04 settembre 2018
‘Gli anni forti’ di Paola Martini
di Giuseppe Perez
Ci sono periodi storici talmente cruciali che sembrano caratterizzati da una cesura netta che li rende fortemente distinti rispetto a ciò che viene prima e a quello che segue.
Questo romanzo ha il suo centro proprio in uno di questi periodi: le vicende personali che vengono narrate sono inserite nel vortice del decennio tra il ‘68 e il ‘78, anni frenetici e ricchi di fermenti nuovi, entusiasmo e partecipazione, concludendosi con la deriva degli anni di piombo, prima dell’avvento dell’arida stagione del cosiddetto riflusso. Ma quella è un’altra storia.
La protagonista, nata in una famiglia della media borghesia agiata, giunta all’età cruciale dell’adolescenza si ritrova coinvolta nel periodo della contestazione giovanile, di cui fa sue le istanze di cambiamento e modernizzazione della società, della lotta per dare maggiori opportunità alle classi sociali più svantaggiate, del rifiuto della gretta e limitata visione dei rapporti sociali, specialmente nella provincia.
Si trova così a dover conciliare il meglio della sua cultura di provenienza, impartita dalla famiglia e gli ideali della contestazione giovanile, col suo anelito per la libertà dagli schemi imposti fino a quel momento e lo spirito egualitario, la messa in discussione delle basi della società, oltre al tentativo di realizzare un autentico cambiamento nel potere politico, fino ad allora blindato dalle logiche della geopolitica dei blocchi Est-Ovest contrapposti.
Nel corso del romanzo si alternano, dunque, descrizioni di episodi e momenti di vita più personali a quelli collettivi, comuni a molta della gioventù impegnata degli anni’60/’70, trattati con uno stile attento ai dettagli e alla accurata descrizione di persone e luoghi tale da farne quasi la sceneggiatura di un ipotetico film, un affresco su quegli anni cruciali, il tutto con una vena di sottile ironia e qualche toscanismo che non fa che rendere più viva e vera la narrazione.
Un dettaglio che si può scorgere tra le righe, anche se mai esplicitamente citato durante la narrazione, è che c’è sempre la ricerca di un 'noi' nella descrizione delle vicende che si susseguono nel tempo. Che si tratti della famiglia, negli anni dell’infanzia, degli amici dell’adolescenza, dei gruppi di varia estrazione religiosa o politica della prima giovinezza o della persona con cui formare una famiglia, c’è sempre la ricerca dell’appartenenza, dell’essere elemento attivo in una comunità, piccola o grande che sia. Un 'noi' in cui l’individuo non si annulli ma di cui faccia parte per realizzarsi.
Questo, si intuisce, è la maggiore eredità di quegli anni, in seguito cancellata dall’imposizione dell’individualismo, dell’egoismo che la società consumistica ha interesse a coltivare.
“Parlavamo tra noi con l’intensità e la passione di chi condivide un progetto importante. Ci sembrava che il mondo fosse in attesa proprio del nostro impegno, che contasse sulla nostra energia, sul nostro coraggio, per liberarsi dalle catene del passato.”
Questo potrebbe essere il messaggio che questo romanzo lascia al lettore che non ha vissuto quegli anni: partecipare, mettere tutto in discussione insieme agli altri, non lasciarsi rinchiudere da soli in un recinto ma coltivare insieme lo spirito critico: come direbbe Giorgio Gaber, “Libertà è partecipazione.”
Paola Martini. Gli anni forti. Manni 2017.
03 settembre 2018
“Volti metropolitani” foto di William Klein
di Gianni Quilici
Guardo
la foto e mi colpisce. Però soltanto con
uno sguardo attento mi conquista e si
scolpisce.
Perché
se si dà un’occhiata veloce la forza e la varietà dei volti può essere “distratta” da uno squilibrio
compositivo: il profilo in primissimo piano della ragazza che invade quasi metà
dell’inquadratura. E l’occhiata sarebbe comunque corretta se la foto non avesse quella
complessità di segni difficili da cogliersi senza un’osservazione più meditata.
Mi
colpiscono, infatti, in questa foto di William Klein, due elementi che, per
comodità espositiva, separo, ma che inevitabilmente si fondono.
Primo
elemento: l’intensità di alcuni volti e l’anonimato di altri, tutti ( o
quasi) tagliati e scolpiti nella loro
inconsapevolezza, persi nei loro pensieri fatui o concentrati che siano. Su
questi spicca con singolare evidenza il profilo della ragazza, per l’energia
espressiva e l’incisione dello scatto.
Secondo:
la profondità ritmico-musicale della composizione, nella quale i visi si
scandiscono dai primissimi piani fino al campo medio nello sfondo più
impersonale dell’obiettivo fotografico armeggiato da una mano.
E’
una delle numerose foto in cui William Klein, dentro una folla o un gruppo, rappresenta
felicemente l’anima della metropoli, attraverso immagini ravvicinate degli
attori che la vivono. Foto più o meno “rubate”,
corpo a corpo coi corpi, ripresi con grandangoli potenti, adatti a ritrarre
molteplici varietà di stati d’animo e di espressioni in poco spazio,
moltiplicando il rapporto tra di essi e gli sfondi. Da qui la necessità di superare l’inquadratura
perfetta in tutti i suoi molteplici canoni, in favore dell’attimo nel suo
movimento, casualità, possibile deformazione, caos.
14 agosto 2018
"Il legionario" di Hleb Papou
di Silvia Chessa
Un corto pieno
di corto circuiti e di occasioni per riflettere. Che sonda le problematiche
sociali della seconda generazione di italiani, però viste dalla seconda
generazione, da dentro, finalmente, e non dall’esterno, che mette in campo un
conflitto, ma con schemi e finale aperti, senza cedere a conformismi, senza dare
soluzioni precostituite o voci codificate.
Il
regista, Hleb Papou,
e l’attore protagonista Germano Gentile, il primo bielorusso ma cresciuto sin
da piccolo e residente a Lecco, il secondo brasiliano ma venuto a venti giorni
in Italia, sono italianissimi, come cultura, look, istruzione e nella loro
lingua non vi è quasi alcuna traccia delle rispettive origini.
Eppure le
radici ci sono, esistono, ed altrettanto i problemi, i muri, le diffidenze e le
differenze..
Pensiamo
solo a quando si va in municipio a rinnovare un documento o si dettano il
proprio nome e cognome ad un a call center ..
Le
facciamo noi, le vivono loro… ma noi, loro chi?
Chi sono
gli stranieri, gli occupanti..chi occupa cosa?E da quando?
Cosa vuol
dire famiglia?
Dopo molte
ed oneste indagini sul campo, fra caserme e case occupate, questo giovane e
promettente talento sfornato dal Centro Sperimentale di Cinematografia ci tira
fuori, insieme ad una bravissima squadra anch’essa talentuosa e promettente,
una piccola perla dove le domande sono di una attualità sconcertante e le
risposte, non chiuse, lo sono altrettanto…
Innanzitutto
partirei dal titolo: Il legionario. Ovviamente, storicamente, ci richiama la
figura, nella Legione Romana Antica, di colui che, poteva essere slavo, gallo,
nordafricano, era dunque arruolato per una causa non sua, un professionista
della guerra, diremmo oggi.
Ma magari
possiamo immaginare che fosse anche più efficace e forte di un soldato che partiva
in difesa della propria patria, della propria famiglia.
Potremmo, altresì,
pensare all’Europa odierna, al melting pot che viviamo nelle nostre realtà, di
europei, quotidiane, e a quella scissione fra radici e ideali, in una guerra
che, anche se non dichiarata, si traduce in una serie di conflitti e tensioni
continui..schieramenti ed opposte fazioni, micro e infiniti interessi che ci
coinvolgono e ci interpellano domandandoci di prendere posizione.
La scelta.
Quella che
dovrà fare Daniel, poliziotto con l’ordine di sgomberare la palazzina occupata
anche dalla sua famiglia, scegliendo fra cuore e ragione, fra famiglia di
origine e famiglia aziendale, fra sentimento e dovere.
La novità
e l'originalità del film non è tanto nel portare sulle scene un problema
sociale (che può essere quello delle case occupate, dell’immigrazione, del
diritto alla casa in relazione alla legalità) ma è la complessità della
situazione, costituita di sfumature varie e dal fatto che il conflitto si genera
già all'interno della stessa famiglia.
La
presentazione strutturata del problema non sfocia in soluzioni schematiche o
facili e infatti l’esito della vicenda lambisce come un rivo vari approdi, e
l’assalto del celerino è quasi abbraccio fra il militare e il fratello, perché
Daniel e Jamal, nelle loro inconciliabili divergenze ed interessi, sono
rappresentativi non solo dei loro opposti schieramenti, ma anche e soprattutto
di se stessi.
Esiste un problema
identitario ed individuale all’interno di ogni singolo, a sua volta protetto e
schiacciato dentro ogni fazione, gruppo, o famiglia.
Questo ci
dice il cortometraggio. Che merita di essere visto, discusso, interrogato,
sgomberandoci da tutte quelle stereotipate idee, preconcette e abusive, che ci
impediscono di fare spazio a nuove realtà.
Indimenticabili
le sequenze fotografiche del muso contro muso fra Daniel e Jamal, con i loro
lineamenti e sentimenti diversi (e scissi al loro interno), ma simili per fierezza
e tensione, e la sfida stigmatizzata nei volti; nonché il viso virgineo,
attonito, che passa dal felice al deluso, della giovane Miranda Angeli,
(Caterina, nel corto) che si fa testimone della difficoltà della scelta,
appunto, di Daniel, e del tradimento possibile dietro ogni presa di posizione,
e che sottolinea benissimo, rimarcandolo con la sua innocenza e con l’audacia
di due occhi sgranati (a me hanno ricordato il dipinto “La Verità esce dal
pozzo” di Édouard Debat-Ponsan), l’importanza e l’eco della responsabilità, di
ciascuno di noi, quando, posti ad un bivio, decidiamo dove andare e a chi
voltare le spalle.
Regia: Hleb
Papou
Sceneggiatura: Giuseppe
Brigante, Emanuele Mochi, Hleb Papou
Fotografia: Félix
Burnier
Editing: Fabrizio
Paterniti Martello
Musica: Boris
R. D’Agostino, Letizia Lamartire
Suoni: Giandomenico
Petillo, Valerio Tedone
Cast: Germano
Gentile, Federico Lima Roque, Francesco Acquaroli, Miranda Angeli, Hope
Chiaka Ayozie
Produzione: CSC Production –
Elisabetta Bruscolini
Formato: Colori
Durata: 13
minuti
08 agosto 2018
“La corsa de l'ora" di Antonio Bellia.
Almeno
dal titolo della prima pagina doveva
essere solo un "Arrivederci". Invece quell' 8 maggio del
1992 "L'ora" di Palermo uscì
per l'ultima volta in edicola, archiviando
quasi un secolo di vita. In
Sicilia si accorsero delle rotative
ferme del battagliero quotidiano del pomeriggio solo due settimane dopo, quando
la mafia fece saltare in aria il giudice Falcone e la sua scorta. Tutti i
cronisti, specie i più giovani che hanno deciso di intraprendere un mestiere
difficile e sempre più screditato, dovrebbero conoscere la storia di quel
giornale regionale che riuscì a conquistarsi un prestigio nazionale perché
nella sua redazione si praticava un
giornalismo indipendente, insofferente
alle interferenze dei poteri e
sufficientemente insensibile ai
richiami dell'opportunismo. Non a caso le inchieste contro la mafia e i poteri
collusi costarono un duro prezzo e tanto dolore. Nell'ottobre del 1958 ci fu un
attentato contro la redazione, poi arrivarono le morti di tre cronisti: nel 1960
venne ammazzato il corrispondente Cosimo
Cristina, dieci anni dopo, mentre indagava anche sul caso Mattei, scomparve nel
nulla Mauro De Mauro e nel 1972 il
giovanissimo Giovanni Spampinato fu ucciso per mano del figlio del presidente
del tribunale di Ragusa.
Per
la testata che faceva capo alla sinistra
istituzionale, gli anni più fulgidi furono indiscutibilmente quelli sotto la
direzione di Vittorio Nisticò che il regista catanese Antonio Bellia ha voluto
"evocare" nel documentario "La corsa de L'ora"(2017).
Premiato
dal sindacato nazionale dei critici cinematografici col Nastro d'argento 2018, il lavoro di
Bellia è particolare in quanto impiantato su tre registri: le immagini di repertorio in bianco e nero, le
testimonianze di ex-cronisti del giornale (Antonio Calabrò, Letizia
Battaglia, Marcello Sorgi, Piero
Violante, Francesco La Licata...) e l' immenso Pippo Del Bono che in un teatro
richiama vicende e ricordi mettendosi nei panni di Nisticò, il quale da condirettore di "Paese Sera" fu mandato sul finire
del 1954 a
Palermo.
Alla guida de "L'ora" Nisticò vi rimase per un ventennio,
con lui quel foglio - dal formato
lenzuolo (ma somigliante ad un tabloid
inglese per il ricco racconto in immagini) e dove vi lavoravano a
gomito a gomito tre generazioni di cronisti -
divenne "l'unica testata democratica presente nel sud
dell'Italia". E, seppur piccolo e perennemente attanagliato dai
bilanci, si impose con le sue inchieste come se fosse
un "settimanale quotidiano",
segnando così una vera e propria rivoluzione nell'informazione
del Paese.
Dai ricordi di Del Bono-Nisticò, inoltre, "L'ora" fu giornale di cultura, le collaborazioni di intellettuali come Leonardo Sciascia, Danilo
Dolci ed altri nomi illustri
determinarono una ulteriore svolta, per cui si andò costruendo
popolarità e reputazione anche su un
certo modo di commentare politicamente e socialmente le arti.
![]() |
Prodotto da Marvin Film e Demetra Produzioni, il docu-film di Bellia si presenta solo apparentemente frammentario, ma i suoi diversi registri si incastrano compiutamente come in un puzzle, riuscendo così a regalare allo spettatore tutta la bellezza, il racconto, lo spirito libertario, il coraggio che si respirò nella redazione di quella testata palermitana che stata alta scuola di giornalismo. "L'ora" - secondo il giudizio di uno dei suoi cronisti - fu la comunicazione della notizia, ma pure dell'emozione.
LA CORSA DE L'ORA
Regia:
Antonio Bellia
Anno
di produzione: 2017
Durata:
64'
Paese:
Italia
04 agosto 2018
"Io sono Tempesta" di Daniele Luchetti
di Silvia Chessa
Una storia tragicomica nella quale, parafrasando
Flaiano, la situazione è grave ma non è seria, e che ha in sé la giusta dose di
leggerezza e di sofferenza, e si fa specchio di una difficile contemporaneità
sociale pervasa dal grottesco ed affetta in modo patologico dalla povertà,
intesa non solo come materiale ma anche come solitudine.
E le solitudini nascono spesso da una carenza iniziale: il padre che ha sempre dato del "coglione" al figlio Numa Tempesta (interpretato dal bravo Marco Giallini) lo ha ammalato di depressione e solitudine. Mentre Numa, ricostruitosi un minimo di codazzo amicale ed umano intorno a sé (sebbene anch’esso a pagamento). raccomanda al suo amico Bruno (nel film, l’eclettico Elio Germano) – ex povero (arricchito grazie a lui) - di dire sempre al figlio parole d'amore e di incoraggiamento. Mai dirgli che è un "coglione".
Una lezione di vita e accudimento. Fra le tante
risate, amenità, riferimenti e allacci a personaggi, imprenditori e poi
politici, che ben abbiamo conosciuto negli ultimi anni, in Italia (paese qui
dipinto come libero e cinico mercato dove tutti sono comprabili, professori,
medici, senatori e leggi, le cattive come quelle buone), presenti del film, ed
un finale non troppo lieto dove, comunque, la logica del denaro finisce per
avere la supremazia..sebbene, forse, per una volta, nel suo uso migliore,
ripianando un divario finanziario e sociale che sembrava incolmabile…ma
lasciandoci interdetti sulla possibilità di distinguere un principio di
innocenza che non sia contaminato, almeno in parte, da avidità ed interesse
personale.
Forse si salva solo il personaggio, strampalato, cattolicissimo,
ma in fondo appassionato e sincero nelle sue battaglie sociali, di Eleonora
Danco, teatrale, enfatica, favolosa nel ruolo di Angela, Direttrice del Centro
Poveri dove Numa è obbligato, per un anno,
ai servizi sociali per scontare la sua condanna per reati finanziari. Ma
la vera sfida, per Numa, è riscoprire in se stesso un senso di empatia.
Sfida impossibile, come capta al volo e a suo favore
Bruno (“opportunità di nascita diversa, ma stessa pasta”, come lo stesso
personaggio dice di se stesso parlando con Numa e a lui comparandosi).
E’ Angela, col suo candore epico e viscerale, lo
spirito sessantottino intriso con cattolicesimo quasi oltranzista, a
rappresentare l’unico opposizione e controparte possibile alla aridità
iperattivo-malinconica di Numa e del suo eterno oscillare fra vittimismo e
fanfaronate da uomo dal potere illimitato e dai vizi incontenibili. A parte
Angela, però, la sola luce di speranza è affidata al senso di squadra che Bruno
rispetta e suscita in modo spontaneo e furfantesco, sebbene poi la squadra sia
più un banda che una squadra corretta e sportiva.
Un po’ come dopo un film di Ken Loach, si esce senza
certezze, ma forse è proprio questo il bello.
REGIA: Daniele Luchetti
ATTORI: Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco, Jo Sung, Francesco Gheghi, Carlo Bigini, Marcello Fonte, Franco Boccuccia, Paola Da Grava, Federica Santoro, Luciano Curreli
DISTRIBUZIONE: 01 Distribution
06 giugno 2018
“Principessa sull’handicap” di Cosima Di Tommaso
di Gianni Quilici
E’ un romanzo, non
un libro di racconti. Un romanzo che riferisce schegge di vita ad un amico, Thomas,
curioso e empatico durante una vacanza in un albergo.
Ed è romanzo,
perché l’insieme di queste schegge ha una continuità, delineano un’esistenza.
Un’esistenza difficile, dura, a volte, sconfortante.
E’ l’esistenza di
Bianca, alter ego della scrittrice Cosima Di Tommaso, che rappresenta il
rapporto di una “principessa sull’handicap” con la materialità del mondo
circostante: non solo con le persone, ma anche e forse soprattutto con gli oggetti. Gli oggetti primari, i più (apparentemente)
banali: il gabinetto, il letto, gli scalini, gli interruttori e così via.
E Cosima Di Tommaso
lo fa, questo è il punto, da scrittrice vera.
Creando una
distanza, guardando, cioè, i fatti (quasi) al di fuori, con un umorismo al
tempo stesso divertito, pungente e amaro.
Con una scrittura
raffinata, precisa nei dettagli, fluida e visiva nella narrazione.
Ne viene fuori un romanzo quasi picaresco, del tipo “le
avventure tragicomiche di Bianca”, in cui la protagonista emerge come
personalità complessa ironica fino alla
risata, ma anche determinata e tenace fino all’invettiva.
Proprio per
questo è un romanzo utile (anche)
pedagogicamente, in quanto ti fa entrare dentro l’esistenza di una donna che da
un lato – per ragioni oggettive- non ha l’autonomia del proprio corpo;
dall’altro trasmette una ricchezza di umanità, di cultura, di qualità
comunicativa che richiama non pietà, ne’ tantomeno la commiserazione, ma
attenzione, confronto, riconoscimento.
Cosima Di Tommaso. Principessa sull'handicap. Edizioni Lilit Books. 2018.
05 giugno 2018
"Una questione privata" di Beppe Fenoglio
nota di Silvia Chessa
Una pagina che ho molto amato. Di una musicalità e di un ritmo serrato
e preciso al millimetro. Al contempo tesa densa..asciutta. Storicamente e
privatamente profonda. E di opposizione ai dettami che, a quel tempo, quasi
imponevano di non scivolare nel privato.
Come se impoverisse, mentre invece avvalorava. Anche Gaber scrisse canzoni dove, ironicamente, chiedeva perdono se parlava dei fatti suoi, propri e personali. Ma tutto lo è, ogni battaglia lo deve essere, personale, oppure è falso e ipocrita opportunismo, o becera rabbia senza direzione. Soprattutto la politica. E Beppe Fenoglio lo sapeva. Di politica, di impegno civile, e sociale, si vive, combattendo e partecipando, o si muore, sempre combattendo e schierandosi, ma anche di indifferenza, non illudiamoci..poco per volta, giorno dopo giorno. In una mesta ignavia della mente e del corpo. Per le questioni pubbliche come per quelle private. In corsa per i seggi, per una poltrona, per una carriera.. Per sfuggire a un dolore, per inseguire un amore.
Corriamo da sempre...
A un metro dal traguardo, Milton è caduto.
Ma quel metro era prima, o dopo averlo afferrato?
E qui, mi dico, è questione di ottimismo.. la risposta è Sì o No a giorni ed ore alterne.
Ma serve sapere i retroscena, a spettacolo in atto ?
A me basta aver metabolizzato il ritmo.
La musicalità e la bellezza di una prosa geniale.
Mi godo la scena. Applaudo.
(Un giorno, forse, imparerò a scrivere anch'io).
Come se impoverisse, mentre invece avvalorava. Anche Gaber scrisse canzoni dove, ironicamente, chiedeva perdono se parlava dei fatti suoi, propri e personali. Ma tutto lo è, ogni battaglia lo deve essere, personale, oppure è falso e ipocrita opportunismo, o becera rabbia senza direzione. Soprattutto la politica. E Beppe Fenoglio lo sapeva. Di politica, di impegno civile, e sociale, si vive, combattendo e partecipando, o si muore, sempre combattendo e schierandosi, ma anche di indifferenza, non illudiamoci..poco per volta, giorno dopo giorno. In una mesta ignavia della mente e del corpo. Per le questioni pubbliche come per quelle private. In corsa per i seggi, per una poltrona, per una carriera.. Per sfuggire a un dolore, per inseguire un amore.
Corriamo da sempre...
A un metro dal traguardo, Milton è caduto.
Ma quel metro era prima, o dopo averlo afferrato?
E qui, mi dico, è questione di ottimismo.. la risposta è Sì o No a giorni ed ore alterne.
Ma serve sapere i retroscena, a spettacolo in atto ?
A me basta aver metabolizzato il ritmo.
La musicalità e la bellezza di una prosa geniale.
Mi godo la scena. Applaudo.
(Un giorno, forse, imparerò a scrivere anch'io).
Correva, sempre più veloce, più sciolto, col cuore che
bussava, ma dall’esterno verso l’interno, come se smaniasse di riconquistare la
sua sede. Correva come non aveva mai corso, come nessuno aveva mai corso, e le
creste delle colline dirimpetto, annerite e sbavate dal diluvio, balenavano
come vivo acciaio ai suoi occhi sgranati e semiciechi.
Correva, e gli spari e gli urli scemavano, annegavano in un immenso, invalicabile stagno fra lui e i nemici.
Correva ancora, ma senza contatto con la terra, corpo, movimenti, respiro, fatica vanificati. Poi, mentre ancora correva, in posti nuovi o irriconoscibili dalla sua vista svanita, la mente riprese a funzionargli. Ma i pensieri venivano dal di fuori, lo colpivano in fronte come ciottoli scagliati da una fionda. “Sono vivo. Fulvia. Sono solo. Fulvia, a momenti mi ammazzi!”
Non finiva di correre. La terra saliva sensibilmente, ma a lui sembrava di correre in piano, un piano asciutto, elastico, invitante.
Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò diritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò.
Beppe Fenoglio, Una questione privata. Einaudi.
Correva, e gli spari e gli urli scemavano, annegavano in un immenso, invalicabile stagno fra lui e i nemici.
Correva ancora, ma senza contatto con la terra, corpo, movimenti, respiro, fatica vanificati. Poi, mentre ancora correva, in posti nuovi o irriconoscibili dalla sua vista svanita, la mente riprese a funzionargli. Ma i pensieri venivano dal di fuori, lo colpivano in fronte come ciottoli scagliati da una fionda. “Sono vivo. Fulvia. Sono solo. Fulvia, a momenti mi ammazzi!”
Non finiva di correre. La terra saliva sensibilmente, ma a lui sembrava di correre in piano, un piano asciutto, elastico, invitante.
Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò diritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò.
Beppe Fenoglio, Una questione privata. Einaudi.
04 giugno 2018
"Laura Morante, in punta di piedi" di Stefano Iachetti
di Gordiano Lupi (www.infol.it/lupi )
Stefano Iachetti è
autore che conosco bene per aver apprezzato un suo pregevole testo su Asia
Argento e soprattutto in libro di interviste alle protagoniste del cinema
thriller italiano degli anni Settanta (La
paura cammina con i tacchi alti, Il Foglio).
Non delude neppure in questa
agile ricostruzione della carriera cinematografica di Laura Morante, attrice in punta di piedi perché i suoi primi
passi - è proprio il caso di dirlo! - li ha mossi come ballerina. Il libro analizza
la vita artistica di un’attrice raffinata, a me cara sia per aver avuto i
natali a Bagnore di Santa Fiora (luogo proustiano
della mia infanzia), sia per averla apprezzata per la prima volta - in
tutta la sua selvaggia bellezza - in Bianca di Nanni Moretti.
Iachetti
parla dei primi anni sulle tavole del palcoscenico teatrale con Carmelo Bene,
delle frequentazioni cinematografiche con Giuseppe Bertolucci (Oggetti
smarriti, La tragedia di un uomo ridicolo) e Nanni Moretti (Sogni
d’oro, Bianca, La stanza del figlio...) - che la
trasforma in attrice simbolo - ma anche dei film con Pupi Avati (Il
nascondiglio, Il figlio più piccolo...), Carlo Virzì, Gabriele
Salvatores... Non mancano note critiche e ricordi sulle due prove da regista di
Ciliegine e Assolo, film risolti e convincenti, che hanno
avuto poco pubblico ma molta critica entusiasta.
Laura è attrice che piace a
Nanni Moretti perché non ruba i primi piani e sa gestire il suo ruolo senza essere
invadente, mentre Pupi Avati le contesta un eccesso di partecipazione alla
scrittura, che non ritiene compito di un attore.
Attrice sui generis, vocazione da scrittrice per il momento repressa, ma
allevata come nipote prediletta di Elsa Morante (La storia, Il
mondo salvato dai ragazzini...), quindi dobbiamo attenderci opere da
autrice, come già fa notare la sua ambizione a diventare regista. Laura Morante
ama affrontare nuove sfide, perché ogni volta che ricomincia da capo le sembra
di ritornare adolescente e di dedicarsi a un mondo nuovo e inesplorato, lo
dimostra la sua carriera: danza, teatro, cinema, regia, senza soluzione di
continuità.
Il libro di Iachetti è corredato di molte foto a colori e in bianco
e nero tratte dai film di Laura Morante e dal suo album privato, stampato
benissimo su carta fotografica, di grande ed elegante formato, come i classici
libri di cinema curati dal Centro Sperimentale.
Molte interviste, tra le quali
spicca per la sua assenza (inspiegabile) Nanni Moretti, il regista che ha
lanciato Laura, forse - come fa notare Iachetti con spirito citazionista - avrà
pensato che non partecipando si sarebbe notato di più. Ma ci sono Pupi Avati,
Carlo Verdone, Michele Pacido, Gianni Amelio e molti altri che hanno guidato
Laura Morante, così come la protagonista commenta la sua carriera con arguzia e
intelligenza, ricordando la famiglia e gli anni giovanili.
Un libro imperdibile
per i fan della Morante e per gli amanti del cinema italiano. Costa solo 22
euro (edizione di pregio) e li vale tutti.
Stefano Iachetti.Laura Morante, in punta di piedi.
Edizioni Sabinae - CSC Cineteca Nazionale
Pag. 170 - Euro 22. Grande formato - Illustrato - carta patinata
25 maggio 2018
"Il Tempo" di Gianni Quilici
Noi siamo
nel Tempo.
Il tempo
invisibile
che ci
consuma.
Il Tempo
più forte
di noi.
Enormemente
diabolicamente.
Noi
possiamo soltanto
sfidarlo
nel tempo
che esso infine
ci concede.
La sfida
siamo Noi
nella nostra
possibile grandezza
nella nostra
ineluttabile fragilità.
La
grandezza di creare crearci
di scolpirci
nel tempo.
Per noi
innanzitutto
per altri
forse.
La
fragilità invece
di sparire
nel Nulla.
Un
pensiero in forma di versi o viceversa. Perché i pensieri sono faticosi e a volte astrusi. Troppo
strutturati, troppo articolati. Il verso cerca, invece, essenzialità, fluidità.
05 maggio 2018
“Il vaccino antipolio” foto di Shah Marai
nota di Gianni Quilici
Sapere che Shah
Marai,
il fotografo di
questa straordinaria foto,
è morto ucciso straziato per un attentato a Kabul,
da chi si è ucciso, sbriciolato
per cieca, atroce,
alienata follia,
insieme al altri (innocenti),
fa piangere dalla
rabbia dolore.
Perché in questa
foto c’è futuro e bellezza,
quella bellezza che
sottende dolore,
che diventa arte.
La bellezza di un
profilo armonioso di bimba afghana,
bocca aperta, occhi
socchiusi,
raccolta totalmente
in attesa,
una mano gentile
che la sorregge,
la goccia nell’aria
sospesa,
d’una evidenza
cristallina.
Una foto essenziale,
niente vi è di
superfluo,
e di una semplicità
immediata,
che richiama la
storia di un popolo
da tempo in balia
della guerra,
una guerra che non
risparmia nessuno,
anche coloro che sono
indifesi e innocenti.
E questa foto dove
non c’è violenza,
ma cura,
prevenzione,
ne è uno dei
possibili grandi simboli.
Shah Marai (41 anni) aveva
cominciato a lavorare per la agenzi France Presse come autista, oltre vent'anni
fa, nel 1996, l'anno
in cui i talibani presero il potere e poi cominciò a fotografare lui stesso le
vite (e le morti) del suo paese.
Testimoniò per l'agenzia anche
l'invasione Usa nel 2001. Nel 2002 è diventato reporter a tempo pieno fino a
diventare il responsabile della sede Afp a Kabul.
Lascia una moglie e sei figli, tra cui una
bimba appena nata.
02 maggio 2018
“Viaggio a Canino” di Gianni Quilici
partenza
col rischio di file. Infatti appena infilata l’autostrada a Lucca l’avviso
fiammeggiante recita: rallentamenti - Pisa Nord 18’, quando bastano 5 o 6
minuti circa. “Se questo è l’inizio!” penso. Non sarà così. Nessuna fila,
nessun rallentamento. Traffico solo a tratti intenso, e “cielo grigio
nell’orizzonte di una Italia senza futuro” scrivo, mentre sfoglio
distrattamente Il manifesto
13.
10.
Pinetina
con parcheggio in una spiaggia lungo la strada della Giannella, che conduce a Porto
Stefano. Poca gente, cielo aperto, luce calda. Decido di tuffarmi. Sarà il
primo bagno 2018. Disteso, poi, sulla
sabbia scrivo:
Entro falsamente spavaldo
nell’orizzonte azzurrino
dell’acqua che si insinua
fredda su per il corpo
ma combatto
con il piacere di essere
oltre la contingenza
e quando mi tuffo e sbraccio
sono in un altro senso
e mi piaccio
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| foto di Gianni Quilici |
16.
30
L’agriturismo
dell’Oliveto dei Prischi è un’oasi di
pace. Arrivi ed è tutto aperto, senza cancelli, si sale si scende si sale,
mentre due cani, una bianca, piccola, pancia a terra, l’altro marrone chiaro, di
taglia media, ti corrono incontro
abbaiando, e Michela, che tutto questo ha creato da sola, ti abbraccia; e poi ci
raccontiamo ciò che è e come sarebbe
possibile fosse. Dalla terrazza solo olivi in distesa e verde, neppure
un’abitazione all’orizzonte, due cani e cinque gatti in sonnacchiosa armonia.
18.30
Vulci.
“Dio mio che bellezza” scribacchio al presente “questo ponte a schiena di asino
fiancheggiato da due alti parapetti con lo sguardo a picco sul fiume Fiora che
gorgoglia tra alte rocce, col selciato di pietra grigia illuminato dalla luce
serale, mentre se alzi lo sguardo ecco il castello con la torre più grande
semiellittica … ” Verrebbe voglia di accovacciarsi per terra per prendere interamente
l’immaginario che l’insieme evoca. Lontano un battito di tamburo monotono e
continuo come una preghiera laica.
20.00
Su
una collinetta il ristorante con i bagliori del sole al tramonto, quattro amici
che parlano di film e della Juventus, pizze bianche in tante possibili combinazioni
e all’uscita la luna piena tra i
cipressi.
foto di Gianni Quilici
21.
50
Che
dolore attraversare la via centrale di Canino! Non è rimasto quasi nulla di ciò
che era vivo, in fermento. Solo un macellaio e un ristorante e cartelli “Affittasi” in ogni dove. Sbuca da un terrazzo un gattino
che ci guarda.
Lunedì 30 aprile
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| foto di Gianni Quilici |
11.20
Capodimonte.
Disteso sul lago (di Bolsena) leggendo un testo teatrale, che mi intriga, che
Jean-Paul Sartre, il grande filosofo-scrittore non avrebbe voluto pubblicare,
scrivo tra una distrazione e l’altra:
Sul
lago col fresco di luce
d’un
celeste turchino
che appena ondeggiando sciaborda
con
nuvole bianche e scure e grigie
coi
pensieri che vagano senza fermarsi
decido
che è ora
e
mi alzo
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| foto di Gianni Quilici |
13.15
San
Lorenzo Nuovo. Sulla vasta piazza ottagonale con la parrocchiale, bar e negozi,
con la linea di fuga della strada nel lago, incontro Vittorio.
“Lei
è un paparazzo” “No un fotografo ambulante”, rispondo, mentre “per chi mi ha
preso”, penso. “Allora mi faccia una foto. Io sono Vittorio. Sono grande scrittore, grande giornalista, grande esperto
di calcio. E’ un onore per lei fotografarmi. Io sono il migliore d’Italia. Mi
fotografi pure là davanti alla Chiesa”
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| foto di Gianni Quilici |
13.30
E
poi via, via, con brevi soste a Acquapendente e a San Quirico d’Orcia e lungo il magnifico paesaggio della Cassia
senese, che tanto sa di medioevo e sul quale ci sono strade e sentieri in cui il
desiderio di inoltrarsi e perdersi è forte.
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