11 gennaio 2025

"Bianciardi, l’abrasivo" di Luciano Luciani

 


     


       Tra le numerose voci meritevoli d’attenzione e i rari veri talenti del nostro secondo Novecento letterario, qual è lo scrittore più abrasivo, più corrosivo verso la società del boom economico, del miracolo industriale, del neocapitalismo e del mondo che ne derivò? 

      A mio modestissimo parere Luciano Bianciardi, grossetano, nato nel 1922, che, dopo una lunga gavetta letteraria, raggiunge il successo nel 1962 con La vita agra, il libro che per primo disvela come il consumismo di massa, allora ai suoi albori, sia soltanto una chimera, un’illusione “tossica”, i cui effetti stiamo ancora pagando sotto forma di disastri economici, scempi ambientali, e, cosa ancora più grave, la perdita della nostra stessa umanità. Le cementificazioni selvagge degli anni dell’ebbrezza consumistica hanno asfaltato non solo le nostre città e le nostre coste, ma anche i nostri cuori, trasformandoci prima da lettori in telespettatori totali, poi, ai nostri giorni, in follower al seguito supino e sciocco di autoproclamatisi influencer.

       Nella cosiddetta “trilogia della rabbia”, tre romanzi, Il lavoro culturale, 1957, L’integrazione, 1960, La vita agra 1962, e, soprattutto, centinaia di articoli di articoli e traduzioni dei più importanti scrittori americani, da Saul Bellow a Henry Miller, da William Faulkner a Norman Mailer, da John Steinbeck a Jack Keruoac, Bianciardi cercò di contrastare, “dando l’allarme”, la deriva già in atto verso un mondo che, continuando a progredire, non permetteva a nessuno di progredire veramente. “Siate voi stessi” - ammoniva Bianciardi dalle pagine dei suoi romanzi e delle decine e decine di editoriali, articoli, recensioni pubblicati su “Le Ore”, “Playmen”, “ABC”, “Guerin Sportivo” – “siate coerenti con voi stessi, toglietevi il para-occhi, liberatevi delle comodità che vi inchiodano a una sedia, a una scrivania, a un televisore e pensate con la vostra testa”. 

        In quegli anni di luci colorate, Lambrette, frigidaire, Seicento, egli, a ogni nuova scoperta di benessere, fu l’unico a non credere in quei beni di consumo, che, oggi, ci hanno ridotto non ad acquistare, ma a essere acquistati, non a consumare, ma a essere consumati. Milano, ai suoi occhi, diventa il simbolo della spregiudicatezza e dell’ingiustizia del potere in Italia. È la grande città, la metropoli, che condiziona, ingloba, appiattisce, distrugge tutto, anche i sogni, la solidarietà, gli ideali… “Bastano pochi mesi” scrive Bianciardi “perché chiunque si trasferisca qui si svuoti dentro, perda linfa e sangue, diventi guscio: tra vent’anni tutta Italia si ridurrà come Milano”. E in una lettera all’amico grossetano Mario Terrosi del 1 marzo 1962, scrive: “Son riuscito a scrivere un libro che ritengo la mia cosa migliore… Si intitola La vita agra, ed è la storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare. Per il resto nulla di nuovo. C’è il miracolo economico, l’espansione dei consumi, il boom economico, ed anche editoriale. In cambio non si vede mai un amico, ci si accorge d’essere considerati non come uomini, ma come funzioni (quello che traduce, quello che scrive, quello che dirige e così via), si capisce anche che se per tua disgrazia crepi gli altri ti scancellano e sei sparito…”. E in un’altra lettera a Terrosi dell’ultimo giorno del 1962: “In Italia stanno impazzendo: Milano di notte sembra un Luna Park, hanno attaccato lumini anche alle palle di Sant’Ambrogio, e la folla compra, compra, compra. Figurati che comprano anche i libri…

        Dalle pagine de La vita agra, pubblicato nel 1962, 62 anni fa, a proposito del tanto decantato “miracolo economico”, lo scrittore grossetano rifletteva: “I miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve. I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano a quest’altro miracolo balordo. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due frigoriferi, due lavatrici. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo.” 

      Un’opposizione pagata cara. Con l’incomprensione e una conseguente opaca solitudine. Morì, Bianciardi, a soli 49 anni, il 14 novembre 1971. Da solo, dopo 19 giorni di agonia. nella sezione D, letto 106, del reparto di Medicina Interna al quinto piano dell’Ospedale San Carlo di Milano. Al suo funerale si presentarono appena quattro persone.

 

 

31 dicembre 2024

"Giorno di vacanza" di Inès Cagnati

 


di Marigabri

"Sono nata, ormai, da così tanto tempo che ho avuto modo di abituarmici”.

       I temi, l’ambiente e le voci narranti che prendono forma dalla felice penna di Ines Cagnati sono sempre gli stessi: famiglie miserabili che vivono ai margini della società civile, bambine o ragazzine che si ingegnano a sopravvivere in assenza di una famiglia accudente, una campagna ostile e necessaria al tempo stesso che diventa oggetto di un rapporto viscerale e quasi di un culto animico, perché il legame tra l’infanzia e la terra sostituisce quello con la madre.

       Giorno di vacanza, bisogna ammetterlo, è forse il più lugubre fra i racconti di Cagnati. Qui ‘vacanza’ traduce la parola francese congé che però ha un richiamo semantico più ampio e getta un riverbero (ma di luce sinistra) verso il nostro “congedo”, forse nel senso di una separazione, di un allontanamento e finanche un addio.

        La quattordicenne Galla, contro la volontà della sua ruvida e sbilenca famiglia, ha cominciato a frequentare il liceo, nonostante la miseria che non le permette di avere un grembiule rosa come le altre allieve (il suo è vergognosamente verde, eredità penosa di una -odiata- zia morta) e nonostante i 35 chilometri che la separano dalla scuola e che lei percorre ogni quindici giorni con la sua bicicletta, oggetto animato di vita riflessa: quella vita che la ragazzina proietta su ogni cosa che lei ritienga degna d’amore.

       Amata è soprattutto Fanny, compagna di banco ricca e felice dal volto ridente pieno di luce, una fanciulla leggiadra, bella e buona … di sicuro perché è stata voluta, di sicuro perché è stata amata, al contrario di Galla, solo un impiastro fra le tante sorelle che riempiono l’inospitale casa in mezzo al nulla e sembrano tutte venute al mondo per sbaglio o per caso.

          È un venerdì il giorno di vacanza in cui Galla torna a casa, sperando come sempre di trovare un po’ di calore umano ad accoglierla. Ma l’unico affetto che incontra, l’unico afflato materno, è quello della cagnetta Daisy che, insieme al suo piccolo appena nato, si prenderà cura anche di lei.

Tutto il resto è da scoprire.

      Ma soprattutto è la voce di Galla, i suoi ragionamenti ben radicati nell’esperienza della sventura, l’odio motivato e la repulsione verso gli adulti inetti, ipocriti e violenti, la consapevolezza che l’aridità umana è senza speranza, al contrario della vitalità animale; è soprattutto questa voce affilata e cristallina a rendere la narrazione il miracolo che è, e perfino a farci sorridere, paradossalmente, ascoltando le riflessioni di Galla, mentre sprofondiamo in una inguaribile, paludosa tristezza.

Inès Cagnati. Giorno di vacanza. ACagnati delphi.

 

 

30 dicembre 2024

"Vi avverto che vivo per l'ultima volta" di Paolo Nori

 


di Giulietta Isola

"Leggere le poesie in traduzione è come fare la doccia con l'impermeabile". 

       Questa è la difficoltà: i lettori di questo romanzo faranno un po' di docce con l'impermeabile. Ma forse non cambia moltissimo: a me sembra che nelle poesie di Anna Achmatova piova così forte che ci si bagna anche con l'impermeabile.

       Né romanzo, né memoir, né saggio di critica letteraria, né biografia. Paolo Nori parla, attraverso Anna Achmatova, di noi e lo indica chiaramente nel sottotitolo Noi e Anna Achmatova, una lettura non semplice ma coinvolgente. 

       Nel primo capitolo conosciamo Anna : non bella ma più che bellissima, capace di spiccare ovunque andasse, di riempire i luoghi in cui entrava, ha imparato l'italiano solo per leggere Dante in originale e si chiamava Gorenko. Scelse il nome di Achmatova prendendolo in prestito da un suo avo, perché il padre le impedì di "disonorare" il suo cognome con un'attività così discutibile come lo scrivere poesie. Fu perseguitata dallo stalinismo che le imprigionò il figlio e fucilò il marito, una che voleva essere chiamata poeta e non poetessa. «Capisco» diceva «che ci debbano essere i bagni maschili e quelli femminili, in letteratura però no, non funziona così». Achmatova fu esclusa dall'Unione degli Scrittori in un disperato tentativo di bloccare la sua libertà di espressione, il Potere in pieno delirio pensava di riuscire a ingabbiare la letteratura o usarla per fare schieramenti ideologici proprio come fa oggi. 

        Nori lucidamente riflette su Russia e Ucraina, negli anni che erano di Anna e in quelli attuali, va oltre la contingenza e gli schieramenti, alla radice della "bestialità" che l’uomo mette in campo , quella espressa in queste pagine è una riflessione che lascia spazio al silenzio delle lacrime ed ai non lo so. 

        Interessante la riflessione sul furore iconoclastico , dopo l’annullamento dei seminari su Dostojevski alla Bicocca. Qui Nori racconta tra divertimento e spaesamento la marea di inviti che gli sono piovuti dalla Cina, dagli USA, dall'Unesco, dalla Persia, da tutte le parti, mentre in Italia e in Occidente si vietano mostre e balletti, concerti e proiezioni per quelli che, al pari di Dostoevskij hanno avuto «la sfacciataggine di nascere in Russia». Niente di nuovo, ad Anna Achmatova avevano messo dei microfoni in casa, per spiarla. Lei, in compagnia di una amica, parlava a voce alta di cose banali, chiacchierava del tempo, e intanto su un foglietto scriveva i suoi versi e li passava all'amica, che li imparava a memoria. Poi bruciava il foglietto. Quei versi , in questo modo, sono arrivati ad allietare e dare forza ai prigionieri nei gulag.

           Il romanzo di Nori è disordinato, vaga per sentieri che niente hanno a che fare con la via principale, ma poi improvvisamente una citazione o un ricordo personale ci riportano in carreggiata ed al punto giusto in cui dovevamo arrivare. 

       Scrivere dell'Achmatova, è riflettere sulla libertà dell'arte, sull'umanità della poesia e sul ruolo dell'intellettuale. In questo momento buio della civiltà l’intellettuale deve "Scrivere delle cose belle" e “lottare contro la censura, di ogni natura e qualsiasi potere la sostenga. Io sono un feroce partigiano di questa libertà e dichiaro che uno scrittore che possa farne a meno somiglia a un pesce che dichiara pubblicamente di poter fare a meno dell'acqua” come dissero Brodskij e Bulgakov.

Il miele selvatico sa di libertà,

La polvere, di un raggio di sole,

Di Viola, la bocca di una vergine,

E l'oro, di niente.

D'acqua, sa la reseda

E la mela sa d'amore

Ma noi ormai sappiamo già

Che il sangue solo di sangue sa.

Quel mutismo trascendeva la sua persona e arrivava come il grido pietrificato di una storia tragica: la sua e quella del suo popolo e di tutta l’umanità straziata dall’arbitrio e dalla violenza di un’epoca fatale”.

VI AVVERTO CHE VIVO PER L’ULTIMA VOLTA di PAOLO NORI MONDADORI EDITORE


24 dicembre 2024

"Il mio primo libro: I figli del capitano Grant" di Luciano Luciani

 


Una recensione col senno di poi

 

        Il primo libro della mia vita di cui abbia sicura contezza? Ovvero, riesca a ricordare quando e dove l’acquistai, e poi l’autore, l’argomento e magari anche il prezzo… La memoria mi restituisce un Jules Verne, I figli del capitano Grant, in edizione non integrale, rivisitata e corretta per l’infanzia, copertina lucida e colorata, volumetto comprato a Roma in una piccola cartolibreria che affacciava sulla via Nomentana, a pochi passi dalla celeberrima Porta Pia. 

       L’anno? Mah, sicuramente alla fine delle scuole elementari… Ancora di là da venire la televisione casalinga, la lettura, a pari merito col cinema quando si dava, costituiva non solo il mio divertimento preferito, ma la mia gioia più intensa, più intima, più mia… 

        Ad alfabetizzarmi erano state le buone suorine dell’asilo privato del Preziosissimo Sangue di Gesù posizionato proprio davanti alla basilica di Sant’Agnese fuori le mura: ben presto tradite perché alle loro letture, a dir poco devozionali, ne avevo ben presto preferite altre assai più mosse e  accattivanti: Topolino, l’Intrepido, il Monello… E anche qualche libro. Inavvicinabili perché seriosi i pochi della dotazione familiare, decisi che avrei messo da parte i soldi per comprarmi le pagine degli autori dei quali, da qualche parte, pure avevo sentito parlare e “Giulio” Verne era tra questi. 

        Lette, ne ricavai qualche motivo di soddisfazione. C’era tutto quello che mi aspettavo: luoghi ancora remoti, inesplorati e inaccessibili, da conoscere e civilizzare, giovinetti eroici alla ricerca del padre disperso, adulti generosi ancora capaci di proteggere ed educare amorevolmente, buoni versus malvagi ai quali, però, viene comunque lasciata qualche speranza di redenzione. Primo capitolo della trilogia che sarebbe continuata con Ventimila leghe sotto i mari per concludersi con L’isola misteriosa, che avrei letto, l’uno e l’altro, qualche anno più tardi,  

         I figli del capitano Grant non mi deluse e, soprattutto, mi lasciò la voglia di continuare quel modesto esperimento di autonomia intellettuale: leggere quello che mi pareva, ricorrendo, stante le dimesse risorse economiche, al mercato dell’usato, allora fiorente in rivenduglioli e bancarelle improvvisate. 

        Subentrava velocemente una nuova stagione, quella della fantascienza: le esplorazioni spaziali e le saghe stellari comprese negli agili fascicoletti dei romanzi di “Urania”, in un veloce volgere di tempo, avrebbero sostituito i fumetti, Verne e i suoi succedanei salgariani. 

       Bussava alle porte della Storia Grande, e anche a quelle della mia privatissima, un tempo nuovo che appariva ricco di promesse, di inedite occasioni, di possibilità fino a quel momento sconosciute. Saltai bravamente tutte le letture canoniche proprie dell’età bambina (i Giannettini, i Minuzzoli, Cuore, e financo Pinocchio…), lessi, con qualche commozione, I ragazzi della via Paal, la storia amarognola della guerra tra due bande di ragazzi di Budapest per il possesso di uno spazio libero per i loro giochi. 

      Ormai il mio immaginario era tutto preso dalle apparizioni degli UFO e dalla “rossa” conquista, a piccoli passi, di porzioni sempre più larghe di spazio: prima con lo Sputnik, ottobre ’57, poi con l’astronauta sovietico Yuri Gagarin, aprile ’61, eroe della corsa alle stelle e primo uomo in orbita. Ricerca di un’autonomia di letture, gusto per l’avventura, fiducia, senz’altro ingenua, nel potere della scienza, della tecnologia e della politica per garantire a tutti un mondo più giusto e ordinato sia pure all’interno della perenne dialettica tra Natura e Civiltà… Non lo sapevo ancora, ma a tutto ciò fece da battistrada la lettura partecipe e appassionata de I figli del capitano Grant, sfortunato comandante scozzese della nave Britannia.