiume sotto le mura del Cremlino,
Parlavamo come se ci fossimo lasciati il giorno prima, come se ci conoscessimo da molti anni. Ci accordammo per trovarci l'indomani nello stesso posto, sulla Moscova, e ci incontrammo. Il sole di maggio splendeva per noi.
Ben presto, quella donna divenne la mia moglie segreta.
Veniva da me quotidianamente, di giorno, e ad aspettarla io cominciavo sin dal mattino. Questa attesa si manifestava col fatto che spostavo gli oggetti sul tavolo. Dieci minuti prima mi sedevo vicino alla finestra e mi mettevo in ascolto, aspettando che il vecchio cancello sbattesse. È strano: prima che la incontrassi, poca gente veniva nel nostro cortiletto, anzi, non veniva mai nessuno, mentre adesso mi sembrava che tutta la città vi si precipitasse. Sbatteva il cancello, batteva il mio cuore, e, si figuri, dietro il finestrino, al livello del mio viso, appariva immancabilmente un paio di stivali sporchi. L'arrotino. Ma chi aveva bisogno di un arrotino nella nostra casa? Arrotare che cosa? Quali coltelli?
Lei entrava una sola volta dal cancello, ma io avevo provato il batticuore almeno dieci volte, non dico una bugia. Poi, quando giungeva la sua ora e le lancette indicavano mezzogiorno, il batticuore continuava finché senza tacchettio, quasi silenziose, davanti alla finestra non mi passavano le scarpe con un nodo di camoscio nero, stretto da una fibbia d'acciaio.
A volte scherzava, e fermandosi davanti alla seconda finestra, bussava al vetro con la punta della scarpa. Nello stesso istante io mi ritrovavo davanti a quella finestra, ma la scarpa scompariva, scompariva la seta nera che velava la luce, e io correvo ad aprirle.
Nessuno sapeva del nostro legame, glielo garantisco, anche se questo non succede mai. Non lo sapeva suo marito, non lo sapevano i conoscenti. Nella vecchia casetta dove possedevo quello scantinato, naturalmente, sapevano, vedevano che mi veniva a trovare una donna, ma non ne conoscevano il nome.

- E chi è? - chiese Ivan, interessato in sommo grado a quella storia d'amore.
L'ospite fece un gesto a significare che non l'avrebbe mai detto a nessuno, e continuò il suo racconto.
Ivan seppe che il Maestro e la sconosciuta si amavano talmente che divennero assolutamente inseparabili. Ivan ora si immaginava con chiarezza le due camere dello scantinato della casetta, dove regnava sempre il crepuscolo a causa del lillà e della palizzata. I logori mobili di mogano, lo scrittoio con l'orologio che suonava ogni mezz'ora, e libri, libri, che andavano dal pavimento di legno lucido fino al soffitto annerito dal fumo, e la stufa.
Ivan apprese che, sin dai primi giorni della loro relazione, il suo ospite e la moglie segreta erano venuti alla conclusione che a farli incontrare all'angolo della Tverskaja con il vicolo era stato il destino, e che erano stati creati eternamente l'uno per l'altra.









28 febbraio 2014

"Totem e tabù, una rivoluzione" di Emilio Michelotti

1 – LA RIVOLUZIONE PSICOANALITICA

La psicoanalisi ha esercitato un grande peso sulla cultura novecentesca. Ha influito in misura notevole non solo sulla psicologia ma anche sulla letteratura, sull'arte, sulla sociologia, sull'antropologia culturale, sulle scienze dell'educazione e sulla stessa filosofia, anche se Freud non era un filosofo.

Sigmund Freud nasce a Freiberg, in Moravia, da genitori ebrei, nel 1856, che si trasferiscono a Vienna nel 1860. Si laurea in medicina e, nel 1885, conosce a Parigi i terapeuti dell'ipnosi Jean-Martin Charcot e Josef Breuer.

Quest'ultimo aveva utilizzato l'ipnosi come mezzo per richiamare alla memoria avvenimenti penosi dimenticati. Con lui, Freud mise a punto il metodo catartico, consistente in una scarica emotiva che liberasse il malato dai suoi disturbi.

Procedendo autonomamente, F. arrivò a scoprire che la causa delle psiconevrosi era da ricercarsi in un conflitto fra forze psichiche inconsce, ossia operanti al di là della sfera di consapevolezza del soggetto. Fu l'atto di nascita della psicoanalisi, che si configura come una psicologia abissale o del profondo.

Nel 1910 nasce a Norimberga la “Società internazionale di psicoanalisi”, della quale Carl Gustav Jung fu il primo presidente, anche se, ben presto, lui e Adler, marcarono un forte dissenso col fondatore.


2)-INCONSCIO E SCOMPOSIZIONE DELLA PERSONALITA'

La rivoluzione parte dunque dalla scoperta che la maggior parte della vita mentale si svolge fuori della coscienza. Il conscio è solo la sua manifestazione visibile. Freud divide l'inconscio in due zone: preconscio e rimosso, che solo appropriate tecniche d'analisi possono riportare alla luce.

Nel metodo sono comprese le associazioni libere (abbandonarsi al flusso del pensiero) e il transfert (trasferire sul medico le ambivalenze di amore e odio, attrazione e repulsione).

Paul Ricoeur intitola un suo celebre saggio “Tre filosofi del sospetto: Marx, Nietzsche e Freud”. Qual è il sospetto di Freud? Che, per dirlo in parole molto semplici, quando dico “io” non posso sapere quale aspetto della mia personalità parla. L'io è tutt'altro che una semplice unità rapportabile alla coscienza. La psiche è un'unità complessa.

I luoghi della psiche (tòpoi), sono elaborati in due tempi dall'autore: il primo distingue tre sistemi: conscio, preconscio e inconscio.
La seconda “topica” viene elaborata successivamente a “Totem e Tabù” e distingue tre istanze: l'Es, l'Io e il Super-io-

L'Es è il polo pulsionale, forza impersonale e caotica. Freud ne parla come di un calderone di eccitamenti ribollenti, che costituisce la matrice originaria della psiche. L'Es “non conosce né il bene né il male, né la moralità”, ma obbedisce “all'inesorabile principio del piacere”.
Esiste al di là delle forze spazio-temporali codificate da Kant (le pulsioni rimosse vivono infatti in una sfera senza luogo né tempo) e ignora la logica, compreso il principio di non-contraddizione.

Il Super-io è ciò che comunemente si chiama “coscienza morale”, ovvero l'insieme di quelle proibizioni che ci sono state instillate nei primi anni di vita e che ci seguono in maniera anche inconsapevole “E' il successore e rappresentante dei genitori”

L'Io è la parte organizzata della personalità, che si trova a fare i conti con tre “padroni severi”: Es, Super-io e mondo esterno. Insomma, l'Io è l'istanza equilibratrice, capace di compromessi necessari. In genere riesce a padroneggiare la situazione, fornendo parziali soddisfazioni all'Es, senza violare clamorosamente gli “imperativi categorici” del Super-io.

Mi pare importante evidenziare come, se l'Es si identifica con l'inconscio, l'Io e il Super-io non coincidono col sistema conscio-preconscio (con ciò che è raggiungibile con una semplice introspezione), ma partecipano in qualche misura del sistema inconscio.

3- DESIDERIO RIMOSSO E COMPLESSO EDIPICO

La prima fase della teoria psicoanalitica s'incentra sull'analisi dei sogni , come “via regia per la conoscenza dell'inconscio”, perché essi sono “l'appagamento (camuffato) di un desiderio (rimosso)”.

In seguito l'autore scopre al fianco della centralità della sessualità l'importanza di perversioni e sublimazioni. Amplia il concetto di sessualità fino a vedervi un'energia suscettibile di dirigersi verso le mete più diverse. Denomina tale energia libido. Inutile far notare come termini entrati nell'uso comune (senza i quali quasi non riusciremmo a comunicare parte dei nostri sentimenti) siano stati coniati da Freud e dalla psicoanalisi.

Demolendo pregiudizio dopo pregiudizio, Freud respinge l'immagine del bambino come un angioletto asessuato e definisce questo un “piccolo essere perverso e polimorfo”, ossia capace di perseguire il piacere indipendentemente da scopi riproduttivi e attivando svariati organi corporei.

Connessa alla sessualità infantile è la più nota dottrina freudiana: il complesso d'Edipo, attaccamento libidico verso il genitore di sesso opposto, ostilità e gelosia verso il genitore di ugual sesso.

4- RELIGIONE E CIVILTA': TOTEM E TABU' 

A partire dal 1911 Freud si applica a un complesso lavoro di sistemazione teorica, che egli chiama metapsicologia. Il punto di partenza è dato dalle pulsioni, viste all'inizio, in sintonia con le convinzioni scientifiche del tempo, come ho detto poc'anzi, in termini energetici. E' questa la parte più controversa del suo pensiero, rielaborata continuamente. La libido, ritenuta dapprima energia esclusivamente sessuale, era il territorio di competenza dell'Id, ossia della matrice posta all'origine della personalità dalla quale si differenziano Io e Super-ego.

Ma lo studio del Narcisismo rivelò nell'Io la sede della libido. Questa pulsione è però capace di distogliersi dall'Io, tornando alle modalità originarie. Freud arrivò a questa conclusione sulla base di esperienze cliniche, le quali rivelarono anche la connessione inestricabile di libido e pulsioni distruttive.  La coazione a ripetere e lo stesso perenne riproporsi delle pulsioni, comprovano la simultanea presenza di istinti di vita e di morte. Li chiamerà Eros e Thanatos, ritornando ai miti platonici.

Questa scoperta permise di estendere l'indagine psicoanalitica alla cultura e alla società, ponendosi in contrasto netto con Jung, accusato dal maestro di “teologismo” e di “misticismo”. La connessione fra costruttività e distruttività diventa l'elemento peculiare per la comprensione del processo di civilizzazione.

“Totem e tabù”(1913) tenta una comprensione psicoanalitica delle scoperte antropologiche più recenti, rielaborate a partire dal complesso di Edipo, dell'ambivalenza emotiva delle pulsioni infantili, dei conseguenti desideri inconsci e di repressione e rimozione della libido.

L'ipotesi è che all'origine della civiltà sia da collocare il pasto totemico,   il consumo del cadavere del padre a seguito della sua uccisione ad opera dei figli. Un padre che, nell'orda primordiale, deteneva un potere assoluto sulle donne e sui figli stessi. Il rimorso per questo delitto condusse ad espiarlo mediante l'istituzione di un culto in onore del Padre ucciso e, quindi, alla sua divinizzazione.

Ciò che caratterizza il libro in modo affascinante è il parallelismo istituito fra comportamento, costumi, credenze e forme di organizzazione di popolazioni primitive (o ritenute tali) e gli oscuri processi  che dominano l'inconscio di uomini e donne del “nostro” mondo e della “nostra” epoca.

La società civile avrebbe, quindi, un'origine psichica. Nell'obbligo di unirsi sessualmente solo tra membri di clan differenti (esogamia) e nell'ambivalenza emotiva verso il totem che consacra tale obbligo, Freud riconosce due fenomeni del tutto analoghi a quelli che caratterizzano la situazione edipica della psiche infantile. L'origine delle società totemiche e dei tabù in esse prescritti va individuata nella necessità di reprimere le medesime pulsioni inconsce che turbano anche la psiche dell'uomo contemporaneo.

Poi avanza un'ipotesi sulla sopravvivenza del totemismo nella psiche infantile, sviluppando l'idea che il totem (sovente un animale) simboleggi il padre, che il bambino teme e venera allo stesso tempo.

Un atteggiamento analogo sarebbe osservabile presso tutti i popoli nei confronti del capo o del re. Tenendo conto di questa ambivalenza fra odio e rispetto, invidia e venerazione dei sudditi (figli) verso il sovrano (padre) si può risalire alla situazione preistorica da cui hanno avuto origine le organizzazioni totemiche e quindi le prime istituzioni sociali, morali e religiose dell'umanità.

Ma come si è potuti passare effettivamente dall'orda primitiva alle organizzazioni sociali? Per rispondere ci dobbiamo spostare sulla questione relativa all'origine della religione. L'animale totemico, già identificato simbolicamente con il padre, riceve un'ulteriore caratterizzazione simbolica che finisce per trasfigurarlo come Dio, vale a dire come il Padre.

L'elemento di mediazione che consente questa–decisamente ardita -serie di passaggi (dall'orda ai rituali totemici alle religioni monoteiste) è individuato nel già ricordato pasto totemico, che rievoca l'evento originario dell'intera vicenda storica: l'uccisione del padre.

Anche il cristianesimo rivela così la sua origine arcaica, esattamente nel desiderio di riconciliazione col padre offeso. Simbolo evidente della continuità tra la vicenda del sacrificio del Figlio e il primitivo pasto totemico sarebbe il sacramento dell'eucarestia, mediante cui i fratelli, nutrendosi del corpo del dio, celebrano il rito dell'espiazione per identificazione. “Il nostro sguardo” conclude Freud “persegue attraverso il trascorrere dei tempi l'identità del banchetto totemico col sacrificio animale, col sacrificio degli dèi incarnati e con la Comunione, e riconosce in tutte queste solennità la conseguenza del crimine che ha tanto oppresso gli uomini (col senso di colpa) e del quale tuttavia essi dovettero andare così superbi. Ma il sacramento cristiano è, in fondo, una nuova eliminazione del Padre, una ripetizione dell'azione da espiare”

Il vero peccato originale da cui sarebbe sorta la storia umana consisterebbe in una primordiale vicenda di morte, in un delitto compiuto sotto l'impulso di un desiderio irrefrenabile. Nel IV e ultimo capitolo questa vicenda si presenta ancora come un'ipotesi formulata a margine delle congetture darwiniane sul mito dell'orda primitiva.

Ma i temi della morte e del dolore, della violenza e dell'aggressività da quel momento continueranno ad aleggiare nella mente di Freud per tutti gli anni successivi alla pubblicazione di quest'opera centrale.
L'idea di una pulsione di morte che vanifica costantemente lo slancio delle pulsioni vitali mette fuori gioco ogni concezione finalistica. Il proposito è ormai quello di dimostrare che l'idea positivistica di sviluppo è una pura apparenza, l'effetto superficiale di una realtà che al suo fondo tende perennemente a ripetere un identico conflitto.
Con “Al di là del principio di piacere” (1920) F. fa emergere la portata sconvolgente di questa novità: non c'è antitesi fra principio di realtà e principio di piacere. Questo è solo l'espediente a cui la psiche umana ricorre per sopportare il dolore. “Non si tratta di ciò che è più gradevole ammettere o più comodo e vantaggioso per la vita, ma di ciò che può essere più vicino alla realtà misteriosa che pur esiste fuori di noi”

Quello che a noi sembra progresso non è che la tendenza della vita a regredire verso una condizione di quiete originaria, costituita da ciò che si è soliti chiamare “morte”. “La pulsione di morte non è affatto un bisogno del cuore, per me. Essa sembra soltanto un'ipotesi irrefutabile per ragioni biologiche e psicologiche”.

La crisi della coscienza europea non è stata di certo estranea alle ultime elaborazioni teoriche di Freud: l'idea di catastrofe aleggia su questa e le successive opere, nelle quali pulsioni quali la coazione a ripetere, la preminenza della libido narcisistica, di una civiltà portatrice di disagio, della funzione distruttiva del Super-io, di un esito nichilistico della civiltà umana, agiscono da protagoniste.

Freud muore nel 1939, perfettamente in tempo per vedere avverate le sue fosche previsioni quasi profetiche, nell'irrompere della barbarie nazista, nei campi di sterminio, appena fuori tempo per assistere ai massacri di una guerra di stermino, conclusa (solo come scontro armato)  dalle bombe atomiche. Eventi proseguiti nei successivi orrori di un secolo che tutti ci auguriamo, senza molte speranze, di aver messo per sempre alle spalle.

25 febbraio 2014

“Viaggio in Garfagnana: Cardoso” di Gianni Quilici



 12.30. Sulla strada.

 Luce d’un cielo
tra celeste e azzurro
con nuvolette chiare
Luce che dà calore
verso un futuro
un futuro inquietante
Allora?
Che tuttavia ci allarghi


foto gianni quilici
ore 12.40. Ponte del Diavolo
Mi appare nella strettoia 
veloce della strada
bello e fugace oltre ogni tempo
oltre ogni possibile misura

Ore 13. Cardoso (394 m., abit. 353).
Il paese è raccolto e compatto nella struttura medievale e sale su scalini tra vicoli lastricati in porfido, vasi di fiori e portali in pietra... Non un paese idilliaco come  certi villaggi della Francia o del Trentino molto curati, anzi, a volte, fin troppo.  Ci sono case abbandonate, altre trascurate, male intonacate, muri consunti o scialbi. Ma questi sono segni d’una storia, d’una civiltà agro-pastorale che un po’ conosco, povera e autentica, che tuttavia si mescola con il tempo e con i tempi nostri.
E comunque salendo fino alla chiesa, il vicolo si fa più stretto e tortuoso. Ecco un palazzo con il bel loggiato diviso da due arcate, ecco il panorama grande con la vallata del Serchio e sullo sfondo la catena degli Appennini; ecco il fianco della chiesa che ci  porta nella piazza.
La chiesa di S. Ginese del XIII secolo, rimaneggiata in epoca barocca, ha una facciata semplice con tettoia e porta nuova. Più in alto la torre campanaria, grande e merlata, antica torre di guardia sull’intera vallata, ha l’accesso precluso.
Nella piazza il monumento ai caduti; mi colpisce una lapide dedicata a un giovane caduto in Russia. Si vede nella foto di Elio Bianchi (qui acclusa) il terribile contrasto tra la bellezza candida della sua giovinezza e la morte, come disperso, nell’immensa, tragica, gelida pianura russa. Suonano beffarde le parole di motivazione” … per il bene del prossimo”. Quale prossimo? Hitler e Mussolini?

Nel paese una piazza con un bar. Due uomini anziani vestiti di scuro  stanno entrando,  parlando a voce alta, mentre una bimba esce e se ne va saltando alternativamente sui due  piedi, come se fosse felice. 
Dal terrazzino di una casa sbucano tre cani abbaiando e correndo su e giù lungo la ringhiera. Due di questi si annoiano ben presto; uno, invece, abbaia così visceralmente mostrandomi denti affilati e occhi cattivi, che mi viene da pensare  “devi essere tanto disperato… disperato di star così rinchiuso”. Lo guardo negli occhi, prima di puntargli contro l’obbiettivo fotografico e per qualche secondo anche lui mi guarda e tace. Capisco: abbaia non contro di me, io sono un simbolo. Abbaia contro la sua illibertà, contro i suoi spazi delimitati e angusti. E per associazione penso a questa  Italia e a tanti tragici italiani.






22 febbraio 2014

"Sabato" di Ian McEwan




di Caterina Donatelli

Finito di leggerlo, attendevo uno spunto per recensirlo, cercavo una suggestione, un solco dove inserire un pensiero. Intendiamoci, il romanzo è inevitabilmente scritto bene; McEwan è un rovistatore ordinato e zelante dell’uso della scrittura e incasella tutto con una precisione che in qualche caso, diventa quasi asfittica. E’ un elaboratore lucido della consistenza umana con tutte le sue intime declinazioni e in questo romanzo, le espone servendosi della voce di un neurochirurgo, della sua famiglia e sullo sfondo, di una città: Londra.  

Un giorno, un giorno solo per raccontare la vita di  Henry Perowne, attraverso avvenimenti che portano in scena le scelte, i dubbi interiori, la fragilità e i malori della società con i continui cambiamenti che modificano il microcosmo di ogni individuo. 

Sfilano così sotto agli occhi, riflessioni sulla guerra, sulla politica, sul consumismo, sul rapporto con i media: “Fa parte dei tempi, questo imperativo a sentire come vanno le cose del mondo, a unirsi alla totalità del pubblico, a una comunità fondata sull’ansia. L’abitudine è andata aumentando in questi ultimi due anni (il romanzo si colloca temporalmente due anni dopo l’Undici Settembre); certe scene mostruose e spettacolari hanno conferito un valore di portata diversa all’informazione. La possibilità che si ripetano è come un filo che tiene legati i giorni”.

Sull’amore fedele e corposo per la moglie, avvocato e punto di riferimento della sua vita; sulla musica, con un figlio chitarrista blues e naturalmente, sulla letteratura: la figlia sta per pubblicare la prima raccolta di componimenti poetici, passione ereditata da nonno, suo suocero e poeta affermato che vive in ritiro in Francia. In mezzo una partita a squasch, dopo una settimana nel reparto di neurochirurgia di un ospedale londinese dove lavora, la visita alla madre Lily, ricoverata in una clinica con la memoria frantumata, una cena familiare da preparare.

Tornano tutti i temi cari a McEwan, con l’aggiunta di una clinicizzazione dei comportamenti attraverso la visione, raziocinante e medica del protagonista che elabora continuamente le azioni in funzione della complessità del cervello e torna l’incidente, che rompe la pianificazione del quotidiano invertendone le certezze. L’imprevisto che diventa pretesto per rovesciare l’inquadratura di un’esistenza quasi perfetta è un meccanismo che lo scrittore usa spesso nei suoi romanzi, per introdurre nella narrazione un punto di rottura, indispensabile per condurci nel lato oscuro e lì si conficca come un ago, che smuove e accede a quello che c’è sotto, oltre. 

Se in “Espiazione” la lettura è stata faticosa, qui in qualche maniera, lo è ancora di più nell’ossessiva dilatazione del tempo, nella scansione di ogni pensiero, ogni azione che si dipana nello svolgimento di un sabato di programmato riposo; mentre tu apri e chiudi il libro nei giorni, il romanzo resta quasi paralizzato su una filigrana eccessiva, seppur a volte veri spiragli di ricchezza della trama per il lettore, ed anche qui, la spinta dello scrittore è stata necessaria per arrivare in fondo.

Alla fine resta il dubbio, come spesso accade quando leggo un testo tradotto; quanto ho perso oppure, quanto si è aggiunto alla mia lettura rispetto all’originale e quanto, la traduttrice Susanna Basso, ha lavorato sulla stesura riscrivendo, in buona sostanza, il libro.

La traduzione è un tema che mi appassiona; un autore come Ian McEwan certamente misura ogni parola, ogni suono di un vocabolo per renderlo così come desidera e l’inglese ha suoni e tinte differenti dall’italiano. Quanto di quei suoni, di quei colori, vengono persi in una traduzione?


Ian McEwan. Sabato. traduzione di Susanna Basso. Einaudi, 2005