05 novembre 2021

“In-discussione” foto di Gianni Quilici

 



di Rosanna Valentina Lo Bello  

Questo scatto di Gianni Quilici è un tessuto a doppia trama: iconografica e concettuale emotiva.

Quella iconografica mi arriva subito partendo lateralmente dalla corteccia del tronco dell’albero.

Una corteccia molto rugosa ruvida che mi fa pensare alla pelle di un vecchio elefante e con i suoi chiaroscuri mi viene voglia di accarezzare.

È l’occhio che scruta

che sbircia silente

che nasconde un’anima sensibile

che preferisce stare dietro le quinte per poi rivelarsi solo se lo ritiene.

Le tonalità dei verdi che si susseguono nel prato maculato con graduali punti luce rendono l’idea della salita verso la luce limpida.

Ecco la prima linea orizzontale che delimita nettamente il prato dal cielo e dove siede la ragazza.

A questo punto noto un piacevole caso di simmetrie e riflessioni quasi speculari che rendono questo scatto molto particolare.

Si tratta di lucenti sdoppiamenti di spazi geometrici chiusi collegati alle due figure umane.

La ragazza crea degli angoli con il suo ginocchio piegato e con il gomito su di esso. Forma degli spazi chiusi di luce di cielo pari a due quadrilateri di forma uguale se pur di dimensioni diverse.

Per un caso questo gioco di figure e spazi è applicabile anche al ragazzo.

L’angolazione del suo ginocchio con le linee dell’altra gamba e del prato creano uno spazio di luce cielo pari al quadrilatero che sta a fianco poggiato sulla linea fine prato.

La trama concettuale emotiva parte per me dalla gestualità delle mani del ragazzo e dallo sguardo che si percepisce dal viso della ragazza.

Anche la scelta del luogo fa intendere una non casualità ma un posto ben preciso per poter parlare.

ll punto di vista della corteccia ossia dell’occhio sembra un’apertura di sipario su una scena teatrale.
Penso ad una parte finale di una discussione litigiosa in atto dove la ragazza infastidita e arrabbiata volge lo sguardo (volutamente distratto) verso il panorama che ha di fronte piuttosto che verso il ragazzo che le parla.

Lui con il gesto delle mani sembra dire:

” Dai stai calma …le cose non stanno come tu credi. Parliamone a modo!!”

Chissà se lo scatto seguente a questo vedrà i due ragazzi abbracciati dirigersi verso la giornata che avevano programmato per Lucca Comics.

Guardo il cielo e vedo evidente la scia di un aereo appena passato, mentre il sole comincia a risplendere.

Foto di Gianni Quilici. Lucca Comics. Mura Urbane. 31 ottobre 2021

 

 

01 novembre 2021

"Mileva Einstein teoria del dolore" di Slavenka Drakulic

 

di Giulietta Isola

          Mileva nasce in Serbia nel 1875 da una famiglia benestante, studia con profitto e completa a pieni voti gli studi superiori, sarà la prima donna ammessa al Ginnasio Reale di Zagabria. Nel 1894 entra al Politecnico di Zurigo, ancora una volta unica donna ammessa agli studi di fisica, qui incontrerà Albert Einstein, più giovane di lei di quattro anni. Diverrà sua moglie e avrà con lui tre figli. 

     Il libro ripercorre i momenti salienti della vita della famiglia Einstein e si apre con la terribile lettera spedita da Albert a Mileva il 18 luglio 1914 in cui lo scienziato detta le sue condizioni alla moglie: “A. Ti assicurerai che: 1. i miei indumenti e la mia biancheria siano tenuti in ordine; 2. che io riceva tre pasti regolarmente nella mia camera; 3. che la mia camera da letto e il mio studio siano mantenuti puliti, e soprattutto che la mia scrivania sia riservata al mio uso esclusivo;…”. Il testo prosegue con un’altra serie di punti altrettanto terribili e inaccettabili che ci fanno presagire la fine del loro matrimonio. La scrittrice immagina una Mileva nella sua casa di Berlino, ormai provata e umiliata da una vita coniugale senza amore e senza rispetto. Da qui cerca di ripercorrere la sua vita da promettente studentessa e scienziata fino all’incontro con Albert, al loro matrimonio, alla nascita dei figli e all’inesorabile baratro in cui la donna cade travolta dalla pesante vita familiare, dalla perdita prematura della prima figlia, dalla malattia del terzogenito, dal maschilismo del mondo accademico che non le permetterà mai di laurearsi. 

      Slavenka Drakulic, con grande sensibilità e totale compartecipazione, ci fa entrare nel cuore di Mileva descrivendo un modo di vivere che era all’epoca comune a tante donne. Attraverso le pagine mette in luce la sua disperazione per tutto quello che avrebbe potuto realizzare professionalmente grazie alla sua mente così geniale pari, se non superiore a quella del marito. Eppure rimane da sola ad affrontare la malattia del terzogenito, mentre Albert si godrà i successi di una sfolgorante carriera che sarebbe dovuta essere condivisa. 

       Uno dei meriti della scrittrice è proprio quello di aver ridato vita ad una grande mente sepolta nell’oblio, delineandone la vita e le grandi sofferenze che sentiamo sulla nostra pelle di donne troppo spesso accantonate e schiacciate in uno spazio domestico che tutto inghiotte e di cui nessuno si ricorderà. 

     Mileva Marić merita di essere ricordata non solo per la sua grande sfida alle convenzioni del tempo e per una partecipazione attiva delle donne nella scienza, ma anche perché rappresenta tutte le donne che hanno lottato contro il patriarcato, rimanendone comunque vittime. Nelle pagine assistiamo all’autodistruzione di una donna intelligente e affascinante, di una scienziata di valore in grado di non lasciarsi travolgere dalla delusione terribile per non essere mai arrivata alla laurea, ma totalmente impreparata a fronteggiare il rifiuto, l’allontanamento, la perdita di un ruolo all’interno della coppia. Una donna diventata, all’improvviso, un oggetto inutile, un niente, umiliata che si arrende a vivere senza più credere in se stessa. 

      Altro grande tema del romanzo è la malattia mentale raccontata con lucidità chirurgica ed in grado di trasmettere al lettore l’angoscia di chi sente d’essere diverso, senza però comprenderne le reali motivazioni. 

      Una biografia romanzata dolorosa, ma di un dolore che serve e riporta alla luce una donna troppo spesso dimenticata e messa in secondo piano, un destino comune a tante donne del passato e del presente, schiacciate da una vita familiare di cui spesso portano il peso totale per convenzione sociale e per convenienza da parte degli uomini. 

      Un libro di denuncia, necessario ed importante che vuole fare giustizia e ridare dignità a una donna che è stata sicuramente parte fondamentale di grandi scoperte scientifiche.

MILEVA EINSTEIN di SLAVENKA DRAKULIC BEE EDIZIONI

 

27 ottobre 2021

“Questo immenso non sapere” di Chandra Candiani

 


di Carla Rosco

            Di Chandra Candiani (Milano, 1952), ormai nota poetessa e pensatrice, è uscito un nuovo libro, da tenere a portata di mano. Questo immenso non sapere - conversazioni con alberi, animali e il cuore umano è dedicato agli asini, a conferma della capacità di Chandra di essere profonda e leggera, seria e divertente.

     In una intervista, a proposito della sua famiglia (la madre è di San Pietroburgo) racconta: “Sono cresciuta in una famiglia folle e aggressiva... Ma sono le violenze sottili, i sottotesti, le menzogne che non sopporto. Sono sensibile alla falsità, alle doppie facce, alle cortesie che nascondono prepotenza... trasparenza e semplicità sono per me necessarie”

      Chandra è nutriente, Chandra si prende cura di sé e quindi degli altri: “Poter inviare il bene da lontano, e inviarlo con precisione, far di noi dei disciplinati postini che consegnano a domicilio anche nelle ore notturne auguri di bene, vicinanze trasparenti, strette delicatissime, carezze. E molti mantelli custodi”.

     Nell’introduzione ci viene raccontato dall’autrice che leggeremo un libro disordinato, lasciato così perché ogni disordine ha un suo ordine interno e misterioso, non solo, ma anche perché il disordine vuol dire che non c’è niente da dimostrare: come un animale o come un albero della foresta che non si curano di avere uno scopo, sono in vita e basta. Il libro può essere aperto a qualunque pagina e in ognuna si sente la voce straordinaria di Chandra: “Quando ero giovane, ero quasi muta, imbarazzavo tutti con il mio silenzio, finché non sono arrivata in India. E con gli indiani, che sono molto chiacchieroni... abbiamo cominciato a ridere dei miei silenzi. D’altra parte li facevano anche loro, ma erano silenzi senza tensione, silenzi da animali... Ho imparato una parola che ride, ma non deride, un silenzio insieme”.

      Chandra (in sanscrito vuol dire luna, e questo nome le fu dato dal suo primo maestro, nel 1986) ha una notevole produzione di traduttrice di testi buddisti, del resto il buddismo è fondamentale nelle sue scelte di vita e di pensiero.

      Fra i libri che l’hanno fatta conoscere e stimare ricordo “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore” (Einaudi, 2014), “Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione” (Einaudi, 2018), “Ma dove sono le parole? Le poesie scritte dai bambini delle periferie multietniche di Milano” insieme ad Andrea Cirolla (Effigie 2015).      

     Chandra Candiani. Questo immenso non sapere - conversazioni con alberi, animali il cuore umano. Einaudi  euro 12

 

 

26 ottobre 2021

"Di chi è la colpa" di Alessandro Piperno

 di Marigabri

Un narratore senza nome di impronta proustiana una volta adulto rammemora gli anni cruciali della sua formazione, quando il passaggio dall’infanzia alla giovinezza attraversa i perigliosi territori dell’adolescenza. Se la famiglia di origine è piuttosto strampalata o, per dirla con appropriato linguaggio tecnico, disfunzionale, ecco che il racconto si fa succulento e quanto mai vario.

Se poi il problema è conoscere (o misconoscere) se stessi, cercare il proprio posto nel mondo ma essere disposti alla menzogna e al tradimento per ottenere uno status che brilli come uno specchietto per allodole sopra la patina dell’apparenza; se il tema della colpa si innesta nella storia delle persecuzioni del popolo perseguitato per eccellenza e se il riscatto passa attraverso l’ostentazione, lo snobismo e l’arte di succhiare dalla vita ogni piacere; se insomma la storia si dirama e si incanala nei meandri delle questioni essenziali e esistenziali più umane (o troppo umane), ecco che la lettura diventa una sorprendente esplorazione di sé attraverso la declinazione di un mondo inventato da un altro.

Onore all’intelligenza acuminata dell’autore, ca va sans dire. Che produce ancora una volta l’incantesimo della letteratura come “virtute e canoscenza”.

La storia più vicina all’autobiografia che Piperno abbia scritto è probabilmente questa: un ragazzino silenzioso e introspettivo con la scrittura nel sangue (ma lui ancora non lo sa) è diviso fra le due componenti del suo nucleo familiare: una madre ebrea (ma lui ancora non lo sa), professoressa integerrima, laconica, che conserva silenziosamente il suo segreto: avere ripudiato le sue origini giudaiche e altoborghesi per amore; un padre espansivo e tenero, gigante biondo inconcludente e insensatamente ottimista, con la passione per la musica, la trasgressione creativa e, ahimè, l’alcol.

Mai combinazione poteva essere più esplosiva, potenzialmente distruttiva, borderline e -insomma- sostanzialmente infelice.

Se ne accorgerà il nostro ragazzo, nel momento in cui la sua condizione di sfigato, poiché figlio di sfigati, potrà miracolosamente virare verso il suo esatto contrario: ad attenderlo c’è un mondo rilucente di ricchezza e privilegi a cui la ribellione materna lo aveva sottratto. Gli orizzonti improvvisamente si ampliano, in senso geografico e umano. Le contraddizioni diventano occasione di riflessione e potenti stimoli al cambiamento. Poi il dramma, la tragedia. La svolta improvvisa e inattesa.

E qui la storia si complica, si amplifica, apre la strada verso molti temi, fra cui quello della vergogna e della colpa, asse strutturale ed elemento coagulante di tutte le variazioni che costituiscono questa tessitura raffinata e complessa.

Perché il romanzo è veramente un romanzo secondo il canone classico e Alessandro Piperno sa muoverne i fili con destrezza.

Il difetto, a mio parere, è la ridondanza. Nello stile, nelle divagazioni, nelle diversioni saggistiche, elementi nei quali il compiacimento dello scrittore per la propria scrittura sembra sovrastare la voce del narratore. C’è qualcosa di esagerato, insomma, nella forbitezza formale, qualcosa che tocca il limite della pedanteria.

Ma alla fine, al netto di questi eccessi (formula che Piperno è solito usare), resta il piacere di leggere un romanzo attuale, articolato e affascinante

Di chi è la colpa. Alessandro Piperno. Mondadori