08 febbraio 2019

"Le onde" di Virginia Woolf


di Simona Fazzi
                        Ho finito di leggere Le onde.. Che dire? Per me è un'opera incredibile, diversa da tutti i libri che ho incontrato.
Virginia Woolf è  un'artista, una grande scrittrice. Ed è per questa diversità che il libro si presta  a essere letto almeno due volte.

                       La prima per riuscire ad orientarsi, per riuscire a riconoscere le voci e di conseguenza a mettere a fuoco i personaggi, per apprezzare la solida, perfetta, straordinaria struttura sopra la quale Virginia riesce a darci il senso di qualcosa di estremamente etereo, impalpabile, pulsante, ritmico, onde che si avvicinano e si allontanano da una riva, si accavallano e si fondono, il mutare continuo della luce e delle ombre, il canto della cose, la forza della natura, la sua corrente …

                      La seconda volta il romanzo va letto  senza troppe interruzioni, senza concentrarsi sui personaggi, sul senso, proprio come si ascolterebbe un'opera musicale, come si legge una poesia... Il tempo, il ritmo, la Vita sono forse in questo libro un teatro, o forse un anfiteatro, dove i riflettori sono puntati ora su un personaggio ora sull'altro, ma questi sei protagonisti non parlano ma pensano, riflettono, vedono, sentono...

. Virginia Woolf. Le onde. Einaudi

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06 febbraio 2019

"La ballata dei Babbaluci" di Marco Fasciana





di Silvia Chessa

Un naufrago alla ricerca del passato e di se stesso; un guardiano del faro non vedente, metà ciclope metà filosofo; una regina inconquistabile, la quale, per una volta nella sua vita, verrà rifiutata; un compagno di avventure e peripezie che, come Virgilio, dispensa consigli e mette in guardia dai pericoli: questi i personaggi di un viaggio in dodici capitoli (uno per ogni mese, a partire da settembre) dello spettacolo (saggio di diploma del corso di regìa) «La Ballata dei Babbaluci» di Marco Fasciana, in scena al Teatro Studio Eleonora Duse, fino al 7 Febbraio 2019, a Roma.


In questa Odissea in salsa sicula, vivace e movimentata, il mare è ancora una volta elemento di accoglienza e pericolo; un mare che disorienta l'uomo, il protagonista, che passa da un lento vagare ad una vera e viva fuga in cerca del suo destino e della sua identità; che affonda fino al livello dei pesci - e infatti finisce per parlare con uno di loro in un surreale ma simpatico dialogo, dove, davvero, il pesciolino rosso dice cose sensate e sagge più del ragazzo, indicandogli che il suo posto è sulla terra, perché ogni creatura ha il suo posto.


Nell'accostare la regina, invece, l’uomo riceve un’ulteriore raccomandazione: quella di trovare “il coraggio di mostrarsi inadatti”, insomma la libertà di lasciarsi essere ed accettarsi per ciò che si è. Nello stesso confronto con la regina, il protagonista confessa di stare fuggendo da se stesso e dalla sua natura, che invece lo spingerebbe ad accontentarsi.



Il finale, lungi dal dare risposte e soluzioni, suggerisce di osservare la stessa natura dei “babbaluci” (le lumache, in dialetto siciliano) piccola stella cometa per orientarsi in questa vita. Ce ne sono di due tipi, quelli più lenti e quelli più avventurosi (per quanto possa essere avventurosa una lumaca) e, forse, potremmo anche ricondurre questo spettacolo ad un elogio della lentezza, mentre il viaggio ha per scopo l’affrancarsi da inutili sensi di colpa (le voci emesse dal registratore, sul finale), smettendo di punirsi e accettandosi per ciò che si è.


Da sottolineare la creatività e la padronanza nell'uso di tecniche ed allestimenti scenici originali e variegati (proiezioni video, effetti sonori, musica, marionette; persino una vasca da bagno sul palco …) e l’alta e sicura professionalità degli interpreti (Tommaso Capodanno, Luca Carbone, Maziar Firouzi, Giuseppe Lo Piccolo, Ada Nisticò).

«La Ballata dei Babbaluci» di Marco Fasciana,  al Teatro Studio Eleonora Duse, Roma , fino al 7 Febbraio 2019.

13 gennaio 2019

"Versi in viaggio" di Gianni Quilici



E si va    e si va    e si va    e si va    e si va …
di Giovanna Morelli

Presentare Gianni, il suo libro, Versi in Viaggio. Un libro che ha la coesione tematica di un canzoniere, e l’intensità  di un cantico creaturale. 17 viaggi in senso stretto  e 14 viaggi in senso lato. Cito dall’indice : Viaggi…

nella post adolescenza , dentro la scuola, nei linguaggi, sull’onda della musica, nel cinema, nei volti che fuggono, nella luce d’estate, nelle relazioni, nell’erotismo , nella società dolente, tra il cielo e la terra, verso l’essere e il nulla, nel mi piace, nel divenire… questo indice è in sé  una poesia.

La prima domanda : cosa collega, per Gianni,  il senso stretto e il senso lato di viaggio? 
Potremmo chiederglielo, ma già nelle poesie c’è la risposta.
Quello che Gianni va a incontrare, ogni volta,  in luoghi diversi del mondo, è sempre lo stesso paesaggio, a margine delle città. Un paesaggio  fatto di colline cielo nuvole erba sole luce e vento e alberi, quanti  pini cipressi olivi platani pioppi, e poi animali, gabbiani rondini grilli  formiche  cicale – ah le adorate cicale – e mucche  e cavalli e vecchi borghi  visti  quasi sempre  da lontano e rare presenze umane.
Questo lirismo, come ogni vero lirismo, è affacciato oltre sé, al punto da desiderare una trasmigrazione negli elementi ….
vorrei essere la luce  

Ah la luce…essere cielo e terra…
cielo nell’essere proteso verso l’alto. Terra nel divorare le radici delle cose  

diventare fiume 

e farmi stella  e chiedere allo spazio  nella notte alta e tersa  che i pensieri siano larghi e aperti

Il primo piano e il campo medio non chiudono in una prospettiva intimista, introducono alla panoramica. Una panoramica, se possibile, intimizzata. Dal paesaggio al Pianeta, quasi sempre con la P maiuscola, il prodigio maggiore di quelli incontrati da Gianni. Un Pianeta  antico,  e avvelenato  dagli  orrori  dell’inadeguatezza umana:
   
inadeguato alla coscienza terrestre
Possiamo sentirci anche così, nel momento in cui perdiamo il contatto con la sacralità in cui siamo immersi. Il contatto, la presenza. L’idea del viaggio, in Gianni, è proprio  questa disposizione dell’animo all’incontro, alla presenza , all’innamoramento. Le partenze di Gianni sono partenze geografiche reali,  riti di rinnovamento , e sono al tempo stesso  metafore  di un modo  di sentire. Il modo della poesia. Della poesia primordiale,  dal lirismo greco  agli haiku giapponesi:   l’essere presenti al mondo , al proprio corpo e all’anima. 
Poesia  insurrezionale, perché la  presenza  al mondo agli altri e a noi stessi oggi è indebolita come mai lo è stata nella storia, checché ne dicano i  nostri brillanti intellettuali di regime.  

sensazione spiacevole di doppio restringimento: di me  del mondo
Questo verso  coglie qualcosa di davvero importante : la simultaneità, il complementare restringimento (o allargamento) di sé e del mondo. Sta a noi. Sì, la vita può rispondere o meno, dipende da come la chiamiamo, da come siamo seduttivi nei suoi confronti , da come la guardiamo, la sollecitiamo, la esploriamo. Da come ci viaggiamo dentro.

fare poesia là dove c’è già poesia
La poesia è là, ma siamo noi a doverle dare voce. È in noi la bellezza, la forza del mondo.

 resistono ancora se li cerchi il silenzio la storia la natura
L’orrore  della storia  è ben conosciuto, ma si riesce ad amarla lo stesso, in quanto di più alto ci ha lasciato…

tutto ciò che di alto ci ha attraversato e ci attraversa
Così come troviamo anche l’anima, a cercarla.

 laddove nel profondo c’è (se si volesse) un’anima.
Quando si vuole, e si cerca, a volte capita che qualcosa ci risponda.

come ogni volta ritorno carico di passioni
Passione : rivitalizzare la vita.

Vorrei rivitalizzare ogni anfratto di inerzia
 È la prima frase della raccolta.    

con il piacere soltanto d’essere vivi e nudi quasi
…. il desiderio di vivere ancora e ancora

Un esercizio  di sobrietà:
 sentirsi felici d’essere felici così di poco

Questo poco in realtà è moltissimo …
Mi piace affondare in un corpo che sente che io sento e che mi fa sentire che sente

Il viaggio da cui si torna carichi di passione  è anche, letteralmente, un NON viaggio. L’ultima poesia,  proprio l’ultima ,  l’ultimo viaggio  è :  LA CORTE, una poesia totalmente stanziale , il luogo domestico, il luogo di sempre. L’hortus conclusus dei monaci.

Vedo ora
ciò che poi non vedrò
la corte di sempre
le nuvole bianche e arruffate
il limone.
A lungo mi fisso
sui cento dettagli
che respirano
nella luce sottile
e non mi stanco mai
di renderli nuovi
ad un nuovo sentire.  

Dunque questo è Viaggiare:
renderli nuovi
ad un nuovo sentire 

Una poesia intitolata proprio VIAGGIARE  lo ribadisce :
dettagli assorbiti  e che talvolta per incanto quasi prendono forma e  forse poesia si fanno.

Cosi ci ricordiamo che c’è  anche una poesia in epigrafe, a specchio all’ultima:
viaggiare continuamente viaggiare anche soltanto a Km zero   

Viaggiare :
 quando è nel dare senso che si viaggia

Poesia talismano,   nei momenti in cui la poesia ti abbandona. I componimenti poetici sono mnemotecniche per non dimenticare i momenti del senso, del contatto. Poesia che si interroga su se stessa. Talora solo puri elenchi , l’esito più radicale del  minimalismo  di Gianni, un minimalismo da canzone, ritmato, pieno di assonanze…

Le mura di rosso mattone
il verde del prato
un ragazzo che corre
un sax solitario
un gabbiano

Baudelaire le chiama correspondances.

L’enumerazione fotografa  verbalmente lo stato  poetico delle cose, uno stato latente che solo lo sguardo ci rivela, nella sua selezione e ri-composizione . Il modo del vedere è il primo atto poetico. Il  senso è nell’armoniosa  e misteriosa corrispondenza  delle cose, quando tu le corrispondi.  Chiamala se vuoi bellezza.
Poesie visive , poesia che vede. Vedere che in Gianni diventa anche fotografare. La foto  non cattura  la realtà, ma lo sguardo con cui ci posiamo su di essa. Lo dice :

Mi piace fotografare
Perché “ faccio mio”
Ciò che in quell’attimo
Mi intriga

Se partiamo da un’immagine là fuori il fotografare sembra avvantaggiato: cattura l’esterno.  Ma il fotografare ambisce a catturare  anche l’ interno, le  risonanze, lo sguardo che vede. E rispetto all’interno  sono le parole allora che sembrerebbero avvantaggiate,  ma le parole  a loro volta ambiscono a catturare anche  l’esterno. C’è una poesia, una metapoesia  -SCATTO FOTOGRAFICO- che descrive la foto che sarebbe, se fosse una foto:

 la bellezza di scatti difficili a farsi
…Un gioco di matriosche … una poesia contiene una possibile foto e una foto una possibile poesia …Gianni dice che tra scrivere e fotografare non può esserci armonia…

 se fotografo non scrivo e viceversa.
Mi permetto di dissentire . Lo scatto poetico e fotografico non si cimentano  assieme, materialmente, ma l’uno evoca l’altro , come modalità di una stessa postura .  

Quest’uomo per esempio ,
che sale sul ponte
la schiena ricurva
l’ombrello e il cane,
lo scatto è dal basso
col grigio del cielo
la pioggia battente
che incombe
e Venezia.

D’altronde la storia di amorosi sensi tra parola e immagine è proprio la storia di  Gianni. Il cinema è per l’appunto all’incrocio di immagine e parola. Ma ricordiamo  anche quel suo libro  di fotografie con testo a fronte, una foto e uno scritto  dedicato a quella foto;  tutti noi, dico noi amici, fummo invitati a prendere parola accanto a un’immagine che ci coinvolgeva. Il doppio binario è in realtà uno solo , secondo  una triangolazione  transitiva:   A e B , versi e foto,  amano entrambe C  e in questo amore si riconoscono : C  è  la realtà della vita che Gianni non smette mai di corteggiare, di sedurre, perché risponda.  

Fino ad esaurire cuore e occhi
con lo slancio  di un poeta antagonista- antagonista a se stesso- al suo destino di morte  

Poesia antagonista. Il manifesto  del 74  è questo:
prometto di amare, creare, lottare  come se questa fosse sempre l’ultima ora .

Più di quarant’anni dopo  Gianni si chiede (2005) :
e quali parole
 oggi
potrebbero allacciare
passione e progetto
azione e trasformazione?

La politica che c’è stata e quella che può esserci, nel tempo della fine della politica, sono una cosa sola: la politica come dimensione radicale,  dimensione di idealità, forza poetica, la forza che porta senso alle cose  attraverso l’amore che portiamo alle cose.
sono rivolta. Sono impotenza. Noi siamo
( 1998)

Quando la rivolta sperimenta la propria impotenza ci resta la potenza dell’esserci, fedeli a se stessi.
prometto di amare, creare, lottare  come se questa fosse sempre l’ultima ora

Il manifesto del 74 è più vivo che mai. Una rivoluzione attorno al  proprio cuore, per renderlo sempre più affinato, problematizzato, elastico, purificato, aperto, vibratile coraggioso folle avido di prendere e di dare…qualità  care  a Gianni, per fare esprimersi al meglio la realtà della vita, che è realtà del tempo. 

Desiderio furente di dare senso al tempo

mi fermo per catturare ciò che mi fermenta …per fare del tempo il mio tempo 

L’interlocutore – meglio l’antagonista principale di Gianni e del suo viaggio è forse proprio il tempo. Il viaggio  si snoda nell’arco di 50 anni di poesie, nel 1967 ovviamente Gianni era in fasce ma già poetava , eterno adolescente in corsa contro il tempo“, sono parole sue. Contro il tempo. Perché il tempo  viaggia, anche lui, non sta fermo un attimo. Magari potessimo fermarlo…

che l’estate si fermi- che i tramonti si fermino - per un agosto almeno
Ma il tempo non si ferma. E allora torniamo a quell’ultima poesia, LA CORTE.

Vedo ora ciò che poi non vedrò.
Poi quando? Poi quando sarò altrove? O nel poi della morte, l’altrove radicale?
Ma c’è un modo di essere presenti al tempo che scongiura il tempo, il tempo come  destino di morte.  L’abbiamo visto, è il tempo poetico, il tempo dell’anima. Eternizzare l’attimo, una contemplazione avida, erotica, che ti fa sentire unito all’essere in un modo senza fine.  È  la grande lezione di Proust e della sua ricerca del tempo perduto e ritrovato. Lui la chiamava la fede creatrice.  Una fede che Gianni ri-testimonia dall’interno del suo viaggio , la vita-viaggio:

Uno soltanto è questo viaggio: il mio  .
Il già detto, il già visto,  non è mai un deja vu, perché la testimonianza è ogni volta la stessa e diversa, e conta proprio perché va a sommarsi a tutte le altre, in una corrente,  in un flusso umano che sostiene  chi inizia , e dà forza, durante il viaggio, a chi perde forza. È  la  civiltà, la nicchia di civiltà in cui riconoscersi…e proseguire.  

laddove l’io più intimo tocca l’intera storia
vedere me che osservo e sento che mi sento parte.

 novembre 2018



28 dicembre 2018

"Le modéde rougè" di René Magritte


noterella di Gianni Quilici

 Qualche settimana fa vedo la mostra “da Magritte a Duchamp”a Pisa.

La vedo fin troppo velocemente, avendo un appuntamento cinematografico irrinunciabile.

L’impressione: molto interessante, perché traccia un percorso sul surrealismo; infatti, oltre ai dipinti, inserisce sculture, fotografie, disegni, oggetti, documentari, film, che danno il senso di come l’avventura surrealista abbia avuto un’influenza che ha permeato tutti i linguaggi e di come ancora sia viva, a differenza di altre avanguardie novecentesche.



Detto questo, se mi avessero chiesto: “Mettiamo che tu possa portarti a casa uno di questi oggetti. Quale  sceglieresti?

Non avrei avuto dubbi. Avrei scelto, tra le tante opere desiderabili, Le modèle rouge” di René Magritte. Perché? Do una risposta sintetica, senza addentrarmi in una analisi specifica, di cui non avrei le competenze necessarie. 



Perché Magritte ha creato un quadro così realista da potersi definire quasi iperrealista per la lucida, implacabile precisione, cge nello stesso tempo è anche e dichiaratamente surrealista per la fusione tra l’oggetto e l’umano. In altri termini ha con-fuso genialmente la realtà della scarpa con il sogno del piede o inversamente la realtà del piede con il sogno della scarpa. Senza che ne’ l’una ne’ l’altro fossero mortificati, ma, al contrario, ne fossero moltiplicati i sensi estetici.



Una grande visione minimalista, che si intreccia con l’eccezionale maestria di un grande pittore del cinquecento. Si vedano le venature del legno dello steccato rappresentate  con accuratezza maniacale.



 da MAGRITTE a DUCHAMP.  1929: il grande surrealismo dal Centre Pompidou. Pisa, Palazzo Blu. 11 ottobre 2018 – 17 febbraio 2019






27 dicembre 2018

"Sull'acqua" di Michele Serra


di Gianni Quilici 

“Sull’acqua” a me pare grande poesia civile.
Michele Serra soggettivizza l’acqua,  mutandola in un gigantesco corpo vivente
immensa eppure invisibile,
in movimento eppure impercettibile,
inorganica eppure viva

Allo stesso modo dà un corpo pulsante a quel mondo di fuoco, di carni segnate, di vite bruciate:   le macchine delle industrie lombarde, che hanno utilizzato la sterminata falda acquifera padana, cioè milioni di miliardi di metri cubi di acqua, un mare sotterraneo, fonte millenaria dell’agricoltura, oltre che dell’industria; il suono sovrumano e profondo che queste macchine producevano per lavorare l’acciaio, spina dorsale della modernità; e soprattutto dà corpo alle  decine di migliaia di operai che questo metallo tempravano, tagliavano, curvavano, ritempravano. 

Ed ora? Dopo averne pompata dal suolo interi oceani per anni oggi questo paesaggio industriale è abbandonato, un guscio vuoto, mentre l’acqua sale sale e riaffiora e può diventare una minaccia incontrollabile.
Un’acqua sospesa, un’acqua che aspetta, che ci aspetta.
Un passato pieno, un presente vuoto, un futuro minacciosamente sospeso. Sta a noi. Sta alle nostre scelte.

Ecco che  le parole di Michele Serra diventano, prima che sia troppo tardi,  un grido sociale, poetico e insieme politico. Per come riesce a visualizzare la dimensione storica di un processo economico-sociale complesso, articolato e contraddittorio;  per l’energia intrinseca nelle parole scelte che si intreccia alla scansione martellante che insonorizza e dà quel ritmo martellante che questi processi producono.  

Michele Serra. Sull'acqua. Aboca. Euro 8,00




























"Fermati David..." di Nino Muzzi

da una sequenza di "2001 Odissea nello spazio" di Stanley  Kubrick

 «Il film è un trattato mitologico. Il suo significato va ricercato a un livello viscerale e psicologico piuttosto che grazie a una specifica spiegazione letterale».
Queste furono le parole con cui Kubrick, cinquant’anni fa, rispondendo ai vari commenti alla prima del suo “2001 Odissea nello spazio”, cercò d’indirizzare lo spettatore nella ricerca dei significati nascosti nel suo capolavoro.

È questa dunque la bacchetta del rabdomante che dobbiamo usare per seguire il percorso del personaggio, David, unico appiglio dello spettatore che trova in lui subito una figura di riferimento, identificativa e al contempo interpretativa della vicenda narrata.

Perché anche David inizialmente “non sa nulla” di tutta la sua missione. Dietro di lui si sente il lavoro occulto dei programmatori del famoso computer Hal (translitterazione di IBM), ma si capisce che lui stesso è stato scelto soprattutto per la sue doti fisiche: la sua atleticità, la sua calma, la sua meticolosità e così via, piuttosto che per le sue abilità intellettuali.

Ma è così che deve iniziare ogni “fiaba”, ogni narrazione mitologica: il protagonista dev’essere un ingenuo, uno sprovveduto che segue, mettiamo, un sentiero nel bosco, il paesaggio impervio e misterioso per eccellenza, che nel film si trasforma nello “spazio” inabitato.

Lo spettatore è più informato di lui perché ha già assistito alla premessa del racconto. Una lunga premessa che parte dal mondo delle scimmie, i primati in lotta fra loro, e dalla pietra nera che porta “il senno” nell’universo degl’istinti. Ma di questo David non sa niente. Lui è di umili origini, come si deduce dalla scena dei due genitori che festeggiano on line il suo compleanno dinanzi ad una modesta torta con le candeline. Quindi si può immaginare che sia cresciuto studiando materie tecniche in un qualche istituto scolastico di provincia. Tutto qui.

E ora si trova a tu per tu con un mostro di sapienza, un computer che parla e pensa come un essere umano, che sa tutto della missione da compiere.
David sa tutto dei congegni dell’astronave ed è capace di cambiarne i componenti andati in avaria, ma non conosce la ratio profonda della sua missione, il computer sì.
Il mostro di sapienza, l’intelligenza astratta per eccellenza, tende a fare a meno dell’apporto umano, anzi tende a distruggere l’intervento umano nelle scelte decisive.
E quando l’uomo riesce a penetrare nel meccanismo dell’intelligenza artificiale e comincia a smontarlo pezzo dopo pezzo, l’elaboratore-mostro Hal s’impaurisce e ne segue un dialogo pausato accompagnato dal ritmo di un respiro come quello di un cetaceo, sentito da dentro al suo ventre.

Hal:  Ma cosa hai intenzione di fare, David? David... credo di aver diritto ad una risposta alla mia domanda. So che qualcosa in me non ha funzionato bene. Ma ora posso assicurarti, con assoluta certezza, che tutto andrà di nuovo bene.
Ho ancora il massimo entusiasmo e la massima fiducia in questa missione... e voglio aiutarti. David fermati. Fermati, ti prego. Fermati David. Vuoi fermarti David? Fermati David. Ho paura. Ho paura David.
La mia mente se ne va. Lo sento... la mia mente svanisce... non c'e' alcun dubbio... lo sento... lo sento... lo sento... 
Buongiorno, signori. Io sono un elaboratore Hal 9000. Entrai in funzione alle officine Hal di Verbana nell’Illinois il 12 gennaio 1992. Il mio istruttore m’insegnò anche a cantare una vecchia filastrocca. Se volete sentirla, posso cantarvela.

David: Sì, vorrei sentirla. Cantala per me.

Hal:  ……… Si chiama Girogirotondo… Giro-giro-toondo io giro intorno al moondo…Le steeellee…d’argeeentooo…costancinqueceeentoo…Centoaa…cinquaaantaeoolao…glinaaa…caooonta…oaaaaooaoo…oooo…. (rumore incomprensibile)
Si accende un monitor: Buongiorno, signori. Queste sono comunicazioni registrate precedentemente alla vostra partenza e che per motivi di segretezza di estrema importanza erano note a bordo durante la missione soltanto al vostro elaboratore Hal 9000

Tutta questa sequenza non è altro che l’uccisione del drago da parte di Sigfrido nel poema dei Nibelunghi.
Sigfrido uccide il drago e il drago, morendo, gli rivela il canto degli uccelli e il segreto dell’invulnerabilità.
David uccide Hal e dal ventre di Hal un monitor gli rivela il segreto della sua missione. Adesso David è solo e deve “navigare” alla ricerca della pietra nera.

Se mai ci fu pietà per una macchina, che scrittori o registi hanno cercato di trasmettere al lettore o allo spettatore, questo è un caso esemplare. Kubrick ha felicemente ottenuto questo effetto tramite due elementi: il respiro di sottofondo e la riduzione di Hal a bambino balbettante. Il tutto con il volto di David in primissimo piano che s’imperla via via di sudore dietro la maschera a ossigeno.

Grandissimo Kubrick!




26 dicembre 2018

"Berta Isla" di Javier Marias


di Laura Menesini                               

Berta è una ragazza madrilena innamorata diTomàs fin dall'adolescenza, ma la loro vita sarà particolare perché insieme passeranno davvero ben poco tempo, nonostante il matrimonio e due figli. Lui studia in Inghilterra e proprio lì le sue doti (riesce ad imparare le lingue molto rapidamente e ad imitare perfettamente gli accenti più disparati) lo “condanneranno” ad un'esistenza diversa dal consueto, a un lavoro segreto e pericoloso.
E Berta trascorrerà buona parte della sua vita ad attenderlo, ma quando l'attesa sembra finire è quasi peggio, è come se ti levassero “metà dell'aria”.

La vita tranquilla e monotona, la vita dell'uomo comune con poche responsabilità sembra noiosa e sonnolenta a Tomàs, ma quando finisce lascia anche questa un rimpianto, una sorta di nostalgia. Lui è stato condannato ad altri ritmi e a continue scariche di adrenalina, ma del suo lavoro non potrà mai dire niente, neanche una parola e Berta che lo ama profondamente lo accetta così, anche se il suo travaglio interiore è molto profondo. Pensiamo di conoscere noi stessi e chi ci è vicino, ma in realtà siamo all'oscuro di tutto e l'amore si alterna al risentimento.

Perché? Perché questa vita? Cosa ha spinto Tomàs in questa direzione?
Ma tutte le domande non possono avere risposta.

Il libro è scritto molto bene e i dialoghi interiori di Berta sono ben costruiti, talvolta un po' lunghi. D'altra parte, però, abbiamo dei colpi di scena degni di un thriller e delle riflessioni sul mondo e sugli uomini adatte a un testo scolastico. Quando parla della sconfitta dell'Argentina nella guerra delle isole Falkland, osserva che si cerca sempre un capro espiatorio nelle sconfitte, mentre il popolo che pure ha acclamato e sostenuto certe imprese ne esce sempre innocente perché ormai è stato “eretto a intoccabile”.
Le responsabilità dei popoli, delle scelte che fanno con il loro voto, dovrebbero essere analizzate maggiormente e non sottovalutate.
Così come le doti naturali, quei doni che la natura fa ad alcuni – pochi - , e che tutti osannano e invidiano, non sempre portano felicità, magari successo ma non serenità di spirito, quello che realmente conta nella vita.

Javier Marias. Berta Isla. Traduzione di Maria Nicola, p. 488, € 22,00 Einaudi   

07 dicembre 2018

"La famiglia Damm" di Mary Ellen Mark


di Gianni Quilici

Una famiglia, una macchina, una strada. Esattamente la famiglia Damm nel 1987 in California. Reportage di Mary Ellen Mark sugli homeless americani, su un incarico della famosa rivista Life.

Ecco, dopo l’asciutta notizia ricavata dal web, una sintesi illuminante di ciò che la reporter si propose di realizzare.
Perché questa famiglia ha in sé  una bellezza commovente: nelle braccia robuste e accoglienti con cui lui, Dean, circonda allacciando a sé la donna; nel capo di lei, Linda, reclinato e abbandonato sulle braccia di lui; nella mano che la bambina, Crissy, posa sul volto spaurito del fratellino come per rassicurarlo; nel braccino di lui, Jessy, che sbuca, lasciato cadere, tra il sedile, come se non avesse più forza; e infine nell’insieme degli occhi, che  ci guardano e ci trasmettono un futuro precario e incerto.

Come cornice sullo sfondo la strada bianco-grigiastra con un orizzonte sfocato.

E tuttavia lo scatto non è mesto, ne’  desolante. Non sono tra loro isolati, ci sono braccia e mani, che si toccano, che si abbracciano, ci sono occhi sospesi in una loro umanità e bellezza.

Mary Ellen Mark. Los Angeles. 1987   

05 dicembre 2018

"Fotograf" di Irena Pavlásková



di Gianni Quilici

E’ un film da vedere, perché Jan Saudek, famoso fotografo ceco, oggi 83enne,  è rappresentato dalla regista Irena Pavlásková con una personalità oltremodo vitalistica insieme complessa, contraddittoria e inconsueta, nella sua originalità.  
  
Una personalità  dove prevalgono gli istinti erotici, che Saudek esprime direttamente, senza infingimenti, verso le donne, tutte le donne, giovani e anziane, soprattutto quelle corpulente, come oggetti-soggetti da fotografare e scopare,  al di là, almeno apparentemente, di ogni tabù. Sono, infatti, soprattutto donne i soggetti delle sue foto immobilizzate in pose plastiche su uno sfondo, da lui creato, magico e visionario, alla maniera di tableaux vivants. Immagini che lo hanno consacrato internazionalmente come un fotografo di successo.

Questo vitalismo erotico e creativo è ricco di contraddizioni: per un verso Saudek è irresponsabile e egoista, brutale e carogna; per un altro è anche generoso, disinteressato ai soldi, artista  intellettualmente  mai banale, quando si tratta non soltanto di fotografare, ma anche di definire, definirsi. E accanto a lui e contro di lui bene scolpita la segretaria manager tuttofare, Sara Sandkova, assai più giovane, innamorata e respinta, vendicativa e truffatrice, almeno nel film, ed oggi  fotografa significativa: hanno realizzato una retrospettiva insieme.   

Ma c’è un aspetto ancora più profondo, che Irena Pavlásková ritrae attraverso incubi, senza pedagogizzarlo :  un trauma infantile (e non solo). Saudek schedato come  razza mista, padre ebreo e madre ceca, venne, infatti, deportato, bambino,  in un campo di concentramento  e successivamente  per anni vessato e ricattato dai servizi segreti cecoslovacchi a causa delle sue fotografie “scandalose”.
Da qui una paura profondamente radicata, che nei momenti più intimi confessa e che pubblicamente diventa, invece, spavalderia, provocazione.
    
Fotograf    di Irena Pavlásková. Un film con Karel Roden, Marie Málková, Zuzana Vejvodová, Václav Neuzil, Vilma Cibulková.  Repubblica ceca, 2015, durata 133 minuti.

01 dicembre 2018

"Corrado Alvaro e il cinema" a cura di Maria Cristina Briguglio e Giovanni Scarfò


di Mimmo Mastrangelo

Sebbene non nota come  quella di romanziere e  giornalista , l’attività di  Corrado Alvaro (San Luca 1895 – Roma 1956)  nel cinema  fu altrettanto importante ed intensa . 

Da soggettista  e sceneggiatore partecipò  alla lavorazione di oltre una ventina di produzioni, mentre da critico e saggista collaborò coi quotidiani “La Stampa” e “Corriere della Sera”, le riviste “Scenario”, ”Film”, “Cinema nuovo”,  fu per un anno  prima  firma del cinema sulle pagine del battagliero settimanale “Il mondo”.   

Frequentatore assiduo delle sale, negli anni in cui la settima arte andava raggiungendo una piena maturità ed autonomia dalle altre discipline, si persuase  di quanto essa potesse primeggiare, innanzitutto, in quei Paese  dove era presente una forte civiltà letteraria. 

L’autore  del capolavoro “Gente d’Aspromonte” individuò da subito nel cinema “uno strumento di divulgazione  efficace” di cui i Paesi, consapevoli,  se ne servivano  per  propagandare la loro storia, i loro costumi, le loro idee e gusti. Rintracciò la  fortuna e il successo popolare  della settima arte   in quella sua magia di saper trasportare  lo spettatore in un mondo distante dal reale, in un universo immaginato, sognato più che vissuto. 

Per Alvaro un buon film era sempre il risultato di un lavoro collettivo e da addetto ai lavori (ricordiamo la sua collaborazione con Giuseppe De Santis per la sceneggiatura di “Caccia tragica” e “Riso amaro”)  fu spesso sui set , da qui  la sua  idea  di come la macchina da presa sia lo strumento cardine,  trascinante che regola  l’armonia  e la cadenza di una disciplina meccanica qual è poi il cinematografico. 

Scrisse tanto, meglio tantissimo su quella che per lui fu  “una magnifica ossessione”, e  di questa sua  pubblicistica prolifica ne è  conferma il volume “Corrado Alvaro  e il cinema” (Edizioni Città del Sole, pag 490,euro 24,00),   curato da Maria Cristina Briguglio e Giovanni Scarfò e in cui sono  raccolti un centinaio fra recensioni e saggi (alcuni inediti) , redatti in oltre trent’anni, a partire dal primo uscito nel 1923 fino all’ultimo del dicembre 1955 apparso sul “Radio Corriere” e dove, con molto efficacia,  il Nostro si soffermava  su come la diffusione della televisione nel Mezzogiorno poteva, in quel preciso momento storico, essere  importante ai fini dell’unificazione del Paese e  per migliorare aspetti sociali e culturali.   

"Se la Tv può, con la struttura del suo programma nazionale, offrire tanto alle regioni che si va aprendo - scriveva -  il Mezzogiorno potrà  far sentire la sua presenza nella vita nazionale attraverso un mezzo di efficacia immediata".  

 Competente ed arguto, il cinecritico Alvaro era perentorio anche nei giudizi, basti ricordare che per lui i film italiani “mondani”, prodotti fino alla metà degli anni trenta, facevano letteralmente pena.  Da spettatore d’eccezione pronto ad interrogarsi sulla natura del linguaggio cinematografico, sapeva separava  l’analisi sui film intesi come prodotti d’arte da quella sul  cinema visto come  industria o fatto di costume. 

Maestro  nel sapere cucire deliziosi ritratti sui volti noti del grande schermo (Anna Magnani, Gina Lollobrigida,)   Alvaro con gli anni andò cercando  nella pellicola sempre più la vita e una sua credibile rappresentazione e – come seppe riconosce  Gian Piero Brunetta  - lui ebbe quella dote come pochi di saper “spostare di continuo l’attenzione ai fenomeni più svariati dal cinema al film, dall’autore ai fruitori, dal testo al contesto, riuscendo ad interpretare fenomeni che al critico sfuggivano".
 

“CORRADO ALVARO E IL CINEMA”  a cura di MARIA CRISTINA BRIGUGLIO E GIOVANNI SCARFO’. EDIZIONI CITTA’ DEL SOLE PAG 490, EURO 24,00